Berrettini: “Pensavo di poter vincere sin dall'inizio, non solo al tie-break"

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Berrettini: “Pensavo di poter vincere sin dall’inizio, non solo al tie-break”

LONDRA – Le parole di Matteo dopo la sconfitta con Federer: “Non sono arrivato qui a Londra scarico dopo i risultati degli ultimi mesi. Il rovescio va migliorato ma si tratta di crescere di livello su tutto”

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

dal nostro inviato a Londra

La cronaca della sconfitta di Matteo

La corsa verso la sala interviste, collocata a una buona quarantina di passi dall’uscita della sala stampa, non ha avuto conseguenze come domande fatte col fiatone, perchè Matteo Berrettini fa attendere la folta stampa italiana e diversi colleghi stranieri. Dopo non pochi minuti si presenta, in tuta e col volto molto sereno. Non ha la faccia di chi pensa di aver mancato una grande occasione per la vittoria più prestigiosa della carriera, contro un Federer non certo trascendentale. Le domande in inglese sono 4 o 5 e si possono racchiudere in queste risposte.

Ho avuto diverse occasioni, non ho giocato al meglio ma il servizio è stato molto buono. Non sono certo soddisfatto dopo una sconfitta, ma oggi è stato molto diverso da Wimbledon. Là ero entrato in campo ripetendomi di pensare a divertirmi, quello che arrivava di buono era ben accetto, poi però quell’approccio si è rivelato deleterio. Oggi volevo vincere e ho fatto la mia partita. Con non pochi errori, ma so che Roger ha giocato 17 Masters, io ero al debutto, sto giocando con i migliori tennisti del pianeta. So dov’ero poco tempo fa. Detto questo, quando finirò il torneo dirò al mio staff: ‘Ragazzi, voglio migliorare ed essere più competitivo’. Però non trovo sbagliato non godermi questa esperienza in questo impianto magnifico. Quando gioco e guardo il mio box vedo tutto il team, la famiglia, la fidanzata, gli amici, è bellissimo. È un torneo che anni fa sognavo di andare a vedere, ora lo sto giocando. È fantastico ma anche molto strano”.

Alla fine della conferenza stampa in inglese, Nicola Arzani dell’ATP consegna a Berrettini il trofeo riservato a chi entra nella top 10 (lo stesso che ha ricevuto Fognini a giugno). Matteo sorride un po’ stranito: Poco tempo fa mi avete dato quello per l’ingresso nei primi 100…. Sicuramente stanno accadendo molte cose in questi ultimi mesi al romano, molte più di quelle che poteva immaginare.  

Partono le domande in italiano e ovviamente ne arrivano molte di più di prima. Gli viene chiesto dal direttore Scanagatta se al tie-break del primo set avesse pensato ‘oggi posso fare davvero un exploit’. Berrettini risponde in modo chiaro, era qui per battere Roger: Non solo al tie-break ho pensato ‘voglio fare un exploit’, lo pensavo dall’inizio. Poi riflette sul match: “Le due risposte sbagliate sulle palle break del secondo set avrebbero potuto riaprire il match ma era ancora molto lunga. Peccato perché le mie chances le ho avute.

 

Hai conquistato le Finals con una seconda parte di stagione pazzesca, ti sei sentito magari un po’ scarico mentalmente qui dopo questa grande cavalcata?
Prima di New York avevamo fatto una programmazione e anche con quella grande sorpresa della semifinale non abbiamo cambiato programma, perché non devi imboccare una strada e poi lasciarla a metà appena avviene una grossa sorpresa, sia nel bene che nel male. No, non sono arrivato mentalmente scarico qui a Londra.

Durante il match ti sei accorto che Federer sbagliava molto ed era al di sotto del suo livello medio, non hai pensato ‘caspita, ho un’occasione enorme stasera, non posso farmela sfuggire’? Questo magari ti ha messo un po’ di ulteriore pressione addosso?
(Matteo ci pensa un po’, poi risponde) Non sono entrato in campo con l’idea ‘vinco solo se lui gioca male’, dunque non ero concentrato su come stava giocando lui. Durante il match non guardi come sta giocando l’avversario, non ho pensato ‘oddio sta giocando male adesso non posso fallire’.

Ci ha però pensato prima di rispondere, a dimostrazione che non voleva escludere la cosa a priori, un buon segno di umiltà.

Pensi di poter lavorare sul rovescio per migliorarlo sensibilmente?
Non è un segreto che il mio colpo meno buono è il rovescio e nei momenti di tensione balla un po’ più degli altri, però non si tratta solo di migliorare questo colpo. Nel tie-break ho sbagliato un dritto facile e ho fatto doppio fallo, contro Djokovic lui insisteva più sul dritto, non si intestardiva sempre sul mio rovescio perché temeva il mio dritto a sventaglio nei casi in cui avevo il tempo di girarmi. In generale gli avversari mi muovono molto e poi affondano sul rovescio, ma se cresco su tutto offro meno soluzioni agli altri.

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgée”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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(Anche) Kevin Anderson e Ana Konjuh si preparano al rientro. Rientro?

Infortunati e non solo, si allunga la coda dei pro che scalpitano per tornare in campo. Proprio adesso che non sembra possibile

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Andreescu, Nishikori, Pironkova… Gente che si dice pronta per tornare a giocare proprio adesso che non c’è dove tornare. Eppure, il loro timing dovrebbe essere di livello superiore. Sembrano quelli che dopo vent’anni di divano si scoprono runner non appena spieghi loro che bisogna restare a casa. Escono a correre e lo chiamano footing perché così si chiamava in Italia l’ultima volta che ci hanno provato. Che poi è stata anche l’unica o quasi. Vengono fermati dopo duecento metri da un dolore lancinante alla milza. Non sarà invece un’appendicite acuta? Quale delle due è da questa parte?

Eccolo, allora, l’ultimo rotto del circuito, il buon Kevin Anderson sofferente al gomito per tutta la scorsa stagione. Infine si è operato. Al ginocchio. Tra l’altro, nemmeno si è operato lui: ha delegato il compito a un medico. Un chirurgo, addirittura. Non quello di Rafa, che da una carriera permette al maiorchino di giocare per grossa parte della stagione nonostante il problema al ginocchio. Oppure, che non è riuscito a risolvergli quel problema nell’arco di una carriera. Punti di vista di chi vede la questione da fuori pur dovendo restare dentro. Del Potro, anche lui era andato sotto quei ferri cantabrici. Dopo altri mesi fuori dal circuito (uno dei maggiori specialisti dell’amaro settore), il dolore non passava e Delpo è tornato in sala operatoria. Con un altro chirurgo.

Ma dicevamo di Anderson e della moglie Kelsey, che circa sei mesi fa ha dato alla luce la piccola Keira (la vedete nella foto in testa al pezzo, raggiante tra le braccia del babbo). Mamma Kelsey, bella senza essere barbie e pure parecchio in gamba, è laureata in contabilità ed è già avviata a una promettente carriera: ora amministra il bilancio di famiglia, è scrupolosa organizzatrice delle trasferte, arguta scrittrice… e amante del golf, perché sa che è sempre meglio avere almeno un difetto. Probabilmente non è per quello che smazzola abilmente le piccole sfere sfaccettate, anche se ci piace pensarlo. Torniamo a parlare di Kevin. Il duemetriezerotré di Johannesburg, inevitabilmente sceso al n. 123 della classifica, si sta preparando per l’uno-due-tre-via in campo. Ce lo ha comunicato un paio di settimane fa con una sorridente foto di squadra in un cinguettio che non può non accennare al noto problema globale, ma senza nominarlo direttamente (un plauso per ciò).

 

Sto continuando a impegnarmi per diventare più forte sul campo proprio adesso con il mio team durante questi tempi incerti che stiamo attraversando. Spero che restiate tutti al sicuro”

Col proposito di rafforzare il contingente balcanico, anche Ana Konjuh si è accodata ai citati colleghi. Nel rispetto della distanza interpersonale, ci mancherebbe. Certo che questo “io (non) torno a giocare” sta davvero diventando the new black. Molto meglio che starsene appostati per fotografare la gente che non resta a casa. Ana, quindi. Ora ventiduenne, la palindroma di Dubrovnik era arrivata a occupare il 20° posto WTA nel 2017, ma da allora ha giocato appena sette tornei. Perché anch’ella ha collezionato diversi infortuni. Senza contare le quattro operazioni chirurgiche al gomito destro. Nel frattempo ha cambiato racchetta (per un po’), corde, lancio di palla e tecnica del dritto che, invero, sembrava terreno fertile per l’epitrocleite.

“Pensavamo di rientrare a maggio-giugno, ma ora non so cosa succederà con questa situazione” ha detto in croato all’emittente HRT. “Siamo tutti un po’ spaventati, non è una situazione innocua. Cerco di non uscire con gruppi numerosi, mi alleno con il team ridotto ed evitiamo le palestre”. Eccola appunto impegnata in un allenamento alla vecchia maniera:

Non ci resta che augurarvi di tornare in campo al più presto, Ana, Kevin, Bianca, Kei, Tsvetana… Ci perdonerete, però, se il nostro desiderio è rafforzato dal fatto che rivedervi competere significherà anche il ritorno alla normalità per tutti.

P.S. Anche noi, come lo stimato Kevin, abbiamo omesso di nominare il noto problema globale che ci auguriamo di poter dimenticare presto. E sapete? Ogni tanto fa anche bene così.

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Maltese (FFT) in difesa del Roland Garros: “Wimbledon e US Open avrebbero fatto lo stesso”

Lionel Maltese, docente di strategia d’impresa e consigliere della FFT, spiega a L’Equipe le ragioni dello Slam parigino. “La cancellazione costerebbe 260 milioni di euro, ma le ricadute sarebbero globali”. E spinge per salvare la stagione

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Il campo Simonne Mathieu - Roland Garros

Lionel Maltese, docente di strategie d’impresa e membro del Comitato esecutivo della Federazione francese, ha preso la parola su L’Equipe spiegando le ragioni del Roland Garros. Lo Slam parigino si trova infatti in questo momento sotto il fuoco incrociato di chi – dopo l’annullamento imposto dall’emergenza sanitaria – non ha condiviso lo spostamento unilaterale in autunno, deciso senza tener conto degli altri interessi in gioco. L’ultimo fronte è stato aperto dal vicepresidente della federazione tedesca Dirk Hordorff che (sempre al quotidiano francese) ha anticipato la probabile cancellazione di Wimbledon sostenendo l’impossibilità per il Roland Garros di disputarsi nelle nuove date (dal 20 settembre al 4 ottobre) e appoggiando la minaccia avanzata dall’ATP di togliere valore per il ranking allo Slam francese.

FRONTE APERTO – Maltese, da fondo campo, risponde colpo su colpo. “Hordorff è molto vicino a Vasek Pospisil, che da membro dell’ATP Players Council conduce una battaglia personale, sostenendo la Laver Cup che (nelle stesse date, dal 25 al 27 settembre, ndr) spera si possa giocare a Boston. Rafael Nadal ha recentemente sostenuto il fatto che il Roland Garros possa aver luogo regolarmente nel momento in cui le condizioni di salute pubblica e sicurezza lo consentiranno. Credo che Hordorff non abbia ben presenti le conseguenze che avrebbe il mancato svolgimento del Roland Garros a settembre, nel momento in cui lo sviluppo dell’epidemia dovesse consentirlo. Annullare il torneo comporterebbe una perdita di 260 milioni di euro, a cui aggiungere i 100 che ogni anno vengono donati alla FFT per la diffusione del tennis a tutti i livelli in Francia. Senza Roland Garros, la federazione dovrebbe indebitarsi per mantenere il livello di occupazione garantito oggi nel complesso, anche a livello amatoriale. Abbiamo la responsabilità di intere famiglie. Ci siamo mossi su date che sarebbero state nel mirino anche di Wimbledon e dello US Open, senza trascurare il Masters 1000 di Miami che ci stava pensando. Sapevamo anche che posizionarci in anticipo rispetto agli altri ci sarebbe costato critiche a livello mediatico“.

CONSEGUENZE – La ricaduta di una cancellazione, aggiunge Maltese, non sarebbe soltanto locale. “Per il bene del tennis mondiale – spiega – servirebbe unità a livello politico. Questa al momento non c’è, ma credo che provare a mantenere in calendario gli Slam rappresenti una priorità per l’intero movimento. Non solo per una questione tecnica, ma anche di impatto sociale ed economico. Nell’emergenza e con la stagione devastata, i quattro Slam hanno il compito di far sì che il tennis continui a mantenere una dimensione globale. Dovrebbero ragionare all’unisono, invece ognuno coltiva il proprio interesse. Più nell’immediato, non ho timori per i top 50: i giocatori di primissima fascia sono aziende che resisteranno anche a questa crisi. C’è però il rischio di vedere allargato il divario economico con tutti gli altri tennisti e anche a discapito dei tornei, quelli non supportati dalle grandi banche. ATP e WTA sono strutturati in modo da poter proteggere i loro circuiti, l’ITF con meno sponsor rischierebbe e con lei anche la nuova Coppa Davis“.

 

RIPARTIRE – L’esigenza sottolineata da Maltese è quella di dare, in ogni caso, un senso al 2020 del tennis. “Se saltasse per intero la stagione – tiene a puntualizzare -, soprattutto se dovessero saltare gli Slam, si rischierebbe un crollo con un pericoloso effetto domino. Già alcuni Masters 1000 sono in seria difficoltà, perché una clausola assicurativa contro un’eventualità del genere avrebbe avuto un costo spropositato. Faccio un esempio, in scala: sono nel Comitato organizzatore dell’ATP 250 di Marsiglia, che si è potuto disputare a febbraio prima dello stop. Per un evento del genere, la cancellazione avrebbe rappresentato un fallimento totale dal punto di vista economico, senza paracadute per i posti di lavoro e i fornitori. L’unica soluzione sarebbe stata vendere i diritti di quella settimana a un’altra città“.

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