Rafa Nadal, il re del “rosso” ha vinto più US Open sul cemento di Nole Djokovic

Editoriali del Direttore

Rafa Nadal, il re del “rosso” ha vinto più US Open sul cemento di Nole Djokovic

NEW YORK – O Federer trionfa all’Australian Open, oppure Nadal pareggerà i 20 Slam al Roland Garros. A 33 anni corre per cinque ore come un ragazzino. Medvedev è più numero 4 di Thiem. Otto “provocazioni” finali

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Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Avrà sicuramente dormito benissimo Rafa Nadal, se qualche dolorino articolare a seguito dell’emozionante maratona durata poco meno di cinque ore non si è fatto sentire. Prima della finale Rafa aveva detto: “Se non dovessi vincere ora lo Slam n.19 (un Australian Open, 12 Roland Garros, 2 Wimbledon, 4 US Open), non perderò comunque il sonno”. Tuttavia quel numero un certo effetto glielo ha fatto, perché quando lo ha visto comparire sul mega schermo luminoso dell’Arthur Ashe Stadium, il 19 a caratteri cubitali accanto al suo nome, il “duro” Rafa non è riuscito a non commuoversi e a trattenere le lacrime, quasi che fosse stato contagiato da Roger Federer. “Si invecchia, ci si commuove più facilmente” si sarebbe schermito, con un sorriso, Rafa in sala stampa.

Di certo la vittoria sofferta, soffertissima, dopo che per due set e mezzo Rafa era in pieno controllo del match – 7-5 6-3 e 3-2 con un break di vantaggio dopo 2 ore e un quarto di gioco, ha contribuito a farlo temere una rimonta che in uno Slam era riuscita soltanto al nostro Fognini, ma in un secondo turno, non in una finale! La cronaca l’ha già pubblicata con l’abituale tempestività Vanni Gibertini, ma varrà la pena di ricordare che nel secondo game del quinto set, quando erano già trascorse 3 ore e 57 minuti, e Medvedev aveva tenuto il primo game a 15, il ragazzo russo ha avuto ben tre palle break per portarsi sul 2-0. Fosse riuscito a sfruttarne una… chi può sapere come sarebbe finito il match? Ma lì Rafa serve bene, fa male con il dritto sulla prima, pressa sulla seconda, approfitta di due brutte volée di Daniil e salva la pelle.

Gol sbagliato, gol subìto si dice nel calcio, ma stavolta i… gol subiti da Medvedev sono stati addirittura due, come i break patiti sul 2 pari e anche sul 2-4. Match finito? Manco per niente, con il contributo a mio avviso eccessivamente fiscale dell’arbitro americano Ali Nili che – dopo aver inflitto un primo più che legittimo warning nel primissimo game del match come non avevo mai visto accadere (ma, su questo niente da eccepire, probabilmente serviva da monito e non era sbagliato far capire subito che avrebbe voluto applicare subito il regolamento) e poi un secondo dopo che Medvedev si era lamentato: “Ogni volta che batto devo sempre aspettare, ogni volta!”sulla palla break per il 3-5 ha inflitto una terza ammonizione a Nadal costringendolo a servire soltanto una battuta.

Doppio fallo e break, con il pubblico che dopo essere stato tutto per Nadal all’inizio è diventato in gran parte per Medvedev, sia perché avrebbe voluto che l’aspro combattimento non finisse mai, sia perché il giovane russo si era meritato l’apprezzamento generale ed entusiasta per come – alla sua prima finale di Slam contro uno che ne giocava la n.27 – il giovane russo che pure aveva perso in carriera cinque match al quinto set su cinque, aveva reagito, con grande coraggio e non minor intelligenza.

Trascurando la cronaca, già edita dei due match point annullati alla grande da Medvedev e poi la palla break del 5 pari che avrebbe potuto riaprire tutto, ma che Nadal ha salvato prima di chiudere il match sul 6-4 dopo 4 h e 51 minuti (tre meno di quanti ne servirono nel 2012 a Murray per battere Djokovic, la più lunga di sempre a New York. È inoltre la terza finale vinta al quinto set da Nadal in uno Slam dopo quelle contro Federer a Wimbledon 2008 e Australian Open 2009), mi concedo qualche piccola osservazione finale.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

LA PRIMA – Questa finale è stata elettrizzante quasi quanto quella di Wimbledon vinta da Djokovic su Federer. Ok, lì c’era stato un tiebreak sul 12 pari, e in una finale non si era mai visto. C’erano anche stati i due match point non sfruttati da Roger. E quando un giocatore vince una finale annullando match point fa già storia e leggenda. Ma c’erano stati anche set centrali non particolarmente emozionanti se si considera che da due super campioni un grande spettacolo lo si poteva dare quasi per scontato. Qui a New York invece non lo era. I pronostici si dividevano fra un Nadal in grado di vincere in tre set e un Medvedev capace di vincerne al massimo uno. E quando era sotto due set a zero e un break… manco quello.

LA SECONDA – Nei suoi primi cinque anni all’US Open Rafa non era mai giunto neppure alle semifinali. Anche se avrebbe vinto due volte sull’erba di Wimbledon, vox populi era – allora – che Rafa era sì l’indiscutibile re della terra battuta, ma sul cemento – dove si giocano ormai la maggior parte dei tornei – non valeva gli altri Fab (forse neppure Murray, che dei quattro è sempre stato considerato il meno forte). Stanotte Rafa ha conquistato il suo quarto US Open, uno più di Djokovic. E Roger Federer, che qui aveva vinto per cinque anni consecutivi, negli ultimi dieci anni – dopo aver perso la finale con del Potro – non ha raggiunto che una sola finale, perdendola con Djokovic. Si può ancora considerare Rafa Nadal soltanto il re della terra battuta o gli va dato atto dei suoi straordinari progressi anche sulle altre superfici?

Lui ha vinto quattro US Open dal 2010 in anni in cui Roger ha fatto (oltre alla succitata finale del 2015) tre semifinali, tre quarti con quest’anno e due ottavi. Nadal può ancora essere considerato inferiore a Federer sul cemento? Su quello americano – che qui a New York peraltro curiosamente in tanti anni non li ha mai visti di fronte – mi pare corretto ritenere che il dubbio ci sia tutto (anche se magari l’Australia, sia pure con quella vittoria recuperata da Roger sull’1-3 nel quinto, o i Masters 1000 americani possono negarlo). Tenete presente che in questi dieci anni Nadal ha saltato per infortunio due edizioni e in una terza è stato costretto al ritiro. In tutto ha saltato otto Slam. Federer tre (più due Roland Garros per scelta). Djokovic uno.

LA TERZA – Che poi lui sia davvero l’indiscusso re della terra battuta resta vero, nessuno ne dubita. Anzi oggi Murphy Jensen, il doppista che con il fratello Luke ha anche vinto uno Slam (il Roland Garros ’93, più tre tornei), diceva a Steve Flink: “Sebbene quando Pete Sampras conquistò lo Slam n.14 tanti ritenessero che potesse trattarsi di un record imbattibile… io sono quasi certo che Nadal centrerà almeno 14 Slam soltanto al Roland Garros!”. C’è chi si sente di scommettere contro?

LA QUARTA – Ricordo di aver letto tantissimi commenti su questo sito, ma anche ad opera di tanti colleghi, secondo cui Rafa Nadal con il tennis dispendioso, violento che ha sempre praticato, sarebbe rimasto competitivo al massimo a 30 anni. Non come Federer che non suda nemmeno e che grazie alla naturalezza e alla fluidità del suo gioco avrebbe potuto giocare vita natural durante ai massimi livelli. Beh, smentiti tutti! Rafa corre e tira ancora come fosse un ragazzino, con la forza (la garra e l’entusiasmo) di un venticinquenne. C’è stato uno scambio nel secondo punto dell’ottavo game del quinto set in cui Rafa si è prodotto in un recupero multiplo da restare a bocca aperta! Stava giocando da 4h e 30m con un Medvedev che, abbandonando il suo tennis iniziale da puro incontrista (con vari cambi di ritmo per nulla banali e improvvisati), giocava accelerazioni di dritto e rovescio impressionanti e entusiasmanti.

LA QUINTA – Già che parlo di Medvedev e della sua straordinaria progressione estiva di cui si è scritto in tutte le salse, due finali perse, trionfo a Cincinnati, 49 vittorie nell’anno (più di chiunque altro), a prescindere dal fatto che abbia anche due anni di meno e quindi più margini di progresso, merita certamente di aver strappato la quarta posizione ATP a Dominic Thiem. L’austriaco è solidissimo sulla terra battuta, come dimostrano due finali consecutive (e prima due semifinali: quattro anni eccellenti) al Roland Garros e in atri tornei sul “rosso” (Madrid etcetera). Ma è decisamente meno completo di Medvedev. E anche meno forte di carattere.

LA SESTA – Tre anni, 12 Slam, tutti vinti dai Big 3. Ultimo non Big 3 Stan Wawrinka, che vinse nel 2016 l’US Open. Rafa ha detto: “È inevitabile che questa Era, o cosiddetta tale, debba avere un termine. Roger ha 38 anni, io 33, Nole 32…”. Ineccepibile. Però per ora i Big 3 reggono alla grande. Inevitabile che a turno qualcuno di loro tre, o anche due su tre, accusino i malanni dell’età, la spalla, la schiena o altro. Ma basta che uno dei tre resti in piedi perché il torneo, lo Slam, lo vinca lui. Anche al prossimo Australian Open sarà così. Il favorito sarà uno dei tre, anche se Medvedev sarà ancora più agguerrito e ci saranno anche altri Next-Gen temibili. Ma è significativo quel che ha detto Medvedev in francese (che parla benissimo, in due anni lo parla meglio di tanti francesi… è intelligenza anche questa. Di russi così dotati per le lingue non ne ho conosciuti tanti).

“Ero nella stessa metà di Djokovic e Federer… speravo di arrivare ai quarti, se mi avessero detto che sarei arrivato in finale e avrei lottato per cinque set con Nadal avrei firmato subito!. Un ragionamento che avrebbe fatto qualsiasi altro tennista “non Big 3”. A dimostrazione che anche fra i giovani rampanti, la sensazione è sempre quella: gli anni passano, ma i “big 3 sono sempre i più forti… se non accusano qualche acciacco per via dell’età”. E la dichiarazione di Roger Federer (“Se sarò senza dolori probabilmente potrei giocare fino a 40 anni”) al mondo del tennis fa sicuramente gran piacere. Ai giovani avversari forse un po’ meno.

LA SETTIMA – Una piccola soddisfazione statistica, dopo il grande exploit di Berrettini con la prima semifinale italiana dopo 42 anni all’US Open: Fabio Fognini è rimasto il solo giocatore capace di rimontare due set di handicap a Rafa Nadal in uno Slam.

LA OTTAVA – Così come il record dei 14 Slam di Sampras era ritenuto a lungo quasi irraggiungibile, lo stesso si può dire di quello di Federer. Ma oggi non lo crede quasi più nessuno. Fino a un paio d’anni fa si riteneva che sarebbe semmai stato Djokovic quello che aveva più chances di eguagliarlo e superarlo. Ora, con Nole indietro di quattro Slam rispetto a Roger e di tre rispetto a Rafa, cui sembra quasi impossibile negargli il ruolo di favorito n.1 al prossimo Roland Garros, beh, il maggior candidato a raggiungere per primo Roger è proprio Rafa. A meno che Roger vinca a Melbourne. Ma non sarà, se in buone condizioni fisiche, Djokovic il favorito là dove ha già vinto sette volte? Ergo a 20 dovrebbe arrivare – anche se al momento sono previsioni da bar, mancano quattro mesi all’Australian Open e nove mesi al Roland Garros.

E ora basta, detto che sono curioso di vedere se Berrettini farà bene nel trittico San Petersburg, Pechino e Shanghai perché nono nella Race a soli 20 punti da Nishikori che – non glielo auguro ma è quasi sempre rotto a fine anno – e a 190 da Bautista Agut, mi pare di aver messo fin troppa carne al fuoco per favorire le vostre discussioni. Mi raccomando: civili!

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Editoriali del Direttore

In sette sono ancora in corsa. Federer-Djokovic è il clou. La brutta tentazione di Tsitsipas

Solo Matteo Berrettini contro il ‘salvo’ Thiem è fuori dai giochi, ma ha un obiettivo che non è economico. Nadal, che tifa per la rivincita di Federer, anche perdendo può diventare n.1 a fine anno se… E se chiudesse il gruppo al primo posto? Che vigliacco quel Lendl! Parola di Connors

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori che avendomi inondato di commenti, negativi e non, quasi un migliaio fra sito e vari social, meritano il rispetto di un mio aggiornamento anche se nei confronti di chi ha espresso apprezzamenti (o dovrei dire… disprezzamenti?) pesanti, tipici di questa civiltà (???davvero lo è) del web, non sarei tenuto, né ne avrei troppa voglia. C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto di entrambi – in particolare in questo episodio – per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Qualunque cosa abbia scritto qualcuno, c’è sempre stata anche notevole simpatia.

Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti, carini e meno carini, per la partecipazione. Un ultimo commento però mi sia concesso: a chi la cosa non interessava, ma si è lamentato per l’eccessivo risalto, poteva serenamente non leggerla, anziché scrivere che non avrei dovuto scrivere questo o quell’altro. La libertà del web è leggere quel che si vuole. Noi su Ubitennis si scrivono oltre 6.000 articoli l’anno. Leggete quel che vi piace, che vi interessa, gli autori che preferite ignorando quelli che non amate. E se un argomento a vostro avviso ha preso troppo spazio, è stato trattato male, cosa c’è di più semplice che il saltarlo a piè pari? È indolore, per chi lo salta, e per chi l’ha scritto. Si sta tutti meglio.

