Perché Matteo Berrettini ispira tanta fiducia

Editoriali del Direttore

Perché Matteo Berrettini ispira tanta fiducia

Una questione di “testa”. Il romano ha qualità non comuni. Non solo tecniche. Non ha perso un set né un servizio su 38. Bautista Agut è favorito. Matteo fa sognare come Panatta?

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Tutti oggi parlano e chiedono di Matteo Berrettini, delle sue potenzialità, ora che a 22 anni e 3 mesi ha raggiunto la finale di Gstaad senza cedere un set, lasciando sei games ai due avversari dei primi due turni (e uno era Rublev…), sette games a un vecchio volpone come Feliciano Lopez, dieci a questo Zopp che di servizio e dritto tirava gran randellate. Zopp è stato l’unico a trascinarlo a un long set, nessuno degli altri tre è arrivato a 5 game in alcun set. Ha tenuto 38 servizi senza perderne uno! Matteo gioca la sua prima finale da sfavorito contro Bautista Agut (n.17 ATP) anche se lo spagnolo ha dovuto lottare 2 ore e 41 minuti per aver ragione di Djere e sarà presumibilmente un po’ più stanchino. Ma resta mille volte più esperto: per lui è la finale n.15, ne ha vinte 7, e due quest’anno. C’è una bella differenza.

Voglio scrivere quel che penso prima di una finale molto ma molto difficile, non una mission impossible ma quasi. Dalla prima volta che ho visto Matteo Berrettini sul campo, e che l’ho poi incontrato, ne ho avuto un’ottima impressione. Come tennista e come persona. Attenzione: non sempre le due cose vanno insieme. Non sempre, poi, un giocatore è attorniato dalle persone giuste, familiari, allenatori, amici, insomma da un ambiente sano. Ne ho visti tanti nella mia vita e di tutti i tipi. Ho conosciuto tantissimi giocatori italiani in giovanissima età e considerati grandi “speranze “ – oggi si direbbe prospect – che però partivano con uno o più handicap. Il tennis è sport talmente completo che gli handicap cui alludo possono essere davvero tanti, molteplici. Li citerò poi in ordine sparso, sicuro di dimenticarne alcuni. Ma il primo requisito a mio avviso essenziale per diventare campioni è uno (e come vedremo ipercomplesso): la testa.

Per testa intendo infatti tanti aspetti combinati, molto difficili da possedere in ampiezza: cervello, intelligenza e astuzia, equilibrio, maturità, senso tattico, saldezza di nervi, solidità mentale, disciplina, educazione in senso lato (implica capacità di reazione a momenti e situazioni difficili dentro e fuori del campo), cultura (dello sport, della vita, del gioco, degli avversari, di se stessi, dei luoghi e delle superfici dove si compete, dei materiali tecnici propri e altrui), umiltà e ambizione ben integrati, personalità, umanità (anch’essa in senso lato), determinazione, spirito di sacrificio, volontà, costanza, pazienza, coscienza, senso psicologico, fantasia, estro, immaginazione, concretezza, la capacità di fare le scelte più giuste dentro e fuori dal campo, come nella selezione delle persone (tecnici e non) cui accompagnarsi.

 

Poi, dopo la testa, sono indispensabili – qui in ordine sparso davvero – il fisico oggi sempre più necessario rispetto agli albori di questo sport quando il puro talento poteva imporsi anche senza grande robustezza, resistenza e superallenamenti, la tecnica dei singoli colpi e la loro varietà, l’agilità, la rapidità, la reattività, l’ambiente in cui si cresce, il talento naturale che per solito affiora precocemente. La precocità, su cui si innesta tutto il resto quando c’è, è una caratteristica comune a tutti i veri campioni. Non ricordo un campionissimo che sia sbocciato a 27 anni.

