Schiavone, incubo finito: "Ho sconfitto il cancro, adesso torno a sognare. E magari alleno la Halep"

Rassegna stampa

Schiavone, incubo finito: “Ho sconfitto il cancro, adesso torno a sognare. E magari alleno la Halep”

Nella rassegna stampa del 14 dicembre, gli articoli pubblicati da Gazzetta dello Sport e Corriere dello Sport su Francesca Schiavone. “Allenare? Un italiano, o magari Halep”. Le parole di Barazzutti: “Può essere utile al nostro tennis”

Pubblicato

il

Schiavone incubo finito. “Ho sconfitto il cancro, adesso torno a sognare. E magari alleno la Halep” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Meno di un minuto per ritrovare la vita. In quei 55 secondi dati in pasto al mondo su Instagram, Francesca Schiavone condensa le emozioni di mille e mille partite, di mille e mille vittorie. Offrendole a chi l’ha amata, seguita, tifata, osannata con il corredo di un sorriso che racconta la gioia del successo più importante di tutti, contro un rivale tremendo. La trionfatrice del Roland Garros 2010, uno dei momenti più alti nella storia dell’intero sport italiano, ci aveva assestato un pugno nello stomaco a Trento, presentandosi dolente e smagrita nel collegamento video con il Festival dello Sport. Ora, a due mesi di distanza, la paura viene esorcizzata da una story di 55 secondi, appunto, in cui Francesca annuncia che la leonessa ha vinto anche questa terribile sfida […] Game, set, match: Schiavone batte malattia due set a zero. Nella voce tornata euforica, nel gaudio delle sue parole, si sublima l’enorme contentezza di un duello all’apparenza senza scampo, affrontato con il coraggio e la voglia di superare ogni ostacolo come in una finale che non si poteva perdere, anche se i ricordi bruciano ancora: «Nonostante tu sia un’atleta, tu sia abituata alla competizione, una notizia del genere ti taglia le gambe. Ma non voglio voltarmi indietro, voglio guardare al futuro, a quello che posso ricominciare a costruire». Prima di tutto, il pieno recupero fisico: «La priorità è recuperare la piena efficienza fisica, tornare in forze, ritrovare completamente la salute. Non sapete com’è meraviglioso adesso alzarsi al mattino, ascoltare il proprio respiro e sussurrare “sì, sto bene”». Prima di affrontare la malattia Francesca, ritiratasi nel 2018, gestiva in prima persona la sua accademia di tennis per bambini e aveva intrapreso ii percorso di allenatrice seguendo la Wozniacki. Si ripartirà da lì, ma un vulcano come la Schiavone, ora che la quotidianità è tornata a sorriderle, esplorerà orizzonti a 360°: «Ovviamente ritroverò i campi da gioco e riavvolgerò il filo di tutto quello che avevo lasciato, ma mi dedicherò anche all’organizzazione di eventi sportivi non solo relativi al tennis. Uno spazio importante sarà riservato ad attività legate a ciò che mi è appena successo, e poi ci saranno due grandi sorprese tennistiche che mi sono appena state comunicate e che vi svelerò nei prossimi giorni». Un entusiasmo che apre il cuore, il suo e i nostri, pronto a riversarsi nella ripartenza di una nuova fase dopo il buio e lo spavento. Così, Francesca non pone limiti ai desideri: «Se dovessi tornare ad allenare, mi piacerebbe stare all’angolo di un giocatore o di una giocatrice italiani, per tenere alti i nostri colori e per condividere un’esperienza comune. Se invece la proposta arrivasse dall’estero, sarei onorata di allenare la Halep, perché è una ragazza seria, di talento e con le potenzialità per tornare numero uno del mondo e rimanerci a lungo» […] Addio dunque a Miami, dove si trasferì dopo il ritiro agonistico: «Non appena mi è arrivata la diagnosi, sono tornata a Milano, dai miei genitori. Se non ci fossero stati loro, forse non avrei avuto la forza di affrontare a testa alta la malattia» […] E quando il destino ti affronta a muso duro, chiedendoti una resistenza sovrumana alle intemperie della vita, comprendi davvero quali siano le persone che hai portato e continuerai a portare nell’anima e quelle di cui invece potrai fare a meno: «È assolutamente così — conferma la vincitrice di tre Fed Cup – e quindi, accanto a papà e mamma, credo sia giusto che io rivolga un pensiero riconoscente e di grande affetto alla dottoressa Cantonetti e alla sua equipe per l’enorme abnegazione e professionalità, nonché a una donna che è sempre rimasta nell’ombra ma mi ha dato una forza incredibile, Virginia Formica (figlia di Luigi, storico medico di Francesca, ndr), che per me ormai è quasi una sorella». Durante la degenza e i pesanti cicli di chemio, la campionessa ha provato a evadere dai pensieri negativi aggrappandosi ai programmi tv: «Ormai sono una grande esperta di serie e telefilm – sorride — però non ci crederete ma un ringraziamento speciale devo riservarlo ai tennisti uomini italiani». La ragione è presto svelata: «Ho avuto tempo di seguirli con più attenzione e guardarli giocare mi ha davvero divertito. Fognini, Berrettini, Sonego e nelle ultime settimane Sinner sono stati semplicemente fantastici, ovviamente con Fabio c’è un feeling più approfondito, ma degli altri conosco l’ambiente da cui arrivano e la bravura dei loro allenatori: la cosa bella è che tutti loro si meritano di stare dove sono arrivati. E mi hanno colpito non solo per la qualità del gioco, ma anche per gli enormi margini di crescita che ancora si portano dietro e che possono portarli a livelli addirittura più alti» […]

