Disastro azzurro in California: la maledizione di Indian Wells. Sperando in Miami

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Disastro azzurro in California: la maledizione di Indian Wells. Sperando in Miami

Un solo set vinto in quattro partite, così male solo nel 2011. Nessuna azzurra nel tabellone femminile. Le ragioni di un torneo pessimo per i colori azzurri. La tradizione negativa nel torneo americano. E a Miami…

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Fabio Fognini - Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Se è vero che una rondine non fa primavera, è altrettanto vero che la primavera (alle porte) del primo Masters 1000 dell’anno non deve fare da… uccello del malaugurio. L’Italia del tennis è uscita con le ossa rotte già dopo i primi giorni del grande torneo americano, ma avrà tutta la stagione per invertire la rotta, soprattutto con l’avvento dell’amata terra rossa.

Tuttavia, il dato statistico che emerge dal primo torneo del Sunshine Double è decisamente inquietante. Avevamo quattro azzurri in tabellone, due (Fognini e Cecchinato) tra le teste di serie, e tutti e quattro sono stati eliminati all’esordio. In quattro partite siamo riusciti a portare a casa un solo set con Matteo Berrettini contro Sam Querrey, in un match che il giovane azzurro avrebbe potuto portare tranquillamente a casa. Male Seppi, ko senza molte attenuanti contro Gojowczyk, mentre un discorso a parte meritano i nostri due primi giocatori.

Fabio Fognini ha iniziato l’anno molto male, nel tour sulla terra sudamericana, solitamente terreno fertile per il suo palmares, ha collezionato solo sconfitte e con queste premesse non c’era molto da aspettarsi contro un giocatore in ottima forma come il moldavo Albot. Perdere il primo set 6-0 totalizzando solo 8 punti però la dice lunga sul momento di down prolungato dell’azzurro, al quale non avrà certo giovato il sorpasso in classifica da parte di Marco Cecchinato. Dopo la splendida stagione appena trascorsa, la migliore in carriera per continuità di risultati, Fabio fa fatica a ritrovarsi, e il linguaggio del corpo mostrato in questi primi mesi del 2019 è preoccupante. Fognini ha a più riprese dichiarato di sentire il bisogno della vicinanza della famiglia e dopo anni sul tour e con l’arrivo della paternità, ciò è decisamente comprensibile, ma con l’arrivo della stagione “vera” sulla terra deve guardarsi dentro e trovare la forza di reagire: sul rosso è ancora in grado di fare la differenza e dare filo da torcere ai più forti.

 

Marco Cecchinato e il cemento non hanno un buon rapporto e a Indian Wells se n’è avuta un’altra conferma: sei game raccattati contro l’onesto Ramos-Vinolas sono davvero poca cosa. Fino a Parigi Marco ha una bella occasione per incrementare ulteriormente il suo ranking, ma di sola terra rossa non si può vivere.

Il primo Masters 1000 stagionale ha emesso un verdetto tremendo: per trovare quattro sconfitte in quattro partite bisogna ritornare al 2011 quando Fognini, Seppi, Starace e Cipolla completarono l’identico en-plain al rovescio.

Storicamente però, il deserto della California non è mai stato particolarmente benevolo con i colori azzurri. Restringendo l’analisi agli ultimi quindici anni, da quando nel 2004 il tabellone si è ampliato a 98 giocatori con 32 teste di serie esentate dal primo turno, in una sola occasione abbiamo chiuso il torneo con un bilancio positivo. Nel 2014, grazie soprattutto all’exploit di Fabio Fognini che si issò sino agli ottavi di finale (dopo un bye all’esordio, battè Harrison e Monfils prima di cedere alla bestia nera Dolgopolov), chiudemmo con quattro vittorie (di Seppi su Querrey e Lorenzo su Carreno le altre due) e tre sconfitte. Per il resto tanti brutti ko e poche soddisfazioni, come la vittoria sempre di Fognini su Tsonga nel 2017.

