Clijsters: "Torno senza paure e sogno un duello con la Andreescu" (Cocchi). Berrettini: "Io, un giovane vecchio" (Caputi)

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Clijsters: “Torno senza paure e sogno un duello con la Andreescu” (Cocchi). Berrettini: “Io, un giovane vecchio” (Caputi)

La rassegna stampa del 14 settembre

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Clijsters: “Torno senza paure e sogno un duello con la Andreescu (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Essere mamma a tempo pieno, soprattutto di tre bambini, può essere faticoso. Molto faticoso. Tanto faticoso da considerare l’ipotesi di tornare a fare la tennista professionista e distruggersi di allenamenti. Kim Clijsters ha deciso così: dopo 7 anni di totale dedizione alla famiglia, la belga ex numero 1 al mondo, campionessa di quattro Slam, ha sentito forte la nostalgia del campo, dell’adrenalina della battaglia, e cosa si è rimessa sotto. L’annuncio via Twitter, con un video: «Posso essere una mamma amorevole per i miei tre figli e dare il meglio sul campo da tennis? Voglio provarci, tornerò a giocare ancora una volta. Ci vediamo nel 2020».
[…] La raggiungiamo al telefono, per farci raccontare le tappe di avvicinamento a questo attesissimo rientro. ? Kim, ha già fissato la data del primo torneo? «Non ancora, ho ripreso ad allenarmi da poche settimane e la strada davanti a me è molto lunga. Per questo preferisco andare ancora un po’ avanti con il lavoro e poi decidere in quale torneo scendere in campo. A dicembre farò il punto col mio allenatore e decideremo. Se non mi sentirò in condizione, potrei anche posticipare». Che cosa le ha fatto scattare questa voglia? Insomma, con tre figli non sarà facile gestirsi. «Ho visto la forza di Serena (Williams, ndr). Ma non solo la sua. Ci sono tante madri vincenti nello sport. Mi piace la loro voglia di tornare ad alti livelli, di mettersi in gioco. E voglio riprovarci, anche se ho 36 anni e sono un po’ “arrugginita”». Come mai non l’ha fatto prima? «Con i due fratellini di Jada così piccoli (Jack ha 5 anni e Blake 2, ndr) non avevo il tempo e la forza. Ma alla mia età sento che ho ancora qualcosa da dare. Quando ho avuto la mia prima figlia, ero molto giovane e sono tornata subito, poi gli infortuni mi hanno costretto a fermarmi di nuovo. Ma ho sempre seguito l’istinto e stavolta mi dice di provare. È una sfida, e io ho sempre amato le sfide, non ho paura». ? Che cosa ha detto la sua primogenita Jada, che ora ha 11 anni, quando le ha annunciato che avrebbe voluto tornare sul circuito? «E stata entusiasta, mi ha detto che dovevo assolutamente provarci. Lei ama molto lo sport, gioca a basket. In questi ultimi tempi ci siamo anche allenate insieme. Mia figlia sa che cosa vuol dire essere un’atleta e apprezza tutti gli sforzi che faccio. I suoi fratelli sono ancora troppo piccoli per dire la loro. Lei è venuta con me a Wimbledon, ed era gasatissima quando le ho spiegato che mi sarebbe piaciuto tornarci da giocatrice». E dal punto dl vista puramente pratico? Serena si porta sempre dietro la bambina, Vika Azarenka anche. Ma tre figli non sono facili da gestire in giro per il mondo… «È un problema che affronterò di volta in volta. Innanzitutto non avrò una stagione piena come chi sta regolarmente sul tour. Jada va a scuola, quindi non potrò portarla molto spesso con me, mentre con gli altri due sarà più semplice. Cercherò di portarli a turno e magari negli Slam e nei tornei più vicini. Insomma, ci vorrà una bella riorganizzazione, ma fa parte del gioco». Negli ultimi anni sono cresciuti molti nuovi talenti tennistici: Osaka, ora l’exploit della Andreescu… Come pensa di confrontarsi con atlete che hanno una quindicina d’anni meno di lei? «Bianca è fortissima e mi ha fatto tanto piacere sentirle dire che ero una delle giocatrici a cui si è ispirata di più da bambina. Non vedo l’ora di guadagnarmi un duello con le nuove generazioni, è la mia motivazione più grande».

Berrettini: “Io, un giovane vecchio” (Massimo Caputi, Il Messaggero)

 