Sono partito alla lontana per dire che Berrettini secondo me ha quasi tutto quel che io ho messo nella mia … allargata definizione di “testa”. Ha forse un po’ meno del resto, cioè per alcuni settori, quindi “testa” esclusa. Ma è ancora un giocatore in fase di crescita. Tant’è che è migliorato ultimamente tantissimo nel rovescio, sta crescendo un po’ più lentamente nel gioco a rete e nella propensione ad andarci, ma ha un servizio che forse nessun tennista italiano ha più sfoderato dai tempi di Panatta (per la sua epoca), di Camporese (per la sua). È un servizio efficacissimo che gioca con grande sicurezza e con ottime percentuali di prime palle. E con una seconda notevolissima. Quella che pochissimi italiani purtroppo, quasi tutti eh (Fognini, Seppi, Lorenzi, Volandri, Furlan, Gaudenzi, Pozzi, Sanguinetti, Caratti, Ocleppo…quelli che mi vengono in mente in primis) hanno posseduto.

Ha poi un dritto che, di nuovo, vale quello di Camporese. Una sensibilità nel braccio non male quando decide di giocare la smorzata anche in condizioni psicologiche decisamente difficili. Assolutamente decisiva con Zopp sia quando ha annullato una pallabreak nel primo set, sul 4-5 30-40 sia quando ha trasformato il matchpoint. Anche se non ha il braccio, né l’agilità di Fognini, saperla sfruttare in momenti importanti e senza tremare è una gran bella qualità. Molti hanno scritto: era dai tempi di Panatta che non avevamo un “prospect” come Berrettini. Esagerano? Vedremo. Io un po’ ci credo, anche se il suo tipo di tennis non è così estroso, brillante e imprevedibile da farmi davvero godere… Ma a farmi godere sono stati in pochi, Laver, Rosewall, Hoad, McEnroe più di Lendl, Panatta più di Barazzutti, Agassi più di Sampras, Becker più di Edberg, Federer e Nadal più di Djokovic…

Da n.84 Matteo salirà come minimo a n.67, suo best ranking, ma arriverebbe a ridosso dei top 50 – n.51? – se vincesse anche oggi. Se non vince oggi entrerà comunque fra i top50 e anche fra i top 30 fra poco. Poi si vedrà. Fognini, Seppi e Lorenzi non erano saliti così giovani così in alto. Omar Camporese (il cui best ranking sarebbe poi stato n.18)e Filippo Volandri (best ranking n.25) sì. Ma con la “testa”, il servizio, il dritto, l’attitudine che ha, insieme a una discreta agilità in rapporto ai 193 cm di altezza, Matteo sembra avere – almeno secondo me oggi come oggi – le qualità per salire più in alto di loro.

Per un giocatore così giovane che non aveva mai vinto un match nel circuito maggiore ATP questo 2018 è già un anno da incorniciare. Un sacco di prime volte. A gennaio prima vittoria (Doha) in tabellone e ottavi centrati partendo dalle “quali”. Poi primo ingresso (da lucky loser) in uno Slam (Australia). Primo Masters 1000 a Roma e secondo turno. Primo superamento di due turni in uno Slam a Parigi dove strappa un set al futuro finalista Thiem. A Wimbledon prima testa di serie battuta in uno Slam, Sock, cui rimonta un handicap di 2 set e vince il primo match al quinto. Ora la prima finale. Difficilissimo ma può farcela. Ha dimostrato di saper vincere anche quando aveva tutto da perdere, in finale ha il vantaggio di non aver invece nulla da perdere. Ma se anche non ce la facesse, io credo che su Berrettini il tennis italiano può contare in termini inusuali per noi.

Voglio chiudere qui copiando un commento di un lettore, presumo fosse una lettrice (non ricordo) che ha scritto: “Questo ragazzo è alto e serve come un australiano, ha il dritto di un americano, il dropshot di velluto e la fantasia per usarlo di un italiano, e ogni tanto tira vincenti anche di rovescio! In più sembra avere la testa sulle spalle, articola concetti sensati nelle interviste e pare che sia anche spiritoso….. Ed è pure belloccio!!! Io non ricordo un prospect italiano così dai tempi di Adriano , speriamo che i soldi di quest’anno non lo guastino, ma intanto FORZA BERRETTO!!!”.

