Halep: "Sforzo brutale, oggi sono più forte". Sloane: "Meglio del RG"

Interviste

Halep: “Sforzo brutale, oggi sono più forte”. Sloane: “Meglio del RG”

Le dichiarazioni post match di Halep e Stephens alla stampa. Simona: “Ora sono più forte fisicamente, faccio tutto meglio”. Sloane: “Un match durissimo. C’è delusione ma sono orgogliosa del mio gioco”

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Simona Halep e Sloane Stephens non hanno deluso. Nel remake della finale del Roland Garros le due campionesse hanno dato vita ad una battaglia all’ultimo respiro, uno show di 2 ore e 40 minuti. Ancora una volta, nonostante lo sfinimento e un’avversaria tra le più in forma del momento, la rumena conferma la fibra della n.1 riuscendo a trovare concretezza e quel vigore in più nei momenti topici: si impone per 7-6(6) 3-6 6-4 e conquista il terzo titolo dell’anno, il diciottesimo in carriera.

Di seguito la conferenza stampa della numero uno del mondo:

Cosa hai migliorato di più nel tuo gioco per vincere uno slam e per mantenere poi quel livello?
Penso di aver migliorato un po’ in ogni aspetto. Inoltre fisicamente sono più forte. Non faccio niente di speciale ma sono più costante. Sì, ogni giorno faccio palestra, esercizi semplici ma costanti. Mi stancavo durante i match ma ora ho sufficiente ritmo e potenza nei muscoli per resistere. Poi il servizio ora è migliore, così come è più forte il dritto, con il quale posso fare più cose adesso. Con il rovescio di solito voglio chiudere i punti. Insomma, ho migliorato un po’ su tutto. Oggi ho fatto alcune smorzate perché ero troppo stanca. Ma mi sento una giocatrice più forte in tutti i sensi quest’anno.

 

Perché, nel discorso di premiazione, hai detto al tuo team che oggi è stato un giorno pazzo?
Sono stata un po’ pazza. Durante il match parlavo troppo. Ero un po’ troppo negativa. Ma no, niente di male, mi riferivo solo al mio atteggiamento, un po’ troppo negativo.

Cosa hai pensato quando ti sei inginocchiata in campo dopo aver servito l’ace (sul matchpoint)?
Non potevo credere che fosse finita. Questa settimana è stata estremamente faticosa, ero davvero stanca. In questi tornei, e a questo livello, senti che dovresti avere un giorno di pausa tra i match. È davvero difficile. È stato, per me, uno sforzo brutale. È stata una settimana veramente dura. Pioveva e per tutti era complicato. Ma penso sia una buona idea se le cose cambieranno e se si avrà un giorno di pausa tra le partite. Vedremo in futuro.

Dopo aver perso il secondo set, come hai superato le difficoltà per rientrare in partita?
Alla fine del secondo set, mi sono lasciata un po’ andare perché ero troppo stanca. Volevo avere le energie per il terzo. In quel momento sentivo che lo avrei perso (il secondo) perché Stephens stava dominando il secondo parziale. Nel terzo mi sono detta che il mio corpo aveva ancora energia, dovevo restare calma e tentare di giocare in modo intelligente.

Hai notato delle differenze nel gioco di Sloane dopo il Roland Garros, qualche miglioramento?
Entrambi i match sono stati pazzeschi. Mi ha fatto giocare sempre meglio quando ci siamo incontrate. È una cosa molto importante per me. Non molla mai, è una giocatrice forte, difficile da affrontare, ha tutto.

Cosa fai oltre al tennis, ti rilassi, pratichi altri sport?
No, non faccio altri sport. Voglio soltanto riposarmi, nent’altro, non pratico neanche la corsa. Per cinque giorni sono stata a Costanza, la mia città, con mia nipote. In effetti, è stato più difficile che allenarmi. Mi ha ucciso (ride). Poi sono tornata a Bucarest, dove vivo e mi alleno. Ho fatto sessioni di esercizi ma niente corsa. Ho avuto alcuni problemi con i tendini di Achille e volevo riposare. Ho fatto esercizi di pilates e un po’ di yoga, senza grandi sforzi.


