Schiavone, incubo finito: "Ho sconfitto il cancro, adesso torno a sognare. E magari alleno la Halep"

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Schiavone, incubo finito: “Ho sconfitto il cancro, adesso torno a sognare. E magari alleno la Halep”

Nella rassegna stampa del 14 dicembre, gli articoli pubblicati da Gazzetta dello Sport e Corriere dello Sport su Francesca Schiavone. “Allenare? Un italiano, o magari Halep”. Le parole di Barazzutti: “Può essere utile al nostro tennis”

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Schiavone incubo finito. “Ho sconfitto il cancro, adesso torno a sognare. E magari alleno la Halep” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Meno di un minuto per ritrovare la vita. In quei 55 secondi dati in pasto al mondo su Instagram, Francesca Schiavone condensa le emozioni di mille e mille partite, di mille e mille vittorie. Offrendole a chi l’ha amata, seguita, tifata, osannata con il corredo di un sorriso che racconta la gioia del successo più importante di tutti, contro un rivale tremendo. La trionfatrice del Roland Garros 2010, uno dei momenti più alti nella storia dell’intero sport italiano, ci aveva assestato un pugno nello stomaco a Trento, presentandosi dolente e smagrita nel collegamento video con il Festival dello Sport. Ora, a due mesi di distanza, la paura viene esorcizzata da una story di 55 secondi, appunto, in cui Francesca annuncia che la leonessa ha vinto anche questa terribile sfida […] Game, set, match: Schiavone batte malattia due set a zero. Nella voce tornata euforica, nel gaudio delle sue parole, si sublima l’enorme contentezza di un duello all’apparenza senza scampo, affrontato con il coraggio e la voglia di superare ogni ostacolo come in una finale che non si poteva perdere, anche se i ricordi bruciano ancora: «Nonostante tu sia un’atleta, tu sia abituata alla competizione, una notizia del genere ti taglia le gambe. Ma non voglio voltarmi indietro, voglio guardare al futuro, a quello che posso ricominciare a costruire». Prima di tutto, il pieno recupero fisico: «La priorità è recuperare la piena efficienza fisica, tornare in forze, ritrovare completamente la salute. Non sapete com’è meraviglioso adesso alzarsi al mattino, ascoltare il proprio respiro e sussurrare “sì, sto bene”». Prima di affrontare la malattia Francesca, ritiratasi nel 2018, gestiva in prima persona la sua accademia di tennis per bambini e aveva intrapreso ii percorso di allenatrice seguendo la Wozniacki. Si ripartirà da lì, ma un vulcano come la Schiavone, ora che la quotidianità è tornata a sorriderle, esplorerà orizzonti a 360°: «Ovviamente ritroverò i campi da gioco e riavvolgerò il filo di tutto quello che avevo lasciato, ma mi dedicherò anche all’organizzazione di eventi sportivi non solo relativi al tennis. Uno spazio importante sarà riservato ad attività legate a ciò che mi è appena successo, e poi ci saranno due grandi sorprese tennistiche che mi sono appena state comunicate e che vi svelerò nei prossimi giorni». Un entusiasmo che apre il cuore, il suo e i nostri, pronto a riversarsi nella ripartenza di una nuova fase dopo il buio e lo spavento. Così, Francesca non pone limiti ai desideri: «Se dovessi tornare ad allenare, mi piacerebbe stare all’angolo di un giocatore o di una giocatrice italiani, per tenere alti i nostri colori e per condividere un’esperienza comune. Se invece la proposta arrivasse dall’estero, sarei onorata di allenare la Halep, perché è una ragazza seria, di talento e con le potenzialità per tornare numero uno del mondo e rimanerci a lungo» […] Addio dunque a Miami, dove si trasferì dopo il ritiro agonistico: «Non appena mi è arrivata la diagnosi, sono tornata a Milano, dai miei genitori. Se non ci fossero stati loro, forse non avrei avuto la forza di affrontare a testa alta la malattia» […] E quando il destino ti affronta a muso duro, chiedendoti una resistenza sovrumana alle intemperie della vita, comprendi davvero quali siano le persone che hai portato e continuerai a portare nell’anima e quelle di cui invece potrai fare a meno: «È assolutamente così — conferma la vincitrice di tre Fed Cup – e quindi, accanto a papà e mamma, credo sia giusto che io rivolga un pensiero riconoscente e di grande affetto alla dottoressa Cantonetti e alla sua equipe per l’enorme abnegazione e professionalità, nonché a una donna che è sempre rimasta nell’ombra ma mi ha dato una forza incredibile, Virginia Formica (figlia di Luigi, storico medico di Francesca, ndr), che per me ormai è quasi una sorella». Durante la degenza e i pesanti cicli di chemio, la campionessa ha provato a evadere dai pensieri negativi aggrappandosi ai programmi tv: «Ormai sono una grande esperta di serie e telefilm – sorride — però non ci crederete ma un ringraziamento speciale devo riservarlo ai tennisti uomini italiani». La ragione è presto svelata: «Ho avuto tempo di seguirli con più attenzione e guardarli giocare mi ha davvero divertito. Fognini, Berrettini, Sonego e nelle ultime settimane Sinner sono stati semplicemente fantastici, ovviamente con Fabio c’è un feeling più approfondito, ma degli altri conosco l’ambiente da cui arrivano e la bravura dei loro allenatori: la cosa bella è che tutti loro si meritano di stare dove sono arrivati. E mi hanno colpito non solo per la qualità del gioco, ma anche per gli enormi margini di crescita che ancora si portano dietro e che possono portarli a livelli addirittura più alti» […]

Schiavone: “La mia vittoria” (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Stavolta è stata tosta. Perché al posto dei set ci sono stati tre cicli di chemioterapia e l’avversario era feroce, un linfoma di Hodgkin scoperto mentre si trovava a Montecarlo per tifare Fabio Fognini, il suo ‘fratello minore’, il marito della sua amica e rivale di sempre Flavia Pennetta. Ma Francesca Schiavone, numero 4 del mondo del tennis nel 2011, non è solo una delle più grandi campionesse della storia dello sport italiano. È soprattutto una che non molla mai. «Vi racconto cosa è successo negli ultimi sette mesi della mia vita», ha spiegato con un video postato ieri su Instagram la campionessa del Roland Garros 2010, prima italiana di sempre ad alzare un trofeo dello Slam, che dopo il ritiro dello scorso anno si era eclissata anche dai social. «Mi è stato diagnosticato un tumore maligno. È stata la lotta più dura che ho affrontato, in assoluto. La cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. E quando me l’hanno detto qualche giorno fa sono esplosa dalla felicità. Ancora adesso vivo di felicità, la posso tagliare con il coltello. Sono già pronta sia qui (toccandosi il cuore, ndr) che qui (toccando la testa, ndr) ad affrontare i nuovi progetti che già avevo, ma che non potevo affrontare. Quindi ci rivedremo presto. Sono felice di quello che sono adesso». La sua malattia è stato il segreto meglio conservato del 2019, in tanti nell’ambiente sapevano, nessuno ha detto niente. Per amore, per rispetto […] «Sei la numero 1, fighter; te quiero hermana major!», ha commentato su Instagram Fabio Fognini, mischiando lingue ed emozioni. «Ora goditi a full sti progetti, e si te stessa sempre!». Suggerimento genuino, di cuore, ma in fondo superfluo. Francesca se stessa lo è stata sempre, in campo come nella malattia, una che la vita se la vuole gustare tutta, e soprattutto a modo suo. Nei lunghi mesi di cure a Roma le è stato molto vicino anche Corrado Barazzutti, il suo ex capitano di Fed Cup, coach, e oggi amico carissimo. «A Francesca sono molto, molto affezionato – dice Corrado – Questo match è stato più duro di una finale del Roland Garros, ma lei è una grandissima lottatrice e ha vinto anche questa battaglia. A Francesca mi unisce una grandissima passione per il tennis, abbiamo continuato a parlarne insieme anche in questo periodo. Ha tantissimi progetti, e al nostro tennis può essere utile sotto tutti i punti di vista» […] La malattia è riuscita a tenerla sette mesi a fondocampo, ma alla fine si è dovuta arrendere. Da oggi si ricomincia, la Leonessa è tornata e il nostro tennis farà bene a tenersela stretta.

“Così ho sconfitto il cancro” (Diego De Ponti, Tuttosport)

 

Leonessa sempre, anche di fronte al male e alla commozione nel raccontare la sua battaglia. Francesca Schiavone si è presentata così, in un video messaggio su Twitter, per raccontare che ha giocato il match più difficile e lo ha vinto. L’ex tennista milanese ha descritto i 7 mesi in cui è stata impegnata nella lotta contro un tumore maligno «La lotta più dura in assoluto che ho mai affrontato» le parole di Francesca. […] Francesca Schiavone, la prima italiana a conquistare un titolo del Grande Slam in singolare, che ha cambiato la storia del tennis azzurro con il trionfo al Roland Garros, non ha perso lo spirito battagliero. Francesca mostra, nel video, il sorriso dei giorni migliori, perché questa sì è una vittoria speciale: «Ho fatto la chemioterapia e la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. Quando me l’hanno detto qualche giorno fa, sono esplosa dalla felicità. E anche oggi vivo di felicità, la posso tagliare con un coltello». E lo spirito della Leonessa torna prepotente guardando al futuro: «Sono già pronta sia qui che qui – continua indicando testa e cuore – ad affrontare nuovi progetti che sto pensando, che avevo e non potevo fare. […] LA CARRIERA Trai messaggi di vicinanza quello dell’Inter: «La tua forza, il tuo coraggio, il tuo “ruggito” sono sempre un’ispirazione. Forza Leonessa». Nel corso della sua carriera, Francesca Schiavone ha vinto 8 tornei WTA in singolare e 7 in doppio. La vittoria nell’Open di Francia del 2010, battendo in finale l’australiana Samantha Stosur, l’ha resa la prima italiana a vincere un torneo del Grande Slam nel singolo. Nel 2011 la tennista lombarda ha raggiunto il quarto posto nel ranking WTA, eguagliando il primato azzurro di Adriano Panatta. Il ritiro dall’attività agonistica è arrivato nel 2018 ma dopo l’annuncio Francesca ha manifestato l’intenzione di non lasciare il mondo del tennis, dedicandosi all’attività di tecnico. Ora che la partita più difficile è stata vinta, quel progetto può diventare realtà. Con lo spirito di una leonessa.

Indomita Francesca. “Avevo un tumore. Ora sono tornata” (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

Felicità Smagrita ma sollevata […] Senza criniera, pallida e smagrita. Ma Francesca Schiavone, c’è poco da fare, è nata leonessa: «Ciao. Mi hanno diagnosticato un tumore maligno, è stata la lotta più dura che ho mai affrontato, ho vinto. E ora ho addosso una felicità tale che la potrei tagliare con il coltello». Bastano 55 secondi di verità su Instagram per scatenare una pioggia d’affetto social sulla guerriera emozionata che guarda dritto in camera senza paura come ha fissato negli occhi le avversarie in campo e la malattia nella vita. «Vi racconto cosa è successo negli ultimi sette mesi…». Ce lo racconta lei, come è giusto che sia, dopo che la notizia era filtrata nell’ambiente attraverso uno spiffero gelido, mentre gli amici stretti (Flavia Pennetta, pochissimi altri) si precipitavano a chiudere la finestra e a stringersi intorno. Montecarlo, aprile scorso. Francesca, che è stata la prima tennista italiana a conquistare un titolo del Grande Slam (Roland Garros 2010), la terza in assoluto nella storia dopo Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta, è nel Principato per fare il tifo per Fabio Fognini, l’amico di sempre (e marito di Flavia) che fa l’impresa e vince il torneo. È felice, ma preoccupata. Ha appena scoperto una ghiandola ingrossata. Farò degli esami, dice ripartendo verso uno dei mille progetti che popolano la sua esistenza da ex numero quattro del mondo. Quando li fa, la diagnosi è un pugno in faccia. Linfoma di Hodgkin. Tumore del sistema linfatico. Maligno, però curabile. […] Cominciano mesi di andirivieni tra Milano, dove tiene casa, e Roma, dove c’è il medico di fiducia che le organizza i cicli di chemioterapia. La sua presenza sui social, dove è sempre stata attivissima, si dirada; fino a scomparire. I capelli che cadono a ciocche sono un colpo duro da digerire. Ma Francesca non indietreggia. A metà settembre compare in video al Festival dello sport di Trento, in collegamento con la Pennetta. Si parla di tutto e niente, di quanto sarebbe divertente allenare Fognini: tutti e due duri fuori e morbidi dentro. Sorride perché ha promesso alla Gazzetta di esserci e una leonessa non si rimangia mai la parola. È magrissima, pelata, bianca come un’aliena. Ma non fa parola della malattia e il doveroso rispetto per il suo riserbo è totale. […]Next Gen a Milano, le Atp Finals a Londra. Come sta la Franci? Sai qualcosa? Il suo contatto con il mondo è l’amica Chiara, che lascia filtrare pochissimo: ti ringrazia, ti saluta. Fiato sospeso fino a ieri, quando la Schiavo, fedele a se stessa, ha ripreso in mano le redini della comunicazione social. Essenziale e diretta, come certi rovesci a una mano imparati dalla maestra Daniela Porzio e affinati con Barbara Rossi al Tennis club di via Arimondi, 126 anni di storia. Questa, che dura da 39, è la storia di Francesca Schiavone. Una settimana fa, la buona notizia: tumore regredito. Certo bisognerà rimanere sotto controllo, ma la palla esce ancora rotonda dalla racchetta: «Sono pronta, nel cuore e nella testa, per affrontare i nuovi progetti. Ci rivedremo presto. Felice di quello che sono oggi». Basta ruggiti. D’ora in poi soltanto (meritate) carezze

Il bacio e il perdono di Francesca (Gianni Clerici, La Repubblica)

Adesso capisco il bacio. Forse dovrei scrivere il perché del bacio. Francesca Schiavone me lo diede inaspettatamente su una guancia mentre ci trovavamo nella hall di un grand hotel. […] Quando aveva d’improvviso vinto il Roland Garros, non mi aveva nemmeno invitato alla cena in suo onore: forse non aveva apprezzato quanto avevo scritto di lei, che non mi era parso male, pur nella sorpresa di una ragazza che sempre avevo seguito, senza lasciarmi andare all’ammirazione, cosa che non ho mai fatto se non ho, al contempo, fatto un pronostico sulla sorpresa avvenuta. Sulla Schiavone avevo creduto di sbagliarmi in un antico pronostico, su quella che era stata soprannominata Leonessa d’Italia dal tempo in cui l’avevo vista al Tennis Club Milano, bambina e mi ero detto e avevo scritto, “questa bambina ha le caratteristiche di una che potrebbe addirittura vincere uno Slam”. Infine il bacio. Non certo seguito al trionfo non pronosticato al Roland Garros. Insomma, doveva essere il segno che ero stato perdonato. E perdonarmi, era il simbolo che la Leonessa ben meritava il suo grande successo.

Il match più duro della Leonessa: “Ho sconfitto il cancro. Ora riparto” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Il regalo di Natale più bello, la guarigione dalla malattia. Francesca Schiavone ha voluto rivelarlo a tutti, a modo suo come ha sempre fatto e vissuto la sua vita. La prima tennista italiana a vincere uno Slam (Roland Garros 2010) ha acceso la telecamera e su Instagram ha postato la sua storia: «Vi racconto quello che mi è successo negli ultimi sette mesi: mi hanno diagnosticato un tumore maligno. È stata la lotta più dura in assoluto che ho mai affrontato, e la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia e quando me lo hanno detto, qualche giorno fa, sono esplosa dalla felicità, e anche oggi vivo di felicità. La posso tagliare con un coltello. Sono già pronta, nella testa e nel cuore, ad affrontare nuovi progetti che sto pensando, che avevo ma non potevo realizzare. Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi». Pochi secondi in cui c’è tutta la campionessa che abbiamo ammirato per anni: ha scelto uno sfondo bianco, semplice e spartano per comunicare, iniziando da un tono duro fino al sorriso finale. […] Era il Festival dello Sport, e la “Leonessa” vi aveva partecipato in collegamento video, mostrando per la prima volta pubblicamente il nuovo look con i capelli corti, che aveva incuriosito i presenti. Era già in cura, la `Schiavo” (come l’hanno sempre chiamata tutti), e il mondo dello sport italiano era a conoscenza della sua situazione sanitaria. Ma nessuno ne ha mai fatto parola, e tutti hanno rispettato la sua richiesta di privacy. Fino a ieri. Ma se Schiavone ha voluto dirlo è solo per condividere la bella notizia, e probabilmente la prima a essere felice sarà stata la piccola Mila Fossati, la bimba che aveva conquistato la borsa di studio per potersi allenare con lei. Perché Francesca Schiavone, ancora a maggio, era coinvolta a Milano in un’iniziativa a favore dei giovanissimi “Tu puoi… provaci!”. Non solo: era sempre lei, attivissima sui social con il suo “Schiavo Channel”, a rivelare una collaborazione con Caroline Wozniacki, per suggerimenti sulla terra rossa. […] E l’ex numero quattro del mondo sapeva già con cosa stava convivendo: il linfoma di Hodgkin, dopo che ad aprile – a Montecarlo – le avevano notato un nodulo sul collo. Da quel momento è iniziata la partita più difficile della sua vita, come ha ammesso Francesca Schiavone. Durata sette mesi e tre cicli di chemioterapia, con la notizia dei sanitari della remissione del tumore. Ora può tornare ai suoi progetti, con Flavia Pennetta che ancora a ottobre, scherzosamente, le chiedeva di allenare Fabio Fognini. «Hanno due caratteri simili, insieme sarebbero perfetti. Lei sarebbe perfetta come suo coach». E Fognini, sotto la supervisione di Barazzutti, ha giusto palleggiato con lei a Roma la scorsa settimana. Ma per tutto questo ci sarà tempo: la ragazza dal rovescio a una mano, con cui ha incantato il mondo e dato il via al boom femminile, ha ribadito una volta di più la sua vita senza mezze misure. L’Italia del tennis ha vissuto un 2019 di grandi risultati e successi, e la prossima settimana si prepara a festeggiarli a Torino. La notizia di Francesca Schiavone guarita è la ciliegina che mancava: ora c’è l’happy end.

“Ho sconfitto il tumore” (Guido Frasca, Il Messaggero”)

Un video di 55 secondi sul suo profilo Instagram e un annuncio semplice e diretto: dopo aver vinto mille sfide sui campi di tennis di tutto il mondo, Francesca Schiavone ha superato un’altra battaglia, la più difficile. A poco più di un anno dall’annuncio del ritiro, la 39enne campionessa milanese, prima italiana della storia a conquistare uno Slam nel tennis femminile, ha raccontato di aver sconfitto dopo 7 mesi di chemioterapia un tumore del quale non aveva mai parlato prima. Si tratta del linfoma di Hodgkin, una grave patologia del sistema linfatico. «Vi racconto cosa è successo negli ultimi 7 mesi della mia vita – ha rivelato – mi hanno diagnosticato un tumore maligno. E’ stata la lotta più dura in assoluto che abbia mai affrontato. E la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia». Lo scorso metà ottobre la Schiavone aveva partecipato in collegamento video dalla sua casa di Milano al Festival dello Sport di Trento. In quell’occasione era apparsa provata, ma non aveva fatto nessun accenno alla malattia. […] Una vicenda che ricorda quella di Sinisa Mihajlovic, l’allenatore del Bologna che si è sottoposto a tre cicli di cure e a un trapianto di midollo per curare una leucemia. LA SPECIALE «Quando me l’hanno detto qualche giorno fa sono esplosa dalla felicità e anche oggi vivo di felicità. Sono già pronta ad affrontare nuovi progetti che avevo, ma non potevo realizzare. Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi», ha detto ai fan. Vuole tornare presto nel mondo del tennis, il suo mondo, come coach dopo la breve parentesi al fianco di Caroline Wozniacki o per proseguire nel suo progetto di scovare i campioni del futuro. Sempre durante la serata di Trento, l’amica rivale Flavia Pennetta l’aveva invitata ad allenare il marito Fognini: «Insieme sareste perfetti – aveva detto la brindisina, trionfatrice degli US Open 2015 – Fabio e Francesca sono molto simili. Si chiudono a riccio e tengono tutti lontano, ma fuori sono dolcissimi. Per questo dico che lei sarebbe perfetta come suo coach». Altrettanto scherzosa la risposta della milanese: «Tuo marito è quello che ha il vero talento in famiglia. Può vincere più di te». UN’APRIPISTA Superfluo addentrarsi in dibattiti sul fatto se sia stata la più forte o meno tra le tenniste azzurre. Di sicuro è stata l’apripista di un miracolo italiano. […] Oltre che, naturalmente, sulle qualità tecniche grazie alle quali Francesca ci ha regalato emozioni e sfide leggendarie. Al di là degli 8 titoli vinti (l’ultimo a Bogotà a 37 anni la passata stagione), delle 4 Fed Cup alzate al cielo, del n.4 del ranking raggiunto nel 2011: mai nessuna italiana così in alto. Perché il mondo della Schiavone è ben più complesso dell’incredibile successo a Parigi, quando il 5 giugno 2010 è diventata Nostra Signora dello Slam. Qualcuno aveva baciato la terra rossa, qualcun altro ci si era tuffato. Qualcun altro ancora ci aveva dipinto un cuore grande cosi. Ma nessuno l’aveva mangiata come ha fatto lei

La Schiavone: “Felice di come sono ora. Avevo un tumore però ho vinto io…” (Marco Lombardo, Il Giornale)

[…] Francesca Schiavone è tornata a farsi vedere, su Instagram, con due post che hanno costruito il finale perfetto. Il primo per dire «dopo 7-8 mesi di assenza dai social, dal mondo praticamente, sono qui per raccontarvi cosa è successo», accompagnato da un «to be continued». Il secondo per raccontare quello che molti avevano capito, ma che non era giusto che si sapesse se non da lei. Un tumore, maligno, chissenefrega dove. Quella notizia che si spera di non ascoltare mai, pensando che comunque accadrà sempre a qualcun altro. E invece: «È stata la lotta più dura in assoluto che ho mai affrontato. E la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. E quando me l’hanno detto qualche giorno fa, è stata la felicità. E anche oggi vivo di felicità, la posso tagliare con il coltello. Sono già pronta ad affrontare con la testa e il cuore i nuovi progetti a cui stavo pensando, e che non potevo mettere in pratica. Ci vedremo presto, felice di quello che sono oggi». Felice. Felici. Il viso tirato ed emozionato, i capelli corti di Francesca non devono ingannare: è come se avesse ancora la lunga chioma da Leonessa del tennis. Quello spirito ce l’ha dentro, glielo si legge negli occhi. E questa vittoria rende niente il suo Roland Garros, è un trofeo che va oltre lo sport, ma che dallo sport viene per spiegare a noi (comuni) mortali che la vita va difesa ad ogni costo. […]. E la battaglia di Francesca è quella di Sinisa Mihajlovic, che ha guardato negli occhi il nemico più cattivo, da sgretolare tra le lacrime, com’è giusto che sia. «Sono stufo di piangere», però ha detto durante la recente conferenza stampa che annunciava il ritorno in panchina. E per questo ancora adesso che non sa di avere battuto definitivamente il nemico, ha comunque vinto. Così come Gianluca Vialli, che nascondeva gli effetti del tumore riempiendosi di maglioni sotto la giacca, ma che poi ha detto al mondo che non bisogna mai vergognarsi di quello che il destino ti riserva. […] Non esiste una data di scadenza per un essere umano, bisogna ricordarselo sempre. C’è solo il fatto che vivere accettando ogni sfida è il modo migliore per essere d’esempio. Francesca, Sinisa, Gianluca non sono eroi come lo sport è abituato a raccontare, ma messaggeri di una verità che grazie a loro tutti noi dobbiamo cogliere. Per essere felici di quello che siamo. Felici come una Leonessa.

Leonessa non per caso (Leo Turrini, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

La Leonessa è tornata a ruggire. Dopo un inconsueto silenzio durato tanto, troppo. […] Lei, invece, ci mette la faccia. Come sempre, verrebbe da dire; anche oggi che, a 39 anni, annuncia la sua vittoria più grande: «Ho sconfitto un tumore maligno». Francesca Schiavone è lì, davanti allo smartphone; la vedi nel video di 55 secondi postato sul suo profilo Instagram e ti viene in mente il suo urlo divenuto leggendario, il suo mangiarsi la terra rossa di quello stadio del tennis centrale al Roland Garros del 2010, quando vinse uno Slam che sa ancora oggi di leggenda e d’impresa. Lei che, capello corto e viso smagrito, non assomiglia per nulla a quella Leonessa indomabile; almeno, nel fisico: «La lotta più dura in assoluto che ho mai affrontato – la sua ammissione – ho fatto la chemioterapia e la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. Quando me l’hanno detto qualche giorno fa, sono esplosa dalla felicità». È stanca, per colpa delle cure e forse anche per il logorio mentale subito, e si vede. Ma non è stanca di rimanere tra di noi e raccontare la sua storia, Francesca Schiavone: «E anche oggi vivo in felicità, la posso tagliare con un coltello – prosegue – sono già pronta sia qui che qui». E indica la testa e il cuore, attributi che sempre tutti le hanno confermato di avere quando battagliava sul campo: «Sono pronta ad affrontare nuovi progetti che sto pensando, che avevo e non potevo fare. Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi». Francesca Schiavone, 39 anni, è senza ombra di dubbio la più grande tennista italiana di sempre: un Roland Garros 2010 vinto battendo la Stosur in finale, uno sfiorato l’anno dopo, quando venne sconfitta nell’atto conclusivo dalla Na Li. È stata la prima italiana (e il terzo rappresentante del Bel Paese in assoluto dopo Pietrangeli e Panatta) ad aver vinto un torneo del Grande Slam nel singolare, la vittoria più importante per il tennis italiano al femminile al pari del successo della Pennetta allo US Open 2015. Ma anche otto tornei WTA vinti in singolare e sette in doppio, l’unica azzurra ad aver disputato due finali del Grande Slam e l’ultima tennista al mondo ad essersi aggiudicata un torneo dei più prestigiosi del circuito mondiale utilizzando il rovescio ad una mano. Lei che, dall’alto di quel quarto posto nelle classifiche mondiali conquistato a gennaio 2011 (suo best ranking e posizione fino ad oggi più alta raggiunta da un’italiana), ora questa storia fantastica di sport e coraggio la vuole raccontare a tutti. Sorridente, come sempre, nel video annuncia di voler ritornare presto in campo come coach. Ora che la sua battaglia contro il tumore, che le era stato diagnosticato sette mesi fa e del quale non aveva mai parlato prima, l’ha vinta

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Golpe a Parigi (Crivelli). Djokovic da Numero 1 a casa Nadal. Ora c’è Tsitsipas (Mastroluca). Rivoluzione francese (Azzolini). Djokovic vince e interrompe il regno dell’eterno Nadal (Imarisio). Tsitsipas a un passo dall’Olimpo del tennis. Nadal è umano, in finale va Djokovic (Rossi). Una battaglia infinita. Djokovic batte Nadal e il coprifuoco a Parigi (Semeraro). Maturità, niente tornei, il jet di Nole. Lo strano Wimbledon di Musetti (Mastroluca)

La rassegna stampa del 12 giugno 2021

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Golpe a Parigi (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La Bastiglia è caduta, sul pennone della semifinale parigina più nobile sventola gagliardo il vessillo di un formidabile, straordinario, titanico Djokovic, che come nel 2015 interrompe il cammino del re, Rafa Nadal, infliggendogli la terza sconfitta di sempre al Roland Garros (l’altro a riuscirci fu Söderling) e impedendogli così di continuare la caccia al 14′ trionfo al Bois de Boulogne e soprattutto al 21′ Slam che lo avrebbe allontanato da Federer nella più leggendaria corsa a un primato nella storia dello sport recente. Sono state 4 ore e 11 minuti di battaglia epica, talmente coinvolgente e a suo modo storica che gli organizzatori, andando contro un protocollo rigidissimo, hanno permesso che il pubblico rimanesse in tribuna nonostante il coprifuoco. Potenza di due uomini che sono già nel mito, anche se Nole e non Rafa avra l’occasione di ingigantirlo nella sfida generazionale della finale contro Tsitspas, con l’opportunità di arrivare a 19 Slam, a uno solo distanza dagli altri due monumenti, e di diventare il secondo giocatore dell’Era Open, dopo Laver, a vincere almeno due volte tutti i Major. Per capire la portata del successo di ieri sera (quasi notte) del numero uno del mondo, basterà ricordane le sue parole alla fine: «La mia partita di gran lunga più bella ed emozionante che abbia giocato a Parigi». E dire che il primo set, il dritto che fa male da ogni posizione e l’accuratezza alla risposta, sembra riproporre il massacro della finale di ottobre. Ma punto dopo punto, con il servizio che funziona meglio e la ricerca ossessiva del rovescio del maiorchino, il Djoker risale imperiosamente, aggressivo e concentrato, addirittura più mobile su una superficie che ha sempre esaltato la fisicità del rivale. Neppure II 2-0 con cui Nadal inizia il quarto set ferma la marcia del serbo a capo di un match costellato di mille prodezze, giocato a un livello che nessuno, ancora adesso, può raggiungere, a meno che Tsitsipas non voglia a ribellarsi all’idea dopo II trionfo su Zverev. […] La sua semifinale è una partita strana, umorale, che l’Apollo ateniese domina nei primi due set, scegliendo gli scambi prolungati fino all’accelerazione decisiva o all’errore del rivale, ma mixandoli sapientemente con la palla corta o gli attacchi controtempo. Sascha, al contrario, non possiede la medesima varietà di soluzioni, pero dal terzo set, con il servizio sempre sopra i 200 all’ora, inizia a fare i buchi sulla terra dello Chatrier e da fondo rompe gli indugi con più aggressività, in particolare con il fantastico rovescio, sfruttando anche i troppi forzati di dritto del greco. In lacrime E cosi, incredibilmente dopo le premesse iniziali, alla fine del quarto set e con sulle spalle quasi tre ore di battaglia troppo combattuta sul filo dei nervi per essere anche spettacolare, Zverev si ritrova padrone della partita e nel primo game del parziale decisivo sale 0-40, in pratica la porta del paradiso. Tsitsi, d’orgoglio, annulla le tre palle break e l’occasione sciupata scioglie clamorosamente il tedesco, mentre Stefanos ritrova il feeling con la palla e le geometrie a tutto campo, regalando alla Grecia la prima finale di sempre in uno Slam, con pianto finale annesso: «Tutto quello a cui riesco a pensare sono le mie radici, vengo da un piccolo paese fuori Atene. II mio sogno era giocare qui e non avrei mai pensato di raggiungerlo. Sono molto felice che la Grecia faccia parte della comunità del tennis, ora». E mentre Zverev non fa nulla per nascondere la delusione («Non sono più quel tipo di giocatore che può essere contento per esserci andato vicino con una bella prestazione, ho perso e mi girano»), Tsitsipas rafforza lo status di erede più accreditato dei Big Three. È l’uomo con più vittorie in stagione, in generale (39) e sulla terra (21), ha vinto il primo Masters 1000 in carriera a Montecarlo, ha fatto finale a Barcellona con Nadal (persa con match point annesso) e ha confermato la perfetta adattabilità sul rosso dei suoi fondamentali da fondo molto arrotati e pesanti: «Questa finale è qualcosa che ho sempre sognato e che mi fa battere il cuore». Il filosofo dell’amore

Djokovic da Numero 1 a casa Nadal. Ora c’è Tsitsipas (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

Sarà Novak Djokovic contro Stefanos Tsitsipas la finale del Roland Garros. Il numero 1 del mondo ha completato l’impresa, ha battuto Rafa Nadal per la seconda volta nella sua storia alla Porte d’AuteuiL II tredici volte vincitore del torneo è caduto 3-6 6-3 7-6(4) 6-2. «E’ il match più bello e con l’ambiente più straordinario che abbia mai giocato qui» ha detto il serbo. Storico anche il successo di Tsitsipas, primo greco in una finale Slam, che ha sconfitto 6-3 6-3 4-6 4-6 6-3 Alexander Zverev nella semifinale più giovane in questo torneo da Nadal-Djokovic del 2008. […] Questo Djokovic, dopo una vittoria così, non si può non considerare il favorito contro il più pronto degli sfidanti alle porte dell’Olimpo. DJOKOVIC SHOW. “Nole” aveva vinto gli ultimi 27 turni di battuta prima della semifinale. Ma perde i primi due contro un Nadal che inizia con la chiara intenzione di marcare il territorio. Il primo parziale non ha storia. Lo spagnolo ha vinto 24 delle prime 28 partite in cui ha iniziato con un set di vantaggio contro il serbo. Ma ogni regola ha la sua eccezione. Questa semifinale, la partita più bella dell’anno, le fa cambiare le regole. Perfino agli organizzatori del Roland Garros che per questa partita decidono di sospendere il coprifuoco.[…] L’ex numero 1 del mondo Andy Murray sintetizza su Twitter il pensiero di molti: «Meglio di così, sulla terra battuta non si può giocare». Quando ‘ Nole” vince il secondo set si capisce che qualcosa nel match è cambiato. Gli scambi li controlla il serbo, Nadal deve inventarsi qualcosa di straordinario per rimanere in contatto. Il terzo parziale segue la stessa dinamica. Il numero 1 del mondo prende un break di vantaggio, e avrebbero potuto essere due, ma nel momento decisivo prende almeno due decisioni rivedibili: serve and volley e palla corta, che gli costano il controbreak del 3-3. Il tiebreak è un concentrato di emozioni, risolto nella sostanza da una volée sul 4-3. Djokovic porta a casa un set a lungo dominato ma che allo stesso tempo ha rischiato di perdere. Rafa, che non ha mai rimontato uno svantaggio di due set a uno contro il serbo, ha finito per crollare. TSITSIPAS IMPRESA. E’ mancato alla distanza, come Zverev che deve ancora rimandare il primo successo contro un Top 10 in uno Slam. Tsitsipas, pur con qualche pausa di troppo che non si potrà permettere in finale, si gode una vittoria storica che lo commuove fino alle lacrime. «Posso pensare solo alle mie origini adesso, vengo da una piccola cittadina fuori Atene, avevo sempre sognato di giocare qui ma non avrei creduto allora che l’avrei realizzato» ha detto a caldo sul Philippe Chatrier. LA PARTITA. Ha tremato, il greco, non più in controllo del match all’inizio del quinto set. Recuperato lo svantaggio di due set, il Zverev è salito 0-40 nel primo gioco. Ma Tsitsipas ha raddrizzato game e partita. «Sono uno che lotta, non ero pronto ad arrendermi – ha detto – Ero ancora in partita, quel primo game è stata una ventata d’aria fresca. Dopo mi sono sentito rivitalizzato» Più giovane finalista Slam dai tempi di Andy Murray all’Australian Open del 2010, si prepara all’appuntamento con la storia. Sperando di non lasciare ai suoi occhi solo un sogno che non faccia svegliare. 

Rivoluzione francese (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] La prima semifinale di ieri al Roland Garros sta alla finale degli US Open 2020 come i Bryan Brothers quando si sono presentati insieme alle fidanzate, praticamente uguali. La regola impone di vincere i primi due set per incassare l’incontro, ma solo al quinto. Darth Zverev al monologo non rinuncia, gli vale gli applausi di quella parte del pubblico che s’incanta davanti ai begli occhi di ghiaccio, un bel po’ di recriminazioni che lo facciano sentire meno colpevole, e una sicura nomination all’Oscar per il ruolo di Tennista non Protagonista. Gli servono due set. Solo due, da contratto… Tsitslpas glieli ha concessi. Forse convinto che i due set vinti fossero sufficienti a rendere esplicita l’antifona. […] Sulla spinta di un doppio fallo, il greco si è trovato 0-40 nel game d’apertura del set decisivo, e ha reagito rilanciando l’assalto, con grande coraggio. Ha sistemato la questione con cinque punti consecutivi e ha preso in mano il gioco. ll break nel quarto gioco gli ha restituito tutte le certezze, ha avuto i primi quattro match point sul 5-2, ha chiuso nel turno successivo. Si è commosso, il pirata. Non vi stranite, un vero uomo non piange, ma un pirata – perdinci – va come una fontana, tante ne ha da farsi perdonare… […]. «Ho giocato sul campo che sogno sin da bambino, e sono arrivato all’atto finale di un torneo nel quale mi sono sempre rispecchiato. Non ci sono parole per dirvi della mia felicità. Ho portato la Grecia nel più alto dei consessi tennistici. Ci siamo anche noi… Spero di vedere tanti bambini appassionarsi a questo sport, anche se di campi ne abbiamo davvero pochi». Lui li ha trovati in Francia, alla corte di Mouratoglou, che sta al tennis come Onassis stava alle acque del mare. Era un grande armatore, ma viaggiava solo in “first class; sul suo yacht privato. Gli chiedono, chi dei due? Rafao Nole? Stavolta Stefanos risponde da vero pirata: «Sono pronto a lanciarmi all’arrembaggio. ll fisico sarà al centro della partita, sia con l’uno sia con l’altro. Li ammiro, ma non li temo. Ho 22 anni, e penso di avere delle cose da dire in finale». L’ULTIMO OSTACOLO E che vuoi dire a uno come Djokovic? Già, l’ultimo verdetto giunge a notte, in orari da coprifuoco, ed è il più imprevedibile per la storia del Roland Garros. Esce il campione di sempre, è la terza sconfitta in un mare di vittorie (105), ed è meritata. Non era il solito Nadal, frenato a tratti dal rovescio, spesso da un servizio incerto (8 doppi falli), dubbioso anche nel gioco delle sportellate. Le sue non facevano male quanto quelle del serbo. Match palpitante, ma condito di errori gratuiti, 55 addirittura quelli di Rafa, a fronte di 48 vincenti. Meglio Nole, più in partita, mentre Rafa che era scattato benissimo (5-0 nel primo set) è scivolato via via. La seconda sconfitta parigina, contro l’eterno avversario che sale a 30 (contro 28) nei testa a testa. Finale inedita, ci mancherebbe… Djokovic è avanti a Thitsipas5-2, ma il secondo trofeo del Roland Garros non se lo porterà da casa

Djokovic vince e interrompe il regno dell’eterno Nadal (Marco Imarisio, Il Corriere della Sera)

[…], Novak Djokovic sconfigge Rafa Nadal, nella semifinale del Roland Garros, compiendo così una delle imprese più difficili di qualunque sport: battere il campione spagnolo a Parigi. Sul campo dove si pensava fosse ormai un invincibile. Nella prima semifinale maschile del Roland Garros, invece, la cosa più bella è stata il pianto di Stefanos Tsitsipas dopo la vittoria. Alla fine, ce l’ha fatta. Anche lui, a quasi 23 anni, era preda della sindrome di Peter Pan della quale hanno sofferto quasi tutti gli esponenti delle next generation che sono invecchiate all’ombra della Santa Trinità. Temeva di non farcela; lui, figlio d’arte, ennesimo predestinato al successo fin dall’adolescenza, quando faceva furore nel tornei juniores. Pazienza se il successo che gli consegna il diritto di partecipare all’ultimo atto del Roland Garros, lo Slam al quale si sente più affine per stile di gioco, è arrivato al termine di cinque set non indimenticabili. E dopo un’amnesia prolungata che rischiava di pagare a caro prezzo. Il suo avversario era Alexander Zverev, un altro con la sua stessa storia, solo con un anno di più e un passato recente già pieno di occasioni perdute, come la finale dell’Open Usa 2020, disputata in contumacia di Rafa Nadal e Novak Djokovic, e persa contro Dominic Thiem dopo aver servito per il match. Era una partita da fuori i secondi, l’ha vinta ll più meritevole, faticando troppo. Tsitsipas ha dominato i primi due set contro un avversario falloso e senza strategia, che si affidava solo alle botte di servizio. La fine sembrava scritta. Ma all’improvviso, più che alla risurrezione di Zverev si è assistito all’evaporazione del greco, che con evidenza ha sentito sulle spalle il peso del pronostico favorevole, che lo vede finalista designato della parte di tabellone senza Djokovic e Nadal. II risultato sono stati due set all’incontrario, giocati con la fretta di concludere gli scambi che nella prima ora aveva dominato. Come in tutte le vicende dove contano più i nervi della tecnica, tutto si è deciso su un episodio. Tre palle break consecutive non sfruttate da Zverev all’inizio del quinto set, quando l’avversario sembrava quasi rassegnato alla sconfitta. All’improvviso l’incantesimo è finito. Tsitsipas ha ritrovato gambe e convinzione. E così il greco diventa íl primo giocatore di sempre della sua nazione a raggiungere una finale Slam, nonché il più giovane dal 2010, quando Andy Murray raggiunse l’ultimo atto a Melbourne. Era undici anni fa. Da allora, il tennis non ha smesso di diventare una disciplina sempre più fisica, in un modo quasi estremo. A 22 anni, Tsitsipas rappresenta quasi un’eccezione. E per arrivare fin qui, ha dovuto salire un gradino per volta. Ha perso match sanguinosi negli Slam, ha vissuto prove che lo hanno forgiato, come la semifinale dello scorso anno a Parigi, quando rimontò due set a Djokovic prima di cedere alla stanchezza.

Tsitsipas ad un passo dall’Olimpo del tennis (Paolo Rossi, La Repubblica)

Che dio potrebbe diventare in Grecia, Stefanos Tsitsipas, vincesse il Roland Garros? Glielo darebbero un posticino nel Partenone? Beh, per intanto ha già fatto segnare la prima data storica, essere il primo ellenico in una finale del Grande Slam di tennis. […]. Il ventiduenne greco comunque ha già sedotto i parigini con le sue lacrime, vere e sincere: «Riflettevo sul passato. Il Roland Garros è un torneo storico, un evento che seguivo da quando ero piccolo. Per il mio allenatore era il torneo preferito. Sono cresciuto con lui. È un torneo che abbiamo sempre seguito, che abbiamo sempre guardato. Ero soprattutto emozionato per lui». Stefanos Tsitsipas ha vinto la sfida dei giovani, in vista della Finale delle Generazioni contro. Ha superato l’altro biondo del circuito, il tedesco Alexander Zverev. Hanno battagliato per cinque set, in una partita indecifrabile: nelle prime due frazioni il greco è parso padrone del match, e il tedesco fuori giri. Ma quest’ultimo accende il motore sempre quando non ha più nulla da perdere, e forse anche il greco gli ha dato una mano inconsciamente, pensando di poter gestire e attendere. La soluzione più sbagliata in questo tennis moderno, e così Zverev ha iniziato una rimonta che l’ultima volta s’era vista nel 1958. Ma questo ragazzo greco ha più cuore di tutti gli altri giovani, e quindi lo ha respinto. Tsitsipas: «È stata una partita difficile, piena di emozioni, piena di tante fasi diverse. Alla fine è stato un sollievo riuscire a chiudere in modo così bello, estenuante. Gestire tutte queste cose, metterle insieme, ho dovuto fare compromessi. Sono orgoglioso di me stesso. Mi piace poter giocare in questo stadio. Sono grato per ogni singola partita che riesco a giocare. Sono immensamente fortunato ad avere l’opportunità di giocare contro i migliori e mettermi alla prova, qualcosa che ho sempre sognato e che avrei voluto che accadesse un giorno. E ora sono qui, posso farlo davvero»

Nadal è umano. In finale va Djokovic (Paolo Rossi, La Repubblica)