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Editoriali del Direttore

In sette sono ancora in corsa. Federer-Djokovic è il clou. La brutta tentazione di Tsitsipas

Solo Matteo Berrettini contro il ‘salvo’ Thiem è fuori dai giochi, ma ha un obiettivo che non è economico. Nadal, che tifa per la rivincita di Federer, anche perdendo può diventare n.1 a fine anno se… E se chiudesse il gruppo al primo posto? Che vigliacco quel Lendl! Parola di Connors

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori che avendomi inondato di commenti, negativi e non, quasi un migliaio fra sito e vari social, meritano il rispetto di un mio aggiornamento anche se nei confronti di chi ha espresso apprezzamenti (o dovrei dire… disprezzamenti?) pesanti, tipici di questa civiltà (???davvero lo è) del web, non sarei tenuto, né ne avrei troppa voglia. C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto di entrambi – in particolare in questo episodio – per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Qualunque cosa abbia scritto qualcuno, c’è sempre stata anche notevole simpatia.

Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti, carini e meno carini, per la partecipazione. Un ultimo commento però mi sia concesso: a chi la cosa non interessava, ma si è lamentato per l’eccessivo risalto, poteva serenamente non leggerla, anziché scrivere che non avrei dovuto scrivere questo o quell’altro. La libertà del web è leggere quel che si vuole. Noi su Ubitennis si scrivono oltre 6.000 articoli l’anno. Leggete quel che vi piace, che vi interessa, gli autori che preferite ignorando quelli che non amate. E se un argomento a vostro avviso ha preso troppo spazio, è stato trattato male, cosa c’è di più semplice che il saltarlo a piè pari? È indolore, per chi lo salta, e per chi l’ha scritto. Si sta tutti meglio.

E se Tsitsipas facesse i calcoli che fece Ivan Lendl nel…La quarta giornata del Masters ha contraddetto alcune indicazioni della seconda, in merito alla forma di Nadal e Zverev, in positivo e in negativo. Il primo era apparso in pessima condizione con lo stesso Zverev, il secondo aveva bene impressionato riuscendo a dominare lo spagnolo da cui aveva perso cinque volte su cinque. Zverev non è però sembrato essere troppo preoccupato per la secca sconfitta patita con Tsitsipas (che invece si è confermato alla grande, tanto che parecchi qui lo considerano addirittura favorito del torneo e sarei curioso di vedere le quote dei bookmakers a questo punto): “Anche l’anno scorso vinsi il primo match, persi il secondo, vinsi il terzo e poi ho vinto il torneo” ha detto il biondo tedesco con il sorriso di chi sa il fatto suo.

Se però lui perdesse con Medveded in due set e Tsitsipas battesse Nadal, il campione di un anno fa andrebbe a casa insieme a Nadal e i due qualificati sarebbero Tsitsipas da n.1 e Medvedv da n.2: questa sarebbe la sola ipotesi in cui Medvedev raggiungerebbe le semifinali. Certo poteva aver compiuto un passo decisivo ieri, se non si fosse fatto rimontare da Nadal.

 
ATP Finals, gli scenari del Gruppo Agassi (fonte @ATP)

Già, Nadal, sette vite come i gatti… beh, le sue chance parevano finite quando si è trovato sotto 5-1 e matchpoint con Medvedev, che era passato a condurre già anche 4-0 avanti nel set decisivo. Con due sconfitte sul groppone nel round robin, l’eliminazione di Rafa sarebbe stata quasi scontata e il trono ATP di fine anno sarebbe apparso assai traballante. Ora invece su quello potrà sedersi proprio lui, a meno che Djokovic, dopo aver battuto Federer stasera, vinca anche il torneo per il sesto anno. Inutile dire che Rafa stasera tiferà per il suo amico Federer (forse lo avrebbe fatto anche a prescindere… il suo rapporto con Roger è più genuino che quello con Nole).

Inoltre Rafa potrebbe addirittura finire al primo posto nel suo gruppoqui l’articolo che contempla tutti i possibili scenari suggeriti da questa formula che ha sempre schifato Rino Tommasi, fautore del tennis tradizionale che prevede le valigie e il ritorno a casa per chiunque perda – se Medvedev superasse Zverev e lui approfittasse di un Tsitsipas che è comunque già sicuro di un posto in semifinale e cui forse potrebbe quasi convenire perdere!