Sempre positiva e lucida Sloane Stephens, nonostante la sconfitta. La statunitense ha dichiarato tutta la sua soddisfazione per la performance prodotta in campo contro Simona. Da oggi è numero 3 del mondo e conferma di essere, attualmente, l’antagonista principale di Simona Halep. Esattamente un anno fa, da n.900 WTA, disputava la sua prima semifinale Premier dopo il lungo infortunio al piede; tra due settimane comincerà la difesa del titolo di Flushing Meadows e le possibilità che possa riuscirci sono tutt’altro che basse. Di seguito le sue parole in conferenza stampa:

Cosa ti rimane di positivo dopo un match come questo?
Penso di aver giocato bene, lei ha giocato bene. Certo, in finale, si spera di disputare un match come questo, supercompetitivo, con grande energia. Non si poteva sperare di più in una partita come questa. Certo, si rimane scossi per la sconfitta. Ma penso di aver fatto meglio oggi, meglio rispetto all’ultima finale giocata insieme. C’è delusione, ma penso che mi aiuterà a guardare avanti, a prepararmi bene per Cincinnati e lo US Open. Ho fatto un buon lavoro questa settimana e sono orgogliosa per questo.

Il match ha avuto 15 break. Come lo spieghi? Cosa è successo?
Due giocatrici che rispondono davvero bene. Ma al di là di questo… a volte succede.

C’è qualche aspetto del tuo gioco che vuoi migliorare prima dello US Open?
No, voglio solo continuare ad essere estremamente competitiva, divertirmi, dare tutto sul campo come ho fatto oggi. Non posso chiedere di più. Solo questo.

Secondo te, com’è andato il match oggi rispetto all’ultimo disputato con Simona?
Entrambi sono stati match durissimi. Come ho detto, volevo giocare due set duri. Ho giocato tre set difficili. È stato meglio di quanto avessi sperato. Certo, giocare contro la n. 1 del mondo non è facile. C’è una ragione se è la n. 1. Penso non sia andata male, penso di aver giocato meglio rispetto all’ultima volta, il che è positivo.

Con un risultato come questo, senti che il tuo livello al top stia migliorando ulteriormente?
Quando ho giocato qui un anno fa ero n. 900. Questa settimana sono n. 3. Fare la semifinale l’anno scorso è stato enorme e giocare la finale oggi è stato ancora meglio. Sto giocando un buon tennis e spero di progredire ancora.

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Il 2% che divide Gasquet da Federer, Nadal e Djokovic

Seconda parte dell’intervista a Fabrice Sbarro, il data analyst di Medvedev. “La realtà è che anche i big hanno margini risicati. 1 o 2% è una differenza per nulla irrilevante”

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Richard Gasquet e Roger Federer - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Pubblichiamo oggi il capitolo conclusivo dell’intervista a Fabrice Sbarro, data analyst di Daniil Medvedev che ha contribuito ai successi del rosso nell’estate 2019. Dopo avervi raccontato come Sbarro è riuscito a convincere coach Cervara della bontà del suo lavoro, allarghiamo il campo d’analisi all’intero mondo del tennis. Quanto conta quel famoso ‘1%’ di differenza, che al massimo diventa un 2%? Tanto, se può fare la differenza tra vincere uno Slam e non vincerne nessuno…

(trovate qui il video completo dell’intervista)

CAPITOLO 3 – CHIACCHIERE IN LIBERTÀ E PROSPETTIVE FUTURE

Il tema dell’1%, e di quanto sia sottile il margine fra vittoria e sconfitta nel tennis professionistico, è sicuramente affascinante. Su questo argomento è proseguita la chiacchierata.

Forse non c’è ancora una sensibilità diffusa su quanto sia importante quell’1%, che ne dici Fabrice?
1% è una differenza per nulla irrilevante. Djokovic, Nadal e Federer nelle loro carriere si attestano su una percentuale di punti vinti intorno al 54%. Magari la gente pensa che questi grandi campioni, probabilmente i più grandi che ci siano stati nella storia del tennis, abbiano semplicemente spazzato via i propri avversari. Ma la realtà è diversa e i margini anche per loro sono risicati. Ti dirò di più: Gasquet in carriera ha vinto intorno al 52% dei punti. Da una parte decine di titoli Slam, mentre il francese al massimo ha raggiunto le semifinali nei Major. La mia idea insomma è quella di aiutare gli atleti a cogliere quell’1% in più, fornire quel vantaggio competitivo che possa consentire loro di scalare una marcia e andare a posizionarsi sul gradino successivo. Daniil all’inizio dell’anno era sugli stessi livelli di Gasquet, si attestava sul 52% di punti vinti. Durante il periodo che invece va da Montreal a Shanghai, nel quale abbiamo collaborato, questo dato è schizzato al 54% (sui livelli dei tre mostri sacri, ndr).

