Thiem: "Penso che sia stato il miglior match della mia carriera"

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Thiem: “Penso che sia stato il miglior match della mia carriera”

Con la vittoria su Djokovic, Dominic diventa il primo austriaco a raggiungere le semifinali del Masters, ma non vuole fermarsi: “Era un obiettivo, ma ora non è sufficiente”

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Dominic Thiem - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Cinquantuno vincenti. Questo solo dato basterebbe probabilmente a definire strepitosa la seconda partita di Dominic Thiem alle ATP Finals 2019. Il numero assume tutt’altri contorni se si considera che quelle cinquantuno palline senza ritorno sono state scagliate contro Novak Djokovic. Lo stesso austriaco, ora matematicamente qualificato per le semifinali, ha definito questo come il “miglior incontro della sua carriera”. Considerati la superficie, storicamente ostica a Thiem e estremamente favorevole a Nole, e lo stato di forma dell’avversario, probabilmente l’affermazione non suona così esagerata.

Probabilmente è stato il miglior match della mia carriera. È stato un vero classico e un match epico di quelli che capitano di tanto in tanto in questi grandi tornei. Ha avuto tutto quello di cui un match del genere ha bisogno: lui era al massimo, io ero al massimo; lui giocava punti strepitosi, io giocavo punti strepitosi. Penso che l’incontro si meritasse una fine al tiebreak del terzo set. Se due top 10 giocano per due ore e quarantacinque minuti, alla fine molto dipende anche dalla fortuna e questa volta è stata un po’ più dalla mia parte. Sono davvero felice e orgoglioso, perché, come ho detto prima, è stato probabilmente il miglior match della mia carriera”.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

I primi due incontri alla O2 Arena di Londra non fanno altro che suggellare una stagione davvero ottima, nella quale Thiem ha mostrato tutti i suoi progressi sulle superfici veloci (come non citare la vittoria a Indian Wells in finale su Roger Federer), ma soprattutto una tenuta mentale e una fiducia in se stesso fuori dal comune. Nel 2019, l’austriaco vanta un record di 15 vittorie e sole due sconfitte al set decisivo (terzo o quinto che fosse) e non ha mai tremato contro i Top 10: otto a tre il saldo vittorie/sconfitte aggiornato con il successo di ieri. Gli unici primi della classe in grado di fermarlo sono stati Djokovic a Madrid, Nadal in finale al Roland Garros e Medvedev in Canada. Nessuna di esse è particolarmente disonorevole o piena di rimpianti.

Nemmeno davanti ai Big 3 Thiem mostra più alcun timore reverenziale. Probabilmente è uno dei pochi tennisti a non averlo mai fatto sin da giovanissimo, ma adesso entra sempre in campo convinto di vincere e i risultati si vedono. In stagione è avanti 3-0 nei confronti diretti contro Roger Federer (5-2 il totale), 1-1 con Nadal (4-9 il totale) e adesso 2-1 con Djokovic (4-6 il totale, ma Dominic ha vinto quattro degli ultimi cinque confronti).

Adesso lo sguardo è già rivolto alla semifinale, senza ovviamente prendere alla leggera il match contro Matteo Berrettini, ininfluente per la qualificazione di entrambi, ma utile per mantenere ritmo e fiducia. “Sono davvero in fiducia. È stata la prima volta, penso, che sono riuscito a battere due dei Big 3 di seguito, cosa che ovviamente mi dà grande fiducia. Sono anche molto contento e orgoglioso di aver raggiunto le semifinali per la prima volta. Era un grande obiettivo, ma ovviamente ora non è più sufficiente. Cercherò di fare un buon match anche contro Berrettini giovedì. Ovviamente sarà un incontro più comodo per me perché non avrò molta pressione addosso, ma voglio comunque dare seguito a questo stato di forma e cercare di mantenere il livello dei primi due match anche in semifinale“.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Viste le performance delle prime giornate, non sembra neanche così irrealistico parlare di una possibile vittoria finale dell’austriaco, che ovviamente ha ammesso quanto il titolo significherebbe per lui e per la sua carriera. “Sarebbe il titolo più importante della mia carriera. Penso che questo torneo sia quasi al livello degli Slam, perché è così difficile da vincere. Devi battere solo top 10, i migliori otto giocatori della stagione. Forse questo torneo è il più difficile da vincere dell’intera stagione“. 

Sotto il tetto della O2 Arena, Dominic ha dimostrato ancora una volta di non avere paura di nessuno. Gli avversari sono avvisati.

 

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2019, il tennis a febbraio: Kyrgios batte Nadal sulle ali della follia

Ad Acapulco va in scena una delle partite dell’anno. Nick, sull’orlo del ritiro dopo mezz’ora, batte Rafa al termine di duecentodieci minuti di show e polemica. “È un grande campione ma da lui non devo imparare nulla”

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Kyrgios è pazzerello; è spettacolare; però è antisportivo; eppure è d’animo candido; ma è sprecone; ce l’avessi io il suo talento; è un campione; nondimeno è privo di zucca. E mi si scusi la punteggiatura claustrofobica, roba che Vincenzo Rabito in Terra Matta, ma non siamo nemmeno vicini all’arrivo. E ci mancherebbe altro, potremmo esaurire il numero di battute necessarie a questo articolo limitandoci a pescare dall’ampissimo recinto popolato dai fantasmagorici aggettivi che negli anni sono stati appiccicati alla schiena di crazy Nick.

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No need for a commentator when Nick’s on court😝 . #tennis #tennistv #atp #atptour #stnicholasday #kyrgios #nickkyrgios

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Affidatevi al dizionario che più vi piace, ma non dimenticate di accordarvi sull’unico attributo che paradossalmente – paradossalmente per l’ovvia natura dell’attributo medesimo – ha negli anni grossomodo unito tutti coloro che hanno avuto l’ardire di commentarne le gesta: divisivo. Kyrgios è divisivo. Lo si ama, lo si odia. Bianco o nero, Uomini e No. La zona grigia, tinta tipica delle varie forme di diplomazia, dalle parti di Canberra non è d’uso. Kyrgios separa chiunque, in apparenza persino i cosiddetti esperti, “gli addetti ai lavori”, quelli che ne capiscono, i quali si trincerano volentieri dietro a un guelfoghibellinismo di facciata lucrando notevoli dividendi professionali, poiché il soggetto è garanzia di ciccia costante utile a sfamare le fameliche rotative: sai che noia scrivere solo di Djokovic e Nadal? Ché poi di Nole e Rafa si scrive per forza, con tutto quello che hanno vinto, ma se non avessero vinto nulla su di loro si sarebbe sprecato ben poco inchiostro. Nick no, Nick è diverso, diciamo e dicono: anche se fosse centonovanta al mondo, di lui si scriverebbe lo stesso. Perché lui è Nick.

Dell’altro, quello appena citato, Rafa Nadal insomma, non fosse il fenomeno conclamato che è, si potrebbe dire che quasi quasi sia il negativo di Kyrgios. La costanza, carentissima nel variabile australiano, è merce sovrabbondante nel magazzino di Manacor, dove insieme a chili di pazienza, alle chele mancine, ai banana-shot e alla cattiveria agonistica c’è spazio per diciannove trofei dello Slam, quelli che Kyrgios, “se non mette la testa a posto”, con ogni probabilità non vincerà mai. Ai suoi seguaci, non pochi, poco importa: perché basta una settimana da Nick ogni tanto per rinfocolare l’amore.

Ad Acapulco, nel mese di febbraio, gli astri si mettono in ghingheri per l’occasione: Kyrgios arriva in Messico con appena due partite vinte in stagione, un’eliminazione al primo turno nel Major di casa e la poco edificante etichetta di numero settantadue al mondo, peggior classifica da quando, cinque anni prima, stupì il destino Nadal e il mondo centrando i quarti a Wimbledon da wild card diciannovenne e il primo accesso in carriera tra i primi cento giocatori della classifica.

Al primo turno trova Andreas Seppi, altro simbolo degli inquieti, forse, ma non è detto, dormiveglia di Kyrgios; l’inappuntabile professionista di Caldaro, quello che qualche tempo prima lo aveva rimontato cacciandolo da Melbourne. Stavolta Nick avanza in due, per prenotare il secondo turno atteso dai molti turisti affollanti quello che Fabio Fognini definì il resort più bello del mondo: ad aspettarlo c’è Rafa, manco a dirlo, ma l’esito della tenzone sembra presto scritto. Per il fenomeno da Manacor pochi problemi e primo set facile, sei-tre in trentacinque minuti con break nel sesto gioco e Kyrgios impotente. Stralunato, sballottato, incapace di trovare contromisure adeguate, egli si appella addirittura al trainer, mentre sembra in procinto di rendere l’anima.

Non riesco a giocare – dice al medico – ma provo ancora un paio di game”. Ne giocherà altri ventisei, e starà in campo per altre tre ore circa. Tra una mazzata di dritto e un servizio drop-shot con Nadal sempre più periferico in risposta, Kyrgios la rimette in sesto pur ostentando l’espressione facciale di chi non ne ha per molto. Si affanna, abusa degli attrezzi del mestiere, usa la racchetta a mo’ di stampella e soffre le pene dell’inferno senza l’ausilio della prima di servizio, ma annulla quattro palle break potenzialmente letali nel nono gioco e si produce in un tie break meraviglioso forzando al terzo l’ormai tesissima contesa.

La partita di tennis, appena un secondo turno in un torneo 500 di febbraio, sfuma i propri contorni espandendosi in rissa, solo metaforica perché Nadal è uomo dal carattere piuttosto mite. Kyrgios, uno spettacolo di per sé: tira vincenti da ogni posizione spostandosi il meno possibile, aizza i tifosi, si porta le mani alle orecchie reclamando ovazioni e ricevendo in cambio fischi e ululati da un pubblico sempre più pendente dalla parte del baleárico. Più volte sull’orlo del collasso, Nick cammina in equilibrio sul cornicione a lungo, salva cinque pericolosissime palle break in un sesto gioco da sedici punti e quindici minuti trascinando il carrozzone a un nuovo tie break, che è il perfetto epilogo di un dramma in feltro rispettabile. Con i nervi ormai in piena ribellione Rafacito si arrampica sul seitre, ha tre match point a disposizione, ma Kyrgios gli annulla i primi due con palla corta vincente e temeraria volée che colpisce il nastro prima e la riga poi, mentre il terzo se lo divora la leggenda tirando largo un rovescio lungo linea.

Pietrificato, Nadal commette doppio fallo e poco dopo spara lungo un altro rovescio, stavolta incrociato, consegnando la partita nelle mani dell’infervorato avversario. Seguiranno una stretta di mano ai limiti del protocollare e due conferenze che si faranno ricordare. Rafa Nadal, per molti anni epitetato Rafa Banal nelle sale stampa di mezzo mondo a causa, mettiamola così, dell’eccessiva misura con cui da sempre calibra le proprie esternazioni, rosica e si lascia andare. “Kyrgios ha fatto il suo show, giocato bene e oggi ha vinto. Non credo sia un cattivo ragazzo, ma dovrebbe portare più rispetto per il pubblico, l’avversario e soprattutto per sé stesso”. Kyrgios, che all’inizio aveva persino provato a essere galante – “Rafa è un campione incredibile, felice di averlo battuto” –, una volta reso edotto dai giornalisti non impiega molto a sbroccare: “Ciò che dice non mi interessa e non avrà alcuna influenza su di me”.

Nick Kyrgios, il tizio che dopo mezz’ora stava per ritirarsi, finirà per passare sul centrale dell’Abierto Mexicano ancora un bel po’ di tempo: batterà al tie break del terzo anche Stan Wawrinka e John Isner con menzione d’onore per il quarto con lo svizzero, legato a Nick da un rapporto burrascoso, perdonerete l’incauto eufemismo, originato dal famoso match di Montreal 2015, quando il ribelle di Canberra commentò a voce altina i trascorsi sessuali di Donna Vekic, all’epoca neo-fidanzata del vodese.

In finale, Kyrgios avrà la meglio su Sascha Zverev nell’incontro paradossalmente più facile della settimana, conquistando il quinto trofeo in carriera non prima di aver salutato da par suo i tifosi di Nadal. “Dove si sono cacciati? Avranno preso un volo per Indian Wells” riferisce ai giornalisti dopo l’ennesima maratona vinta sull’amico, lui sì, John Isner. Già, Indian Wells, il primo Mille stagionale che si sarebbe giocato di lì a dieci giorni e da cui Nick, ça va sans dire, sarebbe stato eliminato al primo turno, le sue gemme essendo destinate a essere rare per statuto e forse per questo ancora più attraenti, poiché di solito confezionate in modo tale da farsi ricordare. “Non farò mai nulla di giustificabile”, diceva un poeta portoghese che meriterebbe maggior fama. Tu che dici, Nick?

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Intervista a Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Quattro chiacchiere con il presidente del circolo pratese, tra soddisfazione e qualche proposta di riforma, quando sono appena iniziate le Finali di Serie A1 a Lucca

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Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Al Palatagliate di Lucca sono appena iniziate le finali di Serie A1 di tennis, competizione che accompagna gli appassionati della racchetta in questi mesi di letargo dei Tour ATP e WTA. Al femminile si affronteranno il TC Prato e il TC Genova, mentre al maschile la sfida-scudetto sarà tra lo Sporting Club Selva Alta Vigevano e il CT Messina. Alla vigilia del grande appuntamento abbiamo intervistato il presidente del TC Prato, Riccardo Marini, ovviamente molto entusiasta per i risultati delle proprie ragazze.

La squadra femminile è più amalgamata rispetto a quella maschile. Formata da ragazze molto legate tra di loro, si compensano e sono complementari. Indipendentemente da come andrà in finale penso che il bilancio sia estremamente positivo. Mi fa piacere non solo per i risultati tennistici ma anche proprio per questa unione tra le ragazze. Lo sport deve essere un veicolo per la vita, sia per il presente che per quello che faranno una volta terminata l’attività agonistica. Io credo che il bilancio dunque sia positivo sotto entrambi gli aspetti, agonistico e umano.”

Marini non vuole assolutamente far mancare il suo sostegno alla squadra e sarà sugli spalti a tifare insieme agli altri appassionati. “Sarò presente sia venerdì pomeriggio che sabato, anche se ovviamente sabato mi auguro di andarci con uno spirito un po’ più sollevato rispetto alla trepidazione per la prima giornata (ride, ndr)”. Il risultato di 1-1 maturato dopo le prime due sfide ha invece lasciato intatta questa trepidazione. Come il presidente, anche la città di Prato ha risposto presente all’appello, approfittando della vicinanza con la sede delle finali (il nostro inviato ci ha raccontato che i pratesi, nella prima giornata, hanno superato in numero i genovesi sugli spalti).Al circolo c’è molto fermento e molta attesa. Credo anche che ci sarà una grossa transumanza verso Lucca, visto che è facilmente raggiungibile per noi. Anche Genova non è lontana in realtà quindi il pubblico avrà sicuramente un peso importante”.

 
La squadra femminile del TC Prato, qualificata per le finali del campionato di A1

Se le ragazze sono riuscite a guadagnarsi la possibilità di portare a casa il sesto scudetto della storia del circolo, altrettanto bene non hanno fatto i componenti della squadra maschile, addirittura retrocessa in A2. Il punto fermo da cui ripartire però è già chiaro nella mente del presidente: puntare sui giovani del vivaio. “La squadra femminile è giovanissima e composta da molte giocatrici che vengono dal vivaio. Penso che possa avere ancora molta prospettiva davanti a sé, mentre di quella maschile dovremo discutere un po’. Forse è una squadra giunta a fine percorso, perciò per l’anno prossimo proveremo a mettere su una squadra giovane e di prospettiva, anche se magari non si vedranno i risultati nell’immediato.”

A spingere Marini verso questa direzione è anche una certa interpretazione “romantica” del campionato di Serie A, che dovrebbe, secondo lui, contare un po’ meno sull’apporto di professionisti di alto profilo, ingaggiati ad hoc. “Se devo muovere una piccola critica all’attuale sistema della Serie A, riguarda il sistema del reclutamento degli stranieri o di grandi nomi. A volte preferirei far giocare solo gente appartenente ai circoli. Quando si gioca per il circolo, credo l’attaccamento al circolo debba essere qualcosa di più del gettone che si riceve. Noi l’anno prossimo punteremo moltissimo sul vivaio, in modo da far giocare ragazzi che sono nati e cresciuti da noi.”

Più in generale, il presidente del TC Prato vorrebbe modificare un po’ l’attuale formula della Serie A, che rischia di non garantire sempre uno spettacolo opportuno e di alto livello, oltre ad impegnare i circoli in lunghe trasferte consecutive. “La formula forse è un po’ da rivedere. Viene fatta alla fine della stagione perché giustamente i giocatori e le giocatrici più forti sono impegnati nei tornei internazionali e ci sono poche alternative. Giocare incontri andata e ritorno, magari con trasferimenti anche lunghi, è pesante. Visto che spalmare gli incontri durante l’anno è difficile, si potrebbero organizzare dei gironi in sede neutra, come nella Davis di ora. Forse facendo così si attirerebbe più interesse. Altrimenti si rischia di trovarsi a giocare un incontro già certi di essere promossi o eliminati e allora si mandano le seconde linee invece dei giocatori più forti, anche lo spettacolo non ne beneficia. A me la nuova Davis piace, ovviamente bisogna aggiustare un po’ il tiro e sistemare alcune cose, ma concettualmente non mi dispiace. Probabilmente diciotto squadre sono troppe o sono troppi pochi i giorni, ma penso possa attirare più interesse rispetto a prima. La stessa formula si potrebbe applicare anche alla Serie A”.

Gestire un circolo e mantenere due squadre di alto livello richiede uno sforzo economico non indifferente e, nonostante il buon lavoro dell’amministrazione, gli sponsor non sempre sono sufficienti.Gli sponsor non coprono l’intero costo della Serie A. C’è da dire che noi quest’anno eravamo uno degli unici tre circoli in Italia ad avere due squadre di A1, femminile e maschile, il che moltiplica le spese. Il prossimo anno probabilmente sarà dunque un anno di transizione per noi anche perché la squadra maschile andrà rifondata, puntando molto sui giovani.”

Oltre all’attività in Serie A, il circolo pratese ospita anche un prestigioso torneo junior, che vanta nel suo albo d’oro nomi di assoluto valore, da Roger Federer a Kim Cljisters, passando per la finale del 2013 tra Sascha Zverev e Daniil Medvedev. Nel 2019, Marini e gli altri dirigenti hanno ritoccato un po’ la struttura dell’evento per contrastare la concorrenza degli altri tornei:L’edizione di quest’anno penso sia stata migliore delle precedenti, perché abbiamo modificato un po’ la formula. Abbiamo ridotto il tabellone da quarantotto giocatori a trentasei e abbiamo disputato le finali sabato anziché domenica. Essendoci molti tornei in settimane consecutive, i giocatori migliori sono magari portati più facilmente a saltare quelli della nostra categoria. Giocando un giorno in meno sono più invogliati a partecipare invece”.

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Pagelle

Pagelle 2019: l’anno di Rafa, Matteo principe azzurro e l’alba di Jannik

Nadal e Djokovic si dividono gli Slam, ma Tsitsipas e Medvedev annunciano la rivoluzione. Il miracolo mancato di Federer, Berrettini meraviglioso e Sinner che irrompe. Le follie di Kyrgios e la rinascita di Murray

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Rafa Nadal e Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Rafael Nadal: 9,5

Giocatore finito. Sul cemento oramai le sue ginocchia non gli permettono nemmeno di sistemare le sue amate bottigliette. Al massimo può giocarsela sulla terra, ma il meglio è passato e farà fatica a giocare un’intera stagione ad alti livelli. Poi ce lo ritroviamo numero 1 del mondo a fine stagione, saltellare amabilmente a fine novembre sul cemento indoor tra singolari, doppi, doppi misti, maratona, triathlon, giochi senza frontiere, matrimonio, luna di miele, conferenze stampa con Scanagatta etc nella Piquè Cup vinta praticamente da solo. In più, ha trionfato nuovamente a New York, giocato un’altra finale a Melbourne, una semifinale da applausi a Wimbledon e vabbè, ha passeggiato sulla Ville Lumiere come se fosse la cosa più ordinaria del mondo, tipo rispondere serenamente ad una domanda del Direttore…

Novak Djokovic: 9

Una beffa, in effetti, giocare una stagione come la sua e non essere numero 1 del mondo e non essere il migliore in assoluto dell’anno. Due Slam, uno al termine della finale più incredibile di sempre, dove un solo uomo al mondo avrebbe potuto resistere a quel Federer divino. Certo, tra Parigi e New York poteva fare qualcosa di più e al Masters si è arreso alla sete di rivincita di Federer. Ma il suo cruccio più grande resta sempre lo stesso: magari raggiungerà i record degli altri due, ma per scalare il cuore dei tifosi non c’è nulla da fare, nemmeno il Guru può aiutarlo.

Roger Federer: 7,5

94 vincenti, quasi tre ore senza concedere uno straccio di palla break, un livello di tennis celestiale. E quel maledetto 8-7 40-15 che non dimenticherà mai. Due giorni prima, un’altra recita leggendaria contro la sua nemesi mancina. Ma il capolavoro finale gli è sfuggito sul più bello. Il torneo di Wimbledon basterebbe da solo a raccontare l’annata di Roger, forse la carriera. È poi tornato a giocare sulla terra, addirittura arrivando in semifinale al Roland Garros, si è tolto lo sfizio di eliminare Djokovic dal Masters e ha comunque vinto Miami più i tornei della riserva di caccia abituale. Non si è ritirato, non si ritirerà nel 2020, non si ritirerà nel 2021, non si ritirerà mai, lo sappiamo tutti. Alleluja.

 

Dominic Thiem: 8

Gli organizzatori del Roland Garros (4) gli hanno di fatto impedito di giocarsela fino in fondo contro Rafa, dopo essere stato costretto a completare (divinamente) l’opera contro Nole solo qualche ora prima. Per una volta però, non è arrivato cotto in fondo ed al Masters ha dato spettacolo contro Roger e Novak prima di cedere sul filo di lana contro Tsitsipas. Insomma, una grande stagione e la convinzione, grazie anche al suo nuovo coach, che i suoi grandi avversari, tutti battuti nell’anno solare, non siano più dei Massu insormontabili.

Daniil Medvedev: 8,5

La sua stagione fino a Wimbledon era stata buona, ma tra alti e bassi. Poi ha deciso che si era semplicemente stancato di perdere. Sei finali di fila e il boom a New York. Dove ha iniziato il torneo insultando tutti, ball-bay brutalizzati, dito medio al pubblico e via di partita in partita con teatrini al microfono e bordate di fischi. E ha finito per essere l’idolo dell’Arthur Ashe. Una roba da fenomeno puro. A differenza di altri che fenomeni lo sono ma solo da baraccone, ha dimostrato di avere tanta sostanza e cattiveria e un tennis anomalo ma devastante. Aggiusterà la testa o forse no, ma la sensazione è che potrà dominare.

Stefanos Tsitsipas: 8,5

Riccioli d’oro, personalità da vendere, un abuso di social in linea con le nuove generazioni: il tennis degli anni ’20 ha trovato il suo profeta, anzi il suo Dio greco. Se ci aggiungiamo un tennis entusiasmante, in una stagione in cui si è tolto lo sfizio di battere Federer in uno Slam e nella semifinale del Masters, Nadal sulla terra e Djokovic sul cemento, capiamo perché Stefanos sia la stella polare del movimento. Il Masters, ad un anno di distanza dalle Next Gen Finals (peccato per lui che Sinner lo emulerà subito, vincendo anche un paio di Slam) è il primo successo di una lunga serie. Anche se è uscito con le ossa rotte da partite lottate in tre Slam su quattro (Fabbiano, Rublev e Wawrinka docent). Se non dovesse vincere uno Slam nel 2020… avrà semplicemente fatto la fine di Zverev.

Alexander Zverev: 5,5

Eccoci qui, per l’appunto. Dite che non si può dare un’insufficienza ad un classe 1997 che ha concluso la stagione al numero 7 del mondo? E invece sì, perché è vero che si è ripreso sul finire dell’anno, strappando la qualificazione al Masters e la semifinale, ma doveva essere l’anno della consacrazione e un quarto Slam come miglior risultato e tante sconfitte inopinate non ammettono appello. Almeno per quest’anno.

Matteo Berrettini: 9

Al momento di stringere la mano a Federer dopo la batosta negli ottavi di Wimbledon, Matteo regalava la perla del torneo: “Roger, quant’è per la lezione?”. E però quella battuta, che poteva dimostrare un eccesso di modestia dinanzi al Re e al Miedo Escenico del Centre Court alla fine dei primi ottavi Slam, non era altro che la prova dell’umiltà di Matteo utilizzata per il verso giusto. E difatti a New York ecco il capolavoro, la storica semifinale, la top-10, le ATP Finals. E il futuro tutto da scrivere. Un 2019 che è stato un sogno in crescendo per Matteo e che con il “pungolo” di Sinner dovrà lanciare l’azzurro verso traguardi ancora più grandi.

Roberto Bautista Agut: 8

Il finale di stagione da libro cuore, con la morte del papà, il ritorno in campo con la decisiva vittoria in Davis e, infine, la gioia per il matrimonio, non devono distogliere l’attenzione da una stagione strepitosa, con il debutto in top-10 e le semifinale a Wimbledon, unico “intruso” tra i 3 fenomeni. Eroe non per caso.

Andy Murray: 9

Chissà se la carriera agonistica di Sir Andy avrà ancora un futuro. Certo, pensavamo di averlo “perso” in quel triste giorno australiano, poi lo abbiamo ritrovato a divertirsi in doppio con Serena e addirittura a battagliare nei challenger. Fino a ritrovarlo a braccia alzate ad Anversa. Braveheart gli fa un baffo.

Fabio Fognini: 8

Per fortuna le bombe di Fabio sono esplose per davvero soprattutto nella epica cavalcata di Montecarlo e nella agognata top-10, finalmente raggiunta dopo il Roland Garros. A Wimbledon non lo premieranno per il fairplay e gli inglesi non saranno mai il suo popolo preferito. Resta però soprattutto un’altra grande stagione, condita da due grandissimi risultati che coronano una grande carriera. Se avrà ancora voglia (e salute), il 2020 azzurro potrebbe vederlo rivaleggiare in un circuito azzurro virtuoso con Berrettini e Sinner.

Denis Shapovalov: 7,5

Non sappiamo se Youzhny lo abbia “curato” come faceva con se stesso (provate a digitare in rete Youzhny racchetta e sangue e capirete di cosa stiamo parlando), certamente Denis ha svoltato con il nuovo allenatore e sembra aver ritrovato la via che pareva smarrita. Il suo tennis è ancora “senza rete” ma con tutto quel talento non ci stancheremo mai di aspettarlo ai piani alti.

Nick Kyrgios: 4

“Lui non perde la testa, è proprio cretino”. Parole e musica di Adriano Panatta, uno che ha avuto a che fare con Nastase, Connors, McEnroe… gente che non ha nulla in comune con Nick, intendiamoci, perché a lui di vincere una partita o un torneo non frega nulla. Figuriamoci rispettare l’avversario, l’arbitro o il pubblico.

Marin Cilic: 3

I miracoli prima o poi finiscono, anche se sei nato a Medjugorje. Anzi, di questi tempi è meglio non affidarsi troppo alla Madonna perché è impegnata a fare rivelazioni ai politici italiani.

Lorenzo Sonego: 7,5

Cuore granata e in quanto tale ontologicamente dedito a battaglie infinite e a non arrendersi mai. Primo titolo (sull’erba turca!), scampoli di grande tennis e un futuro da confermare con l’esempio del gemello Matteo.

Salvatore Caruso e Stefano Travaglia: 7

Hanno finalmente raccolto nel 2019 quanto seminato in anni di fatica. Ora devono mantenere il livello e osare di più con la programmazione, sfidando i top nei tornei più importanti.

Jannik Sinner: 8

Il Messia è arrivato, sotto un mantello di capelli rossi, il Principe azzurro del tennis italiano, colui che ci porterà a tutti i record del mondo è finalmente tra noi. Le Next Gen Finals sono solo state un antipasto, il meglio è dietro l’angolo. Binaghi gli ha regalato la tessera Gold a vita, così da poter organizzare i match sul circuito a suo piacimento e le folle adoranti lo hanno già eletto a nuovo Federer, nuovo Nadal e nuovo Djokovic. Per fortuna Jannik è insensibile a tutte queste moine e sotto la sapiente guida di Riccardo Piatti arriverà lì dove deve arrivare. In alto, molto in alto.

Marco Cecchinato: 4

Dopo Buenos Aires, è sprofondato. Chi era a Parigi nel 2018 non crede ai suoi occhi. Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza…

Andreas Seppi: 6

Lo abbiamo visto sconsolato a Wimbledon, incerto sul futuro con quella maledetta anca. Poi però la tempra è sempre la stessa, da indomabile e qui e lì ha lasciato traccia della sua enorme passione, confermandosi ancora tra i grandi. Che esempio per il suo giovane allievo…

Thomas Fabbiano: 7

Sembra quasi incredibile trovarlo fuori dalla top-100 a fine anno, ma il 2019 sarà ricordato come l’anno delle grandi imprese Slam, Tsitsipas (e Karlovic) sull’erba di Wimbledon e Thiem a New York. Pollicino fino a un certo punto, magari gli è mancata la continuità ma come si dice? Meglio un giorno da leone che cento da pecora.

Karen Khachanov: 5,5

Il finale del 2018 sembrava averlo lanciato verso i piani altissimi ed invece si è visto sorpassare in casa da Medvedev e anche Rublev ha messo la freccia. 17 del mondo comunque eh, mica pizza e fichi.

Felix Auger-Aliassime: 8

Chiedete ai canadesi appassionati di tennis se sono Felix: con lui, Shapo e Andreescu e i redivivi Raonic e Pospisil versione Davis la sensazione è che si divertiranno molto. Felix trema ancora un po’ sul più bello, ma come gioca…

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