Schiavone: “La mia vittoria” (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Stavolta è stata tosta. Perché al posto dei set ci sono stati tre cicli di chemioterapia e l’avversario era feroce, un linfoma di Hodgkin scoperto mentre si trovava a Montecarlo per tifare Fabio Fognini, il suo ‘fratello minore’, il marito della sua amica e rivale di sempre Flavia Pennetta. Ma Francesca Schiavone, numero 4 del mondo del tennis nel 2011, non è solo una delle più grandi campionesse della storia dello sport italiano. È soprattutto una che non molla mai. «Vi racconto cosa è successo negli ultimi sette mesi della mia vita», ha spiegato con un video postato ieri su Instagram la campionessa del Roland Garros 2010, prima italiana di sempre ad alzare un trofeo dello Slam, che dopo il ritiro dello scorso anno si era eclissata anche dai social. «Mi è stato diagnosticato un tumore maligno. È stata la lotta più dura che ho affrontato, in assoluto. La cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. E quando me l’hanno detto qualche giorno fa sono esplosa dalla felicità. Ancora adesso vivo di felicità, la posso tagliare con il coltello. Sono già pronta sia qui (toccandosi il cuore, ndr) che qui (toccando la testa, ndr) ad affrontare i nuovi progetti che già avevo, ma che non potevo affrontare. Quindi ci rivedremo presto. Sono felice di quello che sono adesso». La sua malattia è stato il segreto meglio conservato del 2019, in tanti nell’ambiente sapevano, nessuno ha detto niente. Per amore, per rispetto […] «Sei la numero 1, fighter; te quiero hermana major!», ha commentato su Instagram Fabio Fognini, mischiando lingue ed emozioni. «Ora goditi a full sti progetti, e si te stessa sempre!». Suggerimento genuino, di cuore, ma in fondo superfluo. Francesca se stessa lo è stata sempre, in campo come nella malattia, una che la vita se la vuole gustare tutta, e soprattutto a modo suo. Nei lunghi mesi di cure a Roma le è stato molto vicino anche Corrado Barazzutti, il suo ex capitano di Fed Cup, coach, e oggi amico carissimo. «A Francesca sono molto, molto affezionato – dice Corrado – Questo match è stato più duro di una finale del Roland Garros, ma lei è una grandissima lottatrice e ha vinto anche questa battaglia. A Francesca mi unisce una grandissima passione per il tennis, abbiamo continuato a parlarne insieme anche in questo periodo. Ha tantissimi progetti, e al nostro tennis può essere utile sotto tutti i punti di vista» […] La malattia è riuscita a tenerla sette mesi a fondocampo, ma alla fine si è dovuta arrendere. Da oggi si ricomincia, la Leonessa è tornata e il nostro tennis farà bene a tenersela stretta.

“Così ho sconfitto il cancro” (Diego De Ponti, Tuttosport)

 

Leonessa sempre, anche di fronte al male e alla commozione nel raccontare la sua battaglia. Francesca Schiavone si è presentata così, in un video messaggio su Twitter, per raccontare che ha giocato il match più difficile e lo ha vinto. L’ex tennista milanese ha descritto i 7 mesi in cui è stata impegnata nella lotta contro un tumore maligno «La lotta più dura in assoluto che ho mai affrontato» le parole di Francesca. […] Francesca Schiavone, la prima italiana a conquistare un titolo del Grande Slam in singolare, che ha cambiato la storia del tennis azzurro con il trionfo al Roland Garros, non ha perso lo spirito battagliero. Francesca mostra, nel video, il sorriso dei giorni migliori, perché questa sì è una vittoria speciale: «Ho fatto la chemioterapia e la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. Quando me l’hanno detto qualche giorno fa, sono esplosa dalla felicità. E anche oggi vivo di felicità, la posso tagliare con un coltello». E lo spirito della Leonessa torna prepotente guardando al futuro: «Sono già pronta sia qui che qui – continua indicando testa e cuore – ad affrontare nuovi progetti che sto pensando, che avevo e non potevo fare. […] LA CARRIERA Trai messaggi di vicinanza quello dell’Inter: «La tua forza, il tuo coraggio, il tuo “ruggito” sono sempre un’ispirazione. Forza Leonessa». Nel corso della sua carriera, Francesca Schiavone ha vinto 8 tornei WTA in singolare e 7 in doppio. La vittoria nell’Open di Francia del 2010, battendo in finale l’australiana Samantha Stosur, l’ha resa la prima italiana a vincere un torneo del Grande Slam nel singolo. Nel 2011 la tennista lombarda ha raggiunto il quarto posto nel ranking WTA, eguagliando il primato azzurro di Adriano Panatta. Il ritiro dall’attività agonistica è arrivato nel 2018 ma dopo l’annuncio Francesca ha manifestato l’intenzione di non lasciare il mondo del tennis, dedicandosi all’attività di tecnico. Ora che la partita più difficile è stata vinta, quel progetto può diventare realtà. Con lo spirito di una leonessa.

Indomita Francesca. “Avevo un tumore. Ora sono tornata” (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

Felicità Smagrita ma sollevata […] Senza criniera, pallida e smagrita. Ma Francesca Schiavone, c’è poco da fare, è nata leonessa: «Ciao. Mi hanno diagnosticato un tumore maligno, è stata la lotta più dura che ho mai affrontato, ho vinto. E ora ho addosso una felicità tale che la potrei tagliare con il coltello». Bastano 55 secondi di verità su Instagram per scatenare una pioggia d’affetto social sulla guerriera emozionata che guarda dritto in camera senza paura come ha fissato negli occhi le avversarie in campo e la malattia nella vita. «Vi racconto cosa è successo negli ultimi sette mesi…». Ce lo racconta lei, come è giusto che sia, dopo che la notizia era filtrata nell’ambiente attraverso uno spiffero gelido, mentre gli amici stretti (Flavia Pennetta, pochissimi altri) si precipitavano a chiudere la finestra e a stringersi intorno. Montecarlo, aprile scorso. Francesca, che è stata la prima tennista italiana a conquistare un titolo del Grande Slam (Roland Garros 2010), la terza in assoluto nella storia dopo Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta, è nel Principato per fare il tifo per Fabio Fognini, l’amico di sempre (e marito di Flavia) che fa l’impresa e vince il torneo. È felice, ma preoccupata. Ha appena scoperto una ghiandola ingrossata. Farò degli esami, dice ripartendo verso uno dei mille progetti che popolano la sua esistenza da ex numero quattro del mondo. Quando li fa, la diagnosi è un pugno in faccia. Linfoma di Hodgkin. Tumore del sistema linfatico. Maligno, però curabile. […] Cominciano mesi di andirivieni tra Milano, dove tiene casa, e Roma, dove c’è il medico di fiducia che le organizza i cicli di chemioterapia. La sua presenza sui social, dove è sempre stata attivissima, si dirada; fino a scomparire. I capelli che cadono a ciocche sono un colpo duro da digerire. Ma Francesca non indietreggia. A metà settembre compare in video al Festival dello sport di Trento, in collegamento con la Pennetta. Si parla di tutto e niente, di quanto sarebbe divertente allenare Fognini: tutti e due duri fuori e morbidi dentro. Sorride perché ha promesso alla Gazzetta di esserci e una leonessa non si rimangia mai la parola. È magrissima, pelata, bianca come un’aliena. Ma non fa parola della malattia e il doveroso rispetto per il suo riserbo è totale. […]Next Gen a Milano, le Atp Finals a Londra. Come sta la Franci? Sai qualcosa? Il suo contatto con il mondo è l’amica Chiara, che lascia filtrare pochissimo: ti ringrazia, ti saluta. Fiato sospeso fino a ieri, quando la Schiavo, fedele a se stessa, ha ripreso in mano le redini della comunicazione social. Essenziale e diretta, come certi rovesci a una mano imparati dalla maestra Daniela Porzio e affinati con Barbara Rossi al Tennis club di via Arimondi, 126 anni di storia. Questa, che dura da 39, è la storia di Francesca Schiavone. Una settimana fa, la buona notizia: tumore regredito. Certo bisognerà rimanere sotto controllo, ma la palla esce ancora rotonda dalla racchetta: «Sono pronta, nel cuore e nella testa, per affrontare i nuovi progetti. Ci rivedremo presto. Felice di quello che sono oggi». Basta ruggiti. D’ora in poi soltanto (meritate) carezze

