Cinque storie di questo US Open

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Cinque storie di questo US Open

La sacra trinità e un discepolo (poco) ortodosso, una teenager canadese si aggiunge al party tutto al femminile, la scialuppa azzurra in acque agitate, il fenomeno Gauff, il messaggio semiserio di Kyrgios

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La sacra trinità e un discepolo (poco) ortodosso

Ci risiamo. Come da quasi dieci anni a questa parte, tocca di nuovo premettere che molto probabilmente il vincitore del torneo di singolare maschile verrà fuori dalla sacra trinità Nole-Roger-Rafa. Per i più credenti e meno scettici, è superfluo perfino citare gli ultimi due nomi. In breve, qualche ragione per cui ciascuno di questi fenomeni dovrebbe trionfare (ancora) a Flushing Meadows. Al di fuori della terra rossa, Djokovic è il giocatore più forte del pianeta e negli Slam tira fuori tutta la sua onnipotenza tennistica, come ha dimostrato a Melbourne e Wimbledon. Federer non vince un Major da quasi due anni ma è quello che più volte in carriera tra i tre si è imposto a New York, ovvero cinque, ininterrottamente dal 2004 al 2008. Nadal è stato l’unico a conquistare una delle tappe di preparazione, la Rogers Cup, e lo US Open tende a giocarlo piuttosto bene negli ultimi anni. Rafa è finito solo soletto nella parte bassa del tabellone. Nole e Roger invece si potrebbero incrociare nella semifinale di quella alta. Per arrivare fino a lì, lo svizzero sembra avere attorno a sé il paradiso ma il serbo è atteso da una serie di match che per altri sarebbero l’equivalente di una via crucis.

Uno su tutti quello contro Daniil Medvedev, che quest’estate si è definitivamente guadagnato il titolo di “nuova alternativa ai big three”. Considerate come le cose sono andate a Zverev in questa stagione dovrebbe tirare fuori un rosario. I numeri sono dalla parte del tanto sgraziato quanto efficace tennista russo. Nessuno ha vinto tante partite quante lui sul circuito quest’anno, ovvero 44: 3 più di Rafa, 5 più di Roger, 6 più di Nole. In agosto, il 23enne moscovita è arrivato in finale in ogni torneo in cui ha giocato, vincendo l’ultima a Cincinnati, che gli è valsa il primo titolo Masters 1000 in carriera. Inoltre, sembra uno dei pochi essere umani in grado di mettere in difficoltà il dio del tennis belgradese: gli ha tolto un set agli Australian Open e l’ha sconfitto a Montecarlo e in Ohio. Dopo la debacle, Djokovic gli ha fatto i complimenti, lodando i suoi miglioramenti. Immaginarselo con il trofeo in mano sull’Arthur Ashe Stadium rimane comunque un atto di fede. Servirebbe un miracolo invece per un Thiem che dopo la vittoria ad Indian Wells ha giocato solo quattro partite su cemento, perdendone la metà, per uno Tsitsipas molto meno smagliante di qualche mese fa, per uno Zverev alla ricerca di sé stesso e per tutti gli altri più o meno giovani.

 
Djokovic, Federer, Nadal (foto di Tasha Pop)

No, un’altra invitata no. Ma chi l’ha chiamata Bianca?

Se il torneo maschile sembra un ritrovo di fedeli in procinto di venerare l’ennesima emanazione della trinità, quello femminile si preannuncia come un altro party molto pepato: invitate di ogni età e generazione che per trovare il proprio spazio nel dancefloor devono farsi largo a gomitate, pesante rischio di ubriacature che ti mandano KO quando il dj non ha messo su i suoi dischi migliori, una sola reginetta del ballo (inteso come titolo e classifica mondiale) per l’invidia di tutte le altre. Si comincia subito con i fuochi d’artificio, con il catfight più iconico degli anni dieci, quello che mette insieme 28 Slam e tanto astio reciproco: pantera della California contro tigre siberiana, Serena vs Masha. Ma sarà solo l’inizio di una festa affollatissima in cui Halep può dimostrare di essere una macchina da guerra dopo Wimbledon, Osaka che (forse) si è ripresa dalla crisi post-Bajin, Barty che quel Roland Garros non è stato un caso, Kvitova che può ancora vincere uno Slam, Svitolina che può conquistare il suo primo. E occhio anche a Pliskova, Bertens, Keys e Stephens, tutte molto agguerrite sul cemento americano. “Girls just want to have fun”, cantava Cyndi Lauper.

Come se non bastasse, a rendere l’aria un po’ più irrespirabile nel locale, ci penserà la new entry Bianca Andreescu, 19 anni compiuti da poco, da Mississauga, Canada. Il suo record così come la sua ascesa in classifica questo 2019 sono stati a dir poco impressionanti: 36 vittorie e 4 sconfitte, da n.152 a n.15. Successi di rilievo ad Indian Wells e Toronto. Praticamente quando il suo fisico già molto massiccio nonostante l’età le ha dato pace, Bianca ha quasi sempre vinto. Contro tutte. 7-0 il bilancio contro le Top 10, con due vittorie su Kerber e una su Serena, per ritiro, nell’epilogo del torneo di casa. Dopo il match, la canadese è andata a consolare la campionessa statunitense che si è apertamente dichiarata una sua fan. E non è per nulla scontato, chiedere a Maria, appunto. Ma anche a Carlos Ramos che dopo la finale dello scorso anno è finito suo malgrado nella black (in tutti i sensi) list del torneo newyorkese, quantomeno per quanto attiene agli incontri delle sorelle Williams. Bianca invece ha le carte in regola per entrare nel club: combina grinta e maturità da veterana con una forza e incoscienza da teenager. Se appunto la salute la assiste, in ottavi potrebbe già trovare Halep, per un match sulla carta molto molto interessante. 

Ah, ma non sono le Indie? Quasi ci speravo 

Stanchi, sfibrati, disorientati: approdano così i nostri azzurri nell’ultimo grande porto della stagione del tennis. Un po’ come il celebre navigatore genovese che oltre cinquecento anni fa pensava di finire dall’altra parte del mondo. Almeno lui la sua America la trovò, entrando dritto dritto nei libri di storia. Più difficile che invece riescano a riscrivere la storia del nostro tennis al maschile, superando la semifinale ottenuta da Barazzutti nel lontano 1977, i vari Fognini, Berrettini, Seppi, Cecchinato, Sonego e Fabbiano. E dire che almeno per il capitano ligure e il giovane marinaio romano il viaggio nel circuito in questo 2019 sembrava procedere a vele spiegate. Nei vicini lidi europei i due avevano fatto furore, galvanizzando i tifosi più patriottici. Grazie al successo a Montecarlo e ad una serie di risultati solidi sulla terra, Fabio era entrato per la prima volta in carriera in Top 10 dopo il Roland Garros. Poi poco o nulla per lui, tra l’erba e il cemento nordamericano, a conferma dello storico scarso feeling con questa parte di stagione. Matteo era lanciatissimo dopo la tournée sui prati. Ad arrestare il suo impeto ci si è messo tuttavia un fastidioso infortunio alla caviglia. Andreas e Marco vengono da un 2019 burrascoso, con molte più sconfitte che vittorie. Non c’è molto da attendersi da Lorenzo che in carriera ha giocato solamente nove partite a livello ATP sul duro, perdendone 5. 

Il sorteggio non è stato di certo benevolo. Il big server Opelka per Fognini, il nobile decaduto Dimitrov per Seppi, il redivivo Gasquet per Berrettini. Addirittura, il n.4 del mondo Thiem per Fabbiano. Più fortunati Cecchinato e Sonego, che hanno pescato rispettivamente Laaksonen e Granollers. E chissà che a salvare (quantomeno simbolicamente) la spedizione non possa essere un giovane altoatesino, Jannik Sinner, uno che il mare di solito non lo vede nemmeno con il binocolo e che qui a New York si è permesso di qualificarsi a 18 anni appena compiuti. Come fanno quelli forti davvero.

In campo femminile sembra passata un’era geologica dalla finale tutta azzurra Pennetta-Vinci del 2015. Giorgi cerca ulteriore fiducia dopo alcune prestazioni incoraggianti. Primo turno contro Sakkari che l’ha già sconfitta nettamente qualche settimana fa a Cincinnati e potrebbe dunque rivelarsi uno scoglio insormontabile per lei in questo momento. Anche se le recenti finali di Washington e New York, purtroppo perse, lasciano ben sperare.

Coco, I’m loving it

Quattro giocatrici nelle Top 20, sette nelle Top 50. Eppure la maggior parte dell’attenzione del pubblico statunitense sarà riversata sulla n.141 del mondo. Che nonostante i suoi soli 15 anni è già arrivata agli ottavi di Wimbledon, ha già vinto il suo primo torneo WTA in doppio, ha già firmato un contratto milionario di sponsorizzazione con Barilla, ha già incontrato Michelle Obama, che, in poche parole, è già una star. Se non lo sapete, e sarebbe strano, si sta parlando di Cori “Coco” Gauff, la nuova giovanissima sensazione del tennis a stelle e strisce. Gauff piace perché è fresca e ha un gioco dirompente. Piace forse anche perché in quanto afroamericana sembra la perfetta sostituta per una Serena che inevitabilmente dovrà presto appendere la racchetta al chiodo. Piace a tutti, tanto che la federazione americana ha forzato il regolamento WTA per darle una wild card. Insomma, l’hype attorno a questa adolescente è stato montato ad arte, come solo dall’altra parte dell’oceano sanno fare. 

Come inquadrare il suo torneo quindi? Sarà una passerella e quello è poco ma sicuro. Il tennis statunitense mostrerà al proprio pubblico, probabilmente su uno dei campi principali dell’impianto di Flushing Meadows, di aver trovato un nuovo prodigio per cui possono entusiasmarsi. Un fenomeno che promette di dominare il mondo al contrario delle brave ma non bravissime Stephens e Keys. Per non parlare degli uomini che da anni non si avventurano oltre i quarti di finale nello Slam di casa. A Coco basterà essere lì, presente, in tutta la sua giovinezza e talento. Più difficile che questi US Open possano già ulteriormente alimentare il fenomeno Gauff. All’esordio ci sarà una sfida difficile contro la giovane stella del tennis russo Potapova, al secondo un proibitivo scontro con una vecchia volpe come Suarez Navarro, al terzo turno eventualmente il faccia a faccia contro Osaka. But anything is possible in New York. 

Coco Gauff – Washington 2019 (foto via Twitter, @CocoGauff)

“That’s (not) hilarious”

Nick Kyrgios ha voluto cortesemente lasciare in esclusiva un messaggio personale alla redazione di Ubitennis. Ve lo riportiamo in traduzione di seguito.

“Boh, ragazzi, io quando arrivo a settembre sono già stufo. Stufo di viaggiare, stufo di magari giocare primi turni Slam nel campo 15 contro lo Steve Johnson di turno. Con tutto il rispetto per Steve Johnson, ma anche no. Stufo di provocare Nadal e Djokovic con dei post su Instagram. No di quello non mi stufo mai, ci siete cascati. Oh, sono anni che cerco di farvelo faccio capire. Agli US Open in sei apparizioni ho vinto sei partite di tabellone principale. Nel 2016 ho perso all’esordio da Marchenko. Cioè Marchenko, non so se mi spiego. Manco lo riconoscerei per strada. L’anno scorso ho battuto Herbert solo per fare un piacere a Lahyani. Poi ho lasciato spazio a Federer che è il vero GOAT, non come quegli altri due che ci mettono ore a servire e rosicano di brutto quando perdono. Cioè in Australia comincia a fare caldo. E io sono ancora in giro per il mondo a tirare una palla da tennis di là della rete. Al massimo questo dovrebbe essere il periodo delle esibizioni, come la Laver Cup. Quella è una figata. Poi oh io ve l’ho fatto vedere in questa stagione: quando sono carico non mi batte nessuno. Ve ne siete accorti? Prima ad Acapulco e poi a Washington. A voi non basta? A me sì. La scenata di Cincinnati era un primo segnale: non ne ho più voglia. Quindi non aspettatevi niente per questi US Open, chiaro? Però magari se arrivo al terzo turno con Tsitsi mi impegno un po’. Vediamo dai. Bella”. 

(a scanso di equivoci, ché è già successo: si tratta di una lettera di finzione. Nick non ci ha veramente scritto. Non ancora, almeno…)

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Pliskova supera Martic (e pioggia) in finale a Zhengzhou e punta il numero uno

La ceca soffre un po’ nel primo set ma poi domina il secondo in una partita segnata da due interruzioni per pioggia. Quarto titolo dell’anno, quindicesimo della carriera. Barty è nel mirino

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Karolina Pliskova è la vincitrice dell’edizione 2019 del WTA Premier di Zhengzhou. La ceca supera in due set Petra Martic, che le ha creato più di un grattacapo nel primo set, ma si è poi sciolta nel secondo. Bravissima Pliskova a partire sempre forte dopo le due pause per pioggia che hanno sospeso il gioco all’inizio del primo e del secondo set. Titolo numero quindici della carriera, il quarto del 2019 (dopo Brisbane, Roma e Eastbourne) e ulteriore passettino compiuto verso la riconquista del numero uno di Ashleigh Barty, attualmente distante solamente 86 punti.

LA PARTITA – Martic esce meglio dai blocchi e riesce a spostare Pliskova, guadagnando un immediato break di vantaggio. Sul 2-0 però la pioggia costringe le due giocatrici a fermarsi e addirittura a rientrare negli spogliatoi. Quando riprende il gioco, Pliskova tiene il servizio agevolmente e comincia a picchiare da fondo alle sue condizioni. Un paio di bei vincenti le permettono di agganciare l’avversaria nel punteggio. La partita è più equilibrata ora con Martic che tenta come al suo solito molte variazioni per cercare di disinnescare il gioco di Pliskova.

La croata costringe l’avversaria ad una difficile volèe bassa che le vale una palla break nel settimo gioco, annullata di forza da un vincente della ceca. Pliskova ormai è salita di ritmo e nel gioco successivo è lei a cogliere il break decisivo. Il primo set si chiude 6-3 in 46 minuti. Il secondo set è un assolo di Pliskova che gioca a braccio sciolto, disponendo a piacere di una Martic decisamente scoraggiata. Un break arriva prima della seconda sospensione per pioggia (sul 3-1) e un altro si aggiunge subito dopo. 6-2 il punteggio che chiude il set e il torneo.

VERSO LA VETTA – Karolina incamera 290 punti ‘netti’ in classifica (ai 470 della vittoria si sottraggono i 180 della finale di Tianjin 2018, che escono dal conteggio dei migliori 16 risultati) e si assicura anche un discreto margine su Svitolina e Osaka, rispettivamente terza e quarta a circa 1300 e 1600 punti dalla giocatrice ceca. Pliskova si concederà adesso una settimana di riposo, come del resto la numero uno Barty, per tornare in campo in occasione dei tornei di Wuhan (Premier 5) e Pechino (Premier Mandatory).

Come detto la vetta della classifica è vicina, ma per agguantarla serviranno prestazioni di rilievo nei tornei conclusivi della tournée asiatica. Se vuole colmare il misero gap di 86 punti che la separa da Barty, Pliskova dovrà infati raggiungere almeno la semifinale a Wuhan e i quarti a Pechino, altrimenti non aumenterà il suo bottino in classifica e dovrà rinviare l’assalto al mese di ottobre, che confluirà nelle Finals di Shenzhen.

 

Risultato:

[1] Ka. Pliskova vs [7] P. Martic 6-3 6-2

Il tabellone completo

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San Pietroburgo: cinque italiani in tabellone, occhi puntati su Berrettini e Sinner

Derby di primo turno tra Fabbiano e Caruso, in tabellone anche Travaglia. Matteo è N.3 del seeding, Jannik trova Kukushkin all’esordio. Medvedev e Khachanov prime due teste di serie

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

L’edizione 2019 del torneo di San Pietroburgo si fregia di un tabellone veramente intrigante. Medvedev e Khachanov si sono spartiti le prime due teste di serie. Della partita anche Borna Coric e Stan Andrey Rublev. Ben cinque gli italiani ai nastri di partenza: Matteo Berrettini, Thomas Fabbiano, Salvatore Caruso, Stefano Travaglia e Jannik Sinner. I primi quattro hanno acceduto direttamente al tabellone principale grazie al ranking, mentre Sinner ha beneficiato di una wild card degli organizzatori. Per l’altoatesino il torneo russo sarà il settimo main draw dell’anno (e della carriera). Fino ad oggi il suo bilancio riporta tre vittorie e sei sconfitte, ripartite nei tornei di Budapest, Roma, Lione, ‘s-Hertogenbosch, Umago e US Open.

(clicca per ingrandire)

Il sorteggio effettuato nella mattinata di domenica ha fissato un derby italiano al primo turno tra Fabbiano e Caruso. Berrettini in qualità di testa di serie N.3 del seeding ha un bye e poi affronterà il vincente di Carballes Baena vs Klizan. Jannik Sinner esordirà contro la testa di serie N.6 Mikhail Kukushkin, mentre Travaglia affronterà la N.7 Adrian Mannarino.

I FAVORITI – C’è poco da inventarsi quando quattro tra le prime cinque teste di serie sono giocatori in forma e piuttosto abili su questa superficie. La Russia si affida – con ottime probabilità di vincere il torneo – al trio composto da Medvedev, Khachanov e Rublev, in rigoroso ordine di classifica. Medvedev è in condizione di forma favolosa, ma qualche perplessità sulla sua scelta di prendersi una sola settimana di riposo dopo la cavalcata di New York resta; Khachanov non ha fatto bene allo US Open, a differenza di Rublev che si è fermato agli ottavi contro Berrettini ed è decisamente in scia positiva. Entrambi, in ogni caso, hanno abbastanza dimestichezza col tennis indoor per arrivare in fondo al torneo. L’altro giocatore in grande spolvero è il nostro Matteo Berrettini, mentre la quarta testa di serie di Borna Coric forse non corrisponde al suo attuale momento di forma. In parziale crisi di risultati, il croato ha rotto di recente con l’allenatore Riccardo Piatti. Fuor di teste di serie, occhio a Klizan e Bublik, due tennisti per i quali la follia è fattore primario come anche la qualità del braccio.

COME CI ARRIVANO GLI ITALIANI – Sicuramente benissimo Berrettini e Sinner, che da New York hanno guadagnato rispettivamente la prima semifinale Slam e la prima partecipazione Slam, con tanto di sfida giocata ad armi pari contro Wawrinka. La curiosità riguarda soprattutto Sinner, il cui livello di tennis cresce a vista d’occhio; l’altoatesino è entrato nella fase di irrobustimento tecnico-tattico fondamentale per entrare in top 100 e possibilmente rimanerci a lungo. Il derby dei ‘mastini da Slam’ tra Fabbiano e Caruso vede il pugliese, decisamente più a suo agio sulle superfici rapidi, abbastanza favorito. La possibilità di sfidare Bublik (che lo ha sconfitto a New York) al secondo turno potrebbe costituire ulteriore motivazione. Ci sono discrete chance di fare strada anche per Stefano Travaglia, che ha fatto il pieno di fiducia nel circuito challenger (titolo a Sopot, semi a Como e quarti a Genova) e non parte certo sconfitto contro Mannarino.

Possibilità di accedere al tabellone principale anche per Matteo Viola, che al primo turno di qualificazione ha sconfitto il russo Vasilenko e domani affronterà il vincente di Ivashka-Tiurnev.

 

Tutti i tabelloni della settimana

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David Goffin: ce la farà?

David Goffin rischia di essere stritolato tra un vertice molto arzillo e un gruppo di Next Gen agguerrito. Ma forse può ancora dire la sua

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David Goffin - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Camminando sulle acque dell’Arthur Ashe Stadium, appena un paio di giorni prima della rovinosa caduta contro Dimitrov che forse avrebbe potuto ispirare Honoré De Balzac, Federer si era bevuto un quarto turno in tre rapidi set. Ma obiettività vuole che sia stato un vallone dagli occhi semplici e i modi garbati ad aver attratto la nostra attenzione. David Goffin non è esattamente un outsider e ha visto tempi migliori ma è comunque una piacevole conferma per chi ama il bel tennis. Qualcuno lo associa ad Agassi anche se per lo scrivente è più simile a Berdych, così come altri gli accreditano un gran rovescio mentre lui predilige più apertamente il diritto. Questione di opinioni. Ciò che mette d’accordo tutti, invece, è che il belga di Liegi sia un talento che ama il tennis completo e su ogni superficie così come, a suo tempo, deve aver suggerito papà Michel, ottimo maestro di tennis.

Non ancora trentenne, un metro e ottanta scarso per 68 chili di leggerezza, il buon Davide non entrerebbe di diritto tra i soggetti dalla stazza preoccupante! Poco importa se in cambio si rientra nella ristretta cerchia dei talentuosi dal timing tanto raffinato da replicare alle sassate in arrivo mantenendo compattezza e controllo. Una virtù, nel suo caso, da tirare a lucido tutti i giorni prima di uscire di casa. Non bastasse, c’è anche quella rara elasticità con la quale incute rispetto ogni qualvolta che la sorte lo chiama al servizio.

Dopo una crescita spesa tra futures e challenger con ottimi risultati, la grande occasione passa grazie al ritiro di Gael Monfils dal Roland Garros 2012. Un carpe diem inatteso che fa di lui un lucky loser molto lucky, e tanto equipaggiato da battere in successione Stepanek, Clement e Kubot cedendo il passo solo a Federer non prima di avergli strappato un set. Finisce l’anno tra i primi 50 e inforca un 2013 di luci e ombre che rimanda il vero salto all’anno successivo con il terzo turno agli US Open, la vittoria sulla terra di Kitzbuhel e quella sul cemento di Metz. Chiuderà in bellezza con la finale a Basilea.

Il 2015 lo vede finalista sulla terra di Gstaad e l’erba di ‘s-Hertogenbosch nonché protagonista nel match clou di Davis perso contro la Gran Bretagna di Murray. Poi, su, su, fino alla settima posizione, un paradiso dove nessun altro belga, fiammingo o vallone che sia, aveva osato issarsi prima di lui. Tutto si arresta di fronte a una maledetta pallata in un occhio che lo estromette dalla semi di Rotterdam 2018, costringendolo a uno stop che lo spinge fuori dai primi venti. È curioso constatare come il Belgio abbia sfornato molti giocatori e giocatrici dal tennis ricercato. Penso, tanto per limitarci ai più recenti, a Olivier Rochus piuttosto che a Xavier Malisse, a Justine Henin e a Kim Clijsters, tutti tennisti che hanno compensato alla mancanza del fisicaccio con un gioco di gran tocco. Probabilmente fa parte di quell’effetto traino di cui Goffin rappresenta il prodotto più avanzato.

Nell’anno in corso sembra finalmente cavalcare la ripresa. La finale di Cincinnati e i quattro turni nella Grande Mela ne sono un segnale palpabile e tutto farebbe pensare a un suo ritorno in grande stile, al netto delle incognite, naturalmente. Oggi risiede a tra i primi 15, in quella terra di nessuno dove si rischia di essere stritolati tra un vertice ancora molto arzillo e un gruppo di Next Gen col coltello tra i denti. Uscirne sarà una faticaccia!
Ce la farà?
Il virus di capire cosa sarà di lui ormai è in circolo.

Nell’anno in corso non ha grandi punti da difendere e potrebbe mettere molto in cascina. Da quanto visto in terra d’America, il sentore è che pur non parlando di lui come un giovanissimo, Goffin sia ancora nel pieno della maturazione, abbastanza fresco mentalmente e fisicamente per disputare partite importanti con buone possibilità di successo. Ora si apre il sipario dell’attività indoor e sarà interessante vederlo all’opera su una superficie che, è risaputo, richiede quelle doti naturali di cui lui è sicuramente beneficiario.

A cura di Massimo D’Adamo


Massimo D’Adamo è maestro di tennis, giornalista pubblicista ed organizzatore di eventi sportivi. Già Direttore Tecnico del Foro Italico e del Centro Nazionale di Riano, è stato Responsabile in Italia della formazione Junior, selezionatore e capitano di tutte le rappresentative nazionali. Coach internazionale, vanta collaborazioni con giocatori di Coppa Davis di Italia e Giappone. Ha già pubblicato due libri: “…IN VIA DELL’IDROSCALO” nel 2013 e “VAGABONDO PER MESTIERE” nel 2016

 

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