Wimbledon: Gulbis d'annata, Zverev KO. Nole spegne gli inglesi

Wimbledon

Wimbledon: Gulbis d’annata, Zverev KO. Nole spegne gli inglesi

Il lettone stende Sascha con un bagel nel quinto: prestazione a tratti brillante. Edmund dura un set con Djokovic poi cala alla distanza. Malissimo Kyrgios

Pubblicato

il

È GRANDE GULBIS – Ci sono due modi di vedere tutte le partite di tennis. Uno per ogni lato di campo, uno per ogni giocatore. C’è Alexander Zverev che ha un problema con gli Slam, che non riesce ad ammazzare le grandi partite quando si trova in vantaggio, che sull’erba gioca troppo lontano dalla riga, che ha un problema nel farsi allenare da dei genitori che il tennis lo masticano, sì, ma con il livello al quale gioca il figlio non hanno mai avuto a che fare. C’è Zverev che ha un problema, grosso, quasi quanto il tempo che per sua fortuna ha davanti per risolverlo. E oltre la rete c’è Ernests Gulbis, che di problemi ne ha e se ne è causati tanti, davvero tanti negli anni. Abbastanza da riempire la sua biografia di tennista (eternamente incompleta) di citazioni buffe e bizze assurde che, più di quel dritto polimorfo ma ugualmente inaffidabile, dovrebbero spiegare come mai è stato tra i primi 10 una sola settimana della sua vita. Ernests Gulbis batte Alexander Zverev al quinto set, sei a zero, dopo essersi mangiato il terzo con uno di quei collassi mentali dai quali non si torna mai indietro. Forse è il più incredibile dei troppi upset di questa prima settimana di Wimbledon, che hanno lasciato per strada Cilic, Dimitrov, nove delle prime dieci donne.

Prima delle tre ore e mezza sul campo 1 di Wimbledon non c’erano neanche precedenti tra Gulbis e Zverev, e il motivo è evidente: il tracollo del lettone è stato quasi contemporaneo all’ascesa del tedesco, perciò le opportunità di trovarsi negli stessi tornei erano state finora quasi nulle. L’unico contatto tennistico degno di nota tra Gulbis e la famiglia Zverev era stata una partnership di doppio con Mischa, il fratello maggiore, che nel lontanissimo 2006 fruttò un paio di titoli Challenger. All’epoca Alexander aveva nove anni. Erano tempi ancora prematuri persino per definire una “promessa” quel ventinovenne con la barba, padre di una bambina, che oggi, battendolo, ha tirato fuori dal suo tempo peggiore il suo miglior risultato di sempre a Wimbledon. Per arrivarci Gulbis ha dovuto passare da Roehampton, quel posto dove fanno giocare le qualificazioni per non rovinare l’erba. I suoi Championships sono iniziati una settimana prima di tutti gli altri ancora in gara. Sulla superficie che gli è sempre riuscita peggio di tutte le altre è arrivato da numero 138 al mondo, invischiato nel deprimente sottomondo dei tornei minori, e si è messo a giocare come si fa lì: servendo bene e venendo a rete contro abitudine. Ma al terzo turno, su un grande campo e contro un grande avversario, non sembrava bastare più. Vinto il primo set al tie-break, perso il secondo per un unico errore, Gulbis era andato a servire per il terzo dopo aver finalmente bucato il servizio di Zverev. Ed era stato contro-breakkato. E poi ancora una volta, e il set lo aveva perso.

Ernests, mancato il set point, non sembrava più in grado di ributtare una palla di là. Fin lì Zverev aveva sudato più freddo che altro, le sue imperfezioni (slice, gioco a rete, posizionamento in campo, diagonali preferite) erano sembrate più margini di miglioramento che veri e propri difetti. Il massimo che Gulbis sembrava poter produrre impattava contro il livello medio di Sascha, anche perché gli schemi nella testa del lettone erano più solidi dei colpi con cui voleva metterli in pratica. L’incontro pareva un eterno inseguire, con Zverev in testa, tanto che discussione vera era tra lui e i giudici di linea – pessimi sulle chiamate, ma lesti a denunciare al loro collega sulla sedia le parolacce multilingue del tedesco. Su quel rovescio buttato largo era svanita l’ennesima opportunità per risorgere. O forse no, perché Gulbis ha reagito e l’ha gettata in baruffa, rinunciando a quei colpi che avevano strappato applausi per due set e mezzo e che pure lo avevano portato sulla strada dell’eliminazione. Tolti gratuiti e vincenti dal tavolo il lettone si è messo a rispondere da lontano, in chop, ribattendo la palla di là, tenendo i nervi saldi. Complici la stanchezza e ventiquattro ore di influenza, Zverev è caduto nella trappola: a metà quarto parziale si è fatto breakkare dal nulla e ha perso la testa, trasformandosi nel Leone senza coraggio di un Mago di Oz ambientato a Church Road. Ha finito per vincere sei punti nel quinto set, tutti inutili.

