I migliori a non aver mai vinto uno Slam, secondo ESPN - Pagina 2 di 2

Focus

I migliori a non aver mai vinto uno Slam, secondo ESPN

Il sito americano ha chiesto a un gruppo di esperti di stilare una lista dei più grandi incompiuti del tennis, iniziando dagli uomini. Ci sono Nalbandian e Ferrer

Pubblicato

il

Miloslav Mecir (1982-90)

Best ranking: 4
Migliori piazzamenti Slam: finale allo US Open, 1986; finale all’Australian Open, 1989; almeno semifinale in tutti gli Slam
Saldo nelle finali: 11-13, fra cui le WCT Finals del 1987 e l’oro olimpico del 1988.

Nel corso del suo magico 1988, Mats Wilander perse solo una partita negli Slam, proprio contro Mecir, che gli lasciò appena sette giochi nel loro match di quarti di finale. Miloslav, le cui movenze indolenti e liquide, unite a uno stile sincopato, gli avevano procurato il nomignolo di “Gattone”, era quello che nessuno voleva incontrare.

Aveva una grande mobilità, specialmente per un uomo di 1.90”, dice Gilbert di lui. “In più, sapeva giocare su tutte le superfici”. Sfortunatamente, il suo corpo non resse alle fatiche usuranti del circuito ATP. A partire dal 1989, iniziò ad avere grossi problemi lombari, che lo costrinsero a ritirarsi nel luglio del 1990, a soli 26 anni.

 

Pro: Mecir aveva uno stile unico. Si muoveva come un granchio, dotato di letture tanto acute e di un passo così leggero da apparire nei pressi della pallina senza dare l’impressione di essersi mosso. Aveva uno swing compatto e colpi piatti e precisi con una fantastica rotazione del torso. Il suo timing era tale da permettergli di sfruttare senza problemi la velocità dei colpi dell’avversario. Cambiava l’inerzia dello scambio ineffabilmente, e aveva una straordinaria sensibilità di volo.

Contro: avversari dalla palla pesante potevano sommergerlo tirandogli addosso, come ampiamente dimostrato da Ivan Lendl, che lo massacrò nelle due finali Slam che li misero di fronte. L’allora connazionale lo anestetizzò tirando forte al centro, impedendogli così di aprirsi degli angoli. Da contrattaccante puro, Mecir non fu in grado di cambiare le carte in tavola.

Verdetto: ironicamente, un giocatore che sembrava spendere così poco in termini di sforzi ed energie (pensate a Mecir come all’anti-Nadal) vide calare drasticamente il sipario sulla propria carriera – e quindi sulle chance di vincere uno Slam – a causa di un cedimento fisico.

David Nalbandian (2000-13)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: finale a Wimbledon, 2002; altre quattro semifinali (raggiunte in tutti gli Slam)
Saldo nelle finali: 11-13, fra cui le ATP Tour Finals del 2005 e due Masters Series.

Nalbandian riceve una quantità di rispetto inaspettamente alta da parte degli addetti ai lavori. La ex-N.1 britannica Anabel Croft, ora un’opinionista, dice di lui: “La sua tecnica era straordinaria da entrambi i lati. Era un enorme talento, dotato di grandissima sensibilità e di un eccellente servizio, e sapeva quando usare il drop shot“.

Argentino di uno e 80, provvisto di gambe taurine e spalle larghe, Nalbandian sembrava avere un futuro assicurato da campione Slam quando raggiunse la finale di Wimbledon al suo secondo anno nel circuito. Purtroppo per lui, però, l’ispirazione lo coglieva solo a intermittenza, come nel 2005, quando vinse le ATP Finals con un 7-6 al quinto su Federer.

Pro: Nalbandian non temeva nessuno, come dimostrato ampiamente dal suo 8-11 negli head-to-head con lo svizzero. Aveva una consistenza super, specialmente per uno che colpiva in anticipo e semi-piatto, e spesso con angoli estremi. Agile e con un baricentro basso, copriva il campo con rapidità, prefigurando il tennis contemporaneo con la sua abilità di ribaltare l’inerzia dello scambio.

Contro: le carenze di Nalbandian erano legate al suo temperamento. Nel 2006, quando era N.3 ATP, fu notoriamente accusato di scarso impegno durante un match di terzo turno a Wimbledon, perso in tre set. Il motivo? Voleva guardare in TV il quarto di finale dei Mondiali fra Argentina e Germania. Fece scalpore anche la sua sconfitta a tavolino durante la finale del Queen’s nel 2012, quando colpì un giudice di linea con un calcio tanto forte da farlo sanguinare – in virtù di quel gesto, perse quasi 70.000 dollari fra multe e sanzioni varie.

