Berrettini 9 e lode, Sinner via col 100, Fognini non molla (Cocchi). Sonego, prima volta in Davis (Guerrini)

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Berrettini 9 e lode, Sinner via col 100, Fognini non molla (Cocchi). Sonego, prima volta in Davis (Guerrini)

La rassegna stampa di martedì 22 ottobre 2019

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La corsa continua. Berrettini 9 e lode, Sinner via col 100, Fognini non molla (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Ci stanno facendo divertire, emozionare, anche spaventare. Ma quanto è divertente questo finale di stagione tutto azzurro che colora il cielo grigio di fine ottobre. Matteo Berrettini e Fabio Fognini corrono per arrivare alle Finals di Londra, Jannik Sinner per un posto fisso tra i 100 che lo renderebbe il più giovane di questo ristretto club di fenomeni. La corsa continua tra Vienna, dove ieri è sceso in campo Matteo Berrettini e oggi toccherà a Jannik Sinner, e Basilea, terra di sua altezza Roger Federer, dove sono in gara gli altri pretendenti alle Atp Finals, a partire da Fognini, per continuare con David Goffin e Roberto Bautista Agut. Si merita un nove Matteo Berrettini, come la posizione virtuale che occupa nel ranking live (11 quella ufficiale di ieri). E fa proprio una bella impressione. Manca una settimana e tante partite per avere la certezza della top 10 ma la vittoria contro Edmund, e l’annuncio di Kei Nishikori che si toglie dai giochi per operarsi al gomito destro, lo proiettano momentaneamente tra i migliori dieci. E l’ottava posizione della Race to London per ora è confermata. Dopo una settimana di «riposo» al rientro da Shanghai, dove ha raggiunto la prima semifinale Masters 1000, Berrettini si è presentato al primo turno sul veloce indoor di Vienna un po’ arrugginito. Contro Kyle Edmund la situazione sembrava avviata verso il peggior epilogo possibile: a metà del primo set Matteo inciampa e la sua caviglia destra si torce pericolosamente. Il timore dell’infortunio è tanto, la caviglia è la stessa che lo aveva fermato questa estate. Si muove male, ha paura di correre. Chiama il trainer. Perde il primo set, la faccia è abbacchiata. Poi, nel secondo parziale il romano inizia a muoversi con maggiore velocità e scioltezza e si riporta in pari nel secondo set. Nel terzo si rivede il Berrettini dei bei tempi, complice anche un calo del britannico che, non a caso, rimedierà l’ottava sconfitta consecutiva: «Il campo è nuovo, un po’ ruvido e sono inciampato — ha dichiarato il nella conferenza stampa post match —, si è addirittura staccato un pezzo di gomma dalla scarpa. Sul momento non ho sentito nulla, poi ha iniziato a fare un po’ male. Mi sono distratto, ho avuto paura, non mi sentivo sciolto. Nel secondo set per fortuna ho fatto una bella prestazione, ho ritrovato la forza necessaria e alla lunga ne sono uscito al meglio». Oggi per Matteo giornata di riposo prima del secondo turno contro Dimitrov: «Vorrei fare un giro al Prater e mangiare una fetta di Sachertorte», sempre che coach Santopadre sia d’accordo […]

Sonego, prima volta in Davis (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

Nella nuova insalatiera ci sono ingredienti a cinque stelle e tra questi l’Italia. E nell’Italia di capitan Corrado Barazzutti c’è una novità torinese, Lorenzo Sonego. A dire il vero, Barazzutti avrebbe voluto portare come sesto uomo per fargli fare esperienza Jannik Sinner, ma poi deve avere pensato con Riccardo Piatti che a Jannik serva di più lavoro e riposo dopo una lunga stagione, a 18 anni. E allora avanti con Matteo Berrettini, Fabio Fogninl, Sonego, Andreas Seppi e Simone Bolelli esimio doppista, verso la rinnovata Coppa Davis, dal 18 al 24 novembre alla Caja Magica di Madrid. Diciotto squadre, divise in sei gironi per una coppa. Come dire, ogni partita conta, per la gioia degli organizzatori capitanati da Gerard Piqué. Le prime di ogni gruppo e le due migliori classificate ai quarti. E l’italia ha ambizione. Il girone pero è tosto: ci sono gli Usa di Fritz, del perticone Opelka, Querrey, Tiafoe e Sock. E c’è il Canada di Auger-Aliassime, Raonic, Shapovalov, Pospisil. Gli azzurri debutteranno nello stadium due proprio contro il Canada il 18 novembre, in sessione serale. Martedì seguiranno Canada-Usa e mercoledì 20 la sfida con gli Usa. Ogni partita prevede due singolari e un doppio al meglio dei tre set. Negli ipotetici quarti l’Italia giocherebbe il 21 sera contro la vincitrice del gruppo D (Belgio, Australia, Colombia) se vincitrice del proprio Girone F, oppure come seconda, avrebbe al venerdì la vincente del gruppo A (Francia, Serbia, Giappone) o del gruppo B (Croazia, Spagna, Russia). Il capitano sul sito della Fit si è dichiarato raggiante: «Ho sempre sperato di avere una squadra così forte, con un grande futuro. Disporre di un gruppo dal potenziale enorme aiuta ad ottenere risultati. Arriviamo a queste finali con tante speranze in più e la consapevolezza di essere molto competitivi. Sono circa 20 anni che lavoro con la Federazione e l’auspicio era di arrivare proprio a questo punta. Penso sia stato fatto un gran lavoro, dal punto di vista organizzativo da parte dei dirigenti, e a livello tecnico per quanto riguarda noi uomini sul campo. Avevo bisogno di giocatori intercambiabili perché ogni punto, anche se a risultato acquisito, conterà per la classifica del gruppo». Ora Barazzutti dovrà aiutare l’allenatore di Sonego a far ritrovare fiducia al ragazzo torinese, che ieri ha perso ancora al primo turno contro Fucsovis, ungherese emerso dalle qualificazioni, a Vienna. Matteo Berrettini invece ha provato dolore e un brivido nel corso del primo set, ricadendo male sulla caviglia destra, lui che ha già avuto problemi anche recenti. Persa la prima partita ha recuperato però mobilità e fiducia, confermandosi gran lottatore, al punto da rimontare ed eliminare il pericoloso britannico Kyle Edmund. Buon auspicio per la rincorsa alle Atp Finals e per una Davis che sarà, appunto, stellare […]

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Nadal rinasce alle Finals, Federer-Djokovic da brividi (Scanagatta-Ferri). Indomabile Nadal (Crivelli). Pazzesco Nadal, rimonta-show (Marcotti)

La rassegna stampa di giovedì 14 novembre 2019

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Nadal rinasce alle Finals, Federer-Djokovic da brividi (Ubaldo Scanagatta-Roberto Ferri, La Nazione)

Rafa Nadal ha sette vite come i gatti e alle Finals di Londra si è salvato per il rotto della cuffia con Daniil Medvedev che, avanti 5-1 e matchpoint nel terzo e decisivo set, stava ormai già assaporando la rivincita per la finale perduta al quinto set nell’ultimo US Open. Una smorzata vincente di rovescio, dopo aver prima sospinto il russo fin sui teloni di fondocampo, ha salvato Nadal che, avendo già perso il match d’esordio qui all’02 Arena con Zverev aveva ormai un piede sotto la doccia e l’altro quasi certamente sull’aereo che lo avrebbe riportato a Maiorca. Medvedev, n.4 ATP e protagonista di un finale di stagione straordinario, quasi tutte finali, ne starà ancora parlando con il suo mental coach cui chiederà: «Come ho fatto a perdere due servizi di fila – sul 5-2 e sul 5-4 – senza mai arrivare a 40?». La scongiurata sconfitta di Nadal, autore di una prodigiosa rimonta: «Sono stato molto fortunato, di solito questi match si perdono», sarebbe stata una brutta notizia per gli acquirenti dei biglietti delle semifinali. Infatti di sicuro sabato verrà già a mancare il perdente dello scontro all’ultimo sangue di stasera, una sorta di vero quarto di finale, fra Roger Federer e Novak Djokovic. Dominic Thiem è già sicuro di chiudere a n.1 del gruppo Borg, nel quale Matteo Berrettini è l’altrettanto sicuro n.4 anche se oggi alle 15 dovesse battere l’austriaco in un match che conta solo per i soldi e il prestigio. Ora Nadal, grazie al match vinto, sa che basta che Djokovic non vinca il torneo per chiudere l’anno a n.1 del mondo per la quinta volta. Stasera (ore 21), insomma, tiferà Federer nel duello n.49: 26 a 22 i precedenti per il serbo. […]