 

Vogliamo riassumere allora come si è sviluppata la tua collaborazione con Gilles e Daniil?
Nel periodo che va da Montreal a Shanghai 2019, ho aiutato Gilles nella preparazione dei match e la condivisione era completa. Ed è stato incredibile, perché di solito i coach difficilmente si fidano al 100% e tendono a scartare buone parte delle proposte. Ma con Cervara è stato differente, anche perché in quel periodo la fiducia reciproca era testimoniata dal fatto che era Gilles a pagarmi direttamente. Gli piaceva il concept. E io potevo riscontrare che tutto questo era vero, perché in quel periodo Daniil effettivamente traduceva sul campo le nostre indicazioni al 70-80%; ovviamente c’è anche l’avversario in campo. Però dopo Shanghai è emerso anche un altro aspetto molto importante, quello psicologico”.

Che cosa significa?
Dopo Shanghai, torneo in cui Medvedev aveva battuto in finale Zverev, lo status di Daniil era cambiato, ormai era diventato una superstar, non più solo un buon giocatore, ma uno che rivaleggiava con i migliori e poteva competere a livello Slam. E probabilmente da un punto di vista emozionale la cosa non era facile da gestire, è stata un cavalcata dispendiosa mentalmente e fisicamente e probabilmente questo fatto di aver addosso una pressione completamente diversa è stato un peso eccessivo da gestire. Dopo Shanghai lui si sentiva in grado di poter tornare a giocare in un certo senso da solo, senza il supporto delle statistiche, nonostante avessi il pieno supporto del suo allenatore, Cervara. In pratica Daniil voleva mettersi alla prova e fare di testa sua. Nonostante questo, il rapporto di fiducia con Gilles era tale che ha continuato comunque a pagarmi per poter aver le mie analisi che erano a quel punto mirate a sviluppare il gioco del suo assistito. In altre parole, anche se non facevamo più la preparazione statistica dei match e quindi non curavamo più gli aspetti tattici, abbiamo lavorato per individuare ex post le cose che non andavano.

Daniil Medvedev allo US Open 2019 (foto Twitter @USOpen)

Non significa che il rifiuto di Daniil di affidarsi all’approccio statistico sia definitivo, semplicemente per adesso stiamo esplorando altre strade, anche se a volte è un peccatoCome ad esempio nella rivincita con Wawrinka all’Australian Open. Avevo studiato il gioco di Wawrinka e mi ero reso conto che anche se per gran parte del 2019 il rovescio di Stan andava a farfalle, nelle ultime settimane le cose erano cambiate, già a Doha, ed era tornato ad essere un colpo solido. Sapevo che Vallverdu (il coach di Stan, ndr) si era focalizzato su quel colpo; per cui, anche se il rovescio è un colpo che Daniil gioca benissimo, gli avevamo suggerito di anticipare la variazione lungolinea e non rimanere inchiodato sulla diagonale di rovescio per scambi prolungati. Purtroppo alla fine del match le statistiche dicevano che Daniil aveva giocato l’85% dei rovesci incrociati. Ovviamente non sapremo mai se sarebbe potuta andare diversamente, però è stata una partita combattuta che si è giocata sui dettagli. E magari con qualche piccolo accorgimento Daniil avrebbe potuto vincerla.

Dall’esterno, è sembrato che dopo Shanghai Medvedev avesse perso quel tocco magico che aveva avuto per diversi mesi e che l’aveva portato a sfiorare la vittoria contro Nadal, in una delle finali Slam più sofferte tra quelle giocate dal maiorchino. Torna quindi il tema del tennis come un purgatorio fatto di gradoni che costa tempo e fatica salire e che possono invece essere scesi con tanta rapidità. La considerazione allora, in un mondo in cui le statistiche non sono ancora maneggiate dalla maggior parte degli stessi giocatori ed allenatori, è che il vantaggio competitivo è ancor più significativo e talvolta può davvero fare la differenza. E parlando di tennisti che hanno fatto un bel balzo in avanti, non si può non parlare di Matteo Berrettini, nominato “Most improved player” nel 2019.

