Australian Open uomini: i tre grandi con margine, la palla non sarà rotonda – Ubitennis

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Australian Open uomini: i tre grandi con margine, la palla non sarà rotonda

Djokovic, Nadal e Federer fagocitano consensi e favori del pronostico, staccando di parecchio tutti gli altri. Sascha Zverev unico intruso considerato dai quotisti, sperando nell’outsider che non ti aspetti

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Nole, Rafa, Roger. Roger, Nole, Rafa. Sempre loro, inesorabilmente loro. Provassimo a intervistare cento persone chiedendo loro un pronostico sul vincitore dell’Australian Open 2019, novantanove citerebbero la sacra triade, “senza se e senza ma“, come va tristemente di moda dire oggigiorno. Sempre loro, o quasi, dal 2004, anno del primo successo svizzero nello Slam australe; quindici anni secchi in cui le uniche entità esterne alla Trimurti ad aver scippato il trofeo sono state Marat Safin, vincitore su Lleyton Hewitt nel 2005, e Wawrinka in versione Super Stan, che azzoppò un maiorchino già incerottato di suo nella finalissima del 2014. Un dominio così esteso e racchiuso in una cerchia così stretta di nomi da trovare rari precedenti nella storia dello sport, e quasi tutti gli indicatori applicabili con apprezzabile margine di affidabilità alla pallina di feltro lasciano pensare che anche stavolta non sarà molto diverso dal solito.

Sembrano ragionare così anche gli allibratori, i quali, non foss’altro che per interesse privato, difficilmente sbagliano di molto nell’indicare la via. Quelli sondati sembrano avere pochissimi dubbi: loro tre, inequivocabilmente, con Sascha Zverev unico a meritarsi l’inclusione nell’élite. Addirittura, SNAI piazza il giovane tedesco davanti a Nadal, ma il moltiplicatore dev’essere influenzato dai recenti problemi fisici di Rafa, sempre più acuti via via che il tempo passa specialmente quando i campi sono di superficie diversa dall’adorata terra battuta.

Tra i favoriti per antonomasia, Novak Djokovic attira la stragrande maggioranza dei consensi: la sua vittoria a Melbourne è tendenzialmente pagata due volte la posta, un’inezia particolarmente risibile visto che al via dovrebbero presentarsi i soliti centoventotto giocatori. Un numero abbastanza alto da racchiudere tra le sue maglie la possibilità di una sorpresa; dopotutto la palla è rotonda, si usa dire quando si disquisisce sugli sport che prevedono l’utilizzo di un corpo sferico. Sarà, ma nel tennis degli ultimi tre lustri abbondanti la pallina non è così rotonda come si potrebbe pensare. Tutto vero, ci si potrebbe però chiedere con che faccia si presentano i dominatori e i loro principali contendenti: vediamo allora come arrivano le prime sedici teste di serie ai nastri di partenza dell’attesissimo primo Slam dell’anno.

 

16 – Milos Raonic

Reduce da stagione tristanzuola, una sola finale persa a Stoccarda contro Roger Federer e la solita messe di guai fisici. Passi avanti dal punto di vista tecnico pochini, e un’espressione facciale spesso esibita che non denota una gran fiducia nella possibilità di spaccare il mondo. Ha iniziato la stagione a Brisbane, dove vinse nel 2016, cedendo nei quarti al pericolosissimo, per carità, Daniil Medvedev. All’Australian Open il suo risultato migliore resta la semifinale del 2016 persa contro Andy Murray: con questi chiari di luna sarà difficile replicare, ma nello scontro diretto, dovesse essere in giornata, non vorremmo essere dall’altra parte del net.

15 – Daniil Medvedev

Ecco il primo dei due giovani russi in grado, almeno in potenza, di rovesciare il tavolo di quelli forti. Deflagrato nel 2018 con tre titoli in altrettanti finali, l’incendiario Daniil sta da qualche tempo provando a travestirsi da pompiere, essendo presumibilmente stata la sua natura fumantina la causa principale di una maturazione un pizzico tardiva. Tra lanci di monete al giudice di sedia e platealissimi alterchi con colleghi non meno vivaci, Medvedev si sta comunque avvicinando a trovare la quadra. Forse non troverete le sue gesta codificate in alcun manuale elogiante i cosiddetti gesti bianchi, ma da fondo tira che è una meraviglia e, se riesce a stare calmo, di strada può farne parecchia.

14 – Stefanos Tsitsipas

Il più giovane del lotto sembra aver imboccato con decisione la rampa di lancio. La scorsa stagione è arrivato il primo titolo, a Stoccolma, adornato da due finali di prestigio perse nettamente contro Rafa Nadal ma indispensabili per riempire il bagaglio della sua esperienza ai livelli che contano. Quest’anno è ripartito dalla Hopman facendo partita più o meno pari con un’ottima versione di Federer (sconfitta in due tie break) e questa settimana è impegnato a Sydney. A differenza del citato nemico Medvedev, il suo tennis è sì da manuale: “Quando gioca pare di ammirare un quadro espressionista in movimento“, dichiarò mirabilmente in un’occasione il nostro Vanni Gibertini. Concordiamo e ci affidiamo al panda di Atene, per conservare qualche ora di materia classica ai piani alti dell’ateneo ATP.

13 – Kyle Edmund

È stata la sorpresona dell’edizione 2018, con la semifinale ceduta a Marin Cilic dopo aver fatto secchi Kevin Anderson e Grigor Dimitrov (oltre ad Andreas Seppi). Kyle sta diventando metodico e applicato e a ventitré anni pare aver trovato una solida dimensione negli immediati pressi dei primi dieci: lo scorso anno è arrivato il titolo di Anversa dopo la finale ceduta al redivivo Pablo Andujar a Marrakech insieme ad altri risultati convincenti (si vedano i quarti guadagnati a Madrid e Shangai, per esempio). Forse non ruba l’occhio, ma il suo dritto resta uno dei colpi più devastanti del circuito, e se gira quello il cemento di Melbourne rischia di diventare ancora più torrido. Per gli avversari, si capisce.