[…] La semifinale del Roland Garros 2021 tra Rafa Nadal e Novak Djokovic ferma addirittura il coprifuoco di una nazione. C’era l’obbligo di tornare nelle case entro le 23, a Parigi. Ma la gente in estasi per l’andamento del match tra i due Big, cantava “Non ce ne andremo!”. Quelli del Roland Garros hanno capito il rischio, in termini di sicurezza, e hanno chiesto la deroga all’Eliseo, ottenuta all’ultimo minuto, di far restare la gente fino alla fine della partita. Aveva la voce commossa nel dare l’annuncio, Gilles Moretton, il presidente della Federtennis francese. Ma l’epica s’è raddoppiata per l’esito dell’incontro: ha perso Rafael Nadal. L’invincibile di Parigi. Quello che aveva perso solo due volte, ora tre. Ogni sei anni: la prima, con Soderling nel 2009. La seconda, contro Djokovic nel 2015. E adesso, nel 2021, ancora contro il serbo. Che ha vinto dopo quattro ore e undici minuti. In quattro set, dopo aver iniziato il match sotto 0-5. Il padrone di Parigi che esce nella sua notte più buia. Era il 58° loro incontro. E la prima volta che si incrociarono fu proprio a Parigi, la città nel destino di Rafa Nadal. Era il 2006, Djokovic si ritirò dopo due set. In 15 anni si sono sfidati tutte queste volte che una volta il serbo disse: «Rafa? Lo vedo più spesso di mia madre». L’uno ha migliorato l’altro, li ha costretti a studiarsi. Adattarsi. Modificarsi. C’è stato anche quell’altro, il terzo: Roger Federer. Insieme a lui, tutti e tre insieme — dal 2005 alla finale di domani — le finali Slam disputate sono/saranno 64. In 61 c’è stato almeno uno di loro. E ne hanno vinte 54 su 63. Probabilmente è la statistica più grande dello sport, un dominio incredibile. Cedric Pioline, l’intervistatore a bordo campo, si è fatto interprete dei sentimenti di tutti, e ha ringraziato il n. 1 del mondo per lo spettacolo offerto. «È stato il match più bello che io abbia giocato a Parigi. Nel più bell’ambiente. Io ringrazio voi», ha risposto il serbo. Ora lo attende l’ultimo sforzo, quello contro Stefanos Tsitsipas: la finale di domani per vincere la Coppa dei Moschettieri. Il greco ha battuto l’altro Next Gen Alexander Zverev. La finale 2021 sarà ricordata come la Battaglia delle Generazioni

Una battaglia infinita. Djokovic batte Nadal e il coprifuoco a Parigi (Stefano Semeraro, La Stampa)

[….] Nadal e Djokovic si stanno scarnificando per offrire l’ennesima partita da leggenda, la 58esima della premiata ditta, giocate folli che solo loro a 35 a 34 anni (e il convalescente Federer, ca va sans dire) sanno offrire. Passanti sulle righe, palle da infarto, salvataggi impossibili. Un campionario che mai si è visto e mai si rivedrà, una gioia per gli occhi, un attentato al cuore, il festival del capolavoro. Ma siamo al tie-break del terzo set, i due Mostri si sono spartiti i primi due e alle 23 scatta il coprifuoco, bisognerà sgomberare. «Qui scoppia la rivoluzione», azzarda un collega de L’Equipe, perché se non si può interrompere un’emozione, figuriamoci sospendere la storia. E infatti non succede: appena Djoko si intasca il terzo set, alle 22 e 40, lo speaker annuncia che la partita continuerà con il pubblico, alla faccia delle ordinanze e delle limitazioni. «Merci Macron! », grida il pubblico. Il miracolo è avvenuto, i due fenomeni hanno sconfitto anche il coprifuoco: è la presa della Bastiglia dello sport (ma benvenute polemiche) . All’inizio del quarto set Rafa, ruggisce di grinta, di garra, di classe sovrumana, strappa un break ma stremato lo restituisce subito, e convoca il fisioterapista. È il preludio del finale: Djokovic che sul 5-0 del primo set sembrava fanè risorge, piazza un altro break chiude 3-6 6-3 7-6 6-2 dopo 4 ore e 11 davanti a un Nadal che ha finito la benzina ma non l’orgoglio. Per il padrone della terra sfuma il sogno della 14esima vittoria e del 2lesimo Slam, che gli avrebbe consentito di staccare Federer. Il cuore dice che la vera finale era questa, ma il sopravvissuto dovrà fare i conti con la stanchezza – fisica, mentale, persino morale – di un match come questo. Djokovic ha l’occasione di vincere il suo secondo Roland Garros dopo quello del 2016 e diventare il terzo della storia a prendersi tutti e quattro gli Slam almeno due volte dopo Laver ed Emerson. Se la giocherà domani contro Stefanos Tsitsipas, che nel pomeriggio, in altri 5 set da brivido (6-3 6-3 4-6 4-6 6-3), ha eliminato Sascha Zverev. «Tzitzì» a 22 anni è il numero 5 del mondo, ma ancora il signor Nessuno, perché uno Slam non lo ha ancora vinto, e nella leggenda del tennis ci si entra solo così. «Dovrò pensare che si tratta di un altra partita su terra battuta, che per caso si gioca qui». Come Ulisse insegna, a volte per trasformarsi da Nessuno in eroe bisogna saper ingannare i mostri. Quelli di fuori e quelli di dentro.

Maturità, niente tornei, il jet di Nole. Lo strano Wimbledon di Musetti (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

In campo, Lorenzo Musetti ha dimostrato di essere abbastanza maturo da giocarsela alla pari per oltre due ore con il numero 1 del mondo, Novak Djokovic. Ma a scuola, l’esame di maturità deve ancora superarlo. E conciliarlo con la preparazione per Wimbledon, il suo torneo dei sogni, non è facile. È bastato un piccolo intoppo, un imprevisto, per far saltare l’intero calendario della stagione sull’erba. Musetti ha dovuto fare di necessità virtù, trasformando un campo da calcio nel teatro dei suoi allenamenti per i prati dell’All England Club. Dove arriverà grazie proprio all’aiuto di Novak Djokovic, che gli ha offerto un passaggio sul suo jet privato. MATURITA’. […] Il problema è nato quando la scuola ha annunciato lo spostamento del suo esame al 21 giugno, perché il presidente della commissione era impegnato contemporaneamente anche in un altro istituto. La telefonata è arrivata a casa Musetti proprio mentre Lorenzo era impegnato al Roland Garros contro Djokovic. Il suo allenatore Simone Tartarini ha parlato di «una beffa, visto che avevamo concordato la data con la scuola in funzione di Wimbledon’. NIENTE TORNEI. Vista l’iniziale data concordata, infatti, Musetti non si era iscritto ai due ATP 500 di Halle e del Queen’s che sono in programma dal 14 al 20 giugno. Con lo spostamento al 21, però, non potrà giocare nemmeno i successivi, gli ultimi prima dei Championships, a Mallorca o Eastbourne dal 20 al 26 giugno. La comunicazione della scuola, inoltre, è arrivata troppo tardi per potersi iscrivere in extremis a Halle o al Queen’s o per chiedere una wild card, visto che gli organizzatori le hanno già assegnate. I PRECEDENTI. In queste settimane, la questione della conciliazione fra l’attività sportiva professionistica e la scuola era già finita al centro dell’attenzione per il caso di Giulio Maggiore, centrocampista dello Spezia. Un caso simile a quello di Musetti, che peraltro è cresciuto dal punto di vista tennistico proprio a La Spezia Nel 2017 Maggiore avrebbe dovuto disputare il Mondiale Under 20 con ‘Italia. Ma ha dovuto guardare in tv i compagni chiudere con un terzo posto da applausi proprio perché non era stato possibile incastrare le date dell’esame di maturità per consentirgli di partire. Nelle stesse settimane del 2017, il portiere del Milan Gianluigi Donnarumma decise invece di rinunciare all’esame per essere in campo all’Europeo Under 21 nonostante la sua richiesta iniziale di spostare la data avesse avuto conseguenze per una sessantina di studenti. NOLE IN AIUTO. Fino al giorno dell’esame, Musetti si allenerà sul campo da calcio del circolo Junior Tennis San Benedetto a Riccò del Golfo di Spezia, rasato per essere il più possibile affine alle condizioni che il carrarino troverà ai Championships, dove arriverà il 23 giugno. Arrivarci con un aereo di linea, visti i tempi stretti, avrebbe comportato un rischio. L’eventuale presenza di un positivo al COVI D-19 sul volo, infatti, avrebbe automaticamente escluso tutti i tennisti presenti sull’aereo dal torneo di Wimbledon. Musetti però ha avuto un aereo d’eccezione. Volerà insieme al coach Tartarini sul jet di Djokovic, che partirà direttamente da Mallorca.

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Rassegna stampa

Pavlyuchenkova e Krejcikova, la finale che non ti aspetti (Crivelli). Djokovic contro Nadal. L’emozione ha 15 anni (Mastroluca). La sfida infinita (Crivelli). «Che gioia quelle urla di Djokovic» (Imarisio). Semidei sulla terra (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 11 giugno 2021

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Pavlyuchenkova e Krejcikova, la finale che non ti aspetti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La disfida delle “Ova”, Pavlyuchenkova contro Krejcikova, si iscrive di diritto tra gli epiloghi più sorprendenti della storia degli Slam. Qualche lingua malandrina arriverà senz’altro a sostenere che si tratterà di una delle finali meno nobili di sempre, se si esclude qualche edizione degli Australian Open in versione torneo nazionale durante gli anni 70, ma in un tennis femminile senza più riferimenti saper cogliere l’occasione dopo due settimane che richiedono comunque un grande controllo delle emozioni è un segno di talento. Sarà poi la storia, come sempre, a mettere nel giusto posto colei che domani alzerà il trofeo. Della coppia di inattese protagoniste, la Pavklyuchenkova è senza dubbio quella di maggior blasone, avendo un passato da doppia vincitrice Slam juniores (Australia e Parigi nel 2006), 12 tornei all’attivo e il numero 13 del mondo raggiunto nel 2011 (ora è 32). Famiglia di sportivi, è allenata dal padre e dal fratello, anche se è passata da Mouratoglou. Superando ieri la Zidansek è diventata la giocatrice che ha impiegato più Slam a raggiungere la finale, 52, battendo il record della Vinci a New York 2015, 44: «Ognuna ha il suo percorso, il mio è stato più lungo ma ora voglio divertirmi». La sua rivale, la ceca Krejcikova, numero 33, è l’ottava non testa di serie ad arrivare in fondo a Parigi, dove è ancora in corsa pure in doppio e può eguagliare la Pierce del 2000, unica nell’era Open a fare doppietta. Ha annullato un match point sul 5-3 del 3′ set alla greca Sakkari, poi sull’8-7, al 4′ match point a favore, ha avuto una chiamata sbagliata dall’arbitro (palla buona e invece era fuori) ma non si è disunita, dedicando una volta di più il trionfo a Jana Novotna, l’unica che credette in lei. Benedizione postuma.

Djokovic contro Nadal. L’emozione ha 15 anni (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

La sfida delle sfide. Rafa Nadal, tredici volte campione del Roland Garros, contro Novak Djokovic, di fronte per la 58^ volta. Il prossimo capitolo della rivalità con più episodi nell’era Open può disegnare le gerarchie della stagione e cambiare l’eredità dei due campioni. Il maiorchino, numero 3 del ranking ATP è a due partite dal record assoluto di titoli nei major: vincendo a Parigi per la 14° volta salirebbe a quota 21, superando Roger Federer. Qui ha perso solo due partite, l’ultima proprio contro l’attuale numero 1 del mondo nei quarti di finale dell’edizione 2015. Se dovesse ripetersi, Djokovic potrebbe lanciarsi verso il Grande Slam, impresa mai più riuscita dopo il leggendario 1969 di Rod Laver. Djokovic è in vantaggio 29-28 negli scontri diretti, ma Nadal ha vinto 19 delle 27 sfide sulla terra battuta. «Rafa è il mio più grande rivale in carriera. L’attesa che c’è prima di affrontarlo, in ogni occasione, su qualunque superficie, non ha paragoni» ha detto il serbo. Contro Djokovic, ha spiegato Nadal, «sai che devi giocare il tuo tennis migliore. Ma devi farlo contro uno dei più grandi campioni di sempre». Si sono incontrati per la prima volta nel 2006, proprio al Roland Garros, nei quarti di finale. Djokovic si ritirò quand’era sotto 6-4 6-4. Nadal spiccava per il look che l’ha reso il perfetto avversario di Roger Federer. Scendeva in campo con la bandana, la maglietta senza maniche, i pantaloncini a pinocchietto bianchi. Quel Nadal, che entro pochi mesi sarebbe diventato numero 1 del mondo, attirava l’attenzione per i bicipiti gonfi, per un tennis di grande vigoria fisica, di corsa e resistenza. II suo diritto mancino a uncino, che rappresenta il suo ineguagliabile contributo all’evoluzione tecnica del gioco, era un’arma a cui gli avversari faticavano ad adattarsi. II suo modo di occupare lo spazio con una presenza spesso sfiancante trasformava ogni sfida in una maratona. Riguardando il giovane Nole in quella prima sfida contro Nadal, si riconoscono alcune tracce del campione che avrebbe battuto il record di settimane da numero 1 del mondo attraverso l’elasticità, la consistenza, la riproducibilità tecnica del gesto elevata alla perfezione. Era soprattutto un giocatore che lottava con il suo corpo, che spesso si ritirava per problemi respiratori, colpi di calore o crampi. Fin troppi secondo l’ex numero 1 del mondo Andy Roddick, che nel 2008 lo avrebbe accusato nemmeno troppo velatamente di esagerare i suoi malesseri. Non era un malato immaginario, però. Era intollerante al glutine, come avrebbe capito all’inizio del 2010 il dottor Igor Cetojevic. Per chi vince, c’è in palio la finale con il più pronto degli sfidanti, dei giovani ormai arrivati alle porte del paradiso del tennis. Il sorteggio ha disegnato un tabellone con i Fab 3 (Nadal, Djokovic, Federer) da un lato e il meglio della nouvelle vague dall’altra. In semifinale sono arrivati Stefanos Tsitsipas e Alexander Zverev. Tsitsipas, avanti 5-2 negli scontri diretti, non ha ancora giocato finali Slam. Ha un tennis più completo, ma il tedesco a Parigi ha mostrato un evidente salto di qualità.

La sfida infinita (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ancora loro. E non ci sorprende. Nel grande mare degli Slam, quando la fatica si allunga su due settimane richiedendo una gestione perfetta delle proprie risorse fisiche e mentali e le partite possono trasformarsi in battaglie di aspra durezza, Nadal e Djokovic navigheranno con la bussola del talento, dell’esperienza e del carisma. Non a caso Wilander e Becker, dallo scranno di ascoltati opinionisti tv, non hanno dubbi su come finirà il Roland Garros: «Rafa è nettamente favorito, ancora e sempre. Poi viene Nole». Starà agli altri due eletti di questa tornata, Tsitsipas e Zverev, al momento simboli più luminosi. della generazione che verrà, tentare di sradicare le convinzioni più tenaci, ma non c’è dubbio che quella odierna tra Nadal e Djokovic sia una volta di più la partita con la lettera maiuscola, l’incrocio più atteso fin da quando il computer li ha messi dalla stessa parte del tabellone, conseguenza distorta della testa di serie numero 3 assegnata al maiorchino seguendo pedissequamente la classifica e non il palmarès (e del resto a Parigi funziona così da sempre). La semifinale parigina ha una portata che travalica il sorteggio e il semplice conteggio numerico della loro rivalità, che oggi arriva al 58′ episodio. Perché in gioco non c’è soltanto l’accesso da favorito al match che vale la Coppa dei Moschettieri, bensì un posto in prima fila nell’ambito possesso degli Slam. Se Nadal dovesse vincere il 14° titolo al Bois de Boulogne, salirebbe a 21 Major staccando Federer. Soprattutto, ne metterebbe tre di distanza tra sé e Djokovic, l’avversario più pericoloso in questa corsa leggendaria. Non a caso, a differenza dello spagnolo che sulla spinta di 105 partite vinte in carriera sulla terra francese non si lascia mal avvolgere dalle spire della tensione, durante e dopo il successo su Berrettini il numero uno del mondo si è lasciato travolgere da comportamenti non all’altezza del suo blasone, dallo sputo alla riga dopo un punto contestato al calcio ai tabelloni pubblicitari, fino all’urlo belluino che ne ha accompagnato l’ultimo punto vincente. Non giustificabile, ma comprensibile: «Come sempre non sarà come qualsiasi altra partita. Diciamocelo, è la sfida più difficile che si possa immaginare: giocare sulla terra contro Nadal, su un campo nel quale ha costruito enormi successi in carriera, in una semifinale di uno Slam. Non c’è niente di più grande di questo. Certo, ogni volta che ci confrontiamo, salgono la tensione e le aspettative, le vibrazioni sono diverse quando dall’altra parte della rete c’è lui. Ma è per questa ragione che la nostra rivalità è storica per il nostro sport e sono un privilegiato a poterla vivere». Nadal si è preso gli applausi da una folla di tifosi pure nel massacrante allenamento di ieri: «Quando affronti Djokovic, sai che ti troverai davanti il bello e il brutto del tennis. Il bello, perché sai che devi giocare il tuo miglior tennis e andare oltre i tuoi limiti. Ti aspetta una partita in cui sai cosa devi fare se vuoi davvero concederti delle possibilità e andare avanti nel torneo. Averlo di fronte è sempre una grande sfida, e in fondo chi pratica sport ha sempre sognato di vivere momenti come questi. Il brutto, invece, è che devi sfidare uno dei migliori giocatori della storia e anche se sei al massimo, non è scontato che tu vinca». L’eterno romanzo dei giganti.

«Che gioia quelle urla di Djokovic. Non sono un predestinato ma so come far paura» (Marco Imarisio, Corriere della Sera)

Matteo Berrettini, la rigiochiamo?

Se lo portavo al quinto set, si navigava in mare aperto. Non posso dire che sarei stato favorito. Contro Djokovic non lo sei mai. Ma fisicamente stavo bene, forse meglio di lui.

Si sente danneggiato dalla pausa dovuta al coprifuoco che ha interrotto II match?

Non mi ha fatto bene, questo è certo. Mi ha tolto qualcosa. Prima dell’interruzione, l’inerzia del match era cambiata a mio favore. Al rientro, ero un po’ bloccato con le gambe e ho avuto un calo di tensione. Lui invece ha usato il tempo per riorganizzare le idee. Quella sosta ha fatto girare ancora la partita. Potevo vincerla. Da un lato mi fa piacere, dall’altro mi rode.

A che cosa pensa un giocatore sotto due set a zero contro il numero uno del mondo?

Stai attaccato al servizio. Non importa il resto, ma tieni la battuta. Così lui deve fare ancora più attenzione nei suoi turni di battuta e comincia a sentire la pressione, come in effetti è avvenuto. Sono risalito così.

Si aspettava che Djokovic desse di matto?

Sinceramente, no. Comunque mi ha fatto piacere. Significa che ha sentito paura. E sono stato io a mettergliela addosso. Si era reso conto che stava rischiando grosso. Urlando così si è liberato dalla tensione. II fatto che non ci fosse pubblico e si giocasse nel silenzio ha amplificato l’effetto.

Come si ricomincia ogni volta?

Prendendo il buono di ogni esperienza. La partita con Novak dimostra che il livello per puntare ancora più in alto c’è. Lui ha disputato più di cinquanta quarti di finale in uno Slam. Io, appena due. Mentre parliamo, sono sul treno che da Parigi mi porta a Londra, dove da oggi comincio la preparazione per Wimbledon. C’è sempre un altro torneo, c’è sempre un’altra possibilità.

Chi vince oggi tra Djokovic e Nadal?

Nadal è favorito. Ma Novak tira sempre fuori qualcosa di extra, sembra avere risorse sovrumane. Proprio per questo la finale dell’anno scorso mi ha sorpreso. Non per il risultato, ma per la facilità con cui Rafa ha vinto. Secondo me questa volta sarà una battaglia.

Perché si paria così tanto di Sinner e di Musetti e così poco di lei?

Ho fatto un percorso diverso. Non sono mai stato un predestinato. A 18 anni ero ancora molto indietro. Quindi capisco che ci sia tutto questo clamore intorno a loro. Sono ancora più giovani di me, fanno impressione. Per me rappresenta uno stimolo ulteriore. Una sana competizione, per non farmi superare da loro. Ammetto che certe volte me la prendo un po’. Non solo per me. Vedo quello che fa Lorenzo Sonego, e tutti gli altri nostri giocatori, per fortuna ne abbiamo molti, e sembra quasi che non conti nulla. Ma che posso farci, funziona in questo modo, così va la vita.

Lo Slam che sogna di vincere?

Wimbledon. Ma non è che se vinco Parigi, o New York mi dispiace, sia chiaro. Mi accontenterei volentieri…

Ci siamo quasi?

Manca ancora un pezzettino. Devo imparare a tenere alti i giri del motore, continuando a investire su me stesso. Quei mostri non sono eterni. Bisogna farsi trovare pronti. E comunque vada, mai smettere di crederci.

