La fame di vittoria di Sinner: “Le NextGen sono state solo l’inizio”

Interviste

La fame di vittoria di Sinner: “Le NextGen sono state solo l’inizio”

Il sito dell’ATP dedica un articolo alla grande promessa del nostro tennis, coinvolgendo anche coach Piatti e Claudio Pistolesi. “Jannik adora il tennis. Preferisce riguardarsi un Fedal che andare al cinema”

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Milano, città in questi giorni purtroppo sconvolta dal ciclone coronavirus, ha un significato particolare per Jannik Sinner. Come tutti gli appassionati di tennis italiani e non solo ricordano, nel capoluogo lombardo, pochi mesi fa, il 18enne altoatesino si è consacrato vincendo le NextGen Finals, di fronte al festoso pubblico del Palalido. Ma forse in tanti ignorano che a Milano, poco più che bambino, Jannik fu notato per la prima volta da Riccardo Piatti, il suo mentore e attuale coach. “Ero lì per un torneo e l’ho visto perdere 6-1 6-2”, ha raccontato Piatti all’ATP, in un articolo completamente dedicato a Sinner. “Ma era l’unico ragazzino che provava a modificare il proprio gioco. Aveva un’attitudine vincente. Non metteva solo la palla dall’altra parte della rete e sperava che le cose andassero bene. Era calmo e riusciva bene a controllare le proprie emozioni. Colpiva la palla in maniera pulita ma con poca potenza”.

E lo stesso Sinner si ricorda di com’era quando a soli 13 anni ha lasciato le montagne di San Candido per il mare di Bordighera, sede dell’accademia di Piatti. “Non ho mai dubitato di poter diventare un buon giocatore di tennis perché sono uno che lavora tanto. Ma ero più magro e basso di quanto non sono ora”, ha rivelato Jannik che all’epoca viveva a casa di uno dei coach del centro creato da Piatti, Luka Cviektovic, che aveva dei figli più o meno della stessa età. “Giocavo in maniera aggressiva all’inizio ma a volte non avevo abbastanza fiducia nel mio gioco. Nel tennis si possono vincere delle partite o un intero torneo ma puoi anche perdere tre o quattro volte consecutive al primo turno”. Un ragazzino con grandi potenzialità ma pur sempre un ragazzino, sia dal punto di vista fisico che mentale. 

Ma se è impossibile, oltreché opportuno, forzare il processo di maturazione del corpo di un giovane atleta, è possibile, e a volte proficuo, velocizzare il processo di maturazione mentale. Come si fa nel tennis? Ad esempio saltando praticamente a piè pari i tornei junior, in cui si affrontano avversari magari di eguale talento ma anche di eguali insicurezze, e buttandolo nella mischia dei tornei professionistici, in cui chi sta dalla parte della rete è lì per guadagnarsi da vivere, punto dopo punto. Sinner ha così cominciato dai Futures, il primo gradino della lunga scala del tennis, a inizio 2018, quando aveva appena 16 anni. “La decisione di provare subito a misurarsi con tennisti più esperti è stata mia”, ha raccontato. “Ho sicuramente percorso una strada più difficile, ma mi è servita per riuscire a gestire la pressione che metto su me stesso. Pensi di dover vincere ogni match o punto e poi finisci per strafare. Dovevo capire che in realtà è un lungo processo di apprendimento”.

 

Ma la risposta riguardo alla paternità di questa scelta non convince appieno. La lunga mano di Piatti nel suo percorso è evidente. Il 61enne guru del tennis di Como, in passato sulle panchine di tennisti del calibro di Ljubicic, Raonic e Gasquet, è stato il vero deus ex machina dietro la rapida maturazione di Sinner. L’obiettivo è sempre stato, un po’ come con un computer, metterlo di fronte a problemi molto complessi, e vedere come riusciva a risolvere i problemi.

Un processo educativo, oltreché tennistico, che non ha ammesso scorciatoie e nel quale lo stesso Piatti non si è mai lasciato andare a trionfalismi quando Jannik cominciava ad ottenere risultati di rilievo. “Abbiamo cominciato con i Futures e poi siamo passati ai Challenger. Si è sorpreso lui stesso del suo livello. Quando ha cominciato a battere giocatori più forti di lui, ha capito quanto fosse forte e che non c’era nulla di cui sorprendersi. Quando ha vinto Bergamo gli ho detto: ‘molto bravo ma il tuo avversario non era un granché. Tu eri più forte di lui e ora dobbiamo trovarti gente più forte contro la quale misurarti’, ha sottolineato, non facendo un grande complimento a Roberto Marcora che peraltro ha successivamente circa 100 posizioni in un anno. “Con lui la questione è sempre stata trovargli avversari più vecchi per capire se potesse trovare le soluzioni. Gli volevo far capire che agli avversari non gliene frega niente di chi è lui”. 

Jannik Sinner – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Felice Calabrò)

Ed è stata però proprio quella vittoria all’inizio della scorsa stagione, curiosamente in un’altra città lombarda, a far crescere enormemente la consapevolezza di Jannik nei propri mezzi. E insieme alla fiducia sono arrivati anche le vittorie sul tour maggiore. Il prodigio altoatesino, al battesimo al Foro Italico, ha vinto il suo primo match contro l’americano Steve Johnson. Solo qualche mese più tardi Sinner si ritrovava nella semifinale di un 250 ad Anversa grazie a scalpi di prestigio come quello su Monfils. “Cerco sempre di alzare l’asticella, per capire se sono bravo a battere avversari di diverso livello: Futures, Challenger e, più di recente, circuito maggiore. Si tratta di andare in campo ed eseguire il mio schema di gioco: fare quello che voglio io invece di lasciare che la partita sia dettata da altri”, ha affermato. “Vincere il titolo a Bergamo all’inizio del 2019 è stato un incentivo a migliorare ancora. Quando ho battuto Monfils ad Anversa ad ottobre, ho capito quando strada potessi fare”. 

Poca in realtà, in termini di chilometri, per ritornare a Milano, sede dal 2017 delle Next Gen ATP Finals, il torneo riservato ai migliori otto Under 21 al mondo. Al Palalido mancavano i canadesi Felix Auger-Aliassime e Denis Shapovalov, che sarebbero state le prime due teste di serie. Ma comunque Sinner si trovava di fronte avversari di talento e molto più navigati di lui come Alex De Minaur e Frances Tiafoe, due che ad esempio già avevano vinto un titolo ATP in carriera. Eppure, nonostante non partisse come favorito sulla carta e dovesse reggere anche le aspettative del pubblico di casa, venuto a frotte per ammirare quello che veniva descritto come il più grande talento del tennis azzurro da molti anni a questa parte, Sinner ha trionfato. E lo ha fatto con grande autorità, sconfiggendo nettamente De Minaur in finale.  “Ero contento per essere riuscito a reggere la pressione di vincere in casa a Milano ma ho anche capito che volevo provare questa sensazione ancora e ancora”, ha proseguito Jannik. E speriamo che ci riesca. 

Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo ha decisamente la testa sulle spalle, tanta ambizione e un amore esagerato il tennis. “Jannik adora questo sport. Mi piace il mio lavoro e per questo lo faccio da quarant’anni. Lui è come me. Ama il tennis, vuole migliorare e dà il massimo per riuscirci. Guarda un sacco di partite, si allena molto, e non perché è obbligato a farlo. Perché sa quello che vuole. Non è difficile dedicare la propria vita per uno o due anni, ma io dico a Jannik che deve dedicare la sua vita a questo sport per 15 anni”, ha spiegato coach Piatti, con quel misto di severità necessaria affinché il ragazzo non si monti la testa e orgoglio per gli straordinari risultati già conseguiti. “Ora ha una personalità forte. Al contrario di molti giocatori che ho allenato, gli posso parlare apertamente 30 minuti dopo una sconfitta invece di aspettare il giorno successivo. Non si distrae e preferisce ad esempio riguardarsi i match di Federer e Nadal piuttosto che andare al cinema”. Insomma, la vita di Jannik gira totalmente attorno ad una racchetta e una pallina gialla. 

Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Ma per riuscire ad imporsi ai vertici del tennis mondiale non basta essere la persona giusta, serve anche circondarsi delle persone giuste. Secondo Claudio Pistolesi, altro allenatore italiano di fama mondiale ed ex n.1 del ranking Junior a metà degli anni Ottanta, Sinner è in ottime mani da questo punto di vista, a contrario di diversi tennisti azzurri del recente passato. “Piatti e l’accademica possono proteggere Jannik dagli errori che sono stati commessi nello sviluppo di altri giocatori italiani”, ha sostenuto Pistolesi, che pure è stato allenato dal coach lombardo ad inizio carriera, non nascondendo una critica nei confronti dell’operato della Federtennis da questo punto di vista. “Piatti è un grande mentore e può usare il suo network per preparare al meglio Jannik. In questo momento lui deve dare la priorità alla sua carriera e ad avere attorno un grande team”. 

Insomma, il processo va avanti. Non facendosi condizionare dai successi di fine 2019, così come da qualche piccolo incidente di percorso nel primo scorcio di 2020. L’orizzonte temporale è molto più lungo di così. “Il dottore ha detto che crescerà ancora di circa quattro centimetri. Deve allenarsi e giocare ma non dobbiamo esagerare e portarlo al limite. Quando avrà 22-23 anni sarà pronto”, ha detto Piatti. E se già ora è in grado di misurarsi alla pari con praticamente tutti i tennisti del mondo non vediamo l’ora di sapere cosa sarà in grado di fare allora. Quando sarà pronto. A quel punto potrebbero essere gli altri a non essere pronti per lui. 

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Fognini: “Il Roland Garros è troppo vicino allo US Open, non è salutare”

Fabio racconta la propria quarantena in un’intervista a La Stampa. “È una situazione surreale, da film. Federico vorrebbe correre per il mondo, provo a spiegargli che non si può”

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Come tutto il resto d’Italia anche Fabio Fognini è in quarantena forzata nella sua casa ad Arma di Taggia. L’azzurro ha la fortuna di poter condividere questo difficile periodo con la propria dolce metà, Flavia Pennetta, e con i due figli, Federico e Farah (tutti nomi rigorosamente con la “F”, come vuole la tradizione di casa Fognini). L’ultima nata ha poco più di tre mesi per cui, ovviamente, non si rende conto della situazione, mentre Federico che di anni ne ha quasi tre è pieno di energie e nonostante il giardino, a volte sente il peso della reclusione. Lo ammette candidamente Fabio che a Stefano Semeraro de ‘La Stampa’ ha raccontato le proprie tenere difficoltà di padre. “Ha tre anni, vorrebbe correre per il mondo. Provo a spiegargli che è un momento difficile, che non si può uscire. Non sempre ci riesco“.

Lui stesso in prima persona, come un po’ tutti, soffre questo difficile momento. Le giornate improvvisamente si dilatano e si presenta così l’occasione di rispolverare attività da tempo accantonate, non fosse altro che per dare un po’ tregua alla testa che viaggia a mille. “Di mio sono abbastanza ansioso, quando cala il sole mi incupisco un po’. È una situazione surreale, da film, quindi cerco di tenere impegnata la testa. In qualsiasi modo: ho carteggiato delle sedie e le ho passate con l’antiruggine, ho ridipinto un cancello. Cose che mi piace anche fare, ma per cui di solito non ho tempo“.

Spazio anche ad altro tipo di “dolenti note“, ovvero quelle professionali. Il mondo dello sport, enclave felice (il più delle volte) del “mondo vero”, è infatti anch’esso in stallo e i pochi che si muovono creano problemi. Il riferimento è ovviamente alla decisione, arbitraria e unilaterale, di spostare il Roland Garros a fine settembre, mossa che ha sorpreso e scontentato tutti dalle alte sfere dirigenziali ai giocatori. Fabio non fa eccezione e prende posizione in maniera piuttosto chiara. “Non sono d’accordo di giocare il Roland Garros solo una settimana dopo gli US Open. Capisco che serva per recuperare, ma è troppo vicino. Non parlo di me, ma per gente come Nadal e Djokovic, che arriva sempre in fondo, farsi quattro settimane di Slam in un mese non è salutare“.

 

L’eventualità che Nadal rinunci a New York per giocare a Parigi, non appare verosimile a Fabio. Diverso il caso di Roger invece, che si è sempre riservato molta libertà nel costruire la propria scaletta stagionale. “Non penso che Nadal lo farebbe. L’unico che può pensarlo è Federer, anche perché la Laver Cup è nello stesso periodo. Sono in contatto con l’ATP, so che stanno buttando giù idee per quando migliorerà. Ma non è semplice. Se continua così rischiamo di perdere tutto l’anno. Avevo già deciso che non sarei andato in Cina in ottobre, a prescindere dal contagio, non me la sentivo. Il calendario prevede gli USA, poi l’Oriente, poi di nuovo l’Europa, ma il problema è che la situazione è critica ovunque“.

Fognini è in contatto anche con molti giocatori e tutti sembrano essere dello stesso avviso: non si gioca a porte chiuse. “Ho sentito tanta gente quando l’ATP doveva decidere cosa fare. Feliciano Lopez, che è anche il direttore del torneo di Madrid, Stan Wawrinka, Grigor Dimitrov… Eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, nessuno voleva giocare. Neanche a porte chiuse. Perché gli sponsor contano molto, ma noi giochiamo per il pubblico e sono gli spettatori che tengono su i tornei. A spalti vuoti ho giocato la Davis a Cagliari: molto triste“.

Mentre il calcio sembra fortemente intenzionato a trovare un modo per finire il campionato, Fabio propone molta cautela. Meglio forse uno stop più lungo che una ripresa incerta e prematura, con l’aggravante del giocare senza pubblico. “Una cosa è finire il campionato, non metto becco. E capisco anche tutti i soldi che girano attorno al calcio. Ma quest’anno sarà tutta l’economia del nostro paese, non solo il calcio, che prenderà una bella botta. Io sono dell’idea che bisogna remare tutti dalla stessa parte. Le istituzioni decideranno, ma giocare a porte chiuse non è bello“.

Tra le tante difficoltà delle ultime settimane, l’azzurro si è risparmiato almeno l’inutile trasferta negli Stati Uniti, col rischio poi di rimanere bloccato nel limbo del “si gioca, non si gioca” come capitato a molti altri. “Sono l’unico che l’ha sfangata. Avevo deciso di prendermi un giorno di più, accompagnare la famiglia a Barcellona e partire da lì. Avevo il volo alle 5 di mattina. La sera prima Flavia stava stirando, io ero sul divano, le ho detto che andavo a riposare un po’ ma all’una e mezzo è suonato il cellulare: ‘Aspetta’. Poi è uscita la notizia che il torneo era stato cancellato. Ho avuto fortuna“.

A casa ora, Fabio, che per sua stessa ammissione non tocca racchetta dal 7 marzo (ovvero dal tie di Coppa Davis contro la Corea del Sud) si limita ad un’oretta al giorno di esercizi fisici. L’obiettivo è non superare gli 80 chili: per ora tutto okay. Le priorità comunque al momento non riguardano certo il tennis, non più. Il focus vero è un altro. “La salute: non solo mia, di tutta la mia famiglia. Il tennis mi ha fatto girare il mondo e guadagnare tanti soldi, ma ora l’ho messo in secondo piano“.

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“Boicottare il Roland Garros? No, mai gli Slam!”

“256 tennisti devono dare priorità agli Slam che garantiscono 50.000 euro a chi perde al primo turno. Wimbledon? Difficile si giochi: è decisivo il tipo di assicurazione che ha”. Parla il famoso giornalista di Sports Illustrated Jon Wertheim, intervistato dal direttore Scanagatta

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Jon Wertheim (a sinistra), intervistato a Wimbledon

Il Direttore ci ha preso gusto: se isolamento forzato deve essere, che possano beneficiarne anche i lettori! Dopo la video-chiacchierata con Ray Moore, Ubaldo ha parlato anche con Jon Wertheim, giornalista tra i più stimati in ambito tennistico, opinionista di punta di Tennis Channel, executive editor di Sports Illustrated, autore di cinque libri di successo, fra cui “Strokes of Genius” ispirato a Federer e Nadal (in copertina) e con quelli che lui considera i migliori match di sempre

Proprio da cosa è cambiato nelle dinamiche lavorative della rivista sportiva più famosa del mondo è partita l’intervista, di cui vi riportiamo in forma testuale (e tradotti) i principali estratti.

SPORTS ILLUSTRATED – “Essere un media sportivo senza sport è una grande sfida! Il numero dei collaboratori non è cambiato molto, c’è stato più che altro uno spostamento di risorse verso i contenuti digitali. Questo è un momento che stimola la creatività. Del resto, nessuno era preparato ad affrontare una situazione di questo tipo, è un territorio nuovo: a tutti manca lo sport, ma stiamo anche realizzando che non si tratta di una priorità“.

 

TENNIS VS SPORT DI SQUADRA – Ubaldo apre la questione: gestire le implicazioni di questa pausa è più complicato per i tennisti, che oltre a non avere una squadra alle spalle… hanno addirittura una squadra da sostenere (allenatore, fisioterapista, medico). “Innanzitutto c’è differenza tra i grandi giocatori e coloro che invece stanno iniziando a preoccuparsi della loro situazione economica. Il tennis, inoltre, è uno sport molto globale e il fatto che si giochi in così tanti paesi lo rende più suscettibile a una pandemia“.

FONDO DI SOSTEGNO – Wertheim lancia un’idea per redistribuire le risorse verso i tennisti con meno introiti: “ATP e WTA potrebbero rinunciare agli incassi delle Finals, che di solito vanno ai due circuiti, e i top player potrebbero fare lo stesso con una parte dei montepremi“. Il direttore menziona l’esempio dei commissioner di alcuni sport americani che hanno accettato di ridurre il loro salario (è il caso di Adam Silver, a capo dell’NBA) e suggerisce che chi sta ai vertici degli organi di governance del tennis potrebbe fare lo stesso. “Però c’è una relazione diversa tra tour e atleti“, fa notare Jon Wertheim,

CAOS ROLAND GARROS? – “Sarebbe bello se tutti i giocatori raggiungessero un accordo su come affrontare la questione. Sono 256 giocatori che potranno guadagnare un minimo di 50000 dollari a testa. Boicottarlo? No. Se fossi un giocatore sarei più felice del fatto che si giochi il French Open che irritato per la mancanza di comunicazione o per il fatto che un paio di tornei possano essere sopraffatti. Magari Federer potrebbe dire: ‘È troppo avanti nella stagione ed è su terra’. Ma penso che tutti i giocatori saranno felici di avere questa opportunità nel 2020”.

Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

LAVER CUP – “Tutti amiamo la Laver Cup e amiamo Roger. Ma parliamo di un evento a inviti, aperto solo a otto giocatori e nessuna donna. Mi dispiace per la Laver Cup e capisco che Tony possa essere deluso. Ma se confronti un major con un torneo a inviti… le cose più importanti prima di tutto. Non c’è proprio paragone”.

WIMBLEDON – “Sarei curioso di leggere la loro polizza di assicurazione. So che non sono interessati a giocare a porte chiuse, senza pubblico non vogliono giocare. Se organizzi un evento senza pubblico, puoi usufruire dell’assicurazione? Credo che questa sia la domanda per gran parte di questi tornei. Guardando alla situazione in Gran Bretagna, penso che sia molto complicato che si giochi. Le due settimane che si sono liberate dopo la cancellazione delle Olimpiadi potrebbero aiutare, ma non sono ottimista purtroppo”.

Jon Wertheim (a sinistra), intervistato a Wimbledon

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Interviste

“Battei Panatta nel match decisivo”. Intervista a Ray Moore, ‘viceboss’ di Indian Wells

Esclusivi ricordi del protagonista di Sud Africa-Italia ‘74. Roland Garros? “Cose da francesi”. Wimbledon? “Non c’è fretta di decidere”. Olimpiadi minaccia per IW? “A marzo a Tokyo può nevicare”. La gaffe WTA?. “Ho sbagliato”. “Hewitt a mesi uscirà di prigione”

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Una nuova intervista del direttore Scanagatta. Dopo quelle con Vincenzo Santopadre e Paolo Bertolucci, Ubaldo ha fatto una chiacchierata con l’ex tennista sudafricano Ray Moore, l’uomo che nel 1981 diede vita, insieme a Charlie Pasarell, al torneo di Indian Wells. Dopo la cessione a Larry Ellison avvenuta nel 2009, Moore assunse il ruolo di CEO e direttore del torneo fino al marzo 2016, quando fu costretto a dimettersi dopo quanto dichiarato nella conferenza stampa di fine torneo: “Se fossi una giocatrice mi inginocchierei ogni sera e ringrazierei Dio che Roger Federer e Rafa Nadal sono venuti al mondo, perché hanno letteralmente trascinato questo sport”.

Da giocatore, Moore è stato numero 34 del mondo nel 1976 e in carriera ha conquistato otto titoli di doppio, oltre ad aver preso parte a 12 tie di Coppa Davis tra il ’67 e il ’77, compresa l’edizione del 1974 che vide trionfare la sua nazionale. E proprio da quella Coppa Davis, e dalla semifinale vinta contro l’Italia a Johannesburg, inizia la chiacchierata tra Moore e Ubaldo…

Questi gli argomenti principali contenuti nel podcast, rispetto al quale ci scusiamo per qualche interruzione… e per il fatto che il direttore non è visibile: purtroppo la connessione in quel di Settignano continua a fare le bizze, ma come abbiamo già detto non è il caso di lamentarsi. In questo momento, è bene che la connessione sia funzionante al massimo per coloro che si stanno impegnando a farci uscire il prima possibile da questa difficile situazione.

 

SEMIFINALE DI DAVIS 1974“Adriano (Panatta) era un grande, capace di un tennis magnifico. Era ovviamente un tennista migliore di me, ma quella partita non la giocò come avrebbe potuto. Giocare in casa fu un grande vantaggio per noi, agli avversari serviva tempo per acclimatarsi e la palla viaggiava veloce. Noi eravamo abituati a quelle condizioni e su quel campo (Ellis Park Stadium) ho sempre giocato molto bene: lì ho battuto Emerson, Stolle, Borg…”

IL FUTURO DI INDIAN WELLS“È vero che per ragioni climatiche il torneo potrebbe anche giocarsi da settembre in poi, ma non è una cosa pratica. La mia opinione è che tutti i tornei che sono stati cancellati dovrebbero semplicemente decidere che quest’anno non si gioca. Riprogrammare nell’ultimo quarto di stagione tutti quei tornei già rinviati sarebbe impossibile. Il cambio di superfici, di continenti… è troppo complicato”.

LO SPOSTAMENTO DEL ROLAND GARROS“Divertente, una mossa tipicamente francese. Giocare Parigi sulla terra una settimana dopo lo US Open, due Slam in due settimane, per me è una follia.

OLIMPIADI A MARZO 2021?“Se dovessero decidere di disputarle a marzo, Indian Wells e Miami sarebbero nei guai. Ma credo sia difficile fare le olimpiadi outdoor in quel periodo, il clima in Giappone non sarebbe favorevole”.

INDIAN WELLS, IL QUINTO SLAM “Una cosa che ci rende orgogliosi, ma non pretendiamo di essere il quinto Slam. Quello che cerchiamo di fare è creare il miglior torneo possibile e da sei anni di fila vinciamo il premio come miglior torneo del circuito ATP/WTA”.

LARRY ELLISON“È un uomo notevole, un grande appassionato di tennis. Esclusi i giocatori, ci sono pochissime persone al mondo che sanno così tanto di tennis quanto Larry”.

WIMBLEDON“Io penso che sia possibile che Wimbledon si giochi, ma non sono sicuro che prenderanno questa decisione. Gli US Open certamente. Le possibilità di Wimbledon al momento sono 50/50. Credo che faranno un annuncio tra due settimane. Secondo me dovrebbero aspettare l’inizio di maggio per decidere”.

TOMMY HAAS NUOVO DIRETTORE DEL TORNEO“È vero, non avrei dovuto dire quelle cose, ma sono andato avanti, ho fatto pace con tutti nella WTA. Rimpiazzarmi con Haas è stata un’ottima cosa per il torneo. Tommy è stato un grande giocatore ed è un gentleman. È molto rispettato dagli altri giocatori e sta facendo un grande lavoro per il torneo”.

Ray Moore con Billie Jean King – Foto di Luigi Serra

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