[…] «Roma per me vuol dire famiglia, amici, Foro Italico, i circoli in cui sono stato (Corte dei Conti e Aniene ndr) e il caos. Di sicuro mi manca, da alcuni mesi vivo a Montecarlo, appena posso faccio di tutto per tornarci» All’Aniene in tanti hanno seguito i tuoi allenamenti. «Mancavo da parecchio e dopo gli ultimi risultati il Circolo ci teneva a farmi sentire il suo affetto. Il presidente Massimo Fabbricini è stato fantastico, mi ha fatto due sorprese. La prima inaspettata e pazzesca: mi ha portato Carlo Verdone, uno dei miei idoli dal punto di vista cinematografico. Conosco tutti i suoi film a memoria. Quando l’ho visto, stavo giocando, mi sono emozionato e ho steccato due palle» E la seconda sorpresa? «Ha organizzato un piatto di carbonara, il piatto che preferisco, con tutta la mia famiglia, il team e i soci. Avere vicino persone speciali fa la differenza» Pesa la vita lontano da casa? «E’ dai 17 anni che è così, ci sono abituato. Stare fermo troppo in un posto mi annoia, mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare e conoscere posti nuovi. Mi pesa cambiare ogni due tre giorni posti e fuso orario. Mi ritengo comunque fortunato: la mia famiglia mi è sempre vicina, con videochiamate e messaggi siamo sempre in contatto. Poi mi trovo benissimo con il team, lavorare con dei professonisti che sono anche amici, rende più semplice stare fuori 10 mesi all’anno» Torniamo indietro di 15 anni, cosa pensava Matteo a 8 anni? «Facevo judo e nuoto, il tennis era l’ultimo dei miei sogni. Giocavo con mio fratello Jacopo e imitavamo i ragazzi che partecipavano alla coppa a squadre nel mio circolo, la Corte dei Conti. Mai pensato di trovarmi a certi livelli, è pazzesco» Quando è scoccata la scintilla? «Una delle prime volte che sono andato al Foro italico. Volandri giocava contro Federer e cercavo di entrare al Centrale senza biglietto. In quel momento ho sognato di esserci io un giorno» E’ vero che devi molto a tuo fratello Jacopo? «Quando avevo 3/4 anni iniziai a giocare con le palline di spugna, ma non mi piacque molto. Jacopo, che è più piccolo di medi due anni, mi ha spinto a riprovare e da li non ho più smesso. Il nostro è un rapporto molto forte, ci siamo sempre aiutati l’uno l’altro, è stato un percorso fatto insieme anche oggi(ieri) ci siamo allenati insieme. A lui tengo tantissimo» Chi è Matteo Berrettini? «Un ragazzo molto sensibile. Mi piace entrare nelle cose, voglio capire prima di fare. Da quando ho 14 anni e lavoro con Santopadre ho sempre voluto comprendere il fine di quanto mi è chiesto. Forse dovrei essere un po’ più rilassato, a volte rischio di incastrarmi. Riesco però a scavarmi dentro, trovando energie interiori che mi danno la forza di superare momenti difficili» Come vivi questo momento? «Con tanta gioia e orgoglio. Al di là della semifinale agli Us Open è un periodo in cui mi sento bene con me stesso. Ora sarà più difficile, sono in tanti a conoscermi, sento l’affetto delle persone. Devo essere bravo a gestire la pressione, proseguire per la mia strada e lavorare» Come gestisci la popolarità? «Quando arrivi a certi livelli devi conviverci. Sono circondato da persone che mi sanno consigliare, mi fido di loro al cento per cento» Ora per i tuoi colleghi sei un avversario da temere? «Prima ero il giovane emergente, ora che ho raggiunto certi risultati mi guardano differentemente. Questo rende tutto più complicato, ma al tempo stesso ne sono fiero. Il pensiero che prima di affrontarmi Federer o Nadal possano studiarmi mi emoziona» Come è stato dopo Federer l’impatto con Nadal? «La sconfitta con Federer, come tutte, mi è bruciata parecchio. Ho cercato di capire cosa avessi sbagliato e come migliorare. Contro Rafa sono entrato in campo più determinato, concentrato su cosa volessi fare, convinto dei miei mezzi» Dritto e servizio sono le tue armi vincenti. «E’ il piano tecnico e tattico da quando mi sono affacciato al professionismo. Vincenzo Santopadre, vedendomi crescere in altezza e che la mano andava veloce con il dritto, ha pensato che dovessimo investire su questo». E sei diventato un giocatore per tutte le superfici. «Sono nato sulla terra rossa, ma madre natura mi ha dato qualità che posso sfruttare sulle superfici veloci. Nulla nasce per caso, al mio primo anno da professionista Vincenzo ha voluto che giocassi il 70% delle partite sul cemento per abituarmi ed ha avuto ragione” Ventitrè anni, numero 13 al mondo: sfatato il mito che i nostri tennisti maturino più tardi. «Forse noi italiani facciamo più fatica di altri, ma una volta che arriviamo a mio parere abbiamo qualcosa in più dentro. Da piccolo non ero tra i primi d’Italia, ho avuto modo e tempo per lavorare senza fretta e soprattutto senza quella pressione, che da giovani pesa molto. Fondamentale è la maturazione mentale, solo dopo puoi pensare a risultati importanti» Cosa hai pensato dopo il doppio fallo con Monfils? «Ho riso dentro di me, un risata nervosa naturalmente. La mano mi tremava ed è cambiata l’impugnatura, non mi era mai accaduto. La svolta è stata riconoscere che era normale provare quelle sensazioni in un tale contesto. Mi sono perdonato, dovevo continuare con il mio tennis, le chance sarebbero arrivate» Le Atp Finals, un obiettivo? «Solo parlarne mi fa sorridere. Posso riuscirci, ma non giocherò per quello, ne per i punti o per il ranking. Vado avanti per la mia strada, lavorando e spingendo forte. Se le conquisterò sarà bellissimo, altrimenti ci saranno altre possibilità, magari in casa a Torino» Qual è il tuo idolo sportivo? «LeBron James seguo lui e l’ Nba dal 2011. Il calcio mi appassionava da bambino» Ora potrai diventare tu un idolo per i bambini «E’ uno dei miei obiettivi»