E se Tsitsipas facesse i calcoli che fece Ivan Lendl nel…La quarta giornata del Masters ha contraddetto alcune indicazioni della seconda, in merito alla forma di Nadal e Zverev, in positivo e in negativo. Il primo era apparso in pessima condizione con lo stesso Zverev, il secondo aveva bene impressionato riuscendo a dominare lo spagnolo da cui aveva perso cinque volte su cinque. Zverev non è però sembrato essere troppo preoccupato per la secca sconfitta patita con Tsitsipas (che invece si è confermato alla grande, tanto che parecchi qui lo considerano addirittura favorito del torneo e sarei curioso di vedere le quote dei bookmakers a questo punto): “Anche l’anno scorso vinsi il primo match, persi il secondo, vinsi il terzo e poi ho vinto il torneo” ha detto il biondo tedesco con il sorriso di chi sa il fatto suo.

Se però lui perdesse con Medveded in due set e Tsitsipas battesse Nadal, il campione di un anno fa andrebbe a casa insieme a Nadal e i due qualificati sarebbero Tsitsipas da n.1 e Medvedv da n.2: questa sarebbe la sola ipotesi in cui Medvedev raggiungerebbe le semifinali. Certo poteva aver compiuto un passo decisivo ieri, se non si fosse fatto rimontare da Nadal.

 
ATP Finals, gli scenari del Gruppo Agassi (fonte @ATP)

Già, Nadal, sette vite come i gatti… beh, le sue chance parevano finite quando si è trovato sotto 5-1 e matchpoint con Medvedev, che era passato a condurre già anche 4-0 avanti nel set decisivo. Con due sconfitte sul groppone nel round robin, l’eliminazione di Rafa sarebbe stata quasi scontata e il trono ATP di fine anno sarebbe apparso assai traballante. Ora invece su quello potrà sedersi proprio lui, a meno che Djokovic, dopo aver battuto Federer stasera, vinca anche il torneo per il sesto anno. Inutile dire che Rafa stasera tiferà per il suo amico Federer (forse lo avrebbe fatto anche a prescindere… il suo rapporto con Roger è più genuino che quello con Nole).

Inoltre Rafa potrebbe addirittura finire al primo posto nel suo gruppoqui l’articolo che contempla tutti i possibili scenari suggeriti da questa formula che ha sempre schifato Rino Tommasi, fautore del tennis tradizionale che prevede le valigie e il ritorno a casa per chiunque perda – se Medvedev superasse Zverev e lui approfittasse di un Tsitsipas che è comunque già sicuro di un posto in semifinale e cui forse potrebbe quasi convenire perdere!

Per carità, a Tsitsipas non gli passerà magari nemmeno per l’anticamera del cervello – ieri sera a una mia domanda che gli chiedeva se… fosse forte in aritmetica, il buon Stefanos ha dimostrato di avere idee assai confuse sulle possibili evoluzioni (spero che troviate il video perché è stata una scena spassosa) – ma se perdesse con Nadal il ragazzone greco chiuderebbe il suo round robin al secondo posto nel gruppo Agassi con la certezza di affrontare in semifinale il primo del gruppo Borg che sappiamo già essere Thiem. Evitando di dover giocare contro chi vincerà il match clou di oggi, in serata: cioè Federer oppure Djokovic, la rivincita del match dell’anno, la finale di Wimbledon con quei due matchpoint mancati da Federer il cui ricordo sveglia ancora nel pieno della notte Roger e i suoi innumerevoli tifosi. Un vero incubo. Djokovic conduce la danza, 26 vittorie a 22, prima della sfida numero 49.

Il Thiem visto l’altra sera in grandissimo spolvero contro Djokovic farebbe paura a chiunque (perfino a Berrettini, eh eh, che lo affronta oggi alle 15 italiane), ma Thiem sabato giocherà la sua primissima semifinale di un Masters, mentre Federer e Djokovic che questo torneo lo hanno vinto 6 e 5 volte, molte di più: Roger 15 se non erro, Novak 8. Un bel gap di esperienza. Voi chi preferireste incontrare qui: Thiem o uno fra Djokovic e Federer?

Video in inglese sugli scenari di qualificazione del Gruppo Agassi

Tanti anni fa ero al Madison Square Garden, nel gennaio 1981 per il Masters che valeva per il 1980, quando Jimmy Connors dette apertamente del vigliacco (“You are a chicken!”) a Ivan Lendl che praticamente perse senza lottare con lui per tutto il secondo set: 7-6 6-1. Come mai Lendl aveva mollato a quel modo? Sapeva che arrivando primo nel proprio girone avrebbe incontrato Bjorn Borg che era secondo dell’altro girone, invece arrivando secondo avrebbe incontrato il n.1 dell’altro gruppo (il blu) Gene Mayer, avversario assai più tenero anche se aveva battuto 6-0 6-3 un Borg svogliato perché già qualificato.

I cinici calcoli del ceco gli dettero ragione: in semifinale lui dominò 6-3 6-4 Mayer, mentre Connors perse in tre set da Borg che poi nella finale tre set su cinque avrebbe dato tre set a zero a Lendl. Quella non fu l’unica vicenda assolutamente deprecabile del Masters, che infatti cambiò mille volte la successione degli incontri che si prestavano, se non a combine, a duelli lottati con diverse motivazioni agonistiche dai protagonisti. Furono tante le polemiche che dall’82 all’85 fu abbandonata, con gran gioia dei puristi e di Tommasi, la formula dei due gironi all’italiana e si allargò la partecipazione a dodici giocatori. Otto giocavano un primo turno per qualificarsi per i quarti, dove erano attesi dai primi quattro giocatori delle classifiche mondiali che, usufruendo di un bye, stavano un turno avanti, già nei quarti.

Niente più rischi di match inutili – come sarà ad esempio anche il Thiem-Berrettini di oggi pomeriggio, quando si giocherà solo per il cospicuo premio, 215.000 dollari (circa 192.000 euro) -, ma eliminazioni dirette come da antica tradizione. Thiem è già primo comunque, dicevo, Berrettini ultimo comunque. Solo che così non si aveva più la garanzia di vedersi esibire almeno tre volte tutte le star. Per la vendita dei biglietti e per i diritti tv era molto più commerciale la logica dei due gironi, con tutti gli inconvenienti del caso. E dall’86 si tornò a quella formula che non è più stata abbandonata e che da allora costringe tutti a fare esercizi di pura ragioneria… che ho un po’ già accennato ma che qui vi risparmio.

Tornando a Berrettini-Thiem, il romano avrà una motivazione in più: quella di diventare il primo italiano a vincere un match al Masters in tre anni, 1975, 1978 e 2019, dopo otto sconfitte azzurre su otto, tre di Panatta e Barazzutti, due sue. In fondo, anche se il Thiem dell’altra sera è apparso ingiocabile, i precedenti lasciano supporre che ci possa essere equilibrio, soprattutto se Thiem non dovesse esser super motivato o magari timoroso di stancarsi troppo alla vigilia delle semifinali. Matteo perse in quattro set al Roland Garros del 2018, quando Thiem sarebbe poi giunto in finale, ci ha vinto a Shanghai, ci ha perso dopo aver vinto il primo set prima di un calo fisico evidente a Vienna. Insomma, se a Matteo dovesse funzionare il servizio (e il dritto) potrebbe esserci partita. Speriamo.

Intanto, giusto per dare un po’ di soddisfazione a chi si diverte a darmi del gossipparo (ognuno si diverte come può), segnalo che ha raggiunto Matteo dalla finale di Fed Cup persa in Australia con la Francia di Mladenovic e Garcia, la fidanzata Ajla Tomljanovic. Ieri i due, voglio proprio esagerare sperando di essere “copiato” da Novella 2000, sarebbero stati visti – udite udite – sul battello che congiunge la zona di Canary Whard a quella di Westminster. Sguinzagliati tutti i paparazzi del Regno Unito non impegnati al castello di Windsor.

Ajla Tomljanovic all’allenamento di Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Oggi, dopo la partita con Thiem, dovrei avere una intervista radiofonica one&one per Radio Sportiva con Matteo. Dite che dovrei chiedergli se ha intenzioni serie, e magari già di sposare la bella e simpatica Ajla, o lascio perdere perché stanno insieme da troppo poco tempo e non da 15 anni?

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Editoriali del Direttore

Due verdetti ci regalano un ‘quarto di finale’ tra Federer e Djokovic, sempre a Londra

Non va gettata la croce addosso a Berrettini per non aver saputo approfittare di un Federer non irresistibile. Thiem-Djokovic match straordinario e per l’austriaco è record

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Roger Federer - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto – in particolare in questo episodio – di entrambi per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti per la partecipazione.

Mentre io mi affannavo a leggere diverse centinaia di vostri commenti sul sito (e altrettanti su Facebook) a margine dell’episodio con Nadal – e ho dedicato un lungo commento in evidenza all’interno dell’articolo sulla vicendai primi due verdetti sono arrivati già dopo la terza giornata delle finali ATP. Dominic Thiem, match-winner su Djokovic della partita più bella di questo Masters, e forse anche dei Masters più recenti a mia memoria, è già in semifinale, è sicuro primo nel gruppo Borg. Così come purtroppo Matteo Berrettini, uscito con la testa molto più alta che non a Wimbledon contro Federer e tuttavia battuto, rischia fortemente di fare la stessa fine di Panatta e Barazzutti che non vinsero un match quando arrivarono a giocare il Masters di fine stagione.

