Djokovic tiene Federer “al chiuso”, Khachanov principe di Parigi – Ubitennis

Numeri

Djokovic tiene Federer “al chiuso”, Khachanov principe di Parigi

I numeri della settimana. Nole inarrestabile ingabbia Roger indoor. Barty e Wang che non ti aspetti, i drammi del giovane Shapovalov

Ferruccio Roberti

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1 – le vittorie ottenute da Roger Federer negli ultimi cinque incontri giocati sul cemento indoor contro Nole Djokovic. Inoltre, lo svizzero contro il serbo aveva vinto due delle ultime sette partite giocate e, in generale, aveva conquistato “solo” ventidue dei quarantasei confronti diretti. Da una parte c’era il momento magico di Djokovic, tornato al numero 1 del ranking dopo aver recuperato venti posizioni in quattro mesi, e, dall’altra, quello in chiaroscuro degli ultimi mesi di Federer: insomma, non era facile prevedere lo splendido equilibrio vissuto nelle tre ore e passa della semifinale di Bercy. Tra le tante ragioni a spiegare quanto visto lo scorso sabato, può essere utile anche ricordare come sempre più il tennis di Roger sia diventato efficace in condizioni indoor. Un’affinità da sempre elevatissima, ma incrementata negli ultimi anni, come si è visto anche in questo 2018, nel quale Roger ha conquistato già due titoli in suddette condizioni di gioco. Più in generale, analizzando a tal riguardo tutte le partite giocate dallo svizzero dal 2014 ad oggi, si nota che Roger in condizioni indoor ha, rispetto alle partite giocate su altre superfici, la migliore percentuale di successi, l’87,5% (42 successi in 48 incontri). Numeri da prendere con le molle e come semplice curiosità, vista la differenza minima percentuale e la grande diversità nel numero di partite giocate in altre condizioni. In ogni caso, come percentuale di vittoria, dal 2014 in poi, ai tappeti indoor segue prima l’erba con l’87,1% di successi (54 vittorie e 8 sconfitte), poi il cemento all’aperto con il suo 87% (134-20) e, come facilmente intuibile, chiude la terra col 70,5 % (24-10). Il Federer visto a Basilea, in ripresa rispetto alla sua versione di Shanghai, ma ancora incostante, doveva confermare di essere nuovamente competitivo ad altissimi livelli: in Svizzera aveva affrontato un solo top 20 (Medvedev) e appena altri due top 40. A Parigi ha invece sconfitto due top 15 (Fognini e Nishikori), prima di impegnare per più di tre ore – e giungere a pochi punti dalla vittoria – il nuovo numero 1 del mondo. Un carico di fiducia fondamentale per contrastare il gran scetticismo generale che aveva accompagnato gli ultimi mesi dello svizzero. Il quale, giusto per inciso, da quando è rientrato a giugno a Stoccarda giocando con continuità (e spesse volte male) ha comunque ottenuto 2920 punti: è solo una molto labile indicazione, ma, considerando il periodo che va da inizio della stagione su erba ad oggi, meglio dello svizzero che per molti dovrebbe ritirarsi, ha fatto una sola persona al mondo, il numero 1 Djokovic.

4 – le sconfitte di Ashleigh Barty nel 2018 contro tenniste non comprese nella top 50 WTA. Due di queste sono arrivate contro giocatrici ex numero 1 (Azarenka a Tokyo e Serena Williams al Roland Garros) e una contro la vincitrice degli ultimi US Open (Osaka a Melbourne). Se poi si studiano le ulteriori quattro sconfitte rimediate nel 2018 dall’australiana con tenniste tra la ventunesima e la cinquantesima posizione del ranking, si vede che due sono arrivate contro ex numero 1 (Kerber a Brisbane, Sharapova a Roma). In tutto il 2018, insomma, solo tre sconfitte (affrontando Sakkari, Tsurenko e Pavlyuchenkova) sono arrivate contro tenniste non vincitrici di Slam o nella top 20. Dati che testimoniano la continuità ad alto livello del rendimento in singolare della 22enne australiana (in doppio è attualmente top ten e due mesi fa ha vinto con Vandeweghe gli ultimi US Open) e fanno intuire, altresì, la sua difficoltà nel battere le migliori: quest’anno, prima di Zuhai, è arrivata una sola vittoria in sette incontri contro top ten (a Wuhan con Kerber) e appena altre due sono arrivate contro tenniste nella top 20, a fronte di altre quattro sconfitte. Il 2018 ha rappresentato la stagione della crescita tecnica e della accresciuta consapevolezza del grandissimo potenziale a sua disposizione. Ashleigh doveva confermare un 2017 che per lei era stato l’anno della svolta: partiva a gennaio da 271 WTA e terminava nella top 20, grazie al titolo a Kuala Lumpur e a due finali nei Premier di Birmingham e Wuhan, torneo dove sconfiggeva ben tre top 10 (Pliskova, Ostapenko e Konta). In questa stagione, grazie al titolo a Nottingham, alla finale al Premier di Sydney e alle semi ai Premier di Montreal, Wuhan e all’International di Strasburgo è arrivata sino al 16° posto del ranking. La sua seconda partecipazione al WTA Elite Trophy (il Masters B) di Zuhai è andata meglio dell’anno scorso, quando si fermò in semifinale. Nel round robin ha superato (6-3 6-4) Garcia, 18 WTA e ha perso da Sabalenka (duplice 6-4), 12 WTA. Ripescata in semi per il miglior quoziente game vinti-persi rispetto alle altre due, si è poi imposta (4-6 6-3 6-2) su Georges, 14 WTA. La facile vittoria in finale su Wang (6-3 6-4) le regala il best ranking di 15° giocatrice al mondo e un’ulteriore fiducia in se stessa: se impara a giocare come sa anche contro le top ten, sentiremo davvero parlare a lungo di lei.

