Sul carro di Daniil

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Sul carro di Daniil

Il russo entrerà in top 30 e vuole prendersi il primato nazionale. Oggi sembra più calmo, ma nasconde un passato piuttosto fumantino: dai cinque mesi di squalifica quando era junior… alle monetine

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Ci sono le giovani promesse del tennis e poi ci sono i giovani tennisti russi. Per una ragione quasi ancestrale, che affonda le radici direttamente nella cultura (sportiva, ma non solo) russa, vanno analizzati con altri parametri e meritano quasi una diversa indulgenza. Se hanno un carattere un po’ fumantino, se in campo faticano a contenere il loro tennis entro i limiti dell’efficacia, li si inquadra come ereditieri dell’impareggiata (e forse impareggiabile) follia di Marat Safin e si scuote il capo, speranzosi, azzardando un ‘Vabbè, sono russi‘.

È anche una questione di produttività e di contributo al tennis. Al momento solo gli Stati Uniti, al pari della Russia, possono vantare tre under 23 in top 100. Certo la capacità di suscitare entusiasmi di Tiafoe, Fritz e Mmoh (che ha appena fatto il suo esordio in top 100) non può essere la stessa di Karen Khachanov (n.24 ATP), Daniil Medvedev (n.32) e Andrey Rublev (n.68), che in circostanze diverse hanno mostrato di poter viaggiare al ritmo dei più forti. Giova ricordare che sangue russo scorre anche nelle vene tedesche di Zverev e canadesi di Shapovalov, rispettivamente a una e due spanne dai big, e che appena fuori dalle prime 200 posizioni del mondo riposa il 20enne Aleksandr Bublik, ultimo rinforzo della campagna acquisti del Kazakistan prima che la Russia decidesse che forse era il caso di tenere in piedi una squadra decente per la Davis e smettesse di farsi scippare i tennisti. Tempismo perfetto, dal momento che la Davis a breve non esisterà più.

 

Ritornando all’eredità di cui sopra, nessuno dei cinque sopracitati – da Khachanov al piccolo ma terribile Bublik – vincerebbe la statuetta per il miglior autocontrollo sul campo. C’è chi, però, sta imparando. Daniil Medvedev non ha sempre avuto quest’espressione imperscrutabile capace di lasciarsi sobillare, apparentemente, solo da Tsitsipas e dalla giudice di sedia Mariana Alves, rea (a suo dire) di avergli rovinato la partita con Bemelmans al punto da indurlo ad aprire il portafogli e lanciarle delle monetine in ‘presumibile segno di sommo disprezzo‘. Tutto a Wimbledon eh, mica al torneo sociale di Casalpusterlengo.

C’è stato un tempo in cui Daniil Medvedev era persino più incontrollabile di così“Non sono certo la persona più calma del mondo”, profetizzava il russo proprio pochi giorni prima del lancio delle monetine. “Nella mia carriera ho avuto un po’ di problemi, soprattutto da junior dove ti squalificano per un mese se commetti dieci violazioni”. Lui riuscì ad accumularne tante da star fermo cinque mesi, come ha raccontato Tennisitaliano. Soprattutto da junior dice Daniil, ma non solo. Nel 2016 fu capace di farsi sbattere fuori dal challenger di Savannah per aver insinuato che il suo avversario Donald Young fosse spalleggiato dalla giudice di sedia, anche lei di colore: razzismo alla base della messa in discussione dell’imparzialità di Sandy French, tuonò USTA per giustificare la squalifica.

Di cose, insomma, ne ha combinate il 22enne nato a Mosca, soprattutto nel periodo in cui aveva deciso di mascherare il suo talento con un’attitudine largamente perfettibile. Il suo coach Gilles Cervara gli chiedeva se stesse dando il 100%, lui rispondeva di sì e Cervara gli suggeriva di lasciar perdere perché se quello era il suo massimo, beh, sarebbe andato poco lontano. Mangiava senza regole e prestava scarsa attenzione alle pratiche di recupero dopo gli incontri. Il punto di svolta è arrivato lo scorso anno a Shanghai quando maestro e allievo hanno avuto un acceso diverbio a proposito della condizione fisica di Medvedev. Daniil si è sentito messo alle strette e ha accettato di iniziare a compilare due volte al giorno un questionario su come si sente, perché il suo staff possa sapere se, come e quando intervenire. Clic.