 

Prima la strategia e poi la paura hanno sottratto pathos al finale, e nei momenti chiave l’incontro non ha davvero trasmesso le emozioni dei primi, più equilibrati set. Tanto che dopo aver chiuso senza problemi al primo match point Gulbis si è limitato al solito pugnetto, con lo sguardo puntato al suo box. Accanto alla moglie Tamara, sorprendentemente flemmatica, è però saltato in piedi Gunter Bresnik. Pur di tornare a farsi allenare da lui, Ernests ha accettando di fare da ruota di scorta a Dominic Thiem – più giovane, più solido, meno difficile da plasmare. Adesso però, con l’austriaco già a casa, almeno per qualche giorno saranno soltanto loro due come ai vecchi tempi. La fine ammosciata dell’incontro rimarca anche la distanza tra Zverev e i Fab Four, gli unici a rimanergli davanti. Che non sta nei titoli – quelli non smetteranno di arrivare solo per un passo falso – ma invece nel modo di scuotersi quando perde il comando. Dal prossimo torneo scopriremo quanti altri passi avrà fatto Sascha verso i grandi, tenendo sempre a mente la data di nascita sul passaporto (1997). Per quanto riguarda Gulbis… Ha messo la testa a posto, è tornato, c’è un nuovo Ernests? No, pietà, è roba già sentita. E poi ha soltanto vinto un match, che nemmeno vale un trofeo. Il suo torneo continua la prossima settimana. Come sempre, post scriptum, “chissà come”.

cronaca a cura di Raoul Ruberti

BEL NOLE IN RIMONTA – Con tempismo perfetto, il match-clou del pomeriggio sul Centrale inizia una ventina di minuti dopo la conclusione della partita che ha sancito l’ingresso dell’Inghilterra nelle semifinali dei Mondiali di calcio. L’atmosfera è giubilante (di sicuro il Pimm’s e la birra aiutano), persino il contingente britannico della tribuna stampa non parla d’altro che di calcio. Edmund mostra segni di nervosismo quando concede due palle break nel suo turno di servizio d’apertura, peraltro annullate con grande autorità. Il britannico prova ad aprire il campo quando può e sul suo servizio tiene i punti corti venendo a rete a raccogliere i frutti della sua pressione da fondocampo e si esalta con fendenti in corsa che fanno esplodere le tribune del Centrale. Il break arriva sul 3-3: Edmund piazza tre diritti vincenti, pasticcia sulle prime palle break, ma alla quarta occasione vince un corpo a corpo a rete e piazza l’allungo decisivo nel parziale.

Djokovic comincia a crescere, lentamente ma inesorabilmente, gli errori si diradano e soprattutto riesce ad inchiodare Edmund sulla diagonale rovescia, perché i colpi del serbo sono troppo rapidi per essere aggirati con il diritto anomalo e non ci sono più le aperture che nel primo set consentivano a Kyle di chiudere gli scambi o venire a rete. Per fortuna sua il rosso dello Yorkshire è molto bravo nei game combattuti e riesce ad assorbire la pressione di Djokovic che però, nell’ottavo game, trova la breccia decisiva. In un game curiosamente speculare a quello del primo set nel quale Edmund aveva conquistato il break, Djokovic allunga sul 5-3 alla quarta possibilità grazie ad un doppio fallo dell’avversario e poi chiude rapidamente il parziale. L’inerzia rimane dalla parte di Nole anche all’inizio del terzo set, quando in un game con cinque errori gratuiti da fondo Edmund si fa strappare la battuta per la seconda volta consecutiva e si trova costretto ad inseguire. Djokovic sembra perfettamente a suo agio negli schemi da fondocampo che ora dominano gli scambi, potrebbe rimanere lì a palleggiare per giorni, come nei tempi migliori. Edmund non sembra in grado di trovare una contromossa tattica e sprofonda sempre di più anche perché dall’altra parte della rete adesso c’è un Nole di gran livello. Il pubblico applaude con gioia un “time violation” chiamato al serbo dal giudice di sedia Jake Garner, ed al game seguente Djokovic dimostra di non aver gradito mettendosi il dito dietro l’orecchio dopo aver ottenuto il secondo break.

Nel quarto set Edmund prova a tenere la scia, almeno con la battuta, il suo avversario concede un po’ di più, ed il punteggio rimane in parità. Al settimo game i due episodi più controversi: sul 15-30 Djokovic tira un diritto sulla riga di fondo, Edmund scentra ma la giudice di linea inizia a chiamarla out. Garner corregge la chiamata e dà il punto a Djokovic, ritenendo che la mezza chiamata non abbia influenzato Edmund. Sul punto successivo succede molto di peggio: volée smorzata di Nole, Kyle si butta a prenderla, le immagini mostrano chiaramente che colpisce la palla dopo il secondo rimbalzo, che il suo recupero finisce leggermente in corridoio e che il giocatore britannico sullo slancio finisce in rete. Per un qualche motivo il punto viene dato a Edmund, che poi finisce per salvare quel game. Gli animi si fanno tesi, ma il break è solo rimandato di due game: da 40-15 ci sono un bel punto di Djokovic e tre gratuiti di Edmund ed il match finisce lì, dopo 2 ore e 56 minuti parecchi dei quali abbastanza a senso unico. Prossimo ostacolo per Nole sarà Karen Khachanov, contro cui non ha mai giocato.