5 – le sconfitte rimediate nelle ultime sei partite giocate da Denis Shapovalov nel 2018. Una stagione comunque positiva, nonostante abbia perso tutti e cinque i confronti giocati contro top 10 e non abbia centrato nemmeno una finale. Il mancino di origine russa ha accumulato esperienza nel circuito e compiuto importanti progressi in classifica (ha chiuso il 2017 da 51 e ora è nei top 30). Tuttavia, è innegabile il calo vissuto nella seconda parte della stagione dal 19enne canadese, giunto a inizio giugno sino al 23° posto del ranking ATP. Una posizione guadagnata soprattutto grazie ai punti della semifinale al Masters 1000 di Madrid, ma anche da quelli garantiti dagli ottavi a Roma e Miami e dalla semifinale all’ATP 250 di Delray Beach. Nei sedici tornei giocati dopo gli Internazionali d’Italia, Shapovalov, oltre a essere incappato in ben tre sconfitte inopinate contro tennisti non presenti nella top 100 (Gulbis a Stoccolma, e soprattutto, Gunneswaran a Stoccarda e Nishikori a Shenzhen) solo in un torneo ha vinto tre partite (a Tokyo, dove è giunto alle semifinali) e in appena altri quattro (tra i quali i Masters 1000 di Toronto e Cincinnati, dove ha raggiunto gli ottavi) ne ha vinte due. Un calo psico-fisico che lo ha spinto qualche giorno fa ad annunciare il suo forfait dalle ATP Next Gen in programma a Milano questa settimana. Un’assenza pesante per gli appassionati italiani, privati del carisma e della spettacolarità del repertorio tennistico del canadese.

 

10 – le edizioni di Parigi Bercy, dal 2001 ad oggi, vinte da tennisti mai capaci di conquistare uno Slam nella loro carriera. L’ultimo Masters 1000 della lunga stagione tennistica – e dal 2009 anche l’unico a giocarsi in condizioni indoor – vede nel proprio albo d’oro, a differenza dei tornei della medesima categoria, una lunga lista di nomi non altrettanto prestigiosi. Grosjean, Henman, Berdych, Davydenko, Nalbandian, Ferrer, Tsonga, Soderling, Sock e Khachanov, tutti vincitori a Bercy, sono tennisti molto bravi, ma non campioni amati dalle folle. La collocazione sfortunata nel calendario – giocatori esausti dopo dieci mesi di circuito e/o distratti dalle imminenti e più importanti ATP Finals – penalizza il ricco (quasi cinque milioni e mezzo di montepremi) torneo giocato al Palais Omnisport di Bercy. Sebbene al sorteggio del tabellone quest’anno vi fossero nove giocatori nella top 10, il Rolex Paris Masters è stato penalizzato dal ritiro di Nadal a poche ore dal suo esordio in campo. La splendida semifinale tra Djokovic e Federer e la vittoria di una possibile futura star del tennis come Khachanov, classe 96, hanno comunque garantito spettacolo. Il russo prima di Parigi aveva sconfitto solo due volte dei top ten (non considerando il successo a seguito del ritiro di Nishikori dopo pochi giochi ad Halle nel 2017), ma in Francia ha dato il meglio di sé, soffrendo – e molto – solo contro Isner (6-4 6-7 7-6) al quale ha annullato due match point. Nei due turni precedenti a quello degli ottavi contro lo statunitense non aveva smarrito un set né contro Kraijinovic (7-5 6-2) né contro Ebden (6-2 2-0 RET) e così ha incredibilmente continuato a fare contro tre top ten (di cui due top 5) come, nell’ordine, Zverev (6-1 6-2); Thiem (6-4 6-1) e Djokovic (7-5 6-4). Una meravigliosa sorpresa si è concretizzata a Bercy anche se da Wahington in poi – a eccezione della sconfitta di San Pietroburgo con Wawrinka, la cui classifica è da prendere con le molle – Karen non perdeva se non da giocatori nei primi quindici posti del ranking ATP.

13 – il best career ranking di Fabio Fognini, raggiunto per la prima volta il 31 marzo 2014. Il ligure era quasi certo di migliorare la sua classifica dopo Bercy e di salire al dodicesimo posto, posizione raggiunta da Paolo Bertolucci nel 1973, ma la finale raggiunta da Khachanov glielo ha, almeno momentaneamente, impedito. Ancora oggi quella raggiunta da “Braccio d’oro”, ora apprezzatissimo commentatore televisivo, è la terza miglior posizione in assoluto mai colta da un italiano nelle classifiche maschili da quando è stato introdotto il computer per stilarle. La prima è il 4 ATP raggiunto da Adriano Panatta nel magico 76 del tennis italiano, seguita dal settimo posto conquistato da Barazzutti nel 1978, anno nel quale al Roland Garros l’attuale capitano della squadra di Coppa Davis si issò sino alla semifinale, una delle quattordici (con due finali perse) che raggiunse in quella stagione. Il 2018 resta comunque il miglior anno, sinora, della carriera di Fognini, che in precedenza altre due volte aveva chiuso l’anno nella top 20, ma in posizioni peggiori (come 16 nel 2013 e come 20 ATP nel 2014). Mai, come accaduto in questa stagione, aveva vinto tante partite, 46 (precedentemente il suo record era 42, nel 2013); portato a casa più tornei, tre (San Paolo e Bastaad sulla terra, Los Cabos sul cemento) e raggiunto un numero complessivo maggiore di finali (quattro, aggiungendo quella persa a Chengdu). Chiude il 2018 anche con la miglior percentuale stagionale di successi contro top ten, 40%, grazie ai due successi contro Thiem a Roma e Del Potro a Los Cabos. I rimpianti di questo 2018 restano per lui la finale persa in Cina dopo aver sprecato quattro match point contro Tomic, e il non essere stato capace di piazzare l’acuto nei tornei che contano maggiormente, se si eccettuano i comunque buoni ottavi raggiunti a Melbourne e Parigi (precedentemente, solo altre tre volte in carriera si era spinto così avanti nei Major) e i quarti al Masters 1000 di Roma (appena in altre tre circostanze era arrivato tra i migliori otto di un Masters 1000). Proprio negli appuntamenti più prestigiosi il numero 1 azzurro sa bene che deve e può fare meglio, ma intanto è giusto che si goda il meritato riposo dopo un’ottima stagione.