I mesi successivi raccontano come il tennis sia uno sport che poggia, tutto sommato, su concetti semplici (da identificare, non certo da mettere in pratica). Se hai un buon talento, presti attenzione alla tua routine giornaliera e ti circondi delle persone giuste che ti aiutano a dare una direzione ai tuoi allenamenti, i risultati prima o poi arrivano. Medvedev ha ricevuto un grosso impulso dal titolo di Sydney a inizio stagione, poi non si è lasciato abbattere dai cattivi risultati sul rosso – superficie che non arriverà mai ad amare – né dalla necessità di giocare spesso le qualificazioni (vi è stato costretto in cinque occasioni e le ha sempre superate, ultima delle quali questa settimana a Tokyo) e ha sollevato il trofeo pluri-puntuto di Winston-Salem, curiosamente ancora nella settimana che precede uno Slam.

Se ne deduce che gli serve un fondo rapido per essere insidioso. A Wimbledon ha sfiorato gli ottavi perdendo una partita rocambolesca contro Mannarino, altro discreto interprete dei prati, ma una volta ricominciato il cemento ha fatto persino meglio: da Toronto a Tokyo, dove è ancora in gioco, ha vinto ventidue partite (qualificazioni comprese) e ne ha perse soltanto quattro per rompere la barriera della top 30 (vi entrerà ufficialmente lunedì), trovando nel frattempo anche il tempo di sposarsiCi è riuscito accoppiando a una presenza atletica finalmente convincente un tennis forse non bellissimo da vedere, ma certamente scomodo da affrontare.

In realtà, poi, quello di Medvedev non è un cattivissimo tennis. Non c’è l’ombra di una rotazione (è questo il motivo principale per cui la terra battuta gli provoca allergia) ma solo traiettorie molto tese, più che fulminanti di difficile lettura. In particolar modo il russo tende quasi a insaccarsi sulla palla, colpendo con quel pizzico di ritardo che impedisce all’avversario di farsi un’idea sul colpo che arriverà. Lo fa soprattutto con il rovescio, esecuzione personalissima e quasi goffa a vedersi che risulta però terribilmente efficace. Ha un buon servizio e sebbene da fondo non abbia colpi per spaccare la partita, ‘possiede’ il campo con buona disinvoltura e sa cercare gli angoli con la giusta dose di rischio. Ogni tanto perde il dritto, ma visti i trascorsi è sempre meglio che perdere la testa.

Daniil Medvedev – Queen’s 2018 (© Alberto Pezzali per Ubitennis)

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David Goffin, eroe sfortunato

33 partite in 88 giorni, due finali perse. David Goffin è stato l’eroe di questo finale di stagione, ma purtroppo non quello di cui ci ricorderemo

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A volte il tennis sa essere una fiaba. La lunga rincorsa del protagonista più inatteso, le fasi del riscatto, la gioia del lieto fine. C’è un ordine rintracciabile, una sorta di spinta narrativa che intorcina la trama attorno all’esigenza di abbracciare il finale che tutti auspicano. Erroneamente si crede invece che sia la favola a proporre, come caratteristica apodittica, il lieto fine. Per ogni Krajinovic che s’arrampica in finale a Bercy, per ogni Stephens che vince uno Slam dopo un comeback ai limiti del credibile: ‘ è una favola’, solo talvolta si ha il buon gusto di aggiungere ‘a lieto fine’. Perché in effetti la favola nasce con intenti moralistici, ha carattere giocoso, vuole insegnare qualcosa. E non sempre è conciliabile con il classico lieto fine.

Quella di David Goffin, appesa tra Londra e Lille, è probabilmente la favola del 2017. Il folletto di Rocourt ha fatto ogni cosa era in suo potere. All’02 Arena si è preso le spoglie di un Nadal ormai svuotato di ogni energia, poi ha fatto lo stesso con un Federer forse troppo convinto dei suoi mezzi e poco attento al serbatoio della riserva. Dunque ha imbracciato la baionetta e ha attaccato Dimitrov per 150 minuti in finale, senza sosta, ottenendone il trofeo del secondo classificato. La prima (crudele) morale: se l’avversario ha più chili e l’attitudine difensiva quella buona, hai voglia tu a sfiancarlo di stilettate. Alla fine soccombi tu, con tutto l’onore che ti è possibile ricevere e tutto sommato un buon assegno da mandarci i figli al college, un giorno.

