Sharapova: "Negli ultimi sei mesi, ogni giorno, ero sempre attaccata a qualche macchina"

Interviste

Sharapova: “Negli ultimi sei mesi, ogni giorno, ero sempre attaccata a qualche macchina”

In un’intervista rilasciata al New York Times, Maria ha contestualizzato meglio le dinamiche del suo ritiro. “Negli ultimi sei mesi ho dedicato 14 ore al giorno a prendermi cura del mio fisico”

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Maria Sharapova - US Open 2019 (foto Garrett Ellwood/USTA)

L’annuncio del ritiro dal tennis da parte di Maria Sharapova non arriva come una sorpresa per chi segue il tennis. Dopo il rientro dalla squalifica per doping nel 2016, Sharapova non è più stata in grado di tornare ai livelli che le erano abituali, ma soprattutto non è mai stata in grado di dare continuità alla sua attività agonistica a causa dei frequenti infortuni che la costringevano a fermarsi per periodi più o meno lunghi non appena iniziava a giocare due o tre tornei consecutivi.

Il suo corpo si stava sgretolando sotto il peso di 28 anni di uno sport ripetitivo e brutale che mette a dura prova le articolazioni degli atleti. “La spalla è un problema per me da quando avevo 21 anni” ha dichiarato Sharapova al New York Times subito dopo che l’annuncio del suo ritiro è stato reso pubblico. Ha negato nella maniera più assoluta che il decadimento fisico sia dovuto all’aver interrotto l’assunzione di meldonium, la sostanza di uso piuttosto comune in Russia divenuta proibita all’inizio del 2016 e che le è costata 15 mesi di squalifica per doping.

Quella squalifica sarà una macchia indelebile che accompagnerà il suo lascito al mondo del tennis. Quella e la strategia che decise di adottare annunciando per prima al mondo la sua positività, strategia che poi alla fine le si è parzialmente ritorta contro, giudicata forse troppo aggressiva da parte di chi non ha gradito che lei tentasse di condurre la storia dove voleva lei.

 

Guardo le mie foto degli ultimi mesi nelle quali sono sul punto di colpire la palla” racconta Sharapova “e riesco a stento a guardarle senza provare ribrezzo per il dolore che quel gesto mi provocava. Negli ultimi sei mesi ho dedicato quattordici ore al giorno a prendermi cura del mio fisico. Prima di entrare in campo, ogni giorno, ero attaccata a una macchina per ultrasuoni, o qualche altra macchina oppure a un dispositivo per aiutare il recupero”.

Non ci sarà nessun tour d’addio: “Non sento il bisogno di far sapere al mondo che quella sarà la mia ultima volta su un campo da tennis. Anche quando ero più giovane, non volevo finire la carriera in quel modo”.

Maria Sharapova – Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

I tennisti passano tanto tempo in aereo, e sugli aerei c’è sempre tanto tempo per pensare. Forse non è un caso, quindi che Sharapova abbia maturato la decisione di ritirarsi durante il volo di ritorno da Melbourne (dove aveva perso al primo turno degli Australian Open da Donna Vekic) alla sua residenza di Los Angeles. Come lei, poco più di vent’anni prima, anche Steffi Graf aveva deciso di appendere la racchetta al chiodo su un aereo, sempre diretto verso la California, questa volta non per tornare a casa ma per andare a giocare un torneo a San Diego.

La tragica scomparsa di Kobe Bryant in un incidente di elicottero ha dato a Sharapova l’ultima spinta: “Dovevamo vederci tre giorni dopo quell’incidente” ha spiegato la russa durante l’intervista concessa a Christopher Clarey del New York Times, “è sempre stato per me una persona straordinaria con cui confrontarmi, un attento ascoltatore”. I due si sono conosciuti quando Maria Sharapova frequentava il giocatore di basket sloveno Sasha Vujacic, compagno di squadra di Bryant ai Los Angeles Lakers dal 2004 al 2010. Sharapova avrebbe voluto parlare alla ex-stella NBA dei suoi problemi con il deterioramento del suo fisico.

Nell’ultimo anno Sharapova ha trascorso parecchio tempo in Italia, soprattutto all’Accademia di Riccardo Piatti a Bordighera. “Mi sono praticamente autoinvitata” aveva detto la russa a suo tempo parlando della sua collaborazione con il tecnico piemontese. “Ho avuto l’opportunità di conoscerla e l’ammiro molto – ha dichiarato Piatti alla televisione Sky Sport Italia – le auguro il meglio per il futuro. In questi mesi ha conosciuto Jannik Sinner e sono diventati amici, lei lo ha aiutato molto e sono diventati amici. Sono sicuro che ci verrà a trovare”.

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Jannik Sinner: “Devo imparare tanto nella gestione della partita”

Il tennista italiano non è contento della sconfitta ma non si scoraggia “Spero di rigiocarci il più presto possibile per vedere se sono migliorato.”

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La sconfitta contro Novak Djokovic non piega l’animo di Jannik Sinner, che si è presentato in conferenza stampa con la solita calma. Lo scontro generazionale tra il numero 1 del mondo e (si spera) un suo possibile erede non è passato ovviamente inosservato e fioccano le domande dei giornalisti. La prima come di consueto è sull’impatto di Sinner contro il suo più quotato avversario. “È difficile da battere e si sapeva già.“, ha esordito Sinner, “lui rimanda tante palle, conosce benissimo il gioco e conosce benissimo le situazioni di un match che io ancora non conosco, in vita mia ho fatto poche partite di tennis. Cercherò di riguardarmi la partita e capire cosa potevo fare meglio. Spero di rigiocarci il più presto possibile per vedere se sono migliorato.“.

Non manca un accenno al nuovo logo di Jannik Sinner. Una delle ipotesi è che sia stato depositato in vista di un lancio da parte di Nike, partner di Sinner, di materiale. Il tennista italiano nega una relazione (per ora) con il merchandising. “Per quanto riguarda il logo non c’entra niente con Nike. È più per il progetto What’s kept you moving, che per Nike.“.

Ora che Jannik ha sfidato sia Nadal che Djokovic, entrambi su terra, la curiosità dei giornalisti nella sala virtuale è per quanto riguarda un confronto tra i due, ma Sinner non è troppo in vena di giudizi netti. “Sono tutti e due campioni, Novak sa scivolare benissimo sulla terra, Rafa con la sua forza fisica si sente a casa sulla terra perché con il fisico che ha si difende bene e tira pesante la palla. Sono giocatori diversi e non voglio entrare nel discorso chi è più forte dei due, sono entrambi campioni incredibili e spero di rigiocarci contro di loro.“.

 

La partita di oggi ha dimostrato quanto ancora abbia da lavorare Sinner per raggiungere i vertici massimi di questo sport, il tennista di San Candido ne è consapevole. “La strada è lunga. Devo imparare tanto specie nella gestione della partita e capire certe situazioni che io a volte non capisco e tanti altri capiscono di più. Io gioco sempre tutti i punti come faccio sempre perché è la miglior cosa che io possa fare, poi vediamo cosa succede. Bisogna migliorare per andare avanti.”. Un concetto ribadito anche al nostro direttore Ubaldo Scanagatta, che chiede a Jannik se è uscito più soddisfatto oggi o dal confronto con Nadal nei quarti del Roland Garros 2020. “Quando si esce perdendo non si esce mai contenti. È meglio fare una bella partita e perdere che un 6-1 6-1 ovviamente, ma sai se perdi non sei mai contento.“.

Chiusura con una domanda su cosa si aspetta il tennista italiano dalla terra battuta, sulla carta una superficie meno congeniale del cemento ma su cui ad ora sta comunque raccogliendo buoni risultati. “La terra ti da la possibilità di imparare a giocare a tennis, che invece il cemento non ti da. Su terra devi aprirti più il campo, devi aspettare qualcosina in più. È una superficie che ti permette di giocare a tennis. Da piccolo giocavo sempre indoor o su cemento, da noi fa freddo quasi subito e bisogna giocare più sul cemento. Devo imparare a giocare a tennis su questa superficie.“.

Riflessione anche sull’erba, su cui ad oggi Jannik ha solamente sette partite giocate (di cui tre vinte) e che quest’anno proverà per la prima volta per una stagione intera. “Su erba ho giocato pochissimo, giusto Hertogenbosch ed Halle, anche lì ho poca esperienza. Saranno dei mesi dove sarò molto in difficoltà ma è quello che mi serve per migliorare.“.

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Sonego: “Quando sei sotto, devi pensare di essere forte e avere le armi per reagire”

“Cerco di farmi sentire dall’avversario, per caricarmi e tirare fuori il meglio. Se non avesse funzionato, avrei fatto i complimenti a Djere”. In queste parole c’è tutto Lorenzo Sonego

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Passiamo all’italiano, che forse è meglio!” dice un Lorenzo Sonego comprensibilmente raggiante, dopo aver smaltito l’annosa pratica della parte in inglese della seconda conferenza stampa da campione ATP, in virtù della rimonta vincente in finale su Laslo Djere sulla terra di Cagliari. Non capitava da 15 anni che un italiano sollevasse un trofeo in Italia, quindi possiamo perdonare a Lorenzo l’inglese ancora un po’ zoppicante; da numero 28 del mondo come sarà tra poche ore, peraltro, le conferenze di respiro internazionale rischiano di essere sempre di più. Il torinese dovrà farci il callo, soprattutto se il suo obiettivo – dichiarato apertamente nell’intervista sul campo – è qualificarsi per le ATP Finals di Torino, che quest’anno si giocheranno a casa sua.

Devo continuare a migliorare. Nonostante le vittorie, ci sono cose da migliorare per rimanere a questo livello. Ho avuto difficoltà in queste partite e sarà importante cercare di colmare queste lacune che abbiamo trovato, che (una volta risolte, ndr) mi faranno poi salire di livello. Di sicuro c’è tanta strada da fare per arrivare così in alto. Innanzitutto tanti punti di differenza, che significa dover vincere partite e tornei sempre più importanti“. Per farlo Lorenzo non ha già la ricetta, ma qualche indicazione di massima sì. “Devo migliorare fisicamente per avere più spinta dalle gambe. Migliorare il servizio per renderlo più continuo e la risposta per riuscire mettere più pressione. Chi non migliora”, conclude il torinese, “rimane fermo mentre gli altri continuano a migliorare“.

Non è però il caso di essere troppo severi, soprattutto subito dopo la vittoria di un titolo ATP e l’ingresso in top 30. Di pari passo con l’analisi degli aspetti da migliorare va l’identificazione dei progressi già compiuti. “Per me è stato importante migliorare il rovescio, perché i giocatori hanno iniziato a conoscere quella debolezza e finivo per andare in sofferenza. Si sono visti i miglioramenti, ma ci sono margini per riuscire a fare anche da quella parte quello che faccio col dritto“. In riferimento alla settimana cagliaritana, Lorenzo si dice soddisfatto soprattutto della sua resa in risposta. “Era uno dei punti deboli negli anni scorsi, sono contento di come ho risposto e soprattutto di come ho cambiato proprio la posizione in campo per essere più incisivo, oggi in finale. Ho cambiato un po’ strategia, mi sono avvicinato alla riga per essere più aggressivo. E ho cercato di più la potenza con il servizio, servendo più piatto, per comandare lo scambio e per non lasciargli il tempo di giocare“. Anche perché a inizio partita, parola di Lorenzo, era stato proprio Djere a non dargli tempo di costruire il suo tennis.

 

A fronte però degli indubbi progressi tecnici, l’arma principale di Lorenzo Sonego resta la straordinaria capacità di restare sempre in partita (domanda: quanti italiani hanno dimostrato di essere forti come lui in questo?) e di fare la scelta giusta. A volte sbagliando l’esecuzione, ma difficilmente l’intenzione. E quella capacità, propria di pochi giocatori, di giocare i punti importanti con la stessa tranquillità con cui si gioca il primo della partita. “Quando sei sotto, devi pensare di essere forte e avere le armi per reagire. Cerco di guardare le cose nel verso giusto e di farmi sentire dall’altro; per questo ho cominciato anche a esultare a voce alta, volevo farmi sentire e caricarmi. Ho bisogno di fare quello per tirare fuori il meglio. Se non avesse funzionato, gli avrei fatto i complimenti perché ha giocato una partita stupenda. E sarei stato contento lo stesso“.

La masterclass decoubertiana ‘Motivazioni e tenacia sul campo da tennis’, relatore Lorenzo Sonego, si conclude qui. Appuntamento a Montecarlo e al primo turno contro Marton Fucsovics. Forse Sonego non è Rublev, ormai lo spauracchio di Fucso, ma siamo sicuri che l’ungherese non sia troppo contento di affrontarlo.

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Sonego, carattere e umiltà: “Normale che si parli più di Musetti e Sinner. La mia priorità è giocare”

“Il mio obiettivo non è diventare famoso a livello mediatico, non mi interessa che si parli di me”. Lorenzo vuole giocare, vincere e trascinare il pubblico

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Lorenzo Sonego - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

È scontato che si parli molto di più di Musetti e Sinner, sono due ragazzi giovani. Quando un tennista arriva all’improvviso, ed è molto giovane, l’attenzione va su di lui. È naturale. Il mio obiettivo non è diventare famoso a livello mediatico, non mi interessa che si parli di me. Faccio questo sport perché mi piace stare in campo, provare certe emozioni. Soprattutto le emozioni che vivo grazie al pubblico. Fuori dal campo sono molto riservato, quindi mi piace stare tranquillo e non avere molta attenzione su di me“. Dirige l’orchestra Lorenzo Sonego, che a Cagliari emerge della (quantomai relativa) ombra in cui le prestazioni esaltanti di Musetti e Sinner lo stanno costringendo.

Lo fa vincendo un tipo di partita che ormai gli appartiene così tanto da poter essere chiamata ‘la Sonego’. Una brutta partenza, la sensazione di essere in balia dell’avversario e quindi vicino alla sconfitta. Poi la reazione tutta testa e orgoglio, la rimonta e quindi l’urlo finale. “Voglio trasmettere le emozioni che vivo durante le partite” dice Lorenzo in conferenza, su Zoom, dove molti giornalisti ormai hanno capito come assieparsi, come togliere e mettere il muto al microfono e attivare la videocamera senza farsi richiamare dal moderatore. “Cerco di portare la gente dalla mia parte, di caricarli, di far vedere quanto amo questo sport. In campo si vede che sono felice, mi piace trasmettere questa allegria alle persone“.

Sinner si è già procurato un logo, Sonego invece preferisce concentrarsi sulle faccende di racchetta. “La mia priorità è giocare a tennis. Ovviamente quando c’è l’attenzione di qualcuno, in particolar modo di uno sponsor, sono ben felice. Ma a trovarmi gli sponsor ci pensa il manager! Io devo farmi vedere in campo e trasmettere qualcosa alle persone. È allora che iniziano a cercarti e interessarsi di te“. Gli chiedono se c’è un idolo a cui si ispira in campo, un tipo di personalità – sportiva o no – a cui si ispira per tirarsi fuori dalle situazioni difficili come quella di oggi. “Mi piace essere me stesso. Quel modo di stare in campo, certi atteggiamenti – lottare, soffrire, anche divertirmi – sono cose che mi vengono abbastanza naturali fin da piccolo. È quando non sono me stesso che non sto bene. Uno che ammiravo tanto quando ero piccolo era Ronaldinho (un calciatore brasiliano che in Italia ha giocato nel Milan, ndr), perché giocava sempre con il sorriso“.

 

In chiusura, un pensiero anche su Taylor Fritz, prossimo avversario in semifinale, affrontato già tre volte in carriera in partite sempre molto combattute. L’ultima persa a Dubai, la più bella vinta al Roland Garros 2020. “Vincere in uno Slam è sempre bello, ha tanta importanza. Abbiamo fatto sempre delle grandi battaglie, giocando sempre bene entrambi. Sarà un match durissimo. Anche se siamo sulla terra, in queste condizioni lui si adatta molto bene – l’ho visto giocare oggi“.

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