Sharapova: "Negli ultimi sei mesi, ogni giorno, ero sempre attaccata a qualche macchina"

Interviste

Sharapova: “Negli ultimi sei mesi, ogni giorno, ero sempre attaccata a qualche macchina”

In un’intervista rilasciata al New York Times, Maria ha contestualizzato meglio le dinamiche del suo ritiro. “Negli ultimi sei mesi ho dedicato 14 ore al giorno a prendermi cura del mio fisico”

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Maria Sharapova - US Open 2019 (foto Garrett Ellwood/USTA)

L’annuncio del ritiro dal tennis da parte di Maria Sharapova non arriva come una sorpresa per chi segue il tennis. Dopo il rientro dalla squalifica per doping nel 2016, Sharapova non è più stata in grado di tornare ai livelli che le erano abituali, ma soprattutto non è mai stata in grado di dare continuità alla sua attività agonistica a causa dei frequenti infortuni che la costringevano a fermarsi per periodi più o meno lunghi non appena iniziava a giocare due o tre tornei consecutivi.

Il suo corpo si stava sgretolando sotto il peso di 28 anni di uno sport ripetitivo e brutale che mette a dura prova le articolazioni degli atleti. “La spalla è un problema per me da quando avevo 21 anni” ha dichiarato Sharapova al New York Times subito dopo che l’annuncio del suo ritiro è stato reso pubblico. Ha negato nella maniera più assoluta che il decadimento fisico sia dovuto all’aver interrotto l’assunzione di meldonium, la sostanza di uso piuttosto comune in Russia divenuta proibita all’inizio del 2016 e che le è costata 15 mesi di squalifica per doping.

Quella squalifica sarà una macchia indelebile che accompagnerà il suo lascito al mondo del tennis. Quella e la strategia che decise di adottare annunciando per prima al mondo la sua positività, strategia che poi alla fine le si è parzialmente ritorta contro, giudicata forse troppo aggressiva da parte di chi non ha gradito che lei tentasse di condurre la storia dove voleva lei.

 

Guardo le mie foto degli ultimi mesi nelle quali sono sul punto di colpire la palla” racconta Sharapova “e riesco a stento a guardarle senza provare ribrezzo per il dolore che quel gesto mi provocava. Negli ultimi sei mesi ho dedicato quattordici ore al giorno a prendermi cura del mio fisico. Prima di entrare in campo, ogni giorno, ero attaccata a una macchina per ultrasuoni, o qualche altra macchina oppure a un dispositivo per aiutare il recupero”.

Non ci sarà nessun tour d’addio: “Non sento il bisogno di far sapere al mondo che quella sarà la mia ultima volta su un campo da tennis. Anche quando ero più giovane, non volevo finire la carriera in quel modo”.

Maria Sharapova – Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

I tennisti passano tanto tempo in aereo, e sugli aerei c’è sempre tanto tempo per pensare. Forse non è un caso, quindi che Sharapova abbia maturato la decisione di ritirarsi durante il volo di ritorno da Melbourne (dove aveva perso al primo turno degli Australian Open da Donna Vekic) alla sua residenza di Los Angeles. Come lei, poco più di vent’anni prima, anche Steffi Graf aveva deciso di appendere la racchetta al chiodo su un aereo, sempre diretto verso la California, questa volta non per tornare a casa ma per andare a giocare un torneo a San Diego.

La tragica scomparsa di Kobe Bryant in un incidente di elicottero ha dato a Sharapova l’ultima spinta: “Dovevamo vederci tre giorni dopo quell’incidente” ha spiegato la russa durante l’intervista concessa a Christopher Clarey del New York Times, “è sempre stato per me una persona straordinaria con cui confrontarmi, un attento ascoltatore”. I due si sono conosciuti quando Maria Sharapova frequentava il giocatore di basket sloveno Sasha Vujacic, compagno di squadra di Bryant ai Los Angeles Lakers dal 2004 al 2010. Sharapova avrebbe voluto parlare alla ex-stella NBA dei suoi problemi con il deterioramento del suo fisico.

