Djokovic tiene Federer "al chiuso", Khachanov principe di Parigi

Numeri

Djokovic tiene Federer “al chiuso”, Khachanov principe di Parigi

I numeri della settimana. Nole inarrestabile ingabbia Roger indoor. Barty e Wang che non ti aspetti, i drammi del giovane Shapovalov

Pubblicato

il

1 – le vittorie ottenute da Roger Federer negli ultimi cinque incontri giocati sul cemento indoor contro Nole Djokovic. Inoltre, lo svizzero contro il serbo aveva vinto due delle ultime sette partite giocate e, in generale, aveva conquistato “solo” ventidue dei quarantasei confronti diretti. Da una parte c’era il momento magico di Djokovic, tornato al numero 1 del ranking dopo aver recuperato venti posizioni in quattro mesi, e, dall’altra, quello in chiaroscuro degli ultimi mesi di Federer: insomma, non era facile prevedere lo splendido equilibrio vissuto nelle tre ore e passa della semifinale di Bercy. Tra le tante ragioni a spiegare quanto visto lo scorso sabato, può essere utile anche ricordare come sempre più il tennis di Roger sia diventato efficace in condizioni indoor. Un’affinità da sempre elevatissima, ma incrementata negli ultimi anni, come si è visto anche in questo 2018, nel quale Roger ha conquistato già due titoli in suddette condizioni di gioco. Più in generale, analizzando a tal riguardo tutte le partite giocate dallo svizzero dal 2014 ad oggi, si nota che Roger in condizioni indoor ha, rispetto alle partite giocate su altre superfici, la migliore percentuale di successi, l’87,5% (42 successi in 48 incontri). Numeri da prendere con le molle e come semplice curiosità, vista la differenza minima percentuale e la grande diversità nel numero di partite giocate in altre condizioni. In ogni caso, come percentuale di vittoria, dal 2014 in poi, ai tappeti indoor segue prima l’erba con l’87,1% di successi (54 vittorie e 8 sconfitte), poi il cemento all’aperto con il suo 87% (134-20) e, come facilmente intuibile, chiude la terra col 70,5 % (24-10). Il Federer visto a Basilea, in ripresa rispetto alla sua versione di Shanghai, ma ancora incostante, doveva confermare di essere nuovamente competitivo ad altissimi livelli: in Svizzera aveva affrontato un solo top 20 (Medvedev) e appena altri due top 40. A Parigi ha invece sconfitto due top 15 (Fognini e Nishikori), prima di impegnare per più di tre ore – e giungere a pochi punti dalla vittoria – il nuovo numero 1 del mondo. Un carico di fiducia fondamentale per contrastare il gran scetticismo generale che aveva accompagnato gli ultimi mesi dello svizzero. Il quale, giusto per inciso, da quando è rientrato a giugno a Stoccarda giocando con continuità (e spesse volte male) ha comunque ottenuto 2920 punti: è solo una molto labile indicazione, ma, considerando il periodo che va da inizio della stagione su erba ad oggi, meglio dello svizzero che per molti dovrebbe ritirarsi, ha fatto una sola persona al mondo, il numero 1 Djokovic.

4 – le sconfitte di Ashleigh Barty nel 2018 contro tenniste non comprese nella top 50 WTA. Due di queste sono arrivate contro giocatrici ex numero 1 (Azarenka a Tokyo e Serena Williams al Roland Garros) e una contro la vincitrice degli ultimi US Open (Osaka a Melbourne). Se poi si studiano le ulteriori quattro sconfitte rimediate nel 2018 dall’australiana con tenniste tra la ventunesima e la cinquantesima posizione del ranking, si vede che due sono arrivate contro ex numero 1 (Kerber a Brisbane, Sharapova a Roma). In tutto il 2018, insomma, solo tre sconfitte (affrontando Sakkari, Tsurenko e Pavlyuchenkova) sono arrivate contro tenniste non vincitrici di Slam o nella top 20. Dati che testimoniano la continuità ad alto livello del rendimento in singolare della 22enne australiana (in doppio è attualmente top ten e due mesi fa ha vinto con Vandeweghe gli ultimi US Open) e fanno intuire, altresì, la sua difficoltà nel battere le migliori: quest’anno, prima di Zuhai, è arrivata una sola vittoria in sette incontri contro top ten (a Wuhan con Kerber) e appena altre due sono arrivate contro tenniste nella top 20, a fronte di altre quattro sconfitte. Il 2018 ha rappresentato la stagione della crescita tecnica e della accresciuta consapevolezza del grandissimo potenziale a sua disposizione. Ashleigh doveva confermare un 2017 che per lei era stato l’anno della svolta: partiva a gennaio da 271 WTA e terminava nella top 20, grazie al titolo a Kuala Lumpur e a due finali nei Premier di Birmingham e Wuhan, torneo dove sconfiggeva ben tre top 10 (Pliskova, Ostapenko e Konta). In questa stagione, grazie al titolo a Nottingham, alla finale al Premier di Sydney e alle semi ai Premier di Montreal, Wuhan e all’International di Strasburgo è arrivata sino al 16° posto del ranking. La sua seconda partecipazione al WTA Elite Trophy (il Masters B) di Zuhai è andata meglio dell’anno scorso, quando si fermò in semifinale. Nel round robin ha superato (6-3 6-4) Garcia, 18 WTA e ha perso da Sabalenka (duplice 6-4), 12 WTA. Ripescata in semi per il miglior quoziente game vinti-persi rispetto alle altre due, si è poi imposta (4-6 6-3 6-2) su Georges, 14 WTA. La facile vittoria in finale su Wang (6-3 6-4) le regala il best ranking di 15° giocatrice al mondo e un’ulteriore fiducia in se stessa: se impara a giocare come sa anche contro le top ten, sentiremo davvero parlare a lungo di lei.

5 – le sconfitte rimediate nelle ultime sei partite giocate da Denis Shapovalov nel 2018. Una stagione comunque positiva, nonostante abbia perso tutti e cinque i confronti giocati contro top 10 e non abbia centrato nemmeno una finale. Il mancino di origine russa ha accumulato esperienza nel circuito e compiuto importanti progressi in classifica (ha chiuso il 2017 da 51 e ora è nei top 30). Tuttavia, è innegabile il calo vissuto nella seconda parte della stagione dal 19enne canadese, giunto a inizio giugno sino al 23° posto del ranking ATP. Una posizione guadagnata soprattutto grazie ai punti della semifinale al Masters 1000 di Madrid, ma anche da quelli garantiti dagli ottavi a Roma e Miami e dalla semifinale all’ATP 250 di Delray Beach. Nei sedici tornei giocati dopo gli Internazionali d’Italia, Shapovalov, oltre a essere incappato in ben tre sconfitte inopinate contro tennisti non presenti nella top 100 (Gulbis a Stoccolma, e soprattutto, Gunneswaran a Stoccarda e Nishikori a Shenzhen) solo in un torneo ha vinto tre partite (a Tokyo, dove è giunto alle semifinali) e in appena altri quattro (tra i quali i Masters 1000 di Toronto e Cincinnati, dove ha raggiunto gli ottavi) ne ha vinte due. Un calo psico-fisico che lo ha spinto qualche giorno fa ad annunciare il suo forfait dalle ATP Next Gen in programma a Milano questa settimana. Un’assenza pesante per gli appassionati italiani, privati del carisma e della spettacolarità del repertorio tennistico del canadese.

 

10 – le edizioni di Parigi Bercy, dal 2001 ad oggi, vinte da tennisti mai capaci di conquistare uno Slam nella loro carriera. L’ultimo Masters 1000 della lunga stagione tennistica – e dal 2009 anche l’unico a giocarsi in condizioni indoor – vede nel proprio albo d’oro, a differenza dei tornei della medesima categoria, una lunga lista di nomi non altrettanto prestigiosi. Grosjean, Henman, Berdych, Davydenko, Nalbandian, Ferrer, Tsonga, Soderling, Sock e Khachanov, tutti vincitori a Bercy, sono tennisti molto bravi, ma non campioni amati dalle folle. La collocazione sfortunata nel calendario – giocatori esausti dopo dieci mesi di circuito e/o distratti dalle imminenti e più importanti ATP Finals – penalizza il ricco (quasi cinque milioni e mezzo di montepremi) torneo giocato al Palais Omnisport di Bercy. Sebbene al sorteggio del tabellone quest’anno vi fossero nove giocatori nella top 10, il Rolex Paris Masters è stato penalizzato dal ritiro di Nadal a poche ore dal suo esordio in campo. La splendida semifinale tra Djokovic e Federer e la vittoria di una possibile futura star del tennis come Khachanov, classe 96, hanno comunque garantito spettacolo. Il russo prima di Parigi aveva sconfitto solo due volte dei top ten (non considerando il successo a seguito del ritiro di Nishikori dopo pochi giochi ad Halle nel 2017), ma in Francia ha dato il meglio di sé, soffrendo – e molto – solo contro Isner (6-4 6-7 7-6) al quale ha annullato due match point. Nei due turni precedenti a quello degli ottavi contro lo statunitense non aveva smarrito un set né contro Kraijinovic (7-5 6-2) né contro Ebden (6-2 2-0 RET) e così ha incredibilmente continuato a fare contro tre top ten (di cui due top 5) come, nell’ordine, Zverev (6-1 6-2); Thiem (6-4 6-1) e Djokovic (7-5 6-4). Una meravigliosa sorpresa si è concretizzata a Bercy anche se da Wahington in poi – a eccezione della sconfitta di San Pietroburgo con Wawrinka, la cui classifica è da prendere con le molle – Karen non perdeva se non da giocatori nei primi quindici posti del ranking ATP.

13 – il best career ranking di Fabio Fognini, raggiunto per la prima volta il 31 marzo 2014. Il ligure era quasi certo di migliorare la sua classifica dopo Bercy e di salire al dodicesimo posto, posizione raggiunta da Paolo Bertolucci nel 1973, ma la finale raggiunta da Khachanov glielo ha, almeno momentaneamente, impedito. Ancora oggi quella raggiunta da “Braccio d’oro”, ora apprezzatissimo commentatore televisivo, è la terza miglior posizione in assoluto mai colta da un italiano nelle classifiche maschili da quando è stato introdotto il computer per stilarle. La prima è il 4 ATP raggiunto da Adriano Panatta nel magico 76 del tennis italiano, seguita dal settimo posto conquistato da Barazzutti nel 1978, anno nel quale al Roland Garros l’attuale capitano della squadra di Coppa Davis si issò sino alla semifinale, una delle quattordici (con due finali perse) che raggiunse in quella stagione. Il 2018 resta comunque il miglior anno, sinora, della carriera di Fognini, che in precedenza altre due volte aveva chiuso l’anno nella top 20, ma in posizioni peggiori (come 16 nel 2013 e come 20 ATP nel 2014). Mai, come accaduto in questa stagione, aveva vinto tante partite, 46 (precedentemente il suo record era 42, nel 2013); portato a casa più tornei, tre (San Paolo e Bastaad sulla terra, Los Cabos sul cemento) e raggiunto un numero complessivo maggiore di finali (quattro, aggiungendo quella persa a Chengdu). Chiude il 2018 anche con la miglior percentuale stagionale di successi contro top ten, 40%, grazie ai due successi contro Thiem a Roma e Del Potro a Los Cabos. I rimpianti di questo 2018 restano per lui la finale persa in Cina dopo aver sprecato quattro match point contro Tomic, e il non essere stato capace di piazzare l’acuto nei tornei che contano maggiormente, se si eccettuano i comunque buoni ottavi raggiunti a Melbourne e Parigi (precedentemente, solo altre tre volte in carriera si era spinto così avanti nei Major) e i quarti al Masters 1000 di Roma (appena in altre tre circostanze era arrivato tra i migliori otto di un Masters 1000). Proprio negli appuntamenti più prestigiosi il numero 1 azzurro sa bene che deve e può fare meglio, ma intanto è giusto che si goda il meritato riposo dopo un’ottima stagione.

21 – i match vinti da Quiang Wang in questi ultimi cinquanta giorni, più di quanti ne abbia portati a casa con successo nei precedenti otto mesi dell’anno. A dar maggior valore a questo ottimo periodo di forma, va rimarcato come otto delle suddette vittorie siano arrivate contro top 20, di cui ben tre contro top 10. La 26enne cinese, stabilmente nella top 100 da febbraio 2016, grazie soprattutto a piazzamenti nei piccoli International asiatici (nel suo continente ha sin qui conquistato sedici dei diciassette quarti di finale raggiunti nel circuito maggiore), a maggio dell’anno scorso entrava per la prima volta nella top 50, dopo il terzo turno raggiunto al Mandatory di Madrid. Una prima parte di 2018 negativa – eccezion fatta per gli ottavi a Indian Wells – l’aveva fatta sprofondare al 91°posto del ranking. I quarti a Strasburgo, il terzo turno al Roland Garros (eliminando Venus Williams, seconda top ten battuta in carriera) e la vittoria dell’International di Nanchang avevano rimesso in sesto la sua classifica, prima dell’evoluzione in classifica avvenuta a settembre, mese iniziato da 44° giocatrice del ranking WTA. Il titolo a Guanghzou, la finale a Hong Kong e le semifinali all’International di Hiroshima e al Premier Mandatory di Pechino le hanno permesso di guadagnare ulteriori ventidue posizioni e partecipare alle WTA Elite Finals: nel suo girone è stata prima piegata da Kasatkina (vincitrice col punteggio di 6-1 2-6 7-5), 10 WTA, e ha poi avuto la meglio su Keys (1-6 6-3 6-1), 16 WTA. La finalista degli US Open 2017 si era guadagnata l’accesso alle semifinali, ma il ripresentarsi del problema al ginocchio sinistro sofferto nelle ultime settimane ha consentito alla cinese di essere ripescata al suo posto. Una buona sorte ripagata, contro una Muguruza fantasma di se stessa, con una prestazione ottima (6-2 6-0) e capace di regalarle l’approdo in finale e la certezza di chiudere la stagione nella top 20. Contro la Barty ha potuto ben poco, arrendendosi col punteggio di 6-3 6-4, ma il suo 2018, in particolar modo questi ultimi due mesi, resta straordinario.

49 – le partite giocate nel 2018 da Rafael Nadal. Il campione maiorchino dal 2005 in poi – la prima stagione terminata da numero due del mondo – solo nel 2012 ha giocato meno match nel corso di un anno. In quel caso l’undici volte vincitore del Roland Garros interruppe prematuramente la stagione con soli quarantotto incontri disputati: dopo la sconfitta al secondo turno di Wimbledon contro Rosol, si fermò a causa di un infortunio al ginocchio sinistro. Il 2012 fu il primo anno dal 2004 nel quale Rafa non concluse la stagione in uno dei primi due posti del ranking, pur vincendo il settimo Roland Garros, accompagnato dai “soliti” titoli a Monte Carlo, Roma e Barcellona (perse un solo set per portare a casa questi quattro tornei) e perdendo la maratona in finale a Melbourne contro Djokovic. Se Rafa dovesse arrivare in finale alle prossime ATP Finals potrebbe superare anche le cinquantatré partite da lui giocate nel 2016, probabilmente la peggiore stagione della sua carriera, terminata al nono posto del ranking: la prima, dal 2004, nella quale non ha raggiunto nemmeno un quarto di finale in un Major, archiviata tra l’altro con due soli titoli (Monte Carlo e Barcellona). Nonostante un numero così esiguo di match disputati (gli altri anni Rafa ha almeno giocato settanta partite) il maiorchino, ritiratosi a Bercy per la seconda volta nel 2018 a tabellone già sorteggiato (era accaduto anche a Cincinnati), ha ancora la chance di chiudere al numero 1 del ranking ATP. Una posizione che deteneva – a eccezione di sei settimane totali – dal 21 agosto 2017 e che Djokovic gli ha strappato, portandosi avanti di poco più di 500 punti. Una classifica in ogni caso ottima, utile a fotografare la preparazione scientifica del calendario da parte dello spagnolo, sempre più frenato da inevitabili acciacchi per un trentaduenne costretto a chiedere più del massimo al suo corpo, da oltre quindici anni di iper-professionismo. Un tentativo riuscito (nel 2018 ha vinto Roland Garros, tre Masters 1000 e l’ATP 500 di Barcellona) di allungargli carriera e rendimento ad altissimo livello, nonostante l’usura psico-fisica del tempo e del suo gioco. Ammirevole.

6990 – i punti conquistati da Novak Djokovic negli ultimi quattro mesi e mezzo, un bottino capace di consentirgli un impensabile balzo – per il piccolissimo lasso temporale utilizzato – dal 21° al primo posto del ranking. Due Slam vinti (Wimbledon e US Open), due titoli ai Masters 1000 di Cincinnati e Shanghai (più la finale a Bercy e all’ATP 500 del Queens) gli hanno consentito di tornare dove mancava da esattamente due anni. Una cima della classifica che, per come aveva giocato nella prima parte del 2018 – dopo il Roland Garros era solo al 19° posto della Race – sembrava improponibile, quantomeno in tempi stretti. Da gennaio a maggio di quest’anno Nole ha perso quattro partite (Chung, Daniel, Klizan e Cecchinato) contro tennisti non nella top 50 del ranking, un numero maggiore delle tre sconfitte rimediate contro giocatori con la medesima classifica dal 2011 al 2017 e utile a capire come il tennista sceso in campo nei primi mesi dell’anno non fosse più lui. Dal Queens sino alla finale persa a Bercy con Khachanov ha invece perso appena tre partite, vincendone ben trentacinque (di cui undici contro top ten, con l’unica sconfitta arrivata nella finale contro Cilic al Queens). Nel suddetto periodo è arrivata una corrispondente percentuale di vittorie pari al 92,1%, inferiore solo al 93,2% (82 vittorie e 6 sconfitte) con cui chiuse il magico 2015 dei tre Slam vinti, assieme ad ATP Finals, sei Masters 1000 e all’ATP 500 di Pechino. Un rendimento incredibilmente uguale al 92,1 % (70 vittorie e 6 sconfitte) con cui Nole ha terminato un altro anno per lui straordinario come il 2011, nel quale ha vinto tre Major, cinque Masters 1000, Dubai e il torneo di casa di Belgrado. La finale persa contro Khachanov nulla toglie, a prescindere da come a Londra concluderà il suo 2018, alla certezza di avere Djokovic nuovamente agli altissimi livelli di rendimento abbandonati dall’ultima parte del 2016.

Continua a leggere
Commenti

Focus

Finali Slam: Rosewall batte Federer 4 a 0

Federer campione di longevità, ma non abbastanza da battere ‘muscles’

Pubblicato

il

Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Dopo avere parlato di senilità alla vigilia delle semifinali, continuiamo a parlarne alla vigilia della finale. Alla tenera età di 37 anni, 11 mesi e qualche giorno Roger Federer, il semifinalista più diversamente giovane, ha infatti raggiunto la dodicesima finale della sua carriera a Wimbledon. Domenica proverà a battere due record: quello di più anziano vincitore dei Championships e detentore del maggior numero di trofei. Record che attualmente sono entrambi nelle sue mani grazie alla vittoria del 2017.

Il record che invece non potrà superare è quello di diventare il più anziano finalista a Wimbledon dell’era Open. Per provare a conquistarlo dovrà attendere il 2021, poiché attualmente questo primato appartiene a Ken Rosewall che nel 1974 disputò la finale di Wimbledon a 39 anni e 8 mesi di età. Quel giorno Rosewall – provato da una semifinale durissima vinta al quinto set in rimonta contro Stan Smith – perse in tre set contro Jimmy Connors.

Ken Rosewall a Wimbledon

Questa è però una storia ormai aneddotica e conosciuta dalla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis. Se ne parla e scrive puntualmente ogni anno, un po’ come di Claudio Villa alla vigilia di Sanremo. Quella che forse è meno nota, è la storia relativa ai record di longevità nel singolare maschile relativi alle finali di tutti i quattro tornei dello Slam. Ed è una storia affascinante poiché il nome dell’uomo che li detiene è sempre il medesimo: Ken Rosewall. Di seguito gli anni in cui li stabilì:

Torneo Edizione Risultato finale Avversario
Roland Garros 1969 46  36  46 R. Laver
Australian Open 1972 76  63  75 M. Anderson
Wimbledon 1974 16  16  46 J. Connors
US Open 1974 16  06  16 J. Connors


Jimmy Connors e Rod Laver non hanno bisogno di presentazioni. Ci limitiamo ad aggiungere che Laver ha 4 anni meno di Rosewall e Connors 18. Malcom J. Anderson è meno noto di loro ma non molto meno bravo. Australiano, classe 1935, in singolare ha al suo attivo una vittoria nel ’57 allo US Open e due finali agli Australian Open nel ’58 e nel ’72. Ma torniamo al principale protagonista dell’articolo.

Nato e cresciuto (poco come vedremo) in Australia il 2 novembre 1934, Ken Rosewall era un mancino naturale. Il padre – una sorta di zio Toni ante litteram e alla rovescia –  gli impose di giocare da destrimane. Rosewall era un atleta di 170 cm nelle giornate migliori e con un fisico così minuto da essere ironicamente soprannominato “muscles”, ovvero muscoli, dai suoi colleghi australiani. Soprannome al quale Ken deve essere molto legato dal momento che dà il titolo al libro autobiografico scritto in collaborazione con il giornalista Richard Naughton. Purtroppo non esiste un’edizione in italiano ma lo consigliamo a chi padroneggia bene la lingua inglese e ha nostalgia di un’epoca in cui il tennis era meno potente e più tecnico.

 
Rod Laver e Ken Rosewall

È difficile se non impossibile immaginare che Rosewall con le sue caratteristiche fisiche avrebbe potuto essere vincente anche nel tennis contemporaneo. Il giocatore a lui più somigliante sotto il profilo morfologico, Diego Schwartzman, deve fare miracoli per riuscire a rimanere tra i migliori venti del mondo, e tra i dieci migliori del mondo solo Nishikori e Fognini hanno una statura inferiore al metro e ottanta, seppure largamente superiore al metro e settanta.

L’australiano poté essere il migliore o tra i migliori per decenni perché giocò in un’epoca in cui le racchette non privilegiavano le doti di potenza, le superfici di gioco erano più veloci e i rimbalzi della palla più bassi, quindi più adatti a giocatori normolinei. Per colpire la pallina con il suo straordinario rovescio a una mano, oggi Rosewall dovrebbe letteralmente saltare come i canguri del Paese da cui proviene. Viceversa, la maggior parte degli attuali protagonisti cinquant’anni fa avrebbe finito ogni partita con le ginocchia martoriate e la schiena dolente.

Rosewall la carriera la terminò in perfetta forma a 46 anni e sino a 44 il suo nome appariva tra i migliori venti giocatori del mondo. Nella classifica ATP lo troviamo al secondo posto il 26 giugno del 1975; al nono il 14 giugno 1976; al diciottesimo il 12 luglio 1978. Lasciamo ai lettori più inclini all’aritmetica il compito di calcolare con precisione quanti anni avesse Rosewall in quelle date. Ma appare evidente anche agli umanisti che se Roger Federer desidera pareggiarlo dovrà prendere in seria considerazione l’ipotesi di giocare – e bene – almeno sino alle Olimpiadi di Parigi. Nel 2024.

Continua a leggere

Focus

Wimbledon: queste semifinali sarebbero piaciute a Svevo

Per il secondo anno consecutivo, i quattro semifinalisti dei Championships sono tutti giocatori over 30. Federer, Nadal, Djokovic e Bautista Agut fanno registrare un record: l’età combinata dei quattro è la più vecchia in Era Open

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Senilità: titolo di un romanzo di Italo Svevo o incipit di un articolo di presentazione delle semifinali di Wimbledon edizione 2019? Entrambe le cose. Quelle che si disputeranno venerdì sul Central Court saranno infatti le semifinali più attempate dell’Era Open. Sommando l’età di Bautista Agut (31 anni), Djokovic (32 anni), Nadal (33 anni) e Federer (38 il prossimo mese) si ottiene il numero record di 134 primavere. L’età aggregata e media di tutti i semifinalisti delle edizioni Open dei Championships è riassunta nella seguente tabella:

Edizione Anni semifinalisti  Media
1968 105          26,3
1969 108          27,0
1970 124          31,0
1971 114          28,5
1972 101          25,3
1973 109          27,3
1974 113          28,3
1975 109          27,3
1976 98          24,5
1977 87          21,5
1978 106          26,5
1979 103          25,8
1980 101          25,3
1981 105          26,3
1982 103          25,8
1983 98          24,5
1984 100          25,0
1985 102          25,5
1986 91          22,8
1987 105          26,3
1988 95          23,8
1989 104          26,0
1990 96          24,0
1991 94          23,5
1992 96          24,0
1993 98          24,5
1994 102          25,5
1995 101          25,3
1996 104          26,0
1997 109          27,3
1998 105          26,3
1999 109          27,3
2000 109          27,3
2001 116          29,0
2002 100          25,0
2003 95          23,8
2004 91          22,8
2005 101          25,3
2006 110          27,5
2007 88          22,0
2008 109          27,3
2009 108          27,0
2010 95          23,8
2011 99          24,8
2012 108          27,0
2013 100          25,0
2014 107          26,8
2015 119          29,8
2016 121          30,3
2017 127          31,8
2018 128          32,0
2019 134          33,5


A livello generale osserviamo che:

1- il record di precocità è appannaggio dell’edizione del centenario: 1977. Quell’anno le semifinali videro protagonisti McEnroe-Connors da un lato e Borg-Gerulaitis dall’altro

2- nel 1977 Bjorn Borg – classe ’56 e nel 1977 già detentore di tre titoli dello Slam – e John McEnroe – classe ’59 – avevano i requisiti anagrafici per prendere parte al torneo NextGen

3- in cinque edizioni (1970-2001-2006-2016-2017) due dei protagonisti avevano superato i trent’anni di età

4- nel 2018 tutti i semifinalisti (Isner, Anderson, Djokovic e Nadal) avevano un’età superiore ai 30 anni

5- in 45 occasioni tre semifinalisti avevano meno di trent’anni

A livello individuale:

1- Ken Rosewall è il giocatore più anziano ad essere giunto alle semifinali. Correva l’anno 1974 e “Muscles” era prossimo ai quarant’anni. Per la cronaca l’australiano perse poi la finale contro Jimmy Connors

2- Quattro i teen ager: McEnroe (1977), Cash (1984), Becker (1985 e ’86), Ivanisevic (1990). Becker vinse il torneo sia nell’85, sia nell’86

 

Allargando l’analisi dalle singole annate alle decadi, abbiamo l’ovvia conferma del fatto che l’invecchiamento anagrafico di Federer, Nadal e Djokovic rende l’ultimo decennio quello con la media più alta:

DECADE ETA’ MEDIA
70-79 26,6
80-89 25,1
90-99 25,4
2000-2009 25,7
2010-2019 28,5


Se allargassimo l’analisi ai restanti tornei dello Slam, i risultati risulterebbero molto simili e viene quindi spontaneo chiedersi se la situazione creatasi in questi anni sia maggiormente riconducibile ai meriti dei più forti (e vecchi) o ai demeriti delle nuove leve. Propendiamo per i meriti.

Osservando le partite dei tre principali indiziati di cannibalismo tennistico, si nota che al loro enorme talento tecnico, fisico e mentale si unisce una condizione atletica quasi preternaturale se rapportata all’età. Questa peculiarità è riscontrabile in altri ultratrentenni di vertice che corrono oggi più o meno alla medesima velocità di quanto correvano a inizio carriera e per il medesimo tempo, ed è frutto non solo di grande serietà professionale (talvolta ignota ai più giovani), ma anche della collaborazione non saltuaria con i migliori specialisti al mondo nel campo della cura del corpo lato sensu (medici sportivi, fisioterapisti, preparatori atletici, nutrizionisti).

La scienza, unita alla tecnica, permette loro di fare gesti atletici che un ultratrentenne del passato non era di norma in grado di fare. Prendiamo ad esempio il passante di rovescio giocato da Federer nel quarto set del match contro Nishikori sul punteggio di 2 a 2. Cronometro alla mano abbiamo calcolato che il tennista svizzero (che peraltro è il meno rapido dei tre tenori) ha impiegato circa 2,3 secondi per coprire una distanza approssimativa di 11 metri.

Usain Bolt in occasione del record del mondo stabilito a Berlino sui 100 metri, corse i primi 10 metri in 1 secondo e 75 centesimi al netto del tempo di reazione allo start (146 millesimi). Il giamaicano quel giorno aveva 23 anni e non correva con una racchetta in mano dopo avere già corso per 2 ore e venti minuti. Quindi, cosa può fare di norma e non eccezionalmente contro i personaggi dei quali stiamo parlando un giovane tennista che, a titolo di esempio, ha 5/6 anni di professionismo alle spalle contro 15/20, un bagaglio tecnico ed esperienziale inferiore e una prestanza atletica di poco o per nulla superiore alla loro? Sperare che si ritirino in fretta.

Continua a leggere

Focus

La top 10 dei tennisti più bassi, nessuno come Ampon: un metro e mezzo

Chi era il filippino Felicissimo Ampon, 4 volte in ottavi allo Slam degli Stati Uniti, tre volte al terzo turno a Wimbledon, due quarti a Parigi. Giocò la Davis fino a 48 anni. Batté Budge Patty, ma anche Drobny e Trabert

Pubblicato

il

Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo quello di Reilly Opelka lo scorso anno, Thomas Fabbiano a Wimbledon ha colto lo scalpo di un altro avversario alto più di due metri e dieci: Ivo Karlovic. La differenza di statura tra i due più alti giocatori di tutti i tempi e il nostro connazionale è stata messa in risalto da svariati articoli e, soprattutto, fotografie.

Thomas Fabbiano è infatti alto 173 centimetri. Un’altezza normale per un impiegato di banca, ma non per un tennista di alto livello. Dai dati ufficiali pubblicati sul sito dell’ATP risulta infatti che novanta dei primi 100 tennisti del ranking sono alti almeno un metro e ottanta centimetri. Fabbiano è uno dei dieci che non raggiungono questa soglia. Gli altri nove sono:

  • Schwartzman – 170 cm
  • Nishioka – 170
  • Albot – 175
  • Evans – 175
  • Berankis – 175
  • Moutet – 175
  • Dzumhur – 175
  • Fognini – 178
  • Kohlschreiber – 178
Diego Schwartzman – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Corentin Moutet è l’unico “under 180” insieme a Fabbiano ad essere riuscito a battere sia Reilly Opelka, sia Ivo Karlovic. Il genietto transalpino è però due centimetri più alto di Fabbiano e, quindi, qualcuno potrebbe pensare che i 38 centimetri di differenza tra il nostro connazionale e i due colossi da lui battuti rappresentino un record. Ma sarebbe in errore.

Un attento lettore genovese – Claudio B. – ci ha infatti segnalato il nome di un giocatore alto (se così si può dire) un metro e mezzo che in tempi remoti ne sconfisse uno che lo sovrastava di oltre 40 centimetri. Il tennista in questione si chiamava Felicisimo Ampon ed era nato a Manila nel 1920, quando le Filippine erano ancora un protettorato statunitense. Figlio d’arte per lato paterno, il nostro eroe tascabile per coincidenza o per un imperscrutabile disegno del destino, venne al mondo quando il Rappresentante degli Stati Uniti nelle Filippine era il Governatore Dwight Filley Davis, l’ideatore dell’omonima competizione tanto cara a Gerard Piquè.

Coincidenza o meno, il padre gli mise una racchetta in mano sin dalla più tenera età e lui non la posò sino a quasi 48 anni di età. Ampon si dimostrò subito allievo dotatissimo a discapito dei limiti fisici. Già sul finire degli anni ’30 era infatti considerato il miglior giocatore asiatico e tale rimase per almeno due decenni. A livello internazionale il suo curriculum è di tutto rispetto. Limitando l’analisi ai tornei più importanti, scopriamo che Ampon fu capace di raggiungere per tre volte il terzo turno a Wimbledon. Nel 1948 vinse il Wimbledon Plate, ovvero il torneo di consolazione – disputato sino al 1981 in campo maschile – riservato ai giocatori sconfitti al primo oppure al secondo turno dei Championships.

Agli US Open fece ancora meglio arrivando agli ottavi di finale per ben quattro volte. Toccò infine il suo apogeo tennistico al Roland Garros dove in due occasioni disputò i quarti di finale. Proprio negli ottavi di finale dell’edizione 1953 si trovò di fronte un avversario alto più di un metro e novanta. Si trattava dello statunitense Budge Patty che non era soltanto un gigante per gli standard dell’epoca, ma anche un tennista tecnicamente molto dotato, nel cui palmares figurano le vittorie in singolare a Wimbledon e Parigi nel 1950 e in doppio a Wimbledon nel 1957. Ampon lo battè in tre set e fu poi fermato ai quarti dal vincitore dell’edizione: Ken Rosewall.

Patty non è l’unico giocatore della Hall of Fame ad aver perso contro il filippino. Stessa sorte toccò infatti anche a membri illustri come Jaroslav Drobny e Tony Trabert. Internet, ricca di informazioni su di lui, è purtroppo avara di immagini. Attraverso i filmati disponibili è quindi oggettivamente difficile farsi un’idea compiuta delle sue caratteristiche tecniche, ma è facile ipotizzare che fossero più simili a quelle di Nishioka e Schwartzman che a quelle di Karlovic e Opelka.

Un autorevole testimone che potrebbe darcene o meno conferma è Nicola Pietrangeli che lo affrontò e sconfisse in tre set nel 1958 a Sydney in un incontro valido per la semifinale di Coppa Davis tra l’Italia e le Filippine. La parabola sportiva di Felicisimo Ampon si concluse nel 1968 in Coppa Davis. Ampon è a tutt’oggi l’atleta più anziano ad averla disputata. La sua parabola umana finì il 7 ottobre 1997. In queste due settimane di luglio sacre agli dei del tennis ci piace pensare che Felicisimo stia giocando in doppio sui Campi Elisi a fianco dei 197 centimetri del suo nuovo compagno: Orlando Sirola.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement