Nadal non finisce mai (Crivelli). Kyrgios 2.0 ma non basta contro Nadal (Clerici). E alla fine è ancora Rafa (Azzolini). Djokovic: quanti consigli nei miei momenti difficili (Semeraro)

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Nadal non finisce mai (Crivelli). Kyrgios 2.0 ma non basta contro Nadal (Clerici). E alla fine è ancora Rafa (Azzolini). Djokovic: quanti consigli nei miei momenti difficili (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 28 gennaio 2020

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Nadal non finisce mai (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Altra spiaggia, altro mare. Ma non è ancora arrivato il tempo di cambiare. Nadal contro Kyrgios non potrà mai essere una partita normale, perché lo scontro di personalità e le troppe schermaglie del passato non si dimenticano. Eppure la vittoria di Rafa, al culmine di una sfida esaltante, uno show che incatena alle seggiole i 14.500 della Rod Laver Arena immersa in un’atmosfera surreale e sospesa tra il tifo per l’idolo di casa e l’enorme affetto per il leggendario campione, segna un cambio di passo nella saga della loro rivalità: non sarà nata un’amicizia, ma quanto meno è sbocciato il rispetto. Perché nella concentrazione feroce del numero uno del mondo, nella ricercata perfezione delle sue scelte tattiche, nella lettura strategica dei momenti chiave, si legge il definitivo riconoscimento del valore dell’avversario. Per piegare questo Kyrglos, Nadal deve estrarre dal mazzo 64 vincenti e limitare a 27 i gratuiti, correndo per il campo con l’umiltà di chi è consapevole che ogni punto può diventare decisivo. D’altro canto, Kyrgios non concede nulla allo show fine a se stesso, lascia nel cassetto servizi da sotto e tweener senza senso, applaude addirittura i colpi più belli dello spagnolo e se la gioca con l’enorme bagaglio tecnico che gli appartiene. Lo condannano un paio di scelte sbagliate nei tiebreak del terzo e del quarto set, quando l’istinto prevale sulla razionalità, ma Nick dimostra di appartenere a questo livello, e la nuova serenità personale apparentemente raggiunta in queste settimane potrebbe finalmente proiettarlo a una stagione da colosso. Intanto gli rode, ed è il segno del cambiamento: «Sono distrutto per aver perso, queste sono le partite che mi piacerebbe vincere di più. Sono sicuramente migliorato come uomo, come giocatore non so». Ma sono i complimenti dell’arcirivale che aprono le porte del possibile paradiso al Kid: «Stavolta ha giocato molto seriamente, ha dato sempre il suo meglio. Se resta concentrato, è un tennista fantastico. È stato un match da paura. Quando l’ho criticato, l’ho fatto perché il suo esempio non faceva bene al nostro sport e ai bambini che ci seguono». Intanto il vecchio Rafa non molla di un metro e corre ancora e sempre verso la storia. Certo la sfida con Thiem non sarà semplice. In vista c’è lo Slam numero 20, che significherebbe agganciare Federer per un’impresa dall’altissimo valore simbolico, ma anche la possibilità di diventare l’unico giocatore dell’Era Open a conquistare tutti gli Slam almeno due volte. […]

