La stampa celebra il centesimo torneo di Roger Federer (Scanagatta, Clerici, Semeraro, Azzolini, Bertolucci)

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La stampa celebra il centesimo torneo di Roger Federer (Scanagatta, Clerici, Semeraro, Azzolini, Bertolucci)

La rassegna stampa di domenica 3 marzo 2019

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Federer fa 100 e punta Connors, ma i 109 di Jimmy valgono meno (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

E’ scattato al via con il turbo. Alla sua decima finale di Dubai Roger Federer, tutto proteso a centrare il titolo n.100, non ha voluto correre rischi, fin dall’inizio, come già gli era successo in semifinale contro Coric, dominato 62 62. E’ stato in testa dall’inizio alla fine, strappando subito la battuta (a 15) al greco Tsitsipas, 20 anni e in procinto di diventare per la prima volta top-10 domani dopo aver vinto una settimana fa il suo secondo torneo a Marsiglia. Roger non ha mai ceduto il proprio servizio in nessuno dei due set (64 64 in 69 minuti complessivi). Il solo momento in cui ha temuto di perderlo è stato sul 5-4 del primo set quando, dopo essere stato avanti 40-0, ha messo solo una “prima” su tre, si è fatto sorprendere da tre aggressive risposte del ragazzo ateniese che lo aveva sconfitto a Perth e a Melbourne senza subire break, e ha concesso due palle break. Sulla prima Tsitsipas ha sbagliato un rovescio lungolinea non impossibile, sulla seconda Roger ha fatto uno splendido serve & volley. Il quarto setpoint è stato quello buono per lo svizzero. Nel secondo set regola dei servizi rispettata fino al 4 pari. Doppio fallo sul 30-15 di Tsitsipas, poi due errori evitabili e break. Roger non trema sul 5-4 ed è fatta. 100 titoli! Pazzesco. E’ stata una bellissima partita, ben giocata da entrambi. Mentre Tsitsipas ricorda di aver visto Federer per la prima volta a 6 anni («E’ una leggenda, non mi sarei mai immaginato, un giorno, di aver l’onore di poter competere con lui») Roger sorride, è quasi commosso, dice: «Sono troppo felice… forse lui non era neppur nato quando io vinsi qui la prima volta!». Era il 2003 e in realtà Stefanos era nato, ma non aveva ancora 6 anni. Roger ha vinto Dubai battendo in finale — curiosamente — sette avversari diversi, 2003 Novak, 2004 F.Lopez, 2005 Ljubicic (suo attuale coach), 2007 Youzhny, 2012 Murray, 2014 Berdych, 2015 Djokovic. Due le finali perdute: Nadal 2008, Djokovic 2011. «Le Olimpiadi di Tokyo? Non so neppure se sono qualificato per giocarle, manca ancora troppo tempo, ora non mi pongo il problema». Ora tutti parlano del record di 109 titoli di Jimmy Connors. Potrà superarlo Federer? In realtà più del 50% dei titoli di Connors erano equivalenti a un torneo ATP 250, o anche challenger. E due per me non dovrebbero proprio aver cittadinanza: Manchester 1974 fu giocato contemporaneamente al Roland Garros (cui Connors non fu ammesso, perché aveva giocato il WTT, il Team Tennis, ed era stato squalificato) e nessun torneo “valido” può esser giocato durante gli Slam e il Bermuda ’75, che fu una vera e propria esibizione. Ma ormai i 109 titoli di Connors sono entrati nella leggenda e nessuno accenna più a toccarli. Chiaro poi che 20 Slam di Roger — un quinto dei 100 – contano più degli 8 di Jimmy. Se a Roger si aggiungono i 27 Masters 1000 e le sei Atp Masters Finals si vede che il 53% dei suoi tornei sono di primissima grandezza.


Ha battuto 4 generazioni (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

 

Infinito Roger Federer. Fenomeni si nasce, o si diventa sulla soglia dei 38 anni? Lo svizzero dall’incommensurabile classe, ed eleganza, si è vendicato alla grande di Stefanos Tsitsipas che lo aveva battuto all’Australian Open, ha vinto per l’ottava volta il torneo di Dubai, 16 anni dopo la prima. Ma ha soprattutto centrato il centesimo titolo, 18 anni dopo il primo conquistato nel febbraio 2001 a Milano sul francese Boutter. Allora il pubblico meneghino più snob aveva arricciato il naso: «Ma chi sono questi due sconosciuti?». Cinque mesi più tardi quel ragazzino 19enne di Basilea – non sconosciuto a chi scrive che lo aveva già visto dominare a 16 anni e 8 mesi il torneo junior di Firenze su Volandri e a 18 esordire vittoriosamente in Coppa Davis a Neuchatel a spese di Sanguinetti – avrebbe battuto a Wimbledon al quinto set un tal Pete Sampras, campione all’All England Club già 7 volte. Erano subito evidenti le stimmate del campione, ma non era possibile immaginare che avrebbe vinto 20 titoli dello Slam e 100 tornei, né che a 36 anni e mezzo sarebbe ritornato da n.17 a n.1 del tennis, il re più anziano di sempre e più a lungo di tutti (310 settimane), né che sarebbe stato ancora straordinariamente competitivo ai massimi livelli di uno sport diventato sempre più fisico a quasi 38 anni. Il croato Coric (62 62) e il greco Tsitsipas (64 64), i due ragazzi dominati fin dall’inizio di questo torneo di Dubai, cominciato a rilento (due sofferte vittorie in tre set, poi una terza poco convincente prima delle ultime due), hanno rispettivamente 22 e 20 anni. Dacché Federer giocò per la prima volta il torneo di Basilea nel 1998, 21 anni fa, misurandosi contro Andre Agassi (classe 1970), il fenomeno svizzero ha dovuto misurarsi con 4 generazioni di campioni: i nati negli anni ’70, ’80, ’90 e ora anche con i Millenials. E vuol battere il record (discutibile) dei 109 tornei vinti da Jimmy Connors (classe 1952). In quale altro sport internazionale, come il tennis, si è mai vista una cosa del genere? Roger Federer ha raggiunto quota 100, ma non è davvero pronto per la pensione. Non conosce né Salvini né Di Maio.


Cento di questi tornei, l’ultimo traguardo dell’insaziabile Roger (Gianni Clerici, La Repubblica)

Roger Federer ha vinto il centesimo torneo della sua carriera, a Dubai (6-4, 6-4 a Tsitsipas), e io mi tolgo il mio cappellino a visiera, mentre un dignitario gli fa indossare una corona, e ripete che è la sua ottava vittoria a Dubai, dove va spesso, dove si allena e dove possiede alcuni piani alti di un grattacielo. Gli ostacoli incontrati nel torneo potevano sembrare quelli di una finale giocata contro un giovanissimo che aveva osato batterlo a Melbourne, nel corso del primo Slam dell’anno, il primo grande giocatore greco di tutti i tempi, Stefanos Tsitsipas. Erano stati i primi turni a farlo temere, con qualche dubbio sulle proprie condizioni, nei match contro Verdasco e Kohlschreiber, finiti al terzo set, poi con le difficoltà contro Fucsovics, dissipandole solo in parte contro un nuovo bambino cattivo, Borna Coric. Invece, quasi il match di ieri facesse parte di un copione, ecco uno straordinario Roger, proprio contro chi aveva iniziato a far dubitare della sua tarda età nello Australian Open. Ho assistito a un match tipicamente contemporaneo, a un gioco costruito intorno a colpi vincenti, senza un solo tiro di attesa, di preparazione, come si usava. Il greco ha ottenuto soltanto due palle break in totale, sessantadue punti a quarantasei, trentaquattro a venticinque nel primo, e ventotto a ventuno nel secondo. Mentre ammiravo Roger colpire rovesci a tutto braccio, ho pensato alla prima volta che l’avevo visto vincere un torneo, a Milano, nel febbraio del 2001. Era, il diciannovenne Roger, alla terza finale della sua fresca carriera, e vinse il torneo da numero ventisette del mondo, battendo in semifinale il russo Kafelnikov e in finale il francese Boutter, quasi sconosciuto quanto lui. Possedeva già un tennis straordinario ma incompleto, quasi del tutto privo del rovescio, e di qualità tattiche che sarebbero poi state migliorate dal francese Freyss, e da Carter, coach australiano europeizzato. Usava ancora dar la colpa di un tiro insufficiente alla racchetta. Non era ancora diventato simile al leggendario Federer del quale vedo nella mia libreria ben diciassette volumi tra i quali spicca un titolo, “Federer come esperienza religiosa”, di David Foster Wallace. Un editore, forse il primo del mio Paese, propose anche a me una biografia. Mi resi conto di non aver sbagliato nel rifiutarla quando chiesi a Federer se per caso le avesse lette tutte. «Le ho sfogliate», rispose distrattamente.


Federer quota 100 (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Sospirone di sollievo. Roger Federer ha battuto 6-4 6-4 Stefanos Tsitsipas nella finale dell’Atp 500 di Dubai vendicandosi dello smacco subito proprio dal ventenne greco negli ottavi degli Australian Open, e ha finalmente raggiunto la famosa quota 100: la “centuria” di titoli vinti in carriera. Ma alla pensione non ci pensa affatto. Del resto, con i suoi 37 anni e 6 mesi di età e 21 anni di onoratissima carriera professionistica si potrebbe considerare un superbaby pensionato, anche stimando l’usura lavorativa rimediata in 152 finali. E comunque con oltre 120 milioni di dollari vinti in soli montepremi Roger non avrebbe grossi problemi neppure a mantenere una famiglia numerosa (quattro gemelli) come la sua. Il suo obiettivo ora è il record assoluto di 109 tornei vinti da Jimmy Connors che resiste dal 1987. Un obiettivo, precisa il Genio, non un’ossessione. «Se dovessi farcela sarebbe meraviglioso, ma non gioco a tennis per battere tutti i record», ha spiegato alzando la sua ottava coppa a Dubai. «Connors ha raggiunto un magnifico traguardo, io sono soprattutto felice di essere in salute e di avere il sostegno della mia famiglia». In realtà l’impresa non è impossibile. Gli ultimi due match a Dubai hanno dimostrato che sulla distanza breve dei due set su tre il Maestro è ancora lui. Sia in semifinale contro il 22enne Coric sia in finale contro Tsitsipas, a cui rende 17 anni (il più grande divario di età in una finale Atp da Connors-Rosewall nella finale di Sydney 77), ha applicato con sovrana scioltezza il suo piano di gioco, che consisteva nel tenere fuori dal match fin dall’inizio i due ragazzini, evitando scambi prolungati, servendo con precisione, aggredendo già con la risposta, cercando appena possibile il vincente o la rete. A gennaio a Melbourne contro Tsitsipas non era riuscito a trasformare nemmeno una delle 12 palle-break che si era procurato, ieri lo ha breakkato già nel primo gioco, senza cedere mail il proprio servizio. Stefanos si può consolare con il n.10 del ranking che occupa da oggi, ad appena 20 anni e sei mesi, quindi con tre mesi di anticipo rispetto al suo avversario di ieri. […] «Vincere cento tornei è surreale», ha ammesso Tsitsipas. «Io mi accontenterei di 100 vittorie, solo stare in campo con lui è un onore». Roger lo osservava paterno. «Non so neppure se Stefanos era nato quando ho vinto la prima volta qui (nel 2003, il greco aveva 4 anni, ndr). Per me è un privilegio giocare contro i campioni del domani, perché so che li vedrò in televisione. Sono sicuro che Stefanos avrà una grandissima carriera, il tennis è in buone mai, che io ci sia o no». Ma se ci sei è meglio, Roger Ancora per un po’.

Federer, la leggenda a quota 100, ma non va ancora in pensione (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Quota 100 allontana i giomi della pensione. Va così nel favoloso mondo di Roger Federer, nel quale gli anni non sempre si sommano ma talvolta tornano indietro, e tutte le considerazioni umanissime sull’età che procede inesorabile devono fare i conti con quell’idea di infinito tennistico che lui rappresenta con incantevole naturalezza. Cento vittorie. Essenza di una carriera che ancora non ha tempo per voltarsi indietro e continua a esplorare il futuro, avvolgendo nel mistero le decisioni che verranno prese, gli addii possibili ma non probabili, e lasciando in divenire numeri e record che ormai riempiono, da soli, una buona metà dell’Albo dei Primati del nostro sport. Capita a Dubai. Qui Roger ha già vinto sette volte e quest’anno gli hanno reso la vita meno facile, i campi sono diventati più lenti. Fa niente. Lui mette in piedi un torneo in crescendo, nel quale trova modo di recuperare il timing dopo trentasette giorni di fermo e poi la condizione che serve ad affrontare le sfide più calde. Respinge a fatica Kohlshreiber, poi Verdasco, soffre anche con Fucsovics, ma all’appuntamento con i più giovani sembra uno di loro: in semifinale annichilisce Coric e in finale manda fuori giri Tsitsipas che lo aveva eliminato a Melbourne. E fanno cento… L’ottavo successo a Dubai (su dieci finali) porta a 22 il conto delle vittorie nella categoria Atp500. Gli Slam, lo sapete, sono 20. I Masters 1000 ventisette, poi 25 Atp250 e i sei titoli Master, pardon, Atp Finals. Cento vittorie tonde tonde, sei più di Ivan Lendi (94), venti più di Nadal (80), ventitré più di McEnroe (77), poi Laver a 74 successi, Djokovic a 73, poi Borg e Sampras a 64. Al primo posto c’è Jimmy Connors a 109, ma la storia di Connors si fonde con gli inizi del Grand Prix, quando il calendario del tennis proponeva i tornei dei promoter americani di fianco agli appuntamenti più tradizionali, e si poteva fare man bassa di titoli senza fatica. Oggi li chiameremmo Challenger, niente di più. «Non è un record che sto rincorrendo», dice Federer. «Vincere non è mai facile, non è la normalità. Altri nove titoli, in questo tennis, possono significare molte altre stagioni di tentativi. Preferisco che le cose prendano la strada che il mio gioco, la mia forma, e la bravura di avversari sempre più giovani e forti, gli consentiranno». Va bene cosi, non c’è niente da rincorrere, è il messaggio. E dal suo punto di vista va capito. Roger vuole affrontare quest’ultimo tratto di strada libero da pressioni, da obiettivi gravosi, vuole sentirsi libero di vincere e di perdere, e di cogliere qui e là tutto il divertimento che il tennis può ancora concedergli. […]


Un fenomeno di grazia nato per il tennis (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Basta il nome Roger in ogni angolo della terra per capire di chi stiamo parlando. Aggiungere il cognome è quasi un diminutivo per il tennista più amato al mondo. Nel corso degli anni è passato da eroe a mito ed è entrato nella leggenda. In qualche modo posso dire di averlo tenuto a battesimo: nel 1999, in Coppa Davis a Neuchâtel, me lo ritrovai di fronte da capitano dell’Italia: batté Sanguinetti e diede un colpo alle nostre ambizioni. Lui è di tutti, ha allargato i confini del tennis, ha abolito le frontiere ed è stato adottato in qualsiasi località del pianeta. E’ vero che ha conquistato 20 prove dello Slam, che ha alzato 100 trofei, ma possiede 1000 passaporti che lo hanno eletto cittadino del mondo e campione universale. Roger è passato attraverso diverse generazioni di giocatori, ha incrociato la racchetta con Sampras, Agassi, Hewitt, Nalbandian, Roddick, Murray, Nadal e Djokovic. Ha pianto di gioia per una vittoria, ma abbiamo visto, sul suo volto anche le lacrime amare dopo la sconfitta. Al suo fianco ha sempre avuto l’ex tennista Vavrinec, per tutti Mirka. Una donna forte che ha preso per mano durante l’Olimpiade di Sydney colui che era solo una geniale promessa, e passo dopo passo lo ha scortato in cima al mondo. Non ha bisogno di scovare le imperfezioni degli avversari, Roger con il suo tennis è in grado di estremizzare le loro insicurezze. A volte sembra prevalere senza volerlo, come se la superiorità tecnica fosse ineluttabile. Facile parlare di talento nel suo caso: sembra nato per giocare a tennis, per la grazia che esprime nella ricerca della palla e per il perfetto timing nel colpirla. Fenomenale nel non permettere all’usura, ai successi, ai lauti guadagni di segnarlo e spingerlo verso una dorata pensione. Per nostra fortuna è ancora in pista, sempre intento a deliziarci con il suo gioco planetario, con la manovra a tutto campo impreziosita dal tocco vintage e dalla potenza cristallina. A questo punto dobbiamo solo stabilire se il tennis è questo, e allora noi giochiamo un’altra cosa, o se il tennis è quello che giochiamo noi. E allora Roger…a cosa sta giocando?

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Riecco Sonego! Trionfo a Metz:”Se gioco così lo devo a Roger” (Crivelli). Intervista a Borg. Borg, l’inchino del Re (Cocchi). Fuori dal tunnel. Sonego batte Bublik e le provocazioni (Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 26 settembre 2022

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Riecco Sonego! Trionfo a Metz:”Se gioco così lo devo a Roger” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Un calcio al recente passato. Da attaccante vero, come quando correva e segnava con la maglia delle giovanili dell’amato Torino. Lorenzo Sonego si lascia alle spalle un 2022 di tanti tormenti e poche gioie e torna ad alzare un trofeo, il terzo in carriera, a Metz Come spiegava coach Arbino, Lollo è un giocatore «che ha sempre trasformato la tensione in un’arma, in carica positiva e di adrenalina, evidentemente nel suo percorso di maturazione è giunto a una fase in cui pensa di più e a volte questo sul campo può essere controproducente».

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Il tiebreak del primo parziale è lo spartiacque della sfida, perché il match in pratica finisce lì. Bublik perde la testa dopo una protesta perché Sonego avrebbe impiegato troppo tempo a chiedere il Falco, e da quel momento infila un servizio da sotto dopo l’altro, poi sulla palla del doppio break per l’azzurro impugna la racchetta al contrario e colpisce una volée con il manica l’azzurro ringrazia e sale 4-1. Il pubblico fischia, il kazako ride e si inchina verso i tifosi che non nascondono la loro indignata disapprovazione: «Giocare contro Alexander è sempre divertente, non sai mai cosa aspettarti però è un giocatore forte e imprevedibile, ha cominciato molto carico, poi nel secondo set era stanco e io ne ho approfittato».

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Sonego, intanto, vince il terzo torneo sulla terza superficie diversa (dopo l’erba di Antalya e la terra di Cagliari) e si rilancia: «È stato un anno difficile. Ho lavorato molto, soprattutto fisicamente e sul servizio e nei colpi di inizio gioco, ma non riuscivo a concretizzare. Sono felice perché finalmente sto raccogliendo i frutti del mio lavoro, dovevo avere solo fiducia in quello che stavamo facendo».

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«Sono contento di avere anche ritrovato l’anima da combattente, che in alcuni momenti, forse anche un po’ per stanchezza, mi era mancato. Mi sono sentito libero in campo, con le idee chiare, con la giusta voglia di lottare». Con la vittoria, torna in top 50 (sarà 44): «Alla classifica non guardo in questo momento, forse il fatto di essere sceso nel ranking mi ha fatto provare una situazione diversa che mi ha fatto crescere». Per lui, comunque, un posto nella storia c’era già, perché è stato l’ultimo avversario sconfitto da Federer, negli ottavi di Wimbledon 2021: «Ho visto il suo ritiro, è stato da pelle d’oca. Per me lui rappresenta tutto. Ho iniziato a giocare perché vedevo lui, le sue partite erano le uniche che non potevo mai perdermi». Bentornato, Sonny Boy.

Intervista a Borg. Borg, l’inchino del Re (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Lo svedese che ha illuminato il tennis diventandone leggenda si è ritirato giovanissimo, ma la sua iconica rivalità con John McEnroe continua. Anche con i capelli bianchi Lui sulla panchina dell’Europa, lo statunitense alla guida del Resto del Mondo. E se nella vita con la racchetta i loro confronti sono cristallizzati su un perfetto 7-7, in Laver Cup Bjom Bjorg dopo la sconfitta di ieri, è avanti 4-1.

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Borg, quanta storia del tennis qui a Londra. Lei, McEnroe, Federer, Nadal, Djokovic… «Il tempo e i campioni passano, ma il tennis resta. Va avanti, sopravvive a qualunque giocatore. Il tennis è più grande di tutto». Cos’ha rappresentato, e rappresenta Roger Federer? «Per il giocatore parlano i titoli e quello che ha fatto sul campo. Ma il suo merito più grande è stato portare il tennis a un altro livello. Roger è un’icona globale, è ammirato, amato, applaudito da tutti Ha ispirato altre generazioni. E poi è umanamente una grande persona, gentile, affabile, disponibile». Il momento dei saluti è stato molto commovente. «L’impatto emotivo di quell’immagine, di Roger in lacrime, è stato forte. Per me, essere accanto a lui nel giorno del suo saluto, come amico oltre che “collega” è stato importante».

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C’è qualcosa che ha mai invidiato allo svizzero? «Non sono un tipo invidioso, ma avendone la possibilità penso che gli avrei rubato… lo slice di rovescio». E cosa pensa di questo grande legame con il rivale Nadal? «Sono stati sul circuito insieme per tanti anni. Hanno vissuto le stesse esperienze. Si sono motivati a vicenda e sono migliorati grazie al confronto costante. Che Rafa abbia scelto di lasciare casa sua solo per venire qui ad accompagnare Roger in questo momento è un valore aggiunto della loro amicizia. Il finale perfetto». Matteo Berrettini è entrato in gara per sostituire Federer e il suo contributo alla squadra europea è stato importante… «Matteo è un tennista fantastico, e *** grande potenza, grande forza Ed è un bravissimo ragazzo. Ha giocato già lo scorso anno qui e sta continuando a crescere e migliorare come tennista. Averlo con noi è importante, sia per chi come me stasedutosulla panchina e fa il capitano, sia per la gente seduta in tribuna». ›

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Prima Borg-McEnroe, poi Federer-Nadal, cosa pensa della rivalità Sinner-Alcaraz per il futuro del tennis? «Tutto il bene possibile. Il nostro sport si nutre di rivalità, e quella tra il vostro Jannik e Alcaraz è spettacolare già dai primi confronta Sarà bello vederli crescere, ci aspettano tanti match divertenti come quelli che hanno già giocato. Potete stare tranquilli, il futuro del tennis è in buone mani».

Fuori dal tunnel. Sonego batte Bublik e le provocazioni (Stefano Semeraro, La Stampa)

Lorenzo Sonego esce dal tunnel e si unisce al gruppo. È stato un anno tosto per il quarto uomo del tennis italiano: 10 sconfitte all’esordio, il calo in classifica, il posto da titolare perso in Davis. La vittoria nell’Atp 250 di Metz contro l’imprevedibile kazako Alexander Bublik (7-6 6-2) lo riporta fra i primi 50 del mondo, alle spalle solo di Sinner, Berrettini e Musetti. Cioè gli altri azzurri che nel 2022 hanno vinto un titolo Atp: due Berrettini (Stoccarda e Queen’s), uno a testa Musetti (Amburgo) e Sinner (Umago), oltre a quello Wta portato a casa a Rabat da Martina Trevisan.

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Si riaccende così il radar sul «Polpo», il primo italiano ad autografare l’albo d’oro del Moselle Open, che ha ricominciato a macinare tennis di livello. Il suo infatti non è stato un cammino banale: Karatsev al primo turno, poi Simon, nei quarti l’americano Korda che al turno precedente aveva eliminato Musetti, in semifinale il colpaccio contro il n. 10 del mondo Hubert Hurkacz. Bublik, il Kyrgios asiatico (russo di nascita) che alterna grandi giocate a provocazioni circensi ha sfoggiato le prime a inizio partita, costringendo Lorenzo a salvare 3 palle break consecutive nel quinto game e a un tie-break di grande concentrazione.

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Per «Sonny» è il 3° titolo in camera dopo quelli di Antalya (erba) e Cagliari (terra), il primo sul cemento indoor, una superficie sulla quale era già arrivato in finale nel 2020 a Vienna (quando sconfisse Djokovic).

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Le lacrime di due campioni (Cocchi, Azzolini, Marcotti, Piccardi)

La rassegna stampa di domenica 25 settembre 2022

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Federer, le lacrime e la mano dell’amico Nadal – Rafa prende Roger per mano «Anch’io stavo per smettere» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

E’ stata una notte storica. Di sport e di cuore. Di lacrime e sorrisi. Roger Federer è un ex. L’ultima palla della sua carriera è caduta a mezzanotte e mezza di ieri sul meridiano di Greenwich, dove sorge la 02 Arena, costruita nel 2000 per festeggiare l’entrata nel nuovo millennio. Roger Federer piange, singhiozza, fa estrarre i fazzoletti anche a Bill Gates che sta in tribuna, ospite d’onore di uno spettacolo indimenticabile. Il più bravo che singhiozza, sopraffatto dall’emozione dopo la partita con l’amico Rafa, rivale di una vita, che lo tiene per mano. Questa è stata una delle sue vittorie più importanti: «Siamo sempre stati molto legati, soprattutto negli ultimi dieci anni. Sono felice di poter chiamare Rafa e parlare di qualsiasi cosa, spero che anche lui si senta allo stesso modo, anche se non lo facciamo spesso. Abbiamo apprezzato molto la compagnia l’unoi dell’altro, abbiamo molto da ricordare, ma ci siamo anche divertiti. Ogni serata che trascorriamo insieme troviamo un milione di argomenti da trattare e il tempo non è mai abbastanza». Rafa ha voluto essere vicino a Roger in questo momento: «Il fatto che sentiamo l’appoggio delle nostre famiglie penso dimostri quanto sia forte il nostro legame e poi ora diventerà padre anche lui, potrò dargli qualche consiglio. Intanto lo avviso che non sarà per niente facile!». Coach di pannolini, ma anche progetti in comune, forse una serie di esibizioni, come quella record in Sudafrica per la fondazione dello svizzero. Un modo per tenere uniti i suoi mondi. Dopo la pioggia di lacrime arriva il sereno, alle due di notte quando si presenta per l’ultima volta alla stampa, sempre insieme a Rafa «Non sono triste, le mie erano lacrime di emozione e gratitudine. Per la carriera che ho avuto, per la famiglia che ho, per la vita che continua. Perché sono sano, va tutto bene e questa non è la fine». I progetti per il futuro sono tanti, forse troppi ed è prematuro elencarli, ma già anticipa qualcosa. Sarà un ambasciatore dello sport. «Quello che ho sempre amato della mia professione è stato trasmettere la mia passione per lo sport ai tifosi. Non ho piani di alcun tipo su dove, come o quando. Tutto quello che so è che mi piacerebbe giocare in posti dove non l’ho mai fatto prima, per incontrare le persone che mi hanno supportato per così tanto tempo. In molti avrebbero voluto essere a Londra, ma i biglietti sono finiti in fretta e presto penso avremo un’altra occasione per festeggiare tutti insieme». […] «Avevo bisogno di tutto questo, avevo paura di essere solo in un momento così difficile». Impossibile, c’era Rafa compagno sul campo e c’era Mirka, moglie, madre e consigliera, che lo coccola come un bambino. A lei il pensiero più commosso: «Avrebbe potuto dirmi di smettere tanti anni fa e invece mi ha permesso di continuare. Anche per questo le sarò sempre riconoscente». Anche noi.

Si sono tenuti per mano, hanno pianto insieme. Molto più che amici Federer e Nadal, sono due che hanno attraversato insieme la stessa vita, gli stessi dolori, le stesse fatiche, le stesse delusioni. È stata molto di più che una cerimonia di addio, quella di venerdì notte, è stato un rito di passaggio. Perché stringendosi quelle mani che decine di volte si sono strette sotto rete, hanno stretto un patto silenzioso. Le parole di Rafa Nadal dopo la notte di Londra rendono perfettamente l’idea di ciò che è stata: «Insieme a Roger se ne va anche un pezzo della mia vita». E proprio per questo lo spagnolo ha voluto esserci nonostante le difficoltà e i dolori. Quando ha saputo, con 10 giorni di anticipo rispetto al mondo, che questa sarebbe stata l’ultima partita si è preparato, si è curato con ancora più attenzione per non deludere il compagno di strada. Ed è stato un sacrificio, perché questo 2022 per Nadal è stato di trionfi e dolore. Diviso a metà. Gioie fino a Parigi, dolori e problemi continui per tutta l’estate. Tanto da fargli meditare seriamente l’addio: «In questo momento non sto bene, ecco perché non giocherò – ha spiegato prima di dare forfeit per il resto della Laver Cup e rientrare in Spagna -. Adesso non ci sto pensando, ma confesso di esserci andato vicino in diversi momenti dùrante questa stagione. Addirittura pensavo che il Roland Garros di quest’armo sarebbe stato l’ultimo torneo della mia carriera professionale». Usa un termine forte, “disgrazia”. per spiegare cosa è stata la seconda parte del suo anno. «Dopo la gioia del Roland Garros è andato tutto storto – continua -. È stata una serie di disgrazie importanti a livello fisico, che si sono aggiunte alla mia situazione personale». Rafa si riferisce alla gravidanza difficile di sua moglie Xisca, ricoverata in ospedale prima dello us Open per complicazioni e ovviamente a tutti gli infortuni tra piede e addominali che lo hanno frenato nella seconda parte della stagione. «In ogni caso in questo momento non voglio pensare al ritiro o ad altro, la mia massima priorità è che il mio problema personale venga risolto e poi organizzerò la mia vita nel modo giusto. Ho bisogno di essere tranquillo in tutte le aree della mia vita, quella personale e professionale. Dormo pochissimo da diversi giorni – confessa – è uno stress difficile da gestire Solitamente devo occuparmi di questioni che riguardano me, la mia professione, ma questa volta è diverso. In casa la situazione è più complicata del solito, ma per fortuna ora va tutto meglio e sono riuscito a venire qui, un momento molto importante per me e per Roger». Un sacrificio da vero amico, come sicuramente avrebbe fatto anche lo svizzero in un momento così importante «Abbiamo un ottimo rapporto, lui lo ha già spiegato. So che è stato un momento difficile per lui con l’infortunio al ginocchio e ha fatto un enorme sformo fisico e mentale per poter tomare. È fantastico che sia riuscito a ritirarsi in campo, era quello che più desiderava ed era giusto così. Non potevo mancare a questo appuntamento, indipendentemente dalle mie situazioni personali». […]

 

Fino all’ultima lacrima (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Le lacrime dell’addio sono le più sincere e inconsolabili. Vanno giù da sole, e risalgono, e ricominciano. Sono anche le più contagiose. Sciolgono i pensieri e le parole, e lasciano spazio solo a occhi che luccicano, ovunque. Tra i compagni di cordata, tra gli avversari che per una volta avversari non sono, negli sguardi che si scambiano Borg e McEnroe. Sui volti tesi di chi, tra il pubblico, cerca di resistere alle lacrime e cede di schianto al primo gesto amichevole di chi gli sta accanto. Nadal appare accorato, quasi dolente, la foto della serata lo trova accanto a Roger seduto sulla panca del campo, con tutto il Team Europe che fa da contorno, e i due piangono, ma Rafa è quello che piange di più. C’è nell’addio di Roger anche una parte di Rafa che se ne va. Si chiude ìl portone di un’era lunga venticinque anni, che ha preso forma dal confronto dei loro caratteri opposti, lo Yin e lo Yang del tennis, le due polarità energetiche che nel congiungersi rendono il mondo comprensibile e a suo modo perfetto. L’applauso che giunge continuo, inesauribile, dalle tribune della 02 Arena non è rivolto solo al campione che molto ha vinto ed è entrato nella leggenda. E’ il tributo a un ex ragazzo di 41 anni che abbiamo visto crescere, che non ha mai smesso di migliorare, colpi, carattere, parole, gesti, look, pensieri, comportamenti. Mai presuntuoso, mai fuori posto, mai smodato. Lo abbiamo visto diventare sempre più bravo, così bravo da saziarci, da riempire le nostre attese delle sue magie, da farci sentire felici di poterlo rivedere una volta di più. E’ stato un’ispirazione, Roger Federer, un modo per farci sapere che si può crescere all’infinito, è stato un dispensatore di felicità. Come Maradona nel calcio, Ali nel pugilato, Bolt nella corsa. […] In mezzo al campo, illuminato da un faro viene invitato da Jim Courier a dar corso ai pensieri. «Provaci, non sarà così difficile». Federer dice subito che temeva questo momento, si scusa delle lacrime, ma solo un po’, e con il tono di chi non può farci nulla. «Pensavo di poter gestire questo addio, e credo di esserci riuscito. Piango ma credetemi, sono lacrime di felicità. E’ stata più dura per alcuni membri del mio staff. Sto bene, ho superato le giornate dei pensieri mesti, ho rivissuto i momenti piu belli della carriera, ho provato dolore nel considerare che ormai appartengono al passato, ma è cosl, è giusto così Questa serata l’ho vissuta nella felicità». […] E su Nadal. «Siamo sempre stati molto legati, ma negli ultimi dieci anni ci siamo avvicinati di più. Siamo due grandi appassionati del nostro sport, ci sentiamo connessi anche su molti altri temi, ne parliamo, basta alzare il telefono e chiarnarci. Lo facciamo, non così spesso, ma lo facciamo. C’è un bel rapporto tra le nostre famiglie. Abbiamo apprezzato molto la nostra compagnia, ci siamo divertiti e abbiamo anche molto da ricordare e un milione di argomenti di cui parlare». […]

Federer: «Sono felice. Non è la fine della fine» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Lacrime di commozione, ma anche di felicità. Un’esplosione di emozioni intense, agrodolci. Sugli spalti, come in campo. Tra i suoi tifosi, accorsi in gran numero per l’addio, ma anche sui visi stravolti dei suoi avversari di sempre, con lui nella notte dell’addio. Che lo hanno confortato, accompagnato, accudito. Venerdì sera, a Londra, dove è andata in scena l’ultima danza di Roger Federer. Il suo congedo dal tennis, che suggella 24 anni di vittorie, record e meraviglie con la racchetta. Una notte indimenticabile per gli oltre ventimila spettatori in tribuna. Rimasti ben oltre la mezzanotte per assistere all’epilogo del match di doppio disputato in coppia con l’eterno amico-rivale Rafa Nadal. Altrettanto commosso, in un pianto che non ha saputo controllare durante il discorso post-match di Federer, tra occhi umidi, singhiozzi e applausi. «Sono contento perché sono riuscito a dire tutto quello che volevo dire — ha ricordato il giorno dopo Federer -. Non avevo più quei torcioni in pancia che per giorni mi avevano impedito di mettere in fila due pensieri. Non sapevo cosa sarebbe successo dopo il match, cosa si aspettassero da me o quanto sarebbe durato il tutto. Essermi guardato attorno e aver visto tutti così emozionati è stato meglio o peggio? Non lo so veramente! Ma sono quei volti attraversati dall’emozione che resteranno sempre con me». Da ieri è cominciato un nuovo capitolo per Federer, lontano dai campi di tennis. «Mi sono ripetuto per tutto il tempo che non era la fine della fine. La mia vita va avanti: sono sano, felice, tutto è fantastico. E’ stato uno di quei momenti che accadono nella vita, doveva andare così, ed è andata bene. Me lo sono ridetto anche in campo, perché ero davvero felice». Una lunga commossa standing ovation carica di gratitudine ha salutato l’uscita di scena di Roger Federer. la sua ultima esibizione, seppur terminata con una sconfitta contro la coppia statunitense Sock-Tiafoe, resterà per sempre impressa nella memoria di tutti i presenti alla 02 Arena. Un brivido che ha attraversato le tribune, arrivando fino al campo. Impossibile resistere all’intensità di quel congedo: la commozione di Federer è presto diventata quella di tutti i suoi compagni. Fra i più commossi, Nadal. «E’stata una giornata difficile da gestire, alla fine è stato molto emozionante — il ricordo del maiorchino -. Per me è stato un grande onore aver fatto parte di questo momento storico per il nostro sport. Ma allo stesso tempo, avendo condiviso così tanto così a lungo, il ritiro di Roger significa che anche una parte importante della mia carriera finisce qui». […]

Le lacrime di Federer e Nadal. Il sigillo alla rivalità più bella (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Un maschio che piange, nel tennis, è ammesso: ce l’ha insegnato Sampras. Due, carissimi rivali, non si erano mai visti e non stupisce che a prendere l’iniziativa del gesto sia stato lo svizzero: Roger piangeva per la nostalgia di ciò che non sarà più («Sono lacrime di gioia, bambini, sorridete» ha detto ai figli provando a convincere ad alta voce, innanzitutto, se stesso), Rafa perché insieme a Federer — 40 sfide in 15 anni — se n’è andata una parte di lui, inghiottita dal ritiro del più bravo di tutti, che si è portato in pensione tre lustri di storia comune. Senza Nadal non ci sarebbe stato un Federer così bello; senza Federer, l’evoluzione di Nadal sarebbe rimasta un binario morto. Ieri l’ha detto Berrettini, promosso singolarista in Laver Cup: «Se tu non avessi giocato a tennis, io non esisterei». […] Nadal in lacrime è un inedito che prelude, dopo Serena Williams e Roger Federer, all’addio di un altro immortale del tennis. Lui. «Non sono pronto a pensarci, ho davvero creduto che il Roland Garros fosse il mio ultimo torneo, ora ho cose più importanti a cui dedicarmi» ha detto Rafa alla Laver Cup, disertata subito dopo il doppio per tornare a Manacor, dove a settimane, in fondo alla gravidanza non facile di Xisca, è atteso il primo erede. Federer dall’esame di coscienza del neopapà globetrotter era passato a un’età più verde di Rafa, che ha 36 anni e un motore dal chilometraggio (il)limitato, di certo nei loro colloqui privati hanno parlato del bivio che attende l’ex niño: continuare? Per quanto? E fino a dove, Parigi per la quindicesima volta? Piangeva guardandosi riflesso nello specchio di Federer, Rafa, improvvisamente anziano e rugoso come Dorian Gray uscito di colpo dal dipinto. Quando Nadal debuttava nel circuito (prima vittoria Atp il 29 aprile 2002), Federer — maggiore di quattro anni, nove mesi e 26 giorni — si era già annesso il secondo titolo della carriera. Nessuno dei due è in grado di risalire con precisione al primo incontro. «Io sono arrivato e lui era già lì — ha ricordato Rafa a Londra —, per me Roger è sempre stato l’avversario da battere». Mai con acrimonia, cattivi sentimenti, malanimo. Mai. «Al di là degli stili opposti, siamo simili» ha ammesso Federer centrando il viaggio esistenziale di due anime gemelle inserite in corpi paralleli. […]

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Rassegna stampa

Oggi l’addio al tennis di Federer (Strocchi, Marcotti, Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 23 settembre 2022

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Roger e Rafa all’ultimo ballo (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

I ventimila che affolleranno stasera le tribune della 02 Arena potranno urlare al mondo e raccontare un giorno ai nipoti: «Io c’ero». Gli altri, meno privilegiati, dovranno accontentarsi della diretta televisiva o di qualche altra forma mediatica. Ma c’è da credere che saranno milioni, in tutto il pianeta, gli occhi puntati verso l’impianto di Londra teatro del match di addio di Roger Federer nella giornata di apertura della Laver Cup 2022, l’esibizione che lo stesso fuoriclasse svizzero co-organizza e che vede il Team Europe sfidare il Team World sul modello della Ryder Cup di golf. Il desiderio del diretto interessato non poteva non essere esaudito e quindi il 41enne campione di Basilea giocherà l’ultima partita di una delle carriere più prestigiose di tutti gli sport con l’amico-rivale di sempre Rafael Nadal, non come avversario ma come compagno di squadra in doppio, affrontando dall’altra parte della rete gli statunitensi Jack Sock e Frances Tiafoe. «È speciale poter giocare con Rafa ancora una volta. Questa partita è decisamente diversa dalle altre, sono sicuro che sarà meraviglioso», ha anticipato Federer, vincitore di 20 titoli Slam e che da domani lascerà spazio a Matteo Berrettini, chiamato come riserva da capitan Bjorn Borg. Sensazioni condivise anche dal maiorchino, che per oltre quindici anni ha battagliato con l’elvetico: 40 i testa a testa (24 vittorie a 16 per lo spagnolo), alcuni dei quali leggendari, per la rivalità più emozionante della storia del tennis. «Essere parte di questo momento storico è qualcosa di incredibile e indimenticabile – ha confessato Nadal in conferenza stampa – Sono super impaziente, spero che ci divertiremo. Sarà una pressione diversa, dopo tutte le grandi cose che abbiamo condiviso dentro e fuori dal campo. È il giocatore più importante della mia carriera e sono molto grato di poter giocare con lui. Abbiamo dimostrato che l’amicizia può prevalere sulla rivalità», ha sottolineato, con evidente emozione, il 36enne di Manacor, detentore del record di 22 trofei Slam. Numeri che testimoniano l’unicità di questa generazione di fenomeni. «Quel che mi mancherà sono i piccoli momenti subito dopo i match. Le cene con i compagni di squadra parlando soprattutto di cose che non riguardavano il tennis», ha riconosciuto Federer. Sensazioni assaporate anche ieri, visto che nel pomeriggio per provare l’intesa Roger e Rafa si sono allenati con Djokovic e Murray all’02 Arena, ovvero i Fab Four riuniti dopo tanto tempo, per un allenamento da urlo. «Un’esperienza che capita una volta nella vita: quella di dividere il campo con queste leggende e questi rivali. Grazie alla Laver Cup che la rende possibile. Non vedo l’ora di vivere un grande weekend di tennis, celebrando la carriera di Roger», le parole di Djokovic su Instagram. Autoironico, in stile british, il commento di Murray: «I Big3 insieme e un pagliaccio… Non si vedono spesso sessioni di allenamento così. Che privilegio essere sul campo di allenamento con questi ragazzi ancora un’ultima volta». Insomma, tutto è pronto per lo speciale “The Last Dance” di Federer. […]

Gli altri tre Fab: «Grazie Roger» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

 

«E’ un giorno triste». Un’amarezza mista a gratitudine. Alla vigilia dell’evento che concluderà la carriera di Roger Federer, Novak Djokovic usa parole di riconoscenza per lo svizzero, «il miglior esempio possibile», soprattutto nella prima parte della sua carriera, per crescere e migliorare. «I primi anni che ero nel circuito facevo fatica, soprattutto negli Slam perdevo spesso i match importanti. Poter vedere da vicino come Roger si comportava, fuori e dentro il campo, mi ha dato una grossa mano». Due decenni da avversari, separati da una rete, e una rivalità cresciuta negli anni. Mille i ricordi. «Senza dubbio però i migliori momenti sono stati quelli che abbiamo vissuto qui, alla Laver Cup. Ricordo la prima volta a Chicago, quattro anni fa. Sono stati giorni pieni di risate. Questo è un torneo anomalo, ci permette di trascorrere tanto tempo assieme e in un certo senso possiamo anche conoscerci meglio». E anche prendersi in giro, come quando il serbo sceglie i match più significativi giocati contro Federer. «Sono sicuramente due. Il primo la mia prima finale Slam, a New York nel 2007, che ho perso. E poi la finale di Wimbledon del 2019, mi dispiace Roger». Pronta la risposta dell’interessato: «Nessun problema, l’ho rimossa». […] Ha la consapevolezza che l’eredità di Federer, dentro e fuori dal campo, durerà a lungo. «Non c’è dubbio, ha rappresentato un modello incredibile, la sua eredità resterà per sempre». NADAL: «Un grande amico, un fantastico avversario». Questo è Roger Federer per Rafa Nadal. La loro rivalità ha caratterizzato il tennis mondiale oltre gli ultimi 20 anni. Le loro carriere sono trascorse quasi contemporaneamente, spingendosi l’uno con l’altro sempre più in alto, nel segno di una costanza di risultati che non ha precedenti nel tennis. «Sono molto contento di essere qui, è un’occasione che non avrei voluto perdere per nessuna ragione. Mi sento onorato di aver condiviso così tanti momenti con Roger in campo, e di aver fatto parte della sua carriera. E’ stato un giocatore incredibile, un talento unico». Rafa è arrivato a Londra all’ultimo minuto, trattenuto a Majorca dalle condizioni di sua moglie, Maria Francisca, che attende il loro primogenito. Ora che la situazione appare sotto controllo, Rafa non ha perso tempo a raggiungere il team Europe. «E’ un momento speciale perché si ritira forse il tennista più importante della storia del tennis. Lascia dopo una super carriera, di cui in qualche modo ho fatto parte anche io». Come in occasione della finale degli Australian Open 2017, a prescindere dall’esito finale che aveva regalato a Federer un insperato Slam. «Pochi mesi prima sia io che lui non sapevamo se saremmo riusciti a tornare a giocare a certi livelli. Era venuto a trovarmi a Majorca, in occasione dell’apertura della mia accademia, e zoppicavamo entrambi. Essere arrivati in finale a Melbourne assieme, poche settimane dopo, è stato qualcosa che ci ha unito per sempre». Anche per questo Federer ha chiesto e ottenuto da Bjorn Borg di giocare proprio con Rafa il doppio dell’addio. «Sarà molto emozionante, ma come sempre prevarrà la voglia di vincere», promette Nadal. MURRAY – Per Andy sarà la prima volta alla Laver Cup. Un invito che lo scozzese sperava ardentemente che arrivasse, prima o poi, nonostante i guai fisici che ha dovuto superare negli ultimi anni. «L’ho sempre guardata in televisione e ho sempre sperato di essere convocato per questo torneo. E’ una manifestazione che mi piace molto, soprattutto perché si gioca a squadre. Quest’anno inoltre mi fa piacere doppiamente perché significa partecipare all’addio di Federer. Ci sarà un’atmosfera incredibile alla 02 Arena». Murray scenderà in campo subito prima del doppio di Federer, in coppia contro lo spagnolo Rafa Nadal. «Sarà speciale condividere con loro il campo, non vedo davvero l’ora. Sarà una fantastica esperienza, una di quelle notti che resteranno sempre con me per sempre». Come tutti gli appassionati, anche Andy Murray è rimasto sorpreso dall’annuncio del ritiro. «Sinceramente non me lo aspettavo, all’inizio credevo che fosse una delle tante fake news. Adesso che ho avuto modo di parlare di persona con Federer ho anche capito le sue motivazioni. Ovviamente non posso che fargli gli auguri per il suo futuro. Ma allo stesso tempo lo voglio anche ringraziare, per tutto quanto ci ha dato in questi anni». […]

Lo scudiero del Re (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La prima volta che si sono affrontati, lui gli aveva chiesto quanto avrebbe dovuto pagare per la lezione di tennis. Era il 2019, ottavi di Wimbledon. Un momento e una lezione che Matteo Berrettini non dimenticherà mai. E da cui, davvero, ha imparato tanto. Abbastanza da arrivare fino alla finale sui prati di Church Road due anni dopo e essere invitato a Londra alla festa di Re Roger. Un privilegio, soprattutto perché il romano entrerà in campo come sostituto dello svizzero da domani, dopo il ritiro ufficiale dalla competizione, ma soprattutto dal tennis del Magnifico. Ieri, nella conferenza stampa del Team Europe di cui fa parte, Matteo era seduto accanto a Andy Murray e ascoltava i Big 4 insieme a Borg schierati allo stesso tavolo. Aveva un’espressione tra il curioso e l’incredulo. Stare nella stessa squadra, allenarsi, cenare con Federer, Djokovíc, Nadal e Murray è un’occasione irripetibile. «Matteo, come si sta in compagnia di 77 Slam, 5 ori olimpici, 933 settimane da numero 1? «Si vedeva che avevo l’aria un po’ stranita, vero? È che faccio fatica ancora a realizzare di essere qui tra loro. Devo trovare l’equilibrio. Un momento prima dico “oddio com’è che sono in mezzo a questo fenomeni?”, un minuto dopo mi gaso “Sono uno di loro!”».

Beh, ha fatto una finale a Wimbledon, semifinale negli Usa, top 10 per due anni e mezzo. Perché dovrebbe stupirsi?

Vero. Ma è bello che io mi stia ancora emozionando, e che mi vengano ancora brividi a pensare che tutto quello che ho fatto mi ha portato a meritare di essere qui. In più, oltre a loro c’è anche Borg, un mito. Non ero ancora nato quando giocava ma la sua leggenda va oltre il tempo. È una persona davvero alla mano e simpatica. Il bello e che continuava a ripetere di essere felice di stare in mezzo a giocatori così forti. Al che mi veniva da dirgli “ma scherzi? Tu sei Borg e noi saremmo quelli forti?”

È stato invitato alla festa più ambita, ha avuto modo dl parlare un po’ con Federer?

Per me è pazzesco essere qui. Non solo per Roger, ma anche per tutti gli altri giocatori del team. Ma certamente c’è un’emozione speciale in questo evento. Sì, mi ha raccontato un po’ delle difficoltà che ha affrontato negli ultimi mesi. Il fatto che non è stato facile accettare l’idea di non riuscire a giocare. Poi però si è guardato indietro e ha visto quanto di buono ha fatto e quanto e stato bene in tanti anni di carriera, al di là del trofei. Ha detto che smette senza alcun rimpianto.

Magari se le avesse dato qualche dritta sulla gestione e il rientro dagli infortuni, Roger avrebbe continuano ancora un po’.

Ma infatti, bastava chiedere all’esperto… È che lui ha iniziato a farsi male troppo tardi, a 35 anni, gli mancava l’esperienza. Scherzi a parte, nel suoi occhi ancora si vede quanto ami questo ambiente, quanto è appassionato. E penso sia anche il motivo per cui ha giocato per così tanto tempo, per pura passione e amore per il gioco. Gli sembrerà strano rinunciare a quella che è stata quasi tutta la sua vita, però lo vedo sereno, ha tantissime persone intorno che gli vogliono bene, una bella famiglia. Non si annoierà di sicuro.

Cosa significa Federer per lei e per la sua generazione di tennisti.

Sembra scontato ma ovviamente è l’idolo. II punto di riferimento di tutti noi che siamo cresciuti vedendolo giocare. Molti hanno continuato a lavorare sodo sperando di fare un giorno quello che fatto Roger. Siamo cresciuti nel suo esempio. Che è irripetibile.

Ha detto più volte the Roger Federer è stato un esempio a cui guardare per tutta la carriera. In che modo?

Quando ero piccolo mi fecero vedere un video di Roger che spaccava una racchetta e ci rimasi male. “Come? Anche lui spacca le racchette?”. E poi è diventato un giocatore di straordinaria calma ed eleganza. Questo mi ha fatto capire che lavorando su sé stessi si può cambiare, si può migliorare. All’epoca pensai “beh allora c’è speranza anche per me che non sto zitto un attimo. Posso migliorare la mia indole”. E infatti non ho più smesso di lavorare su me, stesso cercando di crescere. […]

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