Papà Fognini: "Mio figlio folle e tenero" (Rossi). Berrettini prova a diventare grande contro Federer (Piccardi). Fognini, c'è un complotto (Bottura)

Rassegna stampa

Papà Fognini: “Mio figlio folle e tenero” (Rossi). Berrettini prova a diventare grande contro Federer (Piccardi). Fognini, c’è un complotto (Bottura)

La rassegna stampa di lunedì 8 luglio 2019

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Fulvio Fognini: “Mio figlio in casa è un tenerone ma in campo diventa una furia” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Ad Arma di Taggia, casa Fognini, i festeggiamenti per Fabio numero 10 del mondo sembrano già storia di un secolo fa. Per Fulvio Fognini, papà del tennista, nonno della famiglia, giusto il tempo di togliersi la soddisfazione più grande ed ecco immediatamente la prima rogna, e cioè Fabio che straparla e va ben oltre le righe a Wimbledon invocando la caduta di una bomba sul circolo. «Ma vi pare mai che potesse pensare quello davvero?». Che gli passava per la testa? «Ce l’aveva col campo. Era un modo dire. Ma avete mai fatto sport?». Si, però qui si parla di professionisti. «E che significa? Sono dei robot? E allora a Kyrgios cosa vorreste fargli? Ma per favore». Mica lo giustificherà? «No, ma mi sembra che sia stato creato un putiferio non da poco». Come genitore, dica la verità, è difficile essere il papà di Fognini? «Essere il padre di Fognini è difficile e complicato». Appunto. «No, non ci siamo capiti: è difficile combattere denigratori, perché sono quello il problema. Oltre che combattere in campo» […] Ma perché gli succede? «Va fuori dalle righe, è fatto così. Ma sa che dico? Che così non vi stufate, perché voglio farvi presente che con lui non sono le solite interviste, le solite cose. E allora dico: meglio se va fuori dagli schemi». E quindi lo difende. «Lo ripeto: in casa state tranquilli che non ha mai alzato la voce, mai risposto a me o a mia moglie». Ci sarebbe il famoso episodio di Montecarlo 2014 quando litigò in diretta anche con lei. «Montecarlo? Allora, voglio chiarire una volta per tutte questa storia: era al fisioterapista che diceva qualcosa, che era accanto a me. Fu un simpatico giornalista italiano, con il quale è un decennio che abbiamo dei problemi, a montare la vicenda. La mia colpa è di non averlo fermato alla mia maniera, ma conoscendomi ho fatto bene» […] Anche ora che è diventato padre anche lui? «Da marito è cambiato, è attaccato alla famiglia, al figlio e a Flavia. Con lei Fabio aveva smesso di fare cavolate. Fino a sabato». Quando le faceva, l’ha rimproverato? «Certo, gli dicevo ‘ma c’era bisogno?’. E lui: ‘Papà è stato più forte di me’». E ora? «Mica lo dico, dovessi rovinarvi lo spettacolo… Sennò su cosa me lo criticate?»

Testa alta e servizio. Berrettini prova a diventare grande contro Federer (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

 

Il 12 aprile 1996, quando Matteo Berrettini viene al mondo a Roma nel quartiere del Nuovo Salario, Roger Federer debutta sul circuito Junior: ha 14 anni, nel ’98 vincerà Wimbledon U18 e l’Orange Bowl, laureandosi campione del mondo giovanile. Matteo, a quel punto, ha appena imparato a camminare da solo. 14 anni e 8 mesi, 20 titoli Slam, 99 tornei vinti (102 a 3), oltre a molto altro, dividono il romano che non è cresciuto nel mito di Totti (è un tifoso viola per via del nonno paterno, Piero, fiorentino) e lo svizzero impegnato ad alimentare la leggenda di se stesso, 38 anni ad agosto contro i 23 dell’avversario, alfiere del tennis vintage […] La prima sfida in carriera dell’azzurro con sua maestà arriva sul campo più importante del circolo più mitico (terzo match sul centrale, oggi, dopo l’antipasto di Sousa-Nadal e Konta-Kvitova) per la gioia di nonna Lucia, brasiliana in Italia da cinquant’anni […] Federer punta al 55° quarto di finale in uno Slam (il 17° in Church Road) e battendo Pouille al terzo turno ha centrato la 350ª vittoria in un Major (record). Berrettini, che affronta Wimbledon per la seconda volta in carriera (dove l’anno scorso era uscito al secondo turno con Gilles Simon), spera di diventare il quinto tennista italiano della storia a sbucare nei quarti nel Tempio dopo de Morpurgo (1928), Pietrangeli (55, ’60), Panatta (79) e Sanguinetti (98), quando la nostra buona vena sull’erba si è esaurita. «Quello che sta succedendo è pazzesco, faccio fatica a realizzare — ha detto —. Sapere che Federer mi studia, mi riempie d’orgoglio. È stato il mio idolo da bambino, ma da quando ho letto il mio nome accanto al suo nel primo torneo giocato da entrambi ho smesso di fare il tifo. Giocherò a testa alta, per vincere». Non è difficile immaginare una partita in cui il servizio (ottimo quello di Matteo, che piove a terra da 196 cm d’altezza) avrà un ruolo determinante, unito alla gestione delle emozioni, esercizio nel quale lo svizzero ha un’esperienza sconfinata. Ma Matteo sta crescendo a vista d’occhio. Ha tagliato la sua personalissima linea d’ombra sabato con Diego Schwarzman, un avversario tignoso che solo due mesi fa non avrebbe battuto. Tre match point annullati, tre volte con un piede sotto la doccia e tre volte capace di riprendere in mano il suo destino […]

Fognini, c’è un complotto (Luca Bottura, Repubblica)

Ha dato dello zingaro di merda a un avversario serbo che lo stava battendo ad Amburgo, mandato suo padre a fare in culo perché cercava di limitarne l’eloquio offensivo sul centrale di Montecarlo, dato della troia a una giudice di linea a Flushing Meadow, minacciato di menare un arbitro svedese a Shangai, mostrato il medio al pubblico cinese, tirato la pallina in faccia, a Madrid, a un raccattapalle, sabato se l’è presa con gli inglesi che l’avevano confinato su un campo lontano dal centrale, augurandosi una bomba giustiziera nella pancia di Wimbledon. E ha perso ogni volta. Chi mastica tennis, derubrica i raptus di Fabio Fognini, numero 10 Atp, a una specie di sindrome di Tourette che sabota la sua classe cristallina. Forse. Ma c’è anche e soprattutto un altro tratto distintivo, una sorta di sovranismo psicotico imbibito della stessa cultura che permea il Paese: se cadi, se sul campo principale c’è un altro e non tu, se ti chiamano fuori un colpo che era dentro, ma anche se era fuori, sticazzi, lo volevi dentro, c’è sempre un potere esterno indefinito che ha tramato contro. Quando è una donna, uno straniero, un perfido albionico, meglio. Ma va bene anche papà. Che rappresenta un altro tipo di nemico, la sommatoria di tutti, il più pericoloso: l’autorità costituita. Immanente. Che non solo ti è superiore per questioni fattuali, fisiologiche. Ma addirittura ti richiama al buonsenso. Ti chiede di rispettare le regole e smetterla di piagnucolare chiedendo ordine e disciplina solo per gli altri. Lo Stato, diciamo. O come dovrebbe essere. Quindi: fanculo pure lui. Non sembri, questa, una tirata anti-italiana […] «Se ho sbagliato — sorrisetto postatomico, a Londra — chiedo scusa. Ma preferisco guardare avanti». Mancavano solo i bacioni. Rispetto ad altri capitani non meno sguaiati, Fognini può vantare una decisiva differenza: ha lavorato sodo per essere dov’è. E quando sta zitto, o quando parla limitandosi alla piacioneria guascona, racconta l’Italia belloccia e talentuosa che di solito infiliamo negli spot per spacciare il Campari in America. Non lo diresti, che presto potrebbe attribuire un fallo di piede a George Soros. Per questo non costituisce un modello negativo. Perché è anche l’immagine nitida di quel che possiamo essere quando ci concentriamo su noi stessi senza spurgare il recriminazionismo estremo che il trentennio berlusconiano, a furia di modelli da raggiungere, disillusioni, nemici a cui attribuirle, ha instillato nella pancia del Paese […]

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Per Travaglia finisce il sogno (Benvenuti)

La rassegna stampa del 20 luglio

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Per Travaglia finisce il sogno (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Si spegne dopo 2 ore e 23 minuti di confronto il sogno di Stefano Travaglia di approdare alle semifinali del Playa Laguna Croatia Open Umag (Atp 250). Condizionato da un fastidio al gomito sinistro, il marchigiano è stato costretto a cedere alla distanza sotto i colpi dell’ungherese Attila Balazs. Eccellente il set iniziale, chiuso dopo 40′ per 6-3: dopo un immediato break e controbreak, gli equilibri erano stati spezzati dal servizio strappato al magiaro nel corso dell’ottavo game per un 5-3 completato dal successivo servizio, blindato senza concedere alcun punto. Più equilibrato il secondo set: Travaglia non riesce a sfruttare il break ottenuto nel primo gioco, facendosi riagganciare sul 2-2 e andando infine a un tie-break nel corso del quale Balazs è stato assai più efficace (2-7). Nel terzo set Travaglia manca due volte la ghiotta opportunità per strappare il servizio all’avversario proveniente dalle qualificazioni che approfitta per allungare sul 2-1 con un break. Poi, dopo il time concesso per l’intervento del fisioterapista, controlla con puntiglio fino alla chiusura al primo match point. «Ho preso delle scelte sbagliate e ho giocato male, pur avendo dato il massimo – il commento a caldo di Travaglia -. Non ho nulla da recriminare, neppure per il problema al gomito. Mi servirà di lezione per evitare di compiere gli stessi errori in futuro. Credo fermamente in quello che sto facendo con il team». SEMIFINALE A BUCAREST PER LA DI GIUSEPPE Con un drop-shot il sogno diventa realtà Martina Di Giuseppe si ritrova per la prima volta in una semifinale Wta. Sulla terra di Bucarest, in Romania, la 28enne romana, n.211 del mondo promossa dalle qualificazioni, sconfigge per 6-4 6-4 la ceca Krejcikova,132 Wta.

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Addio a Merlo, l’inventore del rovescio a due mani (Scanagatta, Clerici, Crivelli)

La rassegna stampa di giovedì 18 luglio 2019

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Addio a Merlo, inventò il rovescio a due mani (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

L’ho conosciuto e ammirato fin da bambino. Se avessimo avuto, in tempi recenti, un tennista capace di conquistare due semifinali consecutive al Roland Garros (1955-56), di raggiungere due finali agli Internazionali d’Italia (1955-57), e di battere — come ebbe orgogliosamente a ricordarmi anni addietro — 6 vincitori di Wimbledon (Jroslav Drobny, Vic Seixas, Roy Emerson, che di Slam ne ha vinti 12, Neale Fraser, Budge Patty e Chuck McKinley) beh oggi non ci sarebbe chi non lo ricorderebbe come uno dei più grandi tennisti italiani di sempre. Non sarà così solo perché Beppe Merlo, figlio del custode del tennis Merano dove era nato l’11 ottobre 1927 – è mancato ieri a 91 anni a Milano – quei risultati li ha ottenuti soprattutto a metà degli anni ’50, anche se la sua carriera è stata così lunga che — prima categoria già a 21 anni — 25 anni dopo giocava ancora i campionati italiani assoluti, da lui vinti 4 volte battendo in momenti diversi, Nicola Pietrangeli, Fausto Gardini e Orlando Sirola i nostri «moschettieri» dell’epoca, capaci di conquistare assieme a lui le prime finali di Coppa Davis azzurre, gli storici Challenge Round del 1960 e 1961. Per la nostra Davis aveva giocato 35 singolari vincendone 25. Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi «Tennis Club»: «Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio». Già, il rovescio a due mani era il suo marchio di fabbrica, uno dei primi al mondo a utilizzarlo. Dal 39 al ’49 l’australiano John Bromwich, mancino che serviva con la destra e giocava il rovescio a due mani, aveva vinto due Slam giocando fra singoli e doppi 35 finali. Avevo 4 anni quando Beppe, amico di mio padre, mi insegnò a tenere la Maxima troppo grande e pesa con due mani per «reggere» il rovescio: «Non fare come me, però! Tu metti la mano destra sotto la sinistra». Già, lui, forse sedotto dalle immagini della leggenda Bromwich che però era mancino, aveva fatto il contrario e così quando doveva tirare il dritto con la mano destra impugnava la racchetta a metà manico, vicino al cuore, perdendo quindi una ventina di cm di allungo. Saltava sulla racchetta incordata di fresco — le incordava lui stesso — per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. «Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti» scherzava. Quando con Merlo, aria compunta, modi mansueti, l’Italia battè nella finale europea la Svezia di Davidson e Bergelin — il futuro coach di Borg — l’Equipe pubblicò una sua foto con una dida: «Non ha servizio, non ha dritto, ma con la risposta vince». La finale persa al Foro Italico con il “vampiro” Gardini che pretese il ritiro per i suoi crampi sul 6 pari al quarto, dopo che Merlo era già stato portato a braccia negli spogliatoi a fine terzo set – allora c’era il riposo – uscendone subissato di fischi, è rimasta storia incredibile. Nicola Pietrangeli, compagno di mille battaglie, lo ricorda così: «Un gran giocatore, buono come il pane. Era un po’ chiuso, molto fortunato a poker, aveva un gran successo con le donne. In tanti hanno pianto dopo averci giocato contro. Non faceva gruppo, ma non era per darsi delle arie. Era molto attento a cosa mangiava, a quanto dormiva. Se noi volevamo riposarci, lui voleva allenarsi. Non un giocherellone, ma davvero una persona buona».

Merlo, l’inventore del rovescio bimane (Gianni Clerici, Repubblica)

 

È morto un mio amico, Beppe Merlo, che perse sommerso dai crampi, dopo aver avuto due match point e mentre era avanti 2 set a 1, la finale degli Internazionali d’Italia 1955 contro Gardini, tennista implacabile che ne invocò il ritiro, sul 6-6 al 4°, mentre Beppe giaceva sul Centrale del Foro Italico […] Inventò, perché i pionieri furono gli australiani Vivian McGrath e John Bromwich, un suo rovescio bimane, mai visto in Europa, del quale ho sempre avuto una mia idea, incontrastata dallo stesso esecutore. Beppe era mancino e, di fronte a un racchettone di 15 once, non poté non reggerlo, a metà manico, con la destra: divenne il suo colpo più importante. Vidi i grandi del tempo attaccare quel suo insolito rovescio, e venirne quasi sempre passati. La battuta era tanto femminea da essere ancor più attaccabile, ma Beppe l’aveva resa difficilissima per il rimbalzo molto basso, svuotato di forza. Giocammo insieme un solo torneo di doppio, e non lo vincemmo per la finale ostacolata dalla pioggia. Lo ricordo non certo per vantarmene, ma perché Beppe mi disse: «Tu copri i 2/5 di campo a destra, io mi occuperò dei 3/5 a sinistra, con il rovescio». Beppe fu anche noto come malato immaginario. Aveva sempre con sé una valigetta piena zeppa di medicine, soprattutto contro i crampi, dei quali, corridore instancabile, era spesso vittima. Incapace di abbandonare il gioco, era abituale spettatore dei tornei, e chiedeva a tutti come mai la federazione non gli avesse riservato il ruolo di allenatore che avrebbe meritato. Credo sia morto con un simile dubbio nel cuore, povero Beppe.

Addio al rivoluzionario. Con il suo rovescio ha anticipato il futuro (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

A due mani nella storia. Siamo ormai cosi tanto abituati al rovescio bimane nel tennis da non immaginare quanto potesse essere rivoluzionaria quell’impugnatura negli anni 40 e 50, quando i gesti bianchi delle origini dettavano ancora lo stile. Ebbene: un trentennio prima di Connors e di Borg, gli sdoganatori ufficiali del colpo, da cui sono poi discesi milioni di adepti, fu un italiano a travolgere la tradizione e a giocare il rovescio in quel modo. Era Beppe Merlo, uno dei nostri giocatori più grandi e più amati, morto ieri mattina a 91 anni […] A partire dal modo di tenere la racchetta, fino alla scelta eversiva, raccontata in un’intervista alla Gazzetta di qualche anno fa: «Ero piccolo, magro, senza tante forze. La racchetta era troppo pesante, dovevo impugnarla a metà manico. Il rovescio a una mano sola non mi riusciva, con due sì. All’inizio sembravo ridicolo, ma era l’unica maniera in cui potessi essere competitivo. C’erano già altri due o tre giocatori che lo facevano, ma io sono stato il primo in Europa». Con un’impugnatura certamente non ortodossa, perché la mano sinistra era sotto la destra e non viceversa, come invece succede oggi […] Nel 1951, spendendo tre milioni, praticamente tutto il budget federale, la Fit lo manda in California per due settimane ad allenarsi coni più grandi dell’epoca: Budge, Sedgman, Gonzales e Segura. Due giorni prima di rientrare, viene invitato nella villa di Charlie Chaplin: il grande attore non c’è, ma lui può giocare contro Tilden, allora sessantenne, e lo batte 6-1. Gli anni successivi lo portano in vetta alle classifiche mondiali, allora stilate da giornalisti specializzati. Nel 1955 perde la finale di Roma contro Gardini, ritirandosi sul 6-6 del quarto set per crampi dopo aver avuto tre match point, e qualche settimana dopo, al Roland Garros, batte ai quarti Seixas, allora numero due del mondo, prima di perdere in semifinale con Davidson, che aveva battuto al Foro. Nel 1956, sempre nei quarti di Parigi, sull’8-8 del quinto contro il francese Remy, cede un punto chiamato a suo favore e perde il game, ma vincerà la partita 11-9 tra il tripudio della folla che fin lì lo aveva massacrato con il tifo contro. Nel 1957 è ancora in finale a Roma, da favorito, ma perde contro Pietrangeli, mentre sul Guerin Sportivo, per il fisico non certo erculeo, lo chiamano «il gracile dongiovanni della racchetta». Si ritira nel 1969, ma fino agli anni 80 insegna tennis in giro per il mondo. Nel 1973, quando già lavora in banca, palleggia al Caesar’s Palace di Las Vegas con Borg: quattro mani, una sola leggenda.

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Benvenuti). Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Rossi). La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Tripi)

La rassegna stampa di mercoledì 17 luglio 2019

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Buona la prima per Stefano Travaglia e anche per l’eterno Paolo Lorenzi nel tardo pomeriggio ad Umago. Già salutato Marco Cecchinato, ma in attesa di rivedere all’opera la giovane wild card altoatesina Jannik Sinner che lunedì sera aveva eliminato il portoghese Pedro Sousa, profuma di azzurro la 2a giornata di match a tempo pieno della 30a edizione del torneo inserito nel circuito ATP World Tour 250 series. Travaglia ha superato piuttosto agevolmente il connazionale Thomas Fabbiano e ora diventa anche il primo avversario di Fabio Fognini, testa di serie numero uno e approdato direttamente al 2° turno, per l’ennesima sfida fratricida: 6-3 6-2 il risultato finale in favore di Travaglia. Addirittura massacrante la prestazione vincente alla quale è stato chiamato l’irriducibile Lorenzi che si è imposto sul tedesco Peter Torebko (promosso dalle qualificazioni) al termine di un confronto teso ed equilibrato. Il 7-5 a favore di Torebko, al termine del primo set, è un eloquente biglietto da visita per un match che Lorenzi riapre subito con un palpitante 6-4, per poi andare a festeggiare al termine di un terzo set che si risolve prevedibilmente al tie break. Sotto di 3-1, l’esperto italiano conquista d’impeto la bellezza di sei punti consecutivi e, approfittando anche di un leggero problema fisico dell’avversario, festeggia il passaggio del turno in attesa di affrontare il serbo Laslo Djere.

Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Massimo Rossi, Libero)

 

Se alle sei della sera stai giocando la finale dello slam più importante che c’è, davanti a 15.000 spettatori ostili che inneggiano senza sosta al tuo avversario, e ti trovi sotto 7/8-15/40 al quinto mentre sta servendo l’altro, ma vinci il game e poi anche il match, ti chiami Nole Djokovic. Ma potresti anche chiamarti Roger Federer o Rafa Nadal perché questi tre signori sono assolutamente intercambiabili, e inimitabili per tutti gli altri che si trovano dal quarto posto in giù nella classifica mondiale. Il tennis da molti anni è roba loro, in un modo quasi imbarazzante per gli avversari, giovani e meno giovani. Imbarazzante soprattutto perché questa storia non sembra per niente finita qui, a dispetto dell’età, solo anagrafica, dei tre fenomeni: 38 Roger, 33 Rafa e 32 Nole. Quale può essere il perché di questo inarrestabile potere che rende tre soli giocatori padroni di 54 slam, per non contare le decine di Master 1000 e tutti gli altri tornei ATP? I perché sono fondamentalmente due. Il primo va ricercato nel fatto che questi grandi campioni, a differenza dei loro giovani colleghi della cosiddetta next gen, non hanno mai smesso di studiare, pur essendo, a turno, il numero 1 del mondo. E si vede. Ognuno di loro, ogni anno che passa, mostra chiari miglioramenti anche in quel pochissimo che ciascuno di loro ha da migliorare: Rafa ha oggi un servizio straordinario che prima non aveva, Roger un rovescio non più solo in back ma un colpo con il quale è in grado di condurre il gioco come con il diritto, Nole oltre ad aver superato la crisi di identità che lo aveva portato a perdere addirittura con Cecchinato l’anno scorso, ha trovato una sicurezza nei due fondamentali che di fatto non lo fa sbagliare mai. Cosa, quest’ultima, in cui Nadal è il numero uno indiscusso e che penalizza forse di più Roger, unico dei tre a risentire (si fa per dire…) un po’ di tensione nei momenti topici, tanto da non risultare certo il re dei tie break, come anche la recente finale di Wimbledon ha dimostrato. Inoltre il predominio assoluto di questi tre grandi giocatori va cercato nella loro contestualità. L’essersi trovati a convivere più o meno nello stesso arco di tempo, li ha costretti a migliorarsi a vicenda in un lungo rincorrersi di sfide e di rivincite. Non so se potrà mai ripetersi un fenomeno così. Di certo questi fragili campioncini della nuova generazione scompaiono di fronte a questi tre mostri sacri, e penso che una delle ragioni stia anche nella loro pigrizia, fisica e mentale, che impedisce loro di impegnarsi e sacrificarsi per migliorare sempre, giorno dopo giorno. Pensano di essere a posto così e aspettano che questi si scansino. Temo che abbiano sbagliato i conti, intanto che invecchiano loro.

La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Valerio Tripi, La Repubblica – Palermo)

La numero 5 al mondo, l’olandese Kiki Bertens, guida il tabellone principale della trentesima edizione degli internazionali di tennis di Palermo che si disputeranno da sabato al 28 luglio sui campi in terra rossa del Country Time Club. Dopo sei anni di assenza il grande tennis torna a Palermo con nomi di tutto rispetto se si pensa che a chiudere il tabellone sarà l’ex numero 4 al mondo, l’australiana Samantha Stosur, vincitrice degli Us Open nel 2011. Al “Palermo Ladies Open” le tenniste da battere non saranno solo Bertens e Stosur, ma anche Julia Goerges, n. 25 al mondo, e la ceca Karolina Muchova che, dopo l’exploit a Wimbledon dove ha raggiunto i quarti dopo avere battuto negli ottavi la connazionale Karolina Pliskova, ha scalato 25 posizioni nel ranking, arrivando alla posizione n. 43. Per rimediare all’assenza dal tabellone principale delle tenniste italiane, penalizzate dalla posizione di classifica, oltre alla wild card assegnata dagli organizzatori a Sara Errani, la scelta è stata proprio quella di assegnare gli altri tre pass alle azzurre che occupano la posizione migliore in classifica Wta: Jasmine Paolini, Martina Trevisan e Jessica Pieri. «La classifica mondiale – spiega il direttore del torneo Oliviero Palma – penalizza le nostre tenniste. Per questo in pieno accordo con la Federazione Italiana Tennis si è deciso di offrire l’opportunità alle azzurre di partecipare al torneo del Country concedendo le altre tre wild card. Da tempo, invece, avevamo deciso di assegnarne una a Sara Errani, giocatrice alla quale siamo legati e che a Palermo ha ottenuto alcuni fra i suoi migliori risultati». Lunedì scatteranno le partite del tabellone principale che si disputeranno sui tre campi del Country con turni di gioco che inizieranno alle 16 e andranno avanti fino a sera. […]

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