 

Un centinaio di ore più tardi, in Francia ma praticamente quasi in Belgio, David è sceso in campo contro Lucas Pouille. Giocando il miglior tennis che era possibile giocare a soli cinque giorni da una finale parecchio logorante, al termine di una stagione che lo è stata almeno altrettanto e soprattutto negli ultimi tre mesi. 33 partite tra il 30 agosto e il 26 novembre, in 88 giorni. Quasi una partita ogni due giorni e mezzo, con due sole settimane di pausa. La 33esima l’ha giocata e vinta contro Jo Wilfried Tsonga, che aveva dalla sua il pubblico e il conforto degli scontri diretti, in particolare dell’ultima sfida di Rotterdam vinta in rimonta. Al Pierre Mauroy David ha trascorso un set sul cornicione, attaccando dal primo scambio come consuetudine di novembre vuole, e rischiando di vedersi sottrarre il servizio a più riprese. Sempre giocando meglio dell’avversario, ma trovando ragione nel punteggio solo dopo aver vinto il tie-break. Di lì un assolo del belga a farsi beffe dei drittoni del francese.

Due punti senza perdere un set, come a Charleroi contro l’Italia a febbraio, laddove a Bruxelles in semifinale erano stati ancora due punti con due soli set smarriti. Decisive nelle sfide casalinghe, questa volta le due vittorie di David Goffin sono servite solo ad alimentare i rimpianti. A realizzare gli altri tre punti sono stati infatti i francesi, che proprio non potevano esimersi dal punire un Bemelmans pasticcione in doppio e un Darcis tremendamente inconsistente tanto venerdì quanto domenica. Goffin, eroe silenzioso, ha provato a tirare la giacchetta alla fiaba perché si palesasse col suo lieto fine, dopo la delusione della finale persa due anni fa. Sull’insalatiera del 2015 è inciso il nome della Gran Bretagna, più propriamente dovrebbe essere intitolata ad Andrew Barron Murray che dei dodici punti necessari per vincere la competizione, tra febbraio e novembre, era stato quasi totale artefice con otto vittorie in singolare e tre in doppio.

David Goffin ha dovuto pensare che si potesse vincere una Coppa Davis praticamente da soli, avendo delegato solo la faccenda tedesca di febbraio alle (allora) miracolose mani di Steve Darcis. Tecnicamente è possibile, ha dimostrato Murray, a patto di poter contare su un doppio di sicuro affidamento. O in alternativa si deve prendere in carico anche quell’onere. Andy lo ha fatto, ma potendo contare sul fratello Jamie, discreto attore dei giochi tennistici a quattro; David, anche avesse voluto cimentarsi con la sfida del doppio, avrebbe dovuto scegliere uno tra Bemelmans e De Loore. Il primo sconfitto tre volte quest’anno, nei doppi di Davis, il secondo in due occasioni. Tragico culmine la sconfitta decisiva di sabato contro Herbert e Gasquet.

La favola di Goffin, eroe anche sfortunato, si conclude così. Con una seconda morale. La Coppa Davis rimane un piccolo cosmo bistrattato all’esterno del tennis che conta, e assume rilevanza solo quando stai per vincerla. Ma se vuoi vincerla, hai bisogno di un tuo “doppio”. Se invece sei da solo… devi anche occuparti del doppio.

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“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è morto”

Forse è passato sotto traccia, ma Pablo Cuevas (numero 33 del mondo) non vince una partita da quasi CINQUE mesi. Nessuno come lui in top 100

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A inizio stagione Pablo Cuevas, da numero 22 del mondo e con alle spalle la migliore annata della sua carriera, si apprestava a cominciare il 2017 sotto ottimi auspici. Dopo un inizio un po’ opaco si accendeva decisamente tra San Paolo e Indian Wells: sette vittorie di fila, con il titolo in Brasile e il quarto di finale raggiunto nel 1000 statunitense (sconfitta al tie-break del terzo set contro l’altro Pablo Carreno Busta). Poi una più che discreta campagna sul rosso, con i quarti di Montecarlo e la semifinale di Madrid a (ri)consegnargli una piazza vicina alla top 20, la numero 23. Quindi il Roland Garros e la sconfitta al terzo turno contro un buon Verdasco. Da allora il buio. L’uruguaiano non ha vinto una sola partita delle otto disputate negli ultimi cinque mesi: novanta game vinti per portare a casa appena tre set e perderne diciassette. Con quella di Parigi fanno nove sconfitte di fila, paragonabili alle dieci di Kiki Mladenovic la cui crisi però è passata meno inosservata.

Tutte le sconfitte di Pablo, ad eccezione di quella contro del Potro a Pechino, sono arrivate contro avversari peggio piazzati in classifica. La più pesante a Kitzbuhel, contro la wild card austriaca Ofner (n.157 ATP), a ruota il 6-1 6-4 subito questa settimana da Tsitsipas (n.117) ad Anversa. Il greco è certamente uno dei migliori prospetti per il futuro, ma era appena alla seconda vittoria in carriera e la prima l’aveva colta pochi giorni prima a Shanghai. Uno con l’esperienza e i mezzi di Cuevas è il profilo perfetto per spegnere le velleità di un giovane ed esuberante virgulto come Stefanos. Non questo Cuevas però.

 

Senza l’intento di infierire, un’analisi dei giocatori che attualmente popolano la top 100 indica che soltanto altri quattro tennisti non sono stati in grado di vincere partite nel circuito maggiore dal Roland Garros ad oggi. Uno di questi però è Stan Wawrinka, che dopo la finale persa a Parigi è sceso in campo solo altre due volte (Queen’s e Wimbledon) rimediando altrettante sconfitte prima di congedarsi dal 2017 per infortunio. Gli altri tre sono Victor Estrella Burgos (n.80), Guillermo Garcia Lopez (n.82) e Maximilian Marterer (n.100), con quest’ultimo ancora a caccia del primo successo ATP in carriera. Tutti e tre però hanno vinto a livello challenger, aggiudicandosi almeno un titolo a testa; quindi Cuevas rimane il solo a non aver vinto alcun incontro ufficiale di tennis da Parigi in poi, lui che non si accosta ai challenger da ormai due stagioni.

Fino a poche ore fa in questo calderone sarebbe finito anche il serbo Filip Krajinovic, non fosse che il suo incredibile momento di forma – ha vinto in fila i challenger di Roma e Almaty ed è arrivato a Mosca forte di 10 vittorie consecutive – l’ha portato a superare le qualificazioni del torneo moscovita e battere Rublev nel main draw, per la prima vittoria ATP stagionale. Restano quindi a secco nel secondo semestre del 2017, in ordine di “gravità” del dato, Garcia Lopez (mai sceso in campo in tornei ATP dopo Parigi), Estrella Burgos (tre apparizioni e tre sconfitte), Marterer (sette/sette) e Cuevas (otto/otto).

L’ultima volta che Pablo è stato così assente nel finale di stagione era rimasto effettivamente lontano dai campi, nel nefasto 2011. Il povero Pablo si ritira al secondo turno del Roland Garros per un problema al ginocchio e scopre di doversi sottoporre a un’operazione chirurgica per risolvere un’incipiente osteocondrite degenerativa. Di lì una di quelle storie che a costo di apparire poco originali va sotto la nomea di calvario, con il ritorno in campo, senza ranking, solo due anni dopo nell’aprile 2013. Il punto di svolta nel luglio 2014, a coronamento di una brillante rincorsa (a mezzo challenger) che l’aveva condotto ai piedi della top 100: Pablo, che non aveva mai raggiunto una finale ATP, ne infila (e ne vince) due di seguito a Bastad e Umago e torna tra i primi 50 del mondo a più di 4 anni dall’ultima apparizione.

Pablo Cuevas con il “piccolo” trofeo di Umago 2014

Il Cuevas che non ne becca una da Parigi sembra invece un giocatore involuto. Oltre all’incapacità di imporre il suo consueto ritmo sulla diagonale di rovescio – contro del Potro a Pechino è sembrato evidente – anche la sua condizione fisica (che di solito è il suo punto di forza) desta qualche perplessità. Per certi versi appare anche distratto, il che è perfettamente comprensibile se consideriamo che ad agosto è diventato padre per la seconda volta e tra l’attesa della paternità e la nascita della piccola Antonia ha dovuto saltare i Masters 1000 di Toronto e Cincinnati. Un po’ quello che è accaduto a Tsonga, diventato padre – lui per la prima volta – lo scorso marzo e scomparso dalle fasi calde dei tornei dopo il titolo a Lione.