Nell’ultimo anno Sharapova ha trascorso parecchio tempo in Italia, soprattutto all’Accademia di Riccardo Piatti a Bordighera. “Mi sono praticamente autoinvitata” aveva detto la russa a suo tempo parlando della sua collaborazione con il tecnico piemontese. “Ho avuto l’opportunità di conoscerla e l’ammiro molto – ha dichiarato Piatti alla televisione Sky Sport Italia – le auguro il meglio per il futuro. In questi mesi ha conosciuto Jannik Sinner e sono diventati amici, lei lo ha aiutato molto e sono diventati amici. Sono sicuro che ci verrà a trovare”.

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Interviste

Olimpiadi Tokyo 2020, Djokovic: “Mai giocato con un caldo così, la ITF cambi gli orari”

Il numero uno del mondo dopo il successo su Dellien al primo turno: “Vivere le Olimpiadi è fantastico, l’esperienza non può essere rovinata da orari impossibili”. Intanto arriva la notizia della sua rinuncia al Masters 1000 di Toronto

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Novak Djokovic - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @DjokerNole)

L’esordio di Novak Djokovic alle Olimpiadi è stato facile come previsto sul piano tennistico, visto il 6-2 6-2 rifilato a Hugo Dellien, ma non lo è stato altrettanto dal punto di vista… climatico. Anzi, il numero uno del mondo – parlando con i media nel post partita – è stato perentorio: Sono le condizioni più dure in cui abbia mai giocato”.

Il riferimento è al gran caldo di Tokyo: si è giocato oggi con una temperatura di 33° gradi circa, e l’umidità si avvicinava al 90%. “Credo proprio che a nessuno piaccia giocare con un caldo e un umidità del genere, è dura per tutti – ha detto Djokovic -. Mi aspettavo che le condizioni fossero complicate, ma quando vieni qui e le provi sulla tua pelle capisci che non sei mai preparato abbastanza. Sembrava che l’aria da respirare fosse assorbita dal campo. È stata dura, anche perché giocando a quest’ora, per come è fatto lo stadio, hai metà del campo in luce e metà del campo in ombra, e quindi non è facile vedere la palla nel migliore dei modi”.

Djokovic, dunque, lancia un messaggio chiaro:Non capisco perché la ITF non sposti i match un po’ più tardi. Il mio è stato l’ultimo match sul campo centrale ed è finito alle cinque o giù di lì, quindi ci sono ancora due ore di luce del giorno e sul campo ci sono anche i riflettori, si può giocare fino a mezzanotte. Capisco che ci sia il coprifuoco, ma spero che la ITF capisca che così non va bene, oggi ci sono anche stati dei ritiri. Le Olimpiadi sono un’esperienza fantastica e non è giusto che finisca così. Quindi l’unica cosa da fare è collocare i match nel tardo pomeriggio o durante la sera. Noi giocatori non possiamo fare altro che prendere atto delle decisioni che vengono prese da altri, ma così non è facile giocare”.

Djokovic rincara la dose: “Nel nostro sport ti capita spesso di giocare col caldo, succede magari in Australia o a Miami, ma parlando anche con qualche collega nello spogliatoio ho avuto la conferma che in molti la pensano come me, probabilmente non ho mai giocato in condizioni così toste”.

Nole ha poi parlato dei giorni che sta vivendo a Tokyo, descrivendo il clima “olimpico” che si respira fuori dal campo. “Si tratta di una fantastica esperienza, siamo qui per rappresentare il nostro paese ma anche il nostro sport. È un’esperienza unica girare per il villaggio olimpico e conoscere atleti di altri sport, come lavorano, come si allenano in palestra, come recuperano, cosa pensano della loro vita da sportivi. Sul circuito passi la maggior parte del tempo da solo col tuo staff, non c’è questo sentimento del fare squadra. Mi sto davvero godendo ogni momento“.

 

Djokovic, infine, risponde a una domanda del direttore Ubaldo Scanagatta, che gli chiede quanto significato abbiano per lui le Olimpiadi, ricordando anche il suo pianto a dirotto quando nel 2016 perse al primo turno contro Juan Martin Del Potro. “Sì, è vero, in quell’occasione piansi eccome – ha detto Nole -. Rappresentare il tuo paese alle Olimpiadi crea molta pressione e molte aspettative, più di ogni altro torneo, perché arriva una volta ogni quattro anni. Nel nostro sport gli Slam arrivano ogni anno, e siamo fortunati ad avere tante possibilità di vincerli, ma non è così per questo torneo. Se perdi, sembra che il mondo ti crolli addosso. Poi il giorno dopo ti tiri su perché la vita va avanti, ma sai che questa è un’opportunità preziosa. Spero che comunque in questa settimana io possa sorridere fino alla fine!”.

Intanto, Djokovic ha comunicato il suo forfait dal Masters 1000 di Toronto, in programma dal 9 al 21 agosto. Il numero uno del mondo ha deciso di preservarsi per quel periodo di agosto, prima di giocare Cincinnati (torneo al quale ad oggi è ancora iscritto) e lo US Open, torneo nel quale andrà a caccia della missione Grande Slam. Oltre a Djokovic, si sono cancellati dal torneo di Toronto anche Dominic Thiem (numero 6 ATP), David Goffin (20) e Stanislas Wawrinka (29). Thiem e Wawrinka si sono cancellati anche da Cincinnati.

Il tabellone maschile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

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Brian Vahaly e il suo coming out: “L’ATP non aiuta i gay a sentirsi parte del tennis”

Quando l’ex numero 64 del mondo disse apertamente di essere gay ricevette oltre 1000 messaggi da parte degli hater, comprese minacce di rapimento per i suoi figli. Nonostante questo, spera che il suo percorso di auto-accettazione ispiri anche altri

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Brian Vahaly ai tempi della sua carriera da professionista (Credit: @Tennis on Twitter)

Qui l’articolo originale di ubitennis.net

L’americano Brian Vahaly non ha mai vinto un titolo ATP durante la sua carriera, ma in tanti lo considerando un apripista del mondo del tennis. Da giovane si impose come una delle più brillanti promesse del circuito juniores vincendo l’Easter Bowl e arrivando tra i primi venti al mondo. Dopo questi successi, Vahaly non passò subito al circuito maggiore ma scelse di giocare al college e laurearsi, un approccio che non era così comune a fine anni Novanta, a differenza di quanto succede adesso. Rappresentando Virginia raggiunse anche la finale del campionato NCAA da non testa di serie.

Da pro, Vahaly ha raggiunto un best ranking di numero 64 ATP e ha vinto cinque titoli Challenger. Durante la sua carriera ha affrontato giocatori come Micheal Chang, Andre Agassi, Juan Carlos Ferrero, Lleyton Hewitt, Carlos Moya e Gustavo Kuerten. Verso la fine della sua carriera, gli infortuni hanno iniziato ad ostacolare le sue performances sul circuito. Brian si è ritirato nel 2006 all’età di 27 anni e undici anni dopo ha detto per la prima volta di essere gay in un podcast. Una mossa coraggiosa che Vahaly spera possa ispirare altri nonostante tutta la negatività che ha ricevuto. Brian ha detto a Ubitennis.net che dopo quel podcast ha ricevuto più di 1000 messaggi d’odio. Nell’Open Era non c’è mai stato un tennista apertamente gay che abbia preso parte a un torneo del Grande Slam.

 

Oggi Vahaly vive a Washington con suo marito Bill Jones; la coppia ha due gemelli. Attualmente è l’amministratore delegato di Youfit Health Clubs, e ha deciso di parlare ad Ubitennis del percorso di accettazione della realtà che dovrebbe fare il tennis per essere più inclusivo verso i giocatori LGBTQ, della gestione della sua salute mentale da giocatore e di molti altri argomenti.

Sei stato al numero 64 del mondo, hai vinto cinque Challenger e hai giocato sette tornei dello Slam. Qual è il miglior ricordo della tua carriera?

Penso di poter dare due risposte. Un momento magico è stato quando ho battuto Micheal Chang, un mio idolo da adolescente. Il secondo è stato il torneo di Indian Wells 2003, quando vinsi contro Juan Carlos Ferrero (che di lì a poco sarebbe diventato numero uno del mondo), Fernando Gonzalez e Tommy Robredo. Quello fu un grandissimo momento per la mia carriera.

Prima di arrivare al circuito ATP hai giocato molto nei tornei dei college americani.

Ho giocato per Virginia per quattro anni. Mi sono laureato in un momento in cui non così tanti atleti dei college riuscivano a sbarcare nel circuito ATP. Le cose sono cambiate da John Isner e Steve Johnson in poi. Ora è bello vedere che diversi giocatori cresciuti nei college poi riescono a diventare professionisti. Personalmente, per me l’istruzione era molto importante.

Verso la fine della tua carriera hai patito un infortunio e precedentemente avevi detto che avevi bisogno di passare un periodo lontano dal tennis per gestire cose relative alla tua vita personale. Perché hai sentito la necessità di lasciare i campi per occuparti di questioni personali?

Ho avuto un problema alla cuffia dei rotatori e sono stato operato diverse volte. All’epoca pochi giocatori riuscivano a mantenersi competitivi quando arrivavano alla soglia dei trent’anni. Anche per questo ho iniziato a pensare di smettere, anche se poi le cose sono cambiate. Ho iniziato ad accettare la mia sessualità cercando di capire chi ero davvero. Semplicemente non mi sentivo incluso o accettato dallo sport che amavo. Più specificamente, era un ambiente molto conservatore. Quindi quando ho smesso di giocare sono sparito per un po’. In questo modo ho potuto riflettere meglio su alcune cose riguardanti me stesso e su quello che volevo davvero. Si è trattato di un processo di auto-esplorazione e all’epoca pensavo di poter riuscire a farlo meglio lontano dal tennis.

Hai detto che quello del tennis era un ambiente molto conservatore. Cosa intendi con questo?

Sul tour si facevano un sacco di battute omofobe. Si tratta di un circuito molto maschilista e competitivo. Non c’è rappresentanza per i gay, a differenza del circuito femminile. Sicuramente da giovane non avevo una grande personalità e avevo bisogno di capire al massimo me stesso, e sentivo che nel tennis non ci fosse nessuno con cui parlarne e nessuno che attraversasse qualcosa di simile.

Ti sei mai chiesto se la tua carriera avrebbe potuto essere diversa nel caso in cui avessi fatto coming out mentre eri attivo sul circuito?

Non mi piace pensare al “come sarebbe stato se”. Però mi chiedo se la qualità del mio gioco ne avrebbe beneficiato nel caso in cui fossi stato più libero mentalmente. Detto questo, so che durante gli anni Duemila non mi sarei sentito a mio agio a viaggiare in giro per il mondo. Alcuni paesi sono tuttora molto ostili nei confronti dei gay. C’era comunque una componente di rischio in un eventuale coming out, anche dal punto di vista economico. Come avrebbero reagito gli sponsor? Non si può sapere. Sono rischi che non vuoi correre se hai passato 25 anni a lavorare come tennista.

Oggi si parla molto di salute mentale dei giocatori riguardo anche casi famosi come quello di Naomi Osaka. Quindici anni fa queste discussioni non erano così accese, quindi come gestivi la tua vita sul tour?

Quando ero sul circuito avevo una psicologa sportiva, una donna di nome Alexis Castorri. Lei è stata molto influente su di me sia nel cercare di trarre quanto più era possibile dalla mia carriera sia una volta che ho smesso nell’aiutarmi a venire a patti con la mia sessualità. La salute mentale è un tema fondamentale per me. Sono seguito da una psicologa da 19 anni, e supporterò sempre chi dà priorità a questo aspetto.

Nel 2017 hai parlato pubblicamente della tua sessualità per la prima volta. Ti aspettavi quel tipo di reazioni?

Sapevo che per me sarebbe stato importante parlarne apertamente appena ne avessi avuto l’opportunità. Volevo solo dirlo una volta per tutte. Non prevedevo che sarei diventato un difensore di questa causa. Ma non volevo sentirmi come se mi stessi nascondendo, anche se ero già sposato. Dopo aver avuto figli, è cambiato il modo di pensare riguardo a ogni cosa e ho pensato che dovessi farmi avanti in qualche modo. Sono molto introverso, quindi tengo molto alla mia privacy, ma il fatto di avere figli ti cambia le cose.

Da quando ti sei esposto ci sono stati giocatori che ti hanno chiesto aiuto o consigli?

Non ho sentito nessuno del circuito ATP. Qualcuno con cui sono cresciuto ai tempi del tennis dei college sì, ma nessuno dal circuito professionistico. Dopo quel podcast in cui ho fatto coming out ho ricevuto una buona quantità di e-mail spiacevoli. Forse più di 1000 messaggi da persone che erano disgustate dal fatto che due uomini crescessero figli insieme. Ho ricevuto molto odio, ma sono stato avvantaggiato dal fatto di avere già una certa età, ero preparato psicologicamente e dunque tutto questo non ha avuto un grande impatto su di me. Ma quando la gente mi diceva che sapevano dove abitavo e che sarebbero venuti a portare via i bambini era spaventoso. La mia esperienza non è stata tutta rose e fiori, insomma. Devo accettare il fatto che c’è una buona parte degli Stati Uniti, e del resto del mondo che non crede sia accettabile il modo in cui la famiglia vive. Però lo sport mi ha insegnato a gestire le avversità.

Sul circuito ATP tuttora non ci sono membri LGBTQ, il che potrebbe essere una coincidenza oppure no. Pensi che il tennis maschile debba fare qualcosa in più per diventare un ambiente più aperto?

Se guardi a cosa stanno facendo nella NFL e nella NBA confrontandolo a quello che succede nell’ATP, delle differenze ci sono. Una delle ragioni per cui ora siedo nel board della USTA è cercare di cambiare in questo senso lo US Open. Come possiamo organizzare un Pride? Come possiamo allestire eventi simili? La USTA e lo US Open negli ultimi due anni hanno fatto ottimi passi avanti. Penso che l’ATP potrebbe aiutare, se avesse una mentalità più aperta. Al momento hanno deciso di non farlo. Direi che l’Australian Open in merito sta facendo un ottimo lavoro e mi auguro continui così. Non voglio fare prediche, ma sto cercando di promuovere una mentalità più aperta in modo che le persone LGBTQ capiscano che anche loro possono fare parte di questo sport.

Di recente il giocatore di football americano Carl Nassib ha fatto coming out. Quanto è stato importante?

La NFL è una cosa e il tennis un’altra, ma penso che comunque sia una cosa che aiuti. Il football americano del resto è uno degli sport dove il machismo impera di più. Vedere come tifosi e giocatori reagiscono è molto importante. Penso che Carl abbia gestito bene la situazione. Penso che non sia nemmeno una cosa su cui si debba discutere più di tanto. Spero che i tifosi lo capiscano, quando vedono un gay competere esattamente come gli altri. Il cambio di mentalità avverrà in tempi lunghi, ma è importante vedere che atleti così importanti prestano attenzione al tema.

Considerato quel che hai passato, che consigli daresti a chi potrebbe attraversare la tua stessa esperienza?

Trova qualcuno con cui parlare, qualcuno di cui ti fidi. Sappi che ci sono persone come noi là fuori, se hai domande. È bello avere qualcuno con cui parlare che possa aiutarti a imparare qualcosa su te stesso. Quello che faccio io è cercare di avere una vita normale. Ho una casa e due bambini, e li accompagno a scuola la mattina. Parlando di sport, vorrei far capire che puoi avere una grande carriera da atleta ed avere una famiglia a prescindere dalla tua sessualità.

Ora che ti sei ritirato dal tour da un po’ di anni, prenderesti in considerazione l’opportunità di tornare da coach o da addetto ai lavori, se arrivasse?

Onestamente non penso che sarei in grado di essere un buon coach. Sono abbastanza bravo a spiegare la tecnica e la meccanica dei colpi, ma finisce lì. Mi sono spostato nel settore del business e mi piace. Ho avuto alcuni grandi successi nella vita lontano dal tennis. E poi non penso che viaggiare molto mi piacerebbe ancora. Funzionava bene quando ero single e avevo vent’anni, ma ora sono un uomo di famiglia e mi piace passare del tempo a casa con i miei bambini. Certo, sarei felice se potessi essere d’aiuto a qualche giocatore, aiutando gli atleti relativamente alla loro forza mentale.

Cos’hai imparato nella tua carriera di tennista che ti ha poi aiutato in quella da imprenditore?

Amo il tennis e quello che mi ha insegnato in termini di gestione della sconfitta, della vittoria, della strategia di gioco. Grazie a questo ora sono molto competitivo nel settore del business e ho sviluppato buon intuito e buona capacità di prendere decisioni. Lavorando al di fuori del tennis ho capito che ci sono molte persone più intelligenti di me che però utilizzano in modo sbagliato le informazioni che hanno nel prendere una decisione. Tutto quel che ho ottenuto nel settore dell’imprenditoria lo devo a quel che ho imparato sul campo da tennis.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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“Lottiamo ancora per essere riconosciute come atlete”. Perché la rivalità Evert-Navratilova è la più grande

Le due si sono affrontate 80 volte in 16 anni. In un’intervista con Tennis Majors, Evert risponde a Djokovic che aveva detto: “La rivalità con Nadal è la più grande nella storia del tennis”

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Martina Navratilova e Chris Evert - Wimbledon 1978 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Qui l’articolo originale (19 dicembre 2020)


Alla vigilia della finale del Roland-Garros dello scorso anno tra Rafael Nadal e Novak Djokovic, è stato chiesto al serbo cosa ne pensasse della rivalità con lo spagnolo. Sottolineando il numero dei loro match (la finale è stata il loro cinquantaseiesimo incontro), Djokovic ha descritto Nadal come il suo “più grande rivale” e poi ha detto: “Penso che la nostra rivalità sia la più grande di sempre nella storia di questo sport. Ora, Djokovic stava senza dubbio pensando solo al tennis maschile. Ma questo è il punto. Chris Evert, ex-N.1 al mondo, vincitrice di 18 Slam e una delle figure più iconiche nella storia di questo sport, ha preso velocemente la palla al balzo.

Se Andy Murray avesse letto le dichiarazioni di Djokovic, ci avrebbe sicuramente tenuto a precisare che Nadal-Djokovic è la più grande rivalità “nel tennis maschile”, come ha fatto, per esempio, quando un giornalista di Wimbledon ha commesso l’errore di trascurare le donne citando una statistica.

Evert e Martina Navratilova, due donne che hanno dominato il loro sport per più di un decennio, si sono affrontate per ben 80 volte. E in un’intervista a Tennis Majors, Evert ha spiegato perché sentiva di dover ribattere a quella intervista.

Stiamo ancora lottando per essere riconosciute come atlete“, ha detto Evert. “E questo vale nella vita di tutti i giorni, vale sul posto di lavoro. Pensando a 50 anni fa, c’erano solo atleti uomini là fuori, solo gli uomini facevano sport. Penso che si tratti del solito problema, le donne hanno bisogno di una voce, vogliamo solo essere ascoltate. Credo che le cose siano migliorate molto, ma è ancora diffusa l’idea che gli uomini siano il sesso più forte. Gli atleti uomini sono tuttora più popolari delle donne. Credimi, non sono in cerca di vendetta contro Novak, sono inorridita dal fatto che si possa anche solo pensarlo. Non è affatto una crociata personale contro Novak. Volevo solo ribadire il principio: se vuoi fare quell’affermazione, almeno specifica che è la più grande rivalità nel tennis maschile. È davvero semplice”.

Una cosa che mi stupisce è che Martina abbia vinto Wimbledon nove volte e che nessuno ne parli mai”, ha aggiunto. “Nadal ha vinto il Roland Garros, quante volte, 13? Ma a parte lui qualcuno ha vinto uno Slam più di nove volte, no [dopo l’intervista Djokovic ha vinto l’Australian Open per la nona volta, ndr]? Di tanto in tanto il record di Navratilova a Wimbledon viene ricordato. Penso che il mio record di sette vittorie sui campi in terra battuta al Roland-Garros ottenga più pubblicità dei suoi nove trionfi a Wimbledon, quindi mi chiedo: perché il suo record non viene celebrato come merita? E che dire di Steffi Graf e del Golden Slam del 1988? Voglio dire, vittoria alle Olimpiadi e nei quattro Slam. Se l’avesse fatto un uomo, verrebbe ricordato in ogni momento. Al contrario, nessuno lo menziona mai”. Contestualizzando, Djokovic e Nadal si sono incontrati 58 volte in un arco di 15 anni; Nadal e Roger Federer 40 volte in 15 anni; mentre Djokovic e Federer si sono affrontati 50 volte in 15 stagioni.

EVERT VS NAVRATILOVA: STATISTICHE SBALORDITIVE

La rivalità di Evert con Navratilova è durata 16 stagioni, dal loro primo incontro ad Akron, Ohio, nel 1973, quando Evert vinse 7-6 6-3, all’ultimo, a Chicago nel 1988, quando Navratilova trionfò 6-2 6-2. Le statistiche riguardanti la loro rivalità sono semplicemente sbalorditive.

  • Partite totali: 80 (Navratilova 43-37)
  • Finali: 60 (Navratilova 36-24)
  • Finali del Grande Slam: 14 (Navratilova 10-4)
  • Partite del Grande Slam: 22 (Navratilova 14-8)
  • Partite conclusesi al terzo set: 29 (Evert 15-14)

UNA RIVALITÀ “AMPLIFICATA DALLE DIFFERENZE”

Per Evert e Navratilova, giocare l’una contro l’altra settimana dopo settimana era una parte delle rispettive vite. Come numero 1 e 2 per la maggior parte delle loro carriere, non si sono mai sottratte alla lotta, e si sono sempre fatte valere. Evert ha vinto 16 dei primi 20 incontri, ma quando Navratilova si è trasformata in una super-atleta la dinamica è cambiata, e quest’ultima ha finito per primeggiare nel testa a testa. “Non ricordo nemmeno quando ho iniziato a pensare che fosse qualcosa di più grande di noi, che la cosa più importante nel tennis in quel momento fosse la nostra rivalità“, ha detto Evert. “Non ricordo nemmeno a che punto fossimo nella rivalità, ma Martina e io continuavamo a migliorarci a vicenda. Per un certo periodo di tempo abbiamo lasciato indietro tutte le nostre avversarie“.

Ciò che rendeva la loro rivalità così avvincente era il fatto che fossero agli opposti in quasi tutti i modi. Da un lato c’era Evert, la fidanzata d’America, una giocatrice che privilegiava il gioco da fondocampo, destrimane infallibilmente accurata e imperturbabile in campo; dall’altra la mancina Navratilova, interprete del serve-and-volley, proveniente da quella che allora era la Cecoslovacchia, eclettica, vistosa e senza paura nel mostrare le proprie emozioni. La coppia era sulle copertine delle riviste, nelle campagne pubblicitarie – erano il volto del tennis.

Penso che il tutto fosse amplificato dalle differenze, dai contrasti“, ha detto Evert. “Se la rivalità principale fosse stata fra me e Tracy (Austin), giocatrici di stampo simile, o fra Martina e Jana Novotna, anche loro simili, avrebbe avuto lo stesso impatto? Non credo proprio. Penso che le nostre fossero entrambe storie così affascinanti e diverse per via dei nostri trascorsi, delle nostre convinzioni, per come siamo cresciute, per gli stili di gioco e le personalità. Tutto quello che si vedeva di noi da fuori era così diverso. Lei ha portato le sue qualità, io le mie; il risultato era di avere il doppio dei fan che normalmente avrebbero guardato una partita, quindi penso che la nostra dinamica abbia davvero aiutato il gioco”.

Martina Navratilova e Chris Evert – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Evert e Navratilova erano grandi rivali in campo, ma per la maggior parte del tempo erano buone amiche al di fuori di esso. Si ritrovavano a contatto così spesso che, come dice Evert, erano quasi l’una l’allenatrice dell’altra. “Siamo state costrette a scavare in profondità e sviluppare una strategia adatta ad affrontarci molto più di quanto dovessimo fare contro le altre“, continua. “Eravamo alla pari. Non eravamo paragonabili fisicamente – lei era un’atleta naturale molto migliore di me – ma all’inizio io ero molto più forte mentalmente di lei. Quindi era come se fossimo agli opposti, ma, quando prendi tutte le nostre caratteristiche e le confronti nel complesso, alla fine il nostro livello era così simile che abbiamo dovuto esaminare a fondo il gioco e la mente dell’altra e capire come affrontarci“.

UN RAPPORTO PERSONALE AFFASCINANTE QUANTO LA RIVALITÀ SUL CAMPO

Se il mattone tritato era il regno di Evert – ha vinto 11 dei loro 14 scontri sulla terra – l’erba apparteneva a Navratilova, che ha vinto 10 volte su 15. Erano appaiate 8-8 sui campi in cemento, mentre sul sintetico utilizzato per i numerosi tornei indoor dell’epoca la ceca (cittadina americana dall’81), fu inarrivabile, con un vantaggio di 22-13. “Ci innervosivamo entrambe in momenti diversi. Ogni volta che scendevo in campo sull’erba con Martina, specialmente a Wimbledon, dicevo a me stessa ‘cosa posso fare? Devo fare i salti mortali per battere questa donna sull’erba?’ Mi sentivo come se fosse una battaglia persa. Molto spesso avevo già perso all’ingresso in campo, e penso che a volte anche lei si sentisse così sulla terra. Probabilmente si diceva, ‘oh mio Dio, devo essere così paziente, quella ragazza mi rimanderà mille palle, mi farà impazzire‘“.

Il rapporto personale era forse avvincente quanto la rivalità in campo, però. “La nostra relazione era fatta di alti e bassi“, continua Evert. “All’inizio ricordo di aver giocato in doppio con lei. Io ero numero 1 e lei numero 4, poi N.3 e N.2. Poi ha iniziato a battermi perché ci allenavamo assieme e in più facevamo coppia in doppio. Mi dissi, ‘penso che stia iniziando a conoscere troppo bene il mio gioco’. Così ho rotto quella partnership, perché sentivo che il singolare fosse la cosa più importante per me. Sono andata da lei e gliel’ho detto in modo carino. Più tardi, quando aveva Nancy Lieberman come sua allenatrice, ricordo che Nancy le diceva, ‘devi odiarla, devi odiare Chrissy! In che senso vorresti invitarla a cena? No, devi odiarla, non avere niente a che fare con lei’. Questo è il modo in cui Nancy giocava, e con successo. Allora Martina è diventata una persona diversa, e sfortunatamente non siamo stati affatto vicine in quel periodo”.

A Evert piace scherzare sul fatto che la sua rivalità con Navratilova sia stata la relazione più lunga della sua vita. Entrambe le donne hanno vinto 18 titoli del Grande Slam in singolare, e tra di loro hanno conquistato 324 titoli, sempre in singolare (Navratilova conduce di poco, 167-157). Insieme hanno contribuito a rivoluzionare il gioco, e rimangono tutt’oggi amiche. “Quando Martina si è messa con Judy Nelson, lei le diceva: ‘Chrissie è così gentile. Perché non la invitiamo a cena?‘”, racconta Evert. “Sono andata ad Aspen, e sono rimasta a casa loro per una settimana. È lì che ho conosciuto Andy Mill, il mio ex-marito. A quel punto, eravamo a metà degli anni ’80, mancavano quattro o cinque anni alla fine della mia carriera, ed eravamo abbastanza mature da renderci conto che potevamo separare la vita professionale e quella personale. Ok, andiamo là fuori e cerchiamo di batterci con ogni mezzo, ma possiamo anche essere amiche. Penso che la cosa più interessante non sia l’aspetto tennistico quanto quello personale, quello di due donne che vogliono essere amiche, pur così diverse, e che si sono lasciate vedere dall’altra in momenti di grande vulnerabilità, e per questo devono isolarsi un po’ perché vogliono giocare al meglio l’una contro l’altra“.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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