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La maratona vincente di Giustino al Roland Garros (Scanagatta, Crivelli, Mastroluca, Azzolini). Errani, sorriso Slam dopo tre anni a secco. Fognini, altro crac? (Cocchi)

La rassegna stampa di martedì 29 settembre 2020

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Giustino, maratona vincente di 6 ore. Nadal ok (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Tradizione vuole che al Roland Garros i 128 singolari di primo turno dei due tabelloni, maschile e femminile, richiedano tre giorni e non due come in Australia e a Wimbledon. Così, prima che stamani alle 11 Matteo Berrettini (n.8 Atp) scenda sul Suzanne Lenglen contro il canadese Pospisil (n.76) e che Mager (n.88) sfidi poi il serbo Lajovic (24), non si può fare un bilancio completo per gli azzurri. Ma rispetto all’anno scorso, quando su 9 uomini e 2 donne, solo Berrettini, Fognini e Caruso superarono il primo turno, andiamo già molto meglio. La pattuglia azzurra vedeva già 8 dei nostri al secondo turno prima del match di oggi di Berrettini (Caruso invece ha perso in 4 set dall’argentino Pella). Intanto tre ragazze, Trevisan (n.159 Wta ed emersa dalle qualificazioni), Paolini (n.90 che ha battuto la spagnola Bolsova n.97 64 63) e Errani (n.134 vittoriosa 62 61 sulla campionessa olimpica di Rio Puig, n.98) sono approdate al secondo round. Anche se sarà dura andare avanti, per Trevisan e Paolini è una “prima” assoluta in uno Slam, mentre per Sara Errani si tratta di un gradito ritorno in questo torneo che la vide protagonista soprattutto nel 2012, quando perse soltanto in finale da Maria Sharapova e vinse il doppio con Roberta Vinci, arrampicandosi al quinto posto del ranking mondiale. Trevisan con Gauff, Paolini con Kvitova e Errani con Bertens non sono favorite, ma intanto sono lì. E sono lì anche già 5 azzurri: a Sinner, Cecchinato e Travaglia si sono aggiunti anche due maratoneti di casa nostra, il torinese Sonego (25 anni e n. 46) e il napoletano Giustino (29 anni e n.156). Il primo dopo una battaglia di 5 set (67 63 61 67 63) in 4 ore e 7 minuti con Emilio Gomez, ecuadoriano e figlio d’arte destrimane di quell’Andres mancino che trionfò al Roland Garros nel 1990 battendo a sorpresa Andre Agassi. Il secondo al termine del match più lungo del torneo contro il francese Moutet (n.70), 6 ore e 5 minuti, con un ultimo set interminabile, 18-16! Punteggio 06 76 76 26 e 18-16. E’ il match più lungo mai giocato da un italiano, il primato precedente apparteneva a Omar Camporese, che perse 14-12 al 5° con Becker all’Australian Open del ’91, in 5 ore e 11 minuti. Al Roland Garros un solo match è stato più lungo, Santoro-Clement del 2004 durato 6 ore e 33 minuti. Sonego troverà domani Bublik che ha sorpreso Monfils, Giustino invece Schwartzman. Rafa Nadal, che punta a vincere lo Slam n.20, ha vinto in 3 set con Gerasimov, e Serena Williams, che sogna lo Slam n.24 in 2 con la connazionale Ahn.

Nella storia in 6 ore (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La notte di San Lorenzo. Una stella venuta dal nulla illumina la fredda serata parigina e scrive uno di quei romanzi bellissimi che resteranno per sempre tra gli scaffali magici dello sport. C’era una volta, le favole cominciano cosi. C’era una volta il mezzo scugnizzo Giustino, nato a Napoli ma cresciuto a Barcellona, che aveva tentato di qualificarsi al tabellone principale di uno Slam per 17 volte prima di riuscirci al Roland Garros autunnale (aveva giocato anche in Australia a gennaio, ma da lucky loser, perdendo subito da Raonic). Lorenzo, che a 29 anni non aveva ancora vinto un match Atp e solo una volta in carriera era riuscito a battere un top 100 e d’improvviso sceglie il modo più ardito, imprevedibile e affascinante per infilarsi da protagonista nella mappa del tennis dei grandi, piegando il mancino francese Moutet, 71 del mondo, dopo una maratona di sei ore e cinque minuti. Nessun italiano, nella storia, si era mai spinto così in là, visto che il record apparteneva a Camporese, vittima di Becker agli Australian Open 1991 in una battaglia di 5 ore e 11 minuti. Nello Slam parigino, invece, resta intonso il primato di Santoro (vittorioso) e Clement, che rimasero in campo 6 ore e 33 minuti nel 2004. Giustino spalma l’impresa che non t’aspetti su due giorni, perché il match era stato sospeso domenica alle dieci di sera causa pioggia e terreno scivoloso, con l’italiano avanti 4-3 e servizio nel terzo set. Alla ripresa, vinto il terzo set e perso il quarto, l’incrocio con Moutet diventa antologico. Il set decisivo, da solo, durerà tre ore esatte. Giustino non sfrutta un match point sull’8-7, ottiene altrettanti controbreak nelle due occasioni in cui l’avversario può servire per il match e al 34′ game può finalmente festeggiare il trionfo con i muscoli massacrati dal crampi: «A un certo punto ho deciso di tirare a tutto braccio e di stare con i piedi sulla riga di fondo per farlo correre e impedire che lui muovesse me, perché altrimenti sarei morto». E invece sopravviverà, provando immediatamente a recuperare energie immergendosi nel ghiaccio in vista di un secondo turno da brividi con Schwartzman: «Un grande giocatore – sorride Giustino — e io adesso sono vuoto. Vuoto ma felice. Proverò a fare il mio, intanto cercherò di ritemprarmi bevendo tanta acqua con il sale, assumendo carboidrati e proteine senza grassi e dormendo con le gambe in alto per la circolazione». Sul punto decisivo, steso sulla terra rossa, Lorenzo avrà indubbiamente benedetto il giorno in cui i genitori, in vacanza a Barcellona, decidono di rimanerci per dare un futuro migliore ai figli. Lui ha sette anni, si divide già tra sci e tennis, ma in Catalogna sceglie definitivamente la racchetta. Quando il grande Manolo Orantes, che frequenta lo stesso club, lo vede palleggiare, gli suggerisce di intensificare gli allenamenti e le soddisfazioni non tardano ad arrivare: a livello giovanile vince sia i campionati catalani sia quelli spagnoli, tanto che Luis Bruguera tenterà senza successo di naturalizzarlo. per farlo giocare con la Roja. Ma è con il figlio di Luis, Sergi, il due volte vincitore di Parigi, che Giustino completa il suo percorso, seppur frenato da problemi fisici ed economici. Del resto, all’Accademia applicano la filosofia che si attaglia perfettamente alla sua personalità da perfezionista: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Da due anni, è seguito da coach Gianluca Carbone, che gli ha migliorato servizio e dritto e soprattutto gli ha infuso nuove convinzioni: «Mi ha fatto capire che si può crescere tecnicamente a qualsiasi età». […]

Le 6 ore da sogno del señor Giustino (Alessando Mastroluca, Corriere dello Sport)

Disteso e felice. Mentre l’azzurro della maglia si impasta con l’ocra della terra, Lorenzo Giustino assapora l’impresa la prima volta che non si può dimenticare. A 29 anni, ha festeggiato così la prima vittoria nel circuito maggiore. Ha impiegato sei ore e tre minuti, spalmati in due giorni, per battere Corentin Moutet, mancino francese con la passione per il pianoforte e le palle corte. Ha chiuso 0-6 7-6 7-6 2-6 18-16, il quinto set da solo è durato tre ore. L’ultimo dritto lungolinea, al terzo match-point, fa calare il sipario sulla seconda partita più lunga nella storia del Roland Garros. Durò mezz’ora in più la maratona record di Parigi, la vinse “il Mago” Fabrice Santoro nel 2004 contro Arnaud Clement. Anche allora, si giocò in due giorni. Domenica Moutet ha forzato la sospensione per pioggia sul 4-3 per l’azzurro nel terzo set. Alla ripresa, Giustino ha vinto il parziale al tie-break, poi ha perso nettamente il quarto set. Il quinto è un romanzo che combina voglia di non mollare e paura di vincere. Tre volte Moutet ha servito per il match (7-6, 14-13, 15-14), tre volte Giustino ha piazzato il break della speranza e la partita è diventata una maratona. Giustino la dura e la vince, pur con 25 punti in meno del francese (217 a 242). Ha completato meno colpi vincenti (57 contro 88), ha commesso più errori (96 a 88), ha ottenuto in percentuale meno punti al servizio sia con la prima, sia con la seconda. Eppure, è lui a festeggiare. Numero 157 del mondo, con un best ranking di 127 nell’agosto 2019 prima di un infortunio al braccio, Giustino ha firmato la seconda vittoria in carriera contro un Top 100. Al secondo turno sfiderà Diego Schwartzman, l’argentino numero 11 del mondo che a Roma ha battuto Rafa Nadal e Denis Shapovalov a 24 ore di distanza. […]

Giustino in tempo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Un giorno di gloria, e di ordinaria follia. Quasi tutto trascorso sul campo. Sei ore e cinque minuti divisi in due giornate. Cominciate malissimo e poi trasformate in un gioiello di straordinaria lucentezza. La storia di Lorenzo Giustino è di quelle che nessuno conosce, ma sono cariche di buoni propositi e grondano pensieri stupendi. E non è vero che siano storie di retrovia, di quelle che valgano una sola giornata, e alla fine della stessa si dissolvano. Forse per noi o per altri, ma non per lui, che la sua giornata «più bella della vita» se l’è capata con tutto l’amore e l’affetto, l’attenzione e la sofferenza che merita un’opera d’arte. La prima vittoria nel Tour, la prima in uno Slam. Può esserci qualcosa di più grande per un tennista che si è sempre fatto in quattro per competere nel circuito, e ha trovato nella voglia di partecipare a quei quattro tornei che hanno fatto la storia la sua idea guida, quella che gli ha dato la forza di darci dentro, senza mai smettere d’inseguire la meta sognata? Dal 2014 ne ha giocati 17, tutti smarriti nelle qualificazioni, fino agli Australian Open dello scorso gennaio. Promosso e subito opposto a Milos Raonic. Poi, di nuovo a Parigi, tre turni di qualifiche e finalmente la patita della vita. Giocatore di challenger Lorenzo Giustino. Ne ha vinti sette in carriera, e uno in doppio. […] Prossimo avversario Diego Schwarzman, il campione in formato mignon, recente finalista a Roma, uno che d’improvviso ha scoperto che contro Lorenzo non sarà una passeggiata. Il fatto è che Lorenzo Giustino ha vinto una delle più incredibili battaglie che si siano mai viste su questi campi del Mondiale in rosso, seconda solo a Santoro-Clement del 2004, durata 28 minuti in più. Del resto, in 6 ore e 5 minuti può succedere di tutto. Era partito malissimo, domenica scorsa. Subito un bagel, un sei-zero in lingua tennistica. Dovuto ai nervi, alla disabitudine, alla voglia di spaccare il mondo che come sempre diventa un freno per le grandi imprese. Ma Giustino alle condizioni disagevoli c’è abituato, Moutet assai meno. Mentre la serata si fa avanti e sul campo la luce scarseggia, Lorenzo aggiusta i colpi e comincia a giocare in contropiede, rallenta e d’improvviso aumenta i battiti del proprio tennis, cerca traiettorie difficili e in mezzo infila una smorzata. Moutet non comanda più. Il tie break del secondo va al napoletano, che si porta avanti anche nel terzo. Per i francesi è troppo… Sospensione. Si torna in campo dopo le 12, lunedì. E qui comincia la storia di Lorenzo, la sua giornata più bella, quella che farà dire a Moutet… «Non so che dire, non sento più il mio corpo, come lo avessero devastato». Giustino viene raggiunto ma si riprende nel tie break del terzo e passa avanti 2-1, perde il quarto, e nel quinto comincia una battaglia. Giustino va avanti 3-0 e sull’8-7 ha il primo match point. Moutet arranca, ma si salva. Sul 13 pari è il francese che fa il break, ma Giustino se lo riprende. Moutet ne fa un altro, e Giustino si riprende anche quello. Quindici pari. È quasi tempo di match point. Il secondo arriva sul 16-17, e Lorenzo spreca con un rovescio lungo. Ma sul terzo piazza un dritto che sembra uno straccio, sul quale Moutet si avventa inutilmente. Palla in rete. Occhi al cielo. Mani sul volto. È la giornata di Lorenzo, forse non cambierà il tennis, ma il tennis è felice per lui.

Errani, sorriso Slam dopo tre anni a secco. Fognini, altro crac? (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il sorriso Slam le mancava da tre anni e ieri a Parigi, la sua Parigi, Sara Errani (n. 150 Wta) l’ha ritrovato superando 6-2 6-1 la portoricana Monica Puig, n.90 del ranking e oro olimpico a Rio de Janeiro. Un successo cercato, desiderato, arrivato nel match numero 100 in uno Slam e dopo un lungo periodo di difficoltà seguito alla squalifica per doping. D’altronde, per Sara, Parigi è da sempre foriera di buone notizie a partire dalla finale del 2012, sconfitta da una Maria Sharapova all’apice della forma. L’anno successivo, il 2013 aveva raggiunto la semifinale, mentre nel 2014 e 2015 era uscita ai quarti. Ieri, per Sara, le condizioni erano più difficili: freddo, umidità e le nuove palle che, ha dichiarato fin dalle qualificazioni, non le piacciono molto: «Monica non ha giocato molto bene – ha dichiarato la romagnola nella conferenza post match -. Ma sono contenta del mio rendimento anche al servizio, e più in generale di come sta andando la stagione». L’obiettivo dichiarato è di tornare almeno tra le prime 100 giocatrici al mondo, ma soprattutto ritrovare la giusta serenità in campo e continuità. Intanto, al secondo turno, uno scoglio ben più alto da superare, l’olandese Kiki Bertens, n. 8 del mondo e semifinalista proprio al Roland Garros nel 2016. I precedenti, 5-0, sono tutti a favore della Errani, ma le due non si incrociano da quattro anni. Passa anche Jasmine Paolini. La 24enne di Castelnuovo di Garfagnana, n. 94 del ranking, e alla seconda presenza del tabellone principale, ha battuto 6-4 6-3 la spagnola Aliona Bolsoya, n.97, che l’anno scorso a Parigi aveva raggiunto gli ottavi. Per lei adesso Petra Kvitova, semifinalista nel 2012 e mai incrociata precedentemente in carriera. […] Esce sconfitto e acciaccato Fabio Fognini dal primo turno contro il kazako Michail Kukushkin. Fabio, alla terza presenza sul circuito dopo l’operazione a entrambe le caviglie subita a fine maggio, ha faticato da subito contro il rivale non irresistibile sulla terra. La situazione del campo così diversa dal solito lo ha messo ancora più in difficoltà. La forma mostrata dal 33enne numero 15 al mondo nelle prime uscite non è stata certo all’altezza della sua fama e delle sue capacità, ma era prevedibile dopo un intervento così invasivo subito appena quattro mesi fa. Le condizioni di Fognini, seguito anche a Parigi da Corrado Barazzutti, non sarebbero tali da pregiudicare il resto della breve annata tennistica: «Sono fiducioso – ha detto il capitano di Davis -, mi auguro che Fabio riuscirà a giocare fino alla fine della stagione».

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La magia di Sinner nel gelo di Parigi. Adesso può sognare (Crivelli). Sinner spiana Goffin. Nel freddo di Parigi vanno forte gli italiani (Piccardi). Sinner che esordio: fuori Goffin. E Cecchinato cancella due anni (Scanagatta)

La rassegna stampa di lunedì 28 settembre 2020

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La magia di Sinner nel gelo di Parigi. Adesso può sognare (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ciò che misura la virtù di un uomo non sono gli sforzi, ma la normalità. Sinner è un rivoluzionario tranquillo, perché fa apparire semplice il debutto al Roland Garros e per di più sul Centrale, una delle chiese laiche dello sport mondiale che qualche brivido deve pur lasciartelo, anche se mette un po’ di tristezza vederlo frequentato solo da mille spettatori intirizziti. C’era la qualità dell’avversario, l’amico Goffin con cui si allena spesso a Bordighera, abituato da anni a frequentare i piani nobilissimi della classifica. E c’erano condizioni ambientali ovviamente mai sperimentate nello Slam parigino, che da tradizione si gioca tra maggio e giugno, non a cavallo tra settembre e ottobre, e perciò regala cielo plumbeo, vento, pioggia e temperature da ghiacciaia (quando si comincia, alle 11 del mattino, la temperatura percepita è di 6 gradi): eppure Jannik, senza fare una piega, passa sopra i previsti pericoli e domina la partita con la personalità del califfo di consumata esperienza, come se i 19 anni compiuti poco più di un mese fa fossero solo un numero da giocare alla roulette. Puntando sul rosso, ovviamente. Colpi pesanti Tra l’altro l’allievo di Riccardo Piatti potrà fregiarsi del titolo onorifico di primo giocatore della storia ad aver vinto un match sotto il tetto dello Chatrier, la grande novità di quest’anno prima che il virus imponesse anche le sue, di regole.

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Se Jannik non fosse titubante con il servizio, almeno nel primo set, la lezione risulterebbe ancor più dura per il belga, fallosissimo sul rovescio, praticamente inesistente con la seconda palla e sistematicamente in difficoltà di fronte alla profondità degli scambi dettati dalla potenza del rivale italiano. Peraltro, sistemata la battuta, dal 5-5 del primo parziale Sinner metterà in fila 11 game consecutivi che sotterreranno le residue velleità del tenero David. Ed è proprio questo che sorprende: a un certo punto è apparso addirittura normale che il numero 74 del mondo fosse padrone della scena contro il numero 12

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Intanto lui ci sta facendo l’abitudine a metterli sotto. Il 31 dicembre 2018 era un ragazzetto pressoché sconosciuto e in classifica si segnalava un 551 accanto al suo nome. Ventun mesi dopo ha già battuto 5 volte un giocatore tra i top 20, dimostrando pure di saper gestire con maggior lucidità di un veterano le condizioni estreme: «Non è stato semplice, il campo è piuttosto lento. Il tetto di sicuro aiuterà nei prossimi giorni quando è prevista pioggia. Fortunatamente sono riuscito a palleggiare due volte nei giorni scorsi sul Centrale, ma c’era più vento e faceva anche più freddo». A Goffin, invece, tra le altre cose è mancata sicuramente un po’ di tempra mentale, visto che i programmi prima di Parigi prevedevano un matrimonio che non c’è mai stato: «Dovevo sposarmi il 19 settembre (con Stephanie, la fidanzata storica da 8 anni, ndr) ma a causa del Covid abbiamo dovuto rinviare la cerimonia. Così sono andato a Roma, ma è stato un errore, non c’ero con la testa. Poi mi sono allenato cinque giorni a Montecarlo, pensavo di aver ritrovato una buona forma». E dunque a Sinner va riconosciuto qualche merito nella ripassata

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Speriamo che David sia facile profeta. Intanto il tabellone apre squarci molto interessanti a Jannik: al secondo turno troverà il qualificato francese Benjamin Bonzi, numero 227 Atp uscito dalle qualificazioni, ed eventualmente al terzo turno uno tra il francese Paire e l’argentino Coria, prima di un eventuale ottavo contro Alexander Zverev. Dalla stessa parte c’è pure Nadal, ma al momento è meglio limitare i sogni all’oggi. Anche se dalla normalità di Sinner ormai bisogna attendersi solo eventi straordinari.

Sinner spiana Goffin. Nel freddo di Parigi vanno forte gli italiani (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

David Goffin, n.12 del mondo, è la prima foglia a cadere in questo Roland Garros autunnale, scattato sotto la pioviggine di Parigi, al freddo e in piena emergenza Covid. Jannik Sinner da Sesto Pusteria, 19 anni, è già troppo forte per il belga: al suo debutto parigino, per la prima volta sul centrale che inaugura la chiusura del nuovo tetto, l’azzurro non trema e si guadagna in tre set una sfida potabile con il francese Bonzi. È un torneo insapore, con tutti i disagi dei frutti che si vogliono portare per forza in tavola fuori stagione. È arrabbiato Forget, direttore del Roland Garros, che sognava 11.5oo spettatori al giorno (distanziati, parbleu) e invece per ordini del governo francese ne può ospitare solo mille; sono infastiditi I giocatori, protagonisti dopo l’Open Usa del secondo Slam pandemico, costretti a misurarsi la febbre a ogni piè sospinto: a New York si facevano più tamponi e si viveva in una bolla impermeabile, a Parigi i controlli sono più laschi e l’hotel dei tennisti è aperto ai turisti; ed è furibondò anche Rafa Nadal, padrone del torneo per 12 volte: sostiene che il cambio di palle, da Babolat a Wilson, non lo favorisca.

[…]

Un Sinner in grande spolvero, ma è grand’Italia su tutti i campi. Cecchinato, rinvigorito dalla cura ricostituente di coach Sartori e uscito a testa alta dalle qualificazioni, vola al secondo turno battendo De Minaur: è la prima vittoria Slam del siciliano da Parigi 2018, l’edizione in cui raggiunse a sorpresa la semifinale. Ed è brillante anche Travaglia, che conferma la forma messa in mostra al Foro Italico prendendosi lo scalpo di Andujar.

[…]

Sinner che esordio: fuori Goffin. E Cecchinato cancella due anni (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Via al Roland Garros-Era Open n.53, primo di sempre a fine settembre causa Covid. La prima con il Philippe Chatrier coperto da un tetto. II primo a vincerci è stato la più grande promessa del tennis italiano, Jannik Sinner. II Pel di Carota della Val Pusteria, 19 anni compiuti il 16 agosto e n. 74 ATP (n.1 fra gli under 20), ha battuto nuovamente e in 3 set, 75 60 63, il belga David Goffin, 30 anni, n.12 ATP e n.11 a Parigi (manca Federer). Goffin era stato il primo top-ten battuto dall’allievo di Riccardo Piatti, a febbraio a Rotterdam, torneo indoor. Da allora i due si erano allenati spesso insieme, a Montecarlo dove entrambi hanno la residenza, e a Bordighera al Centro Piatti. Fino a diventare amici.

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II torneo sembra essere la grande opportunità per Rafa Nadal di vincere il suo Roland Garros n. 13 nonché lo Slam n.20 che gli consentirebbe di eguagliare i 20 del grande assente Federer. Ma il sorteggio gli ha piazzato nella sua metà di tabellone il vincitore dell’US Open Thiem, finalista delle ultime due edizioni, semifinalista delle due precedenti. Così sono salite le azioni di Djokovic. Per Sinner si trattava invece di un esordio. E non poteva essere più felice. Dopo un primo set caratterizzato da 4 break di fila e di tennis bruttarello. Sul campo umido e pesante le palle Wilson parevano gatti arrotolati. Goffin, servendo sul 5-6, ha regalato 3 punti e mollato il game di servizio con un rovescio fuori d’un metro. Vinto quel set in 53 minuti, per un Sinner rinfrancato è stata tutta discesa: ha inanellato 11 game di fila, fino al 3-0 del terzo set. Non sarebbe stato più ripreso da un Goffin presto rassegnato.

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Cecchinato, sceso a n.110 da n.16 è tornato alla vittoria in uno Slam. Tranne che per la stupefacente semifinale parigina del 2018 aveva perso 11 volte al primo turno. Stavolta ha invece battuto l’australiano De Minaur, n.27 ATP, 76 64 60, quarto finalista al recente US open. «Sto tornando a essere il Cecchinato di 2 anni fa… ho messo più muscoli, ho un nuovo team, è tornata la fiducia, mi diverto anche a lottare» ha detto il neopapà. Felice anche Travaglia, n.73: ha battuto Andujar, n.50, 63 63 64 nel giorno in cui Wawrinka, dominando Murray 61 63 62, ha dimostrato che lo scozzese ex n.1 del mondo non è proprio guarito.

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Rassegna stampa

Rafa-Serena per la storia (Grilli). L’apertura di Parigi è Sinner con Goffin (Azzolini). Musetti trionfa a Forlì: «Adesso voglio la top-100» (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 27 settembre 2020

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Rafa-Serena per la storia (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Appuntamento con la storia. Succede infatti che questo stralunato e sfortunato Roland Garros, stretto tra la morsa del Covid (escluso un furibondo Verdasco perché positivo, ammesso Paire) e di un autunno che sembra avere già invaso i campi del Bois de Boulogne, possa riscrivere gli almanacchi. Parliamo naturalmente di Rafael Nadal e Serena Williams, che provano di nuovo a pareggiare il record di titoli Slam vinti, in possesso di Roger Federer (20, che tornerà a giocare solo nel 2021) e di Margaret Court (24). I due campioni partono però da situazioni diverse: Rafa Nadal è l’incontestato re di Parigi, dove ha trionfato 12 volte su 15, vincendo la bellezza di 93 partite su 95. Serena Williams invece, dal trionfo agli Open d’Australia del 2017 ha disputato quattro finali, mentre a Parigi – lo Slam dove ha vinto di meno, “solo” tre volte – non è andata oltre il quarto turno nel 2018 e il terzo un anno fa. Dopo un’assenza di sei mesi, Nadal è tornato in campo a Roma dove – dopo aver facilmente domato Carreno Busta e Lajovic – si è trovato improvvisamente disarmato (e privo anche del servizio) di fronte alle fiondate di Schwartzman. La Williams – ieri ha festeggiato 39 anni – l’abbiamo vista arrancare sin dall’inizio a Flushing Meadows, vincere quattro partite al terzo set solo grazie alla grinta e alle martellate che spediva quasi da ferma, arrendendosi poi in semifinale di fronte alla Azarenka, comincerà (come a Flushing Meadows) con la connazionale Ahn, al secondo turno potrebbe incrociare la Pironkova, avversaria nei quarti di New York, poi negli ottavi ancora la Azarenka. Non facile, quindi. In campo maschile si stacca naturalmente Djokovic. A Roma non ha impressionato, ha vinto senza sfidare nessun Top 10, poi c’è Thiem, finalista quest’anno in Australia e vincitore a New York. […] In campo femminile la Halep su tutte: è l’unica imbattuta dopo il lockdown (10 partite vinte su 10) e a Roma si è mostrata nettamente superiore alle rivali. Non ci sarà la campionessa uscente e numero 1 del mondo Barty, non ci saranno Osaka e Andreescu, possono fare strada Pliskova – se avrà superato l’infortunio di Roma – Azarenka, Svitolina, Muguruza, che su questi campi ha vinto quattro anni fa. […]

L’apertura di Parigi è Sinner con Goffin (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

L’uomo che ha portato il tennis nella fantascienza, e ha firmato un record di 12 trionfi in un unico Slam fece una promessa al termine del Roland Garros di un anno fa, subito dopo i baci al trofeo e le pose rituali in cui prende a morsi (finti, quelli veri li riserva agli avversari) la Coppa dei Moschettieri. «Proverò a conquistate il trofeo anche il prossimo anno». Il tredicesimo. Impresa fuori da qualsiasi paragone fantascientifico. Lungo la strada che là conduce, Rafael Nadal ha però scoperto nuovi avversari. Uno già frequentato e conosciuto (e battuto), Dominik Thiem, giunto ormai a maturazione completa. L’altro infido e non meno fantascientifico, un virus che ha cambiato la faccia del mondo, e sta cambiando quella del tennis, unico fra gli sport più cosmopoliti e sopranazionali a dover fare i conti con le restrizioni (giuste, sbagliate o sciocche che siano) imposte da un numero di Paesi superiore a quelli che siedono alle Nazioni Unite. Succede, a puro titolo di esempio, che nella Francia parecchio restia a dichiarare disastrose le scelte fin qui operate in materia di precauzioni e distanziamento sociale, il Roland Garros abbia imboccato la strada opposta, quella della caccia a ogni singola entità biologica che abbia caratteristiche di agente patogeno. I colleghi de L’Équipe, non privi di humor, hanno ribattezzato “Crash Test” il sistema di esame anti-Covid cui vengono ripetutamente sottoposti i tennisti. Noah Rubin, discreto tennista ma ottimo comunicatore, si è chiesto se la sconfitta subita nelle qualifiche non sia dipesa dalla parte di cervello che gli è stata asportata durante il test: «Non voglio parlare nemmeno di chirurgia, ma di bassa macelleria», si è sfogato. Sembra che il tampone nasale non si limitino a sfregarlo, ma lo facciano salire fin quasi a farlo uscire dall’orecchio. La raccolta di informazioni ha fermato parecchi tennisti (Dzumhur, l’ultimo caso) molti dei quali negativi, ma accompagnati da coach positivi. […] Si va in scena oggi, nella speranza che la bolla tenga, e che il pubblico si comporti in termini corretti. E forse si tornerà a parlare del 13° trofeo di Rafa e di chi potrebbe negarglielo. L’ouverture è affidata a Jannik Sinner, ore 11 sul Centrale. Un impegno difficile, contro Goffin, per un 19enne alla prima sortita nel tabellone principale dello Slam alla Porte d’Auteuil. […]

Musetti trionfa a Forlì: «Adesso voglio la top-100» (Riccardo Crivelli; La Gazzetta dello Sport)

Il Rubicone non è troppo lontano e intanto Lorenzo Musetti ha attraversato il suo: al culmine di due settimane favolose tra Roma e Forlì, vince il primo Challenger in carriera a 18 anni e si proietta al numero 138 del mondo, confermando una crescita tecnica e caratteriale da stella emergente. Nel bel torneo sulla terra romagnola Lorenzo, invitato con una wild card, piega in finale 7-6 (2) 7-6 (5) il brasiliano Monteiro, 89 Atp, giocando i punti decisivi con più freddezza ed esperienza del rivale, mostrando il consueto bagaglio tecnico ricco di inventiva e soluzioni d’attacco. Dopo aver sconfitto Wawrinka e Nishikori agli Internazionali, in questa settimana Musetti ha battuto altri quattro top 100: oltre al rivale della finale, c’era già riuscito con Tiafoe, Seppi e Harris. Ovviamente non sta più nella pelle dalla felicità: «E’ un sogno che si avvera. L’anno scorso ci ero andato vicino a Milano, quest’anno a Trieste, fermandomi in semifinale in entrambi i tornei: a Forli mi sono trovato benissimo sin dal primo giorno e ho raggiunto l’obiettivo. Credo di essermelo meritato, è stata una settimana di grande tennis. Dedico il titolo alla mia famiglia e al mio team. In campo vado io, ma dietro c’è tantissimo lavoro che non si vede». E sul futuro: «Non sono ancora nessuno nel circuito. Sto giocando molto bene, ho battuto tanti top 100 nelle ultime due settimane e non me lo aspettavo. Ora devo continuare a crescere senza fretta. Obiettivi? Adesso voglio la top 100, ci proverò entro fine stagione».

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