Per carità, a Tsitsipas non gli passerà magari nemmeno per l’anticamera del cervello – ieri sera a una mia domanda che gli chiedeva se… fosse forte in aritmetica, il buon Stefanos ha dimostrato di avere idee assai confuse sulle possibili evoluzioni (spero che troviate il video perché è stata una scena spassosa) – ma se perdesse con Nadal il ragazzone greco chiuderebbe il suo round robin al secondo posto nel gruppo Agassi con la certezza di affrontare in semifinale il primo del gruppo Borg che sappiamo già essere Thiem. Evitando di dover giocare contro chi vincerà il match clou di oggi, in serata: cioè Federer oppure Djokovic, la rivincita del match dell’anno, la finale di Wimbledon con quei due matchpoint mancati da Federer il cui ricordo sveglia ancora nel pieno della notte Roger e i suoi innumerevoli tifosi. Un vero incubo. Djokovic conduce la danza, 26 vittorie a 22, prima della sfida numero 49.

Il Thiem visto l’altra sera in grandissimo spolvero contro Djokovic farebbe paura a chiunque (perfino a Berrettini, eh eh, che lo affronta oggi alle 15 italiane), ma Thiem sabato giocherà la sua primissima semifinale di un Masters, mentre Federer e Djokovic che questo torneo lo hanno vinto 6 e 5 volte, molte di più: Roger 15 se non erro, Novak 8. Un bel gap di esperienza. Voi chi preferireste incontrare qui: Thiem o uno fra Djokovic e Federer?

Video in inglese sugli scenari di qualificazione del Gruppo Agassi

Tanti anni fa ero al Madison Square Garden, nel gennaio 1981 per il Masters che valeva per il 1980, quando Jimmy Connors dette apertamente del vigliacco (“You are a chicken!”) a Ivan Lendl che praticamente perse senza lottare con lui per tutto il secondo set: 7-6 6-1. Come mai Lendl aveva mollato a quel modo? Sapeva che arrivando primo nel proprio girone avrebbe incontrato Bjorn Borg che era secondo dell’altro girone, invece arrivando secondo avrebbe incontrato il n.1 dell’altro gruppo (il blu) Gene Mayer, avversario assai più tenero anche se aveva battuto 6-0 6-3 un Borg svogliato perché già qualificato.

I cinici calcoli del ceco gli dettero ragione: in semifinale lui dominò 6-3 6-4 Mayer, mentre Connors perse in tre set da Borg che poi nella finale tre set su cinque avrebbe dato tre set a zero a Lendl. Quella non fu l’unica vicenda assolutamente deprecabile del Masters, che infatti cambiò mille volte la successione degli incontri che si prestavano, se non a combine, a duelli lottati con diverse motivazioni agonistiche dai protagonisti. Furono tante le polemiche che dall’82 all’85 fu abbandonata, con gran gioia dei puristi e di Tommasi, la formula dei due gironi all’italiana e si allargò la partecipazione a dodici giocatori. Otto giocavano un primo turno per qualificarsi per i quarti, dove erano attesi dai primi quattro giocatori delle classifiche mondiali che, usufruendo di un bye, stavano un turno avanti, già nei quarti.

Niente più rischi di match inutili – come sarà ad esempio anche il Thiem-Berrettini di oggi pomeriggio, quando si giocherà solo per il cospicuo premio, 215.000 dollari (circa 192.000 euro) -, ma eliminazioni dirette come da antica tradizione. Thiem è già primo comunque, dicevo, Berrettini ultimo comunque. Solo che così non si aveva più la garanzia di vedersi esibire almeno tre volte tutte le star. Per la vendita dei biglietti e per i diritti tv era molto più commerciale la logica dei due gironi, con tutti gli inconvenienti del caso. E dall’86 si tornò a quella formula che non è più stata abbandonata e che da allora costringe tutti a fare esercizi di pura ragioneria… che ho un po’ già accennato ma che qui vi risparmio.

