Cinque storie di questo US Open

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Cinque storie di questo US Open

La sacra trinità e un discepolo (poco) ortodosso, una teenager canadese si aggiunge al party tutto al femminile, la scialuppa azzurra in acque agitate, il fenomeno Gauff, il messaggio semiserio di Kyrgios

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La sacra trinità e un discepolo (poco) ortodosso

Ci risiamo. Come da quasi dieci anni a questa parte, tocca di nuovo premettere che molto probabilmente il vincitore del torneo di singolare maschile verrà fuori dalla sacra trinità Nole-Roger-Rafa. Per i più credenti e meno scettici, è superfluo perfino citare gli ultimi due nomi. In breve, qualche ragione per cui ciascuno di questi fenomeni dovrebbe trionfare (ancora) a Flushing Meadows. Al di fuori della terra rossa, Djokovic è il giocatore più forte del pianeta e negli Slam tira fuori tutta la sua onnipotenza tennistica, come ha dimostrato a Melbourne e Wimbledon. Federer non vince un Major da quasi due anni ma è quello che più volte in carriera tra i tre si è imposto a New York, ovvero cinque, ininterrottamente dal 2004 al 2008. Nadal è stato l’unico a conquistare una delle tappe di preparazione, la Rogers Cup, e lo US Open tende a giocarlo piuttosto bene negli ultimi anni. Rafa è finito solo soletto nella parte bassa del tabellone. Nole e Roger invece si potrebbero incrociare nella semifinale di quella alta. Per arrivare fino a lì, lo svizzero sembra avere attorno a sé il paradiso ma il serbo è atteso da una serie di match che per altri sarebbero l’equivalente di una via crucis.

Uno su tutti quello contro Daniil Medvedev, che quest’estate si è definitivamente guadagnato il titolo di “nuova alternativa ai big three”. Considerate come le cose sono andate a Zverev in questa stagione dovrebbe tirare fuori un rosario. I numeri sono dalla parte del tanto sgraziato quanto efficace tennista russo. Nessuno ha vinto tante partite quante lui sul circuito quest’anno, ovvero 44: 3 più di Rafa, 5 più di Roger, 6 più di Nole. In agosto, il 23enne moscovita è arrivato in finale in ogni torneo in cui ha giocato, vincendo l’ultima a Cincinnati, che gli è valsa il primo titolo Masters 1000 in carriera. Inoltre, sembra uno dei pochi essere umani in grado di mettere in difficoltà il dio del tennis belgradese: gli ha tolto un set agli Australian Open e l’ha sconfitto a Montecarlo e in Ohio. Dopo la debacle, Djokovic gli ha fatto i complimenti, lodando i suoi miglioramenti. Immaginarselo con il trofeo in mano sull’Arthur Ashe Stadium rimane comunque un atto di fede. Servirebbe un miracolo invece per un Thiem che dopo la vittoria ad Indian Wells ha giocato solo quattro partite su cemento, perdendone la metà, per uno Tsitsipas molto meno smagliante di qualche mese fa, per uno Zverev alla ricerca di sé stesso e per tutti gli altri più o meno giovani.

 
Djokovic, Federer, Nadal (foto di Tasha Pop)

No, un’altra invitata no. Ma chi l’ha chiamata Bianca?

Se il torneo maschile sembra un ritrovo di fedeli in procinto di venerare l’ennesima emanazione della trinità, quello femminile si preannuncia come un altro party molto pepato: invitate di ogni età e generazione che per trovare il proprio spazio nel dancefloor devono farsi largo a gomitate, pesante rischio di ubriacature che ti mandano KO quando il dj non ha messo su i suoi dischi migliori, una sola reginetta del ballo (inteso come titolo e classifica mondiale) per l’invidia di tutte le altre. Si comincia subito con i fuochi d’artificio, con il catfight più iconico degli anni dieci, quello che mette insieme 28 Slam e tanto astio reciproco: pantera della California contro tigre siberiana, Serena vs Masha. Ma sarà solo l’inizio di una festa affollatissima in cui Halep può dimostrare di essere una macchina da guerra dopo Wimbledon, Osaka che (forse) si è ripresa dalla crisi post-Bajin, Barty che quel Roland Garros non è stato un caso, Kvitova che può ancora vincere uno Slam, Svitolina che può conquistare il suo primo. E occhio anche a Pliskova, Bertens, Keys e Stephens, tutte molto agguerrite sul cemento americano. “Girls just want to have fun”, cantava Cyndi Lauper.

Come se non bastasse, a rendere l’aria un po’ più irrespirabile nel locale, ci penserà la new entry Bianca Andreescu, 19 anni compiuti da poco, da Mississauga, Canada. Il suo record così come la sua ascesa in classifica questo 2019 sono stati a dir poco impressionanti: 36 vittorie e 4 sconfitte, da n.152 a n.15. Successi di rilievo ad Indian Wells e Toronto. Praticamente quando il suo fisico già molto massiccio nonostante l’età le ha dato pace, Bianca ha quasi sempre vinto. Contro tutte. 7-0 il bilancio contro le Top 10, con due vittorie su Kerber e una su Serena, per ritiro, nell’epilogo del torneo di casa. Dopo il match, la canadese è andata a consolare la campionessa statunitense che si è apertamente dichiarata una sua fan. E non è per nulla scontato, chiedere a Maria, appunto. Ma anche a Carlos Ramos che dopo la finale dello scorso anno è finito suo malgrado nella black (in tutti i sensi) list del torneo newyorkese, quantomeno per quanto attiene agli incontri delle sorelle Williams. Bianca invece ha le carte in regola per entrare nel club: combina grinta e maturità da veterana con una forza e incoscienza da teenager. Se appunto la salute la assiste, in ottavi potrebbe già trovare Halep, per un match sulla carta molto molto interessante. 

Ah, ma non sono le Indie? Quasi ci speravo 

Stanchi, sfibrati, disorientati: approdano così i nostri azzurri nell’ultimo grande porto della stagione del tennis. Un po’ come il celebre navigatore genovese che oltre cinquecento anni fa pensava di finire dall’altra parte del mondo. Almeno lui la sua America la trovò, entrando dritto dritto nei libri di storia. Più difficile che invece riescano a riscrivere la storia del nostro tennis al maschile, superando la semifinale ottenuta da Barazzutti nel lontano 1977, i vari Fognini, Berrettini, Seppi, Cecchinato, Sonego e Fabbiano. E dire che almeno per il capitano ligure e il giovane marinaio romano il viaggio nel circuito in questo 2019 sembrava procedere a vele spiegate. Nei vicini lidi europei i due avevano fatto furore, galvanizzando i tifosi più patriottici. Grazie al successo a Montecarlo e ad una serie di risultati solidi sulla terra, Fabio era entrato per la prima volta in carriera in Top 10 dopo il Roland Garros. Poi poco o nulla per lui, tra l’erba e il cemento nordamericano, a conferma dello storico scarso feeling con questa parte di stagione. Matteo era lanciatissimo dopo la tournée sui prati. Ad arrestare il suo impeto ci si è messo tuttavia un fastidioso infortunio alla caviglia. Andreas e Marco vengono da un 2019 burrascoso, con molte più sconfitte che vittorie. Non c’è molto da attendersi da Lorenzo che in carriera ha giocato solamente nove partite a livello ATP sul duro, perdendone 5. 

Il sorteggio non è stato di certo benevolo. Il big server Opelka per Fognini, il nobile decaduto Dimitrov per Seppi, il redivivo Gasquet per Berrettini. Addirittura, il n.4 del mondo Thiem per Fabbiano. Più fortunati Cecchinato e Sonego, che hanno pescato rispettivamente Laaksonen e Granollers. E chissà che a salvare (quantomeno simbolicamente) la spedizione non possa essere un giovane altoatesino, Jannik Sinner, uno che il mare di solito non lo vede nemmeno con il binocolo e che qui a New York si è permesso di qualificarsi a 18 anni appena compiuti. Come fanno quelli forti davvero.

In campo femminile sembra passata un’era geologica dalla finale tutta azzurra Pennetta-Vinci del 2015. Giorgi cerca ulteriore fiducia dopo alcune prestazioni incoraggianti. Primo turno contro Sakkari che l’ha già sconfitta nettamente qualche settimana fa a Cincinnati e potrebbe dunque rivelarsi uno scoglio insormontabile per lei in questo momento. Anche se le recenti finali di Washington e New York, purtroppo perse, lasciano ben sperare.

Coco, I’m loving it

Quattro giocatrici nelle Top 20, sette nelle Top 50. Eppure la maggior parte dell’attenzione del pubblico statunitense sarà riversata sulla n.141 del mondo. Che nonostante i suoi soli 15 anni è già arrivata agli ottavi di Wimbledon, ha già vinto il suo primo torneo WTA in doppio, ha già firmato un contratto milionario di sponsorizzazione con Barilla, ha già incontrato Michelle Obama, che, in poche parole, è già una star. Se non lo sapete, e sarebbe strano, si sta parlando di Cori “Coco” Gauff, la nuova giovanissima sensazione del tennis a stelle e strisce. Gauff piace perché è fresca e ha un gioco dirompente. Piace forse anche perché in quanto afroamericana sembra la perfetta sostituta per una Serena che inevitabilmente dovrà presto appendere la racchetta al chiodo. Piace a tutti, tanto che la federazione americana ha forzato il regolamento WTA per darle una wild card. Insomma, l’hype attorno a questa adolescente è stato montato ad arte, come solo dall’altra parte dell’oceano sanno fare. 

Come inquadrare il suo torneo quindi? Sarà una passerella e quello è poco ma sicuro. Il tennis statunitense mostrerà al proprio pubblico, probabilmente su uno dei campi principali dell’impianto di Flushing Meadows, di aver trovato un nuovo prodigio per cui possono entusiasmarsi. Un fenomeno che promette di dominare il mondo al contrario delle brave ma non bravissime Stephens e Keys. Per non parlare degli uomini che da anni non si avventurano oltre i quarti di finale nello Slam di casa. A Coco basterà essere lì, presente, in tutta la sua giovinezza e talento. Più difficile che questi US Open possano già ulteriormente alimentare il fenomeno Gauff. All’esordio ci sarà una sfida difficile contro la giovane stella del tennis russo Potapova, al secondo un proibitivo scontro con una vecchia volpe come Suarez Navarro, al terzo turno eventualmente il faccia a faccia contro Osaka. But anything is possible in New York. 

Coco Gauff – Washington 2019 (foto via Twitter, @CocoGauff)

“That’s (not) hilarious”

Nick Kyrgios ha voluto cortesemente lasciare in esclusiva un messaggio personale alla redazione di Ubitennis. Ve lo riportiamo in traduzione di seguito.

“Boh, ragazzi, io quando arrivo a settembre sono già stufo. Stufo di viaggiare, stufo di magari giocare primi turni Slam nel campo 15 contro lo Steve Johnson di turno. Con tutto il rispetto per Steve Johnson, ma anche no. Stufo di provocare Nadal e Djokovic con dei post su Instagram. No di quello non mi stufo mai, ci siete cascati. Oh, sono anni che cerco di farvelo faccio capire. Agli US Open in sei apparizioni ho vinto sei partite di tabellone principale. Nel 2016 ho perso all’esordio da Marchenko. Cioè Marchenko, non so se mi spiego. Manco lo riconoscerei per strada. L’anno scorso ho battuto Herbert solo per fare un piacere a Lahyani. Poi ho lasciato spazio a Federer che è il vero GOAT, non come quegli altri due che ci mettono ore a servire e rosicano di brutto quando perdono. Cioè in Australia comincia a fare caldo. E io sono ancora in giro per il mondo a tirare una palla da tennis di là della rete. Al massimo questo dovrebbe essere il periodo delle esibizioni, come la Laver Cup. Quella è una figata. Poi oh io ve l’ho fatto vedere in questa stagione: quando sono carico non mi batte nessuno. Ve ne siete accorti? Prima ad Acapulco e poi a Washington. A voi non basta? A me sì. La scenata di Cincinnati era un primo segnale: non ne ho più voglia. Quindi non aspettatevi niente per questi US Open, chiaro? Però magari se arrivo al terzo turno con Tsitsi mi impegno un po’. Vediamo dai. Bella”. 

(a scanso di equivoci, ché è già successo: si tratta di una lettera di finzione. Nick non ci ha veramente scritto. Non ancora, almeno…)

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ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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“Sonego è migliorato tanto nel rovescio e nel servizio”

Il coach Gipo Arbino entusiasta dei progressi del torinese in partenza per l’Australian Open. Il sogno delle ATP Finals forse non è una chimera

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Con una preparazione invernale del tutto inedita (per durata) e a poche ore dalla prima conferenza stampa sulle ATP Finals torinesi che tanto sogna, Lorenzo Sonego è in partenza per l’Australia con molte certezze e con un bagaglio tecnico decisamente migliorato.

Forte di un finale di stagione strabiliante (primi ottavi in un major e la finale di Vienna condita dal successo sul numero 1 Djokovic), il tennista torinese ha sfruttato al meglio le settimane di preparazione in vista della nuova stagione: “Solitamente ne abbiamo tre a disposizione, questa volta, con lo slittamento degli Australian Open, otto abbondanti. Sono contento del lavoro che abbiamo svolto”, ci confida Lorenzo a margine dell’ultimo allenamento prima della partenza.

Ed è altrettanto contento il suo storico coach Gipo Arbino: “Abbiamo lavorato per perfezionare i suoi punti forti e per migliorare qualche situazione. Lorenzo ha potenziato ancora di più il suo servizio, sia migliorando la percentuale di prime palle, sia alzando la velocità in modo particolare della seconda, che adesso viaggia intorno ai 150-160 km/h. Sono poi molto soddisfatto anche del suo rovescio: è migliorato non solo sullo scambio, ma anche in risposta”.

 

Merito, secondo Gipo, anche di un lavoro mirato sul piano atletico e tecnico (con Fabio Nervi e con il video analyst Danilo Pizzorno) e di una qualità sempre alta degli allenamenti svolti. Sui campi del Circolo della Stampa Sporting Lorenzo ha infatti incrociato la racchetta nel corso degli ultimi due mesi con l’amico e spesso compagno di doppio Andrea Vavassori, Federico Gaio (ora anche lui di stanza a Torino agli ordini del direttore tecnico del circolo Fabio Colangelo) e Roberto Marcora (oggi 180 ATP). Sono passati dallo Sporting anche l’emergente Giulio Zeppieri, seguito da Piero Melaranci e da Umberto Rianna, e il classe ’98 Enrico Della Valle (444 ATP). Senza dimenticare la settimana trascorsa a Manacor, dove l’azzurro si è confrontato con il promettente finlandese Ruusuvuori, il talentuoso Felix Auger Aliassime e ovviamente il padrone di casa, Mr. 20 Slam Rafa Nadal.

Tra i vari sparring partner (come Marco Corino e Gianluca Bellezza) si è fatto notare Edoardo Zanada, uno dei cinque talenti piemontesi, premiati con la borsa di studio Torino Tennis Talents, che cercano di seguire la strada tracciata proprio da Lorenzo. Il progetto, realizzato da I Tennis Foundation, ha l’obiettivo infatti di sostenere e aiutare concretamente quei giovani talenti che non hanno alle spalle grandissimi successi da junior ma hanno tennis e determinazione a sufficienza per tentare la scalata al grande tennis. Che poi è quanto avvenuto con Sonego: “Io credo tantissimo in questo progetto perché Lorenzo non era un predestinato – spiega ancora Gipo Arbino, parte integrante dell’iniziativa – Era un ragazzino che si è presentato qui allo Sporting a fare una prova per entrare a giocare nella SAT.  Dalla sua c’era il vantaggio che giocando a calcio aveva un grande senso del rimbalzo e grandi capacità tecniche, quindi era evidentemente portato. Sono quindi convinto che la valorizzazione dei ragazzi in età giovanile dia più chance per tirare fuori dei giocatori”.

Il progetto, portato avanti dall’associazione di Simone Bongiovanni, consentirà ai cinque ragazzi (oltre a Zanada, anche Alessia Tagliente, Chiara Fornarsieri, Ludovico Madiai e Mario Alarcon) di poter disputare tornei fuori regione e anche fuori nazione: “È importantissimo avere un aiuto economico per poter girare e fare esperienze che ti servono veramente, perché anche se perdi al primo turno comunque ogni sconfitta ti insegna qualcosa – spiega Sonego, testimonial dell’iniziativa – Per me ogni partita è un insegnamento. Lo dico sempre a Gipo: io o vinco o imparo, perché da ogni sconfitta ho imparato le cose più importanti del tennis. Non conta l’età in cui arrivi o cosa succede durante il percorso. È fondamentale applicarsi e dare tutto quello che hai, sia dentro che fuori dal campo, perché poi il campo è importante, ma sono le piccole cose che fanno la differenza ogni volta che sali di gradino e giochi ad un livello superiore. Un consiglio che mi sento di dare oggi a questi ragazzi è che nonostante l’età bisogna crederci sempre, continuare a lavorare e inseguire il proprio sogno, ma con assoluta serenità e passione”.

Impossibile non fare un accenno con Lorenzo al torneo dei Maestri, nella sua città dal prossimo 14 novembre: “Le ATP Finals sono con gli Slam il torneo più importante del mondo. Appena ho saputo la notizia che Torino avrebbe ospitato cinque edizioni, ho pensato che un giorno mi piacerebbe riuscire a qualificarmi. È un sogno, che vorrei raggiungere, perché giocare in casa sarebbe un’emozione fantastica. Ho visto da spettatore una volta quelle di Londra e sono sicuro che Torino saprà fare altrettanto bene”.

Per raggiungerlo o quantomeno mettersi nelle condizioni di rendere la rincorsa meno proibitiva, servirebbe partire subito forte in questo inizio di 2021, anche se Lorenzo ha dimostrato di giocare bene su tutte le superfici e quindi di poter far punti nel corso dell’intera stagione. Guarda caso lo Slam australiano è proprio il torneo in cui Lorenzo nel 2018 ha fatto il suo primo grande exploit, qualificandosi nel main draw da numero 219 (sconfiggendo tra gli altri Tomic) e superando il primo turno con il successo in quattro set su Robin Haase, all’epoca 43 ATP. Nell’edizione 2020 Lorenzo era stato invece stoppato all’esordio da Nick Kyrgios in tre set, ma con due di questi finiti al tie-break.

Nelle due settimane di quarantena, Sonego si allenerà con Dusan Lajovic (oggi 26esimo giocatore del pianeta ma già top 20), proprio il primo dei quattro tennisti che ha sconfitto durante la splendida settimana viennese dello scorso ottobre.

Insomma, tanti buoni auspici per un ragazzo che, tra vittorie sull’erba (Antalya 2019) e scalpi prestigiosi, ha tutte le intenzioni di continuare a stupire.

Matteo Musso

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Tennis ed empatia: si può!

Perché è così importante che il coach si metta nei panni dell’allievo? Ce lo spiega Fulvio Consoli, dottore in Scienze Sociali ed esperto di mental coaching

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Matteo Berrettini e Vincenzo Santopadre (via Twitter, @UTShowdown)

Jannik Sinner è convinto che la testa conti al 70% per il successo di un tennista. Tsitsipas, intervistato da Stefano Meloccaro per Sky Sport, ha ridotto la percentuale al 50%. Difficile scendere sotto questa quota, anche intervistando numerosi altri giocatori di spicco.

Ci sentiamo di aggiungere che una grande importanza, all’interno del contesto di ‘allenamento della mente’, è rivestita dalla cura dall’emotività dell’atleta. Per molto tempo si è erroneamente creduto che il tennis si potesse insegnare solo ed esclusivamente attraverso la trattazione della tecnica, e che gli altri aspetti individualizzati e finalizzati al miglioramento o mantenimento delle condizioni psico-fisiche dell’atleta, tattico-strategico e coordinativo, fossero di marginale importanza.

Oggi si sostiene che tutti gli elementi sopra menzionati debbano essere affrontati dagli istruttori/maestri/coach nell’ambito dell’allenamento, della competizione e non solo, al fine di favorire la crescita equilibrata dell’uomo atleta-tennista.

 

Lo sport si può definire un campo di esperienza con una specificità educativa tale da giustificare una rilevanza pedagogica. La dimensione ludica e quella atletico-sportiva sono strettamente legate fino a confondersi l’una con l’altra. Lungo il cammino di una professione come quella di un istruttore/maestro/coach, deve essere messa al primo posto l’autentica intenzione di immedesimarsi con il mondo dei bambini (soprattutto con quelli più piccoli) per far risaltare le doti di questa professione, divenendo a tutti gli effetti degli educatori. Bisogna essere disposti a ‘servirli’ nel senso più nobile del termine, diventando una persona che ispira fiducia.

Con i bambini, bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi e farsi piccoli” (Janusz Korczack, pedagogo). Giocando, il bambino libera la mente da contaminazioni esterne – primo fra tutti il giudizio altrui – e sperimenta la possibilità di scaricare la propria istintività ed emotività. Per questa ragione ha bisogno di una persona accanto, un educatore che sappia ascoltare, un maestro di cognizioni e virtù, una guida spirituale.

Nella visione didattica moderna del maestro di tennis, a nostro modo di vedere, l’aspetto emotivo deve precedere gli altri come importanza. Stiamo parlando dell’empatia (dal greco enphatos, “sentire dentro”), che è una competenza fondamentale dell’intelligenza emotiva. L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri. L’imitazione sul piano corporeo, se vogliamo, è alla base dell’empatia nascendo dalla corteccia motoria. Prima di tutto, noi imitiamo il movimento.

Nel 1982 la American Psychological Association (APA) condusse una ricerca e i professionisti appartenenti a diversi orientamenti psicologici descrissero Carl R. Rogers, psicologo statunitense, come colui che più di tutti aveva influenzato il loro lavoro nel campo dell’empatia. Carl R. Rogers seppe accogliere e facilitare il cambiamento con profondo rispetto, sviluppando notevoli capacità di ascolto empatico, in tutti i campi, e fu il primo a democratizzare l’asse della relazione e indicare che la qualità di tale relazione determina i risultati. In sintesi: quanto più corretto e ‘di qualità’ sarà l’approccio con l’allievo, tanto più ne raccoglieremo i benefici. Accettazione ed empatia sono le condizioni preliminari per costruire ogni rapporto consolidato e in particolare quello di un coach con il suo atleta.

Il coach traccia il percorso formativo e non si limita ad affidare i compiti e poi a verificare se e come sono stati fatti. La sua azione pedagogica non è asettica, ma si basa sulla costruzione di un rapporto/patto di fiducia.

Nel tennis l’unica regola è che non ci sono regole sostiene un grande coach dei nostri tempi quale Alberto Castellani, ed è il coach che programma strategie di empowerment e responsabilizzazione mettendo in risalto l’atleta-uomo, strategie vincenti rispetto alle altre usate da docenti eccessivamente scolastici. Il coach accetta il suo atleta accogliendolo con rispetto ed empatia facendolo vivere nel suo modo di costruire le esperienze e di rapportarsi con se stesso, con gli altri e il mondo. Facendo leva sull’empatia, il coach potrà dispiegare completamente la capacità adattiva del proprio atleta, ottenendo validi risultati.

In questo senso sono rilevanti esempi di ex tennisti che hanno saputo mettere a frutto l’esperienza sul campo nella nuova vita da allenatori. Un esempio lo abbiamo in casa ed è Vincenzo Santopadre, ex top 100 che ha portato Matteo Berrettini in top 10. “Le giuste competenze si trovano solamente dopo aver vissuto determinate situazioni” ha raccontato in una recente intervista, e il frequente utilizzo del pronome plurale ‘noi’ quando parla dei miglioramenti di Matteo ci suggerisce un approccio marcatamente empatico, nel quale il coach si mette nei panni dell’allievo per comprendere le sue difficoltà e aiutarlo a superarle.

Da qui l’accettazione della tesi che come nell’allenamento fisico, anche in quello mentale – se non adeguatamente ripetuto –  il passato può condizionare il presente in caso di carenza di risultati, anche se è ancora più importante come nel presente visualizziamo e programmiamo il nostro futuro.

METTERE IN PRATICA

A conclusione, descriviamo alcuni esercizi di base che attraverso l’imitazione corporea consentono lo sviluppo dell’empatia tra allenatore e giocatore. L’empatia arriva con il tempo, quando il coach riesce a mettersi – a livello emotivo –  nei panni dell’atleta, e quando quest’ultimo, non sentendosi giudicato, inizia a fidarsi di lui. A questo punto il processo empatico ha raggiunto il suo scopo. Entrambi devono trovare la chiave, che è quella di trarre soddisfazione per quello che si fa fino al punto di affidarsi l’uno all’altro.

Si tenga conto che non esistono esercizi standardizzati per entrare in empatia con l’atleta, ma esiste la capacità del coach di adattare l’esercizio a seconda della situazione emotiva del giocatore. Attraverso semplici esercizi – come quelli elencati nel seguito – che vengono di routine proposti sui campi, l’allenatore deve saper leggere il “qui ed ora” dell’atleta e di conseguenza saper applicare tutte le varianti all’esercizio stesso per fare in modo che l’atleta si diverta, dia il massimo e rimanga soddisfatto.

a) Esercizio di riscaldamento – L’obiettivo è quello di lavorare sulla mobilità articolare, prima di iniziare il lavoro sul campo. L’atleta, con la racchetta in mano, è posto di fronte al coach il quale gli lancia la pallina: l’atleta deve colpire dapprima con la mano destra, successivamente passare la racchetta alla mano sinistra e colpire e così via dicendo. In alternativa l’atleta può ammortizzare la pallina con la racchetta per poi rilanciarla facendola prima passare intorno al proprio corpo controllando bene l’attrezzo. Nasce così l’intesa che consente di non far cadere la pallina.

Esempio di esercizio di riscaldamento

b) Esercizio di reazione – L’obiettivo è quello di afferrare la pallina e rilanciarla per reagire rapidamente e in modo corretto agli stimoli. L’atleta è sempre posto di fronte al suo coach, il quale colpisce alternativamente la pallina con il dritto e con il rovescio e chiede all’atleta di imitare i propri movimenti, lavorando così sull’empatia corporea, solo dopo aver stoppato la pallina, ponendo attenzione alla rotazione e all’estensione lineare del braccio in entrambi i colpi.

Esempi di esercizi di reazione

c) Esercizio di coordinazione –  Coach ed atleta sono posti su una stessa pedana con le racchette in mano: entrambi ruotano a 360° cercando di palleggiare senza sbagliare. L’obiettivo si raggiunge con dei piccoli spostamenti, attraverso una divertente complicità, sviluppando l’empatia tra allenatore e giocatore.


Fulvio Consoli è dottore in Scienze Sociali, coach GPTCA e membro scientifico della ISMCA. L’autore ha scritto “Un mondo in movimento” (2012) e numerosi altri articoli scientifici. Membro dello staff tecnico del Country Club di Cuneo.

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