Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Grilli). L'Italia in America è davvero little (Pasini). Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Crivelli). Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Crivelli)

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Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Grilli). L’Italia in America è davvero little (Pasini). Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Crivelli). Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 14 agosto 2019

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Perdente e felice. Provaci ancora Andy (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Rusty, arrugginito, lo hanno definito i giornali anglosassoni. D’altra parte non era possibile pensare che Andy Murray, a distanza di 210 giorni dalla sua ultima gara di singolare (primo turno agli Open d’Australia, il 14 gennaio scorso, sconfitta in cinque set da Bautista Agut) potesse giocare tanto meglio di come ha fatto lunedì contro Gasquet (6-4 6-4 per il francese) a Cincinnati, dove aveva ricevuto un invito degli organizzatori (lo scozzese al momento è numero 324 della classifica). Tutti ricordiamo le sue parole dopo il ko di Melbourne a gennaio, quel suo annunciare tra le lacrime un probabile ritiro, per i persistenti problemi all’anca destra che lo perseguitano da un paio di anni. E invece, a 32 anni, il tre volte vincitore di Slam (due trionfi a Wimbledon e uno a Flushing Meadows, più due medaglie d’oro alle Olimpiadi) non si è voluto arrendere e dopo un secondo intervento chirurgico all’anca a fine gennaio ha ripreso poco per volta confidenza con il tennis tornando in campo a giugno, nel torneo di doppio del Queen’s Club, dove ha vinto in coppia con Feliciano Lopez (e ieri i due hanno battuto in primo turno Rojer e Tecau, teste di serie numero 4). Poi i doppi a Wimbledon (il misto con Serena Williams) e a Washington e la richiesta di una wild card a Cincinnati, per “testarsi in singolare”. Contro Gasquet si sono visti alcuni sprazzi del Murray che conosciamo, ma lui si è mostrato giustamente soddisfatto. «Penso di essermi comportato bene – ha detto dopo la partita – naturalmente ci sono state tante cose che avrei dovuto fare meglio, ma bisogna essere realistici. Arrivare qui è stato un percorso lungo e sapevo che non tornerà tutto magicamente come prima in una partita o in una settimana. Gasquet mi ha fatto muovere molto, cercando gli angoli, facendo smorzate, e correre non è una cosa che sappia fare molto bene in questo periodo. Nel secondo set, però, mi sembra di essere migliorato» . Murray dovrebbe scendere in campo la prossima settimana nel torneo di Winston-Salem; non giocherà invece il singolare agli US Open, avendo rinunciato alla wild card: «Speravo di potere avere un po’ di tempo in più per decidere se tornare a giocare tre set su cinque set, capire meglio come avrebbe reagito il mio fisico, e invece gli organizzatori volevano annunciare subito le wild card. Avrei dovuto dare una risposta prima di scendere in campo contro Gasquet, e non me la sono sentita. Poi, se avessi accettato ma non fossi stato in grado di giocare? Non sarebbe stato giusto» . A New York, quindi, sarà impegnato solo in doppio. […]

L’Italia in America è davvero little (Giorgio Pasini, Tuttosport)

 

L’Italia che s’è riscoperta potenza del tennis (un azzurro in Top10, sette nei primi 100, undici nei 150) a Cincinnati torna più che little, piccola. Sparisce. E subito. Nel Masters 1000 che porta agli Us Open, in poche ore si consuma tutto, perché dopo le sconfitte di una Camila Giorgi da poco rientrata in gioco, di un Marco Cecchinato ormai in caduta libera e di un Matteo Berrettini che non riparte dopo la delusione Wimbledon, pagando probabilmente la disabitudine alle partite, nella notte americana sono arrivati anche il forfeit di Fabio Fognini e il ko di Lorenzo Sonego. Il torinese però non passa inosservato. Nel match contro Nick Kyrgios, regge alla terrificante onda d’urto dello showman australiano (85% di prime palle, 95% di punti con esse, appena 8 “quindici” concessi in 11 turni di battuta) fino al 5-5 del primo set, poi incassa il primo break e va subito sotto anche nel secondo parziale. Risultato 7-5 6-4 in un’ora e 21 minuti, ma con la conferma che Sonego ha «qualcosa di speciale», come certificato da Roger Federer dopo il confronto diretto al Roland Garros. Discorso diverso per Fognini, che non ha recuperato il problema che si trascina da tempo ai tendini e che la scorsa settimana è riemerso a Montreal durante il match con Rafa Nadal, che per altro ha vinto il torneo e a sua volta rinunciato a Cincinnati. Il forfeit del ligure, probabilmente per non compromettere lo Slam newyorkese, certifica ulteriormente che il tennis di oggi, specie sul cemento, è troppo esigente e stressante per il fisico. […]

Camper e grigliate, le vacanze di Federer per dimenticare quei maledetti matchpoint (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il mondo non è un posto molto comodo se si ha un incubo da affrontare. Davanti agli occhi il dritto lungo sulla risposta di Djokovic e il passante del serbo sulla riga dopo un suo attacco tremebondo. I due match point sprecati nella finale di Wimbledon che hanno sottratto Federer al paradiso di una leggenda senza fine per consegnarlo all’inferno dei rimpianti che ti tormentano. Il Divino è tornato in campo nella notte a Cincinnati per la prima volta da quel pomeriggio londinese da tregenda, e il contatto con le fragranze della gara gli servirà forse per cancellare definitivamente i ricordi della sconfitta più amara. Come ha confessato lui stesso, non ha toccato racchetta per dieci giorni dopo l’ultimo punto della partita maledetta, e ha subito cercato in famiglia il conforto per dimenticare. Una lunga gita sulle amate montagne di casa con il caravan: così ha cominciato a esorcizzare l’incubo del nono Championship svanito quando ormai lo teneva tra le mani. Il racconto si snoda proprio dal ritorno a casa: «Già il lunedì ho noleggiato il camper, e i miei figli erano talmente eccitati che mi hanno chiesto di dormire li quella notte. Li abbiamo accontentati, anche se è stato difficile salire la scaletta per raggiungere il mio posto letto. Il martedì mattina mi sono svegliato e mi sono ritrovato mezzo rotto: un po’ perché ho dormito piuttosto male, e un po’ perché era ancora troppo fresca la delusione di Wimbledon, ma dopo qualche ora ho avvertito che la tensione negativa se ne stava andando». A scacciarla del tutto ci ha pensato la tranquillità del comprensorio dell’Alpstein, una meta apprezzata da sempre dal Maestro, che in quelle vallate aveva già trascorso le vacanze nel 2016: «Abbiamo fatto escursioni, abbiamo preparato le grigliate: ci siamo presi del tempo per noi ed è stato fantastico». Dopo l’avventura alpestre, si è spostato a Nyon per riprendere la preparazione: «Prima solo training fisico, poi qualche ora di tennis ma senza forzare, perché volevo presentarmi fresco ai tornei americani». Ed è stato in quegli istanti, quando ha ritrovato gli attrezzi del mestiere, che i rimpianti della finale persa sono tornati a farsi brucianti: «Ti volti indietro per qualche giorno mentre provi ad allontanare la pressione di ciò che è successo. Certamente quando sono tornato ad allenarmi, sul campo ho avuto dei flashback della partita, sia dei momenti belli sia di quelli brutti, ma dopo un paio di sessioni tutto è tornato alla normalità e adesso mi sento pronto per Cincinnati e per gli Us Open». Nel mezzo, è capitato anche il 38° compleanno (1’8 agosto), un’altra occasione per farsi avvolgere dal calore degli affetti più cari: «Mirka mi ha preparato la torta, i miei figli hanno voluto spegnere le candeline insieme a me e ho passato la serata con gli amici: una festa molto tranquilla e molto gradevole». Il Masters 1000 dell’Ohio è quello che in carriera ha dato più soddisfazioni a Federer: sette successi, il primo addirittura nei 2005. «Mi piace sempre venire qui, ci sono pace e tranquillità, abbiamo già tanti altri tornei in grandi città, perciò questo è un bel modo per me di ricominciare l’estate. E poi il pubblico è meraviglioso, viene qui per apprezzare il gioco e per nient’altro. Mi ricorda un po’ Indian Wells». Il ritorno alla realtà non si sostanzierà solo nel match appena giocato contro Londero e in tutti gli altri che eventualmente verranno, ma anche in un ritrovato impegno politico: lui e Nadal, infatti, sono appena stati eletti nel consiglio Atp. Roger conferma che lui e Rafa si sono sentiti prima della scelta: «Gli ho detto che avrei accettato se ci fosse stato anche lui, credo sia il momento di ritrovare equilibrio».

Djokovic a Cincinnati tra agopuntura e la conferma di coach Ivanisevic (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Com’è stretto il crinale che divide la gloria dallo sconforto più nero. Se Federer ha metabolizzato a fatica i due punti che gli sono costati Wimbledon e il 21° Slam, Djokovic arriva a Cincinnati sulle ali di un trionfo che ha confermato il ritrovato status di più forte al mondo dell’ultimo anno, con quattro major su cinque vinti e la convinzione che una volta terminate le meravigliose carriere dei Fab Three, sulla questione di chi sarà stato il più grande si dovrà aprire un dibattito che sicuramente lo coinvolgerà. Anche Novak non ha più giocato una partita da quella finale, ma dopo le vacanze e la ripresa degli allenamenti ha deciso di ripresentarsi a modo suo, postando sui social una seduta di agopuntura per l’applicazione di piccole dosi di erbe medicinali cinesi: «Non sempre piacevole, ma efficace», il suo commento. Del resto il Djoker da qualche anno è particolarmente attento alle discipline orientali, anche se la scelta di Marbella per la preparazione post-Wimbledon ha rinfocolato addirittura le voci di un riavvicinamento al guru Pepe Ymaz, che gestisce la struttura dove il numero uno si è allenato e che dopo il successo londinese gli ha dedicato un lungo post di congratulazioni. In realtà i due sono sempre rimasti amici, anche se il ritorno dello storico coach Vajda era stato subordinato alla condizione che l’ex giocatore spagnolo diventato trainer motivazionale non avesse più voce nelle scelte tecniche. Vajda peraltro a Marbella non c’era, come non ci sarà a Cincinnati per stare con la famiglia. Così all’angolo di Nole siederà Goran Ivanisevic, confermato almeno fino al termine degli Us Open dopo la settimana di collaborazione a Wimbledon. Un altro supercoach dopo i grandi successi con Becker e il fallimento con Agassi, con l’ex campione eccitatissimo dalla nuova avventura: «Quando ti chiama uno come Djokovic, è una grande scommessa e soprattutto il riconoscimento del tuo lavoro. È bastata un’altra telefonata perché mi confermasse nel team». La decisione di ingaggiare un allenatore croato aveva suscitato polemiche in Serbia, dove i ricordi e le divisioni della guerra che ha sconvolto la Jugoslavia sono ancora una ferita aperta, ma Djokovic è voluto tornare una volta di più sull’argomento: «Io cerco sempre di essere aperto ed educato, so che le conseguenze del conflitto sono ancora fresche e capisco la gente che non la pensa come me. Ma se non possiamo dimenticare, possiamo sicuramente perdonare e io voglio trasmettere energie positive con il mio esempio. Considero i Croati molto cari, e chiedo che si rispettino i miei pensieri».

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Fognini sceicco d’Arabia e i nuovi sogni azzurri (Crivelli). Serena Williams e Alexis Ohanian, storia di una coppia straordinaria (Piccardi)

La rassegna stampa di venerdì 13 dicembre 2019

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Fognini sceicco d’Arabia e i nuovi sogni azzurri (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nella foto di gruppo, lasciata ai posteri a mo’ di Atp Finals, l’unico a disagio nel dishdasha, l’abito tradizionale, è lo spilungone Isner, perché coprire di stoffa i suoi due metri e otto rimane impresa ardua. Per il resto, gli otto protagonisti della Diriyah Cup stanno scrivendo a loro modo una pagina di storia, perché mai una partita di tennis, anche se è un’esibizione, è stata ospitata dall’Arabia. Insieme a Isner, in campo ci sono Medvedev, Monfils, Fognini, Goffin, Wawrinka, Pouille e Struff. I sauditi e l’antica capitale Diriyah scelgono lo sport per proiettare verso il futuro l’immagine di un paese che vuole aprirsi al mondo provando a cancellare un passato anche recentissimo di pesanti violazioni dei diritti umani, tanto che Federer ha rinunciato al viaggio già un anno fa e Tiger Woods ha detto no al torneo Pga di golf che si disputerà a febbraio. Gli sforzi di normalità vanno a braccetto con un montepremi di lusso (2.700.000 euro), un’ospitalità sentita e un’organizzazione comunque di alto livello. Per i giocatori l’occasione di riprendere un blando contatto con il clima partita nella fase più delicata della stagione. quella dei preziosi allenamenti invernali. Dopo l’Arabia. Fabio (che ha ufficializzato Barazzutti come coach) tornerà a Barcellona a rifinire la preparazione. prima del debutto ufficiale nel 2020 con la Atp Cup. Il programma subirà la più dolce delle modifiche quando Flavia Pennetta partorirà la secondogenita della coppia. In ogni caso, fino ad aprile, il numero 12 del mondo ha pochissimi punti da difendere e quindi può serenamente pianificare un altro assalto alla top ten. Chi nei dieci sta molto comodo (e felice) è Matteo Berrettini. ottavo giocatore del mondo dopo un’irresistibile ascesa (un anno fa di questi tempi era ancora fuori dai 50). Passate le vacanze a Miami con la compagna Tomljanovic, che in Florida si allena, Berretto ha ripreso la preparazione a Montecarlo sotto la guida attenta di coach Santopadre, consapevole che questo mese sarà fondamentale per immagazzinare la benzina idonea a rendere meno faticoso un calendario che giustamente dovrà essere ambizioso. Matteo partirà per l’Australia il 28 dicembre, giocherà pure lui l’Atp Cup e dopo gli Australian Open batterà la terra e il cemento sudamericani. In Australia trascorrerà l’inizio del 2020 anche Jannik Sinner. Il vincitore delle Next Gen seguirà Piatti a Brisbane, dove il coach sarà all’angolo della Sharapova nel torneo femminile: «Jannik giocherà gli Australian Open per la prima volta e voglio che si ambienti bene». […]

Serena Williams e Alexis Ohanian, storia di una coppia straordinaria (Gaia Piccardi, Corriere della Sera – 7)

 

Sei uova. Mezzo litro di latte rigorosamente di mandorla. Farina senza glutine per accontentare Serena. Lamponi per far felice Olympia. Mescolare tutto in una terrina. Con amore quanto basta. Possibilmente, in abbondanza. «Cascasse il mondo, il rito della colazione della domenica è un piacere a cui non rinuncio. Cucino io i pancakes per le mie donne. Telefonini spenti, televisione silenziosa, solo parole. Per far funzionare un matrimonio non servono gesti eclatanti. Noi non siamo diversi dagli altri. Il segreto sta nei dettagli». Detto da Alexis Ohanian, il marito che per soddisfare una voglia di spaghetti alle vongole della moglie incinta la portò con un volo privato a Venezia e che per darle il bentornato al tennis dopo la maternità fece tappezzare gli ultimi 30 chilometri dell’Interstate 10 per Palms Springs (California) di cartelloni pubblicitari (“Serena Williams GMOAT’, dove l’acronimo sta per Greatest mum of all time, Serena Williams la più grande mamma di tutti i tempi), si fa fatica a crederlo. Il 16 novembre 2017 ha sposato a New Orleans la ragazza più ingombrante d’America, una personalità strabordante. Eppure, grazie alla fondamentale collaborazione di Serena, Alexis porta avanti una relazione globetrotter e impegnativa. In realtà basterebbe osservare l’espressione con cui lui la guarda mentre gioca, per rendersi conto che gli Ohanians – la coppia all’apparenza più paritaria ed equilibrata nel variegato universo delle celebrities – sono veri, di carne, ossa e ventricoli palpitanti. Tutto era cominciato sulla terrazza dell’Hotel Cavalieri, nella bellezza verde e panoramica di Monte Mario, proprio sopra i campi del Foro Italico. Maggio 2015. Serena è la stella degli Internazionali d’Italia, Alexis lo speaker di una conferenza nella Capitale. Lei si sveglia tardi, di malumore; la sala colazioni è già chiusa, per un caffè la indirizzano al bar in terrazza. Lui è seduto là fuori, gli occhi pesti di sonno dopo il volo intercontinentale puntati sul computer. «Io fossi in te lascerei quel tavolo: lì sotto c’è un topo», scherza Serena. «Baby non mi impressioni, sono di Brooklyn: tra i topi, ci sono cresciuto», ribatte Alexis. Il primo settembre 2017, non senza complicazioni, nasce Alexis Olympia Ohanian junior. «Assistere mia moglie che è stata molto male per dare la vita a nostra figlia, mi ha cambiato la prospettiva sull’esistenza». ll punto di vista sulle cose di Serena lo conosciamo. È interessante, invece, partire alla scoperta di quello di Alexis, che ha appena lanciato una battaglia: far diventare il congedo di paternità un diritto garantito dalla legge. «Mettermi in aspettativa quando è nata Olympia, per me, è stato facile», racconta. «Sono il capo di me stesso. Ma tutti i padri dovrebbero poterne usufruire: fa bene al bambino, alla coppia e, in ultima analisi, al lavoro. Perché quando torni in ufficio sei una persona più appagata, felice e soddisfatta». Esserci, con qualità: ecco il tesoro che Alexis ha portato nella relazione con Serena. Prima regola: «Mai più di una settimana lontani, se è possibile. Quando sei sposato con la più grande tennista di tutti i tempi, la logistica può rivelarsi complicata». Il modello parentale è l’architrave di qualsiasi relazione. «Tutto il merito di quello che so in fatto di rapporti interpersonali, è di mio padre Chris e mia madre Anke», racconta. «Lui armeno, lei tedesca dell’Est. Mia madre seguì negli Stati Uniti mio padre da clandestina, lavorando come ragazza alla pari mentre aspettava il visto. Le nozze la misero in regola con la legge. La vita, quando ero piccolo, non è sempre stata facile. Magari mancava un pasto caldo in tavola ma i miei c’erano sempre. Di sostegno l’uno all’altra e a loro figlio. Presenti nonostante i sacrifici. […] Io e Serena non passiamo la giornata a contare i trofei sulle mensole però sappiamo quanto lavoro e dedizione servono per riuscire nella vita e questa conoscenza condivisa è un valore aggiunto sulla nostra tavola. Parliamo tanto, ci facciamo domande a vicenda: cosa desideri raggiungere? Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi? Siamo lontani dalla perfezione, ma concordiamo su un punto: al di là delle legittime ambizioni personali, ci stiamo impegnando a crescere una figlia forte e autodeterminata». […]

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Perde 6-0 6-0 senza fare punti. Ma c’è l’ombra delle scommesse (Lombardo)

La rassegna stampa di mercoledì 11 dicembre 2019

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Perde 6-0 6-0 senza fare punti. Ma c’è l’ombra delle scommesse (Marco Lombardo, Il Giornale)

Lo chiamano Golden Match, ma in questo caso l’unico oro in palio se lo è intascato chissà chi. Il sospetto è questo, quasi una certezza dopo aver visto le immagini del torneo ITF M15 Qatar, in un periodo dell’anno in cui le uniche presenze nel circuito mondiale sono figlie di un tennis minore. L’incontro tra il thailandese Krittin Koaykul e l’ucraino Artem Bahmet è finito 6-0, 6-0 in appena 22 minuti. E la cosa grottesca non è che il secondo non sia riuscito a mettere insieme neanche un punto, ma è come l’ha fatto. Vedere (su internet) per credere. Dunque: alla fine il match è durato quarantotto punti di fila messi a segno da uno che viaggia al numero 1367 della classifica mondiale, ma il problema è che l’altro non si sapeva bene chi fosse. Avete presente i famosi giocatori da circolo? Ecco: molto peggio. Di Bahmet non esiste nessuna traccia negli albi dei tennisti, e visto come gioca non c’è da dubitarne. La domanda però è perché fosse lì. E la risposta sembra facile facile. L’ucraino – a quanto risulta al sito spagnolo Abc – sarebbe in realtà un manager, anche un questo caso non si sa di chi. Di certo c’è che nel tabellone di questo malandato torneo ci fossero ancora dei vuoti, e dunque l’organizzazione ha deciso di mettere in azione i buttadentro: chi arriva primo si iscrive. Bahmet l’ha fatto, e a suo modo è entrato nella storia del tennis. Peccato però che questa favola dello sport al contrario abbia un retrogusto un po’ strano: ci si può ridere, fino a quando non viene il sospetto che dietro a tale assurdità ci sia la mano della criminalità. Sempre ben presente sugli spalti dove nessuno ci può fare caso. E quindi: la prima partita ufficiale di Artem Bahmet finisce un po’ così, per scommessa. E il seguito potrebbe essere ancora peggio.

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Sonego: “La top 20 è il mio obiettivo” (Capello)

La rassegna stampa di martedì 10 dicembre 2019

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Sonego: “La top 20 è il mio obiettivo” (Enrico Capello, Tuttosport)

Fa bei sogni, Lorenzo Sonego. Ieri il tennista torinese, classe 1995, numero 52 del ranking mondiale, è stato premiato a Torino dall’Ussi (Unione Stampa Sportiva Italiana) Subalpina, presieduta da Federico Calcagno, come atleta piemontese dell’anno. «Un voto alla mia stagione? Otto – spiega – Non avrei mai creduto di entrare nei 50 al mondo così velocemente (è il n. 46), di vincere un torneo sull’erba ad Antalya, di raggiungere i quarti in un Masters 1000 a Montecarlo e di sfidare il mio idolo, Roger Federer, al Roland Garros. Per il 2020, punto a entrare nei primi 20. Devo lavorare sul rovescio e sulla risposta e fare tanta esperienza ad alto livello contro i più forti per imparare a gestire le situazioni dei match e a crearmi una mia identità di gioco». Sonego, che inizierà l’anno con i tornei di Doha e Auckland, ha tre grandi obiettivi sul medio periodo. «Sono ambizioso. Vorrei giocare almeno un’edizione delle ATP Finals a Torino e provare a vincere gli Internazionali d’Italia, perché anche se servizio e dritto mi aiutano sul veloce la mia superficie resta la terra, e la Coppa Davis. Con Berrettini, Fognini e Cecchinato siamo una nazionale forte e completa, solo la Spagna, secondo me, oggi ci è superiore. L’anno prossimo spero sia quello buono per l’insalatiera anche se questa formula concentrata in una settimana non mi piace. Non c’è pubblico e i ritmi forsennati danneggiano noi atleti e lo spettacolo. Qualcosa andrà cambiato» […]

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