Tornando a Berrettini-Thiem, il romano avrà una motivazione in più: quella di diventare il primo italiano a vincere un match al Masters in tre anni, 1975, 1978 e 2019, dopo otto sconfitte azzurre su otto, tre di Panatta e Barazzutti, due sue. In fondo, anche se il Thiem dell’altra sera è apparso ingiocabile, i precedenti lasciano supporre che ci possa essere equilibrio, soprattutto se Thiem non dovesse esser super motivato o magari timoroso di stancarsi troppo alla vigilia delle semifinali. Matteo perse in quattro set al Roland Garros del 2018, quando Thiem sarebbe poi giunto in finale, ci ha vinto a Shanghai, ci ha perso dopo aver vinto il primo set prima di un calo fisico evidente a Vienna. Insomma, se a Matteo dovesse funzionare il servizio (e il dritto) potrebbe esserci partita. Speriamo.

Intanto, giusto per dare un po’ di soddisfazione a chi si diverte a darmi del gossipparo (ognuno si diverte come può), segnalo che ha raggiunto Matteo dalla finale di Fed Cup persa in Australia con la Francia di Mladenovic e Garcia, la fidanzata Ajla Tomljanovic. Ieri i due, voglio proprio esagerare sperando di essere “copiato” da Novella 2000, sarebbero stati visti – udite udite – sul battello che congiunge la zona di Canary Whard a quella di Westminster. Sguinzagliati tutti i paparazzi del Regno Unito non impegnati al castello di Windsor.

Ajla Tomljanovic all’allenamento di Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Oggi, dopo la partita con Thiem, dovrei avere una intervista radiofonica one&one per Radio Sportiva con Matteo. Dite che dovrei chiedergli se ha intenzioni serie, e magari già di sposare la bella e simpatica Ajla, o lascio perdere perché stanno insieme da troppo poco tempo e non da 15 anni?

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Editoriali del Direttore

Due verdetti ci regalano un ‘quarto di finale’ tra Federer e Djokovic, sempre a Londra

Non va gettata la croce addosso a Berrettini per non aver saputo approfittare di un Federer non irresistibile. Thiem-Djokovic match straordinario e per l’austriaco è record

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Roger Federer - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto – in particolare in questo episodio – di entrambi per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti per la partecipazione.

Mentre io mi affannavo a leggere diverse centinaia di vostri commenti sul sito (e altrettanti su Facebook) a margine dell’episodio con Nadal – e ho dedicato un lungo commento in evidenza all’interno dell’articolo sulla vicendai primi due verdetti sono arrivati già dopo la terza giornata delle finali ATP. Dominic Thiem, match-winner su Djokovic della partita più bella di questo Masters, e forse anche dei Masters più recenti a mia memoria, è già in semifinale, è sicuro primo nel gruppo Borg. Così come purtroppo Matteo Berrettini, uscito con la testa molto più alta che non a Wimbledon contro Federer e tuttavia battuto, rischia fortemente di fare la stessa fine di Panatta e Barazzutti che non vinsero un match quando arrivarono a giocare il Masters di fine stagione.

Magari contro un Thiem un po’ meno motivato perché già in semifinale (per la prima volta, primo austriaco di sempre) e forse desideroso di risparmiare energie, Matteo potrebbe riuscire a cancellare la casella zero dopo otto partite azzurre ai tre Masters. Non è stato un Federer brillante quello che lo ha battuto, tuttavia va detto che lo svizzero – anche per le risposte deficitarie di Matteo – aveva perso soltanto cinque punti in sei turni di servizio nel primo set. E cinque sono rimasti anche dopo il tiebreak nel quale Matteo è stato tradito proprio dalle sue armi predilette, il dritto che ha sparacchiato fuori sull’1 pari, il doppio fallo che ha consentito a Roger di andarsi a giocare due servizi sul 5-2.

Matteo ha poi compromesso tutto cedendo la battuta a zero nel primo game del secondo set. Se non è un problema di esperienza questo, che cosa è? Così Roger ha potuto controllare agevolmente la partita fino a che sul 4-3 ha fatto quattro regali a Matteo e ha dovuto fronteggiare tre palle break, le sole conquistate nel match dal nostro. Se le è giocate maluccio, in particolare una. Federer gli ha battuto tutte e tre le volte sul dritto. E lui ci è arrivato male.