Kyrgios 2.0 ma non basta contro Nadal (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Le identificazioni a volte possono apparire stravaganti. Il tennista australiano Nick Kyrgios si è identificato con Kobe Bryant, il grande cestista dei Lakers morto in un incidente d’elicottero. Kyrgios è noto per aver più di una volta affermato di preferire il basket al tennis, e addirittura di giocare mal volentieri, certi giorni, quest’ultimo sport. Nick è un new australian. come vengono chiamati i figli di chi non era ancora cittadino australiano, come suo padre George – pittore greco – e sua madre Norlaila, specialista di computer malese. Ha creato una fondazione benefica NKF, le sue iniziali, a favore dei bambini poveri. Fin qui Nick era noto: parolacce agli avversari, agli arbitri, agli spettatori, racchette infrante e spesso, quasi se il tennis gli fosse stato imposto quale un lavoro sgradito. Stavolta niente di simile si è visto. Nick se l’è a volte presa con se stesso, si è limitato a muovere le labbra negativamente o a pronunciare qualche bestemmia nel caso di colpi sbagliati o fortunati dell’avversario, Nadal, come sempre impeccabile anche nel meno fortunato degli scambi. Per ricordare Kobe, Nick è arrivato sul campo indossando una maglietta da basket gialla, quella numero 8 dei Los Angeles Lakers, che si è tolto terminato il riscaldamento. Ha poi iniziato a condurre il gioco, anche perché Nadal stava molto indietro, come fa spesso, a rispondere ai suoi servizi. Un numero eccessivo di errori ha offerto il terzo game a Nadal e la prima partita si è conclusa a favore dello spagnolo, 6-3. Il gioco si apparigliava, anche grazie alla posizione arretrata di Nadal. Nel terzo set, Kyrgios non mollava più il servizio fino al tie-break e solo in quel frangente Nadal, attaccando più spesso, riusciva ad aggiudicarselo. Nuovamente tiebreak nel quarto, con Nadal sempre più spesso a rete, insolito per lui, e tie-break risolto 7 a 3. Si era verificato lo stesso score di Wimbledon, nonostante un Kyrgios più pericoloso, più spesso a rete, e un Nadal positivamente costretto a imitarlo. Alla fine ecco sul campo John McEnroe, nel ruolo di intervistatore scippato a Jim Courier, e Nadal confermare che il match era stato molto duro «perché con Nick non sei mai in controllo, non sai mai cosa può succedere ed é stato più che difficile brekkarlo dopo il secondo set: quando gioca come oggi, senza distrarsi, è positivo per sé e per il nostro sport».

E alla fine è ancora Rafa (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Ha un gran da fare, Nick Kyrgios. Certo dipende dal carattere, volitivo, energico, risoluto. […] Assistere a un match di Kyrgios equivale a correre una maratona con un cocomero da quattro chili fra le mani. Come faccia a vincere incontri importanti, con quei giocatori che fanno della professionalità un uso del tutto contrario alle sue stravaganze, è del tutto incomprensibile. E infatti Nick non li vince… Il match con Rafa Nadal se ne va su due o tre palle appena, ma ognuna di esse vale il game che fa la differenza. I due sono vicini, esattamente come dice il punteggio, e Rafa deve accontentarsi di un certo agio nelle manovre solo nel primo set. Nick di fatto entra in scena nel secondo, e piazza colpi di splendida fattura sebbene a volte privi di qualsiasi logica, ma l’insieme dei due percorsi tennistici cui Kyrgios si affida, crea imbarazzo al tennis modulare dello spagnolo, e il match si dispone sulla strada della parità. Nove game a testa dopo i primi due set, dodici per uno a metà del terzo, quindici per l’approdo al tie break. Anch’esso decisamente in equilibrio, con Kyrgios che risale da 1-4 e riprende Rafa sul 5 pari, gli concede un doppio fallo che Nadal subito restituisce, ma poi cade su due accelerazioni dello spagnolo. Anche nell’ultimo set Nadal si porta avanti con il lavoro, breakkando facile nel terzo game, ma Nick ha ancora voglia di rimonta e ci riesce al decimo game. E’ il tie break a decidere, e stavolta l’australiano lo gioca maluccio, ancora sotto i fumi tossici dell’ultima protesta per le disattenzioni dei giudici di linea, e Rafa chiude a braccia alzate, segno che il primo confronto australiano con Kyrgios non lo lasciava tranquillo nemmeno un po’: «Esco da questa sfida migliore come uomo», spiega Nick, con malcelato orgoglio. «Sento di essermi giocato al meglio le mie possibilità. Non so dirvi se anche il gioco sia migliorato. Ma questo è l’aspetto che m’interessa di meno». Nadal raccoglie e rilancia, «ha grande talento, quando s’impegna così è un valore aggiunto per tutto il tennis». […]

Djokovic: quanti consigli nei miei momenti difficili (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Kobe Bryant amava il tennis, anche a settembre a New York era stato spettatore appassionato degli Us Open. E il tennis amava, anzi continuerà ad amare Kobe Bryant. «E’ uno di quei giorni che vorresti cancellare», ha detto al microfono di John McEnroe il numero 1 del mondo Rafa Nadal, che aveva conosciuto il fuoriclasse dei Lakers attraverso il comune amico Pau Gasol «Ma Kobe rimarrà per sempre nei nostri cuori e nelle nostre anime». Lo spagnolo, il volto triste nonostante la vittoria sotto la visiera di un cappellino dei Lakers, aveva appena battuto in quattro set Nick Kyrgios. Proprio l’australiano, che adora il basket più del tennis ed è un supertifoso dei Celtics, è entrato in campo trattenendo a stento le lacrime e indossando la canottiera giallo-viola con il numero di Bryant. «Non ho mai incontrato Kobe, ma il basket è la mia vita. Lo guardo tutti i giorni e lo seguo da sempre…. è una notizia orribile. Se c’è stato qualcosa che mi ha dato, una motivazione in più durante il match, è stato pensare a ciò che ha fatto e per le quali voleva essere ricordato. Quando ero sotto di un break nel quarto set stavo pensando a quello, e mi ha aiutato a continuare a lottare». Tantissimi i post dei campioni del tennis. Un rapporto speciale con il campione Usa, fra tutti i tennisti che l’hanno conosciuto, di sicuro lo aveva Novak Djokovic: solo pochi giorni fa aveva ricordato all’Espn come Bryant negli anni sia stato, oltre che un amico, un suo prezioso consigliere. «Ho parlato spesso con lui al telefono e quando ci siamo incontrati di persona. E’ stato uno degli uomini che mi hanno dato dei suggerimenti davvero utili su come gestire mentalmente ed emotivamente un momento difficile della mia carriera, quando mi sono trovato ad affrontare l’infortunio al gomito». Un’altra amicizia capace di scavalcare le barriere dell’età e delle discipline diverse legava Bryant alla 21enne Naomi Osaka. In una lettera affidata a Twitter; la campionessa giapponese ha ricordato come «il mio caro fratellone» spesso le inviasse messaggi «per dirmi: ‘stai bene?’. Perché sapevi come io potessi uscire di testa a volte. Grazie per avermi insegnato tanto in così poco tempo. E’ stata una fortuna averti conosciuto».

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«Dopo la finale a Rio giocherò in Davis. Mi pare impossibile» (Vassallo). Fognini e Sonego: «Cagliari, sostienici» (L’unione sarda)

La rassegna stampa di venerdì 28 febbraio 2020

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«Dopo la finale a Rio giocherò in Davis. Mi pare impossibile» (Elisabetta Vassallo, Il Secolo XIX)

«Se qualcuno me lo avesse detto solo dieci giorni fa, che sarei arrivato in finale nell’Atp 500 di Rio de Janeiro, non ci avrei mai creduto. Se poi mi avessero detto che sarei diventato numero 77 al mondo saltando di un botto 51 posizioni del ranking avrei pensato che mi stavano prendendo in giro…». Gianluca Mager, 25 anni, tornato nella sua Sanremo dopo aver compiuto un’impresa difficile da immaginare, non avrebbe neppure previsto che il prossimo 6 marzo sarà a Cagliari per giocare la Coppa Davis con la maglia dell’Italia. «Giocare in Davis è un sogno che ho da quando ero bambino. Forse dal primo giorno in cui, ragazzino, ho preso in mano una racchetta da tennis. Io nella squadra di Davis: continuo a ripetermelo ma non riesco a credere che sia proprio così. Quando ho risposto al telefono e ho capito che dall’altra parte c’era Barazzutti quasi non riuscivo a parlare. Prima si è complimentato con me per aver raggiunto la finale, poi mi ha detto della convocazione nel team italiano. Quella trascorsa è stata la settimana più bella della mia vita. E il sogno continua».

Alla fine dell’interminabile incontro con l’ungherese Attila Balazs, le telecamere hanno ripreso a lungo il suo pianto a dirotto. Cosa stava provando?

 

E’ stata un’impresa di oltre tre ore in campo e con l’interruzione per pioggia: temevo di non farcela. Nel momento in cui ho vinto ho ripensato ad anni di sacrifici, di allenamenti estenuanti, di problemi legati a infortuni e ho pensato: finalmente posso dire che ne è valsa la pena!.

Quale è stato uno dei momenti più duri che ha dovuto affrontare?

Due anni fa. Mi ero infortunato a una mano giocando in un torneo e in un lampo sono balzato indietro nella classifica Atp. Mi sono ritrovato 440 al mondo con davanti una strada in salita ripida. E lì è stato solo grazie ai miei coach Flavio Cipolla, Matteo Civarolo e soprattutto alla mia fidanzata Valentine Gonfalonieri che mi sono ripreso: mi hanno convinto a tornare a casa e stringere i denti e piano piano ho ripreso fiducia e ho iniziato a crescere di nuovo. Valentine fa la maestra di tennis a Sanremo ma quando ci sono le trasferte che contano mi accompagna. L’altro giorno in Brasile, quando sono riuscito a guadagnarmi la finale, lei piangeva come me.

Fognini e Sonego: «Cagliari, sostienici» (L’unione sarda)

«Giocare per la Nazionale è sempre speciale e di Cagliari ho bellissimi ricordi». Fabio Fognini ha già il motore acceso, è pronto per la sfida con la Corea del Sud e lancia un appello al tifosi: «Chiediamo al pubblico sardo di sostenerci, noi siamo pronti a dare il meglio». Insomma, ItaliaSud Corea è cominciata, l’attesa è grande e il numero 2 azzurro, ma numero 1 in occasione della due giorni di Monte Urpinu, sbarca a Cagliari con la testa giusta. Anche Lorenzo Sonego è pronto: il numero 46 del mondo dice che «far parte della Nazionale è un onore per me, sono molto contento di giocare a Cagliari, vi aspettiamo numerosi, abbiamo bisogno del vostro supporto». Sonego, reduce dal quarto di finale a Rio de Janeiro, è in Italia per allenarsi; la scelta del capitano Corrado Barazzutti premia un giocatore che in campo è abituato a soffrire, ad attaccare, a lui la “maglia” di secondo singolarista per la due giorni di Cagliari. Mentre Fognini arriva dal cemento di Dubai, Sonego e la grande sorpresa Gianluca Mager provengono dalla terra brasiliana: Sonego, come abbiamo detto, ha giocato un ottimo torneo, mentre Mager è arrivato in finale, dopo aver eliminato Thiem ai quarti. Simone Bolelli, che in doppio ha un bilancio molto buono in Coppa Davis, è pronto per fare coppia con Fognini. Il pronostico, anche per l’assenza del numero i coreano Kwon Soonwoo (76 Atp), dice Italia.

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Maria Sharapova dice basta: “Perdonami tennis, ti dico addio” (Cocchi, Semeraro, Azzolini, Sisti)

La rassegna stampa di giovedì 27 febbraio 2020

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Sharapova, favola senza lieto fine: “Troppo dolore, è ora di smettere”

Diva Sharapova, anche il ritiro è una sfilata: «Tennis scusami» (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Non avrebbe mai ceduto alla tentazione di un «tour d’addio», celebrazioni all’americana e false lacrime di nostalgia. No, Maria non avrebbe mai potuto. E così, per annunciare al mondo l’addio al tennis a 32 anni, 28 dei quali con la racchetta in mano, la Sharapova ha scelto una lettera alle due principali riviste di moda e spettacolo: Vogue e Vanity Fair. Come una diva che dice addio alle scene, perché Maria Sharapova è stata ed è una diva. Aldilà di simpatie o antipatie, vittorie o sconfitte, Maria ha portato il tennis su un altro livello. Trionfi e spettacolo. Red carpet e affari. In campo più nemiche che rivali, più sofferenze che gioie, non ultima una squalifica per doping che l’ha tenuta fuori dal campo quasi un anno e mezzo, dando il colpo di grazia a una carriera già ammorbata dagli infortuni. Nonostante tutto Maria Sharapova sorride, lo fa mentre legge la lettera che lei stessa ha scritto per salutare la sua prima vita. Come un set Masha è seduta su una poltrona grigia, vestita nel suo solito stile elegante ma casual. Indossa una camicia bianca. Il rossetto rosso acceso contrasta con la pelle diafana da siberiana. Inizia a leggere le parole di commiato con serenità, senza lasciarsi andare alla commozione. «Come si fa – recita – a lasciarsi alle spalle l’unica vita che si è mai conosciuta? Come si fa ad abbandonare i campi da gioco su cui ci si allena fin da bambina, il gioco che si ama. Che ti ha portato lacrime indicibili e gioie incredibili, uno sport in cui hai trovato una famiglia, insieme ai tifosi che ti hanno sostenuto per più di 28 anni? Ti prego di perdonarmi, tennis: ti dico addio». Sul profilo Instagram annuncia l’addio con una immagine tenerissima. Una biondina di 6 anni su un campo da tennis con una racchetta grande quanto lei. È Maria, appena arrivata in Florida dopo aver attraversato il mondo con il padre. Partiti da Sochi, dove papà Yuri e mamma Yelena erano fuggiti dopo il disastro di Chernobyl, direzione Florida per inseguire il sogno: «Appena arrivata dalla Russia tutto mi sembrava immenso — continua nel suo racconto la tennista —. Immenso come i sacrifici dei miei genitori». Che uniti alla sua caparbietà hanno portato frutti straordinari, in campo e fuori. Il primo Slam, Wimbledon, a 17 anni: «Ero una ragazzina che faceva ancora collezione di francobolli e non ho realizzato la grandezza di quella vittoria fino a che non sono diventata adulta. Per fortuna…» […] Negli spogliatoi non ha mai riscosso troppe simpatie: «Non devo fare amicizia con le altre, devo batterle», diceva del rapporto con le colleghe, prima su tutte Serena Williams. E quando, a marzo del 2016, ha scioccato il mondo annunciando la positività al meldonium e la conseguente squalifica («non chiuderò la carriera qui, in questa sala con questa orribile moquette»), l’epiteto più carino nei suoi confronti era «imbrogliona». Quindici mesi di purgatorio per rientrare a Stoccarda nell’aprile del 2017, ancora una volta sola contro tutti. Durante i mesi di stop forzato, ha continuato a migliorarsi, ad allenarsi, a studiare. Un master ad Harvard per curare al meglio i suoi interessi, compreso il marchio di caramelle «Sugarpova», lanciato nel 2012 e arrivato a fatturare quasi 20 milioni di euro nel 2019. La rivista Forbes, specializzata nel fare i conti in tasca ai big, ha stimato la sua fortuna in 320 milioni di euro. E nel 2019, nonostante abbia potuto giocare soltanto 18 partite per i problemi alla spalla che l’hanno costretta a lasciare, ha guadagnato 6 milioni di sole sponsorizzazioni […]

Arrivederci Masha, diva di ghiaccio (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

«Perdonami, tennis: ti dico addio». A 32 anni Maria Sharapova si ritira, e lo fa da grande Diva, una delle più grandi che lo sport ha avuto in questo scorcio di millennio. La Greta Garbo del tennis – bionda, fascinosa, glaciale – che non si era mai davvero ripresa dall’unico vero inciampo di una carriera da Oscar (36 tornei vinti, 5 Slam, 21 settimane da n.1 del mondo sparse fra il 2005 e il 2012): la positività al Meldonium ammessa a denti stretti a marzo del 2016, che le era costata un anno e mezzo di stop. Dopo il rientro (maggio 2017), Masha non è più la stessa. Ha vinto solo un torneo, a Tianjin, in Cina; il resto sono state polemiche – per le wild card ricevute da una «ex dopata», come sostenevano le colleghe più rosicone – fatiche e sconfitte. Troppo poco per un ego come il suo, affilatosi fra mille difficoltà dopo l’addio alla Russia e a mamma Elena, a sei anni, per trasferirsi negli Usa solo con papà Yuri, 700 dollari, una raccomandazione di Martina Navratilova e la voglia feroce di diventare la migliore di tutte partendo dalle lacrime nel dormitorio comune dell’Academy di Nick Bollettieri in Florida. «La prima volta che ho visto un campo da tennis – ha raccontato nella sua lettera d’addio affidata alle pagine molto glamour di “Vanity Fair” – mio padre ci stava giocando. Avevo quattro anni, a Sochi, in Russia, ero così piccola che la racchetta accanto a me era il doppio della mia taglia. A sei anni ho viaggiato fino in Florida con mio padre. Allora il mondo intero sembrava gigantesco, l’aereo, l’aeroporto, l’America distesa davanti a me. Tutto era enorme, come il sacrificio dei miei genitori». Ce l’ha fatta Masha, il suo sogno americano si è trasformato in realtà. Ma anche le favole riuscite prima o poi finiscono […] Quasi tre decenni fatti di vittorie, della rivalità scalena con Serena Williams, messa in ginocchio da 17enne nella leggendaria finale di Wimbledon nel 2004, e poi mai più battuta, tranne che nelle Wta Finals di quello stesso anno. Di altri due trionfi a Parigi, uno a New York e uno a Melbourne (è tra le dieci giocatrici ad aver vinto almeno una volta i quattro Slam), ma anche dagli infortuni ripetuti alla spalla che l’hanno costretta a due operazioni e a depotenziare il leggendario servizio. Nei periodi di pausa in cui Masha si è costruita l’altra sua immagine, quella di “business woman” – vedi il marchio di caramelle stradolci Sugarpova – di icona commerciale e mondana oltre che sportiva, superdonna sempre issata su tacchi vertiginosi nonostante il metro e 88 di altezza. Per undici anni è stata la sportiva più pagata al mondo, per la rabbia di Serena che la batteva regolarmente in campo, un “marchio” fra i più riconoscibili al mondo […] «La mia forza non è mai stata quello di sentirmi superiore alle altre tenniste – ha spiegato a “Vanity Fair” – Mi sono sempre sentita sul punto di cadere in un burrone, ed è per questo che ogni volta sono tornata in campo, per capire come continuare a salire» […] «Guardandomi alla spalle mi rendo conto che il tennis è stata la mia montagna. Il mio percorso è stato pieno di valli e deviazioni, ma la vista dalla cima era incredibile. Dopo 28 anni e cinque titoli del Grand Slam, sono pronta a scalare un’altra montagna, per competere su un altro tipo di terreno». Buona vita, Masha. Ti aspettano altri panorami favolosi.

 

Maria, l’ultimo show (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Non so più che cosa fare», aveva detto a Melbourne dopo la sconfitta con Donna Vekic al primo turno del suo ultimo Slam. Tanta voglia di ritrovarsi, due guance rosse di sole e d’imbarazzo, e una sensazione d’impotenza che si avvertiva fino ai piani alti delle tribune. «Se mi chiedete oggi quando tornerò in campo, e dove, con quali propositi, l’unica risposta che posso darvi è non lo so». Era una piccola bugia. Una piccola incrinatura nella corazza di coraggio, improntitudine e cinismo che si è disegnata addosso in sedici anni di tennis. Che fosse il momento giusto per farsi da parte, Maria Sharapova non se l’è sentita di dirlo in quel momento, dopo una sconfitta, per giunta contro un’avversaria che in altri tempi le avrebbero dovuto sfilare da quelle sue unghiette acuminate da diva cattiva. Lo ha fatto ieri, con un ultimo sussulto da straordinaria imprenditrice di se stessa, da autentica prima firma del tennis. Ha scritto un articolo per Vogue e Vanity Fair, e condensato l’addio in un mesto cinguettio sotto l’immagine di lei bambina, carinissima, vestita da tennis e con la racchettina, che forse è la stessa che le regalò Yevgeny Kafelnikov facendola traboccare d’amore per il nostro sport, come raccontava quando ancora era costretta a presentarsi […] «Come si fa a lasciarsi alle spalle l’unica vita che ho conosciuto? Com’è possibile allontanarsi dai campi su cui mi sono allenata, dal gioco che amo e mi ha portato indicibili lacrime e gioie, e da uno sport in cui ho trovato una famiglia?». Prosegue, bugiarda… «Nemmeno nei sogni più sfrenati ho pensato di vincere sui palcoscenici più grandi dello sport. Wimbledon sembrava un buon punto di partenza. Ero solo un’ingenua diciassettenne, collezionavo ancora francobolli e non ho compreso l’entità della mia vittoria fino a quando non sono diventata più grande. Avevo un vantaggio ma non era quello di sentirmi superiore alle altre giocatrici. Mi sentivo invece come fossi sul punto di cadere da una scogliera, ed era quello il motivo che mi spingeva a tornare subito in campo, per capire come continuare a salire». Chiude, Maria, con una onesta riflessione sui motivi del ritiro: «I problemi alla spalla sono diventati parte di me. Nel tempo i miei tendini si sono sfilacciati come una corda. La mia forza mentale è sempre stata l’arma in più, ma ha dovuto cedere all’evidenza. Nel dare la mia vita al tennis, il tennis mi ha dato una vita. Mi mancherà ogni giorno. Ma guardando indietro, mi rendo conto che il tennis è stata la mia montagna e i panorami dalla sua cima erano incredibili. Ora, dopo 28 anni e cinque titoli del Grand Slam, sono pronta a scalare un’altra montagna». Ha fatto il possibile, Maria, per uscire di scena con il glamour di una volta […] Ha conquistato tutti i titoli dello Slam, è stata in testa 21 settimane, ha vinto 36 tornei, ma è incappata nel doping e in una serie di brutti infortuni. Quando rientrò, trovò le colleghe compatte nel farle la guerra. Niente wild card alla Sharapova, dissero, ricominci dalle qualificazioni. Ne rimase sconvolta. Erano diventate tutte come lei.

Sharapova, l’ultimo rovescio. La zarina smette con il tennis (Enrico Sisti, Repubblica)

Quando vinse a Wimbledon nel 2004, racconta adesso Maria, «ero una “lattante” il cui principale interesse era la sua collezione di francobolli». Quel tempo è finito e i francobolli «staranno in un armadio chissà dove». Con una lettera a Vanity Fair Maria Sharapova ha annunciato il proprio addio al tennis. «Perdonami ma ti devo lasciare!». La “belva siberiana” ha ricapitolato i momenti cruciali del suo essere Masha. Ha spiegato come e perché certe cose toccano solo le corde più intime e profonde, esaltando e devastando: «Ho avuto gioie infinite e provato indicibili dolori». Maria ha consumato felicità, travolto avversarie, spezzato cuori. Ora vivrà da un’altra parte pensando ad altre cose, forse fuori dai riflettori, forse da madre […] Maria è stata una somma di formidabili eccessi: campionessa di Wimbledon a 17 anni, nell’età dei francobolli, poi n. 1 ad appena 18. Poi antesignana del grunting, l’accompagnamento urlato dei colpi, e musa del tennis moderno, occhi dolci e cuore cacciatore, lunghi capelli biondi e ferocia inaudita. E sportiva più pagata per 11 anni. Infine è stata vittima di una poco chiara legislazione sul doping (la squalifica per il misterioso “meldonium”). Chi brucia al doppio dell’intensità, dura metà tempo. Maria lascia a 32 anni, che sembrerebbero pochi nell’era di Federer e Serena. Ma come ci si arriva è ciò che fa la differenza. E se il corpo chiama, il cuore e la testa debbono rispondere, non far finta di niente: «All’ultimo Us Open ho capito che per me il vero successo non era più la vittoria ma scendere in campo: era chiaro che qualcosa era cambiato». Perché qualcos’altro non esisteva più: la sicurezza nei propri mezzi. Maria si era trasformata in un’ergastolana della fisioterapia: «Ho subito la prima operazione alla spalla nel 2008, poi un altro intervento a gennaio dello scorso anno. In mezzo ho fatto tante di quelle terapie che ormai ho perso il conto». Maria non è più stata lei, non ha più servito come prima e vederla muoversi a fondo campo era diventato uno strazio: «Uno può anche fare le cose giuste ma se non credi in te stessa è tutto inutile». Vero. Quando lei perdeva, ormai, perdeva una qualsiasi. Ha cercato di credere in se stessa e in Riccardo Piatti, cui si era avvicinata lo scorso anno […] Quando ha perso dalla Vekic al 1° turno dell’ultimo Australian Open, Maria già sapeva. Che sarebbe finita lì.

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Fognini lotta ma è subito fuori a Dubai (Tuttosport). Quando Althea Gibson illuminò Napoli (Cappelli)

La rassegna stampa di mercoledì 26 febbraio 2020

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Fognini lotta ma è subito fuori a Dubai. Mager e Travaglia nella squadra di Davis (Tuttosport)

Esordio amaro per Fabio Fognini al “Dubai Duty Free Tennis Championships”, Atp 500 in corso sul cemento di Dubai. Il 32enne di Arma di Taggia, numero 11 del ranking mondiale e quarta testa di serie, ha ceduto per 3-6 6-4 7-5, dopo due ore e 39 minuti, al britannico Daniel Evans, 29enne di Birmingham, numero 37 Atp. Concreto, attento, concentrato: questo è stato Fognini almeno per un set e mezzo, dimostrando di aver archiviato il problema alla gamba sinistra accusato un paio di settimane fa a Rotterdam. Poi ha pagato molto caro un calo di tensione quando Fognini conduceva 3-1 nel secondo set. E da lì il match è girato con Fognini che ha iniziato a commettere qualche errore di troppo con il diritto e con Evans che, con un parziale di cinque giochi a uno, ha pareggiato il conto dei set (6-4). Dopo l’intervento del trainer per un problema al ginocchio sinistro accusato da britannico è iniziato il terzo set. Fognini ha preso per due volte un break di vantaggio – primo e quinto gioco – ma lo ha sempre restituito subito. Nel nono gioco l’azzurro non ha sfruttato altre due palle-break e in un dodicesimo game giocato all’attacco dal britannico, Fabio con un doppio fallo ha concesso due match-point che ha annullato in maniera un po’ rocambolesca. Evans se ne è procurato un terzo ma Fognini ha cancellato anche questo. Idem per il quarto e per il quinto ma sul sesto la risposta del britannico si è stampata sulla linea. Lo stesso Fognini sarà il punto di riferimento della squadra azzurra che affronterà la Corea del Sud, a Cagliari il 6 e 7 marzo nel turno di qualificazione alla Fase Finale 2020 della Coppa Davis. Il capitano Corrado Barazzutti ha convocato oltre a Fognini Lorenzo Sonego, Gianluca Mager, Stefano Travaglia e Simone Bolelli. Per Mager e Travaglia si tratta della prima convocazione in Nazionale per la Coppa Davis.

Quando Althea Gibson illuminò Napoli (Alessandro Cappelli, Riformista – Napoli)

 

Napoli è una città di tennis, di tennisti e di appassionati di questo nobile sport. Ancora oggi il capoluogo campano ospita uno dei tornei del circuito ATP, la Tennis Napoli Cup, rinominata Capri Watch Cup per motivi di sponsor. Un torneo internazionale che per molto tempo, a partire dagli anni ’50, è stato riconosciuto come il secondo più importante d’Italia, dopo gli Internazionali di Roma. ll merito di questo status si deve soprattutto ad Althea Gibson, una delle stelle del tennis globale del passato, una giocatrice che ha saputo sorprendere il pubblico partita dopo partita durante gli anni ’50, nonché una delle figure più importanti della storia del gioco: è stata la prima afroamericana a partecipare a quei tornei che, prima di lei, erano aperti solo ai bianchi. Nel 1956, quando arriva a Napoli, Gibson ha già 29 anni, è già una delle giocatrici più forti in assoluto e viene da una serie di dodici trofei consecutivi: è praticamente imbattibile. È anche grazie alla sua partecipazione, e alla vittoria in una finale mai realmente in discussione con Heather Brewer, che il torneo di Napoli raggiunge una certa fama, ben oltre i confini nazionali. Per celebrare la vittoria, la tennista nativa del South Carolina diventa protagonista del gran gala del torneo – proprio la sera di Pasqua – illuminando il salone del Tennis Napoli con la sua voce: Gibson canta a sorpresa, davanti agli occhi compiaciuti del presidente Leonetti e degli altri ospiti. La campionessa sceglie di ringraziare Napoli per l’ospitalità nel modo più dolce possibile. ll giorno dopo, prima di partire, Gibson fa in tempo a trionfare anche nel doppio misto al fianco di un altro grande campione italiano come Orlando Sirola. Althea Gibson non tornerà più a Napoli nella sua carriera – che si chiuderà solo tre anni dopo – ma la sua presenza in Campania le porterà fortuna: poche settimane dopo diventerà la prima tennista afroamericana a vincere uno Slam, trionfando sulla terra rossa del Roland Garros. Basterebbe questo per riscrivere i manuali di storia, non solo dello sport. Ma Gibson non si ferma e l’anno successivo vince anche lo Slam australiano, quello statunitense e a Wimbledon, ricevendo il trofeo dalle mani della regina Elisabetta II. Althea Gibson è stata una delle figure più importanti nella storia del tennis. Un gigante in grado di abbattere le barriere del segregazionismo. Lo ha fatto sempre alla sua maniera, guardando a se stessa, provando a migliorare giorno dopo giorno. Ma non ha mai avuto l’atteggiamento di chi gioca per cambiare la società, per ottenere dei diritti per una minoranza o per dare voce a chi non ne ha – come avrebbero fatto dopo di lei Arthur Ashe, Billie Jean King, Martina Navratilova o Serena Williams. Gibson non usa la sua immagine per raggiungere un obiettivo diverso dalla vittoria sul campo contro l’avversaria di turno. La sua figura non travalica mai le linee bianche che delimitano il campo da tennis. Ma nonostante tutto, senza di lei, difficilmente avremmo avuto tennisti e tenniste in grado di farsi sentire su temi sociali importanti. Perché Althea Gibson ha spianato la strada per i suoi successori, ha tracciato un sentiero in cui si sono inseriti atleti più consapevoli e più informati. Per questo la sua storia è speciale, unica nel suo genere.

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