Novak Djokovic – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

TONFO KYRGIOS – Brutto match, onestamente, del bombardiere di Canberra. Bravo Kei Nishikori a prendersi i regali dell’avversario senza esitare, ma Nick Kyrgios stasera è stato a tratti inguardabile. Inizio centratissimo di Nishikori, che in in 5 minuti si trova 3-0 con un break. 100% di prime palle in campo per il giapponese, 4-5 brutti gratuiti di Kyrgios, che sembra contratto. Kei è reativo e veloce, gli scorre bene la palla, Nick va a strappi, sparandone una dentro e due fuori. Quando l’australiano scucchiaia con supponenza una palletta semplice che gli aveva accomodato il nastro, e si fa impallinare dal passante di Nishikori, il pubblico inizia a mormorare, e si sente qualche fischio. In tribuna stampa, vedo gente scuotere le testa, nel frattempo giustamente Kei brekka per la seconda volta, e chiude 6-1. Sono passati 16 minuti, Kyrgios semplicemente per ora non è sceso in campo.

Inizia il secondo set, non cambia nulla. Quattro legnate a caso di Nick, di cui tre fuori, ed è ancora break Nishikori, che allunga 2-0, gli spettatori non sanno se applaudire o no tanto surreale è la situazione. Dal nulla, si accende la luce nel tennis di Nick, che in un attimo recupera, pareggia e sale 3-2, in realtà sta sempre giocando uguale, solo che ora il campo lo prende. Che giocatore incredibile, nel bene e nel male. Bravo in questa fase Kei a rimanere lì e fare il suo, non è facile contro uno che alterna vincenti a tutto braccio ed errori senza logica. Si arriva al tie-break senza sussulti, il che in questo match è un avvenimento. E qui, un paio di leggerezze di Nick gli sono fatali, 7-3 e due set a zero Nishikori. Il terzo parziale va via liscio e regolare, nessuna palla break, Nick tira e sfonda, Kei corre e reagisce con belle geometrie e ottime difese. Quantomeno, abbiamo una parvenza di partita adesso. Scende un po’ di buio sul campo numero uno, che tra l’altro da quando hanno montato la tettoia su cui andrà posizionata la copertura scorrevole prende molta meno luce degli altri “courts”, quando sul 5-4 Nishikori, Kyrgios si trova 0-40, ad affrontare tre match point consecutivi. Bellissimo un pallonetto fintato del giapponese nel secondo punto del game. L’australiano tira tutto senza paura, li annulla, ma se ne trova davanti un quarto, e qui un recupero di dritto che gli finisce in rete manda Kei agli ottavi di finale, meritatissimi onestamente, dove affronterà Ernests Gulbis.

Kei Nishikori – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

da Londra, Vanni Gibertini e Luca Baldissera 

Risultati:

[5] J.M. del Potro b. B. Paire 6-4 7-6(4) 6-3
[2] R. Nadal b. A. De Minaur 6-1 6-2 6-4
[13] M. Raonic b. [Q] D. Novak 7-6 4-6 7-5 6-2
G. Simon b. M. Ebden 6-1 6-7(3) 6-3 7-6(2)
J. Vesely b. [19] F. Fognini 7-6(4) 3-6 6-3 6-2
[Q] E. Gulbis b. [4] A. Zverev 7-6(2) 4-6 5-7 6-3 6-0
K. Khachanov b. F. Tiafoe 4-6 4-6 7-6(3) 6-2 6-1
[12] N. Djokovic b. [21] K. Edmund 4-6 6-3 6-2 6-4
[24] K. Nishikori b. [15] N. Kyrgios 6-1 7-6(3) 6-4

Wimbledon, Nadal vola anche sull’erba: ottavi e n.1 al sicuro

Il tabellone maschile

Continua a leggere
Commenti

Flash

Wimbledon è tutto intorno a te: contratto di sponsorizzazione con Vodafone

Il gigante della telefonia fra gli sponsor dei Championships per i prossimi cinque anni. Tim Henman e Laura Robson (e forse Emma Raducanu) saranno i brand ambassador

Pubblicato

il

Henman Hill a Wimbledon 2018 (foto AELTC/Ben Solomon)

Accordo di notevole portata per il torneo di Wimbledon: come riporta Mark Sweney del Guardian, infatti, Vodafone ha stretto un accordo quinquennale per sponsorizzare il torneo e ha ingaggiato Tim Henman e Laura Robson come ambasciatori del marchio – l’azienda è anche in discussione con Emma Raducanu per il medesimo ruolo.

L’accordo varrà svariati milioni di sterline e permetterà a Vodafone di diventare il partner ufficiale dei Championships. In aggiunta, la multinazionale della telefonia avvierà una collaborazione ad ampio raggio con l’All England Lawn Tennis and Croquet Club e con la Lawn Tennis Association (LTA), l’ente governativo nazionale del tennis in Gran Bretagna, per promuovere la popolarità del gioco ad ogni livello.

Vodafone ha anche confermato pubblicamente per la prima volta che si sta avvicinando ad un accordo con Raducanu. Emma è attualmente uno dei personaggi più in voga dello sport globale per quanto riguarda gli accordi commerciali, con contratti che vanno da quello stipulato con la Nike, passando per Dior fino ad arrivare a Tiffany e Wilson. A dicembre ha annunciato una nuova partnership con Evian e British Airways. Le indiscrezioni suggeriscono che un accordo con Raducanu, che ha vinto il premio della BBC come personalità sportiva dell’anno nel 2021, potrebbe valere tre milioni di sterline, ma questa cifra non ha ancora trovato conferme concrete.

 

Vodafone utilizzerà la sua prima incursione nella sponsorizzazione del tennis per promuovere i vantaggi della prossima generazione nella tecnologia 5G. Inoltre, durante il torneo implementerà realtà aumentata e virtuale, nonché la tecnologia “Internet of things”. Max Taylor (consumer director di Vodafone) ha affermato che un elemento chiave della partnership è quello di sostenere l’ambizione della LTA di aumentare la partecipazione giovanile al tennis britannico del 10%, e di portare un milione di adulti a giocare regolarmente entro il 2025.

Queste le dichiarazioni di Taylor: “C’e grande fermento nel tennis britannico, e Wimbledon rappresenta ancora una volta il momento culminante dell’estate. Vogliamo sfruttare questo slancio a lungo termine supportando la pratica di base per coinvolgere nello sport giocatori di tutte le età, abilità e background. Posso aggiungere che siamo in trattative con Emma Raducanu. Pensiamo che sarebbe un’ambasciatrice fantastica e sarebbe fantastico per la nostra partnership e per le nostre ambizioni nel tennis. Non c’è nulla di formale da annunciare, ma siamo in trattative. Sarà fantastico avere la connettività 5G a Wimbledon”.

Articolo a cura di Cipriano Colonna

Continua a leggere

Flash

Wimbledon più forte della pandemia: chiuso il 2021 con un utile di 44 milioni di sterline

Nonostante la capienza ridotta e l’aumento dei costi, i Champioships realizzano un attivo di poco inferiore a quello del 2019

Pubblicato

il

Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Negli ultimi due anni, gli organizzatori dei principali eventi del tour maschile e femminile hanno dovuto lottare contro le difficoltà di uno sport itinerante come il tennis nel contesto pandemico; protocolli anti-COVID, gestione delle bolle ed eventi a porte chiuse o con numero contingentato di spettatori hanno avuto un impatto per nulla banale sui bilanci.

Per questo motivo, sorprendono le notizie giunte dal Regno Unito in merito all’edizione 2021 di Wimbledon: le cifre comunicate ufficialmente ai membri dell’All England Club nel corso del mese di dicembre hanno infatti promosso a pieni voti i Championships, che hanno superato la pandemia senza accusare minimante il colpo o quasi.

Come riportato dal Daily Mail, Wimbledon ha chiuso il bilancio dell’evento, vinto dai numeri uno al mondo Djokovic (su Berrettini) e Barty, con un utile di 44 milioni di sterline, solo 6,8 milioni in meno rispetto a quanto dichiarava il conto economico del 2019, che si era chiuso con un surplus di 50,8 milioni. Questo incredibile risultato è stato ottenuto nonostante le ridotte presenze durante l’evento e il costo relativo alla prenotazione di un intero hotel nel centro di Londra. L’impatto principale sulle presenze degli spettatori si è realizzato nella prima settimana dell’evento. Infatti, la piena capienza degli impianti per i campi principali è stata ripristinata dai quarti in poi, quando le partite diminuiscono ed è più semplice gestire l’afflusso degli astanti.

 

Il torneo si era dimostrato più forte di ogni avversità già nel 2020, quando una lungimirante polizza assicurativa che copriva il rischio di una pandemia ha compensato il contraccolpo monetario derivante dalla cancellazione dell’evento.

La maggior parte dell’utile sarà destinato alla Lawn Tennis Association (LTA), l’ente governativo nazionale che gestisce il tennis nel Regno Unito. L’associazione beneficerà, inoltre, di un contributo governativo di circa 22 milioni di sterline a supporto dello sviluppo del tennis di base. Infatti, l’epico trionfo di Emma Raducanu agli US Open ha portato ad una crescente interesse verso il mondo del tennis. Da qui la scelta del governo di destinare dei fondi per il miglioramento delle strutture pubbliche.

Come riportato dal Direttore Ubaldo Scanagatta nei mesi scorsi, inoltre, l’All England Club ha messo in vendita 1250 biglietti del campo N.1 per i prossimi cinque anni. Ulteriori introiti che serviranno a finanziare l’espansione del club nel vicino campo da golf. Un altro boost alle finanze, infine, arriverà dalla cancellazione del Middle Sunday, che vedrà quindi il torneo svolgersi per quattordici giorni senza interruzioni e con meno sovrapposizioni televisive e più prime time.

Continua a leggere

Flash

Djokovic coglie l’attimo negli Slam ancora una volta

Pur perdendo il primo set della finale con Berrettini, Nole è riuscito ad eguagliare i 20 Slam di Federer e Nadal avvicinandosi ulteriormente al Grande Slam

Pubblicato

il

Novak Djokovic con il trofeo - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Stiamo esaurendo i superlativi per l’unico e solo Novak Djokovic. Per tutto l’anno ha continuato ad alzare il livello per conquistare i titoli più importanti. È stato del tutto trasparente riguardo ai suoi obiettivi ambiziosi, mettendosi completamente in gioco in tutti i Major nel tentativo di superare sia Roger Federer che Rafael Nadal nella storica corsa alla supremazia. Nella sua brillante carriera, Djokovic non è mai stato così maniacale nella ricerca dei record più grandi e duraturi del gioco come lo è in questo momento.

Questa forte concentrazione su ciò che ora conta di più per lui ha messo il serbo in una posizione invidiabile mentre si avvia nel cuore dell’estate. Dopo aver rimontato un energico Matteo Berrettini 6-7(4) 6-4 6-4 6-3 – il primo italiano ad apparire in una finale di singolare di Wimbledon – in una gara combattuta e ben giocata, Djokovic si è imposto come il primo uomo da quando Rod Laver ha vinto il Grande Slam 52 anni fa ad assicurarsi i primi tre Slam della stagione. Non è impresa da poco, perché Djokovic ha registrato questi trionfi sul cemento di Melbourne, sulla terra rossa del Roland Garros e sui prati dell’All England Club. La chiamano supremazia su tutte le superfici.

Con questa magnifica prima metà di 2021, Djokovic si è messo in ottima posizione. Alla fine, si trova sullo stesso piano di Federer e Nadal con 20 corone del Grande Slam. Per troppo tempo ha vissuto almeno un po’ all’ombra di quelle due figure luminose, ma Djokovic ha alterato incommensurabilmente il suo status e sta guadagnando il plauso e il riconoscimento che merita non solo dai suoi compagni di gioco, ma anche dal pubblico mondiale. A partire dalla sua vittoria a Wimbledon tre anni fa, la superstar serba ha conquistato otto degli ultimi dodici Major. Ha vinto 12 delle sue ultime 14 finali del Grande Slam da Wimbledon 2015, portando il suo record a 20-10 negli scontri che hanno definito la sua carriera.

 

A dire il vero, ha aumentato enormemente il suo patrimonio storico e ha dimostrato che la vita dopo i 30 anni in questo sport non è necessariamente un momento di fase calante per un atleta di punta. Da quando Djokovic ha compiuto 30 anni, il 15 maggio 2017, ha accumulato il maggior numero di Big Titles mai conquistati da un uomo nella storia di questo sport oltre quella soglia, portando il suo totale a otto Slam in virtù del suo sesto trionfo a Wimbledon. Chiaramente, Djokovic non sembra un trentaquattrenne né gioca come un trentaquattrenne; gareggia come un uomo vivace sulla trentina che raramente ha assaporato lo champagne nei luoghi di prestigio. La sua sete di successo a volte sembra inestinguibile. Dopo la vittoria su Berrettini, ha spiegato: “Ovviamente per me ora sta funzionando tutto. Mi sento come se negli ultimi due anni per me l’età sia diventata solo un numero. Non mi sento vecchio o cose del genere. Ovviamente devi adattarti alle fasi che attraversi nella tua carriera, ma sento di essere probabilmente più completo adesso di quanto sia stato nel corso di tutta la mia carriera”.

I critici più esigenti del gioco non possono che essere d’accordo. Djokovic sta servendo meglio di quanto abbia mai fatto, e la sua capacità di respingere le insidie dei suoi avversari e continuare a resistere ha raggiunto un nuovo livello. Ha perso il servizio solo sette volte in 23 set nelle due settimane a Wimbledon, salvando 26 break point su 33 nel processo. Ha vinto l’84% dei punti sulla prima di servizio e il 56% sulla seconda. Guardando i suoi sei anni trionfali a Wimbledon, i suoi numeri quest’anno al servizio sono probabilmente i migliori che abbia mai avuto. Solo una volta è stato breakkato di meno in un anno vincente ed è stato nel 2015, quando ha perso il servizio solo sei volte – la sua percentuale di punti vincenti sul primo servizio era però stata solo del 77% quell’anno. Inoltre, il suo istinto, il suo anticipo e le sue esecuzioni a rete sono significativamente cresciuti. Negli ultimi due turni di quest’anno contro i suoi avversari più duri (Denis Shapovalov e Matteo Berrettini), Djokovic è stato molto disciplinato nell’assicurarsi di tenere il servizio. Ha salvato 15 break point su 18 contro il canadese e l’italiano, perdendo il servizio solo tre volte in sette set. Questo è stato fondamentale per prendersi il titolo e mantenere vive le aspirazioni di Grande Slam.

Shapovalov ha giocato forse la sua partita più ispirata di sempre in un Major contro Djokovic. Certo, aveva fatto a pezzi il due volte campione Andy Murray e il sempre tenace Roberto Bautista Agut, sbaragliando entrambi in tre set. Il talentuoso mancino, estremamente pericoloso con entrambi i colpi da fondo, è entrato nel penultimo round con notevole fiducia dopo aver fermato Karen Khachanov in cinque set.

Ha iniziato il suo duello con Djokovic molto bene. Shapovalov ha servito per il primo set sul 5-4 ed è andato sul 30-30. Djokovic ha mostrato il suo incomparabile stile difensivo in quel momento cruciale. Completamente disteso sul lato destro e ben fuori dal campo, in qualche modo ha rimesso in gioco il diritto. Shapovalov probabilmente pensava di aver vinto il punto. Con Djokovic bloccato, ha spedito un dritto lungo. Djokovic si è ripreso e ha preso quel set al tie-break per 7-3. Per tutto il secondo set, Djokovic è stato in pericolo. Sotto 0-40 sull’1-2, ha tenuto. Sul 2-3, ha recuperato dal 15-40. Nel frattempo Shapovalov stava servendo in modo stupendo, tenendo sette volte il servizio a 0 nei primi due set. Ma Djokovic era risoluto e irremovibile, composto e sicuro di sé quando contava. Ha tenuto a 0 per il 5-5, ha breakkato il canadese a 30 per il 6-5 su un doppio fallo e ha tenuto a 15 per chiudere il set, vincendo 12 degli ultimi 15 punti del set. Sopravvissuto a due set terribilmente tesi, Djokovic ha affrontato qualche difficoltà in più con onore all’inizio del terzo, tenendo da 15-40 e salvando tre break point per evitare il 2-0. Alla fine ha breakkato sul 5-5 e ha servito per il match tenendo a 0 e vincendo 7-6 (3), 7-5, 7-5 in uno showdown in straight sets.

Chiamatelo opportunista. Classificatelo come il miglior match player che supera il miglior shotmaker. Guardatela come volete. Ma la realtà è che, quando le fiches erano sul tavolo, Djokovic non si è fatto trovare impreparato. Sapeva come ottenere il massimo da sé stesso quando la posta in gioco era più alta.

Parlando dopo la finale, Djokovic ha messo in prospettiva ciò che aveva fatto a Wimbledon e come se l’è cavata così meritatamente alla fine. Alla domanda su cosa sia migliorato di più nel tempo, ha risposto: “Tutte le aree ad essere onesti. Sento che da 15 anni fa ad oggi il viaggio che ho fatto è stato molto gratificante per ogni segmento del mio gioco. Ed è anche la mia forza mentale, l’esperienza, capire come far fronte alla pressione nei grandi momenti e come essere un giocatore tosto quando conta di più. Questo è probabilmente il mio miglioramento più grande negli ultimi 15 anni: la capacità di far fronte alla pressione”. Elaborando su questo tema, ha aggiunto: “Più giochi le grandi partite, più esperienza hai. Più esperienza hai, più credi in te stesso. Più vinci, più sei sicuro di te. È tutto collegato“.

Quando Djokovic ha sconfitto il venticinquenne Berrettini per il suo terzo titolo consecutivo, ha messo in pratica ciò che stava predicando in conferenza stampa. Ancora una volta, ha tirato fuori il suo meglio quando ne aveva bisogno e ha superato la sua evidente apprensione iniziale. Il trentaquattrenne era chiaramente fin troppo consapevole inizialmente dell’immensità dell’occasione. Ha servito due doppi falli sulla strada per un deficit di 30-40 nel game di apertura della partita, ma si è salvato per il rotto della cuffia. Ha servito un altro doppio fallo per lo 0-30 nel terzo game, ma è riuscito a vincere i successivi quattro punti per raggiungere il 2-1. Dopo questo inizio incerto, Djokovic è sembrato distendersi, mentre Berrettini era chiaramente sopraffatto dalle dimensioni dell’occasione. Djokovic ha raggiunto il 5-2 e poi ha spinto il suo avversario a non meno di otto parità nel game successivo. Djokovic ha avuto un set point ma in qualche modo Berrettini ha tenuto. Servendo per il set sul 5-3, i nervi di Djokovic sono riaffiorati. È andato 30-15 quando Berrettini – giostrando molto più liberamente ora – ha spazzolato la riga laterale con un diritto inside out vincente. La pallina è stata chiamata fuori ma la chiamata di Occhio di Falco è andata a favore dell’italiano. Djokovic ha ottenuto la parità ma l’italiano ha approfittato di un approccio errato di diritto del serbo e poi ha tirato un dritto vincente lungolinea su un colpo angolato di Djokovic.

Improbabilmente, Berrettini, così teso all’inizio, ha preso a muoversi molto più rapidamente e a sbracciare da entrambi i lati con molta più convinzione. Quel set è stato risolto al tie-break, dove Berrettini ha raccolto quattro degli ultimi cinque punti dal 3-3 per prevalere 7-4. Berrettini ha concluso in modo impressionante leggendo un drop shot di rovescio di Djokovic in anticipo e correndo in avanti per un dritto lungolinea imprendibile prima di servire a 138 miglia orarie all’incrocio delle righe. È stata una svolta clamorosa perché Berrettini ha trovato il suo raggio d’azione e Djokovic è sembrato ancora una volta troppo consapevole delle implicazioni storiche del confronto. Quando Berrettini è salito sul 40-15 nel primo game del secondo set, sembrava cavalcare le onde dell’inerzia. Ma Djokovic ha fatto la sua mossa, rendendosi conto di quanto fosse importante riportare la partita nelle sue mani e creare più dubbi in Berrettini. Djokovic ha fatto proprio questo. Sul 40-15 per il suo avversario, ha tirato una risposta profonda per impostare un colpo vincente col dropshot incrociato di rovescio, quindi ha tirato un dritto incrociato molto profondo per forzare un errore di Berrettini. Ormai fuori dalla sua zona di comfort, Berrettini ha tirato in rete un rovescio lungolinea. Sul break point a sfavore, Berrettini ha tentato un dropshot di rovescio incrociato che Djokovic ha facilmente anticipato. È avanzato con celerità, ha colpito il rovescio lungolinea e, pronto per il passante di Berrettini, ha tirato una volée di diritto lungolinea vincente.

Era proprio la scossa di cui Djokovic aveva bisogno. È salito in vantaggio per 4-0 e 5-1 prima che l’italiano si assicurasse tre game di fila, salvandosi in qualche modo dallo 0-40 e dal triplo set point a sfavore nel nono gioco. Ma, servendo per il set una seconda volta, Djokovic è rimasto totalmente concentrato e in controllo assoluto. Ha servito esterno per aprire il campo ad un vincente di rovescio incrociato, ha tirato un ace centrale, ha servito di nuovo esterno sulla parità per forzare un errore in risposta e ha scagliato un fantastico secondo servizio centrale a 106 miglia orarie per forzare un’altra risposta errata di Berrettini. Con quel game a 0, Djokovic è tornato a un set pari.

Il serbo ha poi continuato a spingere. Berrettini ha aperto con un ace il terzo game del terzo set. Sul 30-40, Djokovic ha beneficiato di un errore di rovescio tagliato dall’italiano per ottenere l’unico break di cui avrebbe avuto bisogno per prevalere in quel set. Il game cruciale è stato quando Djokovic ha servito sul 3-2 e si è trovato indietro 15-40. Si è fatto avanti per una demi-volée di rovescio lungolinea e Berrettini ha sbagliato un passante di diritto lungolinea sotto pressione. Sul 30-40 Djokovic ha giocato un approccio di dritto sulla linea e Berrettini ha sbagliato un altro passante, questo di rovescio lungolinea in rete. Djokovic ha tenuto da lì con un servizio slice esterno e un ace all’incrocio delle righe, andando in sicurezza sul 4-2. Servendo per quel terzo set sul 5-4, Djokovic è stato disciplinato e determinato. Ha fatto una bella demi-volée di diritto angolata con un tocco delizioso vincente per raggiungere il 40-15, e ha tenuto a 30 quando Berrettini ha messo in corridoio un dritto incrociato.

Passato in vantaggio di 2 set a 1, non si è guardato indietro. Ma c’è stato un altro momento critico in cui ha dovuto affermare la sua autorità e impedire a Berrettini di ritrovare incoraggiamento e trovare ispirazione. Djokovic ha servito sul 2-3, 0-30 nel quarto set. Quello era sicuramente uno snodo fondamentale, ma lui era assolutamente composto. Ha scagliato una prima di servizio profonda sul dritto di Berrettini e la risposta è volata lunga: 15-30. Poi il numero uno del mondo ha dimostrato proprio di essere il giocatore migliore al mondo: Berrettini ha prodotto un rovescio tagliente lungolinea che Djokovic in qualche modo ha tirato su col diritto. Berrettini ha tirato un dritto inside out, e Djokovic si è lanciato a tutta velocità per giocare il rovescio. Berrettini ha giocato il drop shot, ma Djokovic è entrato in modo elegante e ha tirato un passante di diritto incrociato per un vincente sbalorditivo.

Quel vincente ha dato a Djokovic una spinta incalcolabile. Ha vinto i due punti successivi per il 3-3, e nel settimo gioco aveva ancora un po’ più di magia nel suo arsenale. Ha raggiunto il 15-30 con uno splendido dritto in avvicinamento che ha portato ad una drop volley vincente di rovescio eseguita in modo impeccabile. Dopo che Berrettini ha raggiunto il 30-30, Djokovic ha spostato il suo avversario da una parte all’altra con precisione chirurgica e poi ha scatenato un dritto vincente incrociato che è atterrato all’interno della linea di servizio. Forse scosso, Berrettini ha commesso un doppio fallo sul break point e Djokovic ha intuito che la fine era vicina.

Servendo sul 30-30 nell’ottavo gioco, Djokovic ha scagliato un vincente di diritto incrociato e poi ha sfidato Berrettini sulla diagonale del dritto; 5-3 Djokovic. Ora la testa di serie n. 7 era chiamata a servire per rimanere in partita, ma Djokovic stava facendo valere ogni risposta e battendo Berrettini dalla linea di fondo. Sebbene Berrettini abbia coraggiosamente salvato due match point con una drop volley vincente di dritto e un dritto esplosivo lungolinea vincente dalla linea di fondo, non è riuscito a sfuggire all’inevitabile. Berrettini ha commesso un errore di dritto per finire a match point per la terza volta e poi ha messo un ultimo rovescio in rete. Il trionfo di Djokovic per 6-7(4) 6-4 6-4 6-3 è stato duramente guadagnato. Sorprendentemente, ha breakkato uno dei migliori servitori del circuito sei volte nel corso di quattro set.

Nelle sue sei partite verso la finale, l’italiano era stato breakkato un totale di cinque volte. Djokovic ha conquistato 34 punti su 48 quando si è avvicinato alla rete mentre Berrettini ne ha vinti 24 su 39, quindi la percentuale del serbo è stata decisamente migliore. Sebbene Berrettini abbia fatto 57 vincenti e Djokovic solo 31, questo è stato più che bilanciato dal fatto che la prima testa di serie ha commesso solo 21 errori non forzati, 27 in meno del più avventuroso Berrettini. Djokovic — che è diventato il primo uomo dopo Pete Sampras nel 1993 a perdere il suo primo set del torneo e andare a vincere il titolo — ha detto dopo la finale che sentiva di essere stato un po’ sulla difensiva e ha ammesso di essersi sentito teso all’inizio del match, ma resta il fatto che ha svolto il lavoro con precisione e professionalità. Sapeva cosa c’era in gioco e ha giocato di conseguenza. Cosa più impressionante di tutte, non ha trasformato la perdita del primo set in un aspetto negativo, decidendo che era ora di lasciar andare la tensione e iniziare a giocare di più alle sue condizioni.

E così Djokovic ora è proprio dove vuole essere, vicino al Grande Slam. Si sta spingendo fino in fondo per realizzare i suoi più grandi obiettivi e sta usando tutta la sua esperienza insieme al suo fisico straordinariamente resistente per soddisfare le esigenze del tennis di oggi. Solo quattro uomini in precedenza nella storia del gioco hanno vinto i primi tre Major della stagione. L’australiano Jack Crawford fu il primo nel 1933, ma perse una finale di cinque set ai Campionati degli Stati Uniti contro Fred Perry. Cinque anni dopo, Don Budge concluse il Grande Slam a New York. Nel 1956, il dinamico australiano Lew Hoad ne vinse tre di fila e mancava un match al Grande Slam prima che il suo connazionale Ken Rosewall lo fermasse a Forest Hills in finale.

Nel 1962 e nel 1969 Rod Laver li vinse tutti e conquistò due Grandi Slam. Nel 1978-1980 Bjorn Borg vinse i primi due Major della stagione [Roland Garros e Wimbledon, perché l’Australian Open si giocava a fine anno, ndr] e venne allo US Open sperando di mantenere vive le sue speranze del Grande Slam, ma perse nelle finali del 1978 e 1980 rispettivamente contro Jimmy Connors e John McEnroe, venendo invece battuto nei quarti di finale del 1979 da Roscoe Tanner. A quei tempi, l’Australian Open era l’ultimo invece che il primo Major della stagione, quindi Borg sarebbe senza dubbio andato a Melbourne se non avesse perso nelle due finali dello US Open.

Ora Djokovic si è affermato come il primo uomo dopo Laver nel 1969 a venire a New York in cerca del Grande Slam, e molti addetti ai lavori si aspettano che lo raggiunga. Sei anni fa, Serena Williams era in una posizione di comando simile mentre si avvicinava all’Open con tre Major in mano, ma perse in semifinale contro Roberta Vinci. Djokovic a mio avviso dovrebbe avere e avrà successo sul cemento allo US Open. È un Major dove ha avuto molta sfortuna. Il serbo è stato sconfitto in cinque delle sue otto finali, due volte contro Nadal (2010 e 2013), una volta contro Federer (2007), una volta in cinque set contro Andy Murray (2012) e una volta contro Stan Wawrinka nel 2016. Considerando che Djokovic ha vinto nove titoli all’Australian Open e non ha mai perso una finale “Down Under”, cresce la sensazione che dovrebbe avere un titolo di New York quest’anno. Dopotutto è stato probabilmente il miglior giocatore sul cemento dell’Era Open. Ora però merita un po’ di tempo per assaporare il suo sesto titolo di singolare a Wimbledon e il suo ottantacinquesimo in carriera.

La mia opinione è che Djokovic non dovrebbe giocare le Olimpiadi di Tokyo perché ha bisogno di tempo per riprendersi dalle fatiche del Roland Garros e di Wimbledon. Vuole eguagliare l’incredibile impresa di Steffi Graf del 1988 di un “Golden Slam” ma l’idea è che un viaggio a Tokyo (vincente o perdente) potrebbe costargli il titolo a Flushing Meadows. Ha detto dopo aver battuto Berrettini a Londra che la sua partecipazione a Tokyo è 50-50. Sarebbe molto meglio che non andasse in Giappone così presto dopo Wimbledon (è giunta proprio in questa ore la conferma che Nole sarà invece regolarmente in campo alle Olimpiadi, ndr).

Ma Djokovic si spingerà sempre verso le vette perché questo è semplicemente chi è, cosa vuole e come opera. È un campione in tutto e per tutto, un concorrente supremo che prospera sotto un’intensa pressione come nessun altro individuo, ed è un uomo che non dà nulla per scontato. Come ha detto dopo il suo trionfo su Berrettini, “è davvero una fortuna per me ed è incredibile che tutto questo stia capitando nello stesso anno. Questo è qualcosa che non mi aspettavo, ma sogno sempre di raggiungere i record più grandi del nostro sport”.

Traduzione a cura di Andrea Ferrero

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement