Cinque storie di questo US Open

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Cinque storie di questo US Open

La sacra trinità e un discepolo (poco) ortodosso, una teenager canadese si aggiunge al party tutto al femminile, la scialuppa azzurra in acque agitate, il fenomeno Gauff, il messaggio semiserio di Kyrgios

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La sacra trinità e un discepolo (poco) ortodosso

Ci risiamo. Come da quasi dieci anni a questa parte, tocca di nuovo premettere che molto probabilmente il vincitore del torneo di singolare maschile verrà fuori dalla sacra trinità Nole-Roger-Rafa. Per i più credenti e meno scettici, è superfluo perfino citare gli ultimi due nomi. In breve, qualche ragione per cui ciascuno di questi fenomeni dovrebbe trionfare (ancora) a Flushing Meadows. Al di fuori della terra rossa, Djokovic è il giocatore più forte del pianeta e negli Slam tira fuori tutta la sua onnipotenza tennistica, come ha dimostrato a Melbourne e Wimbledon. Federer non vince un Major da quasi due anni ma è quello che più volte in carriera tra i tre si è imposto a New York, ovvero cinque, ininterrottamente dal 2004 al 2008. Nadal è stato l’unico a conquistare una delle tappe di preparazione, la Rogers Cup, e lo US Open tende a giocarlo piuttosto bene negli ultimi anni. Rafa è finito solo soletto nella parte bassa del tabellone. Nole e Roger invece si potrebbero incrociare nella semifinale di quella alta. Per arrivare fino a lì, lo svizzero sembra avere attorno a sé il paradiso ma il serbo è atteso da una serie di match che per altri sarebbero l’equivalente di una via crucis.

Uno su tutti quello contro Daniil Medvedev, che quest’estate si è definitivamente guadagnato il titolo di “nuova alternativa ai big three”. Considerate come le cose sono andate a Zverev in questa stagione dovrebbe tirare fuori un rosario. I numeri sono dalla parte del tanto sgraziato quanto efficace tennista russo. Nessuno ha vinto tante partite quante lui sul circuito quest’anno, ovvero 44: 3 più di Rafa, 5 più di Roger, 6 più di Nole. In agosto, il 23enne moscovita è arrivato in finale in ogni torneo in cui ha giocato, vincendo l’ultima a Cincinnati, che gli è valsa il primo titolo Masters 1000 in carriera. Inoltre, sembra uno dei pochi essere umani in grado di mettere in difficoltà il dio del tennis belgradese: gli ha tolto un set agli Australian Open e l’ha sconfitto a Montecarlo e in Ohio. Dopo la debacle, Djokovic gli ha fatto i complimenti, lodando i suoi miglioramenti. Immaginarselo con il trofeo in mano sull’Arthur Ashe Stadium rimane comunque un atto di fede. Servirebbe un miracolo invece per un Thiem che dopo la vittoria ad Indian Wells ha giocato solo quattro partite su cemento, perdendone la metà, per uno Tsitsipas molto meno smagliante di qualche mese fa, per uno Zverev alla ricerca di sé stesso e per tutti gli altri più o meno giovani.

 
Djokovic, Federer, Nadal (foto di Tasha Pop)

No, un’altra invitata no. Ma chi l’ha chiamata Bianca?

Se il torneo maschile sembra un ritrovo di fedeli in procinto di venerare l’ennesima emanazione della trinità, quello femminile si preannuncia come un altro party molto pepato: invitate di ogni età e generazione che per trovare il proprio spazio nel dancefloor devono farsi largo a gomitate, pesante rischio di ubriacature che ti mandano KO quando il dj non ha messo su i suoi dischi migliori, una sola reginetta del ballo (inteso come titolo e classifica mondiale) per l’invidia di tutte le altre. Si comincia subito con i fuochi d’artificio, con il catfight più iconico degli anni dieci, quello che mette insieme 28 Slam e tanto astio reciproco: pantera della California contro tigre siberiana, Serena vs Masha. Ma sarà solo l’inizio di una festa affollatissima in cui Halep può dimostrare di essere una macchina da guerra dopo Wimbledon, Osaka che (forse) si è ripresa dalla crisi post-Bajin, Barty che quel Roland Garros non è stato un caso, Kvitova che può ancora vincere uno Slam, Svitolina che può conquistare il suo primo. E occhio anche a Pliskova, Bertens, Keys e Stephens, tutte molto agguerrite sul cemento americano. “Girls just want to have fun”, cantava Cyndi Lauper.