21 – i match vinti da Quiang Wang in questi ultimi cinquanta giorni, più di quanti ne abbia portati a casa con successo nei precedenti otto mesi dell’anno. A dar maggior valore a questo ottimo periodo di forma, va rimarcato come otto delle suddette vittorie siano arrivate contro top 20, di cui ben tre contro top 10. La 26enne cinese, stabilmente nella top 100 da febbraio 2016, grazie soprattutto a piazzamenti nei piccoli International asiatici (nel suo continente ha sin qui conquistato sedici dei diciassette quarti di finale raggiunti nel circuito maggiore), a maggio dell’anno scorso entrava per la prima volta nella top 50, dopo il terzo turno raggiunto al Mandatory di Madrid. Una prima parte di 2018 negativa – eccezion fatta per gli ottavi a Indian Wells – l’aveva fatta sprofondare al 91°posto del ranking. I quarti a Strasburgo, il terzo turno al Roland Garros (eliminando Venus Williams, seconda top ten battuta in carriera) e la vittoria dell’International di Nanchang avevano rimesso in sesto la sua classifica, prima dell’evoluzione in classifica avvenuta a settembre, mese iniziato da 44° giocatrice del ranking WTA. Il titolo a Guanghzou, la finale a Hong Kong e le semifinali all’International di Hiroshima e al Premier Mandatory di Pechino le hanno permesso di guadagnare ulteriori ventidue posizioni e partecipare alle WTA Elite Finals: nel suo girone è stata prima piegata da Kasatkina (vincitrice col punteggio di 6-1 2-6 7-5), 10 WTA, e ha poi avuto la meglio su Keys (1-6 6-3 6-1), 16 WTA. La finalista degli US Open 2017 si era guadagnata l’accesso alle semifinali, ma il ripresentarsi del problema al ginocchio sinistro sofferto nelle ultime settimane ha consentito alla cinese di essere ripescata al suo posto. Una buona sorte ripagata, contro una Muguruza fantasma di se stessa, con una prestazione ottima (6-2 6-0) e capace di regalarle l’approdo in finale e la certezza di chiudere la stagione nella top 20. Contro la Barty ha potuto ben poco, arrendendosi col punteggio di 6-3 6-4, ma il suo 2018, in particolar modo questi ultimi due mesi, resta straordinario.

49 – le partite giocate nel 2018 da Rafael Nadal. Il campione maiorchino dal 2005 in poi – la prima stagione terminata da numero due del mondo – solo nel 2012 ha giocato meno match nel corso di un anno. In quel caso l’undici volte vincitore del Roland Garros interruppe prematuramente la stagione con soli quarantotto incontri disputati: dopo la sconfitta al secondo turno di Wimbledon contro Rosol, si fermò a causa di un infortunio al ginocchio sinistro. Il 2012 fu il primo anno dal 2004 nel quale Rafa non concluse la stagione in uno dei primi due posti del ranking, pur vincendo il settimo Roland Garros, accompagnato dai “soliti” titoli a Monte Carlo, Roma e Barcellona (perse un solo set per portare a casa questi quattro tornei) e perdendo la maratona in finale a Melbourne contro Djokovic. Se Rafa dovesse arrivare in finale alle prossime ATP Finals potrebbe superare anche le cinquantatré partite da lui giocate nel 2016, probabilmente la peggiore stagione della sua carriera, terminata al nono posto del ranking: la prima, dal 2004, nella quale non ha raggiunto nemmeno un quarto di finale in un Major, archiviata tra l’altro con due soli titoli (Monte Carlo e Barcellona). Nonostante un numero così esiguo di match disputati (gli altri anni Rafa ha almeno giocato settanta partite) il maiorchino, ritiratosi a Bercy per la seconda volta nel 2018 a tabellone già sorteggiato (era accaduto anche a Cincinnati), ha ancora la chance di chiudere al numero 1 del ranking ATP. Una posizione che deteneva – a eccezione di sei settimane totali – dal 21 agosto 2017 e che Djokovic gli ha strappato, portandosi avanti di poco più di 500 punti. Una classifica in ogni caso ottima, utile a fotografare la preparazione scientifica del calendario da parte dello spagnolo, sempre più frenato da inevitabili acciacchi per un trentaduenne costretto a chiedere più del massimo al suo corpo, da oltre quindici anni di iper-professionismo. Un tentativo riuscito (nel 2018 ha vinto Roland Garros, tre Masters 1000 e l’ATP 500 di Barcellona) di allungargli carriera e rendimento ad altissimo livello, nonostante l’usura psico-fisica del tempo e del suo gioco. Ammirevole.

6990 – i punti conquistati da Novak Djokovic negli ultimi quattro mesi e mezzo, un bottino capace di consentirgli un impensabile balzo – per il piccolissimo lasso temporale utilizzato – dal 21° al primo posto del ranking. Due Slam vinti (Wimbledon e US Open), due titoli ai Masters 1000 di Cincinnati e Shanghai (più la finale a Bercy e all’ATP 500 del Queens) gli hanno consentito di tornare dove mancava da esattamente due anni. Una cima della classifica che, per come aveva giocato nella prima parte del 2018 – dopo il Roland Garros era solo al 19° posto della Race – sembrava improponibile, quantomeno in tempi stretti. Da gennaio a maggio di quest’anno Nole ha perso quattro partite (Chung, Daniel, Klizan e Cecchinato) contro tennisti non nella top 50 del ranking, un numero maggiore delle tre sconfitte rimediate contro giocatori con la medesima classifica dal 2011 al 2017 e utile a capire come il tennista sceso in campo nei primi mesi dell’anno non fosse più lui. Dal Queens sino alla finale persa a Bercy con Khachanov ha invece perso appena tre partite, vincendone ben trentacinque (di cui undici contro top ten, con l’unica sconfitta arrivata nella finale contro Cilic al Queens). Nel suddetto periodo è arrivata una corrispondente percentuale di vittorie pari al 92,1%, inferiore solo al 93,2% (82 vittorie e 6 sconfitte) con cui chiuse il magico 2015 dei tre Slam vinti, assieme ad ATP Finals, sei Masters 1000 e all’ATP 500 di Pechino. Un rendimento incredibilmente uguale al 92,1 % (70 vittorie e 6 sconfitte) con cui Nole ha terminato un altro anno per lui straordinario come il 2011, nel quale ha vinto tre Major, cinque Masters 1000, Dubai e il torneo di casa di Belgrado. La finale persa contro Khachanov nulla toglie, a prescindere da come a Londra concluderà il suo 2018, alla certezza di avere Djokovic nuovamente agli altissimi livelli di rendimento abbandonati dall’ultima parte del 2016.

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Focus

Eppur si muove (il ranking ATP)

I movimenti di classifica dopo le prime due settimane di tornei: Cecchinato sale e ha margine per migliorarsi ancora. Dimitrov esce dalla top 20

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Il primo Major dell’anno inizia con i seguenti giocatori ai primi venti posti della classifica:

CLASSIFICA GENERALE TOP 20

Classifica

 

Giocatore

Nazione

Punteggio

Classifica al 31/12

Variazione

1

N. Djokovic

Serbia

9135

1

=

2

R. Nadal

Spagna

7480

2

=

3

R. Federer

Svizzera

6420

3

=

4

A. Zverev

Germania

6385

4

=

5

JM del Potro

Argentina

5150

5

=

6

K. Anderson

S. Africa

4810

6

=

7

M. Cilic

Croazia

4160

7

=

8

D. Thiem

Austria

4095

8

=

9

K. Nishikori

Giappone

3750

9

=

10

J. Isner

USA

3155

10

=

11

K. Khachanov

Russia

2835

11

=

12

B. Coric

Croazia

2435

12

=

13

F. Fognini

Italia

2315

13

=

14

K. Edmund

GB

2150

14

=

15

S. Tsitsipas

Grecia

2095

15

=

16

D. Schwartzman

Argentina

1925

17

1

17

M. Raonic

Canada

1900

18

1

18

M. Cecchinato

Italia

1889

20

2

19

D. Medvedev

Russia

1865

16

-3

20

N. Basilashvili

Georgia

1820

21

1

Rispetto al 31 dicembre scorso notiamo che:

  • Nikoloz Basilashvili è entrato per la prima volta nella top 20;
  • Grigor Dimitrov ne è uscito (è ventunesimo);
  • Marco Cecchinato, grazie alla semifinale di Doha, ha ottenuto il suo best ranking. Agli AO del 2018 era 85 gradini più sotto

La tabella che segue mostra i punti conquistati nella scorsa edizione dello Slam australiano dai primi dieci giocatori del ranking:

Classifica

Giocatore

Punti AO 2018

Punti Ranking

1

N. Djokovic

180

9135

2

R. Nadal

360

7480

3

R. Federer

2000

6420

4

A. Zverev

90

6385

5

JM del Potro

90

5150

6

K. Anderson

10

4810

7

M. Cilic

1200

4160

8

D. Thiem

180

4095

9

K. Nishikori

0

3750

10

J. Isner

10

3155

Alcune considerazioni:

  • al netto dei punti conquistati nel 2018, Djokovic ha un vantaggio di 1.835 punti su Nadal; quindi il maiorchino per poter salire sul tetto del mondo (tennistico) deve vincere il torneo e augurarsi che  il serbo non superi i sedicesimi di finale. Difficile. Molto più probabile che alla fine il numero uno del mondo aumenti il gap tra sé e i propri inseguitori;
  • ad Alexander Zverev sarà sufficiente raggiungere gli ottavi di finale per superare Federer indipendentemente da ciò che il Maestro riuscirà a fare;
  • fortemente a rischio la quinta posizione di del Potro e la settima di Cilic che però avrà, a differenza del collega argentino, la possibilità di difenderla sul campo;
  • ottime chance per Nishikori di migliorare ulteriormente la propria classifica e per Khachanov – che difende solo 45 punti- di entrare in top ten alla luce dell’uscita di scena di  Isner sconfitto da Opelka nella Battaglia dei Giganti

La pattuglia italiana si presentava con i seguenti effettivi al primo appuntamento dell’anno:

Classifica

Giocatore

Punti Ranking

Punti AO 2018

13

F. Fognini

2315

180

18

M. Cecchinato

1889

0

35

A. Seppi

1170

180

54

M. Berrettini

920

26

102

T. Fabbiano

573

10

137

S. Travaglia

401

8

163

L. Vanni

325

0

Al momento attuale sappiamo che Fabbiano, Seppi e Travaglia si sono già qualificati per il secondo turno mentre Berrettini ha ceduto con onore a Tsitsipas. Se grazie a questo risultato Fabbiano è pressoché certo di ritornare in top 100, è però Cecchinato il giocatore italiano ad avere le chance più allettanti per un ulteriore progresso in classifica che da un anno a questa parte pare non dover avere (fortunatamente) fine.

Concludiamo il primo commento dell’anno alla classifica ATP con i complimenti ai giocatori che nel 2019 hanno raggiunto per la prima volta il loro best ranking:

Classifica

Giocatore

Nazione

18

M. Cecchinato

Italia

20

N. Basilashvili

Georgia

29

A. de Minaur

Australia

42

M. Jaziri

Tunisia

45

D. Lajovic

Serbo

76

H. Hurkacz

Polonia

77

G. Andreozzi

Argentina

97

R. Opelka

USA

E una domanda per i lettori relativa all’Australian Open: chi è il giocatore italiano ad avere raggiunto il miglior risultato di sempre in questo major nell’era open?

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Focus

Verso l’esordio di Federer: le differenze statistiche tra 2017 e 2018

Un’analisi dettagliata del rendimento del campione elvetico al servizio e in risposta nelle ultime due stagioni, in vista del primo turno di Melbourne contro Istomin. C’è qualcosa che ha funzionato meno nel 2018? Forse sì

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A poche ore dall’esordio ufficiale in questa nuova stagione contro Istomin, sebbene Federer sia già sceso in campo per la Hopman Cup, è tempo di stilare un ultimo bilancio. Dopo l’anno di grazia 2017, il 2018 per Roger Federer si è concluso con un sapore agrodolce (come diceva Sampras, un anno concluso con uno Slam portato a casa è sempre da considerarsi positivo). Tuttavia le soddisfazioni sono arrivate subito in Australia e durante l’anno, specie a Wimbledon, l’impressione generale è che qualche occasione sia stata persa. Per avere un’idea più precisa di quella che è stata la performance di Roger nel 2018 comparata con il 2017 andiamo a vedere allora qualche numero ricavato dal sito ufficiale ATP, che per i tornei Masters 1000 e per le ATP Finals offre il dettaglio su servizio e risposta. Andremo quindi a comparare il rendimento della prima e della seconda di servizio, oltre che la performance in risposta sulla seconda di servizio dei propri avversari e vedremo come sono cambiati alcuni pattern di gioco, confrontandolo con le partite giocate contro Djokovic.

Andando a vedere l’andamento della prima di servizio notiamo che fra 2017 e 2018 la sintesi è la seguente:

Anno Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 Serve Deuce 1st 43,3% 4,4% 52,3% 73,9% 68,4% 78,0% 32,0% 3,0% 40,8%
2018 Serve Ad 1st 45,8% 3,7% 50,5% 76,1% 60,0% 78,8% 34,9% 2,2% 39,8%
2017 Serve Deuce 1st 44,4% 5,1% 50,6% 81,1% 78,1% 79,9% 36,0% 4,0% 40,4%
2017 Serve Ad 1st 46,9% 4,3% 48,8% 74,6% 68,2% 79,2% 35,0% 2,9% 38,6%

 

La performance 2018, pur leggermente peggiore rispetto al 2017, non è drammaticamente peggiorata se si eccettua l’efficacia dei servizi down the T (centrale) dal lato del deuce court (da destra, per intenderci). La distribuzione dei punti ottenuti con le diverse tipologie di servizio (centrale, al corpo, e ad uscire) evidenza che il vero problema è dovuto proprio a questa particolare fattispecie, come si può apprezzare anche graficamente.

Il fatto che il totale dei punti ottenuti sia minore è da attribuire in piccola parte ad un effetto volume (-1,7% dei servizi rispetto al 2017) e soprattutto a una perdita di efficacia nel tasso di trasformazione (-7,2%). Evidenziato questo trend, e con tutti i rispetti del caso, ci sentiremmo di ‘consigliare’ a Roger un uso più parsimonioso di questa direzione per il 2019, anche se con il rischio di rendere più leggibile il servizio ad uscire, e magari compensando con un maggior ricorso al servizio al corpo anche sulla prima, la categoria decisamente più negletta.

Passando a considerare il rendimento sulla seconda di servizio il quadro è il seguente:

Anno Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 Serve Ad 2nd 32,7% 25,2% 42,1% 58,6% 63,0% 58,9% 19,2% 15,9% 24,8%
2018 Serve Deuce 2nd 46,1% 23,5% 30,5% 65,2% 61,4% 62,2% 30,1% 14,4% 19,0%
2017 Serve Ad 2nd 33,1% 24,2% 42,7% 65,2% 61,9% 63,5% 21,6% 15,0% 27,1%
2017 Serve Deuce 2nd 48,0% 21,3% 30,7% 67,7% 56,8% 66,4% 32,5% 12,1% 20,4%

 

In questo caso vi è una generale peggioramento (abbastanza marcato) nella tipologia di servizi al centro e ad uscire, non compensati da un miglioramento nell’uso del servizio al corpo. Anche in questo caso l’indicazione tattica sembrerebbe quella di rivedere alcune scelte nella distribuzione dei servizi e magari continuare sul trend iniziato nel 2018, di privilegiare il servizio al corpo.

LA RISPOSTA DI ROGER

Andiamo ora ad esaminare la performance in risposta sulla seconda di servizio avversaria, partendo sempre dal presupposto che – a parte casi particolari come Nadal, in grado di rispondere sistematicamente anche dai teloni di fondocampo – la risposta alla prima di servizio è più una dote naturale che una componente tecnica “allenabile”, e quindi ha senso concentrarsi sulla risposta alla seconda di servizio.

Anno VS Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 All Return Deuce 2nd 60,7% 25,7% 13,6% 60,3% 55,10% 46,2% 36,6% 14,1% 6,3%
2018 All Return Ad 2nd 10,6% 39,9% 49,5% 45,0% 42,7% 49,5% 4,8% 17,0% 24,5%
2017 All Return Deuce 2nd 63,8% 21,4% 14,9% 57,9% 56,1% 47,8% 36,9% 12,0% 7,1%
2017 All Return Ad 2nd 14,5% 39,6% 45,9% 52,2% 57,9% 62,3% 7,6% 22,9% 28,6%

Dall’analisi della risposta alla seconda di servizio emerge come il campione svizzero nel 2018 abbia sofferto soprattutto i servizi al corpo a ad uscire dalla parte dell’ad-court (da sinistra, per intenderci). In questo caso, il problema della risposta ad uscire sul rovescio di Roger è tornato inesorabilmente a farsi sentire; una volta perso il timing magico che nel 2017 gli aveva dato grandi soddisfazioni, il 2018 è tornato a mostrare quell’atavico tallone d’achille. Curiosamente invece, sembrerebbe che il ricorso alla risposta slice dalla parte del deuce court (molto più pronunciato nel 2018) gli abbia consentito di contenere i danni. Mentre un full swing è più probabile sia ad uscire, la risposta slice tende ad essere lungolinea. E infatti il piazzamento passa dal 74,1% al 61,9%.

Anno VS Serve/return Court Serve Placement T section- ad court % Placement  T section- Deuce court% Placement mid section- ad court Placement  mid section- Deuce court% Placement wide section- ad court Placement  wide section- Deuce court%
2018 All Return Deuce 2nd 74,1% 25,9% 55,1% 44,9% 57,7% 42,3%
2018 All Return Ad 2nd 65% 35% 72% 28% 71% 29%
2017 All Return Deuce 2nd 61,9% 38,1% 63,6% 36,4% 47,8% 52,2%
2017 All Return Ad 2nd 56,5% 43,5% 70,6% 29,4% 76% 24%

Andando infine ad esaminare in via sintetica com’è andata nelle situazioni di palleggio (distinguendo per superficie), il dato è abbastanza chiaro. Mentre la stagione sull’erba, macchiata dall’inciampo con Anderson, è stata inferiore ma non troppo rispetto al 2017, la stagione sul cemento è stata chiaramente deficitaria in un aspetto concreto: la capacità di incidere sulla seconda di servizio dei propri avversari. Mentre il 2017 è stato salutato un po’ da tutti come un ‘rinascimento’ nella capacità di rispondere aggressivamente da parte dello svizzero, il passo indietro in questo senso è stato chiaro nel 2018, almeno sotto il profilo dei dati. Mentre nel 2017 la percentuale di trasformazione sulle seconde palle servite dall’avversario era prossima al 52%, nel 2018 si è attestata al di sotto del 48%. In uno sport come il tennis in cui spesso la capacità di incidere sulla seconda del proprio avversario è fondamentale, si tratta di un passo indietro non irrilevante.

LE SFIDE CON DJOKOVIC

Se andiamo infine ad analizzare qual è stato la performance del servizio di Federer contro Djokovic nel 2018 e la compariamo con i risultati generali del 2017, possiamo trarre alcune linee di tendenza:

  • Per quanto riguarda la prima di servizio, il peggioramento nel 2018 dell’efficacia del servizio centrale da destra si acuisce contro Djokovic. È significativo in particolare come Roger cerchi con più insistenza il servizio ad uscire e nonostante questo Djokovic sia comunque in grado di risolvere brillantemente le situazioni – più rare – in cui lo svizzero cerca il servizio centrale. In altre parole, sembrerebbe che Roger contro Djokovic estremizzi ancora di più le proprie scelte al servizio, specie dal lato destro. Dal lato sinistro invece non emergono pattern particolarmente significativi: le scelte di direzionamento del servizio fatte contro Djokovic rispecchiano più o meno la media misurata contro gli altri giocatori.
  • Con riferimento alla seconda di servizio anche in questo caso abbiamo una netta divaricazione fra ad-court e deuce court. Mentre nel caso dei servizi da destra il peggioramento delle prestazioni è – cosa abbastanza prevedibile visto che si tratta del miglior ribattitore sul mercato – generalizzato, per quanto attiene ai servizi da sinistra invece emerge un dato abbastanza significativo: se il campione di Belgrado non sembra patire il servizio al corpo e il servizio kick ad uscire, grazie al suo eccezionale rovescio, le cose cambiano quando si parla di servizi centrali che il serbo deve gestire con il proprio dritto. Mentre Nole dal lato destro sembra gradire le risposte sul dritto, soffre quando risponde di dritto da sinistra. Si tratta infatti dell’unico caso in cui la statistica media di Federer nel 2018 contro gli altri giocatori risulta migliore rispetta a quella dei soli match con Djokovic. L’idea insomma potrebbe essere quella – rischiosa, ma sensata – di cercare di mandare fuori giri il serbo dal lato del dritto, evitando di stuzzicare il rovescio, la cui solidità è normalmente rocciosa.

In conclusione, l’analisi dei dati ATP relativi al monitoraggio dei pattern di servizio mostra alcuni risultati sorprendenti e perché no, potrebbe anche dare qualche chiave di lettura tattica non banale. E se Federer deciderà di accogliere qualcuno dei nostri ‘consigli’ già da questo Australian Open, beh, lo scopriremo presto. Quanto a Djokovic lo svizzero può respirare, almeno parzialmente: non c’è modo di incrociarlo prima dell’eventuale finale.

Federico Bertelli

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Federer, Nadal e Djokovic sotto la lente: chi ha fatto meglio negli ultimi 10 anni?

Una dettagliata analisi statistica per mettere a confronto i tre giocatori più forti del tennis moderno, evidenziare i loro picchi di rendimento… e anche i rimpianti. Per Federer, forse quella finale del 2014

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Alla vigilia dell’Australian Open, mentre ci si interroga sulla possibilità che possa finalmente toccare a un nome nuovo, è facile lasciarsi sedurre dall’idea che alla fine toccherà a uno dei soliti. Da oltre dieci anni il tempo nel mondo del tennis sembra essersi cristallizzato: anche nel 2018 Djokovic, Nadal, Federer (anche se per un pelo, visto che Zverev ha chiuso la stagione a una manciata di punti da King Roger) si sono spartiti il podio della classifica mondiale. Come già ricordato in un precedente articolo, il tennis gira intorno a tre nomi quasi ininterrottamente da un’era geologica. Visto il ritorno di fiamma di Federer e Nadal nel 2017 e di Djokovic nel 2018 si è sentito spesso dire che queste erano le “migliori versioni di Nadal o Federer” o che “Djokovic quest’anno è tornato ai suoi livelli”. Un modo per verificare queste affermazioni è confrontare il rendimento tenuto dei cari mostri sacri di questa era e confrontarlo con performance ottenute negli anni passati. A livello metodologico la scelta è quella di vedere quali sono stati in questi anni i picchi di rendimento e come si sono evolute le rivalità incrociate in questi ultimi 10 anni. Similmente a quanto fatto per le analisi dell’anno 2018, si è cercato di costruire degli indicatori di performance che potessero dare conto sinteticamente dell’andamento per anno e per superficie.

Questa prima tipologia di tabelle ha come scopo quello di evidenziare in termini comparati quale sia stata l’evoluzione dell’indicatore preso in esame di volta in volta. L’idea è quella di darci una linea di tendenza, al fine di capire soprattutto come un giocatore abbia ‘performato’ rispetto a se stesso e quali siano stati i picchi di rendimento in carriera. Il fatto che in un certo anno un indicatore risulti più elevato rispetto a quello dei rivali non necessariamente indica una maggiore probabilità di successo negli scontri diretti (quella verrà riportata più avanti nell’andamento storico degli H2H); resta in ogni caso un’indicazione rilevante in caso di differenziale cospicuo.

CONFRONTO SULLA TERRA BATTUTA

 

Per condurvi all’interno del discorso utilizziamo i numeri e cominciamo dalla terra rossa. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 0.5

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su terra battuta

Per quanto riguarda questa superficie, non verrà preso in esame il numero di partite vinte in quanto a differenza del cemento, dove spesso Nadal ha marcato visita, sulla terra battuta tutti e tre i giocatori hanno quasi sempre mantenuto un sufficiente numero di partite giocate e vinte nel corso degli anni. L’eccezione è ovviamente Federer negli ultimi due anni, ma la sua completa assenza non provoca del ‘rumore’ nel modello; il dato viene semplicemente viene escluso.

Emerge immediatamente come Nadal abbia avuto un picco di rendimento nel 2010, ripetuto incredibilmente nel 2017. Mentre nel 2010 la chiave era la ferocia sulla seconda di servizio (60% dei punti conquistati), nel 2017 il dato incredibile è stata l’efficacia sulla propria seconda di servizio (64%, il più alto in tutto l’arco di riferimento tra tutti e tre i giocatori). Sempre in riferimento a Nadal, i numeri confermano come lo spagnolo abbia dovuto avvalersi di unghia e denti per vincere il Roland Garros nel 2013 e 2014, due stagioni di chiaro calo, in cui il suo livello di performance era stato notevolmente insidiato da Djokovic.

Il serbo, dopo l’anno di grazia 2011, ha fatto registrare un calo generale nel 2012 per poi ritornare gradualmente su livelli di eccellenza nel 2013 e 2014. Nel 2015 Djokovic ha raggiunto il suo picco di rendimento sulla terra battuta ed è infatti stato sconfitto solo da un grandissimo Wawrinka in finale a Parigi, capace quella domenica di scagliare sessanta colpi vincenti. Curiosamente, nei suoi anni migliori, Djokovic ha dovuto fronteggiare a Parigi due veri e propri cigni neri: Federer in semifinale nel 2011 e Wawrinka appunto nel 2015. Non sarà difficile ricordare la maestosa performance dello svizzero nel 2011, quando fermò un Djokovic ancora imbattuto in stagione. Quanto al 2009 di Federer, la stagione in cui ha vinto il suo unico Roland Garros, i numeri suggeriscono come abbia approfittato del calo di Djokovic e dell’inciampo di Nadal, che fino a quel punto della stagione si stava esprimendo ai suoi soliti livelli.

CONFRONTO SULL’ERBA

Passiamo adesso all’erba, il territorio d’elezione per Roger Federer. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,1

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su erba

In questo secondo caso saltano subito all’occhio i “buchi” di Nadal, che dopo l’immancabile campagna sulle paludi rosse spesso e volentieri ha dovuto cedere il passo. In questo caso emerge come il toro di Manacor abbia ben capitalizzato le opportunità costruite nel 2008 e nel 2010; è invece un peccato che nel 2017 non si sia potuto assistere a un replay delle finali 2006/2007/2008, perché i presupposti numerici erano veramente ottimi. Djokovic conferma il trend di dominanza del 2015, mentre in rapporto alla rivalità con Federer c’è forse da crucciarsi per la mancata qualificazione dello svizzero alla finale di Wimbledon 2011: dopo la splendida partita di Parigi, con ogni probabilità se ne sarebbe vista una seconda.

L’annus horribilis‘ è stato per tutti e tre il 2016: Federer a mezzo servizio, Nadal assente e Djokovic alle prese con i primi dolori del giovane Novak. Rimpianti? Probabilmente per Federer la finale persa nel 2014, poiché avrebbe potuto rallentare il ritorno di Djokovic che da quel momento ha vissuto un anno e mezzo di grazia quasi ininterrotto.

CONFRONTO SUL CEMENTO

Per concludere andiamo ad esaminare cosa è successo sulle superfici dure; segnaliamo che in questo caso è stato necessario accorpare indoor e outdoor, in quanto le statistiche disponibili sul sito ATP non consentivano questo livello di ‘granularità’ del dato. L’indicatore prescelto quindi è stato il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,05
  • % combinata break point salvati e convertiti *0,5

Il tutto ponderato per un moltiplicatore che tenga conto delle partite vinte nella stagione così costruito:

=SE N. Partite vinte >=52; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE 51<N. Partite vinte>22; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE N. Partite vinte <=22; → fattore di ponderazione = 0,8;

Confronto Djokovic, Federer e Nadal sul cemento

Secondo questa metrica il picco di rendimento lo ritroviamo con Djokovic nel 2015, che in quella stagione si è rivelato effettivamente ingiocabile per chiunque. Il Federer del 2015 era (numeri alla mano) una versione assolutamente competitiva e paragonabile a quella del 2017, che pure ha vinto tanto di più; verrebbe da concludere, forse semplificando, che semplicemente nel 2017 non ha dovuto confrontarsi con la macchina serba. Da notare come negli anni 2012 e 2013 si sia visto in campo un ottimo Djokovic che forse ha raccolto a livello Slam meno di quello che avrebbe potuto: in quei due anni infatti le partite vinte dal serbo su questa superficie sono state rispettivamente 50 e 49. Nel 2013 la sfida ‘hard rock’ con Nadal fu estremamente equilibrata, con Djokovic che nelle situazioni di palleggio (relative agli scambi su seconde di servizio) dimostrava una maggior efficienza, mentre Nadal compensava con il rendimento sulla prima e nel dato combinato saved/converted break point %.

GLI SCONTRI DIRETTI

Queste statistiche sintetizzano con efficacia il rendimento dei singoli giocatori ‘rispetto a se stessi’, ma per un’analisi completa non si può prescindere da un riepilogo degli H2H; altrimenti si perderebbero alcuni fenomeni clamorosi come la distruzione di Nadal ad opera di Djokovic nel 2011 e la rivincita nel 2017 da parte di Federer sul maiorchino.

Djokovic vs Federer

A partire dal 2011, la rivalità tra il serbo e lo svizzero ha visto un netto prevalere di Djokovic con Federer capace di invertire la tendenza soltanto nel 2014, stagione in cui il serbo ha psicologicamente ‘prestato il fianco’ dopo le tante finali perse agli US Open. Probabilmente non se ne avrà mai la controprova, ma per Djokovic sembra essere stata decisiva la vittoria a Wimbledon le 2014: è stato forse stato il punto di svolta di una carriera, che altrimenti avrebbe potuto configurarsi come quella di un ‘fenomeno spuntato’, sempre e comunque in secondo piano rispetto al dinamico duo Roger&Rafa.

Federer vs Nadal

Come tutti sanno, il 2017 è stato l’anno della grande rivincita di Svizzera 1 sull’armada spagnola. È invece meno noto che il 2017 sia stato un anno straordinario per Nadal sul cemento; con un Federer ‘normale’, forse Rafa avrebbe potuto confezionare la migliore stagione dell’intera carriera, superiore anche agli anni di grazia 2010 e 2013. Senza inerpicarci in analisi che sono state fatte sin troppe volte in relazione a questo confronto diretto, si evidenziano come decisive le stagioni 2008 (in cui Rafa mandò Roger al tappeto in finale a Londra e a Parigi) e il 2013 in cui la schiena ha costretto Federer a giocare al di sotto dei suoi standard.

Djokovic vs Nadal

Nella rivalità fra Rafa e Novak, emerge come il serbo abbia saputo capitalizzare meglio le stagioni in cui ha espresso il miglior tennis. In uno degli anni miglior, Nadal è riuscito a cogliere un vantaggio comparato relativamente ridotto (+2), mentre nei suoi anni di grazia (2011 e 2015) Djokovic ha inciso in maniera molto più pesante (+6) e (+4). In generale sembra quindi poter dire che i picchi di rendimento di Djokovic negli ultimi 10 anni sono stati inarrivabili, ma che laddove (come nel triennio 2012-2013-2014) il rendimento dei tre è stato molto vicino, Djokovic è spesso venuto a mancare, non riuscendo a convertire in successi un livello di gioco comunque molto alto. La supremazia è rimasta confinata ai ‘soli’ Masters 1000 e sulla superficie (allora) amica degli Australian Open, che potrebbe tornare a sorridergli tra pochi giorni.

Federico Bertelli

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