Indomabile Nadal (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La sconfitta è solo uno stato dell’anima. Allontanarla, esorcizzarla, combatterla rappresenta il primo passo verso l’immortalità. Rifiutarsi di perdere ogni singolo scambio, ogni singolo game, ogni partita che hai la fortuna di giocare: quando Nadal si starà godendo la vita fuori dal tennis, questa sarà la sua eredità più grande, insieme ai risultati giganteschi. Rafa era perduto, e si è ritrovato. Le Finals – il torneo più ostico, mai vinto in carriera e che per ben 7 volte in 15 qualificazioni ha dovuto guardare alla tv causa infortuni – stavano di nuovo per voltargli le spalle: già sconfitto da Zverev all’esordio, il guerriero indomabile infiacchito dall’ennesimo guaio fisico (stiramento all’addome rimediato prime della semifinale di Bercy) ha visto da vicino l’abisso, sotto 5-1 nel terzo set e con un match point per Medvedev. La rivincita delle finali di Montreal e degli Us Open offre uno spettacolo di qualità elevata: il russo vince il primo set perché è più aggressivo e serve meglio, ma quando Nadal finalmente alza il ritmo e torna pungente di dritto, il match finisce dalla sua parte. Solo che a inizio terzo set Rafa si spegne, come se la preparazione sommaria di queste due settimane gli chieda il conto tutto d’un tratto e a Daniil, che serve come un ossesso, non par vero di comandare indisturbato mentre l’altro tira corto o fuori. Nel sesto game, il numero quattro del mondo si procura un match point, che il satanasso maiorchino annulla con una smorzata, ma sembra solo aver ritardato un destino ormai avverso. E invece il russo si incarta alla battuta, concede qualche regalo e resuscita lo squalo. Rafa mette insieme cinque game di fila. Medvedev si salva da campione con tre vincenti da 0-30 nel 12° game, ma al tie break si offre al sacrificio con un dritto largo e un rovescio fuori di un’unghia. Diavolo d’un Nadal, da morto a sopravvissuto in un amen: «Sinceramente sul 5-1 pensavo che cinque minuti dopo sarei stato sotto la doccia. Ho giocato un gran punto sul match point, ma contro di lui è diffìcile immaginare di risalire, soprattutto sui campi indoor dove si giocano meno scambi. Però sul 5-3 ho cominciato a crederci, avevo solo bisogno di rimanere dentro il match, di fargli sentire la pressione». Resta comunque un’impresa eroica: «In partite così, contano tanti fattori: un po’ di fortuna, qualche errore del tuo avversario, qualche buon punto tuo. Sono soddisfatto perché la condizione fisica è buona considerato il poco allenamento, ma posso senz’altro giocare meglio». Adesso Djokovic deve per forza vincere il torneo se vuole detronizzarlo. Ma non è da un primato che si giudica un fuoriclasse, semmai dall’ammaestramento costante di una carriera inimitabile: «Non bisogna mai arrendersi, però non si deve essere da esempio solo per un giorno, perché hai fatto una bella rimonta. L’esempio è quello che dai ogni giorno, per tutta la tua vita: l’esempio di non spaccare una racchetta per la rabbia quando sei sotto 5-1, oppure di non perdere il controllo quando ti sembra che le cose non funzionino in campo. E poi occorre riconoscere gli errori e trovare il modo di commetterne il meno possibile: io li accetto fin da quando sono ragazzo». Per questo nell’Olimpo c’è già un posto speciale per lui.

Pazzesco Nadal, rimonta-show (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Fortuna, bravura e l’involontario aiuto dell’avversario. Sono gli ingredienti dell’entusiasmante rimonta riuscita ieri pomeriggio a Rafael Nadal. Non una delle sue migliori prestazioni di sempre, eppure una di quelle vittorie che resterà nel glorioso palmarès del maiorchino. Non tanto per la posta in palio, quanto per come è riuscito a recuperare una partita che sembrava irrimediabilmente persa. Comprimario involontario dell’impresa nadaliana, il russo Daniil Medvedev. Che ieri è uscito dal campo della 02 Arena furioso non meno che incredulo. Medvedev, in pieno controllo del match, si era issato 5-1 nel set decisivo, con un match-point a disposizione. Due break di vantaggio apparivano come un’assicurazione sulla vittoria invece, proprio sul più bello, il vento è improvvisamente girato. E’ accaduto che il numero 1 al mondo prima salvasse il match-point, quindi, al termine di un’entusiasmante rimonta, battesse il giovane russo. Il match ha elettrizzato la 02 Arena, fin lì sonnolenta per il monologo del russo. «La verità è che sono stato super-fortunato – ha minimizzato a fine match Nadal – Mi dispiace per Daniil perché è una sconfitta pesante. Stava giocando molto meglio di me nel terzo set- Ma evidentemente era il mio giorno, sono cose che capitano una volta su mille». Quando c’è di mezzo Nadal, sempre così ostile alla sconfitta, forse un po’ più spesso. […]

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La sconfitta di Berrettini alle Finals sulla stampa italiana (Crivelli, Canevazzi, Marcotti, Rossi, Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 13 novembre 2019

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Altra lezione di Federer, ma Berrettini sta imparando (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La belva ferita non perde ranima e ruggisce quando il duello con il giovane leone si fa più minaccioso. No, questo non è il Centrale di Wimbledon, dove Berrettini si sciolse di fronte a Federer prima ancora di incrociarlo: stavolta Matteo combatte, trascina il mito nei meandri di una sfida brutta, sporca e in equilibrio, fino a un tie break che indirizza il primo set e la partita. È in quei momenti di tensione che un Roger fin lì appena ordinario alza la voce, cominciando con un ace e mettendo sempre la prima, mentre l’avversario lo omaggia di un dritto lungo e un doppio fallo. Stille di classe del Divino, quanto basta per scrostarsi la ruggine di un finale di stagione al solito ansimante e prendersi subito il break nel game iniziale del secondo set, perché l’eroe azzurro ha avvertito il colpo. E quando finalmente Berretto si procura tre palle break nell’ottavo game, le prime e uniche del match nonché le chiavi per riaprire la contesa, Federer si affida di nuovo al servizio, anche se un paio di risposte di dritto non impossibili andavano gestite meglio da Matteo. Il Maestro, che in carriera non ha mai perso il secondo match delle Finals, perciò sopravvive, e si giocherà le ultime chance con Djokovic, ritrovandolo dopo il trauma della finale di Wimbledon, mentre Berrettini, quando Thiem vince il secondo set contro Nole, non ha più speranze di qualificazione e contro l’austriaco metterà in palio solo l’onore. «Quando perdi – ammetterà Berrettini – non sei mai felice, ma non ho rimpianti. Ho avuto qualche chance, i tre break point, qualche suo game di servizio sul 30 pari, ma ha sempre servito bene e io ho mancato qualche risposta. Il tie break non è stato granché, ma lui non mi ha concesso nulla. Quando stai giocando non immagini la tua partita sugli errori o le condizioni dell’altro. Io sono entrato in campo convinto che avrei potuto batterlo pure se lui fosse stato in gran forma. Mi sono avvicinato, non è bastato, ma non sono deluso». […]

Berrettini lotta e perde. Federer passa al tie-break (Ruggero Canevazzi, La Nazione)

 

Allo scorso Wimbledon, subito dopo il 62 61 61 patito da Federer, Matteo Berrettini era andato a rete a stringere la mano al suo giustiziere, l’idolo di sempre, e con un sorriso mesto gli aveva sussurrato: «Grazie della lezione Roger!». Qui a Londra nessuno si era sentito di pretendere dal romano una vendetta per quella batosta. Gli si era chiesto invece di giocare meglio, di mostrare quella personalità che nella seconda metà della stagione gli ha consentito di cogliere scalpi e trofei importanti. E Matteo, pur perdendo nuovamente con il suo Maestro, 76 (2) 63 in 78 minuti, ha assolto più che dignitosamente il compito, lasciando intravedere ampi margini di progresso sia con il rovescio sia con la mobilità sulla quale dovrà ancora lavorare parecchio, anche se quando si è alti un metro e 96 cm non è un gioco da ragazzi. Nel primo set Matteo non ha mai perso il servizio, ha concesso un’unica pallabreak sul 5-6 – un setpoint – ma l’ha annullata con decisione e coraggio: gran servizio e smash al volo. Gli altri cinque turni di battuta aveva dominati, con una percentuale di “prime” superiori al 70%. Anche Federer, sei volte campione al Masters di fine stagione e alla sua diciassettesima partecipazione, non gli aveva lasciato che briciole in sei game di battuta: 5 punti in tutto. L’aver raggiunto il tiebreak contro Federer era però già un discreto traguardo. «Lì però mi hanno tradito proprio i miei colpi migliori: un dritto sull’1 pari e poi il doppio fallo sul 4-2». Questione di esperienza. Perso il tiebreak a quel modo Matteo ha subito il contraccolpo psicologico. Ha ceduto a 0 il primo game del secondo set e fino al 3-4 non ha avuto chance di recuperare. Lì però ecco tre palle break per il 4 pari. Purtroppo tutte servite da Roger sul dritto di Matteo che ha sbagliato 3 risposte su 3. «Mi ha cercato spesso il dritto sul mio lato destro, per impedirmi di giocare il mio dritto anomalo a sventaglio, ma poi ha spesso approfittato del mio rovescio che non è ancora all’altezza di questi livelli» spiegava Matteo. Aggiungendo orgoglioso: «Arriverò a battere questi campioni».

Matteo a testa alta: «Ora voglio di più» (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Una resa con onore, dopo un’ora e 18′ di tennis giocato – per lunghi tratti – alla pari. Per adesso può bastare così, a Matteo Berrettini. Che insiste, anche dopo la sconfitta contro Roger Federer in quello che ormai è diventato il suo mantra personale. «Da ogni match si può imparare qualcosa. Quando giochi con i migliori impari ancora di più». Una lezione, dunque, ma diversa rispetto a quella subita meno di cinque mesi fa all’All England Club. Certo, resta il rammarico per la sconfitta, ma la crescita prosegue. Rispetto al precedente match contro Federer, ieri Matteo non solo è stato in partita fino alla fine, ma ha anche avuto diverse occasioni per indirizzare l’incontro dalla sua parte. A fare la differenza, la maggior freddezza e consuetudine di Federer nel giocare al meglio i punti decisivi. «Sono soddisfatto, per quanto lo si possa essere dopo una sconfitta – il commento dell’italiano – Ho avuto le mie chance». Due i possibili motivo di rammarico: il passaggio a vuoto nel tie-break e le tre palle-break non sfruttate nell’ottavo gioco del secondo set. Berrettini non si illude («Ha vinto il migliore»), ma sottolinea come queste occasioni, pur non sfruttate, certifichino il suo valore anche al cospetto dei migliori. «Quando sono rientrato negli spogliatoi la prima cosa che ho detto al mio team è che voglio riuscire a battere questi campioni. Oggi penso di aver dimostrato che posso giocarmela. Ma, con tutto il rispetto, voglio di più». […] Se la qualificazione alla semifinale di sabato è definitivamente sfumata, nulla toglie alla crescita di Matteo. «Rispetto a quando ho perso contro Federer a Wimbledon, oggi è stata un’altra partita. A Wimbledon ero in stato confusionale, non funzionava nulla, neppure il servizio». II futuro non può dunque che sorridere all’italiano, che negli ultimi dodici mesi ha scalato il ranking mondiale, passando dal numero 54, che aveva in gennaio, all’ingresso tra i Top 10. «Federer ha giocato questo torneo diciassette volte, immagino che anche lui in occasione della prima abbia accusato un po’ la pressione. Mi ha raccontato che gli giocavano sempre sul rovescio». […]

Federer promuove Berrettini: «Benvenuto, puoi solo migliorare» (Paolo Rossi, La Repubblica)

Gli è mancato l’attimo, il carpe diem. Matteo Berrettini che gioca quaranta minuti alla pari con Federer, cancellati in due minuti dal tie-break. E poi, il tempo di un time-out ed ecco il turno di servizio smarrito in apertura di secondo set e la sconfitta ipotecata. È andata così: 7-6 6-3 per lo svizzero. Il Masters è finito per l’azzurro, il match di domani con Thiem sarà per lui ininfluente. Però qualche sassolino se l’è tolto, dopo aver perso domenica da Djokovic. «Ho avuto delle chance, non ho grande rammarico. Non avrò giocato il mio miglior tie-break, ma Roger ha servito benissimo in quel momento. Sarà perché lui era al suo 17° Masters e io al primo. Non lo so, non posso essere deluso. Direi che rispetto a Wimbledon è stata un’altra partita. Ho giocato contro Novak, contro Roger, i ragazzi migliori, e ora li conosco meglio. E non sono mai stato a pensare se Federer fosse nella sua giornata migliore oppure no. Ho dato il meglio di me stesso». Diciamola tutta: c’era qualcuno che immaginava Matteo Berrettini con il trofeo dei Maestri? Cosa si chiedeva a un italiano finalmente seduto al tavolo dei primi otto del mondo? Che confermasse quel che di buono aveva mostrato fin qui, che mostrasse di avere le stimmate di un futuro campione e di non essere il frutto casuale di sei mesi di magia. La sua promozione al livello successivo gli viene conferita dal suo avversario. Sentite Federer: «Può solo migliorare, da qui in poi. Chi si sarebbe aspettato che Berrettini fosse qui, quando all’inizio dell’anno era fuori della top 50? Io non lo avrei mai predetto, ma sono felice di essere sorpreso perché è un ragazzo super e lo ha dimostrato». Roger dixit, e la proclamazione non finisce qui. «Matteo capirà meglio i giochi. Conoscerà meglio gli avversari. Naturalmente anche gli altri lo conosceranno meglio. Ecco, è una bella sfida». […]

C’è tempo per Matteo, a scuola dai Maestri (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sono in corso le misurazioni. Quanto fa Berrettini in centimetri? E quanto faceva a Wimbledon? Si sono avvicinati lui e Federer? È lavoro per agrimensori, più che per giornalisti, stabilire quanto e come i due abbiano accorciato le distanze, e se l’abbiano fatto davvero. Ma è un modo come un altro per dare una dimensione alla crescita di Matteo, che è stata perentoria, e in un modo che noi italiani non siamo abituati a prendere in considerazione, almeno per quanto riguarda il tennis. In fondo, tutto cominciò da lì, dal Centre Court e da una giornata di quelle infide. Matteo si era appena scoperto erbivoro (vittoria a Stoccarda, semifinale ad Halle, tre turni superati a Wimbledon) e, sebbene ora rivendichi che quella fu una delle svolte più incoraggianti della stagione, tale da spingerlo a considerazioni quanto mai benevole sui passi avanti fin lì compiuti, è difficile dimenticare come il nostro, allora, recitasse in un ruolo da attor giovane, a un passo dalla Top20. Erano gli ottavi di finale sull’erba dei Championships, la prima volta contro l’idolo Federer, la prima in un torneo del Grande Slam, la prima sul palcoscenico del Centre Court. Ci provò, Matteo, e Federer lo ridusse a un pizzico: cinque game in tre set, quanto basta per andarsi a nascondere sui monti. E invece, da quei fatti è nato il Matteo che conosciamo oggi, quello della vorticosa scalata alle posizioni di rilievo del ranking. Numero otto, figurarsi. E maestro fra i maestri a Londra. Alla faccia di chi non lo riteneva possibile. Stavolta le differenze sono sembrate decisamente ridotte. Qui troviamo un Matteo ormai sicuro di potersi misurare alla pari con i più forti. «Grandi rimpianti non ne ho», mette le carte in tavola Matteo. «Qualche punto, qui e là, avrei potuto giocarlo meglio, con più attenzione. Ma tirando le somme, ho disputato un buon match. Roger ha ritrovato tutto il suo tennis nel tie-break del primo set, insomma, quando il gioco si è fatto duro, subito gli sono spuntati gli artigli, ma nella seconda frazione, dopo aver perso il game d’avvio, sono stato io a procurarmi tre palle break. Le differenze con il match di Wimbledon? Bè, oggi ero più pronto, avevo una strategia di vittoria, sapevo che cosa fare. Sto giocando con i migliori tennisti del pianeta, li osservo da vicino, in continuazione. Mi sbaglierò, ma credo sia giusto sentirmi orgoglioso di quanto sto facendo». […]

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Profumo di Londra. Zverev boccia Nadal (Marcotti). Berrettini all’esame del mito Federer (Canevazzi). Matteo e il mito (Crivelli). Berrettini, c’è Roger (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 12 novembre 2019

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Profumo di Londra. Zverev boccia Nadal (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

La netta sconfitta subita ieri sera contro Alexander Zverev rischia di costare carissima a Rafa Nadal. Non solo complica, e non poco, la sua corsa al successo nelle ATP Finals, ma potrebbe anche pregiudicare il suo primo posto del ranking mondiale. A questo punto solo la vittoria – e sarebbe la prima volta in carriera a Londra – gli garantirebbe un Natale da festeggiare sul tetto del mondo. Viceversa sarà sorpasso, a tutto beneficio di Novak Djokovic, in campo questa sera contro Dominic Thiem. Alla nona presenza, il 33enne di Manacor ha confermato una volta di più il suo scarso feeling con il torneo dei Maestri. Troppi errori, corse in ritardo, colpi fuori misura: un campionario di insolite imprecisioni che il campione in carica delle Finals ha impietosamente messo in evidenza, aggiudicandosi il match con sorprendente autorevolezza. Certo non mancano i possibili alibi al maiorchino, a cominciare dalle precarie condizioni fisiche (infortunio ai muscoli addominali), che lo avevano costretto al forfait la settimana scorsa a Parigi-Bercy. Un infortunio che fino all’ultimo aveva reso incerta la sua presenza alla 02 Arena. Evidentemente al tedesco ha fatto bene l’aria del Tamigi, dove si è ritrovato d’incanto a capo di un’annata all’insegna dell’anonimato, mettendo a segno la seconda vittoria dell’anno contro un Top 5 dopo quella contro Roger Federer a Shanghai. E tornando a battere un numero 1 in carica un anno dopo il successo su Djokovic proprio nell’epilogo delle scorse Finals. Oggi, nel frattempo, tocca di nuovo a Berrettini. Metabolizzata la netta sconfitta all’esordio, lo attende Roger Federer. […]

Berrettini all’esame del mito Federer. Una doppia chance per la storia (Ruggero Canevazzi, La Nazione)

 

Matteo Berrettini, test numero 2 alle ATP Finals. Dopo il test numero 1 con Novak Djokovic, dove è stato respinto (62 61) con grande (ma non grave) insufficienza, quello odierno non è meno terribile: Roger Federer. Matteo è entrato fra gli Otto Maestri con pieno merito, ma per il rotto della cuffia, grazie a un finale d’annata strepitoso. Otto semifinali, inclusa quelle più prestigiose dell’US Open e del Masters 1000 di Shanghai, nonché due tornei vinti. Un balzo dal n.57 di sette mesi fa all’ottavo di novembre. La sua escalation è passata attraverso varie tappe, ma una delle più significative ha coinciso con gli ottavi di finale di Wimbledon, il torneo più leggendario fra tutti. Quel lunedi 8 luglio Matteo si trovò ad affrontare il suo idolo di sempre, Roger Federer, proprio come oggi. Ma di fronte al suo mito il Matteo più intimidito di sempre si rese irriconoscibile: 62 61 61 in 74 minuti, con appena 11 punti conquistati in 11 turni di servizio dello svizzero. «Quando due mesi dopo quella batosta Matteo affrontò Rafa Nadal in semifinale all’US Open, non ha più pensato come a Wimbledon chi avesse di fronte – ha spiegato il suo coach Vincenzo Santopadre – e spero che stavolta con Federer sarà un match diverso. Certo non ci voleva che Roger avesse perso da Thiem domenica. Oggi scenderà in campo con il coltello tra i denti per evitare un’eliminazione che per lui sarebbe clamorosa, mentre per Matteo sarebbe nell’ordine naturale delle cose». […]

Matteo e il mito: «Basta scoppole, Roger è sotto la mia pelle» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La leggerezza dei vent’anni, il cuore che batte forte, l’incontro con il mito della tua adolescenza. Solo che Berrettini, stavolta, all’idolo di una vita non chiederà l’autografo, ma dovrà provare a strappargli qualche lacrima di dolore e una complicata partita di tennis per continuare a restare aggrappato al sogno delle Finals. Già: dopo il tremendo debutto contro la miglior versione di Djokovic, Matteo sopravviverà a Londra soltanto con un successo su Federer oggi pomeriggio. Calma e sangue freddo, ragazzo. Del resto, l’hanno chiamato Masters perché è come l’università: ci trovi solo i migliori. Perciò i monumenti qui sono di casa: per Roger siamo alla partecipazione numero 17. Quando il Divino debutto, nel 2002, Berrettini aveva sei anni, faticava a tenere in mano una racchetta e il suo sport preferito era ancora il judo: «Ma non appena ho scelto il tennis, Federer mi è entrato sotto pelle». Logico dunque che al primo incrocio, quest’anno a Wimbledon, il ragazzo abbia assistito allo show di chi gli stava di fronte con l’adorazione paralizzante di una visione celestiale: e non ha toccato palla. Ma dopo quella storica ripassata, le parole del Maestro svizzero sono risuonate profetiche: «Ricordo quando persi da Agassi agli Us Open, fu davvero frustrante: ma in questi casi devi solo abbassare la testa, dimenticare in fretta, tornare a casa e lavorare ancora più duro». Detto fatto. Proprio da quel pomeriggio di tormenta, Matteo ha spiccato il volo per andarsi a prendere il premio più bello, l’elezione nel gotha dei fantastici otto: «In quella partita non ero mai stato me stesso in campo, questa volta sarà diverso e cercherò di presentarmi nella forma psicofisica migliore: vediamo cosa succede». […] Roger, nella sconfitta con Thiem, è apparso lento nel gioco di gambe e senza punch sulla palla, ma l’orgoglio di un fuoriclasse ferito e adesso condannato a vincere per forza rimane il peggior avversario da affrontare. «È come se fosse un torneo normale da qui in poi, non posso più permettermi di perdere. Esattamente come è successo per ogni settimana della mia vita per gli ultimi venti anni. Matteo, con il suo servizio e con quello che può fare, è un avversario molto ostico qui. Non ha giocato la miglior partita contro Novak, ma sarebbe stata dura per tutti. Io so che devo giocare meglio di quanto ho fatto nel primo match se vorrò avere chance di batterlo». […]

Berrettini, c’è Roger (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Chi voglia un Berrettini in formato Calippo si metta l’animo in pace. Non lo avrà mai. Non è nato di ghiaccio e non tende a trasformarsi in materia dura. «C’è dietro il tennis di Berrettini una filosofia antica, tratta da una città che dai propri eroi non ha preteso solo pane e sangue, ma divertimento. Molto divertimento». Chi l’ha scritto?Ah, si, Adriano Panatta. Non è il solo, Matteo, a costruire il tennis sulle emozioni, se la cosa può essergli di conforto dopo il brusco impatto con Djokovic, una sconfitta che a leggere alcune cronache dell’altro ieri è stata assimilata quasi a una colpa (ma si può?). Un carattere per certi versi simile al suo, lo ha mostrato in più occasioni lo stesso Federer, proprio l’avversario di oggi: l’istinto della vittoria, il piacere dello spettacolo, l’inquietudine del confronto ogni qual volta c’è da misurarsi con chi abbia avuto l’ardire di batterlo. Fra i due, Matteo e Roger, c’è il precedente di Wimbledon, quattro mesi fa. «Quanto ti devo per la lezione?»: la frase del Berretta, a chiusura del match, ormai ha fatto storia. Stefano Massari, mental coach e amico di Matteo, prese spunto da quella per sostenere la reazione «comunque positiva» alla disfatta appena subita. Era un passo avanti, che gli impone oggi di vedere “oltre” i soli tre game (con Roger furono cinque) incassati con Djokovic: «Non l’ho visto rinunciare a mettere in campo il suo tennis, anzi, ha fatto il possibile seppure in una condizione di grande disagio. Non mi è dispiaciuto il suo atteggiamento. Il ragazzo migliora…». Ma il lavoro continua «Matteo sta imparando a misurarsi con le difficoltà, più propriamente sta imparando ad accettarle. Agli inizi, quando ci siamo conosciuti, era insofferente nei confronti degli episodi negativi. Ora reagisce. Può farlo meglio? Certo, stiamo lavorando per questo, secondo il progetto voluto da coach Santopadre, che ha creato un team su misura per il giocatore». […] Oggi si gioca per restare in corsa. Chi vince ha ancora una chance, chi perde è fuori.

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