Verdetto: Nalbandian scelse la bella vita a grande scapito della sua carriera, come disse di lui l’opinionista di Tennis Channel Leif Shiras: “Aveva un’aura d’indifferenza che poteva risultare davvero irritante. Ma quando si alzava col piede giusto il suo tennis era assolutamente fuori scala”.

Marcelo Rios (1994-2004)

Best ranking: 1
Migliori piazzamenti Slam: finale all’Australian Open, 1998; altri tre quarti
Saldo nelle finali: 18-13, fra cui la Grand Slam Cup del 1998 e cinque Masters Series.

L’unico N.1 a non vincere uno Slam (oltre che il primo latino-americano a raggiungere la vetta), Rios è la prima scelta della maggior parte degli esperti. Paul Annacone, ex-coach di Federer e analyst per Tennis Channel, riassume il parere di molti suoi colleghi sia nell’ambiente degli allenatori che in quello degli opinionisti quando afferma che Rios “è il più grande talento senza Slam che ho toccato di prima mano. L’ho visto mettere in difficoltà tanti grandi giocatori, e lo faceva senza bisogno di dare il meglio”.

Rios era uno scricciolo di 1.75 per 70 chili, agile e dotato di un timing squisito. Come Mecir, però, anche lui fu prostrato da problemi lombari – giocò il suo ultimo match al Roland Garros del 2003, ritirandosi appena ventisettenne.

Pro: il suo gioco era serico, inattaccabile, traboccante di stregoneria mancina. Sapeva tirare vincenti da qualunque punto del campo, in qualunque momento della partita. Nonostante la bassa statura, il suo servizio era efficace, e si sposava con la sua abilità nel portare gli avversari lontano dalla loro comfort zone. Darren Cahill, analyst di ESPN ed ex-coach del suo rivale Agassi, dice di lui: “I suoi colpi estemporanei era fantastica da vedere, così come l’abilità che aveva di mettere a nudo i difetti degli avversari. Faceva sembrare tutto facile, e veleggiava per il campo apparentemente senza sforzo”.

Contro: Patrick McEnroe, analyst per ESPN [qui potete ascoltare l’intervista di Ubaldo con lui, ndr], si dice convinto che Rios avesse un talento paragonabile a quello di Agassi e persino più varietà. Però, continua McEnroe, “Rios non aveva nè la determinazione né l’etica del lavoro di Agassi. Ci si può solo chiedere se la cattiva forma fisica non sia stata alla base degli infortuni che gli accorciarono la carriera. Non ha mai dato l’impressione di lavorare con la stessa diligenza di molti suoi contemporanei”.

Il suo atteggiamento spocchioso e il disprezzo che nutriva praticamente nei confronti di tutti (compresa la gran parte dei suoi colleghi) foraggiarono innumerevoli articoli. Ebbe numerosi problemi con la legge, come quando venne arrestato a Roma per aver tirato un pugno a un tassista per poi causare una rissa con il poliziotto deputato all’arresto. Un altro analyst di ESPN, Cliff Drysdale, l’ha descritto in questo modo: “Rios aveva un mostruoso talento dal punto di vista fisico, ed era un genio nel colpire la pallina come voleva. Era anche l’atleta con l’atteggiamento più antisociale di sempre”. Nel 2016, Rios ha affermato in un’intervista che due medici gli hanno diagnosticato la sindrome di Asperger.

Verdetto: Se Rios avesse sposato appieno la propria carriera, valorizzato i rapporti umani, e tratto più gioia e soddisfazione dal tennis, avrebbe potuto vincere numerosi Slam.

Robin Soderling (2001-11)

Best ranking: 4
Migliori piazzamenti Slam: due finali al Roland Garros, 2009-10; altri quattro quarti
Saldo nelle finali: 10-10, fra cui un Master 1000 a Bercy.

La carriera di questo Maciste svedese si interruppe nell’estate del 2011, ad appena 27 anni, per via di una mononucleosi da cui non riuscì mai a riprendersi davvero. 1.93 per 90 chili, Soderling vinse titoli su tutte le superfici a parte l’erba, una carenza dovuta principalmente alle poche opportunità a sua disposizione.

