Sinner ko, finisce fuori dalla Top-100 (Scanagatta). Sinner per il "posto fisso", Berrettini sulla rampa (Cocchi). Troppo Wawrinka, Sinner fuori: «Ha giocato meglio» (Semeraro). E Sinner cresce (Azzolini)

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Sinner ko, finisce fuori dalla Top-100 (Scanagatta). Sinner per il “posto fisso”, Berrettini sulla rampa (Cocchi). Troppo Wawrinka, Sinner fuori: «Ha giocato meglio» (Semeraro). E Sinner cresce (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 20 ottobre 2019

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Sinner ko, finisce fuori dalla Top-100 (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Ora si dirà che è come la favola della volpe e l’uva acerba, ma è quasi meglio che dopo i peana esaltanti dei giorni scorsi, il nostro enfant prodige della Val Pusteria Jannik Sinner, abbia subito alla sua prima semifinale del circuito maggiore ATP una lezione piuttosto severa (63 62 in poco più di un’oretta) e più dura che due mesi fa all’US Open da Stan Wawrinka. Avesse battuto già ieri un campione di 3 Slam, che giocava la sua sessantesima semifinale e che oggi giocherà contro il redivivo Andy Murray la sua trentesima finale, anche per un ragazzo con la testa sulle spalle come il simpatico Jannik, sarebbe stato forse controproducente. Meglio che si sia reso conto che la strada è ancora lunga. Sa che anche ove dovesse emergere ai livelli di cui la gente già mormora – futuro top-20, top 10 – gli esempi di Federer, Nadal, Djokovic dimostrano che anche quando si è al vertice del tennis mondiale i veri grandi professionisti non smettono di lavorare duro. Anzi. Sennò non si riesce a essere super-competitivi a 38, 33 e 32 anni. Bene dunque che un bel bagno di umiltà sia arrivato tramite un Wawrinka che non era certo l’arrendevole Monfils di giovedì. Era stato molto più tenace Tiafoe venerdì. Però anche ieri i primi due game della semifinale, vinti da Sinner che aveva strappato la battuta a 15 allo svizzero nel game iniziale, erano stati a dir poco impressionanti. Due game da top-10. Poi però ecco la discontinuità tipica dei ragazzini: sul 2-1 ha messo solo due primi servizi su 8 e perso il game di battuta. Il match è girato. Wawrinka, dallo 0-2 ha fatto cinque game di fila, per chiudere 6-3, lasciando solo 4 punti in 4 turni di battuta. Nuovo break per lo svizzero ad inizio secondo set. Ultima chance per recuperarlo per Jannik, sull’1-2, ma Stan the Man è venuto a prendersi il punto attaccando. E’ finita li, in pratica. Intanto il giapponese Yasutaka Uchiyama raggiungendo la finale al challenger di Ningbo, lo ha sbalzato fuori dai 100 di un posto (n.101 lui, n.100 Caruso).

Sinner per il “posto fisso”, Berrettini sulla rampa (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

Quota 100 è lì. Jannik Sinner la può toccare, sfiorare. Venerdì scorso l’aveva afferrata, ma solo per un giorno, grazie alla vittoria nei quarti contro Frances Tiafoe. Da domani, con l’uscita del ranking aggiornato, il 18enne della Val Pusteria sarà numero 101 (superato dal giapponese Uchiyama) e già questa settimana, grazie alla wild card ottenuta all’Atp 500 di Vienna, potrà tentare l’attacco definitivo alla top 100 diventando, a 18 anni e due mesi, il più giovane italiano a riuscirci da Diego Nargiso nel 1988, oltre che il più giovane nel club dei cento migliori al mondo, un anno più giovane del canadese Auger Aliassime. Resta comunque una settimana da ricordare quella appena trascorsa ad Anversa per il gioiello di Riccardo Piatti. Al secondo turno ha rispedito a casa Gael Monfils, ai quarti ha vinto il duello tutto Next Gen contro Frances Tiafoe e ieri, come prevedibile, ha pagato fatica e tensione contro uno Stan Wawrinka in piena forma. Lo svizzero oggi giocherà la finale contro Andy Murray, che torna a lottare per un titolo dopo due anni e mezzo di calvario per l’anca operata due volte. Jannik, sconfitto anche in doppio con Paolo Lorenzi, è soddisfatto per questa esperienza in un 250: «Ho vinto una bella partita contro Monfils, e poi sono uscito bene dalla lotta con Tiafoe. Quando sono sceso in campo nella semifinale non ero teso, mi sentivo carico di fiducia per gli ultimi risultati e infatti ho iniziato bene (con un break, ndr). Peccato che poi il servizio mi ha un po’ abbandonato. Stan ha giocato meglio di me e gli auguro il meglio per la finale». Contento anche Riccardo Piatti: «Siamo soddisfatti, quello che conta è fare esperienza. Ha giocato bene anche nell’ultimo match, contro un giocatore vero. Ma c’è ancora tanto da fare». Per un Sinner che a Vienna rincorrerà quota 100, ci sarà un Matteo Berrettini chiamato a una prova quasi decisiva per la qualificazione alle Atp Finals. Nella capitale austriaca il romano cercherà i punti necessari per staccare gli avversari diretti. Al primo turno incrocerà Kyle Edmund, reduce da una stagione tutt’altro che positiva ma sempre pericoloso. I suoi rivali più prossimi, Bautista Agut e Goffin, oltre a Fabio Fognini, saranno invece impegnati a Basilea, torneo di casa di Roger Federer.

