Le regine del Roland Garros: il favoloso destino di Francesca Schiavone

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Le regine del Roland Garros: il favoloso destino di Francesca Schiavone

Il 5 giugno 2010 è una giornata storica per il tennis e lo sport italiano. Francesca Schiavone trionfa al Roland Garros battendo in finale Samantha Stosur; prima donna italiana a vincere un Major e primo titolo Slam azzurro dopo la vittoria di Panatta a Parigi nel 1976

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“SCHIAVO, NOTHING IS IMPOSSIBLE” – È vero, niente è impossibile quando si parla di Francesca Schiavone. La frase, fatta stampare sulle t-shirt dagli amici dell’azzurra prima di partire alla volta di Parigi per assistere alla sua finale contro la Stosur, riassume in qualche modo il destino della campionessa milanese. Francesca ha fatto della grinta e della resilienza, dentro e fuori dal campo, una filosofia di vita. Niente è impossibile, Francesca, come vincere a quasi 30 anni il Roland Garros, da numero 17 del mondo, dopo 12 anni di carriera. Quando nessuno avrebbe immaginato che lei, dal tennis geniale, imprevedibile ma altrettanto ‘difficile’, avrebbe sbaragliato avversarie favorite sulla carta, migliori in classifica e affamate di primi grandi successi come Li Na, Elena Dementieva, Caroline Wozniacki e Samantha Stosur.

Eppure, una dopo l’altra, Francesca le fa cadere come birilli, stordite da un tennis fantasioso, brillante, intelligente e audace. Fino allo storico 5 giugno. La finale contro Stosur è un gioiello. La partita della vita per l’azzurra che, senza il minimo timore, disputa un match perfetto tecnicamente e mentalmente, sovrastando un’avversaria stranamente insicura – resa però tale dalla sicurezza di ‘Schiavo’ – con lo score di 6-4 7-6(2) in un’ora e 38 minuti di gioco. È il primo, storico, successo Slam di una tennista italiana. Ma facciamo un passo indietro.

TENNIS IN CRESCENDO – Schiavone arriva a Parigi reduce dalla vittoria al torneo di Barcellona (terzo titolo della carriera fino a quel momento, dopo Bad Gastein nel 2007 e Mosca nel 2009) e indossando la casacca di numero 17 in classifica. Il primo turno si rivela alquanto ostico poiché contro la russa Regina Kulikova, Francesca è costretta a rimontare dopo aver ceduto il primo parziale per 7-5. La reazione è però immediata e vince il match con lo score di 5-7 6-3 6-4. Un segnale? Forse, perché da quel momento la Leonessa non perderà più un set – saranno tredici consecutivi – mettendo in campo, match dopo match, un tennis dal coefficiente di difficoltà progressivamente più elevato con variazioni e un’idea d’attacco più o meno continua. Francesca regola la pratica Sophie Ferguson al secondo turno con un doppio 6-2, ma il suo torneo comincia ad assumere una dimensione differente quando rifila all’undicesima favorita Li Na – Schiavone ovviamente non può saperlo, ma se la ritroverà di fronte in finale un anno dopo – un perentorio 6-4 6-2.

 

Agli ottavi affronta un’altra russa, la trentesima testa di serie Maria Kirilenko. ‘Schiavo’ non si scompone e si regala un’altra vittoria convincente con un doppio 6-4. Il livello di difficoltà sale ma anche la numero tre del mondo Caroline Wozniacki non riesce a vincerle un set, fermandosi anzi a quota cinque game (6-2 6-3). A questo punto Francesca è già nella storia del tennis italiano poiché è diventata la prima tennista a qualificarsi per la semifinale di uno Slam. Ma evidentemente, non è finita qui.

Sul suo cammino si profila la terza sfida contro una tennista russa, Elena Dementieva, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino e una delle più forti giocatrici al mondo a non aver mai vinto uno Slam. Il primo set è combattuto e Francesca riesce ad aggiudicarselo solo al tie-break. Poi Elena è sfortunata poiché un infortunio al polpaccio la obbliga ad abbandonare il campo. Il sogno italiano continua. Schiavone è adesso la prima italiana (donna) ad issarsi in una finale Slam, per giunta sulla terra splendente del Roland Garros, suo torneo prediletto.

IL BACIO PIÙ BELLO – Le scene dei baci più memorabili e commoventi hanno fatto la storia del cinema, come ci insegna la struggente sequenza del film di Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso. Ma anche il tennis ha i suoi baci storici. Baci (e abbracci) di passione, lacrime, gioia e orgoglio, stampati su coppe, racchette, erba, terra e cemento. O sulle labbra della persona amata. Francesca, distesa a terra, che bacia a lungo il suolo del Philippe Chatrier dopo il rovescio steccato da Stosur sul match point azzurro è una delle immagini più belle della storia del tennis. In quell’abbandonarsi sull’ocra parigina c’è tutta la storia d’amore di Francesca con il tennis, la passione per la terra rossa che, quel 5 giugno 2010, ha saputo riconoscerle la grandezza, dopo anni di sacrifici, dedizione e battaglie.

