Giorgi bene a Tokyo, va in semifinale. Cecchinato out (Crivelli). Giorgi Osaka, che esame! (De Ponti)

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Giorgi bene a Tokyo, va in semifinale. Cecchinato out (Crivelli). Giorgi Osaka, che esame! (De Ponti)

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Giorgi bene a Tokyo, va in semifinale. Cecchinato out (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Squilli di gong a Tokyo, dopo il lungo letargo di risultati post Wimbledon, per la Giorgi. Camila, che si era già tolta la soddisfazione di battere al turno precedente la Wozniacki, nei quarti approfitta del ritiro di un’altra ex numero uno, la Azarenka, costretta al forfeit sul 5-3 per l’azzurra (28 minuti di gioco) per un problema alla coscia sinistra che la accompagnava da qualche giorno: per Camila si tratta della terza semifinale Premier in carriera (New Haven 2014 e Sydney 2018), che le consente al momento di eguagliare il best ranking al numero 30. Per migliorarlo, dovrà aver compiuto l’impresa stamattina all’alba contro la Osaka, vincitrice degli Us Open, al nono successo di fila: tra le due non ci sono precedenti. Si ferma invece la corsa di Cecchinato a San Pietroburgo: il palermita non sfrutta due set point sul 5-4 e servizio per lo spagnolo Bautista e poi cede nettamente al tie break: nel secondo set cala al servizio e non può più opporsi al 26 del mondo. NEXT GEN ITALIANA Come l’anno scorso, la wild card italiana per le Next Gen Finals di Milano (6-10 novembre) uscirà da un torneo a eliminazione diretta tra i migliori otto under 21 azzurri in classifica, dal 2 al 4 novembre sui campi dello Sporting Milano 3 di Basiglio. Al momento guida la race nostrana Gian Marco Moroni, seguito da Brancaccio e Jacopo Berrettini. Al quarto posto Balzerani che precede Pellegrino, Fonio, Giacomini e Caruana.

 

Giorgi Osaka, che esame! (Diego De Ponti, Tuttosport)

Camila Giorgi punta a diventare big in Japan. La marchigiana si è qualificata per le semifinali del Toray Pan Pacific a Tokyo, in Giappone, che si gioca sul veloce indoor dell’Arena Tachikawa perché l’Ariake Coliseum è in ristrutturazione in vista dei prossimi Giochi Olimpici. La 26enne di Macerata, numero 37 del ranking mondiale, ha superato nei quarti la bielorussa Victoria Azarenka, numero 63 del ranking di mondiale, ritiratasi sul punteggio di 5-3 per in l’azzurra nel primo set, dopo appena 28 minuti di partita, per un problema alla coscia sinistra già accusato nel match precedente. La 29enne di Minsk era partita bene togliendo la battuta a Camila già nel terzo game ma ha immediatamente concesso il contro-break, addirittura a zero. Vika ha iniziato a manifestare qualche evidente difficoltà negli spostamenti e si è affidata al servizio ma che ha battuto il bosniaco nell’ottavo game quando a subito il break a zero ha deciso che non aveva senso continuare. “Mi spiace per lei, sarebbe stato meglio vincere sul campo”, il commento della marchigiana, approdata per la terza volta in carriera nelle semifinali di un torneo di categoria Premier (Sydney 2018 e New Haven 2014 le precedenti). Oggi la Giorgi si è giocata un posto in finale con la giapponese Naomi Osaka, numero 7 del ranking mondiale e terza testa di serie, al rientro nel circuito dopo il trionfo di New York, che ha regolato 6-3 6-4 la ceca Barbora Strycova. CECCHINATO KO Marco Cecchinato esce di scena nei quarti di finale del “ST. Petersburg Open”, in corso sul veloce indoor di San Pietroburgo, in Russia. Il tennista palermitano, testa di serie nr. 2, si è arreso per 7-6(0) 6-3 allo spagnolo Roberto Bautista Agut, quinta forza del seeding, che vola in semifinale. Gli altri semifinalisti sono Martin Klizan, che con il punteggio di 3-6 7-6(4) 6-3 ha superato Denis Shapovalov; lo svizzero Stan Wawrinka che ha battuto il bosniaco Dzumhur 6-3 6-4

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Osaka, dura la vita senza allenatore (Crivelli). “Fondi al Masters con l’Olimpiade”. No del Governo (Piccioni). Elina, come picchia la regina di Roma! (Semeraro). Djokovic: “Stavo per smettere la nascita di mio figlio mi ha dato equilibrio” (Audisio)

La rassegna stampa di mercoledì 20 febbraio 2019

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Osaka, dura la vita senza allenatore. Disastro a Dubai (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Lo zen è la via che riporta alla realtà. Qui e adesso. E quella di Naomi Osaka, dopo la traumatica separazione tecnica da Sascha Bajin, il coach serbo che da numero 72 al mondo in 14 mesi l’ha portata in vetta al ranking con due tornei dello Slam vinti (Us Open e Australia), è entrata d’improvviso in un turbinio di negatività probabilmente prevedibile e comunque molto umano. La forza di Naomi, in questo anno fantastico, è stata la capacità di farsi scivolare addosso il mondo esterno e di conservare un’enorme ferocia mentale nei momenti più caldi delle sfide clou. Ma gli eventi degli ultimi dieci giorni hanno finito per travolgerla. Dopo il trionfo a Melbourne, la giapponese è tornata in campo nel Premier 5 (i tornei equivalenti ai Masters 1000 maschili) di Dubai. O meglio, sul cemento degli Emirati ha portato il suo fantasma, travolto in appena 66 minuti con un doppio 6-3 dall’ex top ten Kiki Mladenovic, adesso numero 67 e nel 2019 ancora priva, fino a ieri, di vittorie (quattro eliminazioni al primo turno) […] E quando si è trattato di commentare l’uscita, è stata tranchante: «Mi è capitato un disastro». Alla vigilia del torneo, la numero uno del mondo (posizione che in ogni caso manterrà) aveva spiegato finalmente le ragioni della clamorosa rottura con Bajin: «Non è una questione di soldi, semplicemente non ero più felice e non posso anteporre i successi sportivi alla mia felicità personale. Si è rotto qualcosa nel nostro rapporto, non potevo avere qualcuno in tribuna di cui non mi fidavo più, ma ringrazio Sascha per avermi fatto diventare la giocatrice che sono». Solo che quel vuoto, gli sguardi che non si incrociano più, al primo appuntamento dopo l’addio si è rivelato un macigno insuperabile: «Non lo nego, in questi giorni non mi sono preparata bene e prima del match sono entrata negli spogliatoi con un grande carico di emozioni difficili da gestire: il risultato è la conseguenza di tutto questo, so che adesso la gente mi concede un’attenzione che prima non avevo» […]

 

“Fondi al Masters con l’Olimpiade”. No del Governo (Valerio Piccioni, Gazzetta dello Sport)

Milano-Cortina va. Tutti insieme appassionatamente: sindaci, presidenti di regione, Coni, governo. La corsa italiana ai Giochi Invernali del 2026 continua senza frenate e anche il vertice olimpico di ieri a Palazzo Chigi lo ha dimostrato. Anche se certi paletti restano in piedi. Il costo zero, sicurezza a parte, per il Governo, è un bastione che non viene messo in discussione. E il tentativo di scalfire questo schema, anche indirettamente, viene rispedito al mittente. Com’è accaduto ieri. Con la dichiarazione di Luca Zaia, governatore del Veneto, che ha proposto un «pacchetto di sostegno finanziario» per legare il progetto olimpico alla candidatura di Torino per le Atp Finals di tennis nel quinquennio 2021-2025, ambizione che s’è incagliata per ora sui 62 milioni di fideiussioni da trovare per gareggiare con Londra la sede uscente, Manchester, Singapore e Tokyo. Zaia aveva argomentato così l’idea: «Una volta definito il pacchetto complessivo, basato su due eventi planetari come le finali Atp e le Olimpiadi, i finanziamenti si possono reperire con modalità da definirsi concordemente. Mettendo in campo un pacchetto di così alto prestigio manderemo allo sport mondiale un messaggio unico e forte di compattezza e determinazione». A stretto giro, in piazza Colonna, il governatore lombardo Attilio Fontana ha detto sì: «Una proposta che evidenza il fatto che i grandi eventi sportivi sono grandi risorse per il Paese e quindi bisogna collaborare tra tutti». Una visione che Simone Valente, il sottosegretario ai rapporti con il Parlamento che è il plenipotenziario del Movimento 5 Stelle sullo sport, ha immediatamente contestato: «Ogni evento va considerato singolarmente e si devono valutare costi e benefici senza mercanteggiare. È totalmente inopportuno, la politica non deve fare questo». Porta chiusa. Così l’idea del «pacchetto» non ha varcato la soglia di Palazzo Chigi. Il progetto tennis è ormai vicino alla resa dei conti visto che l’Atp ci ha concesso una proroga fino a fine febbraio, i costi delle Olimpiadi restano a carico delle Regioni. E nella riunione si è parlato di «come dare completa attuazione alla lettera di garanzia del presidente del consiglio inviata al Cio il 10 gennaio», la sintesi dell’ufficio del sottosegretario Giancarlo Giorgetti […]

Elina, come picchia la regina di Roma! (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Elina Svitolina è una ragazza pratica: punta ai record. Prima ucraina a entrare fra le Top 10 del ranking mondiale, vincendo le ultime Wta Finals è diventata anche la prima Maestra del suo Paese. In classifica è già stata numero 3, l’obiettivo ora sono numero 1 e un risultato importante negli Slam, dove finora è arrivata al massimo nei quarti, due volte in Australia e due volte a Parigi. Il killer istinct non le manca: ha già sconfitto sei volte una numero 1 del mondo, e su 15 finali giocate in carriera ne ha vinte 13, comprese le ultime due di fila al Foro Italico. Da quest’anno poi può contare sull’aiuto di uno sparring partner di qualità: Gael Monfils, il campione francese con cui fa coppia fissa. In Australia hanno aperto un account “di coppia” e iniziato una gara a fine benefico: ogni ace che riescono a piazzare, ci ha spiegato Alina a Doha, si trasforma in una donazione di 100 dollari all’ospedale pediatrico di Odessa. Onestamente: che chance ha di battere Gael come numero, di ace? «E’ dura, ma l’importante non è quello, cerchiamo semplicemente di fame più che possiamo. Ci interessa restituire un po’ di quello che abbiamo avuto, fare per i bambini. E’ la prima iniziativa di beneficenza che organizziamo, cene saranno altre. Abbiamo tanti progetti insieme». Difficile immaginare due personalità più diverse delle vostre… «E’ vero, siamo molto diversi: per mentalità, stile di gioco e cultura. Anche il modo in cui guardiamo al tennis è differente, e proprio questo rende la cosa più interessante. Riusciamo a prendere il meglio l’uno dall’altro. Io sono molto precisa in tutto quello che faccio, Gael più rilassato, e da quando sto con lui riesco a rilassarrmi anch’io. Mi rendo conto che alla fine sto solo giocando a tennis e che la vita è bellissima». Vi alienate anche insieme: come riesce a concentrarsi palleggiando con un intrattenitore nato come lui? Gael dice spesso che se non si divertisse smetterebbe subito di giocare. «La verità è che ci alleniamo molto seriamente: perché io lo metto alle corde. Gael si diverte a fare dei colpi strani, a inventare cose, ma quando esagera lo richiamo all’ordine: “okay, adesso facciamo 15 diritti incrociati!”. Sono quel tipo di persona, la mia educazione è stata molto rigorosa» […] Lei in campo è tostissima, specie in finale e specie contro le più forti: una dota naturale? «Negli ultimi due anni ho lavorato molto su questo aspetto, prima con un mental-coach e ora da sola. Nel tennis vince chi si adatta prima e meglio. Ogni settimana le condizioni sono diverse, cambiano palle, campi, temperature. Non era neppure previsto che io giocassi a Doha, è stata una decisione dell’ultimo minuto. Devi sempre essere concentrata su quello che fai nei momenti che contano, ed è quando ti trovi in finale con un giocatrice forte che serve il salto di qualità. Adesso riesco sempre a dare il 100 per cento». Negli Slam non è mai andata oltre i quarti: è l’obiettivo di quest’amo? «Ho 24 anni, quindi ne giocherò ancora tanti. Cerco di fare il meglio e restare positiva. Nel tennis è normale perdere quasi tutte le settimane, non ha senso abbattersi per una sconfitta» […]

Le grandi storie del tennis: Lilì, la prima femminista (Daniele Azzolini, Tuttosport)

La più bella aveva un nome da profeta: Elia. Ma si faceva chiamare Lilì, e il nomignolo le stava un incanto. Riassumeva in quattro lettere squillanti il suo carattere, e rendeva più sbrigative le presentazioni, ché a pronunciare per esteso Elia Maria Gonzalez-Alvarez y Lopez-Chiceri c’era di che farsi venire il mal di testa. Tagliar corto, andare al punto, faceva parte della sua natura. Su di essa Lilì costruì il suo tennis, il suo modo di essere donna, infine la sua vita. Dritta alla meta, sempre. Qualunque essa fosse. La rete di un campo in erba, qualche convenzione da abbattere, una polemica da sostenere, tanto più se dalla parte di un femminismo che negli anni Venti, sconosciuto persino alle avanguardie più progressiste della borghesia finanziaria, appariva misterioso, sconsiderato e dunque deprecabile. Lei, Lilì, fu la prima femminista dello sport, e sì, anche la più deprecabile, non fosse stato per quelle chiome brune che si diceva cambiassero colore, incupendosi, quando le furie la agitavano, e quelle gambe lunghissime, capaci di turbare i sonni di un pubblico maschile composto unicamente da spasimanti, pronti per un suo sorriso – lo scrisse, in quegli anni, Maria Campo Alange, una delle rarissime donne ammesse alla professione giornalistica – ad accettare qualsiasi compromesso culturale e politico con la militanza femminile. Un pubblico di “suffragetti” schierati dalla parte dell’unica suffragetta che avrebbero istintivamente eletto al parlamento. “La Senorita”, in Inghilterra la chiamavano così. Quando sbarcava a Dover e il riflesso delle bianche scogliere le si adagiava sui capelli, si scatenava il frenetico e un po’ surreale corteggiamento dei fans. “Disposti a tutto”, scrive ancora su ABC la Campo Alange, che poi divenne sua amica e insegnante di giornalismo, «si accalcavano per ottenere un suo autografo, attendevano ore per vederla lasciare un teatro, o un ristorante» […] «I giornali del Regno Unito erano conquistati dai suoi modi sicuri, talvolta duri e quasi maschili», continua la sua biografa. Lilì dominava la scena. Giovane, spregiudicata, affascinante, in cambio di quelle maniere sin troppo tranchant, dispiegava sorrisi in grado di trascinare in un paradiso di seduzione anche gli animi di scorza più dura. E il seguito potete immaginarlo… La mantide tennista avrebbe poi saputo come trasformarli in tremolanti gelatine. Era nata a Roma il 9 maggio del 1905, in una delle camere dell’Hotel Flora, via Veneto […] Lilì sarebbe potuta nascere ovunque, ma Roma si sposava bene al suo fascino mediterraneo, e lei ci teneva. La sua formazione, come i suoi modi di fare, la rapidità con cui prendeva decisioni, o attizzava la polemica, non furono però quelli di una città già allora ingombrante e un po’ indolente. Ricordavano più della sua vita fra un treno e l’altro, con il continuo cambiare dei punti di vista, lo sferragliare agitato delle emozioni, l’approdo a certezze che non erano mai definitive, ma di passaggio. Divenne sportiva praticante in Svizzera, dove la madre, cagionevole di salute, decise di fermarsi, alfine scendendo dal treno. Lilì vinse a Saint Moritz il primo trofeo, ma nel pattinaggio su ghiaccio. Aveva undici anni. A tredici cominciò a giocare a tennis, ed era già un’ottima golfista. Diciassettenne vinse un oro internazionale ancora nel pattinaggio ed entrò nella squadra spagnola di sci. A diciannove anni conquistò il Gran Premio della Catalogna, guidatrice spericolata per le strade sterrate di allora. Dai venti in su si dedicò quasi solo al tennis. Quasi… Giusto un po’ di biliardo, nel quale eccelleva, e di equitazione, e di scherma, in modo da aggiungere altri ori alla sua stanza dei trofei. Partecipò da tennista ai Giochi Olimpici del 1924 a Parigi (giunse nei quarti), nell’anno in cui vinse i tornei di Cannes, Aix les Bains, Touquet e Monte-Carlo. Gli eventi su la Cote d’Azur furono suoi a più riprese, Monte-Carlo addirittura cinque volte. A Parigi fu finalista nel 1927 e vinse il doppio nel 1929. Ma gli anni migliori furono quelli del suo assalto a Wimbledon, delle tre finali consecutive, dal 1926 al 1928, quando venne fermata solo da tenniste con quattro quarti di nobiltà sportiva: la McKane Godfree, poi Helen Wills, infine Daphne Akhurst. Lei capovolse quei risultati presentandosi in campo con un abitino firmato da Elsa Schiaparelli, una tutina bianca “da truppa” lo definirono. Fu un trionfo, ed ebbe le “prime” di tutti i quotidiani. Nel 1930, a Milano, si iscrisse alla prima edizione degli Internazionali d’Italia, li vinse in finale contro Lucia Valerio, al fianco della quale si prese poi anche il doppio. Lucia, la nostra prima vedette tennistica, fu forse la sua migliore amica e in un suo lontano ricordo descrisse Lilì con queste frasi: «Era azzardata in tutto ciò che faceva, e prima di tutto nel tennis, nel quale cercava sempre la soluzione più difficile. Il suo premio erano gli applausi. Il problema è che faceva diventare azzardate anche noi, che per carattere ce ne saremmo ben guardate». Oggi le parole sono altre, per descrivere una donna degli anni Venti come Lilì Alvarez… Protofemminista, come lo furono tutte le suffragette politicamente impegnate. Protagonista di uno star system direttamente proporzionale ai mezzi di comunicazione di cento anni fa, dunque essenzialmente basato sul passaparola, sulle emozioni veicolate dai racconti. Eppure suona strano che la Storia di uno sport come il tennis, che tutto ha descritto, circostanziato, enumerato, arrivando persino a contare quante ore di pioggia vi siano state in ogni giorno di contesa, da che Wimbledon è Wimbledon, abbia tracciato un rigo su una donna come Lilì Alvarez. Sottaciuta, quasi dimenticata, un nome fra i tanti. Curioso, perché fu lei ad aprire la strada a una professionalità sportiva militante, lei a scrivere per prima di un dilettantismo antidemocratico, un “falso y aniquilosado mito” utile solo a mantenere lo sport nelle mani delle classi che se lo potevano permettere, lei a descrivere la via sportiva come la più breve, e ricca, e piena, per raggiungere il proprio “io interiore”. Scrisse nel suo libro più bello, Plenitud, del 1946: «Un atleta è caratterizzato dalla sua agilità, rapidità, flessibilità, forza, abilità e dall’equilibrio. Attraverso queste qualità, egli sperimenta una perfezione espansiva e spaziale sinonimo di bellezza interiore». Difficile sottrarsi alla convinzione che le grandi rivoluzionarie del nostro sport, la Billie Jean King che strappò il tennis femminile alla giurisdizione di Jack Kramer per dare vita alla Wta che oggi fa da guida al Tour, e la stessa Martina Navratilova che sostenne la diversità e il femminismo attraverso l’esaltazione di una forma fisica che non disdegnasse paragoni maschili, fossero se non le sue dirette discendenti, quanto meno le sue allieve. Non fu lei la prima a diventare professionista. Quando il promoter Charles C. Pyle si presentò nel suo albergo con un assegno in bianco, Lilì Alvarez declinò l’offerta e lasciò che al suo posto partisse per le Americhe, da sola, Suzanne Lenglen. Spiegò che la sua rinuncia era dovuta alla sensazione d’inutilità che le veniva dal progetto. «Tante partite, l’una uguale all’altra, sempre con la stessa avversaria. Non mi sembrava un granché. E per che cosa poi? Soldi?». Suzanne ne ricevette 75 mila, tutti assieme. Cifra che i pochi professionisti di allora, settore maschile, considerarono un affronto alla loro virilità tennistica. Trentotto incontri l’uno via l’altro con Mary K. Brown, senza subire una sola sconfitta. Con il suo gioco da autentica étoile del tennis, Lenglen si prese i match-clou di tutte le serate tennistiche in giro per gli States, organizzate nelle piazze, nei saloni delle grandi industrie e in altri posti impensabili. Fu lei la prima a permettersi un’espressione poi divenuta centrale nelle rivendicazioni delle sue nipotine più moderne: la parità dei montepremi. In realtà erano i tennisti del suo seguito a battere cassa, e lei a guardarli dall’alto. Ma fu un caso isolato il suo, anzi, unico. E Suzanne, non per niente, era chiamata la Divina. Lilì, che quella tournée avrebbe dovuto condividerla con Suzanne, preferiva altro. Lo scrisse in un articolo su La Vanguardia… «Mai ricevuto un dollaro da sportiva, non ne avrei avuto bisogno. La fama acquisita con la racchetta mi permetteva di vivere da super milionaria». Altre donne di sport, negli stessi anni, ebbero in comune con Lilì una così alta considerazione del ruolo della donna. Ma la voce della Alvarez, anche grazie ai suoi articoli, fu la più ascoltata. Il tennis era già allora, e continua a essere, lo sport più borghese fra tutti […] Nel 1926 la classifica del tennis femminile vide Lilì al terzo posto, seconda invece nei due anni successivi. Già nei giorni di Wimbledon, il quotidiano argentino La Nacion si era fatto avanti per chiederle dei reportage. Era l’inizio di una nuova professione, dunque di un nuovo amore. Nel 1931 la chiamò il Daily Mail, per una serie di articoli sulla Guerra Civile spagnola e sul nuovo ruolo delle donne. Nel 1940 fu assunta da La Vanguardia e tornò a scrivere di sport anche su Arriba e sulla rivista Blanco y Negro che la inviò in Australia per la Coppa Davis. Nel 1934 sposò un nobile di Francia, il conte di Valdene, ma il matrimonio si spense dopo l’aborto spontaneo che Lilì subì a gravidanza già avanzata. L’accusa fu quella di non aver rinunciato alla sua vita scapestrata. Lilì rispose con gli avvocati. Ma a quella vita non rinunciò mai. Giocò a tennis fino a tarda età, fece equitazione, non rinunciò alla guida né al nuoto. Scomparve nel 1998 a Madrid, Aveva 93 anni […]

Djokovic: “Stavo per smettere la nascita di mio figlio mi ha dato equilibrio” (Emanuela Audisio, Repubblica)

Sempre magro, occhi spiritati, ma più sereni, in smoking con il panciotto, Novak Djokovic si confessa con il premio Laureus in mano […] «Devo tutto a Jelena, mia moglie. È lei che mi ha tenuto insieme quando stavo perdendo i pezzi. C’è stato un momento in cui non riuscivo più a trovare un motivo per giocare a tennis, non mi divertivo più, e dubitavo valesse la pena di sopportare fatica e dolore. Volevo smettere, dire basta, ero impaziente sia a casa che in campo. Mi cercavo, e non mi trovavo, ero nervoso, il mio gioco non era granché, e quando stai nel pozzo, più ti affanni e più cadi giù. Maledivo tutti, me stesso, ogni cosa, era sempre colpa del mondo, la sconfitta con Cecchinato l’anno scorso nei quarti al Roland Garros ha fatto il resto. Jelena è stata la mia cura, mi ha incoraggiato a non tormentarmi, mi ha detto che dovevo solo aspettare, e che la famiglia non l’avrei mai persa, lei era lì e ci sarebbe sempre stata. Bisognava solo avere pazienza, non distruggere quello che avevamo costruito». A 31 anni ancora non l’aveva capito? «No. Non sapevo ancora che nella vita non puoi controllare tutto. Ero più un tipo da palla dentro o fuori. Vedevo le mete, quelle avevano valore, non il viaggio che fai per raggiungerle, non quello che ti capita mentre stai combattendo la tua sfida. Certo che voglio vincere più Slam, ma un conto è avere l’ossessione di raggiungere un orizzonte, e un altro è cercare di stare mentalmente bene, di avere equilibrio. In parole semplici: è quello che faccio con serenità oggi che mi farà giocare bene domani». E cosa fa oggi? «Il papà. Tutti possono essere padri, ma fare il genitore è una responsabilità diversa. Il mondo si allarga, diventa molto più di un rettangolo, ma non ci arrivi subito. Non vado più a letto tardi, anzi non arrivo neanche più alla mezzanotte. E in campo sto attento ai miei atteggiamenti, penso: e se mio figlio Stefan che ha quattro anni mi vedesse così sconvolto? Prima, credevo di avere tutti i diritti, ora rifletto sui miei doveri. L’altro giorno giocavo a palla in strada con mio figlio e qualcuno mi ha chiesto di fare una fotografia: Stefan, dubbioso, mi ha chiesto, perché quel tipo ti conosce? Be’, sai, gli ho risposto, sono spesso in tv per via del tennis. Io non l’ho detto a mio figlio che sono un campione, né desidero che lui mi riconosca come tale». Però Stefan lo avrà capito. «Ha capito che parto spesso. E infatti mi chiede: perché vai lontano da me? Prima questo pensiero mi era insopportabile. In campo mi mancava la famiglia, a casa soffrivo di non stare in campo. Quando giochi male i dubbi e il disagio si moltiplicano, tutto ti appare insopportabile, ora che sono in pace penso che ogni stagione porta sfide nuove. Dipende da te accettarle, cogliere l’occasione di migliorarti, oppure farti sconfiggere ancor prima di partire. Si chiama nevrosi ed è una talpa che lavora dentro» […] Padre nostro Djokovic, farà altri miracoli? «Credo nella trascendenza. Quando ti spingi oltre i tuoi limiti, e nello sport capita, è come se il tuo spirito uscisse fuori di te e tu fossi guidato da un pilota automatico. Mi è capitato contro Nadal nella finale dell’Australian Open 2012 che è durata quasi sei ore, a quel punto per non sentire il dolore fisico ti estranei. È come un’esperienza extracorporea, sei lì, ma non ci sei, c’è una forza più grande di te che ti porta avanti. Io ho la fede, che mi ricorda quanto sono benedetto. Ho preso atto della mia vulnerabilità, ma anche della mia forza. E non vedo altri posti dove posso evolvere se non in un campo da tennis. Quello che imparo dalla vita, io me lo gioco lì».

Becker: “Essere padri e avere stabilità attorno: questo manca ai giovani” (e.a., Repubblica)

Boris Becker, 51 anni, ambassador della Fondazione Laureus, un’idea sulla Next Gen ce l’ha. E anche sul fatto che nel tennis del Grande Slam tra vecchi e giovani siano questi ultimi a soccombere. Allora Boris, deluso dai teenager del tennis? «No. Non si diventa numeri uno in poco tempo, nemmeno se si è una stella nascente. Bisogna prima salire, poi consolidarsi. Ma un tipo come il tedesco Sasha Zverev, 21 anni, non è mica una delusione visto che per la terza stagione consecutiva è nei top 5». Ma il trio Djokovic-Federer-NadaI non lascia scampo. «Vuole il loro segreto a parte che sanno giocare bene, anzi meglio degli altri? I primi due sono padri, il terzo viaggia con la sua famiglia. Cosa significa? Attorno hanno calma, stabilità, tranquillità. Non fanno tardi la sera, non vanno a cena fuori, mangiano bene, non si considerano in trasferta, ovunque siano quello è il loro mondo perché hanno la casa dietro, e risparmiano energie nervose». […] «I millennial non parlano, chattano, la loro attenzione è per i social, non per l’esperienza che stanno affrontando in uno Slam. I vecchi hanno già vissuto quella situazione e hanno chi si può prendere cura di loro. Mentre Roger può passare dal campo al gioco rilassante con le sue bimbe, i giovani si consumano nel confronto e si distraggono. Scaricano le loro pile, invece di ricaricarle. Nel loro clan non hanno gente attenta ai particolari, esperta, che li sa orientare. Il tennis di oggi è molto performante, richiede molte energie, se hai talento ma sei acerbo non puoi non soccombere. Vedremo se con Lendl a fianco di Zverev qualcosa cambierà». Ma lei ha vinto Wimbledon a 17 anni. «Appunto, nel 1985. Non stavo sui social. Non ero sempre in contatto con un mondo virtuale, la mia giornata non era allertata da messaggini. Dovevo rispondere sul campo, non sul web. E in più c’era Wilander che aveva 21 anni, Noah 25, McEnroe 26. Se al greco Tsitsipas, 21 anni, capita di eliminare Federer e di giocare il suo primo quarto di Slam contro Nadal, poi viene bastonato dallo spagnolo. I tre tenori cantano più forte, ne puoi zittire uno, ma gli altri lo vendicheranno». Lei è per modernizzare il tennis? «Sì perché il mondo progredisce e bisogna accogliere tutte le novità che portano qualità. Si parla di introdurre il tie-break nel quinto set degli Slam. Bene. Niente ripetizione del servizio se la pallina tocca il nastro? Ci sto. Così come sono favorevole alla regola dei 25 secondi tra un punto e l’altro. Mi oppongo invece all’accorciamento dei set, perché così cambia tutto» […]

Lo scambio proposto dalla Lega. Fondi statali per i Giochi 2026 e via libera a Torino per le ATP (Andrea Rossi, Stampa Torino)

Dice il governatore veneto Luca Zaia – uno così influente da aver gettato Cortina nella corsa alle Olimpiadi 2026 come cenerentola facendola diventare un pilastro della candidatura italiana – che bisognerebbe definire un «pacchetto» unico, «basato su due eventi planetari come l’Atp e le Olimpiadi invernali» e successivamente concordare le modalità per trovare i finanziamenti. Ora i termini dello scontro sono chiari, nitidi. E confermano che sulle Atp Finals, il torneo tra gli otto migliori tennisti al mondo che Torino si è candidata a ospitare tra il 2021 e il 2025, è in atto un duello tra Lega e Movimento 5 Stelle, in cui è in gioco il finanziamento pubblico ai grandi eventi sportivi. E dove la domanda è semplice: perché lo Stato dovrebbe finanziare le Atp Finals se non intende contribuire a un evento ben più importante come le Olimpiadi? Ieri mattina a Roma si è riunito il tavolo tecnico sui Giochi 2026 e le posizioni sono emerse come mai prima d’ora. Si è anche capito come mai le garanzie pubbliche per le Atp – i 78 milioni che il governo, tramite il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti aveva garantito – adesso siano in discussione. Il motivo è semplice: poiché il Movimento 5 Stelle ha imposto che i Giochi 2026, se Milano e Cortina riusciranno a spuntarla, si dovranno organizzare senza un euro dello Stato, ma totalmente a carico di Veneto e Lombardia, la Lega – che amministra le due Regioni – si è messa di traverso sul fatto che lo Stato garantisca per le Atp. Un atteggiamento che ha una sua coerenza, se non fosse che Torino rischia di rimetterci una seconda volta: il no dei Cinque Stelle l’ha privata della candidatura olimpica; ora le resistenze della Lega stanno facendo naufragare l’obiettivo tennistico. La proposta di Zaia, una mossa molto astuta, si incunea nelle contraddizioni del Movimento. Il governatore veneto approfitta dell’impasse sulle Atp per «fare un ragionamento generale sui grandi eventi sportivi». Per essere più espliciti: il governo finanzi entrambe le manifestazioni e non se ne parla più […] Per ora i grillini rifiutano sdegnati: «È totalmente inopportuno», commenta il sottosegretario Simone Valente. «Ogni evento va considerato singolarmente, valutando costi e benefici senza mercanteggiare». Traduzione non autorizzata: le Olimpiadi sono uno spreco e lo Stato non deve pagarle, le Atp Finals sono invece virtuose e vanno finanziate per intero. Su queste basi Torino rischia davvero di fare poca strada […]F

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Djokovic: “Ho dubitato di me, salvato da Jelena” (Ramazzotti). Giorgetti: “I soldi per le ATP non ci sono. Il territorio deve fare la sua parte” (Ricci). Costi-benefici anche sul tennis. La Lega: paghino pure i privati (Ricca)

La rassegna stampa di martedì 19 febbraio 2019

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Djokovic: “Ho dubitato di me, salvato da Jelena” (Andrea Ramazzotti, Corriere dello Sport)

Elegantissimo come in campo e pronto per nuove sfide. Con il suo smoking nero e accompagnato dalla bellissima moglie Jelena, che sul red carpet si è scattata un selfie insieme a Boris Becker e al marito (al quale ha stampato il suo rossetto sulle labbra con un bacio), ieri Novak Djokovic ha catalizzato su di sé gli sguardi di tanti campioni del mondo dello sport presenti al Laureus World Sports Awards e si è preso per la quarta volta il premio come miglior sportivo dell’anno. Una soddisfazione speciale per lui che alla fine del 2017 ha dovuto fare i conti con un problema a un gomito che lo ha tenuto fuori sei mesi. «Lo scorso anno per me è stato eccezionale – ha ammesso – perché dopo l’intervento chirurgico, ho vinto Wimbledon e gli US Open. E all’inizio del 2019 ho trionfato di nuovo agli Australian Open… Questi successi li ricorderò per sempre come frutto dei sacrifici che ho fatto per tornare al massimo». Il suo percorso non è stato facile e lo ha raccontato davanti a una platea che lo ha ascoltato in silenzio. Adesso, dopo la netta vittoria in tre set contro Nadal a Melbourne a fine gennaio, è ancora più numero 1 del mondo ed è intenzionato a rimanere in questa posizione. Perché Nole, nonostante il passare degli anni (a maggio saranno 32), si sente più forte di prima e paradossalmente l’ultimo grave infortunio lo ha reso ancora più convinto delle sue possibilità. «Negli ultimi tre anni, dopo la vittoria al Roland Garros del 2016, ho imparato tante lezioni. Volevo quell’obiettivo, vincere tutti e quattro gli Slam, e quando l’ho raggiunto mi sono sentito sollevato, ma non realizzato. Poi c’è stato questo periodo che non è stato facile, ma nella vita succede così a volte: il risultato che ottieni è niente senza il viaggio che fai per raggiungerlo. Adesso ho vinto altri tre tornei dello Slam, ma non tutto è stato facile e quando ero infortunato tante volte mi sono chiesto se sarei tonato. Ero impaziente di uscire da quel tunnel e tante cose sono state complicate». «Ho avuto la fortuna di avere accanto mia moglie – ha proseguito Nole – che mi ha dato la forza per fronteggiare le avversità e con il suo supporto mi ha permesso di sconfiggere i dubbi e dilemmi che uno sportivo può avere quando ha problemi fisici o quando sta cercando se stesso. C’è stato un momento in cui non riuscivo più a trovare un motivo per giocare a tennis: non mi divertivo più e dubitavo che valesse la pena di sopportare il dolore e la fatica privando per giunta la famiglia del mio tempo. Il sacrificio che sopportavo era diventato superiore al divertimento che provavo. Ho seriamente dubitato di andare avanti con il tennis perché la mia vita non aveva più equilibrio e avevo bisogno di capire quello che volevo davvero. È stato allora che lei mi ha fatto sentire la sua vicinanza e ne sono uscito. Adesso eccomi qua, ma il merito di quello che ho vinto dopo l’infortunio è più suo che mio. Quando affronti avversità o sfide, devi guardare dentro di te dove ci sono le risposte. Non lo avevo mai capito, ma per fortuna l’ho fatto recentemente. È lì che ho trovato la forza per uscirne e andare avanti lavorando su me stesso» […]


Giorgetti: “I soldi per le ATP non ci sono. Il territorio deve fare la sua parte” (Giulia Ricci, Corriere Torino)

«Il governo non fare da solo, quei soldi non ci sono, il territorio deve fare la sua parte». Il sottosegretario con delega allo Sport Giancarlo Giorgetti pensa che se Torino e le sue imprese desiderano così tanto le Atp Finals di tennis dovrebbero trovarsi le risorse «da soli». Perché il capoluogo piemontese possa candidarsi, infatti, serve una garanzia finanziaria: 78 milioni di euro, 18 per il primo anno e 15 per i quattro successivi dell’evento, dal 2021 al 2025. La promessa di una fidejussione da parte del governo sarebbe dovuta arrivare entro venerdì sera a mezzanotte, ma l’associazione anglosassone ha concesso a tutti i Paesi candidati altri dieci giorni di tempo. Il sogno «riparatore» dopo lo schiaffo olimpico è diventato, però, una questione politica e di battibecchi tra gli alleati: da una parte il Movimento 5 Stelle, che sta lottando nella persona del sottosegretario Simone Valente per dare una seconda chance a Torino; dall’altra la Lega, che sembra non riuscire a mandare giù il mancato sostegno economico alla candidatura a cinque cerchi di Milano-Cortina. Così, giovedì sera, la discussione tra Valente e Giorgetti prima, durante e dopo il Consiglio dei ministri si è conclusa con un nulla di fatto, nonostante la garanzia fosse stata promessa dall’esecutivo «nel mese di novembre», come sottolineato più volte dalla sindaca Chiara Appendino. Venerdì è poi andata in scena la lunga giornata di pressing della prima cittadina, che sul grande torneo dei maestri di tennis ci sta mettendo anima e corpo, un po’, probabilmente, per farsi perdonare dal territorio di aver perso il bis delle Olimpiadi invernali. Quel giorno il premier Giuseppe Conte le ha dato una risposta secca: «Troppo tardi, avresti dovuto pensarci prima». Ora il tempo per rimediare, però, c’è. Il presidente di Federtennis Angelo Binaghi ha mandato una lettera ad Atp chiedendo una proroga e l’ha ottenuta. La proposta di una legge parlamentare per stanziare quei 78 milioni fatta dal capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, non sarà però sufficiente come garanzia: serve una mossa del governo. E Giorgetti ribadisce che quei soldi, a Roma, non ci sono: «Vorremmo dare un supporto per le finali Atp di tennis di Torino. Ora come ora mancano 80 milioni di euro. Si può fare solo se si creano sinergie con il territorio. Non può essere fatto solo con il supporto pubblico». Il sottosegretario leghista rilancia così la palla a tutti quegli imprenditori piemontesi che in questi giorni hanno attaccato il governo giallo-verde per il mancato appoggio alla candidatura […]


Grom: “È una grande opportunità, perché non dovremmo investire anche noi privati?” (Giorgia Mecca, Corriere Torino)

La partita non è ancora finita. Per continuare a giocarla, però, Torino ha bisogno di supporto economico da parte degli imprenditori locali. Lo ha detto ieri a Milano il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti […] Federico Grom, cofondatore insieme a Guido Martinetti di Grom, l’azienda che produce e vende gelati artigianali in tutto il mondo, l’anno scorso ha deciso di diventare sponsor del Roland Garros di Parigi, uno dei quattro tornei del Grande Slam di tennis. Grom è presente all’interno degli Open di Francia con un negozio e molta visibilità nei pannelli pubblicitari (come l’altra torinese Lavazza, che è anche fornitore ufficiale di caffè in tutti e quattro i tornei dello Slam). «Un investimento importante e ragionato di cui non ci siamo pentiti, e anzi, ne siamo orgogliosi», dice Federico Grom. Sarete sponsor a Parigi anche nel me? «Sì, per il momento il nostro accordo prevede la nostra presenza al Roland Garros per tre anni, fino al 2021». Per portare il tennis a Torino mancano le garanzie economiche, Giorgetti sostiene che non bastino i finanziamenti pubblici, anche i privati devono contribuire economicamente. «Ancora una volta si rischia di fare le nozze con i fichi secchi. Non si può proporre la propria candidatura senza la certezza di avere i soldi per portarla avanti e poi come extrema ratio ricorrere ai privati. Questo si chiama fare marketing sulle spalle degli imprenditori». Dopo Parigi, lei investirebbe anche nel tennis torinese? «La prima risposta che mi viene in mente è “perché no?”. La mia proposta è quella di sederci tutti intorno a un tavolo e fare un piano, ma farlo seriamente, analizzando a priori i costi e i benefici di un investimento su uno dei più grandi eventi sportivi al mondo. C’è bisogno di serietà da parte degli imprenditori e di volontà anche economica da parte della politica. Potenzialmente è un bel progetto e una grandissima opportunità per la nostra città». Ma… ? «Esiste un rischio imprenditoriale, e questo è normale in ogni operazione di questo tipo. Abbiamo capito che c’è la necessità di mettere dei soldi sulle Atp Finals, però bisognerebbe anche capire che da parte di noi privati c’è un’altra necessità, ovverò quella di avere un guadagno economico. Altrimenti non saremmo imprenditori, ma benefattori» […]


Costi-benefici anche sul tennis. La Lega: paghino pure i privati (Jacopo Ricca, Repubblica Torino)

Le prime crepe sul fronte del governo si sono aperte ieri. Non è ancora la soluzione definitiva auspicata dalla sindaca Chiara Appendino per portare le Atp Finals a Torino, ma le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti sono il primo segno di un cambio d’indirizzo anche sul fronte leghista. «Vorremmo come governo dare un supporto per le finali Atp di tennis di Torino» ha detto ieri. Non un impegno definitivo sui 78 milioni di euro di garanzie richieste dall’Atp e che, grazie a una proroga, dovranno arrivare entro fine mese, ma una strada che, seppur in salita, ora è tracciata: «Ora come ora mancano 80 milioni di euro — spiega Giorgetti — Si può fare solo tramite sinergie con il territorio, non solo col supporto pubblico». L’idea, che però può concretizzarsi solo con un intervento del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è che si arrivi a un impegno del governo, ma con garanzie anche da Regione, Città di Torino e soprattutto imprenditori interessati. Per arrivarci sarà necessario però mettere d’accordo 5 Stelle e Lega. «La partita non è chiusa — diceva domenica Appendino — Ci siamo spesi in ogni modo possibile per trovare una soluzione che permettesse una proroga». Ora si deve fare il passo ulteriore e per questo gli organizzatori, Appendino in testa, sono al lavoro per elaborare uno studio che spieghi come le Atp Finals a Torino siano un evento economicamente sostenibile e come l’impegno di 78 milioni di euro sarebbe largamente coperto, una volta ottenuta l’assegnazione del torneo, con i ritorni economici che, già elevati nelle edizioni londinesi, sarebbero in proporzione superiori in una città come Torino. Il presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, dopo aver scritto ad Atp e aver ottenuto la proroga sta lavorando sotto traccia per spostare l’ago della bilancia nel governo e far capire come il torneo, il più importante dopo i 4 Slam, darebbe un impulso enorme anche al movimento sportivo […] Il via libera, se mai arriverà, potrebbe però non bastare. Una delle teorie è che Atp, dopo i tentennamenti, voglia tornare a investire su Londra, ma abbia preferito mantenere ancora in corsa tutte le città, soprattutto le europee, per avere una posizione di forza nella trattativa per restare alla 02 Arena.


Mancano 17 milioni. ATP Finals, il governo ora vuole fondi privati (Andrea Rossi, Stampa Torino)

Servono almeno 15 milioni. Forse 17. Vanno cercati tra sponsor e aziende e servono in meno di due settimane, sempre che gli altri attori di questa surreale partita – governo ed enti locali – rispettino gli accordi. Cosa finora disattesa almeno da Roma. Il dossier sulle Atp Finals di tennis, il torneo tra gli otto migliori giocatori al mondo, è nelle mani del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma le nubi su Torino incombono. Lo strumento individuato per sbloccare la candidatura è un decreto della presidenza del Consiglio, l’unica soluzione in grado di rispettare i quindici giorni accordati da Atp per fornire le garanzie finanziarie. Servono 78 milioni per ospitare l’evento tra il 2021 e il 2025 ma soprattutto bisogna superare gli spigoli ormai quotidiani tra i due azionisti di governo: il Movimento 5 Stelle, che vuole aiutare Torino, e la Lega, che di certo non è ostile alle Atp Finals ma sembra voler mettere in difficoltà l’alleato. La prova l’ha fornita ieri il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha la delega allo Sport e finora ha gestito il dossier assicurando lo scorso novembre che il governo avrebbe stanziato tutti i fondi necessari. Da qualche giorno la sua posizione sembra cambiata. In un primo momento ha spiegato che serviva un passaggio parlamentare per trovare le coperture finanziarie. Ieri ha introdotto un nuovo argomento, annunciando di fatto che le coperture pubbliche non ci sono: «Come governo vorremmo dare un supporto. Ora come ora mancano 80 milioni. Si può fare solo se si creano sinergie con il territorio, non solo con il supporto pubblico». Esattamente quel che dicevano i Cinque Stelle sulle Olimpiadi invernali. Servono quindi fondi privati. E subito, perché entro la fine della prossima settimana l’Italia deve fornire le garanzie economiche. In realtà Giorgetti esplicita ciò che da settimane va dicendo: il governo (sponda leghista, ma in questo caso il dossier è di sua stretta competenza) è disposto a farsi carico dei tre quinti della spesa, poco più di 45 milioni in cinque anni. Ne mancano oltre 30 e, stando ai vecchi accordi, Comune e Regione si sono detti disposti a investirne, sempre nei cinque anni, 12-15. Il resto – tra 15 e 17 milioni – toccherebbe ai privati. E non è poco, soprattutto se sono soldi da trovare in meno di quindici giorni e al momento non è stata convocata nemmeno una riunione sul tema […]

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Rassegna stampa

La stampa italiana celebra la vittoria di Cecchinato a Buenos Aires (Cocchi, Piccardi, Semeraro, De Ponti)

La rassegna stampa di lunedì 18 febbraio 2019

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Buenos Aires, tris di Cecchinato. Oggi best ranking: è n. 17  (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Quando vede rosso, nessuno lo ferma più. Marco Cecchinato ha conquistato a Buenos Aires il terzo titolo della carriera battendo «El peque» Diego Schwartzman sulla terra di casa. Tre finali e tre titoli per il palermitano allenato da Simone Vagnozzi e Uros Vico, che da oggi raggiunge anche il best ranking in carriera salendo al numero 17 del mondo. (…).

LA RINCORSA Dopo i successi al 2° turno sul cileno Christian Garin, nei quarti sullo spagnolo Roberto Carballes Baena, in semifinale sull’argentino Guido Pella, il tennista azzurro in finale ha dominato Schwartzman, numero 19 della classifica mondiale, che in semifinale aveva annullato un match point a Dominic Thiem, l’austriaco campione in carica, per poi mandarlo a casa. Il punteggio del match di Cecchinato parla chiaro, 6-1 6-2, con un dominio fisico e tattico totale da parte dell’azzurro, che ha chiuso alla grande una settimana in cui non ha lasciato agli avversari nemmeno un set. Con i 250 punti conquistati e la nuova classifica di numero 17, il Ceck diventa il quinto azzurro nella storia come piazzamento nel ranking, superando Omar Camporese, Andrea Gaudenzi e Andreas Seppi, che sono arrivati al massimo al numero 18. (…).

TUTTI A RIO Ora il palermitano vola a Rio de Janeiro per giocare il torneo in cui saranno impegnati anche Fabio Fognini e Lorenzo Sonego. Mercoledì Marco affronterà una delle sue bestie nere, quell’Aljiaz Bedene che su cinque incontri (quattro nei Challenger) non gli ha mai concesso neanche un set. Lorenzo Sonego, numero 109 della classifica mondiale, entrato in extremis nel main draw, deve vedersela con lo spagnolo Albert Ramos-Vinolas, numero 96, mentre Fabio Fognini, ora 15 del ranking, esordirà con il Next Gen canadese Felix Auger-Aliassime, numero 103 del mondo, in gara con una wild card.


Cecchinato centra il triplete a Buenos Aires (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Buenos Aires è terra di italiani. Non stupisce che dopo Giorgio De Stefani (1935) e Nicola Pietrangeli (’63 e ’65), là dove in finale nell’era Open avevano fallito Panatta, Volandri, Di Mauro e Fognini, a sbancare la capitale dell’Argentina sia Marco Cecchinato, a suo agio sul centrale intitolato (in vita) a Guillermo Vilas come un pesce nell’acqua. A furia di palle corte, l’antica arma con cui l’anno scorso si era fatto largo fino alla semifinale del Roland Garros, il palermitano ha frustrato l’entusiasmo dell’enfant du pays Diego Schwartzman, numero 19 del ranking, capace davanti al pubblico di casa di racimolare contro un avversario in stato di grazia appena tre game (6-1, 6-2). E il primo titolo stagionale per l’Italia, il terzo in carriera per Cecchinato, che ha nel rosso il terreno d’elezione (Budapest e Umago, nel 2018, erano stati vinti sulla stessa superficie) e spezza un piccolo digiuno azzurro risalente a Los Cabos l’agosto scorso, quando era stato Fognini Cecchinato centra il triplete a Buenos Aires ád alzare le braccia ál cielo (…). da oggi l’azzurro sale al numero 17 (best ranking), diventando il quinto italiano della storia come piazzamento (Camporese, Gaudenzi e Seppi si sono fermati al numero 18), il secondo dietro Fabio Fognini (numero 15), la cui stagione sulla terra non riesce a decollare (…). Da oggi si gioca a Rio de Janeiro, in Brasile, nell’Atp 500 di cui l’austriaco Thiem è testa di serie numero uno davanti all’attacco a due punte italiano: Fognini e Cecchinato. II favorito numero quattro è l’argentino Schwartzman, campione in carica, totalmente decodificato dal Ceck che affronta lo sloveno Bedene al debutto. Nell’aria buone sensazioni.


Cecchinato supertris. Cecchinato da sorpresa  (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Confermarsi nello sport è la cosa più difficile. Oltre che talento, fortuna, sacrifici e allenamenti servono neuroni inossidabili, e a quanto pare Marco Cecchinato dispone anche di quelli. Il suo 2018 è stato straordinario, addobbato dai due tornei vinti a Budapest e Umago e dalla semifinale del Roland Garros conquistata con la memorabile vittoria su Djokovic nei quarti. Il 2019 conta già una semifinale di lusso sul cemento di Doha e la vittoria asportata ieri sulla terra di Buenos Aires in due set (6-1 6-2) e appena 66 minuti a Diego Schwartzman, ex n.11 del mondo che a Baires ci è nato e quindi sul centrale intitolato al grande Guillermo Vilas (8 titoli nel torneo) giocava in casa Neppure il tradizionale tifo, la hinchada, è riuscita però ad accendersi. Il Ceck, una furia, ha dominato dal primo all’ultimo punto, massacrando El Peque anche (soprattutto) con il rovescio, un tempo il colpo più debole del repertorio. E’ il terzo titolo che Marco si porta a casa dallo scorso aprile, tutti a livello di “250”. Baires viene dopo Budapest e Umago, ma ha un peso storico-statistico diverso, perché vale un best ranking da numero 17 del mondo che fa di Cecchinato il quinto italiano come posizione in classifica mondiale nell’era Open dopo Panatta (4), Barazzutti (7), Bertolucci (12) e Fognini (13) (…).

STORIA. Cecchinato ha scavalcato, sempre in termini di ranking, tre pezzi di storia del nostro tennis come Omar Camporese, Andrea Gaudenzi e Andreas Seppi, tutti arrivati al massimo al numero 18. Nella classifica attuale si è messo dietro Bautista-Agut e lo stesso Schwartzman. Il suo è il 63° titolo azzurro dell’Era Open, fra l’altro era dal 1965 che un italiano non vinceva a Buenos Aires. Allora toccò a Pietrangeli (…). Schwartzman sicuramente non era l’Uomo Nero dei giorni migliori, sabato aveva dovuto battagliare tre set per accettare i regali di un Thiem molto deludente, mentre Marco si era sbarazzato rapidamente dell’altro gaucho Pella. Ma il Ceck non lo ha fatto entrare in partita. Inavvicinabile per El Peque al servizio, aggressivo nei game di risposta, bravo a miscelare ritmi e velocità usando nelle giuste dosi la smorzata, la sua arma preferita sulla terra. Quando arriva in finale del resto per ora il suo record non lascia dubbi: tre centri su tre, senza mai perdere un set (…). Siamo solo a febbraio, certo, ma se i proverbi – e le statistiche – contano qualcosa, Marco è di nuovo sulla strada buona.


Trionfo a Buenos Aires, Cecchinato superfast  (Diego De Ponti, Tuttosport)

Il Ceck spazza via Diego Schwartzman e conquista, a Buenos Aires, il suo terzo titolo in carriera. Spazzato via il beniamino di casa, che il giorno prima si era tolto la soddisfazione di eliminare l’emergente Dominic Thiem. Marco Cecchinato chiude i giochi in un’oretta e qualche scampolo di minuto con il punteggio di 6-16-2. Quando l’argentino prova a tirare su la testa, il palermitano risponde con una nuova accelerazione che taglia definitivamente le gambe al suo avversario e cala il tris vincente in altrettante finali nel circuito Atp. Dopo i successi nella passata stagione a Budapest e Umago, il 26enne di Palermo, e terza testa di serie, conquista l’Argentina Open (…).

VITTORIA PESANTE (…) Quello di ieri è un successo importante perché consente al siciliano di salire in 17a posizione nella classifica mondiale, migliorando ancora il proprio ranking, così da diventare il quinto azzurro nella storia come piazzamento nel ranking (meglio di Omar Camporese, Andrea Gaudenzi e Andreas Seppi che sono arrivati al numero 18). Però è un successo che vale anche in prospettiva perché nel 2018 Marco fu il protagonista di un’impresa al Roland Garros e la vittoria di ieri è importante visti i meccanismi di punteggio.

GIORNATA SÌ Che la giornata fosse quella giusta si è capito subito. Dopo aver mancato tre palle break già nel secondo gioco, il siciliano ha tolto la battuta all’argentino nel quarto game (doppio fallo del padrone di casa sul 30-40 confermando il break per il 4-1). Troppo bassa la velocità del servizio dell’argentino per impensierire il gioco di Cecchinato. (…). L’ultima spallata è arrivata puntuale ad opera di Cecchinato, che senza tremare ha chiuso un match impeccabile, meritandosi anche l’abbraccio del 26enne di Buenos Aires. SUBITO RIO Neanche il tempo di gioire che si torna in campo a Rio. Marco Cecchinato affronta oggi lo sloveno Aljaz Bedene, numero 57 Atp, che si è aggiudicato in due set i cinque testa a testa con il 26enne di Palermo, quattro dei quali disputati a livello challenger. Lorenzo Sonego, numero 109 della classifica mondiale, entrato in extremis nel main draw (inizialmente era stato inserito nelle qualificazioni), deve vedersela con lo spagnolo Albert Ramos-Vinolas, numero 96 Atp. Non ci sono precedenti fra i due. Fabio Fognini, numero 15 del ranking mondiale e secondo favorito del tabellone, esordirà con il Next Gen canadese Felix Auger-Aliassime, numero 103 Atp, in gara con una wild card (…).

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