Come se non bastasse, a rendere l’aria un po’ più irrespirabile nel locale, ci penserà la new entry Bianca Andreescu, 19 anni compiuti da poco, da Mississauga, Canada. Il suo record così come la sua ascesa in classifica questo 2019 sono stati a dir poco impressionanti: 36 vittorie e 4 sconfitte, da n.152 a n.15. Successi di rilievo ad Indian Wells e Toronto. Praticamente quando il suo fisico già molto massiccio nonostante l’età le ha dato pace, Bianca ha quasi sempre vinto. Contro tutte. 7-0 il bilancio contro le Top 10, con due vittorie su Kerber e una su Serena, per ritiro, nell’epilogo del torneo di casa. Dopo il match, la canadese è andata a consolare la campionessa statunitense che si è apertamente dichiarata una sua fan. E non è per nulla scontato, chiedere a Maria, appunto. Ma anche a Carlos Ramos che dopo la finale dello scorso anno è finito suo malgrado nella black (in tutti i sensi) list del torneo newyorkese, quantomeno per quanto attiene agli incontri delle sorelle Williams. Bianca invece ha le carte in regola per entrare nel club: combina grinta e maturità da veterana con una forza e incoscienza da teenager. Se appunto la salute la assiste, in ottavi potrebbe già trovare Halep, per un match sulla carta molto molto interessante. 

Ah, ma non sono le Indie? Quasi ci speravo 

Stanchi, sfibrati, disorientati: approdano così i nostri azzurri nell’ultimo grande porto della stagione del tennis. Un po’ come il celebre navigatore genovese che oltre cinquecento anni fa pensava di finire dall’altra parte del mondo. Almeno lui la sua America la trovò, entrando dritto dritto nei libri di storia. Più difficile che invece riescano a riscrivere la storia del nostro tennis al maschile, superando la semifinale ottenuta da Barazzutti nel lontano 1977, i vari Fognini, Berrettini, Seppi, Cecchinato, Sonego e Fabbiano. E dire che almeno per il capitano ligure e il giovane marinaio romano il viaggio nel circuito in questo 2019 sembrava procedere a vele spiegate. Nei vicini lidi europei i due avevano fatto furore, galvanizzando i tifosi più patriottici. Grazie al successo a Montecarlo e ad una serie di risultati solidi sulla terra, Fabio era entrato per la prima volta in carriera in Top 10 dopo il Roland Garros. Poi poco o nulla per lui, tra l’erba e il cemento nordamericano, a conferma dello storico scarso feeling con questa parte di stagione. Matteo era lanciatissimo dopo la tournée sui prati. Ad arrestare il suo impeto ci si è messo tuttavia un fastidioso infortunio alla caviglia. Andreas e Marco vengono da un 2019 burrascoso, con molte più sconfitte che vittorie. Non c’è molto da attendersi da Lorenzo che in carriera ha giocato solamente nove partite a livello ATP sul duro, perdendone 5. 

Il sorteggio non è stato di certo benevolo. Il big server Opelka per Fognini, il nobile decaduto Dimitrov per Seppi, il redivivo Gasquet per Berrettini. Addirittura, il n.4 del mondo Thiem per Fabbiano. Più fortunati Cecchinato e Sonego, che hanno pescato rispettivamente Laaksonen e Granollers. E chissà che a salvare (quantomeno simbolicamente) la spedizione non possa essere un giovane altoatesino, Jannik Sinner, uno che il mare di solito non lo vede nemmeno con il binocolo e che qui a New York si è permesso di qualificarsi a 18 anni appena compiuti. Come fanno quelli forti davvero.

