Papà Fognini: "Mio figlio folle e tenero" (Rossi). Berrettini prova a diventare grande contro Federer (Piccardi). Fognini, c'è un complotto (Bottura)

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Papà Fognini: “Mio figlio folle e tenero” (Rossi). Berrettini prova a diventare grande contro Federer (Piccardi). Fognini, c’è un complotto (Bottura)

La rassegna stampa di lunedì 8 luglio 2019

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Fulvio Fognini: “Mio figlio in casa è un tenerone ma in campo diventa una furia” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Ad Arma di Taggia, casa Fognini, i festeggiamenti per Fabio numero 10 del mondo sembrano già storia di un secolo fa. Per Fulvio Fognini, papà del tennista, nonno della famiglia, giusto il tempo di togliersi la soddisfazione più grande ed ecco immediatamente la prima rogna, e cioè Fabio che straparla e va ben oltre le righe a Wimbledon invocando la caduta di una bomba sul circolo. «Ma vi pare mai che potesse pensare quello davvero?». Che gli passava per la testa? «Ce l’aveva col campo. Era un modo dire. Ma avete mai fatto sport?». Si, però qui si parla di professionisti. «E che significa? Sono dei robot? E allora a Kyrgios cosa vorreste fargli? Ma per favore». Mica lo giustificherà? «No, ma mi sembra che sia stato creato un putiferio non da poco». Come genitore, dica la verità, è difficile essere il papà di Fognini? «Essere il padre di Fognini è difficile e complicato». Appunto. «No, non ci siamo capiti: è difficile combattere denigratori, perché sono quello il problema. Oltre che combattere in campo» […] Ma perché gli succede? «Va fuori dalle righe, è fatto così. Ma sa che dico? Che così non vi stufate, perché voglio farvi presente che con lui non sono le solite interviste, le solite cose. E allora dico: meglio se va fuori dagli schemi». E quindi lo difende. «Lo ripeto: in casa state tranquilli che non ha mai alzato la voce, mai risposto a me o a mia moglie». Ci sarebbe il famoso episodio di Montecarlo 2014 quando litigò in diretta anche con lei. «Montecarlo? Allora, voglio chiarire una volta per tutte questa storia: era al fisioterapista che diceva qualcosa, che era accanto a me. Fu un simpatico giornalista italiano, con il quale è un decennio che abbiamo dei problemi, a montare la vicenda. La mia colpa è di non averlo fermato alla mia maniera, ma conoscendomi ho fatto bene» […] Anche ora che è diventato padre anche lui? «Da marito è cambiato, è attaccato alla famiglia, al figlio e a Flavia. Con lei Fabio aveva smesso di fare cavolate. Fino a sabato». Quando le faceva, l’ha rimproverato? «Certo, gli dicevo ‘ma c’era bisogno?’. E lui: ‘Papà è stato più forte di me’». E ora? «Mica lo dico, dovessi rovinarvi lo spettacolo… Sennò su cosa me lo criticate?»

Testa alta e servizio. Berrettini prova a diventare grande contro Federer (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

 

Il 12 aprile 1996, quando Matteo Berrettini viene al mondo a Roma nel quartiere del Nuovo Salario, Roger Federer debutta sul circuito Junior: ha 14 anni, nel ’98 vincerà Wimbledon U18 e l’Orange Bowl, laureandosi campione del mondo giovanile. Matteo, a quel punto, ha appena imparato a camminare da solo. 14 anni e 8 mesi, 20 titoli Slam, 99 tornei vinti (102 a 3), oltre a molto altro, dividono il romano che non è cresciuto nel mito di Totti (è un tifoso viola per via del nonno paterno, Piero, fiorentino) e lo svizzero impegnato ad alimentare la leggenda di se stesso, 38 anni ad agosto contro i 23 dell’avversario, alfiere del tennis vintage […] La prima sfida in carriera dell’azzurro con sua maestà arriva sul campo più importante del circolo più mitico (terzo match sul centrale, oggi, dopo l’antipasto di Sousa-Nadal e Konta-Kvitova) per la gioia di nonna Lucia, brasiliana in Italia da cinquant’anni […] Federer punta al 55° quarto di finale in uno Slam (il 17° in Church Road) e battendo Pouille al terzo turno ha centrato la 350ª vittoria in un Major (record). Berrettini, che affronta Wimbledon per la seconda volta in carriera (dove l’anno scorso era uscito al secondo turno con Gilles Simon), spera di diventare il quinto tennista italiano della storia a sbucare nei quarti nel Tempio dopo de Morpurgo (1928), Pietrangeli (55, ’60), Panatta (79) e Sanguinetti (98), quando la nostra buona vena sull’erba si è esaurita. «Quello che sta succedendo è pazzesco, faccio fatica a realizzare — ha detto —. Sapere che Federer mi studia, mi riempie d’orgoglio. È stato il mio idolo da bambino, ma da quando ho letto il mio nome accanto al suo nel primo torneo giocato da entrambi ho smesso di fare il tifo. Giocherò a testa alta, per vincere». Non è difficile immaginare una partita in cui il servizio (ottimo quello di Matteo, che piove a terra da 196 cm d’altezza) avrà un ruolo determinante, unito alla gestione delle emozioni, esercizio nel quale lo svizzero ha un’esperienza sconfinata. Ma Matteo sta crescendo a vista d’occhio. Ha tagliato la sua personalissima linea d’ombra sabato con Diego Schwarzman, un avversario tignoso che solo due mesi fa non avrebbe battuto. Tre match point annullati, tre volte con un piede sotto la doccia e tre volte capace di riprendere in mano il suo destino […]

Fognini, c’è un complotto (Luca Bottura, Repubblica)

Ha dato dello zingaro di merda a un avversario serbo che lo stava battendo ad Amburgo, mandato suo padre a fare in culo perché cercava di limitarne l’eloquio offensivo sul centrale di Montecarlo, dato della troia a una giudice di linea a Flushing Meadow, minacciato di menare un arbitro svedese a Shangai, mostrato il medio al pubblico cinese, tirato la pallina in faccia, a Madrid, a un raccattapalle, sabato se l’è presa con gli inglesi che l’avevano confinato su un campo lontano dal centrale, augurandosi una bomba giustiziera nella pancia di Wimbledon. E ha perso ogni volta. Chi mastica tennis, derubrica i raptus di Fabio Fognini, numero 10 Atp, a una specie di sindrome di Tourette che sabota la sua classe cristallina. Forse. Ma c’è anche e soprattutto un altro tratto distintivo, una sorta di sovranismo psicotico imbibito della stessa cultura che permea il Paese: se cadi, se sul campo principale c’è un altro e non tu, se ti chiamano fuori un colpo che era dentro, ma anche se era fuori, sticazzi, lo volevi dentro, c’è sempre un potere esterno indefinito che ha tramato contro. Quando è una donna, uno straniero, un perfido albionico, meglio. Ma va bene anche papà. Che rappresenta un altro tipo di nemico, la sommatoria di tutti, il più pericoloso: l’autorità costituita. Immanente. Che non solo ti è superiore per questioni fattuali, fisiologiche. Ma addirittura ti richiama al buonsenso. Ti chiede di rispettare le regole e smetterla di piagnucolare chiedendo ordine e disciplina solo per gli altri. Lo Stato, diciamo. O come dovrebbe essere. Quindi: fanculo pure lui. Non sembri, questa, una tirata anti-italiana […] «Se ho sbagliato — sorrisetto postatomico, a Londra — chiedo scusa. Ma preferisco guardare avanti». Mancavano solo i bacioni. Rispetto ad altri capitani non meno sguaiati, Fognini può vantare una decisiva differenza: ha lavorato sodo per essere dov’è. E quando sta zitto, o quando parla limitandosi alla piacioneria guascona, racconta l’Italia belloccia e talentuosa che di solito infiliamo negli spot per spacciare il Campari in America. Non lo diresti, che presto potrebbe attribuire un fallo di piede a George Soros. Per questo non costituisce un modello negativo. Perché è anche l’immagine nitida di quel che possiamo essere quando ci concentriamo su noi stessi senza spurgare il recriminazionismo estremo che il trentennio berlusconiano, a furia di modelli da raggiungere, disillusioni, nemici a cui attribuirle, ha instillato nella pancia del Paese […]

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La sconfitta di Berrettini alle Finals sulla stampa italiana (Crivelli, Canevazzi, Marcotti, Rossi, Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 13 novembre 2019

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Altra lezione di Federer, ma Berrettini sta imparando (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La belva ferita non perde ranima e ruggisce quando il duello con il giovane leone si fa più minaccioso. No, questo non è il Centrale di Wimbledon, dove Berrettini si sciolse di fronte a Federer prima ancora di incrociarlo: stavolta Matteo combatte, trascina il mito nei meandri di una sfida brutta, sporca e in equilibrio, fino a un tie break che indirizza il primo set e la partita. È in quei momenti di tensione che un Roger fin lì appena ordinario alza la voce, cominciando con un ace e mettendo sempre la prima, mentre l’avversario lo omaggia di un dritto lungo e un doppio fallo. Stille di classe del Divino, quanto basta per scrostarsi la ruggine di un finale di stagione al solito ansimante e prendersi subito il break nel game iniziale del secondo set, perché l’eroe azzurro ha avvertito il colpo. E quando finalmente Berretto si procura tre palle break nell’ottavo game, le prime e uniche del match nonché le chiavi per riaprire la contesa, Federer si affida di nuovo al servizio, anche se un paio di risposte di dritto non impossibili andavano gestite meglio da Matteo. Il Maestro, che in carriera non ha mai perso il secondo match delle Finals, perciò sopravvive, e si giocherà le ultime chance con Djokovic, ritrovandolo dopo il trauma della finale di Wimbledon, mentre Berrettini, quando Thiem vince il secondo set contro Nole, non ha più speranze di qualificazione e contro l’austriaco metterà in palio solo l’onore. «Quando perdi – ammetterà Berrettini – non sei mai felice, ma non ho rimpianti. Ho avuto qualche chance, i tre break point, qualche suo game di servizio sul 30 pari, ma ha sempre servito bene e io ho mancato qualche risposta. Il tie break non è stato granché, ma lui non mi ha concesso nulla. Quando stai giocando non immagini la tua partita sugli errori o le condizioni dell’altro. Io sono entrato in campo convinto che avrei potuto batterlo pure se lui fosse stato in gran forma. Mi sono avvicinato, non è bastato, ma non sono deluso». […]

Berrettini lotta e perde. Federer passa al tie-break (Ruggero Canevazzi, La Nazione)

 

Allo scorso Wimbledon, subito dopo il 62 61 61 patito da Federer, Matteo Berrettini era andato a rete a stringere la mano al suo giustiziere, l’idolo di sempre, e con un sorriso mesto gli aveva sussurrato: «Grazie della lezione Roger!». Qui a Londra nessuno si era sentito di pretendere dal romano una vendetta per quella batosta. Gli si era chiesto invece di giocare meglio, di mostrare quella personalità che nella seconda metà della stagione gli ha consentito di cogliere scalpi e trofei importanti. E Matteo, pur perdendo nuovamente con il suo Maestro, 76 (2) 63 in 78 minuti, ha assolto più che dignitosamente il compito, lasciando intravedere ampi margini di progresso sia con il rovescio sia con la mobilità sulla quale dovrà ancora lavorare parecchio, anche se quando si è alti un metro e 96 cm non è un gioco da ragazzi. Nel primo set Matteo non ha mai perso il servizio, ha concesso un’unica pallabreak sul 5-6 – un setpoint – ma l’ha annullata con decisione e coraggio: gran servizio e smash al volo. Gli altri cinque turni di battuta aveva dominati, con una percentuale di “prime” superiori al 70%. Anche Federer, sei volte campione al Masters di fine stagione e alla sua diciassettesima partecipazione, non gli aveva lasciato che briciole in sei game di battuta: 5 punti in tutto. L’aver raggiunto il tiebreak contro Federer era però già un discreto traguardo. «Lì però mi hanno tradito proprio i miei colpi migliori: un dritto sull’1 pari e poi il doppio fallo sul 4-2». Questione di esperienza. Perso il tiebreak a quel modo Matteo ha subito il contraccolpo psicologico. Ha ceduto a 0 il primo game del secondo set e fino al 3-4 non ha avuto chance di recuperare. Lì però ecco tre palle break per il 4 pari. Purtroppo tutte servite da Roger sul dritto di Matteo che ha sbagliato 3 risposte su 3. «Mi ha cercato spesso il dritto sul mio lato destro, per impedirmi di giocare il mio dritto anomalo a sventaglio, ma poi ha spesso approfittato del mio rovescio che non è ancora all’altezza di questi livelli» spiegava Matteo. Aggiungendo orgoglioso: «Arriverò a battere questi campioni».

Matteo a testa alta: «Ora voglio di più» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Una resa con onore, dopo un’ora e 18′ di tennis giocato – per lunghi tratti – alla pari. Per adesso può bastare così, a Matteo Berrettini. Che insiste, anche dopo la sconfitta contro Roger Federer in quello che ormai è diventato il suo mantra personale. «Da ogni match si può imparare qualcosa. Quando giochi con i migliori impari ancora di più». Una lezione, dunque, ma diversa rispetto a quella subita meno di cinque mesi fa all’All England Club. Certo, resta il rammarico per la sconfitta, ma la crescita prosegue. Rispetto al precedente match contro Federer, ieri Matteo non solo è stato in partita fino alla fine, ma ha anche avuto diverse occasioni per indirizzare l’incontro dalla sua parte. A fare la differenza, la maggior freddezza e consuetudine di Federer nel giocare al meglio i punti decisivi. «Sono soddisfatto, per quanto lo si possa essere dopo una sconfitta – il commento dell’italiano – Ho avuto le mie chance». Due i possibili motivo di rammarico: il passaggio a vuoto nel tie-break e le tre palle-break non sfruttate nell’ottavo gioco del secondo set. Berrettini non si illude («Ha vinto il migliore»), ma sottolinea come queste occasioni, pur non sfruttate, certifichino il suo valore anche al cospetto dei migliori. «Quando sono rientrato negli spogliatoi la prima cosa che ho detto al mio team è che voglio riuscire a battere questi campioni. Oggi penso di aver dimostrato che posso giocarmela. Ma, con tutto il rispetto, voglio di più». […] Se la qualificazione alla semifinale di sabato è definitivamente sfumata, nulla toglie alla crescita di Matteo. «Rispetto a quando ho perso contro Federer a Wimbledon, oggi è stata un’altra partita. A Wimbledon ero in stato confusionale, non funzionava nulla, neppure il servizio». II futuro non può dunque che sorridere all’italiano, che negli ultimi dodici mesi ha scalato il ranking mondiale, passando dal numero 54, che aveva in gennaio, all’ingresso tra i Top 10. «Federer ha giocato questo torneo diciassette volte, immagino che anche lui in occasione della prima abbia accusato un po’ la pressione. Mi ha raccontato che gli giocavano sempre sul rovescio». […]

Federer promuove Berrettini: «Benvenuto, puoi solo migliorare» (Paolo Rossi, La Repubblica)

Gli è mancato l’attimo, il carpe diem. Matteo Berrettini che gioca quaranta minuti alla pari con Federer, cancellati in due minuti dal tie-break. E poi, il tempo di un time-out ed ecco il turno di servizio smarrito in apertura di secondo set e la sconfitta ipotecata. È andata così: 7-6 6-3 per lo svizzero. Il Masters è finito per l’azzurro, il match di domani con Thiem sarà per lui ininfluente. Però qualche sassolino se l’è tolto, dopo aver perso domenica da Djokovic. «Ho avuto delle chance, non ho grande rammarico. Non avrò giocato il mio miglior tie-break, ma Roger ha servito benissimo in quel momento. Sarà perché lui era al suo 17° Masters e io al primo. Non lo so, non posso essere deluso. Direi che rispetto a Wimbledon è stata un’altra partita. Ho giocato contro Novak, contro Roger, i ragazzi migliori, e ora li conosco meglio. E non sono mai stato a pensare se Federer fosse nella sua giornata migliore oppure no. Ho dato il meglio di me stesso». Diciamola tutta: c’era qualcuno che immaginava Matteo Berrettini con il trofeo dei Maestri? Cosa si chiedeva a un italiano finalmente seduto al tavolo dei primi otto del mondo? Che confermasse quel che di buono aveva mostrato fin qui, che mostrasse di avere le stimmate di un futuro campione e di non essere il frutto casuale di sei mesi di magia. La sua promozione al livello successivo gli viene conferita dal suo avversario. Sentite Federer: «Può solo migliorare, da qui in poi. Chi si sarebbe aspettato che Berrettini fosse qui, quando all’inizio dell’anno era fuori della top 50? Io non lo avrei mai predetto, ma sono felice di essere sorpreso perché è un ragazzo super e lo ha dimostrato». Roger dixit, e la proclamazione non finisce qui. «Matteo capirà meglio i giochi. Conoscerà meglio gli avversari. Naturalmente anche gli altri lo conosceranno meglio. Ecco, è una bella sfida». […]

C’è tempo per Matteo, a scuola dai Maestri (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sono in corso le misurazioni. Quanto fa Berrettini in centimetri? E quanto faceva a Wimbledon? Si sono avvicinati lui e Federer? È lavoro per agrimensori, più che per giornalisti, stabilire quanto e come i due abbiano accorciato le distanze, e se l’abbiano fatto davvero. Ma è un modo come un altro per dare una dimensione alla crescita di Matteo, che è stata perentoria, e in un modo che noi italiani non siamo abituati a prendere in considerazione, almeno per quanto riguarda il tennis. In fondo, tutto cominciò da lì, dal Centre Court e da una giornata di quelle infide. Matteo si era appena scoperto erbivoro (vittoria a Stoccarda, semifinale ad Halle, tre turni superati a Wimbledon) e, sebbene ora rivendichi che quella fu una delle svolte più incoraggianti della stagione, tale da spingerlo a considerazioni quanto mai benevole sui passi avanti fin lì compiuti, è difficile dimenticare come il nostro, allora, recitasse in un ruolo da attor giovane, a un passo dalla Top20. Erano gli ottavi di finale sull’erba dei Championships, la prima volta contro l’idolo Federer, la prima in un torneo del Grande Slam, la prima sul palcoscenico del Centre Court. Ci provò, Matteo, e Federer lo ridusse a un pizzico: cinque game in tre set, quanto basta per andarsi a nascondere sui monti. E invece, da quei fatti è nato il Matteo che conosciamo oggi, quello della vorticosa scalata alle posizioni di rilievo del ranking. Numero otto, figurarsi. E maestro fra i maestri a Londra. Alla faccia di chi non lo riteneva possibile. Stavolta le differenze sono sembrate decisamente ridotte. Qui troviamo un Matteo ormai sicuro di potersi misurare alla pari con i più forti. «Grandi rimpianti non ne ho», mette le carte in tavola Matteo. «Qualche punto, qui e là, avrei potuto giocarlo meglio, con più attenzione. Ma tirando le somme, ho disputato un buon match. Roger ha ritrovato tutto il suo tennis nel tie-break del primo set, insomma, quando il gioco si è fatto duro, subito gli sono spuntati gli artigli, ma nella seconda frazione, dopo aver perso il game d’avvio, sono stato io a procurarmi tre palle break. Le differenze con il match di Wimbledon? Bè, oggi ero più pronto, avevo una strategia di vittoria, sapevo che cosa fare. Sto giocando con i migliori tennisti del pianeta, li osservo da vicino, in continuazione. Mi sbaglierò, ma credo sia giusto sentirmi orgoglioso di quanto sto facendo». […]

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Profumo di Londra. Zverev boccia Nadal (Marcotti). Berrettini all’esame del mito Federer (Canevazzi). Matteo e il mito (Crivelli). Berrettini, c’è Roger (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 12 novembre 2019

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Profumo di Londra. Zverev boccia Nadal (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

La netta sconfitta subita ieri sera contro Alexander Zverev rischia di costare carissima a Rafa Nadal. Non solo complica, e non poco, la sua corsa al successo nelle ATP Finals, ma potrebbe anche pregiudicare il suo primo posto del ranking mondiale. A questo punto solo la vittoria – e sarebbe la prima volta in carriera a Londra – gli garantirebbe un Natale da festeggiare sul tetto del mondo. Viceversa sarà sorpasso, a tutto beneficio di Novak Djokovic, in campo questa sera contro Dominic Thiem. Alla nona presenza, il 33enne di Manacor ha confermato una volta di più il suo scarso feeling con il torneo dei Maestri. Troppi errori, corse in ritardo, colpi fuori misura: un campionario di insolite imprecisioni che il campione in carica delle Finals ha impietosamente messo in evidenza, aggiudicandosi il match con sorprendente autorevolezza. Certo non mancano i possibili alibi al maiorchino, a cominciare dalle precarie condizioni fisiche (infortunio ai muscoli addominali), che lo avevano costretto al forfait la settimana scorsa a Parigi-Bercy. Un infortunio che fino all’ultimo aveva reso incerta la sua presenza alla 02 Arena. Evidentemente al tedesco ha fatto bene l’aria del Tamigi, dove si è ritrovato d’incanto a capo di un’annata all’insegna dell’anonimato, mettendo a segno la seconda vittoria dell’anno contro un Top 5 dopo quella contro Roger Federer a Shanghai. E tornando a battere un numero 1 in carica un anno dopo il successo su Djokovic proprio nell’epilogo delle scorse Finals. Oggi, nel frattempo, tocca di nuovo a Berrettini. Metabolizzata la netta sconfitta all’esordio, lo attende Roger Federer. […]

Berrettini all’esame del mito Federer. Una doppia chance per la storia (Ruggero Canevazzi, La Nazione)

 

Matteo Berrettini, test numero 2 alle ATP Finals. Dopo il test numero 1 con Novak Djokovic, dove è stato respinto (62 61) con grande (ma non grave) insufficienza, quello odierno non è meno terribile: Roger Federer. Matteo è entrato fra gli Otto Maestri con pieno merito, ma per il rotto della cuffia, grazie a un finale d’annata strepitoso. Otto semifinali, inclusa quelle più prestigiose dell’US Open e del Masters 1000 di Shanghai, nonché due tornei vinti. Un balzo dal n.57 di sette mesi fa all’ottavo di novembre. La sua escalation è passata attraverso varie tappe, ma una delle più significative ha coinciso con gli ottavi di finale di Wimbledon, il torneo più leggendario fra tutti. Quel lunedi 8 luglio Matteo si trovò ad affrontare il suo idolo di sempre, Roger Federer, proprio come oggi. Ma di fronte al suo mito il Matteo più intimidito di sempre si rese irriconoscibile: 62 61 61 in 74 minuti, con appena 11 punti conquistati in 11 turni di servizio dello svizzero. «Quando due mesi dopo quella batosta Matteo affrontò Rafa Nadal in semifinale all’US Open, non ha più pensato come a Wimbledon chi avesse di fronte – ha spiegato il suo coach Vincenzo Santopadre – e spero che stavolta con Federer sarà un match diverso. Certo non ci voleva che Roger avesse perso da Thiem domenica. Oggi scenderà in campo con il coltello tra i denti per evitare un’eliminazione che per lui sarebbe clamorosa, mentre per Matteo sarebbe nell’ordine naturale delle cose». […]

Matteo e il mito: «Basta scoppole, Roger è sotto la mia pelle» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La leggerezza dei vent’anni, il cuore che batte forte, l’incontro con il mito della tua adolescenza. Solo che Berrettini, stavolta, all’idolo di una vita non chiederà l’autografo, ma dovrà provare a strappargli qualche lacrima di dolore e una complicata partita di tennis per continuare a restare aggrappato al sogno delle Finals. Già: dopo il tremendo debutto contro la miglior versione di Djokovic, Matteo sopravviverà a Londra soltanto con un successo su Federer oggi pomeriggio. Calma e sangue freddo, ragazzo. Del resto, l’hanno chiamato Masters perché è come l’università: ci trovi solo i migliori. Perciò i monumenti qui sono di casa: per Roger siamo alla partecipazione numero 17. Quando il Divino debutto, nel 2002, Berrettini aveva sei anni, faticava a tenere in mano una racchetta e il suo sport preferito era ancora il judo: «Ma non appena ho scelto il tennis, Federer mi è entrato sotto pelle». Logico dunque che al primo incrocio, quest’anno a Wimbledon, il ragazzo abbia assistito allo show di chi gli stava di fronte con l’adorazione paralizzante di una visione celestiale: e non ha toccato palla. Ma dopo quella storica ripassata, le parole del Maestro svizzero sono risuonate profetiche: «Ricordo quando persi da Agassi agli Us Open, fu davvero frustrante: ma in questi casi devi solo abbassare la testa, dimenticare in fretta, tornare a casa e lavorare ancora più duro». Detto fatto. Proprio da quel pomeriggio di tormenta, Matteo ha spiccato il volo per andarsi a prendere il premio più bello, l’elezione nel gotha dei fantastici otto: «In quella partita non ero mai stato me stesso in campo, questa volta sarà diverso e cercherò di presentarmi nella forma psicofisica migliore: vediamo cosa succede». […] Roger, nella sconfitta con Thiem, è apparso lento nel gioco di gambe e senza punch sulla palla, ma l’orgoglio di un fuoriclasse ferito e adesso condannato a vincere per forza rimane il peggior avversario da affrontare. «È come se fosse un torneo normale da qui in poi, non posso più permettermi di perdere. Esattamente come è successo per ogni settimana della mia vita per gli ultimi venti anni. Matteo, con il suo servizio e con quello che può fare, è un avversario molto ostico qui. Non ha giocato la miglior partita contro Novak, ma sarebbe stata dura per tutti. Io so che devo giocare meglio di quanto ho fatto nel primo match se vorrò avere chance di batterlo». […]

Berrettini, c’è Roger (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Chi voglia un Berrettini in formato Calippo si metta l’animo in pace. Non lo avrà mai. Non è nato di ghiaccio e non tende a trasformarsi in materia dura. «C’è dietro il tennis di Berrettini una filosofia antica, tratta da una città che dai propri eroi non ha preteso solo pane e sangue, ma divertimento. Molto divertimento». Chi l’ha scritto?Ah, si, Adriano Panatta. Non è il solo, Matteo, a costruire il tennis sulle emozioni, se la cosa può essergli di conforto dopo il brusco impatto con Djokovic, una sconfitta che a leggere alcune cronache dell’altro ieri è stata assimilata quasi a una colpa (ma si può?). Un carattere per certi versi simile al suo, lo ha mostrato in più occasioni lo stesso Federer, proprio l’avversario di oggi: l’istinto della vittoria, il piacere dello spettacolo, l’inquietudine del confronto ogni qual volta c’è da misurarsi con chi abbia avuto l’ardire di batterlo. Fra i due, Matteo e Roger, c’è il precedente di Wimbledon, quattro mesi fa. «Quanto ti devo per la lezione?»: la frase del Berretta, a chiusura del match, ormai ha fatto storia. Stefano Massari, mental coach e amico di Matteo, prese spunto da quella per sostenere la reazione «comunque positiva» alla disfatta appena subita. Era un passo avanti, che gli impone oggi di vedere “oltre” i soli tre game (con Roger furono cinque) incassati con Djokovic: «Non l’ho visto rinunciare a mettere in campo il suo tennis, anzi, ha fatto il possibile seppure in una condizione di grande disagio. Non mi è dispiaciuto il suo atteggiamento. Il ragazzo migliora…». Ma il lavoro continua «Matteo sta imparando a misurarsi con le difficoltà, più propriamente sta imparando ad accettarle. Agli inizi, quando ci siamo conosciuti, era insofferente nei confronti degli episodi negativi. Ora reagisce. Può farlo meglio? Certo, stiamo lavorando per questo, secondo il progetto voluto da coach Santopadre, che ha creato un team su misura per il giocatore». […] Oggi si gioca per restare in corsa. Chi vince ha ancora una chance, chi perde è fuori.

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Berrettini s’inchina al maestro Djokovic (Canevazzi). L’Italtennis ci ricorda il ’76 (Scanagatta). Thiem ancora bestia nera di Sua Maestà Federer (Marcotti). Djokovic spietato. Dura per Berrettini la vita alle Finals (Crivelli)

La rassegna stampa di lunedì 11 novembre 2019

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Berrettini s’inchina al maestro Djokovic (Ruggero Canevazzi, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

(…). L’esordio di Matteo Berrettini alle finali mondiali ATP, l’italiano dal grande servizio (più dritto) subito contro l’uomo con la risposta migliore del mondo, Novak Djokovic, non poteva essere più difficile. E cosi è stato. II campione serbo, oggi n.2 del mondo ma in corsa qui a Londra per vincere questo ATP Masters per la sesta volta e spodestare Rafa Nadal dal trono appena riconquistato, ha dominato Berrettini in 63 minuti, 62 61.

(…)

 

L’ingresso in campo è stato un mezzo trauma per il ragazzo che 7 mesi fa era ancora n.57 del mondo e oggi è n.8. Batte Djokovic e sono quattro punti a zero. Serve Matteo ed è subito 0-30, dopo uno smash maldestramente affossato in rete. Poi c’è una discreta reazione, ma già sul 2 pari arrivano le prime 2 palle break per Djokovic e Matteo, che già aveva sbagliato 3 facile rovesci (aiutati da astuti cambi di ritmo dell’esperto serbo), sulla seconda caccia in rete un comodo dritto. Un rigore a porta vuota. E’ chiaro che è l’emozione a tradirlo. Da quel momento per Berrettini saranno cinque break consecutivi subiti e un solo game fatto, con la complicità di Novak che sul 4-0 si distrae e gli fa due regali sul 30 pari. «Credo di aver giocato meglio oggi che contro Federer a Wimbledon, ma lui risponde in modo incredibile e giocava davvero bene, muovendosi benissimo. Ho imparato giocando con Federer e con Nadal, sarà così anche dopo questo match», si schermisce timidamente Matteo. Ma il suo miglior avvocato è proprio Djokovic che ricorda il suo primo Masters a Shanghai 2007, da ventenne: «Ero teso. Ero felice d’essere lì, ma l’ambiente era nuovo. Persi tutti e tre i match, con Nadal, Ferrer e Gasquet». Domani Matteo affronterà Federer, sconfitto 75 75 da Thiem in quello che è già uno spareggio per non essere eliminati.

L’Italtennis ci ricorda il ’76 (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Dal 1976, l’anno dei trionfi di Adriano Panatta al Foro Italico e al Roland Garros, e con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli a Santiago per l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia, il nostro tennis non viveva un momento altrettanto magico. Già scritto, ma da ribadire, alla luce degli eventi più recenti. Così riassunti in cinque paragrafi.

1) Matteo Berrettini centra, dalla porta principale, l’ingresso fra i top 8 del mondo e ci sono tutti. Quando Adriano Panatta giocò il Masters del ’75, non c’era Connors, il n.1 per aver vinto i 3 Slam cui potè partecipare. Quando Barazzutti giocò quello del ’78, Borg aveva dato forfait (…)

2) Jannik Sinner vince le Next Gen ATP Finals under 21 pur avendo solo 18 anni e dominando in finale De Minaur n. 18 ATP assai più nettamente di quanto avesse fatto un anno prima Tsitsipas (oggi n.6 Atp) contro lo stesso avversario. Stefan Edberg aveva vinto a Milano il suo primo torneo nel 1984. Idem Roger Federer nel 2001. Edberg aveva 18 anni, Federer 20. Il paragone ci sta.

(…)

Sinner, fresco top-100, ha battuto 4 top 100: Tiafoe 47 (ex 29), Kecmanovic 60 (era 47 il 9 settembre), Ymer 74, De Minaur 18. E’ un fenomeno.

3) Otto italiani nei top 100 a fine anno. Mai successo prima: Berrettini n.8, Fognini 12, Sonego 53, Cecchinato 72, Seppi 73, Travaglia 86, Sinner 95, Caruso 97.

4) Appena eletto (in carica dal 2020) il nuovo presidente dell’ATP, l’italiano Andrea Gaudenzi, 46 anni, ex n.18 ATP e manager di comprovata esperienza.

5) L’Italia ha ottenuto, previa garanzia governativa per 75 milioni di euro, l’organizzazione delle finali ATP a Torino per 5 anni (2021-2025).

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Thiem ancora bestia nera di Sua Maestà Federer (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Due set identici, smarriti sul finale, condannano Roger Federer (…) sorpreso da Dominic Thiem. Il 26enne austriaco si conferma così, una volta di più, la bestia nera del 38enne di Basilea, che ieri sera – (…) ha perso il quinto dei loro sette scontri diretti. Un match che si è risolto in poco più di un’ora e mezzo, giocato male da Federer (alla 17 partecipazione nel torneo dei Maestri) quanto bene da Thiem. Troppi gli errori non forzati, soprattutto di rovescio ma non solo, dell’elvetico, quasi mai in controllo del match, sempre troppo impreciso e incostante, anche col servizio. Già in difficoltà di apertura di match, quando ha subito smarrito il servizio. Il tempo di riscaldarsi, però, e Federer recupera il break, portandosi avanti nel punteggio. Fino all’undicesimo game, che Thiem gioca in maniera impeccabile, strappando il servizio per la seconda volta allo svizzero. Nel game successivo non gli trema la mano, e si aggiudica il parziale.

Nel game successivo non gli trema la mano, e si aggiudica il parziale. Identica l’inerzia dell’incontro nella seconda frazione, dominata dai servizi.

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Si arriva nuovamente in parità all’11° game, e un nuovo passaggio a vuoto è fatale a Federe. Nel gioco successivo il sei volte re delle Finals ha due occasioni per trascinare il match al tie-break ma non le trasforma. Arrendendosi infine all’ennesimo vincente di dritto di Thiem che vince “solo” la sua quarta partita (sei sconfitte) in quattro partecipazioni alle Finals.

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Djokovic spietato. Dura per Berrettini la vita alle Finals (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Lesson two. Con marcata pronuncia londinese. Povero Matteo, quando da queste parti gli capita di incrociare un gigante, finisce sempre bastonato. A Wimbledon a luglio prese una ripassata da Federer in 74 minuti e fece 5 game (in tre set), al debutto alle Finals assaggia i superpoteri di Djokovic e, in un’ora e tre minuti, di game ne racimola appena tre (in due). Ribaltato dalla risposta di Nole, dalle gambe del serbo, dalla sua concentrazione feroce (…). Deve almeno arrivare in finale per coltivare speranze, e dunque si è attrezzato perché le tappe intermedie non gli procurino troppi fastidi.

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Al debuttante non basta un dignitosissimo 71% di prime, perché l’altro gli rimanda indietro tutto e dunque comanda fin da subito lo scambio, peraltro senza regalare nulla (appena 3 gratuiti nel primo set), e quindi può aggredire Matteo, che va presto fuori giri anche con il dritto (18 errori non forzati) e dal 2-2 del primo set subisce 5 break consecutivi.

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Non era il giorno, insomma, per battere la maledizione tutta italiana dell’assenza di vittorie alle Finals (con ieri, siamo a 0 su 7), e dunque la lezione va archiviata in fretta per pensare all’incrocio con Federer, che diventa già un clamoroso dentro o fuori per entrambi (lo svizzero ha perso da Thiem) in una formula che consente comunque di resuscitare dopo il calvario. E Matteo ha già dimostrato che più lo mandi giù, più si tira su: «Nole Ha risposto al servizio come non ho mai visto fare in vita mia. Lo so, vi state chiedendo cosa ci facessi io in campo, ma il problema è che non mi sembra di aver giocato male. Solo che lui è incredibile. Sono sicuro, come è già successo contro Federer e contro Nadal, che imparerò molto da questa sconfitta. Resto ancora fiducioso, ero nervoso ma nel modo giusto: ora resetto e mi concentro sul secondo match».

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