E di Matteo Berrettini che ne pensi Fabrice?
Credo che tutti i giocatori che hanno lavorato con degli esperti di dati poi ne hanno tratto profitto. Berrettini ne è un buon esempio: aveva cominciato l’anno intorno al numero 50 ed è riuscito a chiudere la stagione nei primi 8 e ad andare alle Finals. E lui ha lavorato con Craig O’Shannessy, che tutti ben conosciamo. Con tutto il rispetto non era previsto che finisse al numero 8! Essere un top ten significa più o meno vincere il 52% dei punti, una performance che per Berrettini non era lo standard. Berrettini, da top 30/top 50, vinceva circa il 51% dei punti.

Anche qui torniamo al tema di prima: stiamo parlando di una differenza di un punto percentuale, in grado di portare un buon giocatore nell’élite assoluta. E sono assolutamente convinto che Craig O’Shannessy sia stato determinante nel far compiere questo salto di qualità a Berrettini. Alla fine si tratta di piccoli dettagli, come le strategie al servizio, essere un po’ più aggressivi e cercare un po’ di più la via della rete, o usare un po’ di più il rovescio slice. Alla fine è questo di cui stiamo parlando ed è questo il ruolo di un esperto di statistiche che interpreta i dati per poter suggerire aggiustamenti tattici, quei piccoli dettagli di cui parlavamo prima. Insomma, data is coming!

Quindi già oggi alcuni giocatori stanno beneficiando di questi dettagli, è così?
Sicuramente, e un buon esempio è sicuramente Murray, che so per certo aver beneficiato di questo tipo di supporto. Andy era sicuramente un top player ma di base probabilmente non al livello degli altri tre, e il fatto che sia riuscito a inserirsi in questa lotta è incredibile. Magari quello che dico è completamente sbagliato, ma secondo me di base lui era un ottimo top ten, come Berdych ad esempio, che è arrivato sulla soglia della grandezza nel suo prime, arrivando anche in finale a Wimbledon. Murray invece ha vinto uno Slam, le Olimpiadi e ha avuto una carriera completamente diversa. Mentre gli altri tre stazionavano sopra il 54% di punti vinti, Murray è rimasto poco sopra il 53%, ma comunque sopra quel 52% che è la top ten.

Oltre a Medvedev hai avuto altre collaborazioni di rilievo nel 2019?
Sì, ho avuto modo di collaborare con Nicolas Mahut, che mi disse di essere interessato al mio lavoro e di volerlo provare. E l’occasione in cui abbiamo cominciato a fare sul serio è stata il Masters di Londra 2019. E durante quel torneo abbiamo fatto la preparazione per ogni match. È stato un bello sforzo perché prima di quell’occasione non mi ero mai occupato di doppio e così ho costruito la base dati puntando a tutte le coppie concorrenti di Mahut ed Herbert che erano a Londra. Anche lì probabilmente sarà stato un pizzico di fortuna, o come dicono alcuni scettici, quando Herbert e Mahut sono in giornata sono imbattibili. Però il risultato finale è stato che non hanno perso un solo set in tutta la manifestazione e considerando la qualità degli avversari è stato un grande risultato. Così ho deciso di cominciare a seguire anche il doppio, ma solo le migliori 20 coppie al mondo al fine di fornire i miei servizi solo ai migliori.

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Interviste

Fognini compie 33 anni: “Sono cresciuto come padre e come marito. Mi manca competere”

La Gazzetta dello Sport ha intervistato Fabio in occasione del suo 33° compleanno che ha ‘il sapore dolce della famiglia’. Su Djokovic: “Un grande amico e può superare Federer”

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Fabio Fognini - Montreal 2019 (foto via Twitter, @CoupeRogers)

Oggi è grande festa per Fabio Fognini, che compie 33 anni. Ma si tratta di un compleanno particolare e diverso dal solito a causa dell’emergenza sanitaria che da più di due mesi ha bloccato il mondo intero. Il ligure, infatti, avrebbe dovuto spegnere le 33 candeline a Parigi poiché, in condizioni normali, questa domenica avrebbe dovuto prendere il via il Roland Garros. Fabio invece si trova ad Arma di Taggia, dove ha trascorso il lockdown con Flavia e i due bimbi (Federico, 3 anni da pochi giorni, e Farah, nata lo scorso dicembre) e dove ha ricominciato ad allenarsi nell’attesa di riprendere le gare.