Il bacio e il perdono di Francesca (Gianni Clerici, La Repubblica)

Adesso capisco il bacio. Forse dovrei scrivere il perché del bacio. Francesca Schiavone me lo diede inaspettatamente su una guancia mentre ci trovavamo nella hall di un grand hotel. […] Quando aveva d’improvviso vinto il Roland Garros, non mi aveva nemmeno invitato alla cena in suo onore: forse non aveva apprezzato quanto avevo scritto di lei, che non mi era parso male, pur nella sorpresa di una ragazza che sempre avevo seguito, senza lasciarmi andare all’ammirazione, cosa che non ho mai fatto se non ho, al contempo, fatto un pronostico sulla sorpresa avvenuta. Sulla Schiavone avevo creduto di sbagliarmi in un antico pronostico, su quella che era stata soprannominata Leonessa d’Italia dal tempo in cui l’avevo vista al Tennis Club Milano, bambina e mi ero detto e avevo scritto, “questa bambina ha le caratteristiche di una che potrebbe addirittura vincere uno Slam”. Infine il bacio. Non certo seguito al trionfo non pronosticato al Roland Garros. Insomma, doveva essere il segno che ero stato perdonato. E perdonarmi, era il simbolo che la Leonessa ben meritava il suo grande successo.

Il match più duro della Leonessa: “Ho sconfitto il cancro. Ora riparto” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Il regalo di Natale più bello, la guarigione dalla malattia. Francesca Schiavone ha voluto rivelarlo a tutti, a modo suo come ha sempre fatto e vissuto la sua vita. La prima tennista italiana a vincere uno Slam (Roland Garros 2010) ha acceso la telecamera e su Instagram ha postato la sua storia: «Vi racconto quello che mi è successo negli ultimi sette mesi: mi hanno diagnosticato un tumore maligno. È stata la lotta più dura in assoluto che ho mai affrontato, e la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia e quando me lo hanno detto, qualche giorno fa, sono esplosa dalla felicità, e anche oggi vivo di felicità. La posso tagliare con un coltello. Sono già pronta, nella testa e nel cuore, ad affrontare nuovi progetti che sto pensando, che avevo ma non potevo realizzare. Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi». Pochi secondi in cui c’è tutta la campionessa che abbiamo ammirato per anni: ha scelto uno sfondo bianco, semplice e spartano per comunicare, iniziando da un tono duro fino al sorriso finale. […] Era il Festival dello Sport, e la “Leonessa” vi aveva partecipato in collegamento video, mostrando per la prima volta pubblicamente il nuovo look con i capelli corti, che aveva incuriosito i presenti. Era già in cura, la `Schiavo” (come l’hanno sempre chiamata tutti), e il mondo dello sport italiano era a conoscenza della sua situazione sanitaria. Ma nessuno ne ha mai fatto parola, e tutti hanno rispettato la sua richiesta di privacy. Fino a ieri. Ma se Schiavone ha voluto dirlo è solo per condividere la bella notizia, e probabilmente la prima a essere felice sarà stata la piccola Mila Fossati, la bimba che aveva conquistato la borsa di studio per potersi allenare con lei. Perché Francesca Schiavone, ancora a maggio, era coinvolta a Milano in un’iniziativa a favore dei giovanissimi “Tu puoi… provaci!”. Non solo: era sempre lei, attivissima sui social con il suo “Schiavo Channel”, a rivelare una collaborazione con Caroline Wozniacki, per suggerimenti sulla terra rossa. […] E l’ex numero quattro del mondo sapeva già con cosa stava convivendo: il linfoma di Hodgkin, dopo che ad aprile – a Montecarlo – le avevano notato un nodulo sul collo. Da quel momento è iniziata la partita più difficile della sua vita, come ha ammesso Francesca Schiavone. Durata sette mesi e tre cicli di chemioterapia, con la notizia dei sanitari della remissione del tumore. Ora può tornare ai suoi progetti, con Flavia Pennetta che ancora a ottobre, scherzosamente, le chiedeva di allenare Fabio Fognini. «Hanno due caratteri simili, insieme sarebbero perfetti. Lei sarebbe perfetta come suo coach». E Fognini, sotto la supervisione di Barazzutti, ha giusto palleggiato con lei a Roma la scorsa settimana. Ma per tutto questo ci sarà tempo: la ragazza dal rovescio a una mano, con cui ha incantato il mondo e dato il via al boom femminile, ha ribadito una volta di più la sua vita senza mezze misure. L’Italia del tennis ha vissuto un 2019 di grandi risultati e successi, e la prossima settimana si prepara a festeggiarli a Torino. La notizia di Francesca Schiavone guarita è la ciliegina che mancava: ora c’è l’happy end.

“Ho sconfitto il tumore” (Guido Frasca, Il Messaggero”)

Un video di 55 secondi sul suo profilo Instagram e un annuncio semplice e diretto: dopo aver vinto mille sfide sui campi di tennis di tutto il mondo, Francesca Schiavone ha superato un’altra battaglia, la più difficile. A poco più di un anno dall’annuncio del ritiro, la 39enne campionessa milanese, prima italiana della storia a conquistare uno Slam nel tennis femminile, ha raccontato di aver sconfitto dopo 7 mesi di chemioterapia un tumore del quale non aveva mai parlato prima. Si tratta del linfoma di Hodgkin, una grave patologia del sistema linfatico. «Vi racconto cosa è successo negli ultimi 7 mesi della mia vita – ha rivelato – mi hanno diagnosticato un tumore maligno. E’ stata la lotta più dura in assoluto che abbia mai affrontato. E la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia». Lo scorso metà ottobre la Schiavone aveva partecipato in collegamento video dalla sua casa di Milano al Festival dello Sport di Trento. In quell’occasione era apparsa provata, ma non aveva fatto nessun accenno alla malattia. […] Una vicenda che ricorda quella di Sinisa Mihajlovic, l’allenatore del Bologna che si è sottoposto a tre cicli di cure e a un trapianto di midollo per curare una leucemia. LA SPECIALE «Quando me l’hanno detto qualche giorno fa sono esplosa dalla felicità e anche oggi vivo di felicità. Sono già pronta ad affrontare nuovi progetti che avevo, ma non potevo realizzare. Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi», ha detto ai fan. Vuole tornare presto nel mondo del tennis, il suo mondo, come coach dopo la breve parentesi al fianco di Caroline Wozniacki o per proseguire nel suo progetto di scovare i campioni del futuro. Sempre durante la serata di Trento, l’amica rivale Flavia Pennetta l’aveva invitata ad allenare il marito Fognini: «Insieme sareste perfetti – aveva detto la brindisina, trionfatrice degli US Open 2015 – Fabio e Francesca sono molto simili. Si chiudono a riccio e tengono tutti lontano, ma fuori sono dolcissimi. Per questo dico che lei sarebbe perfetta come suo coach». Altrettanto scherzosa la risposta della milanese: «Tuo marito è quello che ha il vero talento in famiglia. Può vincere più di te». UN’APRIPISTA Superfluo addentrarsi in dibattiti sul fatto se sia stata la più forte o meno tra le tenniste azzurre. Di sicuro è stata l’apripista di un miracolo italiano. […] Oltre che, naturalmente, sulle qualità tecniche grazie alle quali Francesca ci ha regalato emozioni e sfide leggendarie. Al di là degli 8 titoli vinti (l’ultimo a Bogotà a 37 anni la passata stagione), delle 4 Fed Cup alzate al cielo, del n.4 del ranking raggiunto nel 2011: mai nessuna italiana così in alto. Perché il mondo della Schiavone è ben più complesso dell’incredibile successo a Parigi, quando il 5 giugno 2010 è diventata Nostra Signora dello Slam. Qualcuno aveva baciato la terra rossa, qualcun altro ci si era tuffato. Qualcun altro ancora ci aveva dipinto un cuore grande cosi. Ma nessuno l’aveva mangiata come ha fatto lei

La Schiavone: “Felice di come sono ora. Avevo un tumore però ho vinto io…” (Marco Lombardo, Il Giornale)

[…] Francesca Schiavone è tornata a farsi vedere, su Instagram, con due post che hanno costruito il finale perfetto. Il primo per dire «dopo 7-8 mesi di assenza dai social, dal mondo praticamente, sono qui per raccontarvi cosa è successo», accompagnato da un «to be continued». Il secondo per raccontare quello che molti avevano capito, ma che non era giusto che si sapesse se non da lei. Un tumore, maligno, chissenefrega dove. Quella notizia che si spera di non ascoltare mai, pensando che comunque accadrà sempre a qualcun altro. E invece: «È stata la lotta più dura in assoluto che ho mai affrontato. E la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. E quando me l’hanno detto qualche giorno fa, è stata la felicità. E anche oggi vivo di felicità, la posso tagliare con il coltello. Sono già pronta ad affrontare con la testa e il cuore i nuovi progetti a cui stavo pensando, e che non potevo mettere in pratica. Ci vedremo presto, felice di quello che sono oggi». Felice. Felici. Il viso tirato ed emozionato, i capelli corti di Francesca non devono ingannare: è come se avesse ancora la lunga chioma da Leonessa del tennis. Quello spirito ce l’ha dentro, glielo si legge negli occhi. E questa vittoria rende niente il suo Roland Garros, è un trofeo che va oltre lo sport, ma che dallo sport viene per spiegare a noi (comuni) mortali che la vita va difesa ad ogni costo. […]. E la battaglia di Francesca è quella di Sinisa Mihajlovic, che ha guardato negli occhi il nemico più cattivo, da sgretolare tra le lacrime, com’è giusto che sia. «Sono stufo di piangere», però ha detto durante la recente conferenza stampa che annunciava il ritorno in panchina. E per questo ancora adesso che non sa di avere battuto definitivamente il nemico, ha comunque vinto. Così come Gianluca Vialli, che nascondeva gli effetti del tumore riempiendosi di maglioni sotto la giacca, ma che poi ha detto al mondo che non bisogna mai vergognarsi di quello che il destino ti riserva. […] Non esiste una data di scadenza per un essere umano, bisogna ricordarselo sempre. C’è solo il fatto che vivere accettando ogni sfida è il modo migliore per essere d’esempio. Francesca, Sinisa, Gianluca non sono eroi come lo sport è abituato a raccontare, ma messaggeri di una verità che grazie a loro tutti noi dobbiamo cogliere. Per essere felici di quello che siamo. Felici come una Leonessa.

Leonessa non per caso (Leo Turrini, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

La Leonessa è tornata a ruggire. Dopo un inconsueto silenzio durato tanto, troppo. […] Lei, invece, ci mette la faccia. Come sempre, verrebbe da dire; anche oggi che, a 39 anni, annuncia la sua vittoria più grande: «Ho sconfitto un tumore maligno». Francesca Schiavone è lì, davanti allo smartphone; la vedi nel video di 55 secondi postato sul suo profilo Instagram e ti viene in mente il suo urlo divenuto leggendario, il suo mangiarsi la terra rossa di quello stadio del tennis centrale al Roland Garros del 2010, quando vinse uno Slam che sa ancora oggi di leggenda e d’impresa. Lei che, capello corto e viso smagrito, non assomiglia per nulla a quella Leonessa indomabile; almeno, nel fisico: «La lotta più dura in assoluto che ho mai affrontato – la sua ammissione – ho fatto la chemioterapia e la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. Quando me l’hanno detto qualche giorno fa, sono esplosa dalla felicità». È stanca, per colpa delle cure e forse anche per il logorio mentale subito, e si vede. Ma non è stanca di rimanere tra di noi e raccontare la sua storia, Francesca Schiavone: «E anche oggi vivo in felicità, la posso tagliare con un coltello – prosegue – sono già pronta sia qui che qui». E indica la testa e il cuore, attributi che sempre tutti le hanno confermato di avere quando battagliava sul campo: «Sono pronta ad affrontare nuovi progetti che sto pensando, che avevo e non potevo fare. Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi». Francesca Schiavone, 39 anni, è senza ombra di dubbio la più grande tennista italiana di sempre: un Roland Garros 2010 vinto battendo la Stosur in finale, uno sfiorato l’anno dopo, quando venne sconfitta nell’atto conclusivo dalla Na Li. È stata la prima italiana (e il terzo rappresentante del Bel Paese in assoluto dopo Pietrangeli e Panatta) ad aver vinto un torneo del Grande Slam nel singolare, la vittoria più importante per il tennis italiano al femminile al pari del successo della Pennetta allo US Open 2015. Ma anche otto tornei WTA vinti in singolare e sette in doppio, l’unica azzurra ad aver disputato due finali del Grande Slam e l’ultima tennista al mondo ad essersi aggiudicata un torneo dei più prestigiosi del circuito mondiale utilizzando il rovescio ad una mano. Lei che, dall’alto di quel quarto posto nelle classifiche mondiali conquistato a gennaio 2011 (suo best ranking e posizione fino ad oggi più alta raggiunta da un’italiana), ora questa storia fantastica di sport e coraggio la vuole raccontare a tutti. Sorridente, come sempre, nel video annuncia di voler ritornare presto in campo come coach. Ora che la sua battaglia contro il tumore, che le era stato diagnosticato sette mesi fa e del quale non aveva mai parlato prima, l’ha vinta

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Nadal non finisce mai (Crivelli). Kyrgios 2.0 ma non basta contro Nadal (Clerici). E alla fine è ancora Rafa (Azzolini). Djokovic: quanti consigli nei miei momenti difficili (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 28 gennaio 2020

Pubblicato

il

Nadal non finisce mai (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Altra spiaggia, altro mare. Ma non è ancora arrivato il tempo di cambiare. Nadal contro Kyrgios non potrà mai essere una partita normale, perché lo scontro di personalità e le troppe schermaglie del passato non si dimenticano. Eppure la vittoria di Rafa, al culmine di una sfida esaltante, uno show che incatena alle seggiole i 14.500 della Rod Laver Arena immersa in un’atmosfera surreale e sospesa tra il tifo per l’idolo di casa e l’enorme affetto per il leggendario campione, segna un cambio di passo nella saga della loro rivalità: non sarà nata un’amicizia, ma quanto meno è sbocciato il rispetto. Perché nella concentrazione feroce del numero uno del mondo, nella ricercata perfezione delle sue scelte tattiche, nella lettura strategica dei momenti chiave, si legge il definitivo riconoscimento del valore dell’avversario. Per piegare questo Kyrglos, Nadal deve estrarre dal mazzo 64 vincenti e limitare a 27 i gratuiti, correndo per il campo con l’umiltà di chi è consapevole che ogni punto può diventare decisivo. D’altro canto, Kyrgios non concede nulla allo show fine a se stesso, lascia nel cassetto servizi da sotto e tweener senza senso, applaude addirittura i colpi più belli dello spagnolo e se la gioca con l’enorme bagaglio tecnico che gli appartiene. Lo condannano un paio di scelte sbagliate nei tiebreak del terzo e del quarto set, quando l’istinto prevale sulla razionalità, ma Nick dimostra di appartenere a questo livello, e la nuova serenità personale apparentemente raggiunta in queste settimane potrebbe finalmente proiettarlo a una stagione da colosso. Intanto gli rode, ed è il segno del cambiamento: «Sono distrutto per aver perso, queste sono le partite che mi piacerebbe vincere di più. Sono sicuramente migliorato come uomo, come giocatore non so». Ma sono i complimenti dell’arcirivale che aprono le porte del possibile paradiso al Kid: «Stavolta ha giocato molto seriamente, ha dato sempre il suo meglio. Se resta concentrato, è un tennista fantastico. È stato un match da paura. Quando l’ho criticato, l’ho fatto perché il suo esempio non faceva bene al nostro sport e ai bambini che ci seguono». Intanto il vecchio Rafa non molla di un metro e corre ancora e sempre verso la storia. Certo la sfida con Thiem non sarà semplice. In vista c’è lo Slam numero 20, che significherebbe agganciare Federer per un’impresa dall’altissimo valore simbolico, ma anche la possibilità di diventare l’unico giocatore dell’Era Open a conquistare tutti gli Slam almeno due volte. […]

Kyrgios 2.0 ma non basta contro Nadal (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Le identificazioni a volte possono apparire stravaganti. Il tennista australiano Nick Kyrgios si è identificato con Kobe Bryant, il grande cestista dei Lakers morto in un incidente d’elicottero. Kyrgios è noto per aver più di una volta affermato di preferire il basket al tennis, e addirittura di giocare mal volentieri, certi giorni, quest’ultimo sport. Nick è un new australian. come vengono chiamati i figli di chi non era ancora cittadino australiano, come suo padre George – pittore greco – e sua madre Norlaila, specialista di computer malese. Ha creato una fondazione benefica NKF, le sue iniziali, a favore dei bambini poveri. Fin qui Nick era noto: parolacce agli avversari, agli arbitri, agli spettatori, racchette infrante e spesso, quasi se il tennis gli fosse stato imposto quale un lavoro sgradito. Stavolta niente di simile si è visto. Nick se l’è a volte presa con se stesso, si è limitato a muovere le labbra negativamente o a pronunciare qualche bestemmia nel caso di colpi sbagliati o fortunati dell’avversario, Nadal, come sempre impeccabile anche nel meno fortunato degli scambi. Per ricordare Kobe, Nick è arrivato sul campo indossando una maglietta da basket gialla, quella numero 8 dei Los Angeles Lakers, che si è tolto terminato il riscaldamento. Ha poi iniziato a condurre il gioco, anche perché Nadal stava molto indietro, come fa spesso, a rispondere ai suoi servizi. Un numero eccessivo di errori ha offerto il terzo game a Nadal e la prima partita si è conclusa a favore dello spagnolo, 6-3. Il gioco si apparigliava, anche grazie alla posizione arretrata di Nadal. Nel terzo set, Kyrgios non mollava più il servizio fino al tie-break e solo in quel frangente Nadal, attaccando più spesso, riusciva ad aggiudicarselo. Nuovamente tiebreak nel quarto, con Nadal sempre più spesso a rete, insolito per lui, e tie-break risolto 7 a 3. Si era verificato lo stesso score di Wimbledon, nonostante un Kyrgios più pericoloso, più spesso a rete, e un Nadal positivamente costretto a imitarlo. Alla fine ecco sul campo John McEnroe, nel ruolo di intervistatore scippato a Jim Courier, e Nadal confermare che il match era stato molto duro «perché con Nick non sei mai in controllo, non sai mai cosa può succedere ed é stato più che difficile brekkarlo dopo il secondo set: quando gioca come oggi, senza distrarsi, è positivo per sé e per il nostro sport».

E alla fine è ancora Rafa (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Ha un gran da fare, Nick Kyrgios. Certo dipende dal carattere, volitivo, energico, risoluto. […] Assistere a un match di Kyrgios equivale a correre una maratona con un cocomero da quattro chili fra le mani. Come faccia a vincere incontri importanti, con quei giocatori che fanno della professionalità un uso del tutto contrario alle sue stravaganze, è del tutto incomprensibile. E infatti Nick non li vince… Il match con Rafa Nadal se ne va su due o tre palle appena, ma ognuna di esse vale il game che fa la differenza. I due sono vicini, esattamente come dice il punteggio, e Rafa deve accontentarsi di un certo agio nelle manovre solo nel primo set. Nick di fatto entra in scena nel secondo, e piazza colpi di splendida fattura sebbene a volte privi di qualsiasi logica, ma l’insieme dei due percorsi tennistici cui Kyrgios si affida, crea imbarazzo al tennis modulare dello spagnolo, e il match si dispone sulla strada della parità. Nove game a testa dopo i primi due set, dodici per uno a metà del terzo, quindici per l’approdo al tie break. Anch’esso decisamente in equilibrio, con Kyrgios che risale da 1-4 e riprende Rafa sul 5 pari, gli concede un doppio fallo che Nadal subito restituisce, ma poi cade su due accelerazioni dello spagnolo. Anche nell’ultimo set Nadal si porta avanti con il lavoro, breakkando facile nel terzo game, ma Nick ha ancora voglia di rimonta e ci riesce al decimo game. E’ il tie break a decidere, e stavolta l’australiano lo gioca maluccio, ancora sotto i fumi tossici dell’ultima protesta per le disattenzioni dei giudici di linea, e Rafa chiude a braccia alzate, segno che il primo confronto australiano con Kyrgios non lo lasciava tranquillo nemmeno un po’: «Esco da questa sfida migliore come uomo», spiega Nick, con malcelato orgoglio. «Sento di essermi giocato al meglio le mie possibilità. Non so dirvi se anche il gioco sia migliorato. Ma questo è l’aspetto che m’interessa di meno». Nadal raccoglie e rilancia, «ha grande talento, quando s’impegna così è un valore aggiunto per tutto il tennis». […]

Djokovic: quanti consigli nei miei momenti difficili (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Kobe Bryant amava il tennis, anche a settembre a New York era stato spettatore appassionato degli Us Open. E il tennis amava, anzi continuerà ad amare Kobe Bryant. «E’ uno di quei giorni che vorresti cancellare», ha detto al microfono di John McEnroe il numero 1 del mondo Rafa Nadal, che aveva conosciuto il fuoriclasse dei Lakers attraverso il comune amico Pau Gasol «Ma Kobe rimarrà per sempre nei nostri cuori e nelle nostre anime». Lo spagnolo, il volto triste nonostante la vittoria sotto la visiera di un cappellino dei Lakers, aveva appena battuto in quattro set Nick Kyrgios. Proprio l’australiano, che adora il basket più del tennis ed è un supertifoso dei Celtics, è entrato in campo trattenendo a stento le lacrime e indossando la canottiera giallo-viola con il numero di Bryant. «Non ho mai incontrato Kobe, ma il basket è la mia vita. Lo guardo tutti i giorni e lo seguo da sempre…. è una notizia orribile. Se c’è stato qualcosa che mi ha dato, una motivazione in più durante il match, è stato pensare a ciò che ha fatto e per le quali voleva essere ricordato. Quando ero sotto di un break nel quarto set stavo pensando a quello, e mi ha aiutato a continuare a lottare». Tantissimi i post dei campioni del tennis. Un rapporto speciale con il campione Usa, fra tutti i tennisti che l’hanno conosciuto, di sicuro lo aveva Novak Djokovic: solo pochi giorni fa aveva ricordato all’Espn come Bryant negli anni sia stato, oltre che un amico, un suo prezioso consigliere. «Ho parlato spesso con lui al telefono e quando ci siamo incontrati di persona. E’ stato uno degli uomini che mi hanno dato dei suggerimenti davvero utili su come gestire mentalmente ed emotivamente un momento difficile della mia carriera, quando mi sono trovato ad affrontare l’infortunio al gomito». Un’altra amicizia capace di scavalcare le barriere dell’età e delle discipline diverse legava Bryant alla 21enne Naomi Osaka. In una lettera affidata a Twitter; la campionessa giapponese ha ricordato come «il mio caro fratellone» spesso le inviasse messaggi «per dirmi: ‘stai bene?’. Perché sapevi come io potessi uscire di testa a volte. Grazie per avermi insegnato tanto in così poco tempo. E’ stata una fortuna averti conosciuto».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Australian Open, la sconfitta di Fognini (Crivelli, Semeraro, Azzolini)

La rassegna stampa di lunedì 27 gennaio 2020

Pubblicato

il

Fognini furioso e i quarti proibiti: “I soldi della multa in beneficenza” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte, perfino il caso gioca scherzi inopportuni. Così, mentre Fognini sta provando a convincere il supervisor Gerry Armstrong che il penalty point appena preso a inizio secondo set è un’ingiustizia, dagli altoparlanti della Melbourne Arena partono a tutto volume le note di . «That’s Amore». Solo che stavolta non è tempo per i moti d’affetto: piuttosto, si accende tanta rabbia. Per l’occasione mancata .di approdare ai quarti, vietati a Fabio dalla straordinaria prestazione di Sandgren, il cowboy del Tennessee che aveva già eliminato Berrettini, e poi per alcune decisioni del giudice di sedia, e di quelli di linea, che finiranno per pizzicare i nervi sempre al limite di Fogna. Niente quarti, dunque, e niente notte magica con Federer. Nella scala dei fattori che determinano ll risultato, çertamente pesa la partita dello yankee, una sentenza al servizio e poi più aggressivo nel momenti chiave del quarto set, con un ultimo game (in risposta) sostanzialmente perfetto, Però Fognini ripenserà intanto alle opportunità sciupate net primo set, cinque palle break non sfruttate che avrebbero girato l’inerzia verso di lui: «Quel set era mio, doveva essere mio».

(…)

 

Prima del 15 punti persi di fila per il 4-0 americano nel secondo set, arriva infatti il penalty point (maglietta strappata) della discordia. Ineccepibile, ma Fabio contesta il primo warning, di cui non si conosce la nature (il ligure non lo rivela e l’arbitro, il francese Damien Dumusols, non può) e che lo fa attaccare a testa bassa: «Non voglio parlare di qualcuno di cui non ho rispetto, non voglio parlare di quello, dell’arbitrio. Non voglio fare la vittima, è successo quello che è successo, ma avevo ragione io al 100%. Per quello non gli ho dato la mano, perché non ho rispetto di lui e per quello che ha fatto». Dichiarazioni che gli costeranno quasi certamente una multa, di cui peraltro ha già rivelato la destinazione: «Qualsiasi cifra sarà; devolverò la stessa somma in beneficenza, è giusto così».

(…)

Fabio deve procrastinare la corsa alla top ten, mentre Sandgren, n. 100 del mondo, torna nel quarti dopo due anni e si guadagna l’ironia di Federer, prossimo rivale: «Gioco a tennis da trent’anni, ma, non mi era mai capitato di giocare contro Tennys (il nome di battesimo dell’americano, ndr)». Araba felice Sono gli Australian Open, bellezza, da sempre aperti alle novità e alle sorprese. Melbourne, ad esempio, rivitalizza il redivivo Raonic e, nel torneo femminile, scrive una piccola pagina di storia: la tunisina Ons Jabeur, infatti, diventa la prima giocatrice di radici arabe a raggiungere i quarti di uno Slam e un posto nella top 50 della classifica (attualmente è 78, al massimo è stata 51). Tra l’altro, la venticinquenne di Ksar fino a 17 anni è rimasta ad allenarsi in patria e dunque è un prodotto genuinamente autoctono. Non a caso in questo momento ha un paese ai suoi piedi, con i bar che restano aperti di notte per consentire di guardare le sue partite in tv (…).