12 – Fabio Fognini

Qualcuno ci guarderebbe storto qualora dovessimo parlare del momento di Fabio sfoderando il sostantivo “maturazione”. Eppure. Fognini a Melbourne si presenta con un’edificante dodicesima testa di serie in dotazione e reduce dalla miglior stagione in carriera, esaltata da tre titoli (e una finale ceduta, a Chengdu, dopo aver sciupato quattro match point contro Bernard Tomic) con prestazioni convincenti nei tornei dello Slam (quarto turno proprio in Australia e a Parigi, terzo a Wimbledon) a dispetto di un’annata povera a livello “Mille”. Come sempre quando si parla di Fabio i pronostici non sono il territorio più sicuro in cui addentrarsi, dipendendo le prestazioni del ribelle di Arma di Taggia da stato emotivo, tabellone, lune, maree, simpatie e antipatie per giudici di sedia, avversari, destino infame e volendo l’elenco di detti fattori nella sua interezza. Ma se gira bene Fabio non lo vuole incontrare nessuno, e può fare tanta strada.

11 – Borna Coric

Insieme a Khachanov e Medvedev, tralasciando nel caso Zverev, già salito ai piani alti da tempo, il giovane uscito più rinfrancato da un 2018 notevolissimo, se non addirittura entusiasmante, considerate le aspettative che a un certo punto lo circondavano. Atteso a carriera sfolgorante da teenager, con tanto di Rafa Nadal bastonato a Basilea un mese prima di diventare maggiorenne, Borna si era un po’ avvitato su se stesso e su quel lato destro che pareva rappresentare un limite assoluto alle sue ambizioni di vertice. Poi il trasferimento da Piatti a Bordighera e la svolta: nel 2018 titolo ad Halle con scalpo di Re Roger in finale e altra finale a Shanghai, la prima in carriera in un “Mille”, stavolta ceduta a Djokovic. Per infiocchettare il tutto, la vittoria in Davis contro la Francia e un salto in classifica di posizioni trentasei nell’anno solare. Solidità, testa e mentalità vincente sono arrivate al loro massimo tutte insieme: all’Open d’Australia in molti si attendono da lui un ulteriore salto.

10 – Karen Khachanov

Non parlate di estetica ai giovani russi pronti a invadere la top five: esattamente come Medvedev, Karen Khachanov non è il paladino dell’eleganza applicata alla racchetta, ma occhio, perché lui quest’anno può vincere qualcosa di grosso. La crescita, esponenziale: iniziato il 2018 ai limiti dei primi 50, il granatiere nato a Mosca ventidue anni fa ha chiuso tra i primi dieci, avendo nel frattempo conquistato tre titoli con la perla del Masters di Paris Bercy, vinto rendendo assolutamente impotente Novak Djokovic nell’ultimo atto. I colpi di sbarramento da fondo campo sono impressionanti per violenza e profondità, e se entra la prima con costanza per il tizio dall’altro lato del net sono dolori. L’anno scorso ha perso al secondo turno: quest’anno lo vediamo alla seconda settimana (perlomeno).

9 – John Isner

Long John ne compirà trentaquattro ad Aprile e dà sempre l’impressione di fare una fatica enorme a portare in giro i suoi duecentootto centimetri, mentre le grosse cavigliere nere sembrano ancorare al suolo quei movimenti sgraziati. Si, ma provateci voi: a fine carriera, così dicono, Isner ha piazzato l’annata migliore di tutte, con il primo Mille conquistato nel pazzesco entusiasmo di Miami, il solito alloro nel familiare deep south di Atlanta e la partecipazione alle Finals di Londra. Legato mani e piedi al formidabile servizio in dotazione, Isner ha avuto il grandissimo merito di emanciparsi da esso, nel caso: come opportunamente scritto da Alessandro Stella ai tempi del trionfo in Florida di marzo, egli ha persino sistemato un rovescio che fino a pochi anni prima poteva considerarsi un non-colpo, ricavandone addirittura alcuni vincenti. A John non si chiede più niente e all’Open, dove l’anno scorso perse all’esordio contro Matthew Ebden, ha pochissimo da perdere.

8 – Kei Nishikori

Rieccolo, Special Kei, all’ultimo posto nella griglia delle teste di serie altissime. Principe indiscusso della cosiddetta lost generation, dei Raonic, dei Dimitrov, di quei tipi baciati dal talento ma ai quali manca sempre una lira per fare un milione, Nishikori torna a Melbourne dopo aver saltato l’edizione dello scorso anno. Da sempre cagionevole, il giapponese è stato fuori sei mesi con un polso martoriato e per rientrare, cautissimo, ha persino scelto due Challenger in febbraio, perdendo malamente con Novikov a Newport Beach quando per il prosieguo della sua carriera si temeva non poco. Sembra tornato in buona forma e la scorsa settimana, a Brisbane, ha acciuffato un titolo che mancava da tre anni e cinquantuno tornei, cogliendo una considerevole vittoria contro quel Daniil Medvedev che lo aveva sconfitto tra le mura domestiche, a Tokyo, lo scorso settembre. Se sta bene, cosa mai così lontana dall’essere scontata, è sconsigliabile averci a che fare.

7 – Dominic Thiem

Quest’anno sono 26, e sembra che Dominic la sua strada l’abbia infine trovata. Fatte salve le giornate in cui lo spettacolare rovescio in dotazione si mette a sparare sentenze da ogni posizione del globo, si è forse capito, e verremo smentiti ma questo è il bello della diretta, che Thiem sul duro, in eventi di massima rilevanza, non farà probabilmente moltissima strada, anche se eccezioni e sorprese sono stanziali dietro il famoso angolo. Il 2018 gli ha regalato tre piccoli titoli a Buenos Aires, Lione e San Pietroburgo, ma le soddisfazioni grosse sono arrivate a Madrid e al Roland Garros, nelle due finali perse senza appello contro Sascha Zverev e Rafa Nadal. Sulla polvere di mattone forse solo il dittatore maiorchino parte favorito contro di lui, ma sul veloce è dura. Dominic non ha mai amato l’Australian Open (solo due ottavi, nelle ultime due edizioni, come migliori risultati) e le previsioni danno brutto anche per le ultime due settimane di gennaio.

6 – Marin Cilic

La considerazione pubblica di cui gode – gode fino a a un certo punto, diciamo – dovrebbe indispettire ogni appassionato della racchetta dotato di buon senso. Mesto, dicono, ma si può essere ottimi professionisti senza alzare troppo la voce. Anti personaggio, questo sì, ma la carriera tutto sommato la sta portando a casa: uno Slam è in bacheca e la Davis strappata ai francesi in novembre lenisce, anche se forse non del tutto, lo smacco argentino di Zagabria, quando a Marin sfuggì l’insalatiera dalle mani a un passo dalla festa nazionale. L’anno scorso, sostenuto probabilmente dai suoi soli familiari contro il mondo intero, portò Roger Federer al quinto nella bolgia della Rod Laver Arena in finale; finale replicata (ah l’altalena di prestazioni) unicamente al Queen’s in giugno, dove sconfisse un Novak Djokovic in procinto di risorgere. Come dimostra la sua storia, può accadere di rivederlo tra i primi quattro e, allo stesso modo, di sorprenderlo sconfitto da un qualsiasi underdog fuori contesto (ricordate Guido Pella a Wimbledon?).

5 – Kevin Anderson

Rischia di essere un Open interessante, tra ventenni intenzionati a salire l’ultimo gradino e ultra trentenni arrivati tardino a completa maturazione. Tra questi ultimi un posto di rilievo ce l’ha Big Kev, spintosi fino a un passo dai primi cinque dopo un 2018 detonante, ci permetterete il roboante aggettivo. Tre titoli, cinque finali compresa quella di Wimbledon (persa con Djokovic), otto semifinali tra cui quella raggiunta alle Finals londinesi (altro KO contro il serbo). Una continuità di risultati notevoli e le solite certezze: sull’uno-due in terreno rapido, Anderson in partita secca può battere chiunque, e non si tratta di retorica. Nel 2018 partì piano, e infatti al Melbourne uscì subito per mano di Kyle Edmund, anche se a parziale giustificazione del ragazzone di Johannesburg bisogna ammettere che Kyle, in quelle due settimane, vedeva la pallina grossa come una mongolfiera.

4 – Alexander Zverev

Come scritto in precedenza, per i bookmaker Sascha è l’unico possibile contendente alla corona dei tre grandi, a distanza considerevole, va detto, ma è già qualcosa. Il futuro numero uno del tennis mondiale, così si usa dire, è ormai da molto tempo stabile nelle posizioni che più contano; fatto di non trascurabile rilevanza, visto che il russo di Amburgo compirà solo ventidue anni il prossimo aprile. Serve l’ultimo mattone, per trasformare le previsioni in realtà: negli Slam Zverev ha per ora fatto cilecca, essendo i quarti di finale raggiunti all’ultimo Roland Garros l’unico risultato degno di nota in carriera nei tornei di due settimane. Condizione atletica e concentrazione sul medio periodo da affinare negli insidiosi tre su cinque? Può darsi, dopotutto l’età è ancora verde, ma l’impressione è che sia solo questione di tempo. In Australia, per ora, due terzi turni, l’ultimo ceduto a Hyeon Chung. Per arrivare Sascha arriva, non ci stupirebbe se lo facesse già nei prossimi giorni.

Alexander Zverev – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

3 – Roger Federer

Si entra in zona dischi caldi, il top of the pops del tennis mondiale: di loro s’è già detto tutto e ancor di più si sa, quindi saremo concisi. Terza testa di serie, Roger, e c’è poco da aggiungere. Sei volte campione, doppietta negli ultimi due anni quando i più avevano già scritto alcune decine di elogi funebri, a proprio agio sui campi veloci di Melbourne Park. Ha iniziato la stagione alla Hopman e ha dominato, va bene che era un’esibizione, un po’ artista e un po’ turista. Fisicamente sembra tirato a lucido e anche se per sua stessa ammissione il favorito è Djokovic, in giornata il genio di Basilea è ancora in grado di decidere in prima persona quando far piovere e quando lasciare uscire il sole. Tripletta difficile perché nell’anno dei trentotto sette partite in quattordici giorni possono essere troppe, però è Roger, e tanto basta.

2 – Rafael Nadal

Arriva incerottato, Rafa, come ormai sempre più spesso succede; incerottato e pauroso dei campi duri, come dimostrano i ritiri a ripetizione prima o durante gli eventi sul cemento dell’ultimo anno tennistico. Rafa però è famelico e quando scende in campo lo fa per azzannare l’azzannabile: non saremmo troppo sorpresi di assistere a un suo grande Australian Open. L’incognita è l’ormai protratta assenza dai campi: Nadal non gioca un torneo ufficiale da New York ed è difficile intuirne lo stato fisico. I termometri classici della sua condizione, ossia la profondità dei colpi e la rapidità con cui riesce a girare intorno al leggendario drittone, daranno subito le loro insindacabili risposte, tenendo però conto che Rafa, come tutti i fenomeni naturali, tenderà a crescere nel corso del torneo, qualora dovesse riuscire a saltare i primi ostacoli. Nella situazione contingente è quantomai opportuno osservare attentamente il tabellone che uscirà dal sorteggio di domani.

1 – Novak Djokovic

Il favoritissimo per acclamazione sostanzialmente unanime è il numero uno del mondo, e alzi la mano chi nello stesso periodo dell’anno scorso avrebbe buttato un marengo dalle parti di Belgrado, ritenendo fondata la possibilità di un ritorno di Nole sul trono del tennis mondiale. Sei vittorie in sei finali a Melbourne, Djokovic è sopravvissuto all’anno e mezzo da tregenda seguito all’agognato successo al Roland Garros 2016 e a un gomito ribelle che sembrava aver messo una pietra sopra la fase più luminosa della sua carriera. Djoker si è invece rimaterializzato sull’erba inglese, perdendo (con match point a favore) la finale del Queen’s e da lì in avanti inanellando trentuno successi nelle successive trentadue partite con gli allori a Wimbledon e New York come souvenir più prestigiosi. Ha concluso la maratona comprensibilmente scarico (sconfitte nelle finali di Bercy e Londra con Khachanov e Zverev) e scarico sembra aver ricominciato: a Doha, primo torneo dell’anno concluso in semifinale dopo il KO con Bautista-Agut, Nole ha messo in mostra un tennis esclusivamente difensivo denotando peraltro un nervosismo di molto sovradimensionato rispetto all’importanza dell’evento. Tuttavia, il numero uno sa cancellare i cattivi pensieri in tempi molto stretti, com’è noto, e dunque siamo d’accordo con gli allibratori: a Melbourne Djokovic parte davanti a tutti.

Novak Djokovic – US Open 2018 (foto Art Seitz c2018)

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Australian Open: Musetti e Zeppieri, ma che bei rovesci

MELBOURNE – Lorenzo e Giulio, i nostri junior migliori, tecnicamente sono davvero notevoli. Soprattutto dal lato del rovescio stanno facendo vedere le cose più belle

Luca Baldissera

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da Melbourne, il nostro inviato

Lorenzo Musetti e Giulio Zeppieri, senza nulla togliere ai tanti bravi giovani emergenti del tennis azzurro, sono i nostri due prospetti migliori. Stabilnente ai piani alti delle classifiche ITF, ormai abituati alla realtà agonistica del circuito junior ai massimi livelli (gli Slam, insomma), oltre a essere due ragazzi simpatici, posati, e beneducati, tecnicamente sono impostati in modo ineccepibile, e mostrano qualità fuori dal comune in campo. In particolare, entrambi hanno nel rovescio l’esecuzione più interessante.

Valutando gli junior, la cosa fondamentale è non farsi ingannare dai risultati. In ottica di carriera professionistica la cosa da tenere d’occhio è la prospettiva, la qualità in divenire. Di conseguenza, osservando i ragazzini under-18, è molto più importante cercare di capire se e quante armi tecniche e fisiche abbiano, a che livello, e con quanti margini di miglioramento, rispetto ai risultati delle partite che giocano. Se poi, oltre a un tennis più che ottimo, i ragazzini in questione ti piazzano anche delle vittorie significative, allora si può iniziare, con tutta la prudenza e le cautele del caso, ad analizzarli come fossero già dei professionisti “veri”. Una bella carriera da junior vuol dire poco, ci sono stati giocatori che parevano imbattibili, ma poi si sono arenati senza appello nei bassifondi del ranking ATP. Peraltro è vero anche un aspetto complementare: ben pochi dei migliori junior sono poi diventati pro di alto livello, ma praticamente tutti i pro di alto livello sono stati ottimi junior. Vincere da piccoli, insomma, non garantisce nulla, però male di sicuro non fa.
Lorenzo Musetti, di Carrara, farà 17 anni a marzo 2019, è allenato da Simone Tartarini, cresce (e attualmente gioca) al Tennis Club Park Genova, con la cui squadra di serie A ha disputato ottimi campionati a squadre. Giulio Zeppieri, di Latina, ha appena compiuto (dicembre 2018) 17 anni, la sua “base” è la Capanno Tennis Academy sempre a Latina, ed è allenato da Piero Melaranci. Entrambi, naturalmente, sono seguiti dal centro tecnico nazionale della FIT a Tirrenia.

 

L’ultima volta li avevo visti a New York, dove disputarono un gran torneo, soprattutto Lorenzo con l’exploit della finale raggiunta e poi persa da un avversario di due anni più vecchio. Qui a Melbourne, li ho ritrovati parecchio cresciuti sia fisicamente (“ho messo su almeno 5 chili di muscoli“, mi racconta Lorenzo), che tecnicamente (“dopo il lavoro sul fisico la palla mi viaggia ben più pesante“, conferma Giulio). Hanno ragione, i colpi fondamentali del tennis di oggi, servizio e dritto, che tutti e due hanno ottimi, sono ormai delle botte non indifferenti, con rotazioni e angoli efficaci, e come diceva Giulio, molta più pesantezza di palla (cioè velocità combinata a rotazione).

Ma il comparto tecnico dove, a mio avviso, i nostri due ragazzi fanno veramente la differenza, è il lato del rovescio, per ragioni molto diverse, ma ugualmente significative. Diamo un’occhiata a Lorenzo.

Possiamo ammirare, qui sopra, il gesto elegante, controllato, tecnicamente perfetto o quasi, con cui Musetti rosponde ai servizi esterni da sinistra. Come sempre nel caso del rovescio a una mano, la chiave è il timing. Polso bloccato, distensione del braccio in avanti, impatto in sospensione dinamica, tutto ok. Ma se non hai il talento e l’istinto coordinativo per trovare la palla sempre e comunque quel buon mezzo metro davanti al corpo, con lo swing a una mano sei fritto. Bravissimo Lorenzo, e anche bello da vedere dal punto di vista stilistico. In testa al pezzo, vediamo Lorenzo, dietro a Giulio, in risposta su palla esterna, il modo in cui si inarca in spinta per compensare la traiettoria aggressiva del servizio avversario è davvero spettacolare.

Qui sopra, diamo un’occhiata a Giulio. Che se vogliamo, ha nel rovescio un’esecuzione ancora più importante rispetto alla gran sbracciata “classica” di Lorenzo. Il motivo, banale, è che Zeppieri è mancino. E come tutti i mancini, a fronte dei dividendi che può incassare grazie alle rotazioni del servizio e ai top-spin di dritto a stringere l’angolo verso il rovescio degli avversari destri, deve anche rassegnarsi a passare la sua “vita tennistica” a scambiare sulla diagonale destra, quella del dritto in cross della stragrande maggioranza dei tennisti che affronta. Un mancino, di norma, gioca una volta e mezza i rovesci che gioca un destro. Ma se il rovescio – nel caso di Giulio bimane – è una botta semipiatta di gran qualità e solidità, l’equazione diventa davvero vantaggiosa. Vediamo qui sopra qualche esempio, mi piace in particolare far notare la grande esplosività dei piedi e della rotazione busto-spalle in reazione a un servizio carico e al corpo (immagine in basso a destra).

Di strada da fare ce n’è tanta, i dubbi e le incertezze sul futuro vanno messi in conto, perchè il timore di una delusione cocente è in agguato dietro ogni angolo. Ma le basi di partenza ci sono eccome, il lavoro svolto sta dando i giusti frutti, e insomma, io personalmente a vederli crescere torneo dopo torneo mi sto divertendo un sacco. Come spero sia per loro, perchè al di là dei discorsi sul fisico, sulla tecnica e sulla tattica, la cosa fondamentale è approcciarsi allo sport, specialmente a questi livelli, con serenità e voglia di godersela. Giocate a tennis finchè potete, Lorenzo e Giulio, per lavorare a tennis ci sarà tempo, e ve lo auguriamo tutti di cuore, che diventi davvero il vostro lavoro. Per ora, crescete, migliorate, e fateci divertire con i vostri gran rovesci.

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Australian Open: Nadal grande favorito, Tsitsipas alla prova del 9

I due quarti di finale maschili della parte bassa: Nadal trova Tiafoe e sulla carta non poteva chiedere di meglio. Tsitsipas affronta l’uomo del momento: Roberto Bautista Agut. Kvitova-Barty e Collins-Pavlyuchenkova al femminile

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Nel secondo match della sessione serale (intorno alle 11 italiane di martedì) Rafael Nadal va alla caccia della settima semifinale all’Australian Open e lo fa da grande favorito contro il giovane americano Frances Tiafoe, che è stato finora la grande sorpresa del torneo. Per lui si tratta del primo quarto Slam in carriera, per Nadal del 37esimo. Non ci sono precedenti tra i due giocatori ma il percorso per arrivare fin qui non è stato proprio paragonabile. Tiafoe ha dovuto rimanere in campo quasi 12 ore complessive per eliminare Gunneswaran in 3 set, Seppi in 5 e due grosse teste di serie come Kevin Anderson e Grigor Dimitrov, contro i quali partiva chiaramente sfavorito. Passeggiate fino ai quarti invece per Nadal, che si è liberato con agio dei tre australiani in sequenza (Duckworth, Ebden, de Minaur) e poi altrettanto facilmente, ben oltre le aspettative, di Tomas Berdych, che lo aveva battuto qui nel 2015. Il maiorchino è rimasto in campo poco più di 8 ore e mezzo senza perdere nemmeno un set.

Rafa cerca il tanto atteso secondo titolo in Australia a dieci anni di distanza dal primo: da lì in poi ha perso tre finali nel 2012, 2014 e 2017. Vincendo questo torneo diventerebbe il primo giocatore a vincere almeno due volte tutti gli Slam in Era Open, anche se Rod Laver ci era riuscito a cavallo dell’Era Open conquistando due Grandi Slam nel 1962 e 1969. Impresa riuscita anche a Roy Emerson da dilettante tra il 1961 e il 1967. Tiafoe cerca invece di diventare il più giovane americano a giocare una semifinale a Melbourne dai tempi di Andy Roddick, che nel 2003 ci arrivò a 20 anni e 149 giorni. Frances ha festeggiato il suo 21esimo compleanno proprio domenica battendo Dimitrov negli ottavi di finale. Roddick è anche l’ultimo americano a raggiungere la semifinale qui, nel 2009.

Ad aprire invece il programma della sessione diurna sulla Rod Laver Arena (non prima delle 02.30) sarà la sfida inedita tra Roberto Bautista Agut e Stefanos Tsitsipas, reduce dall’impresa contro Roger Federer. Secondo i bookmaker è il greco a partire con il favore del pronostico (Bet 365 lo dà a 1.72 contro il 2.10 dello spagnolo), e non potrebbe essere diversamente dopo quanto fatto da Stefanos nel match precedente. Tsitsipas non dovrà però commettere l’errore di sottovalutare il suo avversario, che in questo 2019 è ancora imbattuto: nove vittorie consecutive per lui, le cinque che lo hanno portato a sollevare il trofeo a Doha (battuti nell’ordine Berrettini, Garcia-Lopez, Wawrinka, Djokovic e Berdych) e i primi quattro turni a Melbourne vinti contro Murray, Millman, Khachanov e Cilic (tre dei quali conclusi al quinto). Attenzione anche al calo di tensione: la vittoria contro Federer potrebbe avere qualche “strascico” fisico e soprattutto mentale per Tsitsipas, che sarà adesso chiamato alla classica prova del nove.

 

“Se riuscirò a mantenere lo stesso livello di attenzione, la stessa pazienza, la stessa forza mentale e voglia di lottare, sono abbastanza sicuro che andrà tutto bene”, ha detto Stefanos dopo il match contro Federer. Il greco ha vinto in quattro set tutti i match giocati in questo Australian Open (Berrettini, Troicki, Basilashvili e il già citato Federer), rimanendo in campo per 12 ore e 16 minuti, a fronte delle 14 ore e 3 minuti di Bautista Agut. Tra i due ci sono dieci anni esatti di differenza – 20 Tsitsipas (il giocatore più giovane rimasto in tabellone), 30 lo spagnolo -, ma per entrambi si tratterà del primo quarto di finale Slam in carriera (Tsitsipas è il primo giocatore greco della storia a riuscirci, donne comprese). Curiosi i precedenti dei due contro l’eventuale semifinalista: entrambi non hanno mai giocato contro Tiafoe e entrambi hanno perso due partite su due contro Nadal.

Il match più atteso della giornata per i tifosi di casa, sarà quello tra Ashleigh Barty, ultima tennista australiana rimasta in tabellone, e la ceca Petra Kvitova (si giocherà alle 09 italiane). Barty avrà di nuovo bisogno di tutto il supporto della Rod Laver Arena per superare anche quest’ostacolo. La 22enne di Ipswich, che per un periodo aveva addirittura abbandonato il tennis per giocare a Cricket, ha infatti sempre perso nei tre precedenti faccia a faccia con Kvitova. L’ultima volta giusto qualche settimana fa, nella finale del torneo di Sydney, facendosi rimontare un set di vantaggio e capitolando al tiebreak del terzo.

Inoltre la ceca, due volte campionessa di Wimbledon, è sembrata un rullo compressore in questi Australian Open. Nei suoi primi quattro incontri non ha ancora perso un set e ha lasciato per strada complessivamente sedici giochi. Infine, Barty non potrà puntare come al solito sul suo tennis vario e offensivo per vincere il match. Kvitova è infatti tecnicamente altrettanto dotata ed è per giunta più potente. Ma più che sul talento, è probabile che il match si giochi sui nervi. L’australiana, fino ad ora considerata troppo fragile mentalmente, dovrà reggere il peso di una nazione che non vede da un quarto di secolo una sua tennista arrivare in semifinale a Melbourne. L’ultima aussie tra le prime quattro rimane infatti Wendy Turnball nel 1984. Da parte sua, Kvitova continua ad essere una giocatrice scostante e imprevedibile, sia tra un match e l’altro che nel corso dello stesso incontro.

Danielle Collins e Anastasia Pavlyuchenkova si contenderanno invece il più classico dei biglietti della lotteria, dopo le vittorie contro pronostico rispettivamente su Angelique Kerber e Sloane Stephens. Nessuna delle due è infatti mai arrivata nella semifinale di uno Slam. Ma mentre Collins, prodotto del sistema collegiale USA, non aveva nemmeno mai passato un turno, Pavlyuchenkova si è fermata ai quarti in tutti i Major una volta in carriera. Insomma questa potrebbe essere una grande occasione per la russa. Tenterà come al solito di coglierla a suon di bordate ma dovrà fare attenzione all’entusiasmo e all’intelligenza della sua avversaria.

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Il Mago Ubaldo (da Melbourne): 30 profezie per il 2019, senza paura

MELBOURNE – Federer farà un exploit sulla terra rossa. Nadal… esiste la duodecima? Djokovic dominatore ma deve temere Zverev più di tutti. Serena Slam 24 e 25. Fognini, Giorgi, Cecchinato: ce n’è per tutti

Ubaldo Scanagatta

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Il mago Ubaldo vorrebbe tanto ripetere i successi previsionali ottenuti nel 2018 e far passare nel dimenticatoio gli insuccessi previsionali del 2017. I maghi più furbi son quelli che non si sbilanciano, che rischiano poco. Ma mago Ubaldo invece la pensa come il suo grande maestro Rino Tommasi: “I pronostici, le previsioni, li sbagliano solo coloro che li azzardano”.

1. Se dicessi che nel 2019 Roger Federer vincerà il suo torneo n.100 beh… forse non farei un grande sforzo. Anche se a 37 anni e mezzo per vincere quei tornei cui Roger si iscrive – e non sono gli ATP 250 – non è poi così banale. Intanto affermo che al numero 100 ci arriverà.

2. Come ultima briscola, se proprio tutto gli dovesse andare storto prima, c’è sempre il torneo di casa, quello di Basilea, dove se sta bene Roger è sempre il favorito. Lo ha vinto 9 volte e non l’ha giocato sempre.

 

3. Ma io dico che già il titolo erboso di Halle – sarebbe il decimo – difficilmente gli sfuggirà. A meno che Zverev non si diverta a mettergli il bastone fra le ruote.

4. Ma Roger vincerà ancora uno Slam? Roger può riuscirci solo se qualcuno gli butta fuori Djokovic prima della finale.

5. Repetita iuvant: in finale contro Djokovic, il mago Ubaldo non vede lo svizzero vittorioso. E Toni Nadal è d’accordo… anche se Roger dovesse giocare contro Rafa, ma… zio Toni è un po’ di parte.

6. Meglio affrontare Djokovic in una finale a Wimbledon che a Melbourne, secondo il Mago.

7. Vedo Federer con la voglia matta – ma è matto davvero? – di misurarsi sulla terra rossa. Non so chi glielo faccia fare. Ma magari a Montecarlo oppure a Roma, soprattutto se Nadal continuasse ad avere i suoi problemi fisici, potrebbe anche scappar fuori il grande exploit. Il grande exploit significa vincere il torneo? No, direi di no. Ma già raggiungere una semifinale o una finale appagherebbe l’ego di Roger, che rifiuta l’idea di essere così usurato da non poter far bella figura anche sulla terra battuta dove in fondo è nato e cresciuto (e ha sviluppato quella tecnica che forse su altre superfici non gli sarebbe venuta così naturale). I 37 anni di Roger sembrano pesar meno che i 32 di Rafa.

8. Nadal vincerà il 12mo Roland Garros? Solo se ci arriverà senza infortuni alle spalle. Comunque arriverà a raggiungere le 950 vittorie – è fermo a 918… 32 le vince di sicuro (e lui tocchi ferro) – e se non saranno 12 al Roland Garros lo saranno a Barcellona o a Montecarlo. Nella mia sfera di cristallo a sfuggire sono solo gli infortuni. Comunque superando 950 avrà scavalcato Vilas, 948, e sarà alle spalle di Lendl, terzo. Un interrogativo cui neppure il Mago sa rispondere: se la Decima di Rafa a Parigi diventò celebre, come si dice in spagnolo la Dodicesima?

9. Djokovic vincerà sicuramente almeno 3 tornei – questo lo dice anche il nipotino del Mago perché in 10 anni degli ultimi 12 ha sempre supererà quel muretto – e quindi supererà anche il muraglione dei 75 titoli. Per arrivare a 100 però sarà dura. Impossibile quest’anno ma anche nei prossimi. Roger può stare tranquillo.

[Le righe qui sotto erano state scritte subito dopo il sorteggio dell’Australian Open; che il Mago Ubaldo non sia un mago serio lo dimostra il fatto che… non aveva proprio previsto l’intervista in cui Murray annunciava il probabile ritiro! Peggio di così il nostro Mago non poteva cominciare]

10. Il povero Andy Murray, già parecchio sfigato fin dal sorteggio dell’Australian Open – mica c’erano tanti avversari più in forma di Bautista Agut – purtroppo avrà vita dura, durissima. Al di là dei problemi fisici che, ribadisco, non riesco a scrutare, ci sono anche quelli psicologici che lo spingeranno a imprecare ad ogni partita che si sia messa male. Non lo vedo capace di tornare su tra i top-ten… ma chi avrebbe detto che Djokovic sarebbe risorto quand’era sceso a n.22? Andy ha vinto 45 tornei in carriera. O va a giocare tornei piccoli piccoli oppure a 50 non ci arriva. Nel 2018 ha vinto solo 7 partite! Infatti è n.257 del mondo. Al miracolo top-ten non credo proprio. Anche se nella mia letterina a Babbo Natale – sì a volte i maghi tornano bambini – ho chiesto proprio quello. Sarebbe top-ten per la decima volta. Lo meriterebbe, sennò nessuno lo inserirà mai più nei Fab Four. Andy sarà rimpianto anche in sala interviste: Roger parla a lungo e in tutte le lingue, ma non può essere il solo a darci dei titoli. Rafa tende a lamentarsi, ma quando lo fa lo fa in modo sbrigativo, due frasi e stop. Nole invece parla tantissimo, ma spesso non dice abbastanza (non voglio dire nulla…).

11. Su Del Potro e gli infortuni mi ripeto. Non so davvero fra lui e Murray chi sia più sfigato. Né chi lo sarà.

12. La lotta per il posto n.1 del ranking sarà ristretta fra Djokovic e Zverev. Non vedo né Federer, già il più vecchio n.1 della storia a 36 anni, né Nadal in grado di ritornare lassù a fine anno. Nei primi sei mesi Djokovic non ha mezza cambiale da pagare. Dopo sì, ma dopo… non è la stagione ideale per Rafa. Semmai potrebbe esserlo per Roger, ma è più facile che “esploda” Zverev. Vedo Boris Becker che annuisce: Boom Boom ne è proprio convinto. Puro sciovinismo? O cerca di… sostituire Lendl? Certo è che prima o poi Zverev dovrà fare punti anche negli Slam, non solo nelle prove ATP. Ma, attenzione, all’età di Zverev Roger Federer non aveva vinto quanto lui. Nadal invece sì (23 tornei tra cui 3 Roland Garros e 9 Masters 1000, n.2 del mondo e due finali a Wimbledon) e Djokovic pure ma con margini più risicati (un torneo in più rispetto a Zverev, 11 a 10, ma già lo Slam australiano del 1998).

13. Fino al 6 maggio Djokovic resterà numero 1. In tal modo sarà stato n.1 per 250 settimane. Nadal è fermo a 196.

14. Mi si appanna la sfera – maledizione! – quando devo capire se Djoker Nole possa a fine anno aver scavalcato le 268 settimane di Connors e le 270 settimane di Lendl. Dipende tutto da… Zverev. Comunque matematicamente irraggiungibili le 286 di Sampras e le 310 di Federer… se ne riparlerà semmai nel 2020.

15. In Croazia si scandalizzano se uno dice che Marin Cilic potrebbe far meglio di Goran Ivanisevic. Più per una questione di personalità, direi, che altro. Goran era, è unico. Ma negli Slam stanno uno a uno, e Marin ha fatto finali anche fuori di Wimbledon. Quest’anno intanto vincerà almeno 4 tornei e allora uguaglierà i 22 di Goran. E lui di Davis ne ha già vinte due. Vero che Goran è stato n.2 del mondo e Marin mai così in alto.

16. Restando in terra croata Ivo Karlovic ha cominciato alla grande il suo millesimo da quarantenne (li compie il 28 febbraio): già una finale! Connors a 40 nel ’92 non andò oltre una semifinale a San Francisco.

17. Nella letterina di Natale avevo chiesto anche che Naomi Osaka avesse la soddisfazione di vincere un altro Slam senza che la coprissero di fischi. Potrebbe già avvenire a Melbourne e il Mago andrebbe in brodo di giuggiole. Certo non accadrà a Parigi.

18. Dopo quello che è successo nella finale dell’US Open, agli arbitri sarà detto di chiudere un occhio sulla regola più infranta fra tutte: quella della proibizione del coaching. Di certo starà ben attento a non ammonire più nessuno Carlos Ramos (cui il direttore di Ubitennis nel suo commento alla finale dette ragione, pur ritenendolo un tantino pignolo: grazie a quell’articolo verrà premiato il 21 gennaio a Losanna dall’AIPS, fra 1273 giornalisti di 119 Paesi).

19. Si continuerà a invocare l’aria condizionata sotto il nuovo tetto dell’Arthur Ashe Stadium.

20. Così come continuerà la guerra per bande, fra ITF, ATP e Laver Cup: neppure il Mago Otelma, notoriamente più bravo e credibile del Mago Ubaldo, avrebbe mai potuto prevedere che i quattro Slam sarebbero arrivati – dopo anni in cui soltanto l’US Open prevedeva il tiebreak al quinto set – a quattro formati diversi per il quinto set. A Parigi niente tiebreak, a Wimbledon sul 12 pari, a New York come sempre a 6 pari, a Melbourne un tiebreak a 6 pari ma a chi arriva prima a 10, un Supertiebreak insomma. Si deve leggere che… ogni Slam fa come gli pare. Il comitato del Grande Slam, e il suo presidente Bill Babcock, dovrebbe essere esodato come vuole Fornero.

21. La Davis Cup, ribattezzata ironicamente Piqué Cup da un Federer stavolta stranamente non politically correct – non fosse lui l’organizzatore ombra della Laver Cup… – a Madrid desterà la curiosità di molti. Il Mago non esclude che diverta. Anzi. Che poi riesca a prevalere sulla ATP Cup 2020 sembra difficile. Ma se ne riparlerà nel 2020. Io mi aspetto un successo dell’edizione di Madrid, perché le tv ci si butteranno sopra a pesce. Poi magari la Piqué Cup fallirà… (come accadde per la ISL che aveva promesso mari e monti ai proprietari dei Masters 1000 all’inizio del terzo millennio e poi crollò miseramente fra i debiti).

22. Berrettini non potrà continuare ad avere sorteggi sfortunati e a sprecare matchpoint. Si inserirà fra i primi 30.

23. Cecchinato vorrebbe scavalcare Fognini, ma se non cede Fabio, non ce la farà. Credo che, dopo aver firmato accordi contrattuali molto ottimistici, si accontenterebbe di un posto tra i primi 30. E Fabio, dopo aver sognato invano un posto tra i top-ten, si accontenterà di restare tra i top 20 e il n.1 d’Italia. Anche per giocare in Davis, ATP Cup o quel che sarà. Se ha un coach che lo tiene calmo rende il doppio.

24. Al numero 24 la profezia del Mago non può che riguardare Serena Williams. Ogni volta che era lì lì per centrare il 24mo Slam è inciampata. Ma stavolta ce la farà. Ho avvertito personalmente Margaret Court che si mettesse il cuore in pace. D’altra parte anche se non lo ammetterà mai, gli 11 Slam australiani di Margaret inquinano quel record quasi quanto i 109 tornei vinti da Connors… alcuni più che tornei erano barzellette. Non escluderei neppure il 25mo per mamma Serena.

25. Intanto le prime due vittorie di Serena sono state l’aver conquistato… il protected ranking per le tenniste in maternità e una maggiore elasticità riguardo all’abbigliamento (dopo che al Roland Garros si erano scandalizzati per la sua mise da pantera nera).

26. Soltanto Pliskova, vincendo l’Australian Open, consentirebbe di battere il record di 9 vincitrici diverse in 9 Slam consecutivi: ma non vincerà. (il Mago Ubaldo trema, perché Karolina è ancora in gioco…)

27. Il Mago smemorato ha dimenticato, come tutto l’establishment tennistico, che se di eventi a squadre maschili ce ne sono anche troppi, tre che si pestano i piedi, quello che avrebbe avuto più bisogno di un bel lifting è la Fed Cup. In Italia oramai interessa poco, dopo la scomparsa delle quattro “moschettiere”. Ma al resto del mondo del tennis – più che a Giorgi che ne farebbe volentieri a meno – dovrebbe invece stare a cuore. Mah…

28. Ah, Camila Giorgi… ci sono tante ultratrentenni perché lei non riesca a infilarsi fra le top 20. Le manca la continuità? Potrebbe finalmente trovarla, purché anche lei smetta di farsi male ogni piè sospinto.

29. Fognini si era stufato di sentir parlare di Next Gen, e non solo lui – anche il Mago! – però è indubbio che i vari Zverev, Khachanov, Tsitsipas (pur recentemente ridimensionato dal nostro irriducibile trantaquattrenne Seppi), de Minaur, Medvedev, Rublev, stanno facendosi sotto. Se Djokovic ha rimediato tre delle sue quattro sconfitte del secondo semestre 2018 da tre Next Gen, il segnale è significativo. Uno dei ragazzotti come minimo raggiungerà una finale di Slam. E potrebbe pure vincerla.

30. Venus Williams non può continuare a giocare all’infinito. Smetterà alla fine di quest’anno? Per lei come per Federer se non ci fossero state le Olimpiadi del 2020 a Tokyo il Mago avrebbe detto di sì… ma più per Venus che per Roger, perché lui è ancora n.3 del mondo. Lei no.

E ora basta così. Il Mago è sfinito… e voi pure.

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