Magari contro un Thiem un po’ meno motivato perché già in semifinale (per la prima volta, primo austriaco di sempre) e forse desideroso di risparmiare energie, Matteo potrebbe riuscire a cancellare la casella zero dopo otto partite azzurre ai tre Masters. Non è stato un Federer brillante quello che lo ha battuto, tuttavia va detto che lo svizzero – anche per le risposte deficitarie di Matteo – aveva perso soltanto cinque punti in sei turni di servizio nel primo set. E cinque sono rimasti anche dopo il tiebreak nel quale Matteo è stato tradito proprio dalle sue armi predilette, il dritto che ha sparacchiato fuori sull’1 pari, il doppio fallo che ha consentito a Roger di andarsi a giocare due servizi sul 5-2.

Matteo ha poi compromesso tutto cedendo la battuta a zero nel primo game del secondo set. Se non è un problema di esperienza questo, che cosa è? Così Roger ha potuto controllare agevolmente la partita fino a che sul 4-3 ha fatto quattro regali a Matteo e ha dovuto fronteggiare tre palle break, le sole conquistate nel match dal nostro. Se le è giocate maluccio, in particolare una. Federer gli ha battuto tutte e tre le volte sul dritto. E lui ci è arrivato male.

 
Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Nel ’75 Panatta aveva 25 anni, come Barazzutti nel ’78 (ma si giocò a gennaio ’79) e Matteo è due anni più giovane rispetto a loro. Come ha ricordato Federer: “Io 17 anni fa avevo un rovescio molto debole, credo che lo potrà certamente migliorare anche Berrettini”. Ne sono convinto anch’io. Il rovescio, l’ho scritto tante volte, si impara. L’hanno dimostrato Federer, come lo ha ricordato lui stesso, e anche Nadal. E, sempre come ha detto Roger, oggi chi ha un gran servizio e un gran dritto può fare molta strada.

L’ostacolo più difficile da sormontare, secondo me, sarà il “footwork”, come ha sottolineato e non a caso ancora Federer. Roger è sempre stato un atleta naturale straordinario, idem Nadal, idem Djokovic, idem Murray. Fab Four campioni di grande talento, indubbiamente, ma sarebbero stati fortemente vincenti (forse solo un pochino meno) anche se non si fossero ammazzati di lavoro in palestra. Invece Matteo, per via del suo metro e 96 che lo aiuta nel servizio ma non nel resto, dovrà sempre combattere per diventare anche reattivo nella risposta, agile negli spostamenti e nei cambi di direzione.

Il fatto che lui, Santopadre e Rianna sappiano che c’è ancora tanta strada da fare, aiuterà il suo sviluppo. Si sapeva che sarebbe stato il vaso di coccio fra tre vasi di ferro, che sarebbe stato uno stage di studio, d’esperienza. Ha fatto miracoli ad arrivare dove è arrivato, Federer stesso si è detto sorpreso di esserselo ritrovato di fronte al Masters. Chi ben comincia è a metà dell’opera… Appunto, Matteo è ancora a metà. Fra i primi 10 può resistere. Con gli over 30 probabilmente declinanti dovrà far di tutto per salire fra i cinque nell’arco di un triennio.

Proprio per il problema della ridotta mobilità – per questi livelli – a mio avviso dovrà lavorare il più possibile per trasformarsi in un tennista d’attacco. Non capisco perché non possa azzardar qualche serve&volley in più. Anche perché a rete non è malvagio. È certo meglio, a mio avviso, di Zverev nei pressi della rete… e ora non azzardo più confronti con Thiem (soprattutto dopo ieri sera!) sennò chissà quante me ne dite. Ma Thiem a rete non è ancora fenomeno come da fondocampo.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il Thiem visto scontro Djokovic è parso fenomenale: Chapeau, mai visto giocare con la stessa intensità del matchpoint tutta la partita, sparando su ogni palla” ha riconosciuto con grande fair-play Nole anche se era furioso, tant’è che ha lasciato la sala stampa con uno scatto da centometrista appena dopo una terza risposta data in fretta e furia, prima che la moderatrice ATP Nanette Duxin interpellasse i giornalisti serbi. Il lavoro di Massu, che lo ha costretto a giocare più vicino alla riga di fondocampo anziché dai teloni, sta dando i suoi frutti. Ecco perché Dominic ha lasciato il vecchio coach di sempre, Gunther Bresnik. Aveva bisogno di nuovi stimoli.

Adesso il match di giovedì fra Federer e Djokovic, rivincita di Wimbledon (il miglior match dell’anno, e non solo perché deciso sul 12 pari dal tiebreak favorevole a Nole che da allora ne aveva vinti nove di fila) sarà come un quarto di finale di un torneo a eliminazione diretta. Bello, bellissimo, fra i due giocatori che hanno vinto più Masters, sei Federer e cinque Djokovic (mentre Nadal neppure uno), ma anche crudele spareggio. Crudele anche per chi aveva acquistato a 150 euro circa i biglietti per le semifinali di sabato, perché uno dei due sarà già tornato a casa da moglie e pargoli.

Rischia di tornare a casa, e di perdere la leadership mondiale, anche Rafa Nadal che offre a Daniil Medvedev la rivincita della bella finale dell’ultimo US open. Guai a fidarsi dei precedenti però, dopo che Rafa ha perso lunedì da Zverev che aveva sconfitto cinque volte su cinque, mentre anche Medvedev aveva mandato alle ortiche il suo analogo bilancio di cinque vittorie su cinque con l’assai poco amato Tsitsipas. Non mancherò di sedermi in conferenza stampa quando verrà Rafa Nadal. Vedrò se fare o meno una domanda a Rafa, sperando di non venire male interpretato stavolta.

Berrettini non è stato fortunato a finire nel gruppo Borg, ma secondo me per ora è un po’ indietro rispetto agli altri Maestri qualificatisi per questa edizione. Non si poteva pretendere troppo di più da lui. Era già stato un miracolo ritrovarlo qua. Il 2020 sarà un anno impegnativo, quello della riconferma. Non ha grandi cambiali da pagare per tutti i primi mesi dell’anno. Questo lo dovrebbe avvantaggiare. Potrà giocare relativamente sereno. Non è poco. Io sono fiducioso sul suo conto.

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Editoriali del Direttore

Berrettini: il gran giorno dell’improbabile rivincita

Roger Federer indoor, seppur poco brillante con Thiem, non sembra alla portata del romano strapazzato da Djokovic. Far meglio che a Wimbledon il primo obiettivo

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

da Londra, il direttore

Una risposta sciocca e maleducata di Rafa: ora attendo le sue scuse

Se chiamassimo quello di oggi “il giorno della verità per Matteo Berrettini” saremmo tremendamente ingiusti. Matteo deve affrontare un signore svizzero che ha vinto questo Masters sei volte, un campione che nonostante la veneranda età talvolta cominci a giocargli qualche brutto scherzo (leggi scivolone), quattro mesi fa ebbe due matchpoint per strappare a Djokovic il titolo di Wimbledon.

È vero, altresì, che oggi a Matteo si chiede di far meglio almeno di quel che fece quel lunedì 8 luglio a Wimbledon contro lo stesso Roger Federer, il suo idolo che lo intimidì dal momento in cui i due fecero ingresso nel mitico Centre Court dell’All England Club. Finì, voi ricorderete e certo Matteo non scorderà mai, 6-2 6-1 6-1 in 74 minuti appena. Con Matteo che sbagliò tutto quel che poteva sbagliare, arrivando anche a sotterrare uno smash sulla rete da principiante, a dir poco imbarazzante, che palesò tutta la sua confusione mentale di quel giorno. In undici turni di battuta di Roger, Matteo raccattò soltanto undici punti. E i suoi primi servizi entrarono una volta su tre, intorno al 35%.

Matteo ha perso domenica contro il miglior ribattitore del mondo, Djokovic, 6-2 6-1, giocando meglio che a Wimbledon sì, ma non certo bene. Subito i leoni da tastiera che infestano il web, soprattutto di questi tempi in cui il tennis paga la sua cresciuta popolarità con l’approdo al mondo digitale di un sacco di gente che di tennis sa poco o niente ma sputa subito grandi sentenze da super intenditore – una delle più in voga ultimamente è che Sinner è già più forte di Berrettini e non perderebbe mai così netto da Djokovic o da Federer… – hanno bocciato severamente sia Berrettini dopo l’infausto esordio con Nole, sia i telecronisti di Sky Elena Pero e Paolo Bertolucci che si sono affannati a ripetere a più riprese – giustamente (io non li ho sentiti, ma lo immagino) come un esordiente al Masters non possa non pagare lo scotto della propria inesperienza contro i più esperti top-ten che il Masters lo hanno frequentato da anni.

Insomma il povero Berrettini è stato subito flagellato dai critici dell’ultima ora. Quasi hanno cancellato tutto quel di buono che lui ha fatto, due tornei vinti, otto semifinali concentrate negli ultimi sette mesi per salire da n.57 a n.8 del mondo.

Ora c’è una nuova mission impossible. Affrontare un Federer che dopo la terza sconfitta patita in un anno da Thiem non ha alternative che battere Matteo per scongiurare una clamorosa eliminazione. Roger ha tutto da perdere, ma a situazioni “pesanti” psicologicamente in tutti questi anni ha fatto il callo, Matteo nulla… se non che se prendesse un’altra stesa la sua immagine di aspirante campione potrebbe risentirne. Insieme alla fiducia nei propri mezzi, anche se il suo clan – Santopadre, Rianna, Massari – non ha fatto che ripetergli che lui è qui per fare esperienza e che questo è ancora un periodo in cui deve imparare dai veri big.

L’altro giorno Djokovic ha ricordato che lui non aveva vinto un match nel 2007, quando aveva 20 anni. Poi l’amico Stefano Meloccaro mi ha ricordato oggi che l’anno dopo, sempre a Shanghai, quello stesso Djokovic che all’esordio non aveva vinto un set con Nadal (e fin lì…), Gasquet e Ferrer, avrebbe poi vinto il suo primo di cinque Masters. Magari Matteo fosse in grado di realizzare lo stesso exploit. Oggi come oggi è proprio impensabile. I suoi limiti, rovescio, mobilità, attitudini difensive, paiono ancora importanti. Gli auguro un bel match con Federer. Vedremo.

 
Matteo Berrettini e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Instagram, @matberrettini)

Intanto la seconda giornata è stata caratterizzata dai contropiedi di Tsitsipas con Medvedev e di Zverev con Nadal. Entrambi i vincitori di giornata avevano perso cinque volte su cinque con i loro avversari. E invece hanno vinto in due set, senza neppure offrire una palla break alle due vittime. Leggete le cronache dell’attento Canevazzi (qui la vittoria di Tsitsipas, qui quella di Zverev). Fra Medvedev e Tsitsipas non corre davvero buon sangueleggete qui le origini della loro spiccata antipatia (“Di certo non andremmo mai a cena insieme” ha detto Tsitsipas che ha esultato come un matto dopo la trasformazione del matchpoint… e non solo per aver posto fine alla striscia negativa) –, ma la sconfitta più importante è quella patita con Zverev da Nadal (a proposito del quale ho raccontato una poco simpatica vicenda di cattiva educazione mostrata nei miei confronti da Rafa).

Nadal infatti non è ancora sicuro di chiudere l’anno come n.1 del mondo per la quinta volta in carriera (eguaglierebbe così Federer e Djokovic). Se Rafa vincerà una sola partita nel round robin, Nole dovrà arrivare in finale da imbattuto per prendersi il trofeo di numero 1. Se Nadal invece ne vincerà due, che siano round robin più semifinale o due nel round robin, allora Djokovic dovrà vincere il titolo. Evito di addentrarmi nelle svariate ipotesi per non confondervi le idee. Anche a me stesso… Per il dettaglio di tutti gli scenari vi rimando però a questo pezzo.

Ieri sera quando siamo corsi in sala conferenza stampa dopo il 6-2 6-4 di Zverev ai suoi danni (tre break per il tedesco che non ha concesso una palla break) si è pensato che Rafa – incerto nella partecipazione a causa del problema all’addominale che lo aveva costretto a ritirarsi a Bercy – potesse annunciare un nuovo ritiro. Se il forfait fosse arrivato sarebbe stato il sesto qui, quattro dei quali nelle ultime sette edizioni londinesi. E quando ha giocato aveva colto risultati ben al di sotto del suo standard: 16 vittorie e 13 sconfitte (ora 14). Questo record modesto spiega anche perché Rafa non abbia mai vinto questo torneo.

Rafa non ha accampato scuse, ha effettivamente servito senza mostrare alcuna paura nel forzare la battuta alle consuete velocità. Nadal aveva detto, prima di affrontare Zverev (che non dimentichiamo essere il campione in carica di questo Masters che ha avuto quattro campioni diversi negli ultimi 4 anni, Dimitrov nel 2017, Murray nel 2016, Djokovic nel 2015): “Ho 33 anni e mezzo, sono dunque vecchiarello per giocare tennis ad alto livello, mi sento fortunato a essere dove sono con tutti gli infortuni che ho avuto… si dice di tanti giovani come Zverev per esempio che sono il futuro del tennis, ma secondo me sono già il presente. Sarò felice di poter competere con loro per ancora un po’… poi sarò contento di guardare il tennis in tv!”. Mentre Zverev era al settimo cielo dopo aver sconfitto il tabù Rafa: “Avevo battuto gli altri due grandi (Novak e Roger), mi mancava solo Rafa…”.

Stasera chiudono Djokovic e Thiem. 6-3 per il serbo il bilancio dei confronti diretti, ma al Roland Garros l’austriaco si conquistò l’ultimo, il più bello e importante.

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