 
Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Nel ’75 Panatta aveva 25 anni, come Barazzutti nel ’78 (ma si giocò a gennaio ’79) e Matteo è due anni più giovane rispetto a loro. Come ha ricordato Federer: “Io 17 anni fa avevo un rovescio molto debole, credo che lo potrà certamente migliorare anche Berrettini”. Ne sono convinto anch’io. Il rovescio, l’ho scritto tante volte, si impara. L’hanno dimostrato Federer, come lo ha ricordato lui stesso, e anche Nadal. E, sempre come ha detto Roger, oggi chi ha un gran servizio e un gran dritto può fare molta strada.

L’ostacolo più difficile da sormontare, secondo me, sarà il “footwork”, come ha sottolineato e non a caso ancora Federer. Roger è sempre stato un atleta naturale straordinario, idem Nadal, idem Djokovic, idem Murray. Fab Four campioni di grande talento, indubbiamente, ma sarebbero stati fortemente vincenti (forse solo un pochino meno) anche se non si fossero ammazzati di lavoro in palestra. Invece Matteo, per via del suo metro e 96 che lo aiuta nel servizio ma non nel resto, dovrà sempre combattere per diventare anche reattivo nella risposta, agile negli spostamenti e nei cambi di direzione.

Il fatto che lui, Santopadre e Rianna sappiano che c’è ancora tanta strada da fare, aiuterà il suo sviluppo. Si sapeva che sarebbe stato il vaso di coccio fra tre vasi di ferro, che sarebbe stato uno stage di studio, d’esperienza. Ha fatto miracoli ad arrivare dove è arrivato, Federer stesso si è detto sorpreso di esserselo ritrovato di fronte al Masters. Chi ben comincia è a metà dell’opera… Appunto, Matteo è ancora a metà. Fra i primi 10 può resistere. Con gli over 30 probabilmente declinanti dovrà far di tutto per salire fra i cinque nell’arco di un triennio.

Proprio per il problema della ridotta mobilità – per questi livelli – a mio avviso dovrà lavorare il più possibile per trasformarsi in un tennista d’attacco. Non capisco perché non possa azzardar qualche serve&volley in più. Anche perché a rete non è malvagio. È certo meglio, a mio avviso, di Zverev nei pressi della rete… e ora non azzardo più confronti con Thiem (soprattutto dopo ieri sera!) sennò chissà quante me ne dite. Ma Thiem a rete non è ancora fenomeno come da fondocampo.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il Thiem visto scontro Djokovic è parso fenomenale: Chapeau, mai visto giocare con la stessa intensità del matchpoint tutta la partita, sparando su ogni palla” ha riconosciuto con grande fair-play Nole anche se era furioso, tant’è che ha lasciato la sala stampa con uno scatto da centometrista appena dopo una terza risposta data in fretta e furia, prima che la moderatrice ATP Nanette Duxin interpellasse i giornalisti serbi. Il lavoro di Massu, che lo ha costretto a giocare più vicino alla riga di fondocampo anziché dai teloni, sta dando i suoi frutti. Ecco perché Dominic ha lasciato il vecchio coach di sempre, Gunther Bresnik. Aveva bisogno di nuovi stimoli.

Adesso il match di giovedì fra Federer e Djokovic, rivincita di Wimbledon (il miglior match dell’anno, e non solo perché deciso sul 12 pari dal tiebreak favorevole a Nole che da allora ne aveva vinti nove di fila) sarà come un quarto di finale di un torneo a eliminazione diretta. Bello, bellissimo, fra i due giocatori che hanno vinto più Masters, sei Federer e cinque Djokovic (mentre Nadal neppure uno), ma anche crudele spareggio. Crudele anche per chi aveva acquistato a 150 euro circa i biglietti per le semifinali di sabato, perché uno dei due sarà già tornato a casa da moglie e pargoli.

Rischia di tornare a casa, e di perdere la leadership mondiale, anche Rafa Nadal che offre a Daniil Medvedev la rivincita della bella finale dell’ultimo US open. Guai a fidarsi dei precedenti però, dopo che Rafa ha perso lunedì da Zverev che aveva sconfitto cinque volte su cinque, mentre anche Medvedev aveva mandato alle ortiche il suo analogo bilancio di cinque vittorie su cinque con l’assai poco amato Tsitsipas. Non mancherò di sedermi in conferenza stampa quando verrà Rafa Nadal. Vedrò se fare o meno una domanda a Rafa, sperando di non venire male interpretato stavolta.

Berrettini non è stato fortunato a finire nel gruppo Borg, ma secondo me per ora è un po’ indietro rispetto agli altri Maestri qualificatisi per questa edizione. Non si poteva pretendere troppo di più da lui. Era già stato un miracolo ritrovarlo qua. Il 2020 sarà un anno impegnativo, quello della riconferma. Non ha grandi cambiali da pagare per tutti i primi mesi dell’anno. Questo lo dovrebbe avvantaggiare. Potrà giocare relativamente sereno. Non è poco. Io sono fiducioso sul suo conto.

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Editoriali del Direttore

Berrettini: il gran giorno dell’improbabile rivincita

Roger Federer indoor, seppur poco brillante con Thiem, non sembra alla portata del romano strapazzato da Djokovic. Far meglio che a Wimbledon il primo obiettivo

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

da Londra, il direttore

Una risposta sciocca e maleducata di Rafa: ora attendo le sue scuse

Se chiamassimo quello di oggi “il giorno della verità per Matteo Berrettini” saremmo tremendamente ingiusti. Matteo deve affrontare un signore svizzero che ha vinto questo Masters sei volte, un campione che nonostante la veneranda età talvolta cominci a giocargli qualche brutto scherzo (leggi scivolone), quattro mesi fa ebbe due matchpoint per strappare a Djokovic il titolo di Wimbledon.

È vero, altresì, che oggi a Matteo si chiede di far meglio almeno di quel che fece quel lunedì 8 luglio a Wimbledon contro lo stesso Roger Federer, il suo idolo che lo intimidì dal momento in cui i due fecero ingresso nel mitico Centre Court dell’All England Club. Finì, voi ricorderete e certo Matteo non scorderà mai, 6-2 6-1 6-1 in 74 minuti appena. Con Matteo che sbagliò tutto quel che poteva sbagliare, arrivando anche a sotterrare uno smash sulla rete da principiante, a dir poco imbarazzante, che palesò tutta la sua confusione mentale di quel giorno. In undici turni di battuta di Roger, Matteo raccattò soltanto undici punti. E i suoi primi servizi entrarono una volta su tre, intorno al 35%.

Matteo ha perso domenica contro il miglior ribattitore del mondo, Djokovic, 6-2 6-1, giocando meglio che a Wimbledon sì, ma non certo bene. Subito i leoni da tastiera che infestano il web, soprattutto di questi tempi in cui il tennis paga la sua cresciuta popolarità con l’approdo al mondo digitale di un sacco di gente che di tennis sa poco o niente ma sputa subito grandi sentenze da super intenditore – una delle più in voga ultimamente è che Sinner è già più forte di Berrettini e non perderebbe mai così netto da Djokovic o da Federer… – hanno bocciato severamente sia Berrettini dopo l’infausto esordio con Nole, sia i telecronisti di Sky Elena Pero e Paolo Bertolucci che si sono affannati a ripetere a più riprese – giustamente (io non li ho sentiti, ma lo immagino) come un esordiente al Masters non possa non pagare lo scotto della propria inesperienza contro i più esperti top-ten che il Masters lo hanno frequentato da anni.

Insomma il povero Berrettini è stato subito flagellato dai critici dell’ultima ora. Quasi hanno cancellato tutto quel di buono che lui ha fatto, due tornei vinti, otto semifinali concentrate negli ultimi sette mesi per salire da n.57 a n.8 del mondo.

Ora c’è una nuova mission impossible. Affrontare un Federer che dopo la terza sconfitta patita in un anno da Thiem non ha alternative che battere Matteo per scongiurare una clamorosa eliminazione. Roger ha tutto da perdere, ma a situazioni “pesanti” psicologicamente in tutti questi anni ha fatto il callo, Matteo nulla… se non che se prendesse un’altra stesa la sua immagine di aspirante campione potrebbe risentirne. Insieme alla fiducia nei propri mezzi, anche se il suo clan – Santopadre, Rianna, Massari – non ha fatto che ripetergli che lui è qui per fare esperienza e che questo è ancora un periodo in cui deve imparare dai veri big.

L’altro giorno Djokovic ha ricordato che lui non aveva vinto un match nel 2007, quando aveva 20 anni. Poi l’amico Stefano Meloccaro mi ha ricordato oggi che l’anno dopo, sempre a Shanghai, quello stesso Djokovic che all’esordio non aveva vinto un set con Nadal (e fin lì…), Gasquet e Ferrer, avrebbe poi vinto il suo primo di cinque Masters. Magari Matteo fosse in grado di realizzare lo stesso exploit. Oggi come oggi è proprio impensabile. I suoi limiti, rovescio, mobilità, attitudini difensive, paiono ancora importanti. Gli auguro un bel match con Federer. Vedremo.

 
Matteo Berrettini e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Instagram, @matberrettini)

Intanto la seconda giornata è stata caratterizzata dai contropiedi di Tsitsipas con Medvedev e di Zverev con Nadal. Entrambi i vincitori di giornata avevano perso cinque volte su cinque con i loro avversari. E invece hanno vinto in due set, senza neppure offrire una palla break alle due vittime. Leggete le cronache dell’attento Canevazzi (qui la vittoria di Tsitsipas, qui quella di Zverev). Fra Medvedev e Tsitsipas non corre davvero buon sangueleggete qui le origini della loro spiccata antipatia (“Di certo non andremmo mai a cena insieme” ha detto Tsitsipas che ha esultato come un matto dopo la trasformazione del matchpoint… e non solo per aver posto fine alla striscia negativa) –, ma la sconfitta più importante è quella patita con Zverev da Nadal (a proposito del quale ho raccontato una poco simpatica vicenda di cattiva educazione mostrata nei miei confronti da Rafa).

Nadal infatti non è ancora sicuro di chiudere l’anno come n.1 del mondo per la quinta volta in carriera (eguaglierebbe così Federer e Djokovic). Se Rafa vincerà una sola partita nel round robin, Nole dovrà arrivare in finale da imbattuto per prendersi il trofeo di numero 1. Se Nadal invece ne vincerà due, che siano round robin più semifinale o due nel round robin, allora Djokovic dovrà vincere il titolo. Evito di addentrarmi nelle svariate ipotesi per non confondervi le idee. Anche a me stesso… Per il dettaglio di tutti gli scenari vi rimando però a questo pezzo.

Ieri sera quando siamo corsi in sala conferenza stampa dopo il 6-2 6-4 di Zverev ai suoi danni (tre break per il tedesco che non ha concesso una palla break) si è pensato che Rafa – incerto nella partecipazione a causa del problema all’addominale che lo aveva costretto a ritirarsi a Bercy – potesse annunciare un nuovo ritiro. Se il forfait fosse arrivato sarebbe stato il sesto qui, quattro dei quali nelle ultime sette edizioni londinesi. E quando ha giocato aveva colto risultati ben al di sotto del suo standard: 16 vittorie e 13 sconfitte (ora 14). Questo record modesto spiega anche perché Rafa non abbia mai vinto questo torneo.

Rafa non ha accampato scuse, ha effettivamente servito senza mostrare alcuna paura nel forzare la battuta alle consuete velocità. Nadal aveva detto, prima di affrontare Zverev (che non dimentichiamo essere il campione in carica di questo Masters che ha avuto quattro campioni diversi negli ultimi 4 anni, Dimitrov nel 2017, Murray nel 2016, Djokovic nel 2015): “Ho 33 anni e mezzo, sono dunque vecchiarello per giocare tennis ad alto livello, mi sento fortunato a essere dove sono con tutti gli infortuni che ho avuto… si dice di tanti giovani come Zverev per esempio che sono il futuro del tennis, ma secondo me sono già il presente. Sarò felice di poter competere con loro per ancora un po’… poi sarò contento di guardare il tennis in tv!”. Mentre Zverev era al settimo cielo dopo aver sconfitto il tabù Rafa: “Avevo battuto gli altri due grandi (Novak e Roger), mi mancava solo Rafa…”.

Stasera chiudono Djokovic e Thiem. 6-3 per il serbo il bilancio dei confronti diretti, ma al Roland Garros l’austriaco si conquistò l’ultimo, il più bello e importante.

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