Per alcuni secondi c’eravamo solo io e lei, la mia terra” ha ammesso ‘Schiavo’ in una recente intervista a Sport Week. “Mi sono stesa e l’ho baciata. Bellissimo, indimenticabile. Il rosso è stato il terreno dove sono cresciuta come tennista e dove ho vinto di più”. E in un’altra intervista di alcuni giorni fa, rilasciata a Gaia Piccardi per il Corriere della Sera, ha ricordato: “È buffo: ricorda più il corpo della mente, la sensazione della pancia e delle gambe per terra sul centrale ruvido“.    

In finale, Stosur era favorita – almeno sulla carta, da n.7 del mondo. Tennista coriacea, potente, completa, dal kickkone di servizio fastidioso e capace di un top spin complicato da gestire. Ma la Leonessa affila gli artigli e passa all’attacco. Disegna il campo alla perfezione, scende a rete appena possibile e le ruba il tempo. In campo è una gazzella, veloce e chirurgica. Ancora a Sport Week, la stessa Francesca, ripensando a quella finale, ha detto di aver saputo trovare la chiave per contrastare un’avversaria pericolosa: “Come l’ho battuta? Con una scelta tattica […]. Avevo deciso che contrariamente al solito avrei aggredito il suo servizio. Lei giocava molto bene il kick, soprattutto sul rovescio. La mia scelta è stata fare due passi dentro al campo per colpire la pallina nella fase ascendente, d’anticipo. Sapevo che l’avrei sorpresa, non se lo sarebbe mai aspettato. Perché è molto difficile rispondere in questo modo giocando a una mano. Cosi è stato. Avere uno schema preciso prima di entrare in campo voleva dire aver già fatto più del cinquanta per cento per vincere. E in ogni caso nella mia testa c’erano anche un piano B e un piano C“.

Insegnamenti preziosi, soprattutto per molte giovani tenniste che, troppo spesso, si ostinano a rimanere inchiodate a fondo campo senza modificare di una virgola uno schema di gioco ormai meccanicizzato.

Oltre al timing perfetto nel gioco di volo e nell’impatto con la palla da fondo, proprio il suo magnifico rovescio ad una mano svolge un ruolo determinante nell’esito straordinario di quell’incontro. Ancora al Corriere, ‘Schiavo’ ha confermato lo stato di grazia di quel 5 giugno 2010 e la particolare fiducia nella risposta di rovescio. “Ero totalmente calata nel momento e nella situazione. Ricordo il pensiero prima dell’ultimo punto: mandami la palla, che la gioco come voglio io. Se mi servi sul rovescio, io la colpisco alta, in anticipo, e te la rimando sul rovescio. Io posso, io faccio, io, io, io. Zero paura, soltanto positività“. Rovescio che invece tradisce una Samantha Stosur destabilizzata dal piglio vincente di Francesca. Sul 6-4 6-6 (6-2) in favore della milanese, l’australiana stecca. Il sogno diventa realtà e, 34 anni dopo il successo di Adriano Panatta, sul Philippe Chatrier viene suonato di nuovo l’inno di Mameli.

I risultati della stagione le consentono di partecipare alle WTA Finals di fine anno, dove si fermerà ai gironi a causa della sconfitta proprio contro Sam Stosur. All’inizio della stagione successiva Francesca raggiunge il suo best ranking come numero 4 del mondo. Come anticipato, chiamata a difendere il titolo a Porte d’Auteuil nel 2011, raggiunge di nuovo la finale. Sfortunatamente, all’ultimo round contro Li Na, Francesca è vittima di un’infausta chiamata arbitrale che condiziona inesorabilmente l’andamento del match. Non c’è la vittoria ma resta la conferma di essere entrata nella storia del tennis e sicuramente del torneo parigino. In carriera Francesca vincerà in totale otto titoli a fronte di 12 finali perse. Eppure la battaglia più importante l’ha vinta lo scorso anno, quando ha sconfitto il tumore ed è tornata a sorridere come e più di prima. Infinita Leonessa, in campo e fuori.


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ATP

Sinner rientra male in campo all’ATP di Atlanta: O’Connell lo elimina in due set

Prestazione sottotono per l’altoatesino, al rientro in campo dopo un mese. Manca tre set point nel primo set e incassa una delle peggiori sconfitte dell’anno

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Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Doveva essere un nuovo inizio per Jannik Sinner all’ATP 250 di Atlanta. Le partite poco convincenti giocate negli ultimi tre mesi hanno convinto il giovane altoatesino a saltare i Giochi Olimpici e continuare a preparare la stagione su cemento nordamericano. Ma l’intenso periodo che si chiuderà con lo US Open è partito molto male per Sinner.

All’esordio nel torneo di Atlanta, è stato eliminato da Christopher O’Connell (n. 132 ATP) in due set, avendo anche mancato tre set point nel tie-break del primo set. Al di là del punteggio (il primo set, come detto, si è deciso su due punti), si è visto un Sinner molto negativo. Sicuramente vincere quel primo parziale avrebbe aiutato tanto il nostro giocatore a prendere fiducia, che è l’obiettivo di questi tornei di preparazione agli appuntamenti più importanti, ad agosto.

