Cuore di Canada: è la prima finale di Davis per il paese dell'acero rosso

Coppa Davis

Cuore di Canada: è la prima finale di Davis per il paese dell’acero rosso

MADRID – Un’altra sfida al cardiopalmo promuove il Canada alla sua prima finale di Coppa Davis

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Denis Shapovalov e Vasek Pospisil alle Davis Cup Finals 2019 (foto Silvestre Szpylma / Kosmos Tennis)
 

Il tabellone aggiornato del torneo

da Madrid, il nostro inviato

RUSSIA – CANADA 1-2
A. Rublev (RUS) b. V. Pospisil (CAN) 6-4 6-4
D. Shapovalov (CAN) b. K. Khachanov (RUS) 6-4 4-6 6-4
V. Pospisil/D. Shapovalov (CAN) b.
A. Rublev/K. Khachanov (RUS) 6-3 3-6 7-6(5)

CONTINUA LA MARCIA DI RUBLEV – Un Rublev ancora in modalità martello, schianta anche un Pospisil incapace di dare piena continuità alla sua azione. È la partita fra i due giocatori più in forma del torneo, gli unici assieme a Nadal ad aver giocato tre singolari vincendoli tutti. Entrambi sono protagonisti per caso: Vasek inizialmente è sceso in campo per preservare Auger-Aliassime reduce da un infortunio, mentre Andrey ha trovato il posto da titolare solo sabato, ovvero quando il suo connazionale Medvedev ha rinunciato spalancandogli le porte di un posto da titolare. Secondo confronto fra i due dopo l’unico episodio registrato a Miami nel 2018 e vinto da Pospisil.

Inizio devastante di Rublev con un parziale di nove punti a zero che riprende da dove aveva finito ieri: se 24 ore fa la vittima era stato il povero Krajinovic, oggi il canadese sembra destinato inizialmente alla stessa sorte. Per fortuna Vasek tampona l’emorragia e nel primo set rimane in scia a un break di distanza. Il problema però è che il russo continua imperterrito nel suo martellamento da fondo e sul suo servizio sembra lasciare ben pochi spazi al canadese. In particolare il russo è un furetto negli spostamenti laterali e riesce con continuità a trovare lo spazio per lanciare i suoi traccianti di dritto anomalo, sia inside in che inside out.

L’unica fiammata del set per Canada 2 arriva nell’ottavo gioco: grazie a un paio di risposte aggressive e a punti giocati con molta intelligenza, Pospisil si issa per tre volte fino a palla break. Tentativi lodevoli ma inutili in quanto Rublev si salva con la solita dose di legnate ben assestate. Il canadese comunque non si arrende e le prova tutte, ma con scarso successo: il set si chiude con il russo avanti 6-4, bravo a capitalizzare la partenza lanciata. Esemplificativo del parziale il primo punto del decimo gioco, chiuso da Rublev con una stop volley sontuosa, dopo una serie infinita di recuperi e colpi spettacolari. Pospisil le prova davvero tutte, ma Rublev sa sempre come uscirne.

Rublev parte forte anche nel secondo parziale e approfittando degli errori di Pospisil incassa il break in apertura. La trama tattica del match è pressoché la stessa del primo set, Pospisil è bravo a generare angoli dal centro del campo, mentre Rublev appena può cerca di girare attorno al rovescio per liberare il dritto a sventaglio. La pressione del canadese però si fa sempre più costante e lo sforzo viene alla fine ripagato con il controbreak che vale il tre pari. Pospisil però paga subito le energie spese: Rublev rimanda in campo praticamente ogni colpo del canadese e torna a condurre riprendendosi subito il break appena concesso. Un aspetto magari meno appariscente ma fondamentale, è la capacità di Rublev di rispondere con continuità alle bordate al servizio di Pospisil, il quale a differenza dei giorni scorsi non riesce a ottenere molti punti diretti con questo fondamentale. Rublev che chiude il match con autorità e senza troppi patemi, mandando la Russia sull’1-0.

LAMPI DI SHAPOIl canadese gioca una partita fatta di alti e bassi, ma con alcuni picchi accecanti e un tocco di incoscienza (prossima alla follia) per portare a casa il match e rendere così decisivo il doppio. Shapovalov vince il primo confronto diretto con Khachanov scacciando così la pressione di dover vincere per evitare l’eliminazione diretta del proprio team.

 

Probabilmente questo fattore nervoso incide sull’avvio di Shapovalov che parte male e lascia campo libero al russo, libero di involarsi sul 3-1. Qua però Denis si scuote e con alcune belle soluzioni di rovescio trova il modo di ribaltare l’inerzia del match e infila una serie di quattro giochi consecutivi che lo portano inaspettatamente a servire per il set. Fra i vari cioccolatini scartati da Shapovalov menzione speciale per il rovescio incrociato stretto con cui sigilla il secondo break che gli vale il 5-4. Arrivato a servire per incamerare il primo set, Denis non trema e porta a casa la manche alla prima occasione utile. I numerosi errori in manovra del russo alla fine si sono rivelati sanguinosi; a livello tattico la scelta di Khachanov è il tentativo di sfruttare il proprio dritto incrociato carico di top spin al fine di non proporre palle comode da spingere al nativo di Tel Aviv. Il piano di Shapovalov invece è quello di muovere il gigante russo sfruttando la sua attitudine a generare angoli stretti sia col dritto che col rovescio, portandolo così fuori posizione per poi sfruttare il campo aperto.

Il secondo set comincia sui binari di un sostanziale (e rapido) equilibrio. Khachanov gioca ora più sulla regolarità e aspetta il momento buono per piazzare la zampata, confidando nel margine molto piccolo del gioco di Shapovalov, che al solito alterna grandi soluzioni a errori banali. La tattica paga: sul 5-4 Khachanov disputa un solido game di risposta e con un paio di buone soluzioni mette pressione a Shapovalov, che ne risente e commette uno sciagurato doppio fallo. La partita va così al terzo in un momento in cui Denis sembra leggermente in sofferenza.

Nel basket il canadese sarebbe sicuramente un giocatore di “striscia”, uno di quelli che quando entra in ritmo siglerebbe una tripla anche da centrocampo, e in questo momento la fiducia non è dalla sua. Allo stesso tempo si avverte la sensazione che Shapovalov stia caricando il fucile per il gran finale, mentre i servizi si sfidano lasciando poco spazio alle risposte. Si arriva così al settimo game in cui Shapo (ri)entra “in the zone” e delizia il pubblico di vincenti. Da evidenziare soprattutto il punto con cui Shapo sigilla il break: uno scambio condotto con sagacia, cominciato in difesa e tenuto in piedi con gran recuperi e con alcuni parabole cariche di effetto per permettergli di recuperare la posizione. Qualche mese fa il punto sarebbe probabilmente finito con una colpo sparacchiato sui teloni. Shapo a quel punto conferma il break, ma nel game successivo succede di tutto: un game che rispecchia in pieno come Denis sappia essere croce e delizia. Alla fine, però, sarà delizia.

Prima sparacchia un paio di colpi fuori di un metro, per regalare lo 0-30, poi con un (altro) doppio fallo sciagurato si caccia nella buca perfetta andando sotto 0-40. Nel punto successivo prima chiede un challenge… contro se stesso: a seguito di una prima fuori non chiamata, è Shapo a dover chiamare il falco per poter giocare la seconda, poiché si era ingenuamente fermato. Gioverebbe ricordare al 19enne che ‘la palla è fuori quando arbitro grida’ (quasi come diceva Boskov), altrimenti tocca giocare. Per sua fortuna la palla è fuori per davvero e sulla seconda Denis è anche fortunato, poiché la palla rimane in campo dopo aver danzato sul nastro. Quindi il climax: il canadese torna a sparare vincenti e con l’aiuto di Khachanov, che spreca banalmente una delle tre palle break, mette a segno cinque punti consecutivi e porta a casa il punto dell’ 1-1 per il Canada.

CONTINUA LA FAVOLA DEL CANADA. Tutto in un tie-break. La Russia anche oggi arriva a giocarsi tutto in tie break decisivo, ma a differenza di ieri stavolta deve inchinarsi.

È il doppio a decidere la prima finalista di questa nuova edizione della Coppa Davis. Come ieri nel doppio fra Serbia e Russia entrano in campo quattro singolaristi oggi prestati al doppio, il che già di per se rende più difficile qualsiasi pronostico. Automatismi, schemi tattici e movimenti in campo non possono essere gioco-forza perfetti aumentando così il margine di variabilità del match. L’unico con un buon passato da doppista è Pospisil, che nel 2015 si era issato fino al n. 4 delle classifiche di specialità, ma che quest’anno ha giocato molto poco a causa di un’operazione alla schiena. Formazioni ormai stabilizzate in queste giorni, con il Canada che gioca con il doppio rovescio esterno e la Russia con Khachanov sul dritto esterno e Rublev sul rovescio.

Nel primo set si viaggia abbastanza in equilibrio con entrambe le formazioni solide sia sulla prima che sulla seconda di servizio. Per entrambe la percentuale di trasformazione sulla seconda è superiore al 65%. Con statistiche di questo genere si intuisce come il set sia stato determinato da pochi episodi. E infatti i momenti chiave del set sono il secondo game nel quale i canadesi assestano il primo colpo del match aggiudicandosi quello che risulterà poi l’unico break del set sul servizio di Rublev. La Russia cerca di rientrare in gioco ed effettivamente nel nono game riesce anche ad arrivare ai vantaggi e a conquistare una palla break, che però non viene concretizzata. Scampato il pericolo il doppio canadese chiude la frazione e si porta ad un solo set dalla finale.

La Russia però non ci sta e nel secondo set con un robusto game in risposta sul servizio di Pospisil piazza il primo break. Tuttavia quando arriva il settimo game Khachanov ha un momento di esitazione al servizio e Rublev, privo dell’apertura alare del compagno di squadra soffre maledettamente a rete. Ma per la legge del contrappasso, quando è il Canada a servire con Pospisil si trova nella stessa situazione di prima della Russia: Shapovalov a rete commette un po’ di errori e regala nuovamente il vantaggio del break alla Russia che con qualche brivido trasforma l’occasione e porta la contesa al terzo.

Rispetto al doppio di ieri fra Serbia e Russia entrambe le squadre giocano un maniera più ordinata, con la Russia come prevedibile più orientata a sfruttare la potenza da fondo dei suoi giocatori, mentre il Canada più propositivo con Pospisil che risulta il migliore dei quattro nei pressi della rete.

Si arriva così al terzo set in cui il Canada ha subito due palle per mettere il naso avanti, ma pure in questo caso Rublev veste i panni di salvatore della Patria e tiene in piedi la baracca con alcune soluzioni pregevoli. Adesso la tensione comincia a farsi sentire e si va a strappi. Nuovamente su servizio Pospisil in Canada va in sofferenza e la Russia ha due occasioni per dare la sterzata decisiva al match, ma Vasek estrae dal cilindro alcuni servizi notevoli. e ovviamente più ci si avvicina alle battute finali più aumenta il pathos. Ormai quasi ogni game di servizio è lottato, nel decimo gioco il Canada va a un nastro distanza da due match point, ma ancora una volta la Russia si salva e alla fine si arriva al finale più giusto con l‘intera qualificazione che si decide in un singolo tiebreak.

La Russia che parte subito col piede giusto a va sul 3-0 e il Canada rimane in scia con due servizi vincenti. I biancorossi riescono a recuperare il minibreak sul 3-4, sorpassano per il 5-4, e con un grande scambio tra Rublev e Pospisil da cui esce vincitore quest’ultimo il Canada va a doppio match point. Sul 6-5 serve Pospisil: possiamo solo immaginare quanti pensieri gli saranno passati per la mente, la prima palla fuori di oltre un metro, e sulla seconda Rublev sbaglia la risposta e il Canada può festeggiare la finale.

LA GIOIA DEI CANADESI
Come vi sentite dopo tutti questi match e quali sono le sensazioni per questa prima finale?
POSPISIL: “Match incredibile in doppio, è stato un crescendo, con tante emozioni anche solo per arrivare a questa partita. Incredibile sensazione essere arrivati fin qua”. 
È stato un grande anno per il Canada nel tennis dopo quello che ha fatto Bianca [Andreescu]: che ne pensi?
SHAPOVALOV: “È una cosa spettacolare, anno incredibile. Non ci sono parole per descrivere quello che abbiamo fatto questa settimana, non ci aspettavamo di arrivare fin qua. Abbiamo giocato ad un livello ridicolo (ripetuto tre volte n.d.r.). È un sogno giocare per il mio paese e arrivare in finale di Davis”.
POSPISIL: “È un momento incredibile, ho avuto un intervento quest’anno e non sapevo come sarei tornato. Il recupero è stato più veloce di quello che pensassi. E ora essere in finale è incredibile“.
Denis, provi qualche emozione particolare quando giochi con la Russia?
SHAPOVALOV: “Per me non cambia niente, io sono canadese e rappresento il mio paese. Il mio background è misto, ma io mi considero canadese, il Paese che mi ha accolto e mi ha dato una casa“.
Vasek, cosa hai pensato quando sei andato a servire per il match?
POSPISIL: “La mia prima forse sembrava più nervosa di quello che ero inrealtà. Veramente abbiamo giocato ad un livello elevato e solo ìi le emozioni sono venute fuori. È servito il nostro miglior tennis per farcela. In molti momenti avevo la sensazione che ci fosse un margine a nostro favore, ma poi nel tiebreak poteva andare in qualsiasi modo, come tirare una monetina”.
Avete mostrato qualcosa di speciale in campo oggi: com’è cresciuta la vostra relazione?
SHAPOVALOV: “Per me è stato un sogno giocare insieme in Davis. È stata la prima volta che ho avuto l’occasione di giocare con lui ed è stato un piacere. Ci siamo divertiti ed è stato bellissimo“.
POSPISIL: “Condividere questa sensazioni è qualcosa che ti porta ovviamente più vicino al tuo compagno di squadra. Creerà sicuramente un legame forte tra di noi e ce lo porteremo dietro per tutta la vita. E ovviamente in un evento come questa la chimica fa la differenza, come si sta a cena, come si sta nello spogliatoio“.
[Domanda UBITENNIS]: Avete giocato tutti e due molto bene e l’unico doppio che avete perso è stato quello con l’Italia a risultato acquisito. Considerate giusta la decisione poi di non fare giocare con gli USA?
DANCEVIC: “È difficile essere criticato per non aver fatto giocare qualcuno infortunato. È stata una decisione dei dottori. Io non faccio le regole e non sarà l’ultima volta che succede“.
POSPISIL: “Ovviamente fa differenza giocare dopo aver già vinto le prime due o meno“. 
Cosa significherebbe vincere la Davis?
SHAPOVALOV: “Sarebbe incredibile ma la settimana che abbiamo avuto è stata incredibile“. 
POSPISIL: “La Davis è un evento difficile da comparare in tennis, non c’è niente di simile nel tennis. per me sarebbe qualcosa di comparabile a vincere un Wimbledon. In un certo senso sembra quasi un evento ancora più grande rispetto a prima per me, visto che ci sono tutti i team assieme. Alla fine il supporto canadese lo sentivamo”. 
DANCEVIC: “Per me è stata una cavalcata incredibile, ed essere qua già adesso è incredibile, non me l’aspettavo. Essere in finale di Davis è surreale, e abbiamo la possibilità di vincere il titolo. Sul match point il cuore batteva a mille e sicuramente da un punto di vista emozionale sono state montagne russe, ho cercato di respirare e calmarmi. I ragazzi hanno dato il 110% e giocato senza paura nei momenti importanti. E il tempo che abbiamo passato dentro e fuori dal campo è stato magnifico“.

LA DELUSIONE DEI RUSSI

Ieri alla fine ti sembrava come lanciare una monetina.
Oggi è uguale?

RUBLEV: “Si alla fine ieri è andata bene a noi, oggi a loro. Ieri è stato un momento emozionante, è stato un momento che ci rimarrà nella memoria per lungo tempo. È stato incredibile. Lasciamo questo posto convinti di aver fatto del nostro meglio“.
È molto difficile a caldo mettere le cose in prospettiva. Considerate di essere andati oltre le aspettative?
KHACHANOV: “Credo che se fossimo stati tutti e 4 (con Medvedev n.d.r.) avremmo avuto una possibilità concreta di vincere“.
Cosa ne pensi del nuovo formato rispetto alla vecchia Davis? E all’ATP CUP?
TARPISHEV: “Credo che il precedente formato fosse meglio in termini di sviluppo regionale. Rispetto all’ATP CUP credo che l’abbondanza di eventi simili nello stesso arco temporale sia eccessiva“.
Domanda UBITENNIS: Vorrei sapere da ognuno di voi se ricordate più i momenti belli o quelli brutti.
KHACHANOV: “Sicuramente i momenti belli, quelli brutti cerco di metterli da parte. In un paio di giorni i sentimenti negativi se ne vanno, l’importante era dare tutto in campo. L’importante è poi lavorare“.
RUBLEV: “Per me invece è all’opposto. Alcuni momenti negativi rimangono dentro ed è così che si cresce. I buoni momenti me li godo, ma cerco di non darci troppo peso; nel tennis bisogna stare sempre sul pezzo, e per me è più facile focalizzarmi sulle lezioni che posso apprendere“.

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Coppa Davis

Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti, era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

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Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il duo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

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Felix Auger-Aliassime - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Felix Auger-Aliassime - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Domenica scorsa il Canada ha riscritto la storia del suo paese, conquistando la prima Coppa Davis della sua storia grazie a Denis Shapovalov e Félix Auger-Aliassime, che nel 2015 avevano portato a casa anche la Davis Cup junior. Mattatore assoluto della settimana a Malaga è proprio stato il numero 6 del mondo, che ha mostrato ancora una volta i suoi incredibili miglioramenti in un 2022 da favola e nei 4 match disputati non ha mai perso il servizio.

“Penso che mi sognerò per anni quell’ultimo colpo. Ho solo pensato ‘tira più forte che puoi‘, e quando ho capito che la palla di De Minaur sarebbe uscita è come se avessi perso i sensi: le gambe mi hanno abbandonato, sono crollato a terra e ricordo solo tutti che mi venivano addosso. Mi piace ricordare il successo nella Coppa Davis Junior, è come se io e Denis avessimo chiuso un cerchio. La speranza è che questa generazione possa andare ancora molto lontano”.

In un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, Auger-Aliassime è tornato sulla sfida all’Italia, esprimendo un po’ di rammarico sulle condizioni del suo amico Matteo Berrettini, che avrebbe voluto affrontare al top della forma. I due si sono già scontrati cinque volte nel circuito ATP, con quattro vittorie dell’azzurro (due sull’erba e due alla Laver Cup). L’unico successo del canadese è arrivato l’anno scorso a Cincinnati.

 

“Io e Matteo ci siamo incrociati prima di affrontarci in campo – prosegue FAA – peccato che lui non fosse ancora in piena forma, sarebbe stato una gran bella sfida se tutti fossimo stati al 100%. Sono certo però che il peggio per lui sia passato: in Australia sarà tra gli avversari da battere. Anche l’Italia, insieme a noi e agli Stati Uniti, nei prossimi anni sarà tra le contendenti alla Coppa Davis“.

Come detto in precedenza, Auger-Aliassime ha chiuso la stagione da numero 6 del ranking, in un 2022 che ha dato ampio spazio a risultati straordinari dei giovani. Oltre a lui, impossibile non menzionare il n°1 del mondo Carlos Alcaraz, vincitore di uno Slam e di due Masters1000, così come anche Holger Rune, che se non fosse stato per una manciata di punti persi per un Challenger giocato lo scorso anno avrebbe chiuso l’anno in top10.

“Ho già battuto Carlos, è un giocatore davvero forte. Ha enormi grandi potenzialità ed è impressionante pensare che a 19 anni sia già il numero 1 ATP abbia vinto uno Slam. C’è poi anche Holger, che ha fatto un exploit incredibile: sarà bello sfidarsi per i trofei più importanti. I miei obiettivi da qui in avanti sono chiari, ovvero vincere i Masters 1000 e gli Slam. Gli italiani? La forza e la potenza di Matteo Berrettini sono impressionanti, poi è una bella persona: siamo amici ed è una rivalità positiva. Sinner sta ancora crescendo, ma penso che sia uno dei candidati a vincere Slam nel futuro. Musetti è il più giovane, sta anche lui facendo molti progressi e il suo tennis è davvero spettacolare“.

Per il 22enne di Montréal, che rispetto ai due 19enni citati in precedenza si sente già un “veterano”, non è però stato sempre tutto facile. Prima di questa stagione, infatti, non aveva mai vinto nemmeno un titolo ATP, vedendosi sempre più spesso attribuita l’etichetta di eterno secondo. Delle otto finali disputate prima del 2022, infatti, non era mai riuscito ad imporsi. Certo non è facile accettare la sconfitta, ma il canadese non si è mai dato per vinto:

“Quando giochi una finale è sempre meglio vincere. Però bisogna anche vedere il lato positivo: arrivare a giocarsi il titolo è comunque già un buon risultato. In alcune occasioni non ho giocato abbastanza bene da meritare la vittoria, ma non mi sono mai abbattuto. Penso che la resilienza sia una delle mie qualità più grandi”.

C’è poi un aspetto molto importante di cui forse pochi sono a conoscenza, ovvero la grande generosità di Auger-Aliassime. Anche senza farne proclami, il giovane canadese è sempre impegnato in un importante progetto benefico legato al tennis:

Per ogni punto che faccio dono 10 dollari per progetti legati all’istruzione e alla sanità in Togo (il paese originario del padre, ndr). Questa stagione devo dire che è andata piuttosto bene, per me questo progetto è una spinta ulteriore per dare tutto quello che ho sul campo“.

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Coppa Davis

Félix Auger-Aliassime MVP della Coppa Davis: ora il canadese si candida per un 2023 da urlo

Quattro match vinti su quattro, nessun break subito e una solidità impressionante. L’eroe del Canada è il suo giocatore più giovane e competitivo

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Félix Auger-Aliassime - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Inscalfibile. È forse questo uno degli aggettivi che meglio si addice all’ultima, clamorosa settimana di Félix Auger-Aliassime in questo già di per sé fantastico 2022.

La stagione appena conclusa, per il 22enne di Montréal, è stata quella della definitiva consacrazione. A gennaio, insieme al compagno e amico Denis Shapovalov, è arrivato il primo grande successo nel circuito maggiore, con il trionfo nell’ormai accantonata ATP Cup. A febbraio poi, al ‘500’ di Rotterdam, il canadese ha finalmente conquistato il primo titolo in carriera, spezzando una maledizione di otto finali perse consecutivamente.

Davvero devastante è stato poi il suo post-US Open, periodo nel quale Auger-Aliassime a livello individuale – escludendo quindi la fase a gironi di Coppa Davis e la Laver Cup – ha raccolto 17 vittorie nei suoi ultimi 21 incontri, tra cui l’impressionante striscia di 16 affermazioni consecutive (e tre titoli di fila) tra il ‘250’ di Firenze e il Masters1000 di Parigi Bercy.

 

La parte di stagione disputata sul cemento indoor ha messo ancora di più in luce i suoi grandi miglioramenti, specialmente al servizio e da fondo. Le percentuali di resa con la prima rasentano la perfezione, mentre con dritto e rovescio ha mostrato una solidità invidiabile.

Nei tre match da lui giocati in singolare non ha mai dato la sensazione di poter perdere. Contro Otte, Musetti e De Minaur ha sempre vinto in due set, con la consapevolezza che, nelle prime due occasioni, un suo passo falso sarebbe equivalso all’eliminazione. La forza mentale è il passo in avanti più grande di Felix negli ultimi sei mesi, dopo alcune sconfitte inopinate dovute in gran parte alla difficoltà nel fronteggiare le pressioni.

Oggi, nonostante i soli 22 anni, in campo Auger-Aliassime sembra già un veterano, capace di alzare ancor di più il livello nei momenti importanti. Basti pensare che in quattro incontri – considerando anche il doppio contro l’Italia – il canadese non ha mai ceduto il servizio, annullando complessivamente 11 palle break. Tra l’altro, nei due tie-break disputati contro Otte e Berrettini/Fognini, non ha mai neanche concesso un mini-break.

Che poi Auger-Aliassime abbia uno dei servizi migliori di tutto il circuito già si sapeva e i dati al servizio dell’ultima settimana, in particolare alla resa con la prima palla, ne sono un’ulteriore conferma:

  • 15 ace e 89% (31/35) di punti vinti con la prima contro Otte
  • 12 ace e 91% (30/33) di punti vinti con la prima contro Musetti
  • 6 ace e 70% (23/33) di punti vinti con la prima contro De Minaur

33 ace in tre incontri – media perfetta di 11 a partita – e un invidiabile 84/101 di punti vinti con la prima di servizio. Con questo colpo, in sostanza, Auger-Aliassime ha concesso solamente 17 punti in tre match. Mediamente, quando ha messo la prima ha perso meno di sei punti.

Tutte le volte che è stato chiamato in causa non ha mai fatto trasparire segni di nervosismo. La tranquillità nella gestione dei momenti importanti, unita ad una giustificata e tutt’altro che ostentata consapevolezza dei propri mezzi, ha restituito al Canada un giocatore ultracompetitivo, su cui poter fare grande affidamento nei prossimi anni.

Chiuso l’anno da n°6 ATP, suo best ranking, chissà che ora il prossimo obiettivo non sia quello di raggiungere vette esplorate finora soltanto da Milos Raonic, quali una finale Slam e la top3. E a soli 22 anni, i margini per ottenere quei risultati – e superarli – ci sono tutti: Felix Auger-Aliassime si candida a un 2023 da grandissimo protagonista.

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