Soderling era uno dei pochi giocatori in grado di cancellare chiunque dal campo in qualsiasi momento, grazie alla capacità (e alla propensione) di esprimere potenza pura a piacimento. La più grande dimostrazione la diede nel 2009, quando divenne uno dei soli due uomini a sconfiggere Nadal al Roland Garros – Soderling, tds N.23 appena, mise la parola fine su una striscia di 31 successi consecutivi dello spagnolo nel loro match di quarto turno.

Quasi a voler dimostrare che non fosse stata una coincidenza, Robin raggiunse la finale (persa contro Federer), e replicò l’anno successivo, con Nadal che lo aspettava per prendersi la rivincita.

Pro: Si può partire da un servizio che raggiungeva i 230 orari, che faceva il paio con quel dritto capace di provocare sconquassi sismici. Nonostante una velocità inferiore sul rovescio, la sua altezza e il suo talento gli consentivano di aprire angoli mordaci.

Contro: Soderling aveva una vena umorale che alle volte si traduceva in deficit di autostima ed entusiamo. Al Roland Garros riusciva a compensare la scarsa mobilità, sfruttando la lentezza della superficie per preparare le sue botte da dietro, cosa che stentava a fare su superfici più rapide, dove aveva problemi a mettersi in posizione rapidamente.

Verdetto: Soderling rimane una sorta di mistero. Un uomo silenzioso e introspettivo che riceveva poche attenzioni anche nei suoi momenti migliori, non tornò mai a giocare dopo la mononucleosi. Lasciò la porta aperta per un ritorno fino al ritiro ufficiale avvenuto nel 2015, a oltre quattro anni di distanza dal suo ultimo match ATP.

Pagine: 1 2

Continua a leggere
Commenti

ATP

ATP Amburgo: la finale è Rublev-Tsitsipas

Il russo ha regolato Ruud, mentre Stefanos ha dovuto sudare per battere Garin in tre set.

Pubblicato

il

Sabato di semifinali giovani all’ATP 500 di Amburgo (tutti sotto i 24 anni), con i favoriti, Stefanos Tsitsipas ed Andrey Rublev, che hanno rispettato il pronostico e raggiunto la terza finale stagionale. Sarà anche il loro terzo confronto nel tour, con il bilancio in parità (anche se Rublev ha vinto anche un incontro a livello Challenger).

RUBLEV IMPLACABILE – Andrey Rublev è stato il primo a raggiungere la finale, battendo Casper Ruud per 6-4 6-2 in 85 minuti, ripetendo il risultato dello scorso anno, quando fu battuto in tre set da Basilashvili all’ultimo atto. Il norvegese è stato più aggressivo inizialmente, cercando tanti contropiedi per non permettere a Rublev di accamparsi sulle diagonali dove il russo non ha problemi colpire ad libitum, specialmente con il dritto anomalo.

Questa strategia probabilmente derivava dalla chiusura del tetto, che inficia le rotazioni dei suoi colpi da fondo abbassando il rimbalzo e restringendo il campo, obbligandolo quindi a cercare altre soluzioni per non perdere campo. Il risultato è stato un inside-in appena largo e immediata palla break Rublev, ma Ruud l’ha salvata girando attorno alla pallina con il più classico degli schema da rosso – due sventagli e chiusura lungolinea.

 

In conseguenza a questo atteggiamento atipico per lui, il norvegese è andato sovraritmo, prevalendo quasi solo con i banana shot del suo mentore Nadal. In condizioni così lente, inoltre, Rublev non soffre servizi che non siano di livello assoluto, come si è visto ieri contro Bautista, e ha risposto quasi sempre sul rovescio dell’avversario anche sulla prima. Per finire, il russo ha tenuto un’alta percentuale di punti con la prima, 70 percento contro il 48 dell’avversario – è forse l’epitome di un nuovo flipper agassiano da fondo.

Nel terzo gioco, una risposta vincente di dritto e due errori di rovescio di Ruud hanno dato la palla break a Rublev, concretizzata con due dritti dominanti seguiti a rete per lo smash a rimbalzo. Il russo ha provato ad allungare ulteriormente grazie ad un’altra palla break nel quinto gioco (ha avuto chance in ciascuno dei primi tre turni al servizio dello scandinavo), ottenuta con una risposta vincente di rovescio e con un rimbalzo fedifrago. Ruud ha però spinto ed è sceso a rete grazie a un buon contropiede di rovescio. Altra risposta bimane, altra buca, altra palla break, ma stavolta il semifinalista di Roma ha pulito la linea laterale con il suo, di rovescio lungolinea.