Semidei sulla terra (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Gli dei sono tra noi, dicevano. Uno il figlio del mare, l’aria da pirata, progenie di Poseidone forse, che aveva come simboli il tridente e il toro. L’altra invece figlia di Fitness, che però nessuno ricorda nel Dodekatheon, il Club delle vere divinità, non più di 12 ma capaci di far casino per 36, spesso in lite fra loro, sempre agitate dal vento dei sospetti. Stefanos Tsitsipas e Maria Sakkari, la Grecia che va alla riscossa. Semifinalisti assieme a Parigi, e tra i primi venti nelle rispettive classifiche. Ma curiosamente ribaltati nei corredi ribonucleici, lui ammantato da un dna tutto cuore e passione, lei invece di muscoli, di cui si ricoperta come un giubbotto in questi anni di tennis. Basta poco per eleggerli a semidei, due tipi così. E ricamarci sopra, figli di avventure infinite a corredo di una genealogia sterminata, scesi dal monte che nasconde la vetta tra le nuvole, destinati a una storia in comune, con l’approvazione di Afrodite, dea dell’amore. Ieri, però, la giovane Barbora Krejcikova, con il suo nome crepitante di sberle pronte all’uso, era così mal disposta nei confronti di Maria Sakkari da tirarla giù a racchettate ogni qual volta la greca abbia preso lo slancio per tentare di salire in alto. Avanti nel primo set, Maria, poi ripresa e sorpassata. Avanti anche nel secondo, salvato d’un soffio dal ritorno della ceca di Brno. Infine giunta per prima al match point, sul 40-30 del 5-3, per essere artigliata dalle unghie affilate di Barbora e condotta cinque volte a un passo dal baratro, nel quale è piombata al 16° game tra osceni palleggi spinti all’altezza della seconda fila di sedie, ed errori arbitrali a dir poco ingenerosi e tutti a sfavore della ceca. Krejcikova va in finale contro Pavlyuchenkova, Sakkari se ne va trattenendo le lacrime. Fermiamoci qui. Dopo tanta Italia, in semifinale è comparsa la Grecia, che di tennisti ne ha due e non più di due, Stefanos e Maria. È la prima volta, anche perché la Grecia ha svolto fin qui un ruolo diverso, quello di rifornire di campioni l’altrui cambusa tennistica, nella multiforme accezione di tennisti greci nati altrove da famiglia greca, o da greci migranti verso altri mondi: Pete Sampras, Mark Philippoussis, Nick Kyrglos. Stefanos e Maria sono i primi greci “in purezza” del tennis, per nascita e scuola. «Siamo due eccezioni, io e Stefanos, due greci nei primi venti quando il tennis nel nostro Paese quasi non esiste. Dovrò allontananni dalla famiglia per migliorare». […]

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Rassegna stampa

Berrettini, bravo ma non basta. Sarà semifinale Djokovic-Nadal (Crivelli, Mastroluca, Semeraro). Dalla maturità a Wimbledon sull’aereo di Nole (Scanagatta). Furia Sakkari, cuore Krejcikova. Sorprese infinite (Crivelli)

La rassegna stampa di giovedì 10 giugno 2021

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La dura legge di Nole – Nadal, continuità da imperatore. E’ la 14^ semifinale al Roland Garros (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

L’esperienza è l’insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame poi ti spiega la lezione. Novak Djokovic ne ha vissute centinaia di partite così; Matteo Berrettini, invece, è solo all’inizio del cammino, anche se il suo valore e la sua classifica sono ormai consolidati e non dovrebbero più animare discorsi senza costrutto, e dunque conosce sulla sua pelle, come un graffio bruciante, la tensione di non poter mai abbassare la guardia contro un campione infinito, calando di un soffio quasi impercettibile proprio allo spirare del quarto set, dopo aver rimesso in carreggiata con orgoglio, cuore e talento un match che il Djoker ha affrontato nei primi due set con gli occhi da tigre del più forte giocatore del mondo, evidentemente catechizzato dal pericoli corsi contro Musetti. Stavolta, Nole non deve maneggiare le insidie di palle con taglio e peso sempre diversi come nella sfida contro Lollo: Matteo ha un gioco più basico, e soprattutto dalla parte del rovescio non gli rifila colpi difficile da alzare. E infatti è da quella parte che il serbo insiste fin dall’inizio, anche se la differenza la fa il rendimento al servizio. È un Novak centrato, presente sulle gambe, il solito muro di gomma. Djokovic è una macchina e soprattutto non regala nulla, come testimonieranno gli appena 19 gratuiti concessi in tutti il match (quelli di Berrettini saranno 51). Eppure, a dimostrazione del gotha da top player ormai raggiunto, è dalle difficoltà che Matteo riesce ad estrarre il meglio, in un terzo set in cui Djokovic addirittura migliora il rendimento al servizio: il merito di Matteo è di rimanere attaccato alla sfida con i denti, ritrovando l’incisività al servizio e annullando l’unica palla break concessa nel parziale, fino al tiebreak. Qui, sul 4-3 per lui, una sciagurata palla corta (ne ha usate troppe e non sempre con profitto) gli impedisce di allungare, ma le prime due sciocchezze nel match del serbo (dritto e rovescio affondati in rete da metà campo) gli offrono il set e ancora un po’ di vita. Purtroppo non basta, Djokovic è più lucido nel quarto set anche dopo l’uscita del pubblico (una follia) e si guadagna il 58′ episodio della rivalità con Nadal. Ma Berrettini merita l’inchino.

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Questa è la sua terra. Non esiste, nella storia dello sport, uno stadio, una pista, un circuito dove un atleta abbia espresso un dominio così inavvicinabile come Rafa Nadal sui campi del Roland Garros. Quando attraversa l’Entrata dei Moschettieri, il maiorchino si trasfigura in un’entità sovrannaturale, in un dio della polvere di mattone. In 17 partecipazioni, ha raggiunto ieri la 14^ semifinale battendo l’eroico Schwartzman, rimasto in partita fino al 4-4 del terzo parziale e capace di interromperne a 36 la striscia di set vincenti, prima di crollare nel quarto sotto la furia guerriera del numero tre del mondo. Con la partita numero 105 vinta a Parigi (con due sole sconfitte, Söderling nel 2009 e Djokovic nel 2015), sostanzialmente si è garantito la patente di successo più sicura nella storia del tennis: quando è approdato negli ultimi quattro, infatti, ha sempre vinto il torneo. «Certo, non posso negare che i miei numeri a Parigi siano incredibili. Ma non posso pensarci adesso, onestamente. Ne parliamo quando avrò finito la carriera. Adesso è il momento per essere felice. Ho vinto una partita importante contro un avversario difficile, sono riuscito a trovare un modo per giocare il miglior tennis nel momento in cui ne avevo davvero bisogno. È qualcosa di molto importante per me, perché mi dà tanta fiducia. Mi godo il momento, e intanto comincio a pensare a come prepararmi per la semifinale in termini di recupero e di allenamento, per confermare ii buon feeling che sto vivendo in queste due settimane». Certo è che la relazione tra Nadal e il Roland Garros è straordinaria, quelle 13 vittorie nel torneo (e il conto può proseguire) per molti rappresentano la più grande impresa sportiva di tutti i tempi: «Non penso davvero di essere la persona adatta per parlarne, lo lascio dire agli altri. Certo, come ho già detto prima, non posso negare che al Roland Garros mi sia sempre trovato benissimo e che le mie prestazioni tante volte siano state eccellenti, ma un sacco di grandi atleti, uomini e donne, hanno realizzato cose incredibili nel mondo dello sport, entrando nella storia. Se pensate che io sia tra questi, sono molto orgoglioso ed è un onore per me. Ma non voglio avere un opinione in merito, magari ne riparliamo quando sarò un uomo normale con una bella carriera alle spalle». Un fenomeno di umiltà.

Berrettini cresce, Djokovic resta tabù – Nadal non sbaglia: 14^ semifinale. Ma con Schwartzman ha faticato (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Non ce l’ha fatta ma è stato grande lo stesso. Matteo Berrettini ha perso il quarto di finale contro Djokovic (6-3 6-2 6-7 7-5), dopo una battaglia vera, con il nostro tennista che sembrava spacciato nel terzo set per poi rialzarsi e costringere il rivale a un serrato duello. Comunque, il primo quarto di finale al Roland Garros, e la prima sfida contro un numero 1 in uno Slam, certificano lo status di Matteo Berrettini. Il romano testimonia il percorso evolutivo suo e del nostro tennis. Non segue tanto la tradizione della scuola italiana, ma contiene il meglio del tennis contemporaneo. Ha un fisico possente ma da trattare con delicatezza, da maneggiare con cura. In campo riesce a combinare la potenza dei colpi da fondo, soprattutto di diritto, con un’eleganza nelle soluzioni in avanzamento che lo rendono divertente da guardare per gli spettatori. Il suo atteggiamento in campo, sempre generoso, trasmette la positività, il piacere che prova nello stare in campo. ll suo Roland Garros di quest’anno rinforza le sue certezze sul piano tecnico ed emozionale. E’ un altro di quegli step da cui si può solo andare avanti ma è impossibile regredire. […] «Quando non vedrò più spazi per migliorarmi, quello sarà un brutto giorno» ha detto il numero 1 azzurro. Il romano è uno dei cinque migliori “battitori” del circuito ATP nelle ultime 52 settimane, e il giocatore che ha ottenuto in percentuale più punti quando ha servito la prima in questo Roland Garros. I dati però evidenziano anche, in maniera ancora più significativa, un costante progresso alla risposta. Dal 2019, l’anno del suo exploit e dell’ingresso in Top 100, tutti gli indicatori sono in ascesa. I punti vinti contro la prima sono passati dal 27 al 32% in stagione, contro la seconda dal 47 al 49%. E’ cresciuta di oltre un terzo la percentuale di break ottenuti in stagione, dal 18 al 25%. Quest’anno, in altre parole, Berrettini strappa il servizio all’avversario una volta ogni quattro game di risposta. Un asso non da poco se sai di poter contare su una prima e su un diritto come quelli del romano. «Ha molto talento, ha dimostrato già di essere il futuro del nostro sport – ha detto Djokovic in settimana – Anzi è già il presente del tennis, avendo raggiunto una finale in un Masters 1000. Sta davvero facendo dei grandissimi progressi». […]

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Rafa Nadal è dovuto salire molto in alto per riuscire a stare sopra al Peque Diego Schwartzman, il Top 10 più basso nel ranking ATP. Dopo un secondo set incerto, in cui ha rivisto le ombre della sconfitta subita agli Internazionali BNL d’Italia contro l’argentino l’autunno scorso, il maiorchino ha portato il match dove l’avversario non avrebbe potuto raggiungerlo. Era già al massimo, il “Peque”, quando Nadal ha impresso un’accelerazione micidiale alla partita. Ha cambiato marcia come gli scalatori che nell’ultima salita di una tappa di montagna al Tour de France salgono sui pedali e fanno il vuoto mentre gli inseguitori, dietro, arrancano in cerca d’aria. Grazie a una decisiva serie di nove game consecutivi, Nadal ha chiuso 6-3 4-6 6-4 6-0 in due ore e 45 minuti di partita. Davanti ai cinquemila spettatori ammessi sul Philippe Chatrier, il maiorchino ha interrotto a 36 la sua serie di set consecutivi vinti al Roland Garros. Nel secondo parziale, Schwartzman riusciva a giocare vicino al campo con i piedi, a colpire con più anticipo mettendo così in difficoltà il numero 3 del mondo. La palla gli tornava indietro prima e più filante, in questo modo diventava più difficile per Nadal prendere il comando del gioco. Sul 4-3 in favore dell’argentino nel terzo set, l’impresa appariva un po’ meno impossibile. Ma a quel punto Nadal ha completato la sua trasformazione, da giocatore in infallibile esecutore dl schemi insostenibili. Così il tredici volte vincitore del Roland Garros tornerà in semifinale per la quattordicesima volta in carriera alla Porte d’Auteuil, la trentacinquesima in uno Slam. «Ci sono tornei in cui giochi meglio di altri, è vero, ma io ho fiducia se gioco bene. Se il mio tennis non funziona, non conta dove sono. Mi sono trovato in difficoltà sul 4-3 per Diego nel terzo set, a quel punto sono riuscito a calmarmi, a pensare a quello che faccio bene in allenamento, e a far si che succedesse in partita. Ed era il momento giusto, perché era una fase davvero molto dura». […]

Notte surreale, Berrettini si arrende – Nadal regala un’altra lezione di tennis (Stefano Semeraro, La Stampa)

Quando il match riprende, alle 23 e 10, l’atmosfera è quella allucinata di una serie tv alla Lost. Djokovic e Berrettini persi nell’immensità disabitata del nuovo “Philippe Chatrier”, con il n. 1 del mondo avanti due set a uno e 3-2 nel quarto. Ci sono voluti quasi venti minuti, fra fischi e proteste, per sgombrare il pubblico, ieri per la prima volta nel torneo ammesso alla sessione serale (il coprifuoco da ieri a Parigi è spostato alle 23), tanto che per convincere la maggioranza rumorosa che non sloggiava è stato necessario far uscire i due giocatori. Peccato, perché proprio la mini-torcida, tutta in suo favore, è stata l’arma in più di Berrettini nel terzo set, strappato al tie-break, con grinta e orgoglio, a un Djokovic stizzito e voglioso di chiuderla lì dopo due set dominati. Matteo ha registrato troppo tardi il dirittone, ma ora è lì, che gioca al livello del Migliore, in uno stadio che rimbomba deserto, dove si sentono anche i respiri. Contro i Cannibali però basta un attimo di distrazione, e quando anche il quarto set sembra destinato al tie-break, due errori regalano a Djokovic tre matchpoint. I primi due Matteo li salva – con Nole che, ululante per la rabbia, scalcia un cartellone – sul terzo spedisce un rovescio a mezza rete, attorno a mezzanotte e dopo 3 ore e 26 di gioco (6-3 6-2 6-7 7-5). «E’ stato molto difficile per tutti e due, in queste condizioni, il pubblico ci regala energia», ammette Il Djoker, dopo aver urlato ed essersi battuto il petto come un guerriero alla fine dell’assalto. Non è una sconfitta che spegne i sogni di gloria azzurri, anche perché Berrettini, Musetti e Sinner se la sono giocata contro i padroni del mondo; piuttosto un aggiornamento un po’ ruvido sul lavoro ancora da fare. Per fortuna di Matteo, e soprattutto dei teenager Lorenzo e Jannik, non saranno però Nadal (35 anni) e Djokovic (34) a fare la tara alle loro carriere. La semifinale fra i due mostri – quella fra gli “sfidanti” è Tsitsipas-Zverev – sarà la 59a puntata della sfida più lunga dell’era open. Nole è avanti 29-28, ma delle 16 negli Slam Rafa ne ha vinte 10, e 7 su 8 a Parigi. «Il lato positivo di affrontare Novak è che sono questi i match per cui vivi», dice il padrone di casa Rafa. «Quello negativo è che devi giocarteli contro uno dei più forti di sempre». […]

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Anche dalla vertiginosa cima dell’ultimo anello del nuovo Philippe Chatrier, l’impressione è sempre la stessa: Rafa Nadal è il padrone di questo luogo. Magari non vincerà quest’anno, sarebbe la quattordicesima volta, e il dubbio ti viene solo perché, incredibilmente, è già successo che il Cannibale abbia fallito l’appuntamento. Ma più delle statistiche – 105 partite vinte con quella asportata ieri in quattro set molto esemplari (6-3 4-6 6-4 6-0) al gaucho Schwartzman, e solo 2 perse, 13 titoli, 14 semifinali raggiunte – è osservando le sue traiettorie, la sua sapienza tattica, la capacità di abitare il rettangolo rosso a prescindere dall’avversario che ti convinci che Rafa, per molti versi, è il Roland Garros. Dall’alto, dietro una vetrata, il suo gioco diventa un diagramma più chiaro e impressionante, il grafico di una perfezione non statica, ma capace di autoripararsi. Se sbaglia un passante, quello dopo sarà perfetto: se si fa sorprendere da un lob, rimedia qualche quindici più tardi con uno smash impeccabile. L’indicatore del suo stato di forma è il diritto lungolinea – se funziona quello non ci sono santi in nessuna cattedrale, e dopo ogni passaggio a vuoto ha già dimostrato mille volte di saper risorgere dalle proprie incertezze. «Secondo me Rafa è imbattibile», azzarda Mats Wilander, altro grande terraiolo, abilissimo nel decifrare da commentatore di Eurosport le tattiche dei campioni – un po’ meno, va detto, nell’azzeccare pronostici. «Schwartzman è basso (1,70 molto generoso sulle guide, ndr) eppure ha un gioco potente, che a Nadal dà fastidio. Il livello è stato altissimo fino alla fine del terzo set, poi Rafa è salito ancora di un gradino, e a quel punto nessuno può stargli dietro». C’è chi si è chiesto se affrontare Nadal in un match al quinto set sia la sfida più difficile, non del tennis, ma di tutto lo sport, e per Bertrand Pulman, professore di sociologia alla Sorbona, è lui il prototipo del campione “iper-performante”, cioè capace di trovare una soluzione a tutti i problemi attraverso quattro qualità: preparazione, condivisione, perseveranza e piacere. «Non chiedete a me di dare una risposta», sorride Rafa. «Non posso negare la realtà dei numeri che ho qua a Parigi, ma non sono il tipo che parla così di se stesso». Quinta, fondamentale qualità: l’umiltà dell’intelligenza.

Dalla maturità a Wimbledon sull’aereo di Nole (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Conciliare scuola e sport, anche se sei un campione di livello internazionale, in Italia è tutt’altro che semplice. Lorenzo Musetti, che con il suo straordianario talento ha impressionato il mondo del tennis, è alle prese con l’esame di maturità linguistica al liceo parificato di Cecina: esame spostato all’ultimo momento per un problema del presidente della commissione che era tenuto anche a presiedere altrove un’altra commissione. Nessuno l’ha fatto apposta, ma si è data per scontata la presenza del presidente di commissione il 16 giugno. E scontata non era. Così Musetti non potrà allenarsi come avrebbe voluto (e dovuto) per preparare Wimbledon. Ma si è ritrovato a dover saltare i 4 tornei sull’erba che lo precedono nelle due prossime settimane (Halle o Queens dal 14 al 20 giugno, Majorca o Eastbourne dal 20 al 26 giugno) e a dover far trasformare – grazie al coinvolgimento di un’intera comunità di amici – un campo di calcio del circolo Junior Tennis di San Benedetto (a una trentina di km da La Spezia) in uno di erba ben rasa per tentare di prendere confidenza con il tennis erboso. A Musetti era stato detto che il suo esame avrebbe dovuto svolgersi il 16 giugno, quindi non si era iscritto ai tornei di quella settimana pensando di poter fare uno dei due della successiva. Quando gli hanno comunicato, qui a Parigi, che l’esame sarebbe slittato al 21 giugno, era troppo tardi per iscriversi sia a Halle sia al Queens e le wild card (gli inviti speciali) erano già stati assegnati. E diventava impossibile giocare quelli della settimana dopo. II 21 darà l’esame, il 23 cercherà di andare a Wimbledon per prepararsi là. Ma le autorità di Wimbledon hanno stabilito che se sull’aereo di linea che atterrerà nel Regno Unito ci fosse anche un solo passeggero positivo, i tennisti presenti su quell’aereo non potrebbero partecipare ai Championships. Un bel rischio! Djokovic si è offerto di portare con il suo jet privato, ma in partenza da Maiorca dove si troverà, Musetti e il suo coach Simone Tartarini.

Furia Sakkari, cuore Krejcikova. Sorprese infinite (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Le porte girevoli del salone delle feste del nuovo tennis femminile senza regine concedono l’ingresso alle sognatrici più coraggiose. Il blasone non conta più, anche gli Slam ormai si aprono a nuove padrone, di cui sarà poi la storia a valutare la grandezza. Intanto, per la prima volta nell’Era Open, al Roland Garros approdano in semifinale quattro giocatrici che a livello Major non avevano mai ottenuto un risultato simile. Significa che ci sarà una nuova campionessa in uno dei quattro tornei più importanti del calendario: quella uscente a Parigi, la polacca Swiatek, fresca vincitrice a Roma e in striscia aperta di 11 partite e 22 set sulla terra del Bois de Boulogne, s’inchina in poco più di un’ora e mezza alla greca Sakkari. L’amica del cuore (o forse qualcosa di più) di Tsitsipas, dopo una partenza da 2-0 sotto inizia con una strategia mirata a martellare il dritto della rivale, che le concederà addirittura 31 errori. E anche in vista di un traguardo storico, Maria terrà i nervi saldissimi, non offrendo alla Swiatek alcuna possibilità di rientrare nel match, con lo spirito guerriero di Sparta, la città di origine del padre: «Se in campo non combatto, mi sento vuota». La madre della Sakkari, invece, è Angeli Kanellopoulou, la prima giocatrice greca di successo, numero 43 del mondo nel 1987, che dopo il successo al terzo turno della figlia l’ha chiamata al telefono per dirle che non le avrebbe più parlato, visto che aveva superato il suo miglior risultato parigino: «Scherzava, è la mia prima tifosa, ma non mi ha mai condizionato: anzi, a 18 anni, per migliorare, mi sono trasferita in Spagna». La greca adesso è la più alta in classifica tra le quattro eroine ancora in gara (numero 18) e si giocherà l’accesso al match per il titolo contro la ceca Barbora Krejcikova, due successi Slam in doppio (Parigi e Wimbledon 2018) e tre nel misto, ma fuori dalle 100 fino a settembre (ora è 33 anche grazie al successo a Strasburgo la settimana prima del Roland Garros): «Mi arrabbiavo quando mi definivano solo un’ottima doppista, ma è servita la pandemia per cambiare le mie prospettive: durante il lockdown mi sono allenata in singolare con le migliori giocatrici ceche e ho cominciato a metabolizzare le strategie e i colpi più adatti». Dotata di un tennis brillante, Barbora annulla quattro set point nel primo parziale alla stellina Gauff, che del suo ci mette 41 gratuiti, e poi rivela che da più di tre anni la sua ispirazione arriva dal cielo: «Lo spirito di Jana è sempre con me, la penso ogni giorno». Jana è la Novotna, la fragile e talentuosa vincitrice di Wimbledon 1998, che accettò di allenarla da ragazzina fidandosi semplicemente di una lettera scritta a mano da lei stessa e che la seguì fino al 2016, quando la malattia la costrinse a interrompere il rapporto: «Mi manca, ma so che sarebbe orgogliosa di me». Una semifinale di cuore.

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