Troppo Wawrinka, Sinner fuori: «Ha giocato meglio» (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

I sogni di gloria per l’Italia finiscono a metà pomeriggio, sul meridiano tennistico che unisce Anversa e Mosca e cuce la sconfitta di Jannik Sinner contro Stan Wawrinka con quella di Andreas Seppi contro Adrian Mannarino. Ma il voto in pagella alla settimana azzurra resta ottimo. Le due semifinali nei due ‘250’ in Belgio e in Russia sono gli ennesimi timbri di qualità di una stagione dorata. Pochi i rimpianti per il 18enne di Sesto Pusteria: scattato 2-0 nel primo set, non appena Wawrinka ha iniziato a scaldare l’artiglieria, Jannik ha faticato a tenere il ritmo dell’ex numero 3 del mondo, che uscendo del campo lo ha però applaudito pubblicamente. Wawrinka, che non giocava dagli Us Open (dove al primo turno aveva sconfitto proprio Sinner) per il momento insomma resta fuori portata. Stan the Man ha impiegato 65 minuti per guadagnarsi con un netto 6-3 6-2 la 30esima finale delle sua carriera: la giocherà oggi alle 16 contro Andy Murray. «E’ stata la mia miglior partita della settimana», ha spiegato lo svizzero, che ha servito alla grande ottenendo l’85 per cento di punti con la prima palla. «Sono superfelice di essere in finale». Sinner ad Anversa fino a ieri aveva perso solo un set. «Ho vinto un buon match contro Monfils, e ne ho giocato uno molto tosto contro Tiafoe», ha detto Jannik. «Oggi ero fiducioso, ho iniziato bene, ma poi non ho servito molto bene. Stan ha giocato meglio, in bocca al lupo per la finale». Per coach Riccardo Piatti «Wawrinka ha fatto una partita da giocatore vero, per Jannik è stato un match utile per imparare e crescere ancora ancora». A Mosca niente rivincita anche per Andreas Seppi, che già l’anno scorso si era inchinato con un doppio 7-5 a Mannarino. Stavolta c’è stata anche meno storia, 6-3 6-4. […] Da domani si riparte con i 500 di Vienna – dove sono impegnati Matteo Berrettini (1° turno contro Edmund), Sinner e Sonego (sorteggiati contro due qualificati), e Basilea, dove Fognini si gioca le ultime chance per le Finals (anche per lui un qualificato) e la testa di serie n.1 è Federer.

E Sinner cresce (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Diciotto anni e due mesi. È il momento giusto per sentirsi maggiorenne, anche nel tennis. Con tutto ciò che comporta: ingresso nei primi 100 (quasi), esame di maturità contro i più forti. A diciotto anni e un mese hanno fatto il loro ingresso nel tennis adulto Roger Federer, il tennista che ama di più, e Novak Djokovic, quello cui somiglia di più. Lui è in ritardo di 30 giorni appena, ma il tennis di oggi è più ruvido, più competitivo, e sempre poco tenero con i giovani. Stan Wawrinka, l’avversario di ieri, c’è riuscito solo a 20 anni, ed è per questo che saluta l’uscita di scena del ragazzo con parole che fanno curriculum: «Colpisce la palla talmente bene che viene da chiedersi che cosa potrà fare quando la sua crescita sarà ultimata. Rispetto a lui io ho avuto tempi molto più lunghi, perciò sono impressionato quando vedo un diciottenne giocare con tanta facilità tutti i colpi». Jannik Sinner i diciotto anni li ha festeggiati a Bordighera. Era il 16 agosto. Il mese dopo era in campo a San Pietroburgo, a sbattersi contro un Mikhail Kukushkin che sbagliava poco o niente. Una sconfitta che gli è valsa due o tre buoni consigli, subito messi in pratica ad Anversa. A darglieli Maria Sharapova e Marat Safin, riuniti da Piatti in una cena ligure organizzata proprio per Jannik, sul tema “cosa fare quando l’avversario riprende tutto”: «A diciotto anni hai un solo dovere verso te stesso», gli ha detto Maria, che alla stessa età conquistava Wimbledon, «portare sul campo tutto ciò che sai fare, senza preoccuparti di vincere o perdere». E siccome Marat annuiva, Jannik deve essersi convinto che fosse il caso di provarci, senza troppe remore. Da questi presupposti è nata la baldanzosa galoppata di Anversa, giocata a braccio libero con la mente sgombra. C’è riuscito con Monfils e Tiafoe, meno con Wawrinka, che sta ritrovando la forma migliore ed è giusto considerarlo fra i tennisti di caratura superiore, com’è opportuno per un vincitore di 3 Slam. Jannik gli ha fatto subito il break, ma Stan ha trovato rapidamente le coordinate giuste dei suoi colpi, pesanti e sulle righe. […] Ora Jannik potrà rifarsi a Vienna, Atp500, dove gli hanno rimediato in fretta una wildcard. Se la vedrà con un qualificato, poi potrebbe ritrovare Monfils, e c’è da giurarci che sarà un Monfils diverso.

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Niente Wimbledon ma premi per tutti (Crivelli, Marcotti, Bertellino). Federer in Italia palleggia sui tetti (Alvisi)

La rassegna stampa del 11 luglio 2020

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Wimbledon, premi ai giocatori anche senza il torneo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Anche nell’anno in cui la pandemia l’ha obbligato a non aprire le Doherty Gates per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, Wimbledon ribadisce la sua diversità: e lo fa distribuendo premi in denaro aI 620 giocatori e giocatrici (singolaristi, doppisti e tennisti in carrozzina) che avrebbero avuto la classifica per giocare il torneo o almeno le qualificazioni. La cifra utilizzata,11.850.000 euro, è quella che l’All England Lawn and Tennis Club ha ricevuto come indennizzo dall assicurazione Covid e verrà così distribuita: ai 256 giocatori dei tabelloni principali 27.940 euro, aI 224 che avrebbero potuto iscriversi alle qualificazioni 13.970 euro, aI 120 doppisti 6984 euro. […] Ma c’è un’altra grande novità che arriva da Londra: dall’anno prossimo, le teste di serie maschili non saranno più legate all’algoritmo che dal 2002 le decide sulla base del ranking e dei risultati sull’erba degli ultimi due anni, con la conseguenza di favorire gli specialisti, ma seguiranno pedissequamente la classifica (per le donne è già così). In questi giorni in cui Wimbledon avrebbe celebrato il suo epilogo, la pioggia si è trasferita a Kitzbuehel, all’esibizione organizzata da Thiem: l’austriaco è in finale dopo aver battuto Bautista, 6-7 6-2 6-2, ma la semifinale Berrettini-Rublev è stata rinviata a oggi con il russo avanti 6-4 2-1.

Niente Wimbledon ma premi per tutti (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

 

[…] Non era mai successo dalla Seconda guerra mondiale che l’All England Club non organizzasse i Championships, il torneo più antico e prestigioso del circuito tennistico. Ma, di fronte alla pandemia di coronavirus, è stata proprio la sua peculiarità – ovvero il disputarsi (unico Slam rimasto) sull’erba – a condannarlo, rendendo impossibile ogni alternativa. Come, per esempio, accadrà con il Roland Garros, slittato a settembre. Una soluzione impraticabile a Wimbledon, perché sono davvero troppo poche le settimane asciutte nell’estate britannica per immaginare un rinvio anche solo di qualche mese. […] Nel frattempo si devono accontentare delle imprese epiche del passato, sicuri che Wimbledon – nell’immaginario collettivo – resterà unico e inimitabile. Anche nella scelta, ufficializzata ieri, di distribuire pure quest’anno, a dispetto della cancellazione, il “prize money’: oltre 11 milioni di euro da ridistribuire ai 620 giocatori che avrebbero avuto la classifica – prima dell’emergenza sanitaria – per disputare il torneo. OSSIGENO. Ciascun giocatore di singolare dei tabelloni maschile e femminile riceverà dunque un assegno di 25.000 sterline, l’equivalente di 28.000 euro. Per i super campioni come Federer e Nadal si tratta di una mancetta di cortesia, ma per altri, i comprimari, rappresenta di certo una somma considerevole, più che mai gradita in questo periodo di limitata attività agonistica. Come ha sottolineato il direttore di Wimbledon, spiegando il senso della decisione. «Sappiamo che per molti atleti questi sono mesi di grande incertezza e preoccupazione – le parole di Richard Lewis – In molti dovranno affrontare difficoltà economiche inattese fin qui, ed è per questo che, avendone avuto la possibilità, siamo stati lieti di riconoscere questi premi». Grazie a una polizza assicurativa rinnovata dall’ultima epidemia di Sars, l’All England Club è riuscita ad annullare i contraccolpi economici causati dalla cancellazione dell’edizione 2020, riuscendo a coprire tutte le perdite. Rispetto ai qualificati di diritto al tabellone principale, ai giocatori che avrebbero affrontato le qualificazioni (224) verrà riconosciuto un gettone di 14.000 euro, il doppio di quanto andrà a ciascun doppista (7.000 euro). Un gesto di attenzione e generosità esteso anche ai professionisti che animano il torneo in carrozzina (singolare e doppio), tutti ugualmente omaggiati.

Ora Wimbledon paga tutti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Wimbledon si dimostra regale anche in un anno di cancellazione del torneo causa pandemia. Pagherà infatti 12,5 milioni di dollari in premi in denaro a 620 giocatori. […] I dirigenti del club hanno spiegato che i 256 giocatori che avrebbero partecipato al sorteggio del tabellone principale riceveranno ciascuno 31.000 dollari, mentre i 224 giocatori che avrebbero partecipato alle qualificazioni riceveranno ciascuno 15.600 dollari. Verranno pagati importi inferiori anche per i concorrenti in doppio e su sedia a rotelle. Cambieranno nel 2021 i criteri per la compilazione dei tabelloni. Non più teste di serie anche in funzione dei risultati su erba, ma solo derivanti dal ranking. In casa Italia domani torna (ore 10) la serie Al, maschile e femminile. […] Nel girone 1 maschile i campioni in carica del Selva Alta Vigevano fanno visita allo Sporting Sassuolo, mentre TC Match Ball Siracusa e CT Maglie si affrontano a caccia dei primi punti. Nel girone 2 l’ambizioso Park Genova, forte tra gli altri di Bolelli e Musetti, fa visita al Massalombarda. L’altra sfida oppone il TC Vela Messina al TC Panoli. Nel terzo raggruppamento regna l’equilibrio con le quattro formazioni tutte ad un punto dopo la “prima”. Testa a testa tra TC Genova 1893 e TC Sinalunga, TC Vicenza, con Marco Cecchinato, e TC Crema Nel girone 4 Lorenzo Sonego, che giovedì ha ricevuto ufficialmente il titolo di ambasciatore del territorio dalla sindaca di Torino, difenderà i colori del TC Italia Forte dei Marmi contro il New Tennis TDG. L’altro match opporrà l’SG Angiulli di Bari al Circolo del Tennis Palermo. In campo femminile l’US Tennis Beinasco di Giulia Gatto Monticone, numero 3 d’Italia, affronta il TC Parioli: «Sfida classica – ha detto la torinese – che cercheremo di portare dalla nostra parte, dopo il bell’esordio di domenica scorsa». Nello stesso girone completa il quadro CT Siena-TC Genova 1893. Girone 2 con match infine tra la CanottierCasale e le campionesse in carica del TC Prato; Bal Lumezzane e Tennis Lucca Semifinale bagnata e più volte interrotta quella di ieri tra Matteo Berrettini e Andrey Rublev, la seconda in ordine di tempo nel Thiem 7, torneo esibizione organizzato dall’austriaco numero 3 del mondo nella “sua” Kitzbuhel. Il primo stop dopo il palleggio di riscaldamento, il secondo sul 3-3 del primo set; il terzo sul 6-4 2-1 Rublev, con il russo che intanto aveva operato il break decisivo al decimo gioco del primo parziale. Il rinvio a stamane dopo l’ultimo tentativo di ripresa non riuscito. Oggi finalina alle 11,30, non prima delle 13 la finale con protagonista Thiem che ieri ha fermato in tre set lo spagnolo Bautista Agut. Alle 10 odierne conferenza stampa molto attesa a Palermo per il Wta che segnerà il ritorno del circuito agonistico mondiale femminile (1-9 agosto). Si sveleranno carte e nomi di spicco.

Federer in Italia palleggia sui tetti (Matteo Alvisi, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

 In tempo di lockdown si allenavano a tennis giocando da un tetto all’altro delle loro abitazioni a Finale Ligure: il loro video era diventato subito virale. Ieri a Vittoria Oliveri e Carola Pessina si è unito addirittura la leggenda vivente del tennis mondiale, ovvero il campione svizzero Roger Federer che si è esibito a palleggiare sul ‘loro’ tetto anche insieme alle due ragazze. L’obiettivo dell’iniziativa era girare il nuovo spot della pasta italiana di cui l’ex numero uno è testimonial, proprio nella stessa location dove le due giovani tenniste sono diventate star del web, grazie al video che ha avuto ben 9 milioni di visualizzazioni ed è finito in prima pagina sul New York Times. […]. In questi giorni Re Roger, che ha in bacheca qualcosa come 20 titoli del Grande Slam, ha confessato che il ritiro dai tornei non è lontano, ma ha ribadito l’intenzione di tornare competitivo nel 2021 appena risolti i guai fisici che lo tormentano.

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Da ragazzino antipatico ad amico di una vita (Bertolucci). Berrettini: “Il primo coach? Mia nonna” (Burreddu)

La rassegna stampa di venerdì 10 luglio 2020

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Da ragazzino antipatico ad amico di una vita (Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

Ci siamo conosciuti tanti anni fa a Cesenatico. Io avevo 11 anni e lui 12. Ci siamo affrontati per la prima volta e devo dire che non era particolarmente simpatico. Io venivo da un piccolo paese, Forte dei Marmi, lui romano dei Parioli e il suo nome già circolava da tempo nell’ambiente tennistico. Poi abbiamo iniziato a frequentarci e la Federazione ci ha convocato a Formia con Mario Belardinelli che ci ha messo in camera insieme. Al mattino andavamo a scuola e il pomeriggio ci allenavamo. Sei anni in college ci hanno fatto crescere ed è maturata una bella amicizia. Da compagni di doppio a testimoni di nozze dei rispettivi matrimoni. Questo rapporto particolare è poi proseguito fuori dal campo anche negli anni seguenti. Adriano è sempre stato una persona molto generosa, che si annoiava nella ripetizione. Gli piaceva sempre inventarsi qualcosa, era un’anima in pena. Questo suo modo di intendere la vita lo esprimeva anche sul campo. Da ragazzino antipatico ad amico di una vita mai due punti alla stessa maniera, si inventava sempre qualcosa di diverso. Perché doveva creare, detestava la monotonia. Lo si vedeva anche fuori nella vita. Motonautica, paracadutismo. Ha fatto di tutto. Ora ci sentiamo meno, ogni tanto lo vedo sulle Dolomiti ma non scia più, passeggia come le persone di una certa età… Ultimamente gli ho anche detto: «Caro Panatta – lo chiamo sempre così -, passa il tempo, vedo che ti annoi». […] Panatta è un romano con un cuore d’oro che quando ha voluto esprimere il proprio talento ha dimostrato di essere un grande del tennis.

Berrettini: “Il primo coach? Mia nonna” (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

La fantasia l’ha imparata da nonna Lucia, che quando era piccolo gli ripeteva «leggi tanto e scrivi tanto», e allora Matteo Berrettini chiudeva gli occhi, faceva sì con la testa e quel consiglio non se l’è mai più scordato. Poi alla fantasia ha unito la tecnica, il talento, la sfacciataggine, il coraggio, ed è venuto fuori quel gran pezzo di tennis italiano che è. «Sto bene, mi sto anche divertendo. Mi mancavano l’agonismo, l’adrenalina, l’emozione: sto ritrovando anche tutto il resto. Stavo giocando un’altra esibizione, ma questa si avvicina al tennis normale». Scende tra le strade a esse di Kitzbuhel, dove Matteo è andato a disputare il torneo dell’altro ragazzo prodigio del tennis, Dominic Thiem. Ma il suo sguardo è più lungo, arriva fino a settembre, a quegli US Open che un anno fa servirono per farci innamorare di lui. «Ti cambia la vita in alcuni aspetti, ma non cambia il rapporto con le persone che ci sono sempre state. Una persona si può innamorare di me e del mio tennis, però non altera il mio modo di interfacciarmi ai miei familiari. La differenza è che loro sono ancora più fieri di me. Il successo è una cosa a parte, uno lo gestisce come vuole. lo però non sono un vip, non mi piace vivere nella notorietà». […] Giocherà gli US Open? «Ci sono troppi punti interrogativi ancora, la situazione è un po’ complessa, bisogna sapere alcune cose: il viaggio d’andata, il ritorno, cosa succederà se uno dovesse risultare positivo in America, se può tornare o se non può. Quindi decideremo una volta sapute tutte queste cose». Ma la pancia che le dice? «E’ ovvio che mi piacerebbe, mi piacerebbe tornare a competere a livelli di quel tipo. Anche se sarebbe diverso, senza pubblico». Come vive i tamponi, i continui controlli: sono un peso o si sente più sicuro? «Ormai siamo abituati, quindi non è un peso. Credo sia necessario per la sicurezza di tutti. E’ giusto che si faccia, se questo serve a tenerci lontano dai problemi. Finché non arriva il vaccino questa è l’unica maniera per stare sicuri». influirà sul tennis? «Sarà decisamente diverso. Il modo di giocare no, ma rapportarsi con gli altri sì. Le prime settimane di tutti i tornei saranno strane. La maggior parte dei tennisti non gioca da tempo, non ha l’adrenalina, la tensione. Di esibizioni ce ne sono tante, ma è diverso. E lo è anche il calendario: dal cemento alla terra in cosa pochi giorni». […] E’ la nonna che le ha dato i consigli giusti. «Le mie prof alle medie dicevano che scrivevo male, quella del liceo che scrivevo bene. Nonna fu la prima a dirmi che dovevo continuare a farlo. Adesso con il mio mental coach insistiamo su questa cosa». Ci vuole costanza. «Di indole non sono pigro, ma per alcune cose sì. Con la scrittura divento pigro se non mi sento ispirato. Ma la coltivo parecchio, il mio mental coach dice che riesco a mettere in parole quello che sento e che provo. Mi è utile”. […] Cosa le manca di più della vita di prima? «La libertà di fare quello che vuoi senza dover pensare troppo, senza aspettare notizie dagli organi competenti». Ha scoperto qualcosa di sé nel lungo periodo di stop, qualcosa che non sapeva di avere? «Mi sono accorto di quanto la competizione e il tennis fossero una parte integrante della mia vita quotidiana. Mi è mancata l’adrenalina, la sfida, il voler essere il migliore in tutto quello che faccio. Non ci pensavo. Pensavo di poter vivere in maniera più rilassata». Invece ha avuto crolli? «No, ma ho avuto dubbi rispetto a quello che stava succedendo, dubbio sul fatto che non si potesse ricominciare. Se non si può viaggiare, mi dicevo, come si fa a fare la vita che faccio». E quindi non può esserci un tennis senza essere nel frullatore? «Per me no, ma io mi ci sono ritrovato. Magari Federer è più abituato, il suo frullatore frulla un po’ meno. Il mio però va al massimo. E’ la vita che facciamo».

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Panatta 70: arte e incoscienza (Azzolini). Adriano Panatta: “Ho portato il tennis fra le classi popolari” (Rossi)

La rassegna stampa di giovedì 9 luglio 2020

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Panatta 70: arte e incoscienza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sono settanta Adriano… Auguri. A cosa ti fanno pensare? «Mah. Sono un mucchio… Direi un Mucchio Selvaggio. Tanti e sempre di corsa. Non mi lamento, ma un po’ mi girano. Nell’insieme me la sono cavata, sono stato fortunato e anche bravo, credo. I momenti belli sono stati più numerosi di quelli grigi. E gli amici in maggioranza rispetto ai nemici. E anche migliori. Però sì, mi girano. Un po’». […] Già. Settanta anni e un solo nemico… «Sì, uno». Lo dici tu? «Nessun segreto. La noia. Se mi annoio, la testa mi cappotta, come quei tennisti che per tentare una smorzata sono obbligati a eseguire un tuffo carpiato con avvitamento rovesciato, tanto è estrema l’impugnatura che utilizzano. Mi butto in qualsiasi impresa per sconfiggere la noia. Sono un cacciatore di noia». Nel tennis, il primo grande attaccante per noia… «È un’estremizzazione, ma c’è del vero. L’attacco era funzionale alla tattica, la presa della rete uno dei dettami del tennis che mi hanno insegnato, nel quale la prima sfida era cogliere le altrui debolezze, mentre oggi, lo sapete, è sommergere di botte l’avversario. Ma è vera una cosa: stare a fondo campo a spallettare mi faceva venire due… Come posso dire? Due…» Palloni pressostatici? Mongolfiere? Zeppelin? «Ecco, due mongolfiere grandi come dirigibili. E allora andavo avanti per vedere subito come finiva quel punto, e ricominciare da capo. All in… Tutto in uno. E non sono mai stato un giocatore di poker». All in… Anche a Parigi nel ’76, con Hutka. Sul match point hai attaccato sulla seconda di servizio, appoggiato una volée, annullato un pallonetto con la veronica e ottenuto il punto con una volée smorzata in tuffo. Arte o incoscienza? «Perché, l’una esclude l’altra? L’ho rivisto Hutka, proprio di recente. Ero al ritiro bagagli dell’aeroporto di Parigi, mi sento chiamare… Vedo un tipo bello, biondo, fascinoso. E tu chi sei, gli chiedo. Sono Pavel, mi fa. Ma chi, quel Pavel? Mi abbraccia e mi dice: quel match point me lo sono sognato per anni, poi l’ho rivisto di recente su internet e ho pensato che solo tu potevi giocarlo in quel modo. E stato un bel complimento». Con Kim Warwick è andata diversamente, mi sembra. «Situazione assurda, più unica che rara. Undici match point a Roma, primo turno del 1976. E vabbè, questa è storia nota… Lo incontro dopo un anno, al Queens, sull’erba, ottavi di finale. Vince il primo set e va avanti nel secondo. Arriva al match point e glielo annullo. Poi altri tre o quattro prima del tie break che si giocava sull’8 pari. Lì andiamo al faccia a faccia e mi costringe a fare i salti mortali. Alla fine, gli cancello altri undici match point. Ripeto… Undici. Incredibile. E vinco il tie break. Vedo Kim che si affloscia, come un bucatino stracotta Salgo 2-0 nel terzo set e lui ferma il gioco, mi chiama a rete. Mi fa.. «Io con te non gioco più». Ma dai, ma via, non te la prendere, siamo amici. Mi guarda con gli occhi vuoti. «Mai più», ripete quasi in lacrime, e se ne va dal campo. L’arbitro se la rideva, il pubblico non capiva. Chiesi se potevo tentare di riportarlo indietro. E mi precipito alla ruota di Kim. Dite, si è mai visto uno inseguire l’avversario per pregarlo di non ritirarsi? Niente, non volle sentire ragioni». L’hai più incontrato? «In campo no. Per sua fortuna». E fra i pallettari, il peggiore? «Higueras. Noioso e lamentoso. Al suo confronto Barazzutti aveva la verve di Jerry Lewis. Una volta in America terminai il mio match poco prima che i due scendessero in campo. Me ne andai al ristorante, mi intrattenni un po’ con gli amici, presi il caffè e l’ammazzacaffè. Quando tornai erano ancora sul 2-1 del primo set, e il pubblico tirava le lattine di Cola in campo». Che avversario fu Barazzutti? «Tosto. Era difficilissimo batterlo». Mai amici, però… «Mah, che vuoi che ti dica, siamo opposti per carattere e visione della vita, e gli anni hanno finito per depositare nuove scorie sul nostro rapporto. Non è stato mai l’amico del cuore, ma ci conosciamo fin troppo bene, eravamo parte di una squadra che si faceva rispettare. Una grande squadra. Non sono cose che si dimenticano. Una volta giocammo insieme anche in doppio…». Varsavia, 1919. Panatta/Barazzutti contro Fihak/Novicki «Vincemmo?» Sì, in quattro set. Ci fosse mai una volta che ti ricordi se un match l’hai vinto oppure no. Ci fai o ci sei? «Ci sono, ci sono… Ma guarda, è il mio antidoto. Con la complicità della memoria sbadata prendo le distanze dal tennis. Mi piace parlarne, ma a grandi linee, per massimi sistemi. Mi piace raccontarne le storie. E poi, nella mia vita ho fatto tante altre cose, per fortuna». La motonautica. A proposito di imprudenza… […] Settanta. Gli anni Settanta… «Troppo tennista per godermeli fino in fondo, ma anche troppo italiano per non avvertirne la carica negativa. La rabbia, le tensioni, la politica delle armi, la notte della Repubblica. All’inizio, pero, anni strepitosi, di inventiva e di voglie mai più sopite. Sentirsi liberi di costruire la propria vita. Un dono che, se solo potessi, farei alle generazioni di oggi. Il tennis era una piccola riserva indiana, ma con un privilegio, quello di offrirmi un passepartout per osservare un mondo che voleva cambiare, ovunque. Credo che le proteste degli anni Settanta siano state il primo movimento davvero globale, in tempi in cui la globalizzazione nemmeno esisteva sul vocabolario». Diciotto anni nel Sessantotto… «Sì, metà junior, metà già tennista, grandi pensieri e faccia da bambino. A Londra mi dicevano che somigliavo a Paul McCartney. Non era così vero, ma con le ragazze funzionava. Fu l’anno del cambiamento, l’inizio della cosiddetta Era Open. Lo sport dei ricchi apriva le porte alla popolarità, e lo faceva nel momento giusto. In fondo, nel sostituirsi ai re e all’aristocrazia come classe dirigente, la borghesia volle appropriarsi di un unico sport, il tennis, che simboleggiava uno status regale. L’Era Open fu l’ultimo passaggio, l’apertura definitiva alle masse». Per te furono anche gli anni di Formia. «Ogni tanto mi torna alla mente qualcosa e ci rido da solo. Dormivo all’Hotel Fagiano, in una stanzetta minima, due letti, l’altro era per Bertolucci. Di notte un freddo mai più sentito. Mettevamo la papalina e ci coprivano con le pagine dei giornali infilate sotto il pigiama. Di giorno, due campetti e tanto tennis, nel centro che ospitava anche gli azzurri dell’atletica. Mitici. Al grande Berruti quelli della velocità combinavano scherzi atroci. Un giorno riuscirono a parcheggiargli la macchina appena acquistata sopra un albero. Come abbiano fatto resta un mistero. Noi aspettavamo Pietrangeli, che di tanto in tanto si allenava con il gruppo. Io lo attaccavo e lui si spazientiva. “Aha, ariecchilo che m’attacca ‘st’impunito”. Poi urlava cercando Belardinelli, il nostro papà coach: “Belardaaa, questo m’attacca, glielo dici tu, o lo meno io?” Si rideva, e anche Nicola si divertiva». La tua prima vittima, Pietrangeli «Mah, era arrivato il momento. Fu un passaggio di consegne che prima o poi sarebbe giunto per vie naturali. Lui era un grande tennista, e io lo cercavo per batterlo. Nei tornei italiani chiedevo agli organizzatori di mettermi dalla sua parte del tabellone. Ma il match della svolta fu la prima finale agli Assoluti. Lo rimontai nel quinto set, lui gioco un match da leone e quando vinsi lo vidi triste e mi dispiacque. Ma abbiamo avuto sempre un tratto in comune, io e Nicola, non soffriamo di gelosie né di invidie. Zero, su tutta la linea. Negli anni successivi mi fece da chaperon in giro per tornei. Mi ha fatto conoscere attori, grandi personaggi, e anche il suo modo di vivere, un’autentica filosofia. Siamo amici da sempre, qualche volta ci sentiamo, ma ci vediamo giusto a Parigi, nei giorni del Roland Garros. Lui mi aspetta, perché vuole che lo porti in giro, nei locali che ama di più». E chi è stato… «Stai per chiedermi chi sia stato il più forte. Non farlo…» … Sì, invece. Chi? «Lui ha vinto di più in un tennis più facile del mio, e ha battuto grandissimi campioni. Io ho vinto di meno in un tennis più difficile del suo, e ho battuto grandissimi campioni. La conclusione? Non mi è mai fregato nulla di sapere chi sia stato il più forte, giuro. Di sicuro i miei anni hanno coinciso con l’affermazione del tennis in Italia. Credo di aver dato una mano, in quel senso». E il più forte di domani? Questo lo puoi dire. «Fognini ha ancora tempo per stupire, gioca un tennis di alto livello. Sinner è messo bene, anche di testa, cosa che alla sua età fa impressione. Occhio però all’eccessiva esposizione mediatica, data l’età, ma è forte e si vede. Piatti sta facendo un ottimo lavoro. Berrettini è la mia passione. Romano, bravo figlio, ma con l’aria di chi la sa lunga. Uno che gioca per migliorarsi, che poi è il segreto dei più forti. Sembra intenzionato ad andare di più a rete, e fa bene. Può ottenere punti facili e risparmiare un po’ di corse. Agli Us Open dell’anno scorso ho fatto un tifo becero per Matteo. Gli auguro di vincere molto più di me. Le doti non mancano». […] La questione Djokovic e i casi di Coronavirus. Ora lo chiamano DjoCovid… «Le regole si rispettano, punto. Altrimenti si fa la guerra al potere e si traggono le dovute conseguenze. Djokovic non ha fatto niente di tutto questo. Una brutta pagina. Peccato. Era una iniziativa benefica, ma si è trasformata in un disastro. Nole sembra assillato dall’idea di piacere a tutti i costi al pubblico, ma il confronto con Federer ormai è perso, gli appassionati hanno scelto Roger e al suo fianco pongono Nadal. Goat e bi-Goat. Nole è un grandissimo giocatore, ma alla fine, come sempre, non sarà decisiva la conta dei titoli vinti». Un consiglio ai ragazzi che cercano di ribaltare il vertice del tennis. «Si va in campo per vincere. E questo lo sanno benissimo. Ma lo spettacolo deve valere il prezzo del biglietto, e questo ogni tanto se lo scordano. Migliorare sempre, mettersi in discussione, è l’unica via». Chi ci riuscirà? Un nome solo… «Tsitsipas. Ha qualcosa in più». Alla fine, Adriano, la differenza sostanziale fra il tuo tennis e quello di oggi, qual è? «Sembrano due mondi differenti. Noi non scendevamo in campo per sopraffare l’avversario, ma per studiarlo, conoscerlo, e capire come batterlo. E poi, il Tour creava amicizie che durano ancora oggi. Con Bertolucci ho condiviso quasi tutto, con Nastase e Borg mi sento spesso al telefono, poi Tiriac, e Gerulaitis, povero Vitas, che dispiacere quando se n’è andato. Newcombe e Hoad, che mi dava del coglione perché non mi decidevo a vincere Wimbledon. Anche Dibbs. E Vilas, che ora non sta bene, per il quale provo un affetto grande così. Amici… Con cui condividevo storie bellissime e talvolta stupidissime». Ne racconti una? «Le conosci tutte, dai… Quella in Portogallo, con Nastase, Borg e Vitas, per esempio. Tornavamo in macchina dopo una serata parecchio folle, ed era ormai mattina. Il giorno dopo avevamo un’esibizione. Nastase era alla guida. Nel rimbecillimento generale, lo sento mugolare: se non faccio pipi, muoio. Vedo un posto, poco lontano, con un sacco di gente. Fermati lì, gli faccio. Ci fermiamo, chiediamo di indicarci il bagno, “Al secondo piano” dicono. Ci precipitiamo. C’era il cartello: bagno. Porta aperta con corrimano rosso. Però, che eleganza. Entriamo “Guarda questo pitale – ci dice Ilie sollevato, perché finalmente si liberava – ha perfino delle scene di caccia al cervo dipinte di lato”. Eravamo finiti nella residenza di campagna della famiglia reale, che era aperta al pubblico come museo». […]

Adriano Panatta: “Ho portato il tennis fra le classi popolari” (Paolo Rossi, Repubblica)

[…] Tanti Auguri, Adriano Panatta. È felice, consapevole di quello che ha realizzato nella sua vita? «Beh, sono felice di aver spinto il movimento, di averlo aperto a tutti. Ai miei tempi il tennis era come un giardino insormontabile, un mondo molto chiuso. La classe media e la classe operaia mai pensavano di potervi accedere e far giocare a tennis i propri figli». Come ha fatto a non farsi travolgere dal delirio di onnipotenza? «Io sentirmi onnipotente? Ma no, semplicemente non ho mai pensato di essere chissà chi. È bastato solo usare il cervello, sono sempre rimasto me stesso: quello che pensavo vent’anni fa lo penso anche adesso. Capisco che oggi basta vincere due partite e l’ultimo str**o va in televisione a pontificare. Ma non è mai stato il mio caso». Merito dell’educazione. O del carattere? «Sarà per l’educazione ricevuta dal miei genitori, ma anche per il mio modo di fare: non mi sono fatto travolgere, ho sempre parlato con tutti, con grande umiltà. Ripeto, non ho mai pensato di essere chissà chi perché tiravo delle palline all’incrocio delle righe». Suo papà, Ascenzio, cosa direbbe oggi? «Penso sarebbe orgoglioso di me, di quello che ho fatto. Oggi che la gente si ricorda ancora di me. Se penso a come veniva al Foro Italico a vedermi: sempre in maniera molto tranquilla, mai a vantarsi del figlio campione: lui si sedeva nella tribuna giocatori e, con grande discrezione, assisteva ai miei match». […] E oggi Ascenzio cosa direbbe di questo tennis moderno? «Sorriderebbe, vedendolo. Sì, credo proprio che avrebbe un sorriso un po’ ironico. Lo guarderebbe esattamente come lo guardo io. Così». Anche a lei non piace? «Non è questo. In fondo il tennis è cambiato per forza di cose: è, come definirlo, esasperato? Pieno di divismo. Guardate i giocatori, si muovono come stessero facendo chissà cosa». Invece le sue tante vite come sono state? «Vite? No, una sola e intensa. Una vita con tanti interessi, tanta voglia di curiosare e imparare a fare nuove cose. Perché non me n’è mai fregato niente di essere un campione, e non c’è niente di più faticoso di vivere la vita dell’ex campione. Per questo mi sono messo a fare altre cose: qualche volta ci sono riuscito, altre no». Come il suo tennis. «Esatto, lo esprimevo anche nel tennis. Ma perché c’è un motivo di fondo: io mi annoio facilmente, quindi ho bisogno di cose nuove, non sono un metodico. Ma capisco che ognuno ha il proprio carattere: io ho sempre voglia di mettermi in gioco, errori inclusi, come capita a tutti. È normale, no?». Il ciuffo ribelle le è rimasto. «Ribelle? Non so se è corretto. Ripeto, non ho mai finto di essere qualcun altro. Sono sempre stato così, per cui se per gli altri sono stato un ribelle va bene, ma io non sono mai cambiato e sono rimasto coerente a me stesso». Cosa ha lasciato al tennis? Quale eredità, o messaggio? «Spero in un bel ricordo, che la gente si sia divertita nel vedermi. Che si sia anche un po’ incazzata quando ho giocato sotto tono. Spero di aver lasciato un’emozione, perché penso che lo sport sia una forma di spettacolo e quindi quando esco vorrei andarmene con un’emozione. Come a teatro». […] Va bene: senta, ma tra il tennis e gli italiani che rapporto c’è? «Il tennis è perfetto per noi, che abbiamo estro e fantasia. Fattori che purtroppo oggi contano meno…». Ci fossero ancora le racchette di legno, chissà… «Sarebbe stato un altro gioco, completamente diverso. Ma probabilmente se i Federer, i Nadal e i Djokovlc avessero iniziato anche loro con il legno penso che sarebbero riusciti a trovare le soluzioni: ormai la palla si colpisce in maniera diversa». La sua soddisfazione più grande, Il Roland Garros? «L’essere nonno: ho figli e nipoti bellissimi, questa è la mia soddisfazione più grande». […] È il giorno del desideri: l’ultimo sfizio che vorrà togliersi? «Vivere gli ultimi anni della mia vita in serenità, umiltà, tranquillità e coerenza. In linea con quella che è stata la mia vita. Tutto qua».

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