Oltre alla storica poca attitudine per i campi veloci dei tennisti azzurri, c’è da considerare che spesso i nostri giocatori arrivano a Indian Wells direttamente dal Sudamerica, senza giocare alcun torneo sul cemento prima del Sunshine Double, anche se per la verità Seppi e Berrettini questa volta avevano giocato rispettivamente ad Acapulco e Dubai, perdendo anche lì all’esordio. E se consideriamo anche i due tornei appena citati che hanno preceduto Indian Wells, con le sconfitte di Gaio con Gojowczyk e Fabbiano con Verdasco, ecco che nelle ultime tre settimane il bilancio azzurro sul cemento assume i contorni del disastro con un inquietante 0-9.

L’obiettivo si sposta su Miami, sperando si possa invertire la rotta (per ora è iniziata benino nelle qualificazioni, con due vittorie e due sconfitte). In Florida, Fabio Fognini ha raggiunto il miglior risultato in carriera in un Masters 1000 con la semifinale del 2017 (eguagliando l’altra semifinale di Montecarlo 2013) e proprio questo exploit rende il bilancio azzurro leggermente migliore rispetto all’altra metà del Sunshine Double. Dal 2004 al 2018 a Indian Wells abbiamo vinto 27 partite, perdendone 49, a Miami il bilancio è 30-48. Insomma, tra California e Florida negli ultimi quindici anni, portiamo a casa una partita su tre. Siamo una nazione storicamente a forte connotazione “terraiola” ma nel tennis del nuovo millennio, con l’assimilazione delle superfici, bisogna decisamente fare meglio.

La nuova generazione di giocatori azzurri per fortuna sembra essere piuttosto predisposta per il tennis sul duro, Berrettini ha tutte le armi per fare bene su questa superficie e anche i giovanissimi che stanno venendo fuori (Musetti e Sinner su tutti) fanno ben sperare. La vittoria di Matteo nel ricco Challenger di Phoenix e i buoni risultati di Caruso, Sonego e Napolitano nel circuito minore ne sono la conferma, e già a partire dalle qualificazioni di Miami si attendono buoni risultati.

Altro discorso, purtroppo, quello che riguarda il circuito femminile. Nel 2014 Flavia Pennetta alzava il trofeo ad Indian Wells, gustando un meraviglioso antipasto di quello che sarebbe successo l’anno dopo a New York. Quest’anno, complice anche l’infortunio di Camila Giorgi, non abbiamo avuto un’azzurra in tabellone a Indian Wells, e avremo soltanto Camila in Florida. Ma questa è un’altra storia.

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Al femminile

Alla prova dei fatti, stagione WTA 2019

Da Amanda Anisimova a CoCo Vandeweghe, top e flop delle previsioni avanzate all’inizio dell’anno

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Il primo gennaio avevo pubblicato un articolo dal titolo “WTA, chi migliorerà nel 2019?” con indicati i nomi di alcune giocatrici che pensavo sarebbero progredite nel corso dell’anno; ora che il calendario WTA è ufficialmente concluso, è arrivato il momento della verifica.

Prima di controllare, però, è necessario un chiarimento. Il ranking di partenza utilizzato non è quello che WTA definisce “Year-End” e che esce all’inizio di novembre. Le previsioni erano state fatte due mesi dopo, e nel frattempo alcune tenniste avevano giocato tornei ITF, determinando spostamenti in classifica non sempre trascurabili. Fare finta di nulla non mi sembrava corretto; ecco perché avevo deciso di utilizzare i dati del 31 dicembre 2018. Per esempio Potapova e Gasparyan erano migliorate, mentre Sabalenka aveva peggiorato, a causa dell’uscita dei punti vinti nel primo torneo del 2018.

Ripensandoci, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio usare la classifica della settimana precedente alla scadenza dei primi tornei di gennaio, ma ormai è andata così; lo terrò presente per il futuro.

Non so se sono riuscito a spiegarmi, è sempre difficile sintetizzare i meccanismi del ranking. Ma non è poi così grave, in fondo questi articoli sono soprattutto una scusa per parlare di alcune giocatrici. E adesso cominciamo la verifica, seguendo l’ordine dell’articolo di gennaio.

CoCo Vandeweghe
ranking 31 dicembre 2018: n°100
ranking  4 novembre 2019: n°332
Differenza: – 232
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata, ma con notevoli attenuanti
Un disastro, almeno per le regole del nostro articolo. In realtà quest’anno Vandeweghe non ha giocato a tennis per problemi fisici: un complicato infortunio al piede destro l’ha tenuta fuori dal Tour per sette mesi. Il suo primo match è stato addirittura il 30 luglio nel torneo di San Josè, quando ormai la stagione si avviava verso la conclusione.

Al rientro era scesa al numero 638 della classifica; da allora ha intrapreso il cammino di recupero, grazie ad alcune wild card e a impegni nei tornei ITF, che le hanno permesso di risalire 300 posti in poche settimane. Il difficile arriverà al momento di attaccare i piani più alti del ranking.

Amanda Anisimova
ranking 31 dicembre 2018: n°96
ranking  4 novembre 2019: n°24
Differenza: + 72
Qualità/difficoltà della previsione: media
Dopo le imprese compiute quest’anno, oggi tutto sembra chiaro ed evidente, e consideriamo la posizione di Anisimova a inizio stagione ampiamente sottostimata. Ma quando si parla di una giocatrice di 17-18 anni (nata il 31 agosto 2001) non si può mai essere certi che non arrivino crisi di crescita.

La semifinale del Roland Garros, persa rocambolescamente contro la futura campionessa Barty, le aveva permesso di salire a ridosso delle prime venti (numero 21), poi la seconda parte di stagione è stata segnata dalla morte del padre, che era anche suo coach, con inevitabile forfait agli US Open e un finale di stagione in Asia con soli tre match.
Sarà straordinariamente interessante scoprire come funzionerà la nuova collaborazione tecnica con Carlos Rodriguez, ex coach di Justine Henin e di Li Na.

Kristyna Pliskova
ranking 31 dicembre 2018: n°94
ranking  4 novembre 2019: n°66
Differenza: + 28
Qualità/difficoltà della previsione: bassa
Se qualcuno ha presente l’articolo “gemello” dello scorso anno, forse ricorderà che la Pliskova mancina era stata una delle mie scelte sbagliate. Numero 61 nel gennaio 2018, aveva concluso la stagione oltre 30 posti indietro. Davvero un regresso eccessivo, che mi ha spinto a scommettere nuovamente su di lei: troppo invitante la posizione di partenza.

Alla fine Kristyna è tornata all’incirca dove era due stagioni fa. Siamo però ancora lontani dal numero 35, best ranking di carriera del luglio 2017. A 27 anni compiuti (è nata il 21 marzo 1992) non me la sento più di scommettere su un progresso nel 2020, anche se continuo a pensare che con più serenità nell’affrontare i punti importanti dei match potrebbe stare in posizioni di classifica migliori.

Anastasia Potapova
ranking 31 dicembre 2018: n°93
ranking  4 novembre 2019: n°93
Differenza: nessuna
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata
La stagione di Potapova è la conferma di quanto detto per Anisimova: di fronte a giovani emergenti per le quali tutti prefigurano un futuro radioso, le crisi di crescita sono sempre possibili. Dopo gli oltre 140 posti guadagnati nel 2018, Potapova non è riuscita a continuare sulla stessa linea, e si è fermata esattamente alla stessa posizione di partenza.

Nel 2019 il meglio lo ha raccolto sulla terra rossa, eliminando Sevastova a Praga e Kerber al Roland Garros. Poi, se si esclude la vittoria per ritiro contro Zhang, non è riuscita a sconfiggere altre Top 50, e questo dato un po’ preoccupa. Resta il fatto che condannarla per una stagione opaca è molto prematuro, visto che stiamo parlando di una giocatrice nata il 30 marzo 2001.

Margarita Gasparyan
ranking 31 dicembre 2018: n°92
ranking  4 novembre 2019: n°87
Differenza: + 5
Qualità/difficoltà della previsione: facile
Giudico facile la previsione perché Gasparyan al numero 92 del ranking era, sul piano tecnico, sottostimata. Alla fine, almeno formalmente, i numeri mi danno ragione, ma in sostanza è stata una stagione di stasi. E, ancora una volta, per guai fisici: non solo a causa del ginocchio sinistro di cristallo, ma anche per malanni vari che nel 2019 l’hanno portata a ben 5 ritiri a match in corso.

Cinque ritiri su 41 partite disputate sono quasi un record, e danno la misura della sua fragilità. Eppure sarebbe bastato uno stop in meno, quello di Wimbledon, e forse parleremmo in modo diverso del suo 2019. Invece un problema al quadricipite ha fermato Margarita al secondo turno dei Championships mentre conduceva su Svitolina (7-5, 5-5). La stessa Svitolina sconfitta qualche giorno prima a Birmingham (6-3, 3-6, 6-4) e che a Londra sarebbe arrivata in semifinale. Sliding doors…

a pagina 2: Le giocatrici fino alla posizione 40

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Elisabetta Cocciaretto, la scintilla è scattata

La giovane marchigiana, classe 2001, vince due titoli ITF consecutivi e scala oltre 100 posizioni in due settimane, arrivando al numero 168 del ranking WTA

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Elisabetta Cocciaretto - Trofeo CPZ Bagnatica 2019 (foto San Marco)

Nel momento di massima luce del settore maschile con la vittoria di Sinner alle Next Gen ATP Finals e la presenza di Berrettini a Londra, primo italiano alle Finals maschili dopo 41 anni, arrivano buone notizie da Elisabetta Cocciaretto, che con le vittorie ad Asuncion e Colina manda un chiaro segnale di crescita che la porta sino alla 168esima posizione in classifica.

Nata ad Ancona nel gennaio del 2001, la tennista marchigiana è da anni considerata come il principale talento della fascia 1999/2000/2001, nella quale assieme a lei c’è davvero poco. Basti pensare che la seconda under 20 nel ranking italiano è Tatiana Pieri, numero 472 delle classifiche mondiali, anche lei protagonista di una buona stagione e capace di esprimere un tennis geometrico molto divertente da vedere, ma ancora troppo leggero per competere a certi livelli.

Elisabetta ha concluso la sua attività da junior, che l’aveva vista arrivare al numero 12 del ranking, con i giochi olimpici del 2018, dedicando tutto il 2019 all’attività professionale. Nella prima parte di stagione, pur frequentando prevalentemente tornei da $15.000, non ha ottenuto neanche una vittoria a livello di main draw, probabilmente a causa dei carichi di allenamento che le hanno permesso di migliorare molto sotto il punto di vista atletico e tecnico, ma che hanno chiaramente necessitato di tempo per essere trasferiti anche in partita.

Alle pre-qualificazioni di Roma ha fatto molto bene conquistando una wild card per il tabellone principale, dove non ha sfigurato contro Amanda Anisimova. A giugno, nel $60.000 di Brescia, ha centrato un’importante vittoria contro l’ex numero 1 del ranking junior Xiyu Wang, arrendendosi successivamente in lotta a Jasmine Paolini. La settimana successiva, nell’importante $60.000 dell’Antico Circolo Tiro a Volo di Roma, ha vinto il torneo di doppio in coppia con la rumena Dascalu: può sembrare un avvenimento non troppo importante, ma vincere quattro partite di fila contro giocatrici di ottimo livello (seppur nella disciplina del doppio, spesso poco valorizzata), ha aiutato mentalmente Elisabetta che nelle apparizioni successive è sembrata sempre più determinata e convinta dei propri mezzi.

Elisabetta Cocciaretto – Wimbledon junior 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il vero salto di qualità nella continuità dei risultati, e di conseguenza in classifica, è arrivato a partire dal mese di luglio, quando ha raggiunto uno dietro l’altro tanti ottimi piazzamenti nei $25.000 (il successo a Trieste, la finale a Torino e Pula, le semifinali sempre a Pula e Bagnatica), intervallati anche dalla prima qualificazione ottenuta sul campo in un main draw WTA a Palermo, dove si è arresa solamente al terzo set alla forte slovacca Kuzmova.

A fine ottobre ha deciso assieme al coach Fausto Scolari di partire per il Sudamerica: con lei anche Sara Errani, che da due anni a questa parte si allena spesso e volentieri con Elisabetta, sostenendo la crescita della giovane azzurra. Dopo aver passato solamente un turno in carriera a livello $60.000, i tornei equivalenti di un Challenger maschile di buon livello, sono arrivate 10 vittorie di fila contro avversarie di tutto rispetto, tra cui spiccano la vittoria in semifinale a Colina contro la giovane americana Kiick, top 150 in ascesa, oltre a quella ottenuta proprio contro Sara Errani, battuta in finale ad Asuncion.

I miglioramenti chiave di questi mesi sono stati quelli fisici e tattici: Elisabetta è progredita tantissimo negli spostamenti e nell’attitudine propositiva. Mentre qualche mese fa si ritrovava spesso a subire il gioco delle avversarie e faticare in fase difensiva, adesso è molto più solida da fondo ed è brava a conquistare piano piano sempre più metri in campo, arrivando a tirare colpi vincenti con entrambi i fondamentali.

Ora che il ranking la aiuta e nel 2020 potrà giocare le qualificazioni Slam, è il momento di spingere sull’acceleratore. Fino a giugno la giovane azzurra difende meno di 10 punti e quindi ha grandissimo margini di crescita in classifica: parlare di top 100 (che come detto dista 68 posizioni al momento) nei prossimi sette mesi, se riuscirà a mantenere questo livello, non è affatto un’esagerazione. Anche se la classifica a 18 anni lascia il tempo che trova e ciò che conta sono i segnali positivi che Elisabetta ha lanciato negli ultimi mesi e in particolare in queste ultime due settimane.

Le buone notizie per il tennis italiano femminile non sono finite qui: questa settimana infatti, la giovanissima Lisa Pigato (2003) ha vinto il suo secondo $15.000 in due mesi, ad Heraklion, approfittando in finale del walkover di Melania Delai, altra promettente ragazza del 2002 che ha raggiunto la top 50 del ranking junior in questo 2019 e che ad Heraklion ha conquistato la sua prima finale da professionista. Molto bene anche Bianca Turati, che dopo la vittoria nel college di casa ad Austin di due settimane fa (dove aveva battuto in semifinale la gemella Anna) trionfa nel suo secondo $25.000 stagionale vincendo il torneo di Malibu, battendo anche giovani promesse americane come Claire Liu e Katye Volinets.

Infine ottiene il titolo anche Lucrezia Stefanini a Monastir: dopo una stagione programmata assieme al coach Ferdinando Bonuccelli per giocare più match di alto livello possibile, partecipando solo a tornei da $25.000 in su e sfoggiando anche bellissime prestazioni come quella nelle qualificazioni di Roma contro la top 70 Zidansek, al suo primo $15.000 stagionale la tennista toscana classe 1998 ha centrato cinque vittorie di fila senza perdere nessun set, conquistando così il suo primo titolo nel 2019.

Non solo Cocciaretto dunque, in un movimento femminile che ai piani alti si trova in chiara difficoltà con la sola Camila Giorgi – a malapena – inclusa in top 100. I segnali positivi arrivano tutti dalle delle under 21, chiamate in questo finale di stagione (e soprattutto nel 2020) a continuare su quest’onda di ottimi risultati, sfruttando anche i loro ottimi rapporti fuori dal campo per diventare uno stimolo l’una per l’altra. Con l’obiettivo di giocare sempre più spesso i tornei che contano.

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Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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