Fognini col broncio e l’Italia saluta (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’Italia saluta Melbourne, e lo fa con il volto imbufalito di Fabio Fognini. Non tanto per la sconfitta in quattro set contro Tennys Sandgren, cristiano devoto e trumpiano convinto che gli ha negato l’accesso ai quarti degli Australian Open (era la terza volta che Fognini ci provava), ma per la gestione della partita di Damien Dumusois, il giudice di sedia che gli ha rifilato prima un warning poi un penalty point, e a cui alla fine Fabio si è rifiutato di stringere la mano. L’arbitro francese peraltro non è piaciuto nemmeno a Sandgren, che con il ditino in aria gli ha rimproverato – ebbene sì – di concedere troppe libertà a Fognini quando l’italiano si è allontanato per un toilet break («gli concedi tutto perché hai paura di lui»). Sulla partita in sé, l’azzurro ha da recriminare soprattutto per le troppe occasioni sprecate: tre palle break sfruttate su otto, mentre Sandgren ha trasformato tutte le cinque avute a disposizione. E per un rendimento al servizio non buono come nei match precedenti contro un Sandgren che martellava senza riposo.

(…) il ranking di Sandgren è bugiardo, figlio dell’infortunio che l’anno scorso l’ha fatto precipitare dopo il n. 41 toccato a gennaio. Fabio ha avuto una chance di servire per il primo set, ma si è fatto trascinare al tie-break, dove ha rimontato da 0-4 a 5 pari, iniziando la rissa con Dumusois dopo un fallo di piede e finendo per perdere 7-5. «Vergognati, mi hai rovinato la partita!», gli ha gridato Fognini, tornato di colpo quello dei brutti tempi. «Ho avuto più occasioni io», dice Fabio.

(…)

«Non voglio fare la vittima, ma lui l’ha fatta fuori dal vaso. Avevo ragione io al cento per cento, non ho rispetto per lui per quello che ha fatto. Warning, penalty point, la lista completa. La multa non è un problema, gli stessi soldi li devolverò in beneficenza per le vittime degli incendi. (…).

Fabio, che peccato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

La sfuriata immancabile, condita di tutto punto, fra una miriade di punti persi e una maglietta strappata con modi da Incredibile Hulk, stavolta è persino comprensibile. La sequenza di punizioni che l’arbitro francese Damien Dumusois infligge a Fognini, in un momento del match che si dimostrerà – ahinoi – fatale, è condotta con tale vessatoria partecipazione da apparire fuori luogo. Ciò che invece non torna, e non ha risposta che possa apparire logica, è come sia stato possibile per Fabio – in una carriera lunga ormai una quindicina di anni – fallire tutte le occasioni di mettere i piedi nei quarti di finale di uno Slam, dopo la prima del 2011 al Roland Garros. Da allora, la sequenza di occasioni gettate al vento si è allungata fino a contenerne sette, quasi un festival dello spreco. Nel quale fa la sua brava figura anche il match di ieri, contro un giocatore che, neanche a farlo apposta, tende ad apparire ciò che non è, una sorta di tennista in maschera, facile da prendere sottogamba, mentre ha qualità agonistiche accertate, colpi tutt’altro che avventurosi,

(…) Ma gambe da scattista, una incontenibile voglia di rendere precarie le altrui certezze, e un allungo da autentica “etoile’,’ che esegue con una “glissade” nella fase di slancio, un “grand jeté” in quella di volo, per piombare sulla palla, con una spaccata sagittale. Una composizione da grande ballerino, e un autentico mistero come riesca tutte le volte a rimettersi in piedi. Eppure, un tennista largamente alla portata di Fognini, che ha colpi di conio talmente prezioso da muovere più volte in ammirazione lo stesso Sandgren. Ma siamo qui a ratificare l’ennesima sconfitta del nostro. I quarti dello Slam si sono ormai trasformati in una sorta di Moloch insaziabile, insuperabile anche quando le condizioni per farlo vi sono tutte, per esempio quelle maturate nel corso di un primo set molto ben giocato da Fognini, capace di dominare la scena, di procurarsi cinque palle break, per poi vanificare la rincorsa sul 5 pari del tie break (riagganciando Sandgren portatosi di slancio sul 4-0), quando una chiamata per fallo di piede lo ha portato a sbroccare, e a consegnarsi all’arbitro, che non vedeva l’ora di rifilargli un warning per condotta antisportiva (lancio dell’asciugamano).

(…) Si è giunti così al penalty point, quando Fabio ha sfogato la rabbia strappandosi la maglietta nel primo game del secondo set. Momento terribile, perché dal 5 pari del tie break Fabio ha perso 15 punti consecutivi per ritrovarsi sotto 4-0 nel secondo. Malgrado ciò ha recuperato, aggredito Sandgren, riportato il match in parità, ma ha subito il contraccolpo delle energie spese concedendo un evitabilissimo break sul 5 pari che ha consegnato all’americano anche la seconda frazione. Rimasto in partita, Fabio ha vinto il terzo ma il ricongiungimento non si è compiuto. Sul 5-4 del quarto set, il nostro ha preso un’imbarcata e si è inabissato. La chiusura del match non ha previsto strette di mano all’arbitro.

(…).

Continua a leggere

Rassegna stampa

Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Cocchi). Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Semeraro). Nick il profeta (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 26 gennaio 2020

Pubblicato

il

Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Da bad boy a eroe in quattro ore e 26 minuti. Tanto è durato il braccio di ferro, di colpi e di nervi, tra Nick Kyrgios e Karen Khachanov, cinque set con il super tiebreak finale ad aumentare la suspence. Alla fine la spunta Nick, davanti al pubblico australiano che aspetta un vincitore dal 1976 con Edmonson e un finalista dal 2005 con Hewitt, anche ieri nel box del talento pazzoide come capitano di Davis. Nick parte lanciato, accumula un vantaggio di 2 set a 0, spreca match point sia nel terzo che nel quarto, e alla fine chiude al tie break del quinto, crollando a terra sfinito, di gioia e di paura dopo la vittoria 6-2, 7-6 (7/5), 6-7 (6/8), 6-7 (7/9), 7-6 (10/8). Il match più lungo della sua carriera, e forse quello più importante per il ragazzaccio dal cuore d’oro, che ha lanciato la sottoscrizione per le vittime degli incendi, ma è ancora in «libertà vigilata» dopo le intemperanze estive contro gli arbitri. Dovrà trattenersi anche domani, quando avrà di fronte il suo nemico numero 1, Rafa Nadal. Ogni volta che i due si incrociano sono sempre scintille. Fin dalla prima, quando il ragazzo di Canberra ha battuto il mancino di Maiorca agli ottavi di Wimbledon 2014. Una delle sconfitte più dolorose subite da Nadal. Che con l’australiano, ora 24enne, ha perso tre volte. L’ultima a febbraio del 2019, quando Nick ha dato il meglio di sé facendo impazzire l’avversario tra medical time out tattici e servizi «da sotto». Pochi mesi dopo, al secondo turno di Wimbledon, l’australiano ha anche cercato di perforare lo spagnolo tirandogli addosso un violentissimo passante di dritto. I riflessi hanno salvato Rafa da una bella botta, per la quale il bad boy non solo non si è scusato, ma addirittura ha messo il carico: «Perché avrei dovuto scusarmi? Con tutti gli Slam che ha vinto, e i milioni che ha guadagnato, non può prendersi una pallata nel petto?». Allora la reazione di Rafa è stata come sempre di grande fair play: «Non penso lo faccia per provocarmi. Ma certi colpi possono essere pericolosi. Non sono arrabbiato, mi interessa solo giocare a tennis». […]

Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

«Una delle partite più pazze della mia vita». E se lo dice lui, Nick il Folle, bisogna credergli. Cinque set, quattro ore e 26 minuti, quattro tie-break Alla fine – chi l’avrebbe detto? – dalla battaglia di nervi che vale un ottavo di finale contro Nadal è uscito con le braccia alzate proprio Nick Kyrgios, una delle cose migliori che, in teoria, sarebbero capitate al tennis negli ultimi sei anni. In teoria, e “sarebbero”, perché Nick le sue imprevedibili equazioni fra braccio e mente non riesce a risolverle quasi mai. Quando nel 2014 si materializzò a Wimbledon come un meteorite ingovernabile, sradicando dal torneo la quercia Nadal, era sembrata l’epifania di un nuovo Genio. Fisico potente, stacchi da Nba, grande velocità di braccio. Un giovane Holden made in Canberra, con una sintassi tennistica tutta sua, e purtroppo una scatola cranica brillante ma non sempre connessa con le esigenze del professionismo. […] Accanto al dottor Nick c’è però anche Mr Kyrgios, quello che s’ingarella con il pubblico, dileggia gli avversari; che butta le partite e tira in campo le sedie (al Foro, l’anno scorso). Che si fa multare, sospendere, odiare da molti. E amare, nonostante tutto, da chi sogna di vederlo rinascere come figliol prodigo, non normalizzato ma un minimo gestibile, soprattutto da se stesso. Contro Khachanov ha perso due tie-break e ne ha vinti altri due, soprattutto l’ultimo, il super tie-break del quinto, dopo essere stato a un centimetro dalla sconfitta. Ha finito con una mano distrutta, i polmoni esausti e le gambe «che pesavano quaranta chili ciascuna», come ha detto piegato in due sul campo. «E’ stato un match da pazzi, da malati. Ho avuto match-point nel terzo set, nel quarto, poi mi sono trovato sotto 8-7 nel tie-break del quinto e ho iniziato a pensare a qualsiasi cosa. Soprattutto che stavo per perdere…». […] All’Australia manca da tempo un eroe, il discendente se non di Laver e Rosewall almeno di Rafter e Hewitt, e al tennis un “bad boy” che non sia troppo “bad”, e che soprattutto vinca qualcosa di importante. Il match di domani contro Nadal – Nick ha vinto 3 volte su 7, un bilancio mica male – può diventare uno spartiacque, e illuminare il torneo. «Non ho mai detto che odio Nadal», ha precisato. «E’ un grandissimo tennista, e come persona è okay, fra noi c’è rispetto. Tutti sanno come gioca, ma lo fa così bene che diventa impossibile batterlo. Sono eccitato dall’idea di affrontare un campione così sul centrale nel mio Slam di casa: sarà molto “cool”».

Nick il profeta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Come far capire a Nick Kyrglos che non è lui il numero uno? C’è qualcuno che se la sente di spiegarglielo? Badate, il problema è serio. Il moro di Adelaide con i capelli acconciati come fossero un tatuaggio, metà malese, metà greco, ma tutto australiano, è assolutamente convinto di essere il capofila di almeno due o tre graduatorie innovative, che tutte assieme gli garantirebbero il ruolo di tennista più seguito dal pubblico. Più di Federer? «Credo di sì». Più di Nadal? «Quello è certo». In ordine, le classifiche sono quella dei maggiori casinisti in circolazione, dei colpi più entusiasmanti, e dell’attenzione mediatica. Ragazzo intelligente, si è accorto presto di avere dei più forti soltanto i colpi, non la tenuta mentale, la continuità, la vita ordinata, nemmeno il corredo da bravo ragazzo che avrebbe concorso a dare solidità alla sua candidatura. Decise così di mettere da parte le motivazioni più classiche dei tennisti di vertice, la rincorsa agli Slam, la voglia di supremazia, il titolo da n. 1. Stabilì di poter svettare in ben altre graduatorie, su tutte quella del tennista più seguito, capace ovunque di riempire le tribune. Si corredò di lingua lunga, di scatti d’ira improvvisa, di sfrontatezza e faccia tosta, e di un arsenale di colpi da circo cui ha aggiunto il settore dei “Colpi Impropri” come il lancio delle sedie in campo, la calata dei pantaloncini sotto il livello dei glutei, lo scuotimento del seggiolone arbitrale. Finora, in questi Australian Open che ancora cercano una loro definizione, Kyrgios ha fatto il bravo, utilizzando giusto il repertorio dei colpi a effetto, quello da eseguire strettamente con racchetta e piatto corde. La vittoria di ieri su Khachanov gli ha dato modo di proporre un finale molto patriottico, stendendosi sul campo e baciando il cemento. Ha condono nei primi due set, ha avuto due match point nei tie break del terzo e del quarto, ha rincorso e vinto, stavolta da giocatore vero. Ma è nel prossimo turno che Nick verrà tenuto sotto stretta sorveglianza, dato l’incrocio con uno dei soggetti che maggiormente scatenano la sua natura polemica, quello con Rafa Nadal. Una vecchia storia, che si trascina fin dai giorni del primo confronto, sul Centre Court di Wimbledon nel 2014, che Nick vinse rivolgendosi apertamente al pubblico affinché lo sostenesse. «Non mi piace cosa dicono e pensano quelli che stanno intorno a Rafa», tentò di spiegare una volta Kyrgios, «ho sempre la sensazione che mettano loro stessi in cima a tutto. Ce l’hanno con me perché non accettano che riesca spesso a trovare un modo per batterlo». Si chiude intanto la rincorsa di Camila Giorgi, contro la Kerber. Partita discretamente giocata, vinta dalla più forte in tre set.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement