Perché Matteo Berrettini ispira tanta fiducia

Una questione di “testa”. Il romano ha qualità non comuni. Non solo tecniche. Non ha perso un set né un servizio su 38. Bautista Agut è favorito. Matteo fa sognare come Panatta?

Perché Matteo Berrettini ispira tanta fiducia
Matteo Berrettini - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Tutti oggi parlano e chiedono di Matteo Berrettini, delle sue potenzialità, ora che a 22 anni e 3 mesi ha raggiunto la finale di Gstaad senza cedere un set, lasciando sei games ai due avversari dei primi due turni (e uno era Rublev…), sette games a un vecchio volpone come Feliciano Lopez, dieci a questo Zopp che di servizio e dritto tirava gran randellate. Zopp è stato l’unico a trascinarlo a un long set, nessuno degli altri tre è arrivato a 5 game in alcun set. Ha tenuto 38 servizi senza perderne uno! Matteo gioca la sua prima finale da sfavorito contro Bautista Agut (n.17 ATP) anche se lo spagnolo ha dovuto lottare 2 ore e 41 minuti per aver ragione di Djere e sarà presumibilmente un po’ più stanchino. Ma resta mille volte più esperto: per lui è la finale n.15, ne ha vinte 7, e due quest’anno. C’è una bella differenza.

Voglio scrivere quel che penso prima di una finale molto ma molto difficile, non una mission impossible ma quasi. Dalla prima volta che ho visto Matteo Berrettini sul campo, e che l’ho poi incontrato, ne ho avuto un’ottima impressione. Come tennista e come persona. Attenzione: non sempre le due cose vanno insieme. Non sempre, poi, un giocatore è attorniato dalle persone giuste, familiari, allenatori, amici, insomma da un ambiente sano. Ne ho visti tanti nella mia vita e di tutti i tipi. Ho conosciuto tantissimi giocatori italiani in giovanissima età e considerati grandi “speranze “ – oggi si direbbe prospect – che però partivano con uno o più handicap. Il tennis è sport talmente completo che gli handicap cui alludo possono essere davvero tanti, molteplici. Li citerò poi in ordine sparso, sicuro di dimenticarne alcuni. Ma il primo requisito a mio avviso essenziale per diventare campioni è uno (e come vedremo ipercomplesso): la testa.

 

Per testa intendo infatti tanti aspetti combinati, molto difficili da possedere in ampiezza: cervello, intelligenza e astuzia, equilibrio, maturità, senso tattico, saldezza di nervi, solidità mentale, disciplina, educazione in senso lato (implica capacità di reazione a momenti e situazioni difficili dentro e fuori del campo), cultura (dello sport, della vita, del gioco, degli avversari, di se stessi, dei luoghi e delle superfici dove si compete, dei materiali tecnici propri e altrui), umiltà e ambizione ben integrati, personalità, umanità (anch’essa in senso lato), determinazione, spirito di sacrificio, volontà, costanza, pazienza, coscienza, senso psicologico, fantasia, estro, immaginazione, concretezza, la capacità di fare le scelte più giuste dentro e fuori dal campo, come nella selezione delle persone (tecnici e non) cui accompagnarsi.

Poi, dopo la testa, sono indispensabili – qui in ordine sparso davvero – il fisico oggi sempre più necessario rispetto agli albori di questo sport quando il puro talento poteva imporsi anche senza grande robustezza, resistenza e superallenamenti, la tecnica dei singoli colpi e la loro varietà, l’agilità, la rapidità, la reattività, l’ambiente in cui si cresce, il talento naturale che per solito affiora precocemente. La precocità, su cui si innesta tutto il resto quando c’è, è una caratteristica comune a tutti i veri campioni. Non ricordo un campionissimo che sia sbocciato a 27 anni.

Sono partito alla lontana per dire che Berrettini secondo me ha quasi tutto quel che io ho messo nella mia … allargata definizione di “testa”. Ha forse un po’ meno del resto, cioè per alcuni settori, quindi “testa” esclusa. Ma è ancora un giocatore in fase di crescita. Tant’è che è migliorato ultimamente tantissimo nel rovescio, sta crescendo un po’ più lentamente nel gioco a rete e nella propensione ad andarci, ma ha un servizio che forse nessun tennista italiano ha più sfoderato dai tempi di Panatta (per la sua epoca), di Camporese (per la sua). È un servizio efficacissimo che gioca con grande sicurezza e con ottime percentuali di prime palle. E con una seconda notevolissima. Quella che pochissimi italiani purtroppo, quasi tutti eh (Fognini, Seppi, Lorenzi, Volandri, Furlan, Gaudenzi, Pozzi, Sanguinetti, Caratti, Ocleppo…quelli che mi vengono in mente in primis) hanno posseduto.

Ha poi un dritto che, di nuovo, vale quello di Camporese. Una sensibilità nel braccio non male quando decide di giocare la smorzata anche in condizioni psicologiche decisamente difficili. Assolutamente decisiva con Zopp sia quando ha annullato una pallabreak nel primo set, sul 4-5 30-40 sia quando ha trasformato il matchpoint. Anche se non ha il braccio, né l’agilità di Fognini, saperla sfruttare in momenti importanti e senza tremare è una gran bella qualità. Molti hanno scritto: era dai tempi di Panatta che non avevamo un “prospect” come Berrettini. Esagerano? Vedremo. Io un po’ ci credo, anche se il suo tipo di tennis non è così estroso, brillante e imprevedibile da farmi davvero godere… Ma a farmi godere sono stati in pochi, Laver, Rosewall, Hoad, McEnroe più di Lendl, Panatta più di Barazzutti, Agassi più di Sampras, Becker più di Edberg, Federer e Nadal più di Djokovic…

Da n.84 Matteo salirà come minimo a n.67, suo best ranking, ma arriverebbe a ridosso dei top 50 – n.51? – se vincesse anche oggi. Se non vince oggi entrerà comunque fra i top50 e anche fra i top 30 fra poco. Poi si vedrà. Fognini, Seppi e Lorenzi non erano saliti così giovani così in alto. Omar Camporese (il cui best ranking sarebbe poi stato n.18)e Filippo Volandri (best ranking n.25) sì. Ma con la “testa”, il servizio, il dritto, l’attitudine che ha, insieme a una discreta agilità in rapporto ai 193 cm di altezza, Matteo sembra avere – almeno secondo me oggi come oggi – le qualità per salire più in alto di loro.

Per un giocatore così giovane che non aveva mai vinto un match nel circuito maggiore ATP questo 2018 è già un anno da incorniciare. Un sacco di prime volte. A gennaio prima vittoria (Doha) in tabellone e ottavi centrati partendo dalle “quali”. Poi primo ingresso (da lucky loser) in uno Slam (Australia). Primo Masters 1000 a Roma e secondo turno. Primo superamento di due turni in uno Slam a Parigi dove strappa un set al futuro finalista Thiem. A Wimbledon prima testa di serie battuta in uno Slam, Sock, cui rimonta un handicap di 2 set e vince il primo match al quinto. Ora la prima finale. Difficilissimo ma può farcela. Ha dimostrato di saper vincere anche quando aveva tutto da perdere, in finale ha il vantaggio di non aver invece nulla da perdere. Ma se anche non ce la facesse, io credo che su Berrettini il tennis italiano può contare in termini inusuali per noi.

Voglio chiudere qui copiando un commento di un lettore, presumo fosse una lettrice (non ricordo) che ha scritto: “Questo ragazzo è alto e serve come un australiano, ha il dritto di un americano, il dropshot di velluto e la fantasia per usarlo di un italiano, e ogni tanto tira vincenti anche di rovescio! In più sembra avere la testa sulle spalle, articola concetti sensati nelle interviste e pare che sia anche spiritoso….. Ed è pure belloccio!!! Io non ricordo un prospect italiano così dai tempi di Adriano , speriamo che i soldi di quest’anno non lo guastino, ma intanto FORZA BERRETTO!!!”.

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