Salvatosi dal doppio break, Ruud ha colpito una buona risposta fra i piedi che gli ha dato la palla del contro-break, sfruttata con una risposta vincente di dritto, ma un brutto errore con lo stesso colpo ha rimandato avanti l’avversario, bravissimo a tirar fuori una contro-smorzata a cui la terra è stata decisamente lieve, in senso buono:

In una fase di stanca, un dritto in rete di Rublev ha dato due palle del 4-4 a Ruud, ma la tds N.5 ha spinto bene chiudendo con una smorzata e pareggiato i conti con una prima vincente, chiudendo facilmente il set in 49 minuti. Ruud ha richiesto l’intervento del fisioterapista per un problema alla spalla destra a cavallo fra i due parziali, e ha subito perso il servizio su un doppio lungolinea dell’avversario, il cui dritto ha continuato a farla da padrone, dandogli l’1-0.

Nonostante il nastro abbia aperto uno spiraglio con la palla del contro-break, tre prime consecutive (dopo l’uno su sette iniziale) hanno cavato Rublev d’impaccio; Ruud è quindi crollato, concedendo il doppio break senza colpo ferire. Il russo si è distratto, restituendone uno con due doppi falli consecutivi, ma da lì in avanti ha proceduto a velocità di crociera, salendo 5-2 con un rovescio vincente e chiudendo poco dopo.

“Casper ha giocato davvero bene in queste due settimane, poteva anche finire in un altro modo”, ha commentato il vincitore. “Mi mancava la presenza degli appassionati, anche perché qui ad Amburgo negli anni scorsi lo stadio pieno fin dai primi turni – è sicuramente un torneo speciale per me!” Per Rublev sarà la terza finale stagionale dopo le vittorie di inizio anno a Doha ed Adelaide; questa sarà però la chance di vincere il suo primo 500.

TSITSIPAS SORRIDE – Il greco ha invece impiegato due ore e 15 minuti per battere Cristian Garin, uno dei migliori performer su terra della stagione, con il punteggio di 7-5 3-6 6-4. Entrambi benissimo al servizio all’inizio, specialmente il cileno, che ha messo dentro 19 dei suoi primi 21 servizi (facendo però “solo” il 63% dei punti), mentre Tsitsipas è stato molto efficace con entrambe le battute, iniziando 11/15 con la prima e 6/9 con la seconda.

Il greco ha concesso una palla break nel quinto gioco, ma ha tirato una prima vincente, come successo di frequente questa settimana. La prima chance per Tsitsi è arrivata nel sesto game, quando Garin ha sparacchiato un dritto, ma la risposta di rovescio si è spenta in mezzo alla rete. Garin ha però continuato a regalare, scentrando un rovescio e concedendo il break con un doppio fallo.

Al momento di servire per il set, però, Garin è salito 15-40 su una palla corta sbagliata dalla seconda testa di serie, sfruttando due buone risposte incrociate da sinistra e rimandando tutto di là (il cileno ha una consistenza veramente straordinaria con i colpi in corsa), strappandogli la battuta quando un passante complicato si è fermato in rete. Dopo un game di battuta un po’ fortunoso (una volée dubbia gli è stata chiamata dentro sullo 0-15), Tsitsipas si è fatto trovare pronto, e si è guadagnato due set point grazie a un doppio fallo del cileno, chiudendo immediatamente con un passante di rovescio dopo 53 minuti – decisiva la differenza con la seconda, 62 percento per Tsitsipas, 33 per Garin.

Molti gli scambi intensi, soprattutto perché questa settimana il dritto di Tsitsipas è lontano parente di quello “ammirato” contro Sinner a Roma, ed è anzi diventato un colpo eccezionale anche sulla terra, carico e difficile da leggere, mentre Garin ha cercato di prendere l’iniziativa quando possibile, appiattendo il dritto in cross e scendendo a rete il doppio dell’avversario (10-5 nel primo).

Il campione di Cordoba e Rio non si è scoraggiato, e ha breakkato nel terzo gioco del secondo set, quando Tsitsipas si è inizialmente salvato con la prima, ma nulla ha potuto sulla risposta in allungo dell’avversario:

Tsitsipas ha rischiato di sbandare ulteriormente nel quinto gioco, ma la prima gli è venuta in soccorso di nuovo. Garin ha però servito in maniera clamorosa, vincendo 14 punti su 16 con la prima, e non gli ha mai dato la benché minima possibilità di rientrare nel parziale, chiudendo anzi con un ulteriore break, suggellato da un rovescio tonitruante. Solo tre errori non forzati per lui nel secondo, e match al parziale decisivo dopo un’ora e mezza – primo set perso nel torneo da Tsitsipas, che ha chiesto l’intervento del preparatore prima dell’inizio del terzo.

Il greco è riuscito a ricomporsi, tornando intoccabile al servizio com’è stato per tutta la settimana (sopra l’80 e con la prima e con la seconda), e ha aspettato il momento propizio, arrivato nel quinto game quando Garin ha completamente perso il campo, sbagliando due rovesci e commettendo due doppi falli. L’andamento del set è stato speculare a quello del precedente, perché Stefanos ha difeso senza affanni i turni di battuta (Garin ha anche avuto bisogno di un breve trattamento al ginocchio destro), e ha chiuso a rete per la sua terza finale della stagione – cercherà il suo secondo titolo dopo Marsiglia.

“La partita è stata durissima ed equilibrata, ma sono stato bravo a sfruttare i miei punti di forza”, ha detto alla fine. “Mio fratello è venuto qui dieci anni fa e mi ha sempre detto che il torneo e l’organizzazione sono fantastici, e sono felice di essere riuscito a giocare così bene in una città bellissima”. Decisamente piacione il greco, che ha chiuso con un “ho imparato a dire ‘ich lieben Hamburg'” appena appena melenso… Anche per Tsitsipas questa sarà l’occasione di vincere un 500, anche se il greco ha pur sempre vinto le ATP Finals, un filo più importanti.

Risultati:

[5] A. Rublev b. C. Ruud 6-4 6-2
[2] S. Tsitsipas b. C. Garin 7-5 3-6 6-4

Il tabellone completo

Continua a leggere

Flash

Svitolina rimanda Rybakina: è suo il titolo di Strasburgo

L’ucraina resiste al tentativo di rimonta della giovane kazaka e vince il quindicesimo titolo in carriera

Pubblicato

il

Elina Svitolina - WTA Strasburgo 2020 - Foto Michel Grasso / C’est qui Maurice ?

[2] E. Svitolina b. [5] E. Rybakina 6-4 1-6 6-2

Elina Svitolina è la campionessa dell’edizione 2020 del torneo WTA di Strasburgo. L’ucraina in finale ha fatto valere la propria esperienza contro un’avversaria giovane e insidiosa come Elena Rybakina, che per larghi tratti della partita le ha procurato ben più di qualche grattacapo. Svitolina è stata molto brava a prendersi il primo parziale con un break nella pancia del set, poi difeso senza patemi. Nel secondo però è stata investita dalla tempesta Rybakina che a suon di vincenti ha aperto una breccia nella difesa di Svitolina, rifilandole un severissimo 6-1.

Sulle ali dell’entusiasmo, Rybakina si è procurata ben quattro palle break in avvio di terzo set, ma non è riuscita a concretizzarle. Lo scampato pericolo ha fatto scattare qualcosa nella mente di Svitolina, che sa bene come comportarsi in una finale e soprattutto sa ben cogliere i momenti di sbandamento delle meno esperte avversarie. Rybakina ha quindi cominciato ad alternare ottime cose a errori più banali, spinta a prendersi molti rischi da una Svitolina nuovamente centrata e solidissima in difesa. La kazaka dopo aver salvato due palle break ed essersi portata sul 2-2, è riuscita a vincere appena tre punti nei successivi quattro game. Una splendida controsmorzata di Svitolina e un rovescio lungo di Rybakina hanno deciso gli ultimi due punti di una partita tutto sommato divertente, durata poco meno di un paio d’ore.

 

Svitolina si porta dunque a casa il quindicesimo titolo della carriera e conferma l’ottimo feeling con le finali: 15-3 il saldo con una sola sconfitta nelle ultime dodici disputate (alle WTA Finals 2019 contro Ashleigh Barty. Al contrario Rybakina si conferma come una delle giocatrici più in forma del 2020, ma continua a peccare un po’ di killer instinct nei match per il titolo. Con questa infatti diventano ben quattro le sconfitte in finali nel 2020, a fronte di una singola vittoria (2-5 il bilancio in carriera).