In campo femminile sembra passata un’era geologica dalla finale tutta azzurra Pennetta-Vinci del 2015. Giorgi cerca ulteriore fiducia dopo alcune prestazioni incoraggianti. Primo turno contro Sakkari che l’ha già sconfitta nettamente qualche settimana fa a Cincinnati e potrebbe dunque rivelarsi uno scoglio insormontabile per lei in questo momento. Anche se le recenti finali di Washington e New York, purtroppo perse, lasciano ben sperare.

Coco, I’m loving it

Quattro giocatrici nelle Top 20, sette nelle Top 50. Eppure la maggior parte dell’attenzione del pubblico statunitense sarà riversata sulla n.141 del mondo. Che nonostante i suoi soli 15 anni è già arrivata agli ottavi di Wimbledon, ha già vinto il suo primo torneo WTA in doppio, ha già firmato un contratto milionario di sponsorizzazione con Barilla, ha già incontrato Michelle Obama, che, in poche parole, è già una star. Se non lo sapete, e sarebbe strano, si sta parlando di Cori “Coco” Gauff, la nuova giovanissima sensazione del tennis a stelle e strisce. Gauff piace perché è fresca e ha un gioco dirompente. Piace forse anche perché in quanto afroamericana sembra la perfetta sostituta per una Serena che inevitabilmente dovrà presto appendere la racchetta al chiodo. Piace a tutti, tanto che la federazione americana ha forzato il regolamento WTA per darle una wild card. Insomma, l’hype attorno a questa adolescente è stato montato ad arte, come solo dall’altra parte dell’oceano sanno fare. 

Come inquadrare il suo torneo quindi? Sarà una passerella e quello è poco ma sicuro. Il tennis statunitense mostrerà al proprio pubblico, probabilmente su uno dei campi principali dell’impianto di Flushing Meadows, di aver trovato un nuovo prodigio per cui possono entusiasmarsi. Un fenomeno che promette di dominare il mondo al contrario delle brave ma non bravissime Stephens e Keys. Per non parlare degli uomini che da anni non si avventurano oltre i quarti di finale nello Slam di casa. A Coco basterà essere lì, presente, in tutta la sua giovinezza e talento. Più difficile che questi US Open possano già ulteriormente alimentare il fenomeno Gauff. All’esordio ci sarà una sfida difficile contro la giovane stella del tennis russo Potapova, al secondo un proibitivo scontro con una vecchia volpe come Suarez Navarro, al terzo turno eventualmente il faccia a faccia contro Osaka. But anything is possible in New York. 

Coco Gauff – Washington 2019 (foto via Twitter, @CocoGauff)

“That’s (not) hilarious”

Nick Kyrgios ha voluto cortesemente lasciare in esclusiva un messaggio personale alla redazione di Ubitennis. Ve lo riportiamo in traduzione di seguito.

“Boh, ragazzi, io quando arrivo a settembre sono già stufo. Stufo di viaggiare, stufo di magari giocare primi turni Slam nel campo 15 contro lo Steve Johnson di turno. Con tutto il rispetto per Steve Johnson, ma anche no. Stufo di provocare Nadal e Djokovic con dei post su Instagram. No di quello non mi stufo mai, ci siete cascati. Oh, sono anni che cerco di farvelo faccio capire. Agli US Open in sei apparizioni ho vinto sei partite di tabellone principale. Nel 2016 ho perso all’esordio da Marchenko. Cioè Marchenko, non so se mi spiego. Manco lo riconoscerei per strada. L’anno scorso ho battuto Herbert solo per fare un piacere a Lahyani. Poi ho lasciato spazio a Federer che è il vero GOAT, non come quegli altri due che ci mettono ore a servire e rosicano di brutto quando perdono. Cioè in Australia comincia a fare caldo. E io sono ancora in giro per il mondo a tirare una palla da tennis di là della rete. Al massimo questo dovrebbe essere il periodo delle esibizioni, come la Laver Cup. Quella è una figata. Poi oh io ve l’ho fatto vedere in questa stagione: quando sono carico non mi batte nessuno. Ve ne siete accorti? Prima ad Acapulco e poi a Washington. A voi non basta? A me sì. La scenata di Cincinnati era un primo segnale: non ne ho più voglia. Quindi non aspettatevi niente per questi US Open, chiaro? Però magari se arrivo al terzo turno con Tsitsi mi impegno un po’. Vediamo dai. Bella”. 

(a scanso di equivoci, ché è già successo: si tratta di una lettera di finzione. Nick non ci ha veramente scritto. Non ancora, almeno…)

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Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

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Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

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Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

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ATP

Il Mutua Madrid Open non si giocherà nel 2020. E adesso?

L’annuncio sarebbe stato dato da Novak Djokovic nella chat dei rappresentanti dei giocatori.

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Dopo mesi di speranze e tanto lavoro per salvare il salvabile, tutto sembra essere crollato nel breve volgere di pochi giorni per il Mutua Madrid Open. Dopo che alla fine della settimana scorsa il Governo della Comunidad de Madrid aveva chiesto agli organizzatori del combined spagnolo di non disputare il proprio evento a causa del recente aumento di casi di coronavirus in Spagna e nella regione della Capitale iberica, sembra che sia imminente l’annuncio ufficiale della cancellazione del torneo da parte della Super Slam LTD, la società di management di Ion Tiriac che detiene i diritti dell’evento.

Secondo le testate spagnole Marca e ABC, il presidente del Consiglio dei Giocatori dell’ATP, Novak Djokovic, avrebbe comunicato ai suoi colleghi membri sul loro gruppo WhatsApp che il torneo non si disputerà e che la conferma ufficiale arriverà nelle prossime ore.

Il torneo, inizialmente previsto nella prima settimana di maggio, era stato spostato immediatamente dopo la conclusione dello US Open dal 12 al 20 settembre.

 

Già nelle ultime ore il CEO dell’ATP Andrea Gaudenzi, ai microfoni di Supertennis, aveva confermato le difficoltà che si presentavano per la tappa madrilena dei Masters 1000: “Abbiamo ricevuto la notifica dal ministero della Salute della Comunità di Madrid e in questi giorni valuteremo con il board dell’ATP il da farsi, non abbiamo alternative che seguire le indicazioni dei governi. Sarà importante ricevere le esenzioni per consentire ai giocatori di viaggiare dagli Stati Uniti in Europa per giocare i tornei sulla terra”.

Le indicazioni del governo di Madrid erano abbastanza chiare: non veniva chiesto di rivedere i protocolli o di diminuire o eliminare il numero di spettatori da far entrare (che già erano previsti intorno al 30% della capienza consueta), ma si chiedeva direttamente di non disputare l’evento, segno che non ci fosse grande margine di trattativa. Naturalmente le autorità avrebbero il potere di cancellare d’imperio qualunque torneo, di conseguenza il fatto che la prima comunicazione fosse solamente una richiesta aveva lasciato qualche speranza.

Secondo il quotidiano Marca, ATP e WTA avevano raggiunto con il governo spagnolo un accordo che avrebbe consentito ai giocatori e alle giocatrici provenienti da Flushing Meadows di entrare in Spagna senza dover osservare alcuna quarantena, fatto che non è stato ufficialmente non è stato confermato da altre fonti. Nella prima comunicazione “logistica” ai giocatori, la USTA aveva comunicato che era stato ottenuto il permesso dai governi spagnolo e francese per far sì che tutti i tennisti inseriti nelle liste fornite da USTA, ATP e WTA potessero entrare in quei due Paesi UE indipendentemente dalla loro provenienza e nazionalità, ma non erano state date alcune spiegazioni su possibili quarantene.

La questione al momento diventa tutto sommato irrilevante, almeno per quanto concerne l’ingesso in Spagna, ma rimane cruciale per quel che riguarda l’ingresso in Italia, dove è in programma l’IBI di Roma, e in Francia, dove si giocherà il Roland Garros.

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