“Verde rame sulle sue poche, poche unghie/e troppi figli da cullare“. Va detto che Pablo Cuevas si è calato parecchio bene nella ballade di Francesco De Gregori, datata 1975. Sulla reale sorte del Pablo degregoriano convivono opinioni contrastanti: aveva fatto fagotto per cercar fortuna, questo è certo, ne aveva trovata – difficile dire se più o meno di quella del nostro Pablo tennista – sino a quando il suo apice, forse la descrizione di un atto di corruzione (“hanno pagato Pablo/Pablo è vivo“) ne avvia l’inesorabile verso l’iconico “hanno ammazzato Pablo/Pablo è vivo” che potrebbe indicare un incidente finito nel modo più tragico (ma Pablo è vivo perché chi muore difendendo una causa non muore mai davvero) o un incidente dai contorni meno infausti, al quale effettivamente Pablo è riuscito a sopravvivere.

Sulla sorte del nostro Pablo Cuevas l’augurio pensiamo sia unanime: che torni a spandere i suoi rovesci come aveva fatto per battere seccamente Wawrinka, uno che se c’è da fare a cazzotti di rovescio non è mica facile da gestire, o per dare una lezioncina di sagacia al giovane Zverev sul mattone di Madrid. Un segno di vita tra Vienna e Bercy, gli ultimi due tornei che disputerà in stagione, sarebbe gradito. Lo spago per chiudere la valigia te lo procuriamo noi, basta che torni a vincerne una, Pablito.

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Thiem e un problema chiamato cemento

Già 14 sconfitte quest’anno, nessuna semifinale raggiunta e le solite (croniche) difficoltà. Sì, il cemento è un problema per Dominic Thiem. Ed ecco perché

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Non è (ancora) un allarme quello che suona, sta però iniziando ad assumere i contorni di un’ammonizione: l’arbitro è il cemento, il giocatore a finire sul taccuino dei cattivi è Dominic Thiem. Il rendimento sulla superficie maestra del circuito ATP (2 Slam su 4, 6 M1000 su 9, 8 ATP500 su 13) di Dominator non è esattamente quello del dominatore, e che fosse questo il tallone d’Achille di un giocatore che su terra battuta vale tranquillamente la top 5, in assenza di certi energumeni persino la top 3, non è certo argomento sorprendente. Ma è tornato d’attualità con le due sconfitte all’esordio sul veloce di Chengdu e Tokyo. Tornei in cui c’erano in palio ben 750 punti per chiudere definitivamente il discorso Finals, che verrà invece rimandato agli appuntamenti di Shanghai ed eventualmente Vienna.

Numericamente parlando, il 2017 di Thiem sul cemento si avvia ad essere peggiore del 2016. Se nella scorsa stagione alla vigilia di Shanghai aveva accumulato 1500 punti (a fine stagione sarebbero diventati 1790), quest’anno è fermo a 1140 con tre tornei da disputarsi – Shanghai, Vienna e Bercy – più le eventuali (diciamo anche probabili) Finals. Lo score 2016 (sempre pre-Shanghai) era di 24 vittorie e 10 sconfitte, mentre nel 2017 le vittorie sono soltanto 18 e le sconfitte ben 14. La scelta di aggiungere tre tornei alla programmazione non ha pagato, e lo si evince anche dal confronto dei migliori risultati raggiunti: nella scorsa stagione un titolo (Acapulco), una finale, una semifinale e due quarti, quest’anno una sfilza di sei quarti di finale (di cui due in ATP 250) come miglior risultato che profuma di continuità deludente. Giocando 14 tornei anziché 11 nei primi nove mesi dell’anno l’austriaco ha raccolto meno punti, meno risultati e si ritrova con meno certezze di un anno fa.

 

Intendiamoci, quest’analisi che può apparire accusatoria si inquadra nelle aspettative – ovviamente alte – di un giocatore che abita la top 10 da ormai dodici mesi. Qualcuno firmerebbe per raggiungere due quarti di finale M1000 (sul veloce) all’anno, non può certo farlo Dominic Thiem che, saldamente quarto nella Race to London con 3715 punti, si appresta a disputare il Masters – con annessa chiusura di stagione tra i primi 8 – per il secondo anno di fila. Sebbene a 24 anni oggi si possa ancora sospirare con sollievo pensando che c’è ancora tempo per concludere il puzzle, Dominic non può attendere che il suo gioco si adatti come d’incanto ai fondi più rapidi di cui il circuito è affollato. E da instancabile lavorare quale l’austriaco è, siamo certi lo sappia anche benissimo.

Ogni arringa che si rispetti deve sottoporsi a un contraddittorio. Nel caso di Thiem ci imporrebbe di “pesare” i risultati negativi alla luce di una programmazione, appunto, così fitta. Ai 14 tornei su cemento vanno aggiunti i 6 su terra battuta e i 3 su erba per arrivare a un totale di 23: nessuno – ça va sans dire – ha giocato tanto tra i primi venti del mondo. Insomma, è logico cadere ogni tanto se praticamente non ci si riposa mai.

In modo piuttosto rigido però il regolamento ATP impone una selezione di soli 18 tornei da includere nel conteggio valido ai fini delle classifiche, e di questi soltanto 6 sono “liberi”, poiché 12 slot devono necessariamente essere occupati dai 4 Slam e dagli 8 M1000 obbligatori. Thiem gioca tanto, pur sapendo che alcuni dei suoi risultati non verranno conteggiati, perché non ha la certezza di mantenere la sua posizione in classifica giocando solo (o quasi) i grandi tornei.

Più del fatto che abbia battuto un solo top 10 in carriera sul veloce (Monfils alle Finals 2016) e due soli top 20 quest’anno (ancora Monfils e Zverev a Rotterdam), e più del fatto che i top 10 sia arrivato a fronteggiarli in totale soltanto 13 volte (di cui ben 5 tra 2013 e 2014, quando ancora non era tra i primi 30, e 3 alle Finals dello scorso anno), insomma più di tutto questo può dirci il confronto del suo tennis tra terra battuta e cemento.

Basandosi prettamente sull’osservazione empirica, senza servirsi dei numeri che a volte sanno tradire, appare subito lampante la sua difficoltà nel gestire un ritmo di gioco più rapido possedendo colpi con aperture molto ampie, che necessitano quindi di una lunga preparazione. Sembra inoltre evidente che a Thiem faccia difetto l’attitudine più aggressiva che serve a comandare il gioco sul cemento. Un attitudine che si compone di colpi non solo lavorati ma più volte definitivi, di posizione in campo più avanzata e in generale di una condotta di gara meno improntata allo scambio logorante e più alla conquista del punto. Siccome però i numeri, quando interrogati correttamente, non sono troppo in grado di fallire, questa sensazione trova riscontro nelle statistiche. Senza tediarvi con un lungo confronto dei punti vinti/persi a servizio e in risposta, ci concentriamo su due statistiche: la percentuale di game vinti in risposta e i punti vinti in ribattuta sulla seconda avversaria.

  • I “return game” portati a casa da Thiem sono il 27% del totale se non si discrimina tra superfici, diventano il 33% su terra e scendono al 24% (16esimo del circuito) se ci si limita ad analizzare i match (32) giocati sul cemento. L’austriaco ho operato 100 break su 411 game di risposta disputati. 
  • I punti vinti in risposta alla seconda di servizio su cemento sono appena 527 su 1108, ovvero il 48%: Thiem ha vinto il punto meno della metà delle volte quando ha dovuto, in una situazione di teorico vantaggio, rispondere alla seconda avversaria. In questa statistica è addirittura 39esimo: per capirci, gli sono davanti Lorenzi, Fritz, Troicki, Haase, Harrison, Struff, Lu e diversi altri. A fare da aggravante il fatto che su terra battuta, invece, Thiem si attesti al 53% e in nona posizione complessiva.

Manca un ultimo tassello. Thiem è sesto per punti vinti in risposta alla prima di servizio, sia su cemento che nella statistica che comprende tutte le superfici. L’austriaco, in proporzione, se la cava meglio quando deve fronteggiare le bordate che i servizi più lavorati. Perché? I numeri hanno sentenziato ma trovare una risposta omnicomprensiva è complicato. Si può però desumere che la sua attitudine passiva venga fuori proprio quando, sulla seconda avversaria, dovrebbe fare un passo in avanti anziché farne (come fa) uno indietro per essere certo di avviare lo scambio con un colpo profondo e lavorato, abitudine su cui ha cucito il suo gioco perfetto da terra battuta. Un po’ come Nadal, che però su cemento è il terzo miglior ribattitore (sia sulle prime che sulle seconde): evidentemente puoi permetterti di rispondere sotto gli spalti se poi copri il campo con la solerzia del miglior ball-boy.

Insomma, sembra proprio il caso di dirlo (in cauda venenum): il cemento è un problema per Thiem, e soprattutto non lo è meno di un anno fa. 

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