Disastro azzurro in California: la maledizione di Indian Wells. Sperando in Miami

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Disastro azzurro in California: la maledizione di Indian Wells. Sperando in Miami

Un solo set vinto in quattro partite, così male solo nel 2011. Nessuna azzurra nel tabellone femminile. Le ragioni di un torneo pessimo per i colori azzurri. La tradizione negativa nel torneo americano. E a Miami…

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Fabio Fognini - Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Se è vero che una rondine non fa primavera, è altrettanto vero che la primavera (alle porte) del primo Masters 1000 dell’anno non deve fare da… uccello del malaugurio. L’Italia del tennis è uscita con le ossa rotte già dopo i primi giorni del grande torneo americano, ma avrà tutta la stagione per invertire la rotta, soprattutto con l’avvento dell’amata terra rossa.

Tuttavia, il dato statistico che emerge dal primo torneo del Sunshine Double è decisamente inquietante. Avevamo quattro azzurri in tabellone, due (Fognini e Cecchinato) tra le teste di serie, e tutti e quattro sono stati eliminati all’esordio. In quattro partite siamo riusciti a portare a casa un solo set con Matteo Berrettini contro Sam Querrey, in un match che il giovane azzurro avrebbe potuto portare tranquillamente a casa. Male Seppi, ko senza molte attenuanti contro Gojowczyk, mentre un discorso a parte meritano i nostri due primi giocatori.

Fabio Fognini ha iniziato l’anno molto male, nel tour sulla terra sudamericana, solitamente terreno fertile per il suo palmares, ha collezionato solo sconfitte e con queste premesse non c’era molto da aspettarsi contro un giocatore in ottima forma come il moldavo Albot. Perdere il primo set 6-0 totalizzando solo 8 punti però la dice lunga sul momento di down prolungato dell’azzurro, al quale non avrà certo giovato il sorpasso in classifica da parte di Marco Cecchinato. Dopo la splendida stagione appena trascorsa, la migliore in carriera per continuità di risultati, Fabio fa fatica a ritrovarsi, e il linguaggio del corpo mostrato in questi primi mesi del 2019 è preoccupante. Fognini ha a più riprese dichiarato di sentire il bisogno della vicinanza della famiglia e dopo anni sul tour e con l’arrivo della paternità, ciò è decisamente comprensibile, ma con l’arrivo della stagione “vera” sulla terra deve guardarsi dentro e trovare la forza di reagire: sul rosso è ancora in grado di fare la differenza e dare filo da torcere ai più forti.

 

Marco Cecchinato e il cemento non hanno un buon rapporto e a Indian Wells se n’è avuta un’altra conferma: sei game raccattati contro l’onesto Ramos-Vinolas sono davvero poca cosa. Fino a Parigi Marco ha una bella occasione per incrementare ulteriormente il suo ranking, ma di sola terra rossa non si può vivere.

Il primo Masters 1000 stagionale ha emesso un verdetto tremendo: per trovare quattro sconfitte in quattro partite bisogna ritornare al 2011 quando Fognini, Seppi, Starace e Cipolla completarono l’identico en-plain al rovescio.

Storicamente però, il deserto della California non è mai stato particolarmente benevolo con i colori azzurri. Restringendo l’analisi agli ultimi quindici anni, da quando nel 2004 il tabellone si è ampliato a 98 giocatori con 32 teste di serie esentate dal primo turno, in una sola occasione abbiamo chiuso il torneo con un bilancio positivo. Nel 2014, grazie soprattutto all’exploit di Fabio Fognini che si issò sino agli ottavi di finale (dopo un bye all’esordio, battè Harrison e Monfils prima di cedere alla bestia nera Dolgopolov), chiudemmo con quattro vittorie (di Seppi su Querrey e Lorenzo su Carreno le altre due) e tre sconfitte. Per il resto tanti brutti ko e poche soddisfazioni, come la vittoria sempre di Fognini su Tsonga nel 2017.

Oltre alla storica poca attitudine per i campi veloci dei tennisti azzurri, c’è da considerare che spesso i nostri giocatori arrivano a Indian Wells direttamente dal Sudamerica, senza giocare alcun torneo sul cemento prima del Sunshine Double, anche se per la verità Seppi e Berrettini questa volta avevano giocato rispettivamente ad Acapulco e Dubai, perdendo anche lì all’esordio. E se consideriamo anche i due tornei appena citati che hanno preceduto Indian Wells, con le sconfitte di Gaio con Gojowczyk e Fabbiano con Verdasco, ecco che nelle ultime tre settimane il bilancio azzurro sul cemento assume i contorni del disastro con un inquietante 0-9.

L’obiettivo si sposta su Miami, sperando si possa invertire la rotta (per ora è iniziata benino nelle qualificazioni, con due vittorie e due sconfitte). In Florida, Fabio Fognini ha raggiunto il miglior risultato in carriera in un Masters 1000 con la semifinale del 2017 (eguagliando l’altra semifinale di Montecarlo 2013) e proprio questo exploit rende il bilancio azzurro leggermente migliore rispetto all’altra metà del Sunshine Double. Dal 2004 al 2018 a Indian Wells abbiamo vinto 27 partite, perdendone 49, a Miami il bilancio è 30-48. Insomma, tra California e Florida negli ultimi quindici anni, portiamo a casa una partita su tre. Siamo una nazione storicamente a forte connotazione “terraiola” ma nel tennis del nuovo millennio, con l’assimilazione delle superfici, bisogna decisamente fare meglio.

La nuova generazione di giocatori azzurri per fortuna sembra essere piuttosto predisposta per il tennis sul duro, Berrettini ha tutte le armi per fare bene su questa superficie e anche i giovanissimi che stanno venendo fuori (Musetti e Sinner su tutti) fanno ben sperare. La vittoria di Matteo nel ricco Challenger di Phoenix e i buoni risultati di Caruso, Sonego e Napolitano nel circuito minore ne sono la conferma, e già a partire dalle qualificazioni di Miami si attendono buoni risultati.

Altro discorso, purtroppo, quello che riguarda il circuito femminile. Nel 2014 Flavia Pennetta alzava il trofeo ad Indian Wells, gustando un meraviglioso antipasto di quello che sarebbe successo l’anno dopo a New York. Quest’anno, complice anche l’infortunio di Camila Giorgi, non abbiamo avuto un’azzurra in tabellone a Indian Wells, e avremo soltanto Camila in Florida. Ma questa è un’altra storia.

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Torneo UTR in Florida, cancellate le finali ma l’idea ha un futuro

Il torneo in Florida non si è concluso per colpa della pioggia, ma potrebbe diventare un modello (nel bene e nel male) per il prosieguo della stagione

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UTR Pro Match Series 2020 (via Twitter, @AnisimovaAmanda)

Ieri si sarebbe dovuto concludere l’edizione femminile dello UTR Pro Match Series di West Palm Beach, in Florida, le cui finali non si sono però potute disputare per via dell’acquazzone tropicale (in senso etimologico per una volta) che ha colpito il Sunshine State. La pioggia non si è praticamente mai fermata da sabato, impedendo che si concludesse persino il round robin – l’ultimo match avrebbe visto in campo Ajla Tomljanovic e Danielle Collins. Per dovere di cronaca, riportiamo i risultati del sequel della vittoria di Reilly Opelka di due settimane fa. Il gironcino si è dunque arrestato con Alison Riske già qualificata per la finale con un record di 2-1, mentre Amanda Anisimova era già eliminata sull’1-2 – l’ultimo match fra l’australiana e l’americana, entrambe 1-1, avrebbe determinato la seconda finalista.

Mentre il risultato finale ha un valore men che relativo, è interessante riflettere su ciò che l’esperimento potrebbe comportare in futuro. Il torneo è organizzato by UTR (Universal Tennis Rating) ed è stato trasmesso negli Stati Uniti da Tennis Channel, partner dell’azienda da due anni, che ha ribattezzato il torneo (Re)Open. Ora, i due eventi, che hanno prize money e quindi non sono esibizioni, non hanno offerto grandissimo spettacolo, anzi, e il finale inglorioso del più recente sembra quasi una punizione divina. Allo stesso tempo, però, ci sono due modi di leggere l’evento, e non sono necessariamente in contrasto.

Da un lato, due aziende (Tennis Channel e UTR, partner da due anni) che cercano di salvare il salvabile, offrendoci un simulacro dello sport che conosciamo e veneriamo; dall’altro, un tentativo di mostrarci con un po’ di anticipo a cosa somiglierà il prodotto-tennis nel futuro a medio termine, e.g. fra quando si potrà tornare a giocare e quando saranno nuovamente autorizzati eventi di massa come partite e concerti in full capacity.

 

Per quanto riguarda la prima lettura, le cifre parlano chiaro. Se guardiamo a Tennis Channel, la proprietà sarà stata discretamente attapirata per il blocco della stagione, visto che nel 2019 la rete è stata la più cresciuta nel panorama televisivo americano secondo le analisi Nielsen, un Auditel appena appena più sofisticato. In particolare, gli spettatori sono cresciuti del 67% nella fascia demografica più rilevante, la 18-49, accompagnata da robusti 44% nella fascia 25-44 e 40% fra i nuclei familiari. In tre anni, il canale vanta 17.7 milioni di iscrizioni in più fra satellite e streaming, con quest’ultimo che ha visto una crescita del 25% in iscrizioni e del 51% in rinnovi.

Allo stesso modo, UTR è cresciuta esponenzialmente da quando si è alleata con Tennis Channel, passando da 600.000 a 1.7 milioni di iscritti in due anni, e annovera fra i propri investitori Ken Solomon (CEO dell’emittente TV), Novak Djokovic e Larry Ellison, billionaire e CEO di Indian Wells.

Sarebbe dunque pleonastico sottolineare gli interessi in ballo nella questione per giustificare il magro show offerto agli spettatori (anche per via di regole che non verranno implementate, almeno a breve e si spera mai, nei tour, come i set a quattro, su cui si potrebbe anche dibattere, o il punto secco sul 40 pari, che è invece un’offesa alla meritocrazia del gioco), così come sarebbe pleonastico riportare i numeri che stanno premiando la scaltra operazione – 7.5 milioni di interazioni settimanali da marzo fra Facebook, Instagram e Twitter, +13% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e +7.6% dall’inizio dell’anno.

Ci sono però degli aspetti che invece potrebbero tornare utili in futuro, e il primo è proprio lo UTR. Cosa sia è già stato spiegato nel primo articolo sulla manifestazione, perciò la si può far breve: è un algoritmo che attribuisce un punteggio a ogni giocatore sulla base degli ultimi 30 match giocati, prendendo in considerazione il rendimento nel match in relazione alle aspettative (in sostanza il proprio livello rispetto a quello dell’avversario), il format dell’incontro, la competitività (un match contro un avversario di valore simile al proprio vale più di uno contro un avversario nettamente inferiore o superiore, a meno che ovviamente non si vinca il match nella seconda ipotesi) e la quantità di match giocati all’interno del sistema, il tutto dando più peso ai match recenti.

Inoltre, non dà peso a fattori anagrafici o di genere, produce classificazioni per i vari livelli agonistici (anche se è possibile sfidare giocatori di categorie diverse dalla propria) e mette anche a disposizione una valutazione differente fra match “Verified” (quelli giocati in tornei partner del sistema, quindi non quelli della FIT) e la totalità degli incontri disputati – il paragone più frequente è quello con l’handicap del golf.

Tralasciando l’evidente conflitto d’interessi di un prodotto pubblicizzato da un canale amico, che ci rammenta del perché il pubblico non si fidi granché della stampa disposta a fare PR come fuori dall’Alcatraz, Stephen Amritraj, tournament director dell’UTR nonché marito di Alison Riske, ha sottolineato l’importanza dell’algoritmo per “dare un valore globale a tornei locali”.

Certo, Amritraj non ha menzionato il fatto che se i giocatori non possono più viaggiare gli avversari sono sempre gli stessi, e quindi il valore comparativo del sistema si perde quasi del tutto alla lunga, ma allo stesso tempo lo UTR potrebbe dare ai giocatori informazioni importanti in relazione al proprio rendimento rispetto a quello degli avversari affrontati in passato (potenzialmente ampliando il raggio delle 30 partite qualora non fosse possibile viaggiare per tanto tempo), e in qualche modo restringerebbe le distanze fra competitors situati in diverse parti del globo.

In secondo luogo, le partecipanti hanno sottolineato un bisogno quasi atavico di tornare a competere, fin dalla “conferenza stampa” pre-torneo su Zoom (altro possibile adattamento per il resto della stagione). Collins, mai stata pacifista, ha trainato le avversarie con la consueta combo di improperi, urla e oggetti scagliati, e avendola vista giocare in passato è difficile pensare che si sia trattato di una boutade.

In particolare, Tennis Channel ha implementato due Louma (gru snodate per le riprese video) alte oltre sette metri, che, secondo Tennis Channel, hanno creato una nuova e “più intima” angolazione da cui vedere i giocatori sul campo (e.g. la lunghezza del campo è resa meglio, a scapito dell’inquadratura degli spalti vuoti). In più, sono state usate video-camera robotiche per inquadrare i giocatori dal centro del campo, e un drone per seguire l’ingresso dei giocatori e riprendere i punti-chiave, tutte soluzioni che la rete stava preparando da tempo per dover muovere meno persone, e che si sono trasformate in una potenziale serendipity per il tennis post-pandemia.

E chissà che forse, nel mezzo di questa pletora di inquadrature, non potremo abituarci a vederli più umani, senza corpi infiammati dalla partigianeria intorno a loro, a chiamarsi le palle fuori (qui malissimo, speriamo che il sistema Hawk-Eye di Milano venga implementato ovunque!) e a raccogliersi le palline da mettere nel cesto, che è in fondo il percorso da cui siamo partiti tutti. Sarebbe un ritorno alle origini che potrà sembrare strano per chi, a differenza di noi solo aspiranti campioni, era riuscito ad abbandonare le componenti più umili del gioco – non è assolutamente schadenfreude, anzi, vederli raccogliere le palle ci ricorda che se sono arrivati lì non è perché hanno avuto più comfort sul campo.

Ci abitueremo noi? Improbabile, ma per tornare a vedere del vero tennis qualche sacrificio si può fare, se così si può chiamare un cambiamento di abitudini in un’attività da divano. Soprattutto, però, si abitueranno loro? Decisamente più plausibile, anche perché sarebbero i primi a riconoscere che avere questa conversazione è già un grande passo avanti rispetto a dove ci trovavamo poche settimane fa. Soprattutto, però, la UTR Pro Match Series ha restituito un’idea dell’adattamento tecnologico che verrà dispiegato per cambiare l’esperienza degli spettatori, che non si differenziano più dagli spettatori paganti perché questi non esisteranno per parecchio tempo.

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Opinioni

I migliori a non aver mai vinto uno Slam, secondo ESPN

Il sito americano ha chiesto a un gruppo di esperti di stilare una lista dei più grandi incompiuti del tennis, iniziando dagli uomini. Ci sono Nalbandian e Ferrer

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Questo articolo è una traduzione; l’originale si può consultare qui


Il Roland Garros, che sarebbe dovuto iniziare questa settimana, è stato posticipato, mentre Wimbledon è stato cancellato del tutto e lo US Open potrebbe a sua volta saltare a causa della pandemia.

Questo ci ricorda che i tornei dello Slam sono delle rare e preziose opportunità per i giocatori, e nessuno lo sa meglio di quei perenni favoriti che però non sono mai riusciti a piazzare la zampata vincente. Gli sfortunati fanno parte di un club di cui rifiuterebbero volentieri la tessera, ma allo stesso tempo pochi di loro scambierebbero la propria carriera con quelle di campioni effimeri come Gaston Gaudio o Iva Majoli, entrambi campioni Slam, ed entrambi ricordati quasi esclusivamente da nerd di versioni tennistiche di Trivial Pursuit.

 

“Grazie” ai Big Three, l’era corrente ha funzionato come un eccellente servizio di reclutamento per il club dei migliori a non aver mai vinto uno Slam. Candidati in attività includono gente come Tsonga, Nishikori e Raonic, che sulla carta potrebbero ancora rifuggire l’etichetta di cui sopra. “Anno dopo anno, Federer, Nadal e Djokovic hanno battuto ‘i migliori a non aver mai vinto uno Slam’”, dice Chris McKendry di ESPN. “Tutti loro hanno semplicemente avuto la sfortuna di nascere nel periodo sbagliato”.

ESPN.com ha quindi radunato una schiera di esperti per stilare una lista dei candidati più validi per il club dei “quasi campioni”, sia per gli uomini che per le donne. Visto che alcuni hanno ancora grandi chance di vincere (per esempio Dominic Thiem, che ha solo 26 anni e ha già disputato tre finali), abbiamo considerato solo giocatori già ritirati per il nostro sondaggio.

Di seguito iniziamo con la lista degli otto uomini più votati, in ordine alfabetico:

Guillermo Coria (2000-09)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: finale al Roland Garros, 2004; un’altra semifinale a Parigi e due quarti allo US Open
Saldo nelle finali: 9-11, con vittorie ad Amburgo e Montecarlo

Soprannominato “El mago” in spagnolo, Coria in effetti possedeva abilità sovrannaturali sul mattone tritato. “In realtà era lui ad avere il nomignolo di ‘King of clay’ prima che arrivasse Nadal”, ha detto l’analyst di ESPN, Sam Gore. “Aveva una rapidità fulminante, ed è tuttora considerato uno dei migliori ribattitori di tutti i tempi”.

Coria, appena 1.75 per 69 chilogrammi, superò una squalifica per doping a inizio carriera, per poi arrivare in finale al Roland Garros nel 2004, perdendo contro Gaston Gaudio un match che nessuno spettatore potrà mai dimenticare: Guillermo servì due volte per il match e non sfruttò due match point – uno degli epiloghi più strazianti di sempre.

Molti si chiesero come Coria avesse potuto buttare via il titolo così, dato il pronostico apparentemente senza storia: da N.3 del seeding era strafavorito, e si trovava di fronte un anonimo connazionale con un ranking di N.44 ATP. La partita fu surreale, e Gaudio stesso disse: “Una finale Slam persa con due match point a favore non è semplice da digerire contro nessuno, figuratevi una persa contro di me”. [l’articolo non fa menzione dei fortissimi crampi che colpirono Coria quando era sopra due set a zero, certamente un fattore di quella debacle, ndr]

Pro: Coria è ancora oggi al primo posto in tre delle quattro statistiche più importanti legate alla risposta. Nessuno, nemmeno Novak Djokovic, ha una miglior percentuale di conversione delle palle break (45.71%). Inoltre, Coria è davanti anche per punti vinti contro la prima di servizio (36.05%) e per game vinti in risposta (35.26%). Fra il 2003 e il 2004, compilò una striscia di 31 vittorie consecutive sulla terra, raggiungendo la finale in sei dei sette Masters Series a cui partecipò sulla superficie fra Montecarlo 2003 e Roma 2005.

Contro: La sua carriera andò rotoli a partire dal tardo 2005, per motivi misteriosi. Improvvisi problemi psicologici al servizio gli fecero perdere partite su partite a causa dei doppi falli. In più, riuscì a vincere solo uno dei suoi nove titoli lontano dalla terra.

Verdetto: nell’era pre-Nadal, pareva certo che Coria avrebbe vinto più titoli a Parigi (come minimo), ed era per la verità molto solido anche sul cemento.

Nikolay Davydenko (1999-2014)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: quattro semifinali (due al Roland Garros e due allo US Open)
Saldo nelle finali: 21-7, fra cui una vittoria alle ATP Tour Finals e tre Masters Series.

Un altro giocatore di costituzione ectomorfica che colpiva al di sopra della propria categoria di peso, questo esile russo di 1.78 poteva contare su una velocità fuori dal comune per essere competitivo su tutte le superfici – e competitivo lo era per davvero. “Era fantastico sul cemento e sulla terra”, dice di lui Jimmy Arias, ex-giocatore e attualmente direttore della IMG Academy, “e sembrava che riuscisse sempre a raggiungere i quarti o le semi in tutti gli Slam”.

Nel 2009, a Londra, Davydenko sconfisse Nadal, Federer e Del Potro, conquistando il titolo più importante della sua carriera, le ATP Finals, dopo aver vinto dei Masters Series sia sul cemento che sul sintetico. Soprannominato “Iron Man”, Davydenko era uno dei giocatori più attivi (e continui) del tour – nel 2006 arrivò a disputare 99 incontri. In un arco di 12 Slam a partire dall’Australian Open del 2005, fece almeno i quarti in otto circostanze.

Pro: Davydenko giocava con i piedi dentro il campo, colpendo la pallina in fase ascendente per impartire al meglio quel colpo secco, quasi da hockey su ghiaccio, che caratterizzava i suoi colpi dal fondo. Verdasco una volta dichiarò che “Davydenko non ti dava mai il tempo di pensare; era un giocatore veloce e un gran lavoratore”. Il suo successo sul cemento e sulle superfici indoor, dove tendono a dominare grandi battitori e giocatori più imponenti [tutto da dimostrare, ndr], va ricercato nella sua capacità di togliere il tempo agli avversari.

Contro: Davydenko non aveva grandi armi per lasciare fermi gli avversari, e perciò era sempre soggetto a essere sballottato da colpitori più potenti (per esempio, era 1-5 contro Roddick). Era sempre costretto a spendere molte energie, e, pur lavorando duro per vincere tante partite, spesso arrivava esausto in fondo ai tornei per l’alta intensità che il suo tennis comportava. Ha dato il meglio fra il 2005 e il 2009.

Verdetto: Davydenko non ebbe mai quel tabellone fortunato che gli avrebbe potuto permettere di vincere uno Slam. In particolare, la sua kryptonite era Federer: sotto per 19-2 nei confronti diretti, a un certo punto venne eliminato cinque volte dallo svizzero, due ai quarti e tre in semifinale.

David Ferrer (2000-19)

David Ferrer – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: finale al Roland Garros, 2013; almeno ai quarti altre 16 volte
Saldo nelle finali: 27-25, fra cui un titolo a Bercy.

Se si dovesse trovare un vincitore romantico per questo sondaggio, il prescelto sarebbe certamente Ferru. Come ha detto di lui Todd Martin, “Ferrer ha il primato per longevità e massimizzazione del suo potenziale. Nessuno nel nostro sport ha spremuto il proprio talento come David, o quanto meno nessuno da tanti anni a questa parte”.

Grande amico di Nadal (che l’ha battuto 26 volte in 32 confronti diretti), i suoi 27 titoli gli valgono il secondo posto per tornei vinti nell’epoca d’oro del tennis spagnolo, proprio dietro a Rafa. Ferrer ha anche avuto un ruolo fondamentale nella dinastia iberica in Davis, avendo fatto parte di quattro team campioni.

In aggiunta, Ferrer era di gran lunga uno dei giocatori più rispettati del circuito. Un avido lettore, una volta ha detto: “Voglio leggere libri che mi facciano crescere come persona, non solo come giocatore”. 

Pro: nonostante una statura di un metro e 75, Ferrer aveva una struttura fisica molto solida, e, seppur veloce, faceva della resistenza e della tigna le sue qualità principali. Aveva un colpo bimane rapido e preciso, unito a un dritto affidabilissimo – in particolare, la sua rapidità gli consentiva di sfruttare al massimo l’inside-out. “Era così costante”, ha detto di lui Brad Gilbert. “Deve stare per forza fra i migliori in questa graduatoria”.

Contro: più pistola ad acqua che kalashnikov, il servizio di Ferrer era vulnerabile, e sovente aggredito dagli avversari. Inoltre, aveva chiari problemi nel portare a casa tornei importanti, come si evince dal solo Master 1000 presente nel suo palmares. Katrina Adams, ex-campionessa di doppio ed ex-presidente della USTA, ha riassunto così: “Sapevi sempre cosa aspettarti da David, un combattente che non si dava mai per vinto, solo che non aveva gli strumenti necessari… la tenuta fisica e la grinta non erano sufficienti”.

Verdetto: con un pelo di autostima in più e una maggiore capacità di rischiare e di salire di livello nei punti importanti, Ferrer avrebbe probabilmente vinto uno Slam.

Todd Martin (1990-2006)

Todd Martin (foto © Andrew Eichenholz/ATP Tour)

Best ranking: 4
Migliori piazzamenti Slam: finale all’Australian Open, 1994; finale allo US Open, 1999; e altre quattro semifinali
Saldo nelle finali: 8-12, fra cui titoli a Sydney, a Barcellona e al Queen’s.

Inaspettatamente versatile per un big server di 1.98, il pacato e riflessivo nativo dell’Illinois ha un palmares relativamente scarno, ma ero uno che saliva di livello negli Slam e che è riuscito a vincere tornei su tutte le superfici.

Martin fu parte integrante della nazionale americana vincitrice in Davis nel 1995, e si guadagnò un posto nel folklore dello US Open con una notevole rimonta ai danni di Greg Rusedski nel quarto turno del 1999, in un match finito ben oltre la mezzanotte [qui potete ascoltare il suo ricordo, ndr]. Quell’anno raggiunse la finale, dove Agassi lo aspettava per frustrare ancora una volta le sue speranze, un esito familiare per un giocatore solido come la roccia ma offuscato da Sampras & Co. – negli Slam fu battuto quattro volte su cinque da Agassi e sei su sette da Sampras.

Pro: seppur non veloce, Martin possedeva una sorprendente mobilità per un uomo di quella stazza. Questo è uno dei motivi del suo buon rendimento sulla terra, dove aveva più tempo per caricare i suoi fondamentali potenti. Aveva un servizio fantastico, il suo asset principale.

Contro: Martin sprecò delle enormi opportunità negli Slam. Nella semifinale di Wimbledon del 1996 si fece sfuggire la vittoria quando era sopra per 5-1 contro il Carneade MaliVai Washington, che avrebbe poi vinto il set per 10-8. Quella fu solo la più eclatante delle occasioni in cui Martin tolse il piede dall’acceleratore invece di cogliere l’occasione.

Verdetto: quella sconfitta con Washington era un’occasione d’oro in un periodo in cui Wimbledon era dominato da Pete Sampras, battuto nei quarti di finale da Richard Krajicek, che avrebbe poi dominato la finale con Washington. Probabilmente il ricordo gli fa ancora male.

A pagina due, gli altri quattro campioni senza Slam scelti da ESPN

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Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe

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