Il tabellone completo

Continua a leggere

Focus

La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Camera 508, tennis e amore al Country Club di Montecarlo

Oggi vi proponiamo una recensione particolare: è un libro che deve ancora ‘diventare libro’, e che può diventarlo anche con il vostro aiuto. C’è il tennis, una camera d’albergo e il cielo stellato del Principato

Pubblicato

il

“Il giorno seguente al Country Club fu una giornata infinita. Il sole splendeva ma le partite andarono tutte oltre le due ore di gioco. L’ultimo incontro sul campo centrale vide impegnato, in una battaglia di tre set e quasi tre ore, un giocatore romano che ebbe la meglio, a fatica, su un giovane russo. I giornalisti italiani furono quindi costretti in sala stampa fino a tardi, malgrado quella sera fosse prevista la cena di gala al Salon des Etoiles. Quel salone doveva il nome al fatto che il tetto poteva aprirsi completamente, regalando la visione del cielo stellato del Principato agli ospiti. Ginevra e Isabella prima dell’inizio del terzo set sgattaiolarono negli spogliatoi del Country Club per prepararsi al ballo…”.

Chiara Gheza da Breno, Brescia, ma trapiantata a Como ormai da anni, di professione non fa la scrittrice, ma in una vita caleidoscopica scrive per diletto quando le pare e, forse, è il motivo per cui le viene particolarmente bene dedicarsi alla nobile arte. Il virgolettato di cui sopra è infatti una pillola estrapolata dalla sua seconda fatica letteraria, Camera 508, che vedrà la luce a breve e che abbiamo scelto per questa edizione speciale de ‘La Piccola Biblioteca di Ubitennis’. Camera 508 fa seguito al precedente Game, set and love del 2014. Il fil rouge tra due romanzi distanti un lustro è l’amore, narrato da Chiara in tutte le accezioni possibili con predilezione per quelle meno convenzionali e talvolta politicamente scorrette, dunque imprevedibili, vero e proprio antidoto alla noia.

Anche il tennis – un’altra grande passione dell’autrice – è, come abbiamo avuto modo di scoprire poc’anzi, questione ricorrente nelle vicende sentimentali dei protagonisti e, se è vero che la complessità psicologica della disciplina diabolica che fu di Bill Tilden è in grado di estrarre con casualità disarmante il meglio e il peggio dell’animo umano, è vero altresì che della vita, quindi delle passioni che la alimentano, è prezioso e azzeccato paradigma. Perché un match è un’esistenza condensata in un pomeriggio d’agone e viceversa. Giocare di sponda con il tennis, raccontando storie del vissuto quotidiano, è dunque un raffinato plus dal quale è facile essere assorbiti, in un’esperienza che ci farà riflettere.

 

Camera 508 è, intanto, qualcosa che non si era ancora letto e ha per genesi una domanda intrigante: può l’amore giustificare azioni razionalmente sbagliate? Chiara lavora in hotel, ne conosce le dinamiche e, soprattutto, è un’attenta osservatrice della realtà sociale che la circonda, con predilezione per i rapporti sentimentali. Il risultato della spiccata peculiarità di ‘scopritrice di attimi’ è pertanto la somma dei dodici racconti che compongono un libro che ha il pregio di fissare una graduatoria spesso incontrovertibile: quella del cuore sulla ragione. Anche quando risulta difficile ammetterlo. La camera di albergo è allora il playground dove a fronteggiarsi sono le emozioni contrastanti che pervadono gli amanti, combattuti tra la necessità di compiacere la società dell’apparenza, che si nutre di stereotipi e facciate immacolate, e l’esigenza interiore di dare sfogo a passioni difficilmente arginabili. Quelle il cui passaggio non lascia mai nulla di inalterato.

Per sapere cosa potrà avere la meglio – se Vittorio, per esempio, preferirà le certezze della moglie Cristina o il fuoco di Maria Sole oppure che ne sarà di Timothy e dell’amore forse proibito della sua vita – l’invito è, manco a dirlo, quello di acquistare il libro, proposto in crowdfunding da una casa editrice innovativa – Bookabook – che coinvolge i lettori nel processo di realizzazione. In definitiva, le dodici esperienze che prendono firma e colore dalla penna di Chiara, se non hanno la presunzione di insegnarci a vivere meglio, rivelano però un assioma colpevolmente sottostimato: la miglior versione di noi stessi è quasi sempre la più spontanea. Nella vita, in amore, sul campo centrale del Country Club. Figuriamoci nella camera numero 508.

Acquista qui il libro

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement