Berrettini e Cecchinato in semifinale a Monaco (Cocchi, Guerrini). Internazionali, show e numeri da record (Piccioni, Grilli, Calabresi)

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Berrettini e Cecchinato in semifinale a Monaco (Cocchi, Guerrini). Internazionali, show e numeri da record (Piccioni, Grilli, Calabresi)

La rassegna stampa di sabato 4 maggio 2019

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Monaco è azzurra. Berrettini e Ceck, la sofferenza porta in semifinale (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

E, un’Italia che non molla, che resta aggrappata alla partita e porta a casa il risultato. E’ l’Italia di Marco Cecchinato e di Matteo Berrettini, che a Monaco di Baviera conquistano la semifinale e fanno sognare un finale tutta azzurra. E’ l’Italia di Yannick Sinner, che nel Challenger di Ostrava, a soli 17 anni, rimonta da 2-5 nel secondo set e batte Vesely, l’esperto numero 90 al mondo che negli ultimi due anni ha superato due volte Fabio Fognini, l’ultima sul rosso di Marrakech tre settimane fa. MIRACOLO CECK Il primo miracolo italiano porta la firma di Marco Cecchinato, che all’ora di pranzo, nel quarto di finale contro l’ungherese Fucsovics, prima dà l’impressione di non volerne sapere, poi, complice una interruzione per la pioggia sul 6-1 5-3 per l’avversario, torna in campo nuovo di zecca e, dopo una battaglia di nervi e un match point salvato, porta a casa la semifinale. Che è la settima per il palermitano che oggi, intorno alle 13.30, insegue la quarta finale. Contro di lui ci sarà Cristian Garin, il cileno numero 47 al mondo che ieri ha battuto Sascha Zverev in tre set. Il tedesco, che sta affrontando una serie di problemi personali tra il ricovero del padre-coach, la rottura col manager Apey e quella con la fidanzata Olga, non riesce a uscire dalla crisi che lo attanaglia dall’inizio della stagione. Una bella prova di maturità, invece, quella di Cecchinato, già vincitore a Buenos Aires quest’anno, che è riuscito a rimettere sui binari un match ormai deragliato: «Tempo fa non ce l’avrei mai fatta — ha raccontato dopo la partita —. Quando sono sceso in campo non mi sentivo in forma, ero scarico. Durante la sospensione ho cercato di recuperare tutte le energie, soprattutto quelle mentali. Sono davvero felice di come ho ripreso in mano la situazione. Sono stato aggressivo, ho salvato un match point e
mi sono caricato». Dopo aver saltato la difesa del titolo a Budapest è molto importante per il 26enne rimettersi subito in carreggiata: «Dopo Montecarlo avevo febbre, mal di schiena, tonsillite. Ora sto molto meglio, ma devo recuperare per il prossimo match, perché in campo faceva freddo, le condizioni erano difficili». MATTEO CRESCE Come domenica scorsa, quando a Budapest ha sollevato il secondo trofeo della carriera, Matteo Berrettini rimonta dopo essere stato sotto di un set. Segno che il lavoro, anche mentale, che continua a fare funziona alla grande. Proprio come il suo servizio, che ieri gli ha portato il 71% di punti con la prima. Per avere la meglio sul tedesco Kohlschreiber e festeggiare l’ottava vittoria consecutiva, ha affrontato una battaglia di poco meno di tre ore. Oggi troverà lo spagnolo Bautista Agut, numero 21 Atp. Matteo dovrà affidarsi ai ricordi felici del 2018, quando proprio battendo Bautista ha conquistato il primo titolo, a Gstaad. A Ostrava invece Jannick Sinner gioca la seconda semifinale in carriera. Il 17enne allievo di Riccardo Piatti, che ha già raggiunto il best ranking di 274, proverà a fare un altro passo avanti contro il polacco Kamil Majchrzak, numero 129. È l’Italia che cresce

Cek e Matteo di cuore (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

Non di solo talento, ma di tenacia e sagacia. Come due maratoneti capaci di lottare, attendere e piegare l’avversario. Marco Cecchinato e Matteo Berrettini sono in semifinale allAtp 250 di Monaco di Baviera, e oggi li vedremo su Sky Sport Arena. Entrambi di rimonta, Cek addirittura annullando un match point sul 5-4 del secondo set per Marton Fusovics. E l’Italtennis continua a vivere il suo momento magico, lanciato da Fognini a Montecarlo. Per il ventitreenne romano, approdato al n. 37 Atp Tour a inizio settimana per il trionfo a Budapest, è nientemeno che l’ottava partita vinta. E per riuscirci ha dovuto lottare due ore 41 minuti. Eppure, soprattutto Cek, ora al n. 19 del mondo, non aveva cominciato bene. Anzi, il tosto ungherese era partito a mille:4-0 e 6-1 prima della sospensione per pioggia. Alla ripresa dopo oltre un’ora e mezza, il palermitano ha cancellato due palle break, poi ha poco alla volta preso il controllo del gioco. Da 5-3 ha strappato il servizio, ha annullato un match point che aveva concesso con un doppio fallo, poi ha chiuso 7-5. Ma ha dovuto lottare anche nel terzo, mostrandosi ormai specialista in rimonte, dopo quella clamorosa contro Stan Wawrinka a Montecarlo. Non troverà il favoritissimo Sascha Zverev, bensì il cileno Cristian Garin, 47 al mondo, che ha ottenuto il miglior risultato in carriera, ma del resto lo Zverev attuale tende a farsi sorprendere, ha pure sprecato due match point e intanto perde il n. 3 Atp a favore di Roger Federer. «Tutto congiura contro di me in questo momento. L’anno scorso una partita così l’avrei vinta, adesso perdo», ha detto Sascha dopo aver abdicato. Insomma, bene per Cek che ha vinto entrambi i precedenti con Garin, a Buenos Aires, nel challenger 2015 e quest’anno nella strada verso il terzo titolo del siciliano. Contro l’esperto 35enne Philipp Kohlschreiber che ha vinto 3 volte il torneo tedesco, invece, Berrettini non ha salvato match point ma ha dovuto lottare da leone e ha trovato valido aiuto dal servizio (14 ace). Oggi per Matteo c ‘è lo spagnolo Bautista Augut, pure lui emerso da una rimonta, ma più netta – 6-0 il terzo – contro l’argentino Guido Pella. Berrettini è 1-1 con lo spagnolo, ma ha vinto il precedente sul rosso, a Gstaad 2018. SONEGO WILD CARD A ROMA Com’era scontato e giusto, Berrettini sarà uno dei tre premiati da wild card per gli Internazionali d’Italia, come annunciato dal presidente federale Angelo Binaghi, già felice per i risultati al botteghino della 76a edizione alle porte, giacché oggi scattano le pre-qualificazioni. Le altre due wild card vanno adAndreas Seppi e Lorenzo Sonego. «E se Seppi entrerà di diritto in tabellone, e ci sono molte possibilità, la sua wild card sarà assegnata attraverso le pre-quali, come già il quarto e ultimo invito». E nelle pre-quali ci sono i nostri Under 18, ovvero Lorenzo Musetti e Giulio Zeppieri. Nel torneo femminile wild carda Sara Erranti restanti due inviti per il tabellone principale saranno assegnati mediante le pre-qualificazioni. Wild card anche per Azarenka e Venus Williams, che ottengono i due inviti Wta per le ex top-20. Ma dicevamo della felicità di Binaghi: «Abbiamo un +11% di incasso dei biglietti rispetto allo scorso anno e due sono i dati significativi: abbiamo già raggiunto l’incasso totale della prevendita finale dello scorso anno e mancano otto giorni all’inizio, owero un periodo in cui incassiamo circa 100 mila euro al giorno». SINNER SUPER Ecco, chissà se Jannik Sinner riuscirà a raggiungere Roma in tempo per le pre-quali. Ieri ha battuto per la prima volta un top 100, lui che ha appena 17 anni, ha piegato il ceco Vesely, n. 91, e raggiunto la seconda semifinale challenger in carriera, ad Ostrava. L’allievo di Riccardo Piatti per la classifica è il primo Under 18 al mondo. Ma bisogna sempre mantenere cautela e allora aspettiamolo oggi contro il 28enne canadese Steven Diez

Effetto Fognini al Foro Italico: prevendita boom (Valerio Piccioni, La Gazzetta dello Sport)

Il più 11 per cento di prevendita rispetto all’altr’anno che fa esultare il presidente federale Angelo Binaghi? Le wild card per Seppi (sempre che non sia promosso direttamente al tabellone principale), Matteo Berrettini, Sonego, Errani, Venus Williams e Victoria Azarenka? L’incoraggiamento realista, «siamo partiti bene ma attenzione a parlare già di anno d’oro», di Nicola Pietrangeli, che nonostante le due costole rotte per una caduta non ha mancato l’appuntamento con la presentazione «sportiva» del torneo? Ci sono tante possibilità per inoltrarci nel conto alla rovescia degli Internazionali BNL che oggi lanciano le prequalificazioni. Ma per la copertina bisogna fare qualche passo più in là, lasciare lo spazio fra il Centrale e il Pietrangeli ex Pallacorda, e prendere in direzione stadio Olimpico. LOOK D’ACCIAIO Qualche centinaio di metri ed ecco la vecchia-nuova Grand Stand, che vuole essere un vero vice Centrale. «Avrà 1500 spettatori in più» annuncia Carlo Mornati, segretario generale del Coni, presente con il presidente di Sport e Salute Roberto Fabbricini, che sta per cedere il posto a Rocco Sabelli. Si arriverà dunque a quota 7mila. Non è solo una questione di numeri: questa «bomboniera» d’acciaio vuole essere più calda, più comoda, più Foro Style rispetto a chi l’ha preceduta in questo stesso spazio. E se cominciasse qui proprio Fabio Fognini? La nuova Grand Stand (che cambierà nome) è «modulare», potrà essere smontata del tutto oppure cambiare pelle: non solo sport, quest’estate pure boxe e beach volley, ma anche concerti. UN NUOVO 1976? Insomma, sarà per le Finals appena assegnate a Torino o per i fuochi d’artificio del nostro tennis maschile e la prevendita a spron battuto, gli Internazionali BNL sembrano vicini a un’edizione in qualche modo storica. E viene in mente il paragone con il 1976, l’anno in cui il tennis italiano da sport di elite si scoprì fenomeno di massa. «La domanda è suggestiva, le situazioni sono diverse – risponde Binaghi – Quello fu un momento boom, questo è stato invece preceduto da uno sviluppo costante, fatto di diverse tappe, dalla crescita della nostra federazione ai successi degli Internazionali alle grandi affermazioni del nostro tennis femminile». SCAMBIO TV Fra le iniziative anche le borse di studio per giovanissimi tennisti italiani con lo «Young Talent Team» del Gruppo BNP Paribas. Aria nuova anche per la tv. È stato firmato un accordo fra SuperTennis (che ha i diritti degli Internazionali BNL al femminile) e Sky Italia (titolare del torneo maschile) che permetterà uno scambio di contenuti nel biennio 2019/2020. Da una parte , Sky ottiene l’esclusiva di una serie di tornei, dal Queen’s a Vienna. Dall’altra la tv federale avrà alcuni diritti per Wimbledon. Francesco Soro, presidente di SuperTennis, parla di «finestra aperta sul torneo più importante del mondo» e annuncia il passaggio della tv federale al sistema HBBTV, «che consentirà l’interazione con gli utenti e la possibilità di scegliere quale partita vedere». Marzio Perrelli, vicepresidente esecutivo di Sky Sport sottolinea che la finale di Fognini a Montecarlo «è stata la partita più vista di sempre sui nostri canali». Un record che potrebbe durare poco.

Roma vive un altro boom (Massimo Grilli, Il Corriere dello Sport)

Ci siamo. Oggi alle 9 (tempo permettendo) scattano le prequalificazioni, primo atto ufficiale di un torneo che si sta avviando a battere ogni record. Gli exploit dei nostri azzurri (con i tornei vinti da Cecchinato, Berrettini e soprattutto Fognini, primo italiano a trionfare, a Motmecario, in un Master 1000) hanno fatto lievitare l’interesse per gli Internazionali, giunti alla 76° Edizione, e il lavoro al botteghino, come Angelo Binaghi ha giustamente sottolineato: «A otto giorni dall’inizio del torneo vero e proprio abbiamo già incassato – ha detto il presidente della Fit – quanto venduto in prevendita nel 2018, rispetto alla stessa data di un anno fa, possiamo vantare un bel +11 per cento ed abbiamo già incassato 225.000 euro in più rispetto al 2017, anno record. E questo grazie anche alla vittoria di Fognini, che ci ha dato una bella spinta». Dopo l’incontro istituzionale di venti giorni fa a Palazzo Chigi, ieri è stato Il Foro Italico ad ospitare una presentazione più tradizionale del torneo, a cui hanno preso parte, tra gli altri, Roberto Fabbricini (prossimo a lasciare a Rocco Sabelli la presidenza di Sport e Salute) e il segretario generale del Coni Carlo Mornati, che ha annunciato con orgoglio l’aumento di 1500 posti nella capienza della Grandstand Arena ed è stato anche protagonista di un breve battibecco con Binaghi, tanto per confermare i rapporti sempre difficili tra Fit e Coni. Non poteva mancare Nicola Pietrangeli, acciaccato (<<due costole rotte, come i miei successi agli Internazionali»), ma sempre in gran forma. WILD CARD. In un campo di partecipanti cine si annuncia regale, malgrado tre dolorose defezioni (gli attaccanti Anderson e Raonic e soprattutto Maria Sharapova, tre volte regina su questi campi), sono state ufficializzate le wild card: tra i maschi sono stati scelti Seppi (comunque vicino a entrare direttamente in tabellone), Matteo Berrettini e Sonego, tra le donne la Errani e altre due campionesse in crisi di classifica come Venus Williams e Azarenka. Per quando riguarda Federer, che è regolarmente ancora iscritto, le speranze di averlo a Roma sono legate al torneo di Madrid, che scatterà lunedì. Se Roger andrà avanti sulla terra di Spagna, sarà più difficile vederlo giocare anche al Foro Italico. «Ma il dato importante è che, malgrado la caccia al biglietto di questi giorni, abbiamo ancora posti liberi sul Centrale – continua Binaghi – segno che la maggior parte dell’affluenza si registra sugli altri. Il gusto degli appassionati si sta evidentemente evolvendo, non si seguono più solo i grandi campioni». ITALIANI. In questa Primavera di successi, è lecito sperare in un exploit azzurro al Foro Italico? Binaghi va oltre: «Abbiamo tanti ragazzi che partono con buone chance di fare strada, e questo non può che fare piacere. Ma questi successi vanno inseriti in un contesto di progresso generale del movimento tennis in Italia, passato dal risanamento della Federazione al boom del tennis femminile, dai trionfi in Federation Cup ai recenti tornei vinti». IL PROGRAMMA. Le prequalificazioni (fino a giovedì) assegnano due posti nel tabellone principale e quattro nelle qualificazioni, che scattano sabato prossimo. Venerdì il sorteggio dei due tabelloni principali, da domenica 12 via alle gare del primo turno. Tra gli uomini, il torneo si annuncia più equilibrato del solito, viste le ultime deludenti uscite di Djokovic e la forma altalenante di Nadal. Le prime quanto teste di serie al momento sono Djokovic, Nadal, Federer e Zverev con Thiem pronto a inserirsi in caso di forfait del grande svizzero. Fognini, numero 12 del ranking, sarà sicuramente tra le teste di serie (sperando che si sia ripreso dagli acciacchi che lo hanno costretto a rinunciare a un paio di tornei dopo Montecarlo), dove dovrebbe rientrare anche Cecchinato, attuale 19. Tra le donne, difficile se non impossibile trovare una chiara favorita, considerando che nel 2019 solo la Kvitova è riuscita a vincere due volte. Le prime quattro dell’entry list sono Osaka, Kvitova, Halep e Kerber; con Serena Williams (data in arrivo a Roma nei prossimi giorni) possibile mina vagante. Una sola italiana sicura del posto in tabellone, Camila Giorgi, che però ha appena dato forfait a Madrid

Internazionali, show e numeri da record (Marco Calabresi, Corriere della Sera-Roma)

II Foro Italico è un cantiere e lo sarà ancora per qualche giorno, ma a lavori finiti sarà il solito spettacolo. Lungo viale delle Olimpiadi e viale dei Gladiatori è un continuo viavai di gente, di furgoni che scaricano materiale: i campi, invece, sono pronti da tempo, e c’è anche la novità della Grand Stand Arena, quest’anno fatta non di lamiere ma con impalcature da stadio vero. La capienza è stata aumentata di 1.500 posti, di pari passo con il possibile nuovo record di tutto: di presenze, di biglietti venduti per il ground (che danno libero accesso al parco e non ai due campi principali) e di incasso. «La biglietteria è cresciuta dell’11% con un incasso già stimato in 10 milioni di euro, l’80% dell’obiettivo che ci siamo prefissati», dice con orgoglio il presidente della Federtennis Angelo Binaghi. Se per la presenza di Roger Federer bisognerà attendere prossimi giorni, pochi dubbi su quella di Fabio Fognini, che arriva dal trionfo di Montecarlo. «Ho subito chiamato il responsabile della biglietteria – racconta Binaghi – per chiedergli di monitorare la tendenza nella vendita dopo questo splendido risultato. Tra l’altro abbiamo ancora posti liberi sul Centrale, questo significa che la massima affluenza passa per gli altri campi e che la gente si sta evolvendo. Non segue solo i grandi campioni ma si sta appassionando a tutto il torneo. Avremo tanti italiani in campo con ottime chance». II riferimento è al romano Matteo Berrettini, anche lui fresco di vittoria (a Budapest), a Lorenzo Sonego e ad Andreas Seppi, che ha una «wild card» ma potrebbe rientrare comunque nel «Main Draw». Tra le donne, Camila Giorgi e Sara Errani (quest’ultima «wild card») già sicure di esserci, come le sorelle Williams: Serena torna al Foro dopo tre anni, Venus e Azarenka sono gli altri due «inviti». I primi scambi si cominceranno a vedere già oggi, con la fase finale delle prequalifiicazioni: finali, domenica 19 in simulcast su Sky Sport e Supertennis. Gli iscritti ai vari tornei preliminari sono stati 20.250, contro i 16.135 del 2018. Cosa non si fa per regalarsi un sogno.

Fabbiano: “Per ora ho dato solo il 60 per cento. Cerco l’altro 40” (Cristian Sonzogni, La Gazzetta dello Sport)

« Se puoi sognarlo, puoi farlo». L’aforisma più popolare di Walt Disney campeggia sulla sua bacheca social e lo rappresenta piuttosto bene. Thomas Fabbiano (90 Atp) viaggia verso i 30 anni con l’esperienza di chi è professionista da tre lustri e con l’entusiasmo cristallizzato al 2003, anno d’esordio nel circuito. «Mi sento – dice oggi il pugliese di Grottaglie – di aver sfruttato il 60 per cento del mio potenziale, non di più. Ma sto cercando di trovare le chiavi per sbloccare l’altro 40. Allora ci divertiremo». Lui in realtà già si diverte, mettendoci testa e impegno. È uno che pensa molto, «Fabs», e forse questo non è stato un aiuto. «Diciamo che facendo questa vita, una trottola impazzita in giro per il mondo, a volte trovarsi a ragionare troppo può risultare controproducente. Ma sono fatto così e ho imparato ad accettarmi, perché in fondo credo che buttare lo sguardo oltre il campo sia sempre un esercizio utile». LO STAFF Nell’estate del 2018, dopo uno splendido terzo turno a Wimbledon con tanto di vittoria su Stan Wawrinka («La migliore della mia carriera»), ecco un taglio radicale. «Un nuovo coach e alcune modifiche nel gioco. Con Fabio Gorietti ho passato cinque anni intensi e devo ringraziare lui come lo staff di Foligno, che mi ha portato al numero 70 Atp. Ma spesso accade che servano altri stimoli, energie fresche. Ho preso coraggio e ho deciso di affidarmi a Federico Placidilli, che ha una sua accademia a Genova ma poca esperienza ad alti livelli. Per questo, abbiamo chiesto un supporto a chi il mondo dei pro lo conosce bene, trovando a Bordighera, con Riccardo Piatti e Max Sartori, la base ideale tra un torneo e l’altro». La stagione era partita con un ottimo terzo turno in Australia, poi sono cominciate le difficoltà. «Sto continuando a stare sul pezzo, ed è la cosa più difficile perché, quando perdi spesso, non sai a cosa aggrapparti. La terra è la superficie che mi ha dato meno risultati, dunque non mi aspetto miracoli, nemmeno dagli Internazionali di Roma, che restano un’incognita. Ma dai due Slam in arrivo successivamente, Roland Garros e Wimbledon, voglio un rilancio». Ci alleniamo e giochiamo proprio per far bene in questi tornei». SEGNO Fabbiano vuole agganciare il treno di un tennis italiano sempre più proiettato verso il vertice. «È un ottimo periodo, ma non dimentichiamo che arriviamo da dieci anni straordinari per il movimento femminile. Vedere Fognini che vince a Montecarlo e tanti giovani emergenti però, non lo nego, fa piacere. Spero possa arrivare presto anche il mio turno, magari quando scoprirò l’altro 40 per cento del mio potenziale. Voglio essere un protagonista. non un gregario». Ambizioni sane e sincere. Come la sua capacità di comunicare attraverso un blog che racconta la vita nel Tour. «Mi piacerebbe lasciare un segno, essere ricordato per il percorso che sto vivendo anche attraverso ciò che scrivo. Ma il mio obiettivo è mandare solo messaggi positivi, tutto ciò che è negativo non mi appartiene»

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Federer rinuncia a Miami, Nole lo eguaglia da numero 1 (Gazzetta dello Sport). Cerundolo, un trionfo in stile Play (Viggiani)

La rassegna stampa di martedì 2 marzo 2021

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Federer rinuncia a Miami, Nole lo eguaglia da numero 1 (Ri.cr., Gazzetta dello Sport)

Sotto il sole di Miami, Roger non ci sarà. Il campione in carica (nel 2019 batté Isner, l’anno scorso non si giocò per la pandemia) non difenderà il titolo nel Masters 1000 della Florida (dal 24 marzo al 4 aprile), unico appuntamento stagionale del Sunshine Double americano, visto che Indian Wells al momento è sospeso in attesa di nuova collocazione, se ci sarà. Federer, d’altronde, fin dal momento in cui ha annunciato il rientro a Doha (da lunedì) dopo aver rinunciato all’Australia, ha fissato gli obiettivi stagionali sui grandi appuntamenti estivi, da Wimbledon all’Olimpiade di Tokyo fino agli Us Open di settembre. E poco importa dei punti che perderà in conseguenza di questa scelta, la classifica è ancora congelata e soprattutto un’assenza così prolungata (ultima partita il 30 gennaio 2020) richiede molta cautela e impegni centellinati. Era improbabile, perciò, che il Divino si sottoponesse a un tour de force di tre tornei di fila (dopo Doha giocherà a Dubai) con un lungo viaggio aereo incorporato, senza considerare che a Miami, torneo di livello elevatissimo, il rischio era di affrontare subito un avversario molto impegnativo. La road map, perciò, appare chiara: due tornei di medio livello per mettere nel motore più partite possibili, un paio di sgambate sulla terra europea (Roma spera) e poi l’aumento di intensità per l’erba e il cemento. […] Intanto, da ieri, Federer si ritrova a condividere un record prestigiosissimo, quello delle settimane complessive al numero uno, con Novak Djokovic: 310 per entrambi. Una coabitazione che durerà appena sette giorni, perché da lunedì prossimo, curiosamente proprio nel giorno in cui Roger rientrerà sul circuito, Nole diventerà leader solitario, un traguardo fenomenale e che sembrava impensabile non solo all’inizio della carriera, ma anche dopo lo stop forzato del serbo nel 2017 per i problemi al gomito destro. Il Maestro diventò numero uno per la prima volta il 2 febbraio 2004 e lo rimase per 237 settimane consecutive, primato al momento irraggiungibile, il Djoker invece il 4 luglio 2011: «Essere il numero uno del ranking era il mio sogno da bambino in Serbia, averlo raggiunto e averlo conservato così a lungo è un’enorme soddisfazione. Ora potrò concentrarmi sugli Slam». La sete di successi non si estingue mai.

Cerundolo, un trionfo in stile Play (Mario Viggiani, Corriere dello Sport)

C’è Cerundolo e Cerundolo. Fin qui si conosceva Francisco, 22 anni, numero 135 del ranking ATP, vincitore di tre challenger (Spalato, Guayaquil e Campinas) sul finire del 2020 e finalista in un quarto (Concepcion) a febbraio. E invece ecco Juan Manuel, l’altro figlio d’arte di papà Alejandro, giocatore professionista negli anni Ottanta, quando arrivò a essere 309 del mondo. Appena 19enne, Juan Manuel non ha ancora la classifica del fratello maggiore. Intanto però ha appena realizzato un’impresa mica da poco, sulla terra rossa di Cordoba: al debutto in un tabellone principale ATP (l’ultimo a riuscirci era stato lo spagnolo Santiago Ventura a Casablanca 2004; Cerundolo è il quinto di sempre), s’è aggiudicato il torneo 250 da qualificato (infilando quindi otto vittorie di fila, tre nelle qualificazioni e cinque nel tabellone principale) ed è diventato il quinto giocatore con il ranking più basso a conquistare un torneo ATP (è arrivato a Cordoba da 335 del mondo, da ieri è 181: primatista è Lleyton Hewitt, n. 550 ad Adelaide 1998). Mancino, decisamente leggero nel fisico (è alto 1,83 per appena 70 kg), gran regolarista ma non solo, Juan Manuel finora al massimo aveva collezionato otto partecipazioni ai challenger ATP, conquistando le semifinali a Montevideo 2019 e fallendo le qualificazioni a Trieste 2020, in quella che è stata la sua unica apparizione italiana. Il suo obiettivo, oltre a debuttare in un Slam, è ora quello di guadagnarsi un posto nelle Next Gen Finals che si giocheranno a Milano dal 9 al 13 novembre: con l’exploit di Cordoba è n.3 della classifica dei teenager. Una famiglia molto sportiva, quella dei Cerundolo: è stata tennista anche mamma Maria Luz, senza mai affacciarsi però fuori dall’Argentina (adesso è psicologa sportiva). La secondogenita Constanza, ventenne, soprannominata “Leoncita”, è stata l’unica a tradire racchette e palline per l’hockey prato, ma è riuscita a conquistare la medaglia d’oro con l’Argentina all’Olimpiade giovanile 2018 […]

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Intevista a Gaudenzi: “Djokovic si unisca a noi. Combatte la guerra sbagliata” (Lombardo). Il primo “regalo” delle ATP Finals è uno Sporting restituito alla città (Bonsignore)

La rassegna stampa di lunedì 1 marzo 2021

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Intevista ad Andrea Gaudenzi: “Djokovic si unisca a noi. Combatte la guerra sbagliata” (Marco Lombardo, Il Giornale)

Tennista fino al numero 18 del mondo, finalista di Coppa Davis, una seconda vita da imprenditore. Poi la chiamata come presidente dell’Atp: «E proprio neanche ci pensavo…». Andrea Gaudenzi guida l’associazione a capo del tennis mondiale da poco più di un anno, quello più difficile. «Avevamo tante idee e invece ci siamo dovuti occupare di gestire la crisi. E succede sempre qualcosa». Per fortuna si è riusciti a finire gli Australian Open. «Già in autunno con i tornei di preparazione agli Slam era stato un momento delicato. Ma a Melbourne la quarantena, l’impossibilità di allenarsi, l’essere rinchiusi in una stanza d’hotel, ha reso tutto estremo».

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ll circuito è ripartito. «Ma la situazione è grave: senza spettatori si sono persi un terzo di incassi e si abbassano i prize money. I giocatori fanno più fatica e guadagnano meno: l’equazione non è positiva». ll tennis ha fama di sport per ricchi, ma non è uguale per tutti. «È vero: per giocatori di fascia più bassa il momento è terribile. Stiamo lavorando per un pacchetto che copra le spese di viaggio. E per molti stare in giro ora 6 settimane senza poter portare la famiglia è frustrante». Qual è il piano Gaudenzi? «Il piano Atp, direi: raddoppiare la torta. Dobbiamo lavorare su come far crescere gli introiti: attualmente il montepremi di tutti i tornei Atp è tra i 150 e 160 milioni di dollari. Sembra una grande cifra, ma poi togli tasse e spese e già intorno al numero 80 non rimane nulla». Su questo i big sono divisi: Federer e Nadal con l’Atp, Djokovic con la PTPA. «La pensiamo tutti allo stesso modo: un tennista professionista ha diritto a una carriera tranquilla e corta. Nel senso che quello che incassa deve durare anche quando smette di giocare. La questione è che se sei Top 20 guadagni con gli sponsor, dai 30 in giù fai fatica». Serve equilibrio. «Per questo serve unità. Se chiedi ai fans chi vogliono veder giocare, il 90% ti dice Roger, Rafa e Nole. Prima di preoccuparmi del giocatore 500 al mondo voglio risolvere i problemi del numero 80. La discussione è dove mettere la linea del tennis pro, e poi risolvere per primo quello che c’è sopra». Il sindacato di Djokovic è una spaccatura pericolosa? «La sfida non è tra giocatori contro organizzatori, ma è tennis contro gli altri sport, la musica, Netfiix, tutto ciò che tocca il portafoglio e l’attenzione degli appassionati. Non essere uniti ti fa passare il 90% del tempo a litigare e a sprecare energie». C’è qualcosa in cui potete dargli ragione? «Io sono stato giocatore e so la fatica che si fa, anche a capire i problemi del mondo organizzativo. L’ho detto a Nole: lavoriamo insieme sui punti da migliorare.

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La PTPA è nata durante lo stop per il Covid, quando c’era molto scontento. Ma così il rischio è di far saltare la baracca. E di restare tutti senza lavoro». Si dice anche: bisogna accorciare le partite. «Il tennis va migliorato? Si. Ma cominciamo da quello che c’è intorno: come lo organizziamo, come lo gestiamo. Siamo indietro di almeno 15 anni, non abbiamo un database, non siamo digitalizzati». E le regole? «Da ex giocatore dico che per me il tennis è sacro. Mi rendo conto che per i giovani un match è lungo, ma oggi lo puoi impacchettare come vuoi. Fare highlights più o meno corti, prodotti per i social media, trasmissioni per chi lo vuol vedere 4 ore e chi lo sbircia sugli smartphone. Perché poi: a chi ha pagato il biglietto per la finale di Wimbledon, glielo dici tu che il match dura solo un’ora? E poi: cambiare le regole? Solo su dati certi. E se ne vale la pena». Chiudiamo con l’Italia: il futuro di Roma? «È nella lista dei tornei che potrebbero allungarsi a 11-12 giorni con 96 giocatori in tabellone, vedremo. II Foro Italico? II tennis è uno sport che si guarda al 99% da remoto e chi lo vede in Tv può godere di uno spettacolo incredibile. Spostare il torneo per avere stadi enormi non ha senso. Lì dall’alto non vedi neanche la palla». E le Finali Atp a Torino da presidente? «La vita riserva sempre sorprese. E magari con un giocatore italiano, chissà…». Berrettini alle Finali è già stato. Giudizio su Sinner? «Io sono romagnolo, ma mi allenavo in Austria e conosco la zona. Vedo in Jannik una freddezza eccezionale. Lo sci gli ha dato quello: ti giochi tutto in millesimi di secondo. E nei punti importanti lui va a cercare sempre la cosa giusta da fare».

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Il primo “regalo” delle ATP Finals è uno Sporting restituito alla città (Filippo Bonsignore, Corriere Torino)

Sessant’anni dopo, si sta per scrivere un nuovo capitolo di storia. Da Pietrangeli e Laver a Djokovic, Nadal, Medvedev, Federer. E, chissà, Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego… Sessant’anni dopo, si può sognare di nuovo. Era il 1961 quando, sul Centrale del Circolo della Stampa Sporting, Nicola Pietrangeli conquistava gli Internazionali d’Italia nella finale contro Rod Laver. Ora, lo stadio del tennis sta per tornare a splendere, completamente rinnovato e pronto a mostrarsi nuovamente anche ai migliori del mondo che si ritroveranno sotto la Mole fino al 2025 per conquistare il Masters. Le Atp Finals si giocheranno al vicino PalaAlpitour ma il Circolo di corso Agnelli sarà una delle strutture di riferimento dell’evento, visto che ospiterà gli allenamenti dei campioni.

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Sulla terra rossa dello Sporting, infatti, di storia ne è passata davvero tanta, non solo nel ’61 con il trionfo di Pietrangeli. Sei volte ha ospitato la Coppa Davis, tra il 1948 e il 1973, e poi la Fed Cup del 1966 conquistata dagli Stati Uniti di Billie Jane King, il Challenger (vinto da Fognini nel 2008), i tornei internazionali giovanili, come quello Under 16 maschile e femminile, dove sono sbocciati campioni del calibro di Hewitt, Nalbandian, Rios, Davenport, Dementieva e Dokic. E allora, benvenuti nel futuro. Il «Corriere Torino» è in grado di svelare in esclusiva il volto del nuovo Centrale. Sarà un’arena versatile, dedicata naturalmente al tennis ma capace di ospitare anche concerti, spettacoli teatrali, convegni. Sport e cultura, quindi, per circa 2.500 spettatori. La capienza, in ogni caso, si potrà modulare per rispondere alle misure restrittive dovute alla pandemia, tanto che potrà accogliere comunque 600-800 persone a seconda della configurazione.

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Sono state ripristinate le gradinate mantenendo l’estetica originaria e utilizzando i medesimi materiali. Nuovi sono invece gli spogliatoi per gli atleti, che sono trasformabili in camerini per gli attori. Nuova è l’area accoglienza, sul lato opposto. Nuovo è l’impianto di illuminazione che consentirà appunto di ospitare diverse tipologie di manifestazioni. Nuove sono le quattro torri faro, alte quasi dieci metri, con nove proiettori ciascuno, che permetteranno le riprese in alta definizione. Nuovi sono i due accessi e le quattro aree per disabili. Nuova, infine, è l’area padel, ora adiacente al Centrale, che verrà spostata in un’altra zona del Circolo, quella attualmente occupata dai campi da tennis in cemento, e che sarà ampliata, tanto da ospitare tre campi coperti.

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Rassegna stampa

New York 1977, tennis e follie (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 28 febbraio 2021

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New York 1977, tennis e follie (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Al centro di Pennsylvania Plaza, sulla 7a Avenue che gli scorre davanti, il Madison Square Garden ha la forma di un panettone. Vetri scuri a doppia tonalità e infissi in alluminio anodizzato. E’ il quarto della serie, ricostruito nel 1969 con una spesa di 200 milioni di dollari e ormai lontano dalla Madison Avenue di cui conserva gelosamente il nome, che ospitò le prime due arene (1879-1889, 1890-1924). Più semplicemente, the Garden, per i newyorker, che ne fecero il centro della boxe mondiale e della Nba del basket, ma anche una sala da musica e una sala da tennis. La sede più naturale del Masters, l’unica che potesse narrare i ricordi già lontani dei tornei professionali anni Cinquanta e raccordarli con l’avvento dei campioni della Nuova Era, quella del tennis aperto. Il torneo dei più forti vi giunse nel 1977. «La storia di un’estate, di una città, di tennis e di spari, di sommosse e di saccheggi, di soavi palline bianchissime. Una storia di gentiluomini e di malfattori, di assassini e di sopravvissuti, di palazzi che bruciarono fino alle fondamenta», scrive Corrado Erba nelle pagine iniziali del suo bel libro “Tennis e Follia a New York” (Edizioni Slam, Absolutely Free Libri). Furono i mesi degli incendi nel Bronx, dei Guerrieri della Notte che agivano come truppe scelte, della sofferenza di interi quartieri che il sindaco Beame giudicò irrecuperabili e lasciò andare a se stessi. Anche il tennis partecipò attivamente al clima di follia che sembrava essersi impossessato della città. Il 1977 vide l’ultimo US Open sui campi in terra verde e grigia del West Side Tennis Club a Forest Hills, fra le proteste dei cittadini del piccolo borgo dei ricchi, con le case più belle affacciate sull’Oceano Atlantico, che sfilavano con cartelli e slogan per evitare che il torneo migrasse verso Manhattan, nella sede attuale di Flushing Meadows. Nei giorni del torneo, un colpo di pistola venne sparato dai piani alti delle tribune del Centrale e ferì al piede uno spettatore, i tennisti protestarono a lungo per la decisione di far giocare due set su tre fino ai quarti, per poi passare a tre su cinque dalle semifinali. Era una richiesta della CBS, pagata milioni di dollari. Mike Fishback scese in campo con la sua Head munita di doppia incordatura e da tennista di umili origini si trasformò in una divinità vendicatrice, capace di stracciare Billy Martin e il primo vincitore del Masters, Stan Smith. Ma niente attrasse le polemiche come l’iscrizione al torneo di Renee Richards, prima transessuale a schierarsi nel tabellone femminile. Aveva ormai più di 40 anni, e da uomo, Richard Raskind, dentista a Los Angeles, non era mai andato oltre qualche onorevole torneo sociale. Alta più di un metro e novanta, Renee venne sconfitta subito in singolare da Virginia Wade, ma raggiunse la finale in doppio, scatenando l’ira di molte delle partecipanti. Fu l’inizio di una breve carriera nel circuito femminile, che la condusse alla conquista di sei trofei e al numero 20 della classifica, per poi diventare allenatrice di Martina Navratilova. Il torneo lo vinse Guillermo Vilas, e Jimmy Connors prese la sconfitta come un affronto personale. Aveva incassato il primo set e dava per scontato che il match sarebbe finito nella propria bacheca, già stracolma di allori. Ma Vilas seppe recuperarne i fili, e con i dritti pesanti e mancini cominciò a manovrare Jimbo da un lato all’altro, fino a stracciargli l’anima. L’ultima chance, quella su cui Connors si attaccò per decretare che il match gli fosse stato rubato, venne sul quarto match point. Guillermo cercò il passante sull’ennesima incursione di Jimbo a rete, e l’americano esplose una volée che sarebbe bastato accompagnare a mezza potenza per ottenere il punto. Palla vicino alla riga. Connors non ebbe dubbi: «Punto mio», disse. Anche Tiriac, coach di Vilas, lì vicino, non ebbe dubbi: «Punto suo», fece, indicando Guillermo. Il giudice di linea si prese il suo tempo, poi decise che il colpo fosse fuori. Connors rifiutò di restare in campo per la premiazione. «Per me questo match non è ancora finito», fece sapere, dimenticando che anche lui aveva qualcosa da farsi perdonare. In semifinale, contro Corrado Barazzutti, su una palla decisamente fuori che l’italiano si affannava a mostrare all’arbitro, chiedendo che scendesse dal trespolo per controllare, raggiunse Corrado alle spalle, quasi di soppiatto, poi gli sfilò davanti con movenze da marionetta, e cancellò con il piede il segno. «Signor Connors, certe cose non si fanno», disse bonario l’arbitro, mentre dalle tribune venivano giù salve di fischi. Era una palla che non avrebbe cambiato il match, saldamente nelle mani di Connors, ma forse lo avrebbe allungato. Magari solo di un po:.. […] A New York i tennisti erano di casa, e la loro casa era al numero 254 della 54a West, tra la 78 e l’88 Avenue, non così distante dal Madison Square Garden. L’indirizzo era quello dello Studio 54, dove si entrava solo se si era un bel po’ strani, molto ammanicati o molto famosi. La bellissima Bianca Jagger, moglie ormai a un passo dal divorzio da Mick Jagger, vi era entrata su un cavallo bianco, il ballerino Sterling St. Jacques si faceva accompagnare da Khaym the Cheetah, il suo ghepardo, al quale metà locale offriva champagne in una coppa d’argento, con le conseguenze che potete immaginare. Andy Warhol si divideva tra la sua Factory e le serate nella discoteca. Vitas Gerulaitis parcheggiava lì vicino la Rolls che faceva impazzire d’invidia John McEnroe («Lui viveva in questa villa incredibile a King’s Point, girava con una Rolls targata VITAS G, mentre io stavo dai miei e la mamma ancora mi faceva il bucato», confessò Mac anni dopo) e nel breve tratto a piedi fino all’ingresso dello Studio, sceglieva le ragazze più belle tra quelle in attesa davanti al portone. Le faceva entrare come sue accompagnatrici. Ilie Nastase aveva un tavolo fisso. «Se avete bisogno di me, sapete dove trovarmi», lasciava detto agli organizzatori, costretti a telefonare allo Studio 54 per comunicare al rumeno i turni di gara. Quando venne scelto il Madison Square Garden per rivitalizzare il Masters, che dopo Tokyo (Stan Smith) e Parigi (Ilie Nastase) era finito nel giro di città tutt’altro che glamour, come Barcellona (Nastase), Boston (Nastase), la lontanissima Melbourne (Vilas), Stoccolma (Nastase) e Houston (Orantes) dove più di un big preferì non andare, per i newyorker ancora affranti dal lungo anno orribile fu la conferma che il peggio era passato. La Grande Mela poteva tornare finalmente alla sua dimensione di metropoli di affari e di turismo, di spettacoli e grandi alberghi sempre sold out. […] Fu americano il primo torneo del Garden, vinto da un Connors in assetto da marine, pronto a cancellare i fischi dello US Open perso con Vilas, e lo fu anche il secondo, con il ragazzino di casa McEnroe che già tutti chiamavano Genio, anzi McGenius. Ma dalla terza stagione entrarono in scena i giganti europei, prima Borg, poi Lendl, infine Becker e Edberg. E al termine dei tredici anni in cui il Garden mantenne il Masters nel proprio cartellone di eventi, le vittorie americane furono appena quattro, una di Connors e tre di McEnroe, quelle europee addirittura nove, con cinque colpi di Ivan Lendl, due di Borg, e uno a testa per Becker e Edberg. Era giunto il momento di tentare l’avventura in Europa. Ma il Madison rimase per anni nel cuore del tennis, «il nostro chalet per l’inverno», come lo chiamava McGenius.

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