Australian Open uomini: i tre grandi con margine, la palla non sarà rotonda

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Australian Open uomini: i tre grandi con margine, la palla non sarà rotonda

Djokovic, Nadal e Federer fagocitano consensi e favori del pronostico, staccando di parecchio tutti gli altri. Sascha Zverev unico intruso considerato dai quotisti, sperando nell’outsider che non ti aspetti

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Nole, Rafa, Roger. Roger, Nole, Rafa. Sempre loro, inesorabilmente loro. Provassimo a intervistare cento persone chiedendo loro un pronostico sul vincitore dell’Australian Open 2019, novantanove citerebbero la sacra triade, “senza se e senza ma“, come va tristemente di moda dire oggigiorno. Sempre loro, o quasi, dal 2004, anno del primo successo svizzero nello Slam australe; quindici anni secchi in cui le uniche entità esterne alla Trimurti ad aver scippato il trofeo sono state Marat Safin, vincitore su Lleyton Hewitt nel 2005, e Wawrinka in versione Super Stan, che azzoppò un maiorchino già incerottato di suo nella finalissima del 2014. Un dominio così esteso e racchiuso in una cerchia così stretta di nomi da trovare rari precedenti nella storia dello sport, e quasi tutti gli indicatori applicabili con apprezzabile margine di affidabilità alla pallina di feltro lasciano pensare che anche stavolta non sarà molto diverso dal solito.

Sembrano ragionare così anche gli allibratori, i quali, non foss’altro che per interesse privato, difficilmente sbagliano di molto nell’indicare la via. Quelli sondati sembrano avere pochissimi dubbi: loro tre, inequivocabilmente, con Sascha Zverev unico a meritarsi l’inclusione nell’élite. Addirittura, SNAI piazza il giovane tedesco davanti a Nadal, ma il moltiplicatore dev’essere influenzato dai recenti problemi fisici di Rafa, sempre più acuti via via che il tempo passa specialmente quando i campi sono di superficie diversa dall’adorata terra battuta.

 

Tra i favoriti per antonomasia, Novak Djokovic attira la stragrande maggioranza dei consensi: la sua vittoria a Melbourne è tendenzialmente pagata due volte la posta, un’inezia particolarmente risibile visto che al via dovrebbero presentarsi i soliti centoventotto giocatori. Un numero abbastanza alto da racchiudere tra le sue maglie la possibilità di una sorpresa; dopotutto la palla è rotonda, si usa dire quando si disquisisce sugli sport che prevedono l’utilizzo di un corpo sferico. Sarà, ma nel tennis degli ultimi tre lustri abbondanti la pallina non è così rotonda come si potrebbe pensare. Tutto vero, ci si potrebbe però chiedere con che faccia si presentano i dominatori e i loro principali contendenti: vediamo allora come arrivano le prime sedici teste di serie ai nastri di partenza dell’attesissimo primo Slam dell’anno.

16 – Milos Raonic

Reduce da stagione tristanzuola, una sola finale persa a Stoccarda contro Roger Federer e la solita messe di guai fisici. Passi avanti dal punto di vista tecnico pochini, e un’espressione facciale spesso esibita che non denota una gran fiducia nella possibilità di spaccare il mondo. Ha iniziato la stagione a Brisbane, dove vinse nel 2016, cedendo nei quarti al pericolosissimo, per carità, Daniil Medvedev. All’Australian Open il suo risultato migliore resta la semifinale del 2016 persa contro Andy Murray: con questi chiari di luna sarà difficile replicare, ma nello scontro diretto, dovesse essere in giornata, non vorremmo essere dall’altra parte del net.

15 – Daniil Medvedev

Ecco il primo dei due giovani russi in grado, almeno in potenza, di rovesciare il tavolo di quelli forti. Deflagrato nel 2018 con tre titoli in altrettanti finali, l’incendiario Daniil sta da qualche tempo provando a travestirsi da pompiere, essendo presumibilmente stata la sua natura fumantina la causa principale di una maturazione un pizzico tardiva. Tra lanci di monete al giudice di sedia e platealissimi alterchi con colleghi non meno vivaci, Medvedev si sta comunque avvicinando a trovare la quadra. Forse non troverete le sue gesta codificate in alcun manuale elogiante i cosiddetti gesti bianchi, ma da fondo tira che è una meraviglia e, se riesce a stare calmo, di strada può farne parecchia.

14 – Stefanos Tsitsipas

Il più giovane del lotto sembra aver imboccato con decisione la rampa di lancio. La scorsa stagione è arrivato il primo titolo, a Stoccolma, adornato da due finali di prestigio perse nettamente contro Rafa Nadal ma indispensabili per riempire il bagaglio della sua esperienza ai livelli che contano. Quest’anno è ripartito dalla Hopman facendo partita più o meno pari con un’ottima versione di Federer (sconfitta in due tie break) e questa settimana è impegnato a Sydney. A differenza del citato nemico Medvedev, il suo tennis è sì da manuale: “Quando gioca pare di ammirare un quadro espressionista in movimento“, dichiarò mirabilmente in un’occasione il nostro Vanni Gibertini. Concordiamo e ci affidiamo al panda di Atene, per conservare qualche ora di materia classica ai piani alti dell’ateneo ATP.

13 – Kyle Edmund

È stata la sorpresona dell’edizione 2018, con la semifinale ceduta a Marin Cilic dopo aver fatto secchi Kevin Anderson e Grigor Dimitrov (oltre ad Andreas Seppi). Kyle sta diventando metodico e applicato e a ventitré anni pare aver trovato una solida dimensione negli immediati pressi dei primi dieci: lo scorso anno è arrivato il titolo di Anversa dopo la finale ceduta al redivivo Pablo Andujar a Marrakech insieme ad altri risultati convincenti (si vedano i quarti guadagnati a Madrid e Shangai, per esempio). Forse non ruba l’occhio, ma il suo dritto resta uno dei colpi più devastanti del circuito, e se gira quello il cemento di Melbourne rischia di diventare ancora più torrido. Per gli avversari, si capisce.

12 – Fabio Fognini

Qualcuno ci guarderebbe storto qualora dovessimo parlare del momento di Fabio sfoderando il sostantivo “maturazione”. Eppure. Fognini a Melbourne si presenta con un’edificante dodicesima testa di serie in dotazione e reduce dalla miglior stagione in carriera, esaltata da tre titoli (e una finale ceduta, a Chengdu, dopo aver sciupato quattro match point contro Bernard Tomic) con prestazioni convincenti nei tornei dello Slam (quarto turno proprio in Australia e a Parigi, terzo a Wimbledon) a dispetto di un’annata povera a livello “Mille”. Come sempre quando si parla di Fabio i pronostici non sono il territorio più sicuro in cui addentrarsi, dipendendo le prestazioni del ribelle di Arma di Taggia da stato emotivo, tabellone, lune, maree, simpatie e antipatie per giudici di sedia, avversari, destino infame e volendo l’elenco di detti fattori nella sua interezza. Ma se gira bene Fabio non lo vuole incontrare nessuno, e può fare tanta strada.

11 – Borna Coric

Insieme a Khachanov e Medvedev, tralasciando nel caso Zverev, già salito ai piani alti da tempo, il giovane uscito più rinfrancato da un 2018 notevolissimo, se non addirittura entusiasmante, considerate le aspettative che a un certo punto lo circondavano. Atteso a carriera sfolgorante da teenager, con tanto di Rafa Nadal bastonato a Basilea un mese prima di diventare maggiorenne, Borna si era un po’ avvitato su se stesso e su quel lato destro che pareva rappresentare un limite assoluto alle sue ambizioni di vertice. Poi il trasferimento da Piatti a Bordighera e la svolta: nel 2018 titolo ad Halle con scalpo di Re Roger in finale e altra finale a Shanghai, la prima in carriera in un “Mille”, stavolta ceduta a Djokovic. Per infiocchettare il tutto, la vittoria in Davis contro la Francia e un salto in classifica di posizioni trentasei nell’anno solare. Solidità, testa e mentalità vincente sono arrivate al loro massimo tutte insieme: all’Open d’Australia in molti si attendono da lui un ulteriore salto.

10 – Karen Khachanov

Non parlate di estetica ai giovani russi pronti a invadere la top five: esattamente come Medvedev, Karen Khachanov non è il paladino dell’eleganza applicata alla racchetta, ma occhio, perché lui quest’anno può vincere qualcosa di grosso. La crescita, esponenziale: iniziato il 2018 ai limiti dei primi 50, il granatiere nato a Mosca ventidue anni fa ha chiuso tra i primi dieci, avendo nel frattempo conquistato tre titoli con la perla del Masters di Paris Bercy, vinto rendendo assolutamente impotente Novak Djokovic nell’ultimo atto. I colpi di sbarramento da fondo campo sono impressionanti per violenza e profondità, e se entra la prima con costanza per il tizio dall’altro lato del net sono dolori. L’anno scorso ha perso al secondo turno: quest’anno lo vediamo alla seconda settimana (perlomeno).

9 – John Isner

Long John ne compirà trentaquattro ad Aprile e dà sempre l’impressione di fare una fatica enorme a portare in giro i suoi duecentootto centimetri, mentre le grosse cavigliere nere sembrano ancorare al suolo quei movimenti sgraziati. Si, ma provateci voi: a fine carriera, così dicono, Isner ha piazzato l’annata migliore di tutte, con il primo Mille conquistato nel pazzesco entusiasmo di Miami, il solito alloro nel familiare deep south di Atlanta e la partecipazione alle Finals di Londra. Legato mani e piedi al formidabile servizio in dotazione, Isner ha avuto il grandissimo merito di emanciparsi da esso, nel caso: come opportunamente scritto da Alessandro Stella ai tempi del trionfo in Florida di marzo, egli ha persino sistemato un rovescio che fino a pochi anni prima poteva considerarsi un non-colpo, ricavandone addirittura alcuni vincenti. A John non si chiede più niente e all’Open, dove l’anno scorso perse all’esordio contro Matthew Ebden, ha pochissimo da perdere.

8 – Kei Nishikori

Rieccolo, Special Kei, all’ultimo posto nella griglia delle teste di serie altissime. Principe indiscusso della cosiddetta lost generation, dei Raonic, dei Dimitrov, di quei tipi baciati dal talento ma ai quali manca sempre una lira per fare un milione, Nishikori torna a Melbourne dopo aver saltato l’edizione dello scorso anno. Da sempre cagionevole, il giapponese è stato fuori sei mesi con un polso martoriato e per rientrare, cautissimo, ha persino scelto due Challenger in febbraio, perdendo malamente con Novikov a Newport Beach quando per il prosieguo della sua carriera si temeva non poco. Sembra tornato in buona forma e la scorsa settimana, a Brisbane, ha acciuffato un titolo che mancava da tre anni e cinquantuno tornei, cogliendo una considerevole vittoria contro quel Daniil Medvedev che lo aveva sconfitto tra le mura domestiche, a Tokyo, lo scorso settembre. Se sta bene, cosa mai così lontana dall’essere scontata, è sconsigliabile averci a che fare.

7 – Dominic Thiem

Quest’anno sono 26, e sembra che Dominic la sua strada l’abbia infine trovata. Fatte salve le giornate in cui lo spettacolare rovescio in dotazione si mette a sparare sentenze da ogni posizione del globo, si è forse capito, e verremo smentiti ma questo è il bello della diretta, che Thiem sul duro, in eventi di massima rilevanza, non farà probabilmente moltissima strada, anche se eccezioni e sorprese sono stanziali dietro il famoso angolo. Il 2018 gli ha regalato tre piccoli titoli a Buenos Aires, Lione e San Pietroburgo, ma le soddisfazioni grosse sono arrivate a Madrid e al Roland Garros, nelle due finali perse senza appello contro Sascha Zverev e Rafa Nadal. Sulla polvere di mattone forse solo il dittatore maiorchino parte favorito contro di lui, ma sul veloce è dura. Dominic non ha mai amato l’Australian Open (solo due ottavi, nelle ultime due edizioni, come migliori risultati) e le previsioni danno brutto anche per le ultime due settimane di gennaio.

6 – Marin Cilic

La considerazione pubblica di cui gode – gode fino a a un certo punto, diciamo – dovrebbe indispettire ogni appassionato della racchetta dotato di buon senso. Mesto, dicono, ma si può essere ottimi professionisti senza alzare troppo la voce. Anti personaggio, questo sì, ma la carriera tutto sommato la sta portando a casa: uno Slam è in bacheca e la Davis strappata ai francesi in novembre lenisce, anche se forse non del tutto, lo smacco argentino di Zagabria, quando a Marin sfuggì l’insalatiera dalle mani a un passo dalla festa nazionale. L’anno scorso, sostenuto probabilmente dai suoi soli familiari contro il mondo intero, portò Roger Federer al quinto nella bolgia della Rod Laver Arena in finale; finale replicata (ah l’altalena di prestazioni) unicamente al Queen’s in giugno, dove sconfisse un Novak Djokovic in procinto di risorgere. Come dimostra la sua storia, può accadere di rivederlo tra i primi quattro e, allo stesso modo, di sorprenderlo sconfitto da un qualsiasi underdog fuori contesto (ricordate Guido Pella a Wimbledon?).

5 – Kevin Anderson

Rischia di essere un Open interessante, tra ventenni intenzionati a salire l’ultimo gradino e ultra trentenni arrivati tardino a completa maturazione. Tra questi ultimi un posto di rilievo ce l’ha Big Kev, spintosi fino a un passo dai primi cinque dopo un 2018 detonante, ci permetterete il roboante aggettivo. Tre titoli, cinque finali compresa quella di Wimbledon (persa con Djokovic), otto semifinali tra cui quella raggiunta alle Finals londinesi (altro KO contro il serbo). Una continuità di risultati notevoli e le solite certezze: sull’uno-due in terreno rapido, Anderson in partita secca può battere chiunque, e non si tratta di retorica. Nel 2018 partì piano, e infatti al Melbourne uscì subito per mano di Kyle Edmund, anche se a parziale giustificazione del ragazzone di Johannesburg bisogna ammettere che Kyle, in quelle due settimane, vedeva la pallina grossa come una mongolfiera.

4 – Alexander Zverev

Come scritto in precedenza, per i bookmaker Sascha è l’unico possibile contendente alla corona dei tre grandi, a distanza considerevole, va detto, ma è già qualcosa. Il futuro numero uno del tennis mondiale, così si usa dire, è ormai da molto tempo stabile nelle posizioni che più contano; fatto di non trascurabile rilevanza, visto che il russo di Amburgo compirà solo ventidue anni il prossimo aprile. Serve l’ultimo mattone, per trasformare le previsioni in realtà: negli Slam Zverev ha per ora fatto cilecca, essendo i quarti di finale raggiunti all’ultimo Roland Garros l’unico risultato degno di nota in carriera nei tornei di due settimane. Condizione atletica e concentrazione sul medio periodo da affinare negli insidiosi tre su cinque? Può darsi, dopotutto l’età è ancora verde, ma l’impressione è che sia solo questione di tempo. In Australia, per ora, due terzi turni, l’ultimo ceduto a Hyeon Chung. Per arrivare Sascha arriva, non ci stupirebbe se lo facesse già nei prossimi giorni.

Alexander Zverev – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

3 – Roger Federer

Si entra in zona dischi caldi, il top of the pops del tennis mondiale: di loro s’è già detto tutto e ancor di più si sa, quindi saremo concisi. Terza testa di serie, Roger, e c’è poco da aggiungere. Sei volte campione, doppietta negli ultimi due anni quando i più avevano già scritto alcune decine di elogi funebri, a proprio agio sui campi veloci di Melbourne Park. Ha iniziato la stagione alla Hopman e ha dominato, va bene che era un’esibizione, un po’ artista e un po’ turista. Fisicamente sembra tirato a lucido e anche se per sua stessa ammissione il favorito è Djokovic, in giornata il genio di Basilea è ancora in grado di decidere in prima persona quando far piovere e quando lasciare uscire il sole. Tripletta difficile perché nell’anno dei trentotto sette partite in quattordici giorni possono essere troppe, però è Roger, e tanto basta.

2 – Rafael Nadal

Arriva incerottato, Rafa, come ormai sempre più spesso succede; incerottato e pauroso dei campi duri, come dimostrano i ritiri a ripetizione prima o durante gli eventi sul cemento dell’ultimo anno tennistico. Rafa però è famelico e quando scende in campo lo fa per azzannare l’azzannabile: non saremmo troppo sorpresi di assistere a un suo grande Australian Open. L’incognita è l’ormai protratta assenza dai campi: Nadal non gioca un torneo ufficiale da New York ed è difficile intuirne lo stato fisico. I termometri classici della sua condizione, ossia la profondità dei colpi e la rapidità con cui riesce a girare intorno al leggendario drittone, daranno subito le loro insindacabili risposte, tenendo però conto che Rafa, come tutti i fenomeni naturali, tenderà a crescere nel corso del torneo, qualora dovesse riuscire a saltare i primi ostacoli. Nella situazione contingente è quantomai opportuno osservare attentamente il tabellone che uscirà dal sorteggio di domani.

1 – Novak Djokovic

Il favoritissimo per acclamazione sostanzialmente unanime è il numero uno del mondo, e alzi la mano chi nello stesso periodo dell’anno scorso avrebbe buttato un marengo dalle parti di Belgrado, ritenendo fondata la possibilità di un ritorno di Nole sul trono del tennis mondiale. Sei vittorie in sei finali a Melbourne, Djokovic è sopravvissuto all’anno e mezzo da tregenda seguito all’agognato successo al Roland Garros 2016 e a un gomito ribelle che sembrava aver messo una pietra sopra la fase più luminosa della sua carriera. Djoker si è invece rimaterializzato sull’erba inglese, perdendo (con match point a favore) la finale del Queen’s e da lì in avanti inanellando trentuno successi nelle successive trentadue partite con gli allori a Wimbledon e New York come souvenir più prestigiosi. Ha concluso la maratona comprensibilmente scarico (sconfitte nelle finali di Bercy e Londra con Khachanov e Zverev) e scarico sembra aver ricominciato: a Doha, primo torneo dell’anno concluso in semifinale dopo il KO con Bautista-Agut, Nole ha messo in mostra un tennis esclusivamente difensivo denotando peraltro un nervosismo di molto sovradimensionato rispetto all’importanza dell’evento. Tuttavia, il numero uno sa cancellare i cattivi pensieri in tempi molto stretti, com’è noto, e dunque siamo d’accordo con gli allibratori: a Melbourne Djokovic parte davanti a tutti.

Novak Djokovic – US Open 2018 (foto Art Seitz c2018)

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Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: il più bello Slam degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

 

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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Australian Open

Pagelle: i padroni del mondo, il tramonto del Re e la speranza greca

Djokovic e Osaka trionfano confermandosi i più forti. L’incubo di Serena, il declino di Federer e l’avvento di Tsitsipas. Il solito Zverev e il sogno di Kvitova

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(foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)


Naomi Osaka 10
L’altra volta aveva trovato un’avversaria scorretta e fuori di testa che aveva provato a privarla del legittimo gusto della festa, stavolta dall’altra parte della rete c’era per sua fortuna una signora che non ha approfittato del momento in cui Naomi si è ricordata di essere così giovane. Due Slam di fila sono una cosa enorme, il numero 1 una conseguenza. Può dominare e il sospetto è che avrà tante occasioni per imparare anche a recitare un discorso di premiazione come si deve.

 

Petra Kvitova 9,5
C’è mancato davvero poco per avere il lieto fine alla favola di Petra, ma magari arriverà a Wimbledon, il posto del cuore. Sembrava non potesse più tenere in mano una racchetta e comunque non tornare a questi livelli. E invece è a un passo dalla vetta. Troppo buona, troppo dolce Petra per approfittare delle paure di Osaka sul più bello. Ma ha già vinto il suo Slam.

Il sonnellino di Ubaldo 10
Straordinario trappolone teso a Nadal, che ha abboccato come un totanone. Ha studiato a tavolino la finta sonnolenza per conquistare la ribalta mondiale. La prossima vittima sarà Federer, dinanzi al quale però occorrerà svenire in diretta tv con tanto di cappellino e sponsor in bella mostra. Scaltro come una faina.

Novak Djokovic 10
Se non ci fossimo trovati lì quel giorno di giugno mentre annaspava contro Cecchinato e sfuggiva iracondo alla stampa, preannunciando un possibile forfait per Wimbledon, penseremmo di parlare di due giocatori differenti. Ma in fondo, senza quella “vacanza” di un anno e mezzo scarso, staremmo qui a discorrere di un dominio senza precedenti. “Not too bad” per dirla alla Nole, ma ha tempo per…peggiorare, frantumando ogni record.

Rafael Nadal 9
Il primo degli umani. Che per uno come lui può sembrare una diminutio, ma considerando gli ultimi risultati sul cemento è un mezzo miracolo che sia arrivato in finale praticamente in carrozza. Ma arriverà la terra, ci sarà spazio per epiche battaglie tra i due. Certo, l’Australia gli regala un’altra amarezza: da quando provocò le lacrime di Roger sembra che gli Dei Down Under si divertano farlo soffrire. Rafa è un toro, ci riproverà. Ancora, ancora e ancora.

Camila Giorgi 6,5
Tutta un’altra Camila. Vince le partite che deve vincere, perde le partite che deve perdere, si sganascia dalle risate in sala stampa. Qualche rimpianto per l’ottimo match con Pliskova ma visto il torneo della ceca, non c’è motivo per essere tristi.

Roger Federer 5
Giocatore finito, eroe dimenticato. I suoi record vacillano e oramai nemmeno gli addetti ai controlli lo riconoscono. Quota cento resta un miraggio, forse gli conviene chiedere asilo nell’Italia a cinque stelle. Ha una sola speranza, che questa storia del passaggio di consegne nella sconfitta con Tsitsi così come lo fu con la sua vittoria su Pete, sia vera: il ventunesimo sarebbe cosa fatta…

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La borsa di Busta 2
Errore arbitrale o no (più no che si in realtà), solidarietà al borsone maltrattato. O la borsa o la vita, ma Pablo ha perso la testa. Carreno, basta.

Serena Williams 5
Il suo problema è che quando chiamano in campo la numero uno, lei si lancia perché è davvero convinta di esserlo ancora. Siamo cattivi (ed anche maschilisti e razzisti, ovviamente) ma ci piace pensare che il Dio del tennis, offeso a New York dalla sua indegna sceneggiata, abbia voluto vendicarsi con la peggiore sconfitta della vita avanti 5-1, match point, fallo di piede, altri 3 match point…

Stefanos Tsitsipas 8,5
Federer ci avrà messo anche del suo, ma sono queste le partite in cui sbocciano i futuri campioni. Quanto sia lontano questo futuro è ancora presto per dirlo e in fondo lo stesso Roger vide trascorrere due anni dal Samprascidio prima di trionfare per la prima volta a Wimbledon. Tsitsifast va veloce, sembra avere tutte le carte in regola per arrivare al top, ma non dimentichiamo che lo scorso anno in semifinale qui c’erano Chung e Edmund…

Lucas Pouille 8
Il massacro in semifinale non deve far dimenticare lo splendido lavoro fatto da Amelie con questo ragazzo. Quasi persi Tsonga, Gasquet e Monflis, i galletti trovano sempre qualcuno da piazzarci davanti…

Le lacrime di Andy e Vika 8
Lacrime diverse, di addio, di dolore, di rimpianto, di amore, di frustrazione, di speranza, di passione. Li vediamo come eroi, li dipingiamo come divinità. Ma sono pur sempre ragazzi.

Il resto del mondo
Il suo compare greco lo ha lasciato piuttosto indietro, certo trovarsi sulla strada Nole non è il massimo, ma Denis Shapovalov (6) deve crescere in fretta, se non vuole perdere il treno.

Speravamo magari di non doverlo ritrovare tra “gli altri” ma Fabio Fognini (5,5) si è infranto sullo scoglio Carreno. Una bestia nera, non c’è che dire e anche se Fabio non punta più alla top-10 la stagione sulla terra può ancora essere la sua stagione. Brutto il ko di Marco Cecchinato (4,5) e chissà che non serva a spronarlo. Berrettini (6) ha pescato male dall’urna, Seppi (6) ha fatto il suo e non può fare sempre miracoli, ottimo Fabbiano (7) e bravo Travaglia (6,5).

Sascha Zverev (5) sembra voler dare per forza ragione al Direttore ogni qual volta si trova in uno slam, mentre Marin Cilic (5) si è sciolto alla Cilic. Ci si attendeva di più da Khachanov (5,5), mentre Daniil Medvedev (7) è stato quello che ha messo più in difficoltà Robo-Nole ed è da tenere d’occhio.

Sono crollate senza scusanti le torri Anderson (4) e Isner (4), mentre la bandiera della lost generation è stata tenuta discretamente alta da Raonic (6,5) e Nishikori (7) che però ha mostrato ancora una volta quanto lo sport faccia male alla salute. Bautista Agut (7,5) non si è accontentato di porre fine (forse) alla carriera di Murray ed è rifiorito a gennaio come di consueto, come un ciclamino.

Tra le ragazze, detto del superbo torneo di Pliskova (8,5) impreziosito dalla remuntada della vita su Serena, l’exploit lo ha fatto Collins (8), mentre Svitolina (6) si conferma piazzata ma non vincente. Non si poteva chiedere molto di più a Simona Halep (6,5) e alla sfortunata campionessa uscente Wozniacki (SV), decisamente si ad Ostapenko (3) e Kerber (4,5). Sussulti di orgoglio da Maria Sharapova (6,5), gioie di casa per Barty (7) e un’ipotesi di futuro strabiliante per Anisimova (7).

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Australian Open

Djokovic fu vera gloria? Così sembrò, ma Nadal dov’era? Giacomo Leopardi avrebbe detto…

Il record degli Slam di Roger Federer è a rischio sì o no? Più del 2015

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Djokovic captures 7th Australian Open [VIDEO]


Due anni fui insultato sanguinosamente dai tifosi di Federer perché dopo l’editoriale scritto a caldo dopo la sua vittoria su Nadal, rimontando da 3-1 al quinto, non scrissi più abbastanza sul trionfo di Roger. Io mi trovo adesso in una situazione simile ad allora dopo l’impressionante dimostrazione di forza di Novak Djokovic che ha dominato Rafa Nadal come non gli avevo visto fare altro che nei quarti di finale di Parigi 2015, quando però il match era  – appunto – un quarto di finale e non una finale. E non era mai successo che Rafa Nadal in una finale di Slam, su 7 cui aveva preso parte perdendo a fronte delle 17 vinte, avesse preso tre set a zero. E con un punteggio quasi umiliante, appena 8 games fatti, 63 62 63.

Perché una situazione simile ad allora? Beh, perché chi ci legge non può sapere che anche se Djokovic ha vinto rapidamente fino a mezzanotte australiana non è venuto a parlare in conferenza stampa. Dopo di che noi di Ubitennis dovevamo registrare due video, trovando un interlocutore straniero di livello – si sono alternati in questi giorni gli inviati del New York Times, del Sunday Times, del Times, di Tennis Channel e Tennis.com, di un giornale di Belgrado e altri – quindi c’era da inviare l’articolo ai tre giornali del gruppo (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno), rispondere a varie radio che ci chiamano (Radio Sportiva, Radio Rai…), raccogliere tutte le nostre carabattole svuotando cassetti e armadietti, trovare transportation per arrivare a casa e scrivere ancora. Il tutto con almeno 35 kg di roba fra abbigliamento, computer, telecamera, treppiede, telefoni, libri…da trasformare in meno di 30 kg, fra valigia, trolley, borsa.

Per andare all’aeroporto nell’arco di poche ore. Tutto si ha fuorchè la giusta concentrazione per scrivere qualcosa di leggibile. Quindi anche questa volta avrei fatto volentieri a meno…ma si sarebbero arrabbiati i tifosi di Djokovic, accusandomi con tutta probabilità di non aver gradito la sua vittoria visto che mi imputano – per fortuna più anni fa che in tempi recenti – di essere UbiNadal.

In realtà io avevo continuato a dare favorito Djokovic pur essendo rimasto incredibilmente impressionato dalle performances di Nadal che aveva ridicolizzato tre Next Gen nel corso di un torneo immacolato, senza la perdita di un set fino alla finale; tuttavia mi aspettavo molto più equiilibrio, come tutti del resto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Nadal dominato, strapazzato a quel modo. Con un solo punto strappato a Djokovic in cinque turni di servizio nel primo set, con altri cinque nel secondo e subendo in quei due set l’umiliazione di sei games persi a zero sul servizio di Nole con tre break subiti tutti a 15! Onestamente quasi incredibile. Nadal a fine match ha cercato di mascherare la delusione, non ha accampato scuse, infortuni di sorta, salvo dire che non si era illuso di essere già pronto dopo essere stato 4 mesi senza giocare un torneo.

Però neppure lui si aspettava di poter subire una batosta simile. Nessuno davvero poteva prevederla.  Soltanto dopo un’ora e tre quarti di strapazzamenti è riuscito a conquistarsi un breakpoint, ma ha sbagliato un rovescio e buonanotte. E’ apparso improvvisamente lento, falloso, incapace di giocare profondo…ma è stato Djokovic che lo ha preso alla gola, che non gli ha dato tregua e – come ha detto nel corso di una conferenza stampa in cui nel rispondere a una mia domanda ha suscitato l’ilarità generale imitando il mio accento  – “volevo cominciare bene nel match, e sono uscito dai blocchi con la giusta intensità, sono stato subito aggressivo, ho ottenuto un break cruciale già nel secondo game, salito 3-0 in meno di 10 minuti”.

Adesso si dovrebbe già archiviare questo successo e domandarsi: cosa succederà adesso? Beh, se qualcuno andasse a rileggere cosa scrissi nel 2015, ritroverebbe più o meno gli stessi pensieri, con la differenza che adesso Murray è praticamente uscito di scena – e fu invece capace di conquistare il trono del tennis – Federer si sta avvicinando ai 38 anni e anche i fenomeni devono fare i conti con il certificato anagrafico. E quanto a Nadal tutti gli infortuni che regolarmente o quasi gli impediscono di giocare per un’intera annata non possono essere ignorati.

I NextGen stanno facendo progressi, ma abbiamo visto come Nadal sia riuscito a dominarli perfino sulla sua superficie meno amata. Che punteggi avrebbe inflitto loro sulla terra rossa? Zverev è la vera incognita, perché negli Slam continua per ora a deludere. Prima o poi non lo farà più, ma intanto se vogliamo trovare un avversario capace di fermare questo Djokovic, dove andiamo a cercarlo? Certo anche nel 2011 e nel 2015 Nole sembrava una spanna superiore a tutti gli altri, irresistibile e destinato a vincere 3 Slam l’anno. Ma poi si è visto che previsioni di questo tipo non si possono fare perché anche i fenomeni alla Djokovic possono incorrere in problemi di varia natura: familiari? Fisici? Tecnici?

Per questo motivo discutere oggi se Djokovic possa o meno raggiungere i 17 Slam di Nadal – se avesse perso il gap sarebbe di 4, ora è soltanto di 2, è una bella differenza no? – o i 20 di Federer lascia il tempo che trova. Un anno fa Novak si è dovuto operare al gomito, in passato aveva avuto problemi al polso. Come si fa a prevedere quel che può succedere a lui e ai suoi più seri avversari?  Impossibile. Anche perché è la stessa età dei contendenti della Old-Gen che rende assurda qualsiasi ipotesi relativa a tornei di 4, 6 o 9 mesi più in là. A 25 anni Federer non si sarebbe mai fatto una lesione al menisco facendo il bagnetto ai figli, Djokovic non avrebbe avuto problemi al polso e al gomito, Nadal al ginocchio, al piede, al polso, all’addome. E vi risparmio le condizioni di del Potro, il re degli sfortunati. Bisognerebbe avere la palla di vetro del Mago Ubaldo per prevedere i sempre possibili infortuni dei big e i tempi degli stessi. E la loro eventuale contemporaneità.

Quindi, anche se è più banale, e sembro uno di quei giocatori che ripetono il solito mantra “Io guardo un avversario alla volta…no, non ho visto il tabellone (bugiardi!) “, se non si vuole rischiare di essere contraddetti ogni tre passi, è davvero giusto analizzare quel che è successo, constatare che un Djokovic così era assolutamente imbattibile – ma anche lì…Medvedev negli ottavi qualche problemino glielo aveva creato, spesso Novak era apparso in apnea …- ma anche ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Ci si può svegliare in gran forma e l’indomani essere la brutta copia del giorno prima. Se Nadal serviva benissimo un giorno e malissimo il giorno dopo, beh, certo è anche colpa (o merito piuttosto) dell’avversario, ma è anche lui che non ha indovinato la giornata giusta.

Che Djokovic oggi debba essere considerato più forte di Nadal sul cemento mi sembra non lo si possa discutere. Ma che se giocassero di nuovo domani, o dopo domani, o fra una settimana, e il risultato sarebbe lo stesso…beh io non lo credo. E non lo crede neppure Nadal. Djokovic non so. Nadal non è sembrato quello vero, né quello dei giorni precedenti, né certo dei giorni migliori. Fino a che punto è stato un Djokovic macchina perfetta a ridurlo così, a trasformarlo in una vittima impotente e quasi irriconoscibile?

Sono i misteri del tennis, quelli che contribuiscono a renderlo affascinante. A tutti i livelli, se si pensa a quel che è successo nella finale Osaka-Kvitova a fine secondo set. O anche, a livelli più bassi, al 14-12 nel long tiebreak che ha visto il nostro bravissimo Lorenzo Musetti prevalere su Emilio Nava. Se a Lorenzo non fosse entrato il servizio sul matchpoint per Nava avremmo tutti scritto una storia diversa, certo meno entusiasta. E Djokovic non gli avrebbe detto: “Hai vinto grazie alla tua forza mentale”. Certo che c’è del vero in quel che ha detto Djokovic, ma certe frasi, certe verità, certe realtà, talvolta sono condizionate da un centimetro in più o in meno di una palla che entra oppure esce. Senza una vera ragione che giustifichi tutte le analisi che vengono fatte con il senno del poi. Del resto della caducità delle umane cose, e figurarsi dello sport, scriveva con ben altre qualità e profondità di pensiero, un certo Giacomo Leopardi. Che non era appassionati di tennis (anche se a Recanati c’è un suo nipote con il suo stesso cognome che lo è e non poco). Che pretendete da uno Scanagatta qualsiasi? 

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