Per l’occasione, è stato intervistato da Federica Cocchi de La Gazzetta dello Sport, alla quale il n. 11 del mondo ha confermato che questo compleanno ha “il sapore dolce della famiglia. In questo periodo così difficile ho potuto almeno godere al massimo di una vita che non ero abituato a fare. Ho avuto modo di stare tantissimo coi bambini. Farah è nata il 23 dicembre, la sto vedendo crescere. Federico è il ‘grande’, ci divertiamo a fare tante cose insieme, andiamo a cavallo, al golf, giochiamo tanto”. In attesa di ricalcare i campi del circuito, il campione di Montecarlo 2019 è felice di sentirsi “cresciuto come padre e come marito. Ora ho anche una cultura sconfinata di cartoni animati. Ogni sera io e Federico ci mettiamo sul lettone a vedere Tom e Jerry. È un appuntamento fisso, dovrebbe aiutarlo a fare la nanna. Ma il primo a crollare sono io”.

Non solo amore paterno, però. Come diversi altri suoi colleghi durante l’isoalemnto, tra cui Murray (con Kyrgios e Nadal) e Wawrinka (assieme a Paire), anche Fognini si è dilettato in cimentato in una diretta Instagram con il coetaneo e amico di lunga data Novak Djokovic (Nole ha festeggiato il compleanno due giorni fa, e noi con lui): “È vero, ci dividono 48 ore. Con Nole ci siamo fatti una bella chiacchierata. Gli ho pure chiesto qualcosa sulla meditazione, magari potrebbe tornarmi utile. Ci conosciamo da quando avevamo 14 anni. Eravamo poco più che bambini, e già si capiva che lui avrebbe fatto grandi cose, aveva un carattere di ferro già allora. Ci sentiamo spesso, mi ha chiesto qualche consiglio sull’organizzazione dei suoi tornei. Mi ha invitato, ma non credo potrò andarci. La sicurezza prima di tutto.

 

Per Fabio, Nole sembra destinato a infrangere tutti i record, soprattutto i 20 slam di Federer: “Credo che tra i “Big 3” sia quello che potrà vincere più di tutti. Per la testa, per il fisico, per la fame che ha. Poi è ovvio che se mi chiedete chi è il più bello da veder giocare a tennis devo dire Federer”.

Per la competizione ci vorrà ancora un po’ di tempo e intanto l’azzurro sta riassaporando le sensazioni del campo : “Mi manca competere. Mi sto allenando ma un’oretta o due al giorno, non di più. È molto difficile concentrarsi senza obiettivi, senza sapere se e quando tornerai, o su quale superficie. Giocare con il guanto? Sapendo che potrebbe diventare obbligatorio ho voluto provare. La sensibilità un po’ cambia, ma tra allenamento e partita c’è una bella differenza”.

I NUMERI DI FOGNINI – Una carriera luminosa quella di Fabio, attuale n. 11 del mondo ma ex n. 9, così come sono 9 i trofei vinti (otto sul rosso e uno sul cemento) tra i quali il più prestigioso è quello sollevato a Montecarlo l’anno scorso. Nell’attesa di ricominciare a gareggiare, Fognini non ha dubbi su cosa ci abbia insegnato questo isolamento forzato: “Mai come ora noi umani pensavamo di essere invincibili, i padroni del mondo, e invece di fronte alla natura non siamo nulla. L’Universo si è preso il suo tempo. E davanti agli scogli dove sono cresciuto ora sono tornati a giocare i delfini”.

Il calore della famiglia, un po’ di tennis e il mare dell’infanzia. Gli ingredienti perfetti per un compleanno indimenticabile. Auguri Fabio!

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Federer: “Non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo”

In una lunga chiacchierata con Guga Kuerten, lo svizzero parla dei suoi primi anni sul tour, della quarantena e del futuro del tennis: “Credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana”. Sulle porte chiuse: “Non riesco a vedere uno stadio vuoto”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Roger Federer è stato tra i più attivi durante il periodo d’emergenza, con donazioni e iniziative benefiche. Recentemente il campionissimo svizzero si è unito a Guga Kuerten nella campagna “Vencendo juntos che mira ad aiutare oltre 35.000 famiglie brasiliane duramente colpite dalla pandemia.

Federer non ha risparmiato elogi per l’ex collega, nel corso di una lunga chiacchierata che ha svelato anche particolari molto interessanti. “Quando mi hai chiamato, ho detto: ‘Se Guga chiama, sono sempre lì per aiutarlo‘. Sei sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. Forse non ricordi perché eri gentile con tutti, ma eri anche gentile con me. E penso che sia stato molto importante quando stavo entrando nel circuito. Eri uno dei ragazzi che mi hanno fatto sentire il benvenuto. Quindi, grazie Guga. Ecco perché sono qui e sono molto felice di aiutarti”.

Ripensando a quei primi anni nel circuito, Roger ha parlato di quanto il suo talento e le sue movenze apparentemente “senza sforzo” abbiano pesato come un macigno nella visione generale che il pubblico aveva di lui. Il suo successo non è però esclusivamente figlio dei doni della sorte, ma nasconde una mole di lavoro immensa. “Molte persone pensano che io sia “benedetto”. In realtà c’è stato davvero un duro lavoro, soprattutto quando ero giovane, e ho dovuto imparare a fondo. Il mio problema era che, quando vincevo, la gente diceva: ‘Guarda, lo fai sembrare così facile’. Ma, quando perdevo, dicevano: ‘devi giocare meglio, quel gioco ti veniva così facile…’. Ed è stato difficile trovare un equilibrio, mi sentivo molto confuso. Devo urlare di più? Devo sudare di più, non lo so? Cosa devo fare per far credere alle persone che sto dando il massimo?“.

 

Quegli anni sono ormai lontani e il Federer di oggi è un veterano che ormai a quasi 39 anni è ancora un top 10 fisso, sempre il lizza per titoli pesanti. Questa seconda giovinezza, quella post operazione al ginocchio del 2016, Roger ha però rischiato di non viverla. I dubbi al momento dell’infortunio erano tanti e la prospettiva di un prepensionamento forzato non era così lontana. L’orgoglio del campione però, ancora una volta, ha giocato un ruolo decisivo. “Ho subito l’infortunio nel 2016 ed è stato un anno molto difficile. Ho avuto dei pensieri, ovviamente. ‘Sarà questa la fine o no?’. Ma ho davvero sentito che questo intervento non avrebbe posto fine alla mia carriera. Credevo che avrei avuto una seconda possibilità e l’ho avuta. È stata una grande sorpresa per me. Nel 2017 sono riuscito a tornare molto forte, non solo agli Australian Open, ma durante tutto l’anno. È stato davvero bello. È stato il mio primo intervento chirurgico, non ero sicuro di come gestirlo“.

Wimbledon 2016, l’ultimo torneo disputato da Federer in quella stagione

Dal passato al futuro, Federer ha anche parlato del difficile momento che il tennis sta vivendo e dei possibili scenari che il gioco potrebbe essere costretto ad affrontare. In primo luogo, la possibilità di giocare a porte chiuse, eventualità che lo svizzero vorrebbe evitare. L’augurio di Federer è che si possa riprendere almeno con una partecipazione ridotta o in alternativa aspettare che le circostanze ammettano la presenza, in sicurezza, degli spettatori.

Non riesco a vedere uno stadio vuoto. Non posso. Spero che ciò non accada. Anche se la maggior parte delle volte ci alleniamo non c’è nessuno e tutto è tranquillo, in silenzio. Per noi, ovviamente, è possibile giocare senza fan. D’altra parte, spero davvero che il circuito possa tornare alla normalità. Potremmo aspettare il momento opportuno per tornare nuovamente ad una modalità normale. Con lo stadio almeno pieno per un terzo o mezzo pieno. Ma per me giocare in uno stadio completamente vuoto, nei grandi tornei, è molto difficile“.

In attesa di notizie più sicure sui tempi e le modalità di ripartenza del circuito professionistico, Federer si gode i lati positivi della reclusione forzata, come la possibilità di passare più tempo con la sua numerosa famiglia. “Non siamo mai stati a casa più di cinque settimane dal mio ultimo intervento chirurgico nel 2016. Questo è un grande momento per noi, come famiglia, ovviamente a volte ‘ci facciamo impazzire’, come ogni famiglia (ride, ndt). Ma per fortuna siamo sani, i nostri amici e la nostra famiglia non sono stati colpiti dal virus, il che è importante per noi. E le cose stanno andando bene nonostante le circostanze”.

RITORNO IN CAMPO – A dispetto di tanti altri colleghi che hanno immortalato il proprio ritorno in campo per gli allenamenti con la racchetta in mano, Roger non ha ancora fatto circolare nessun video o foto. Ma semplicemente perché non c’era niente da condividere. Federer ha infatti dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo, perché non ha stimoli sufficienti per farlo vista l’incertezza circa la data di inizio dei tornei.

Al momento non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo, ad essere onesto. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa dopo aver giocato così tanto a tennis. Non mi manca così tanto. Lo sentirò alla fine quando sarò vicino al ritorno e avrò un obiettivo per cui allenarmi. Sarò super motivato“.

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