Matteo Berrettini raccontato da Giovanni Bartocci, il tifoso azzurro degli US Open

Interviste

Matteo Berrettini raccontato da Giovanni Bartocci, il tifoso azzurro degli US Open

È un fan sfegatato dei tennisti italiani – oltre che della Lazio – ed è il proprietario del loro ristorante di fiducia. Sarà ancora ospite nel box di Berrettini per la semifinale contro Rafa Nadal, sperando che continui a portare fortuna

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Giovanni Bartocci agli US Open 2019 (foto di Luigi Serra)

Nei giorni scorsi vi sarete chiesti chi è quel ragazzo esuberante con la barba folta e la maglietta con la scritta “carbonara” sempre presente nell’angolo di Matteo Berrettini (non perdetevi la semifinale con Nadal, verso mezzanotte in Italia). Si chiama Giovanni Bartocci ed è il proprietario del ristorante di fiducia a New York non solo del clan di Berrettini, ma anche degli altri tennisti italiani. È proprio in “Via della pace” (così si chiama il locale) che Matteo trova sempre un tavolo, lì tira il fiato e si rilassa dopo le battaglie sul campo, ragioni per cui Bartocci ha avuto un ruolo rilevante nel grande risultato ottenuto dall’azzurro, tanto da essere invitato nel suo box. E in più fa un tifo scatenato sugli spalti…

Ciao Giovanni, ti abbiamo visto spesso qui allo US Open, sei sempre in compagnia di tutto il clan italiano, raccontaci come è successo.
Ciao Ubaldo, è un piacere e un onore parlare con te! Il primo tennista a mangiare qui al ristorante “Via della pace” è stato Thomas Fabbiano, circa cinque anni fa. Poi Thomas mi ha portato Luca Vanni e Stefano Travaglia ed è così che mi sono avvicinato allo US Open. Ogni volta che giocava un italiano, io andavo a fare il tifo. L’anno scorso ho conosciuto Paolo Lorenzi e Matteo, sempre qui al ristorante, grazie a Thomas. Così quest’anno ho seguito Matteo, Paolo e Thomas. Una sera ho avuto anche la gioia e l’onore di averli tutti a cena: Sonego, Fabbiano, Lorenzi e Berrettini, allo stesso tavolo.

Qual è il tuo ristorante, dove si trova?
Il ristorante si chiama “Via della pace”, si trova al 48 della Seventh Avenue, nell’East Village. Ho aperto 17 anni fa e la comunità italiana è cresciuta quando ho fondato anche il Lazio Club NYC, siamo abbastanza conosciuti.

 

Cosa mangiano i giocatori che vengono a trovarti? Ad esempio, Matteo si siede sempre allo stesso tavolo e mangia le stesse cose? Gli hai portato fortuna!
Non scelgono sempre lo stesso tavolo, ma sia Matteo che Paolo hanno un loro menù “fisso”. Matteo ha ordinato una carbonara prima che iniziasse il torneo, poi però solo insalata di pollo e pasta olio e parmigiano.

Tu invece hai mai giocato a tennis?
Sì, per divertimento da bambino, ma non ero molto bravo col rovescio. Il tennis mi è sempre piaciuto, ricordo bene dei tempi di Canè in Coppa Davis quando erano in Brasile. Ora invece sono sposato con il ristorante e ho 40 anni, non sono più ragazzino.

Giovanni Bartocci nel box di Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto di Luigi Serra)

Secondo te la Lazio quest’anno può vincere il campionato?
Diciamo che gli undici titolari non sono affatto male. Abbiamo una panchina un po’ corta, ma siamo pericolosi.

In questi giorni al ristorante cosa vi siete detti? Cosa ti hanno raccontato Matteo e Vincenzo?
Sul primo match point con Monfils ero terrorizzato e quando ha fatto doppio fallo mi è caduto il mondo addosso. Matteo invece si è girato verso il box e ha fatto un sorriso così tranquillo, così trasparente. Ho pensato davvero che fosse un ragazzo intelligente, ha mantenuto il controllo. In “Via della pace” è un po’ come essere in trattoria. La gente si rilassa dopo il lavoro; Matteo arriva, ordina e iniziamo a parlare e a ridere, così stacca un po’. Dopo quattro ore in campo a correre e a sudare, vuoi solo passare una serata tranquilla.

Ha portato la sua ragazza, Ajla Tomljanović?
Sì, abbiamo fatto anche una foto insieme, è davvero una ragazza molto educata e carina, c’era anche la sua famiglia. Una sera a cena ero seduto tra Paolo e Ajla. Abbiamo parlato un po’, Paolo quando gioca ci mette coraggio e cuore, e io faccio un tifo sfegatato. Credo che i puristi del tennis non apprezzino molto la mia esuberanza, ma io voglio far capire a Matteo e agli italiani che non sono lì a soffrire da soli, io soffro con loro.

Raccontami qualche cosa, una curiosità su Matteo.
All’inizio del torneo, durante i primi turni, mi trovavano i biglietti facilmente. Al ristorante mi chiedevano se volevo andare a vederli il giorno dopo. Come puoi rifiutare! Poi è rimasto solo Matteo. Il giorno prima degli ottavi l’ho chiamato e gli ho chiesto se ci fosse un biglietto, senza disturbo. Gli ho detto che ci tenevo tanto a vederlo e a sostenerlo. Lui mi ha risposto: “Stai al mio angolo, con gli altri”. Mi son venuti i brividi, mi hanno messo nel box insieme a lui… cioè, intendo, Matteo dice che il box è una parte di lui. Così io ho pensato ad incoraggiarlo con il mio vocione.

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Nadal: “Io gioco per essere felice. Non esistono solo gli Slam”

Rafa dopo la finale dello US Open e il suo 19esimo trionfo Slam: “Non posso perdere energie per inseguire il numero 1”

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Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il nostro inviato

Felice, ma anche riflessivo, dopo la finale Rafa Nadal evita il più possibile i discorsi sulla “gara Slam” e sulla corsa al numero 1 ATP.

“Emozioni forti… Le ultime tre ore del match sono state tanto intense, mentalmente e fisicamente. Daniil ha il merito di aver fatto diventare memorabile questa serata, è un campione, avrà altre occasioni. Queste partite in finali Slam sono più speciali, se poi diventano così drammatiche diventano storiche, o almeno saranno parte della mia storia. Lui ha 23 anni, gioca in modo impressionante, ha un gran futuro davanti, vincerà Slam, è difficile fare previsioni, ma la sua carriera promette molto molto bene.

 

Mentre guardavo il filmato sullo schermo pensavo: ‘Beh, stiamo diventando vecchi, e io sono ancora qui dopo tutto quello che ho passato’. Per me è speciale, mi sono tornati alla mente tanti momenti ed è stato difficile nascondere le emozioni.

Quando ti trovi in situazioni negative, l’esperienza ti aiuta a vedere le possibilità di farcela comunque. I miei pensieri, all’inizio del quinto, erano di tenere il servizio, sapevo che se ci fossi riuscito avrei avuto le mie possibilità. Non penso a cosa farò tra 4 anni, all’età di Roger, penso nel breve periodo, nella vita può capitare di tutto, bisogna godersi i momenti. Ho adattato il mio gioco ai miei problemi e ai miei obiettivi, come l’utilizzo del serve&volley.

Essere ancora competitivo, lottare per il numero uno? Non lotto per quello, voglio solo essere competitivo nel modo che voglio io. Alla mia età non posso perdere tempo o energie per inseguire il numero 1 ATP, io voglio poter giocare il più a lungo possibile. Dovessi arrivarci, fantastico, ma non è il mio obiettivo.

Se avessi perso, mah… ero sotto palla break nel quinto, ma di solito non penso a cosa avrei detto se avessi perso. Lui era in una situazione diversa quando l’ha pensato, sotto due set. Ho giocato un buon game per andare 3-2, ma alla fine le cose si sono complicate di nuovo.

19 Slam, la gara tra noi tre… io non la vedo così, certo che mi piacerebbe essere quello che ha vinto di più, ma non mi alleno e non gioco per questo. Lo faccio perché amo questo sport, non esistono solo gli Slam, io gioco per essere felice. Poi certo se la cosa crea interesse nei tifosi, va bene, e mi sento onorato di essere parte di questa battaglia. Ho ottenuto tanto nella mia carriera, dovessi arrivare sopra gli altri non sarei ne più né meno felice che se non ci riuscissi”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

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Medvedev: “I Fab 3 sono troppo forti, è dura anche vincere un set con loro”

Le parole di Daniil dopo la finale dello US Open persa al quinto contro Nadal: “La migliore atmosfera della mia vita. Rafa era una belva”

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Daniil Medvedev - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il nostro inviato

Soddisfatto anche dopo la sconfitta, Daniil Medvedev racconta la sua prima finale Slam.

“Certo che mi ricorderò questa serata, fantastica partita, fantastica estate. Come Rafa si ricorda la sua prima finale, anche se lui l’ha vinta! Sotto due set e break, pensavo: ‘Tra 20 minuti devo fare un discorso, che dirò?’. Sono sicuro che tutti noi giovani stiamo lottando per far avvenire il cambio generazionale, ma questi sono forti, non posso dire altro, sono troppo forti, è dura anche vincere un set con loro. Se mi avessero detto 15 giorni fa che avrei incontrato Djokovic e Federer e che poi sarei arrivato in finale addirittura al quinto set con Nadal non ci avrei creduto, mi sarei accontentato dei quarti di finale.

 

Mia moglie mi dice sempre di non essere troppo critico con me stesso, per esempio stasera non sono soddisfatto di aver perso, ma devo essere contento del mio torneo, di queste ultime settimane. I primi due set stavo lì, ma Rafa era una belva, trovava soluzioni a tutto quello che facevo. Quei tre sono incredibili anche tatticamente. Poi non so nemmeno io come, ma sono riuscito a rientrare nella partita. Io cerco di essere me stesso, spero di essere riuscito a farmi capire dal pubblico. Quando ho recuperato il break nel terzo ho sentito che volevano ancora tennis, mi tifavano come matti, e ho lottato anche per loro.

Nel tennis, il cosiddetto ‘atteggiamento russo’, l’indolenza, a volte ti porta a non impegnarti. Io non sono così, voglio lottare su ogni palla, per poter dire di aver fatto tutto quello che potevo. Stare là fuori stasera è stato un piacere, sentire il mio nome gridato oltre a quello di Rafa, la migliore atmosfera della mia vita. A rete ci siamo fatti le congratulazioni a vicenda, i complimenti. Penso che tra loro tre sia una bella gara, bella anche da vedere.

Nel tennis certo che puoi avere paura, puoi perdere fiducia. Questa estate non ne ho avuta, né stasera, era Rafa che aveva tanto da perdere. Ho giocato a tennis per 17 anni ormai, ero pronto per un momento come questo. Era solo questione di due tennisti che combattevano uno contro l’altro, lui è stato il migliore, e basta.

Quando avrò 33 anni mi vedo ancora a competere, lo spero, sì. Ma come ha detto Rafa lui ha cambiato il suo gioco, chissà se ne sarò capace. Sto lavorando tantissimo sul fisico, il mio allenatore mi uccide per essere pronto a questi tornei. Mangio la pasta, certo, e anche la pizza. So che gli italiani potrebbero fischiarmi per questo, ma mi piace la pizza con l’ananas!”.

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Bianca Andreescu: “Mi sono solo detta di mettere quella dannata palla in campo”

La campionessa dello US Open è raggiante: “Sognavo una finale Slam con Serena da tutta la vita”

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il nostro inviato

Sorride da un orecchio all’altro, e ci mancherebbe, la trionfatrice dello US Open 2019. Applausi della sala stampa per lei, e perfino momenti di commozione. Tutta l’ammirazione del mondo per Serena Williams nelle parole di Bianca, e tutta la felicità del mondo nei suoi occhi.

Sul 5-5 ho avuto dubbi, mi ricordavo le sue capacità di rimonta, stava giocando meglio, il tifo la aiutava. C’era un frastuono incredibile, non sentivo nemmeno i miei stessi pensieri, ma è quello che fa di questo torneo una cosa speciale. Certo, quando lei ha rimontato, da campionessa qual è, la cosa è stata difficile, ho dovuto essere brava, fare il mio gioco, e ha funzionato.

 

Prima del match avevo tanti pensieri, più di qualsiasi volta precedente. Ho cercato di respirare, tenere sotto controllo i nervi, non è stato facile per nulla. Il primo game, credo lei abbia fatto un doppio fallo, è stato buono per me! Non ricordo esattamente la finale dell’anno scorso con Naomi, non l’ho guardata, solo degli highlights. Ero a casa, seduta, infortunata all’epoca! A entrambe, me e Serena, piace tenere brevi i punti, spingendo con aggressività a partire dal servizio.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Me lo ero immaginato di giocare una finale contro Serena Williams un giorno, ragazzi, per tutta la vita, è un momento che ho sognato da quando ho vinto l’Orange Bowl (ha un momento di commozione). Lo visualizzavo ogni singolo giorno, che sia avvenuto davvero è pazzesco. No, sto bene, continuiamo, devo fare l’antidoping dopo, meglio stare qui in conferenza! (risate). Era un mio obiettivo ispirare le persone, specialmente gli atleti canadesi. Spero che questi miei risultati ci riescano, tanti atleti del mio paese mi hanno ispirato e aperto la strada, ora tocca a me.

Un anno fa mi deprimevo e mi venivano spesso pensieri negativi, rompevo racchette, anche in allenamento, ma ho visto che non funzionava comportarmi così. Ho chiesto aiuto e consiglio ad altre persone, e ho imparato ad avere una visione positiva anche nelle difficoltà. Ho fatto meditazione questa mattina, l’ho fatto per tutto il torneo, cerco di immaginare e visualizzare situazioni che potrebbero capitare nei match, e immagino come potrei risolverle. A questo livello tutte sanno giocare bene a tennis, la cosa che separa le campionesse dalle altre è l’attitudine mentale. Nella vita non avrai mai solo fasi positive, devi sempre continuare a lottare per i tuoi sogni, insistere, e credere che ci potranno essere momenti migliori in seguito, questo ti può far superare le difficoltà.

Essere famosa e riconosciuta? (ride) Beh immagino che sia bello, non ci ho mai pensato, i miei sogni fin da piccola erano vincere Slam e diventare numero 1, non la fama. Ma certo, non mi lamento se mi riconoscono, questa stagione è stata una corsa incredibile.

Durante il cambio campo sul 6-5, mi sono solo detta di mettere quella dannata palla in campo, e di respirare con calma. Volevo vincere il primo punto del game per farle vedere che c’ero. L’ho vinto? Manco me lo ricordo… Non sono l’unica che ha avuto Serena come ispirazione e riferimento, non solo sul campo, anche per quello che fa al di fuori. È carinissima, un cuore d’oro, è venuta a parlarmi negli spogliatoi e mi ha detto cose belle. Spero di riuscire a essere come lei un giorno.

Non ho mai avuto tanti soldi in vita mia! (tre milioni e 850.000 dollari, n.d.r.). Ma evidentemente l’immaginazione, tutte quelle meditazioni e visualizzazioni hanno funzionato per me! Sono solo tanto felice di non aver mai rinunciato ai miei sogni. Quando vado in campo cerco di mostrare i lati migliori del mio carattere, se Serena, Roger, Steve Nash (ex giocatore canadese in NBA, n.d.r.) possono farlo, posso forse farlo anch’io.

Crescere in Canada con genitori immigrati non è stato affatto difficile, è un paese meraviglioso, multiculturale, per questo amo il mio paese così tanto. Non potrò mai ringraziare abbastanza Tennis Canada, da quando avevo 10 anni sono con loro, il programma della federazione mi ha aiutato così tanto, non sarei di certo qui senza di loro”.

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