Jannik non è partito male. Ha provato a lasciare andare i colpi, pur trovando qualche difficoltà a fare la partita, com’è normale che sia dopo un mese senza partite ufficiali. Un punto ben giocato, conquistato al servizio sul 4-5 dopo due ottime soluzioni di O’Connell, sembrava avergli dato una bella carica. Lo stesso si può dire per la risposta vincente che nel tie-break gli ha dato la possibilità di andare al servire per il primo set sul 5-4. Sul primo set point, l’australiano ha spinto col dritto, costringendo all’errore Jannik. Poi ha scagliato un servizio vincente. Un suo regalo ha dato all’azzurro un terzo set point: nei due punti successivi si è però fatto infilare da due passanti tutt’altro che fulminanti del suo avversario. Le incertezze a rete di Sinner sono ormai croniche, ma la lentezza nell’andare in avanti hanno sottolineato quella mancanza di fiducia che si porta dietro da qualche tempo.

 

O’Connell ha chiuso il primo set con un ace e nel primo game del secondo set ha approfittato di un Sinner con la testa ancora al tie-break e ai set point mancati. Se un primo set giocato con poche pretese può essere accettabile per chi rientra da una piccola pausa, è poco confortante il secondo parziale di Jannik. Si può perdere un po’ di smalto – soprattutto a quest’età – a livello di gioco, ma il carattere e la determinazione a questi livelli devono sempre essere al massimo. Le uniche piccole occasioni le ha create nel sesto game (15-30), ma le ha giocate piuttosto male, sbagliando in risposta e un dritto che avrebbe creato problemi a O’Connell. Dopo aver tremato sui primi due match point al servizio sul 5-4, ha archiviato l’incontro guadagnandosi il primo quarto di finale ATP in carriera.

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ATP

ATP Kitzbuhel: Mager cede in tre set contro Altmaier, Ruud rischia ma passa

L’azzurro recupera e vince un secondo set quasi perso, ma alla fine deve arrendersi al terzo. Il tedesco affronterà Martinez: in ballo la prima finale ATP per entrambi

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Si interrompe ai quarti di finale la corsa di Gianluca Mager nel torneo ATP 250 di Kitzbuhel. L’azzurro non è riuscito a dare seguito alla sofferta e rocambolesca vittoria contro Albert Ramos Vinolas e si è dovuto arrendere in tre set al tedesco Daniel Altmaier, già giustiziere di Marco Cecchinato nella giornata di ieri. Mager è comunque uscito a testa alta, dopo l’ennesima ottima prova di tenuta mentale. La partita infatti sembrava ormai avviata verso una rapida conclusione quando il tedesco si è ritrovato a servire per il 5-1 nel secondo set dopo aver vinto il primo con un netto 6-1. Mager però ha reagito, non ha mollato e ha recuperato uno dei due break di svantaggio. Altmaier si è comunque presentato a servire per il match sul 5-4, ma ancora una volta, con le spalle al muro, l’italiano ha trovato le forze per strappare la battuta all’avversario e rimanere in partita.

La contesa si è dunque trascinata al tiebreak, vinto di misura da Mager in virtù di un unico minibreak nel decimo punto. Nonostante la delusione per il set appena perso, Altmaier non ha ridotto la pressione e anzi si è procurato tre palle break nel quarto game, tutte ben annullate da Mager. Nel gioco successivo è stato poi l’italiano a sfiorare il break, senza però riuscire a concretizzare l’allungo. Dal 3-3, la rinnovata predominanza da fondo del tedesco ha aperto una striscia di tre giochi consecutivi che hanno posto fine all’incontro. In semifinale Altmaier sfiderà Pedro Martinez che ha rifilato un secco 6-2 6-2 a Josef Kovalik nel primo match di giornata. Entrambi inseguono la prima finale delle rispettive carriere.

Continua la caccia alla tripletta di Casper Ruud, che a dispetto delle grosse difficoltà odierne si conferma squalo nello stagno dei tornei minori su terra. Il norvegese ha rischiato, e anche tanto, nel suo quarto di finale contro Mikael Ymer, ma alla fine è riuscito a spuntarla in tre set, nonostante una giornata non brillante e qualche problemino fisico, forse dovuto alla stanchezza. Per gran parte del match infatti, Ruud è apparso meno pimpante del solito e meno dominante col dritto. A inizio secondo set, dopo aver perso il primo 6-3, la testa di serie numero uno ha richiesto un medical time out per un qualche fastidio al braccio destro. La pausa non ha sgomentato più di tanto Ymer che ha mantenuto un generale predominio e, per ben due volte, ha servito per accedere alla semifinale, sul 5-4 e sul 6-5. In entrambe le occasioni però è rimasto troppo passivo, subendo l’iniziativa di un Ruud troppo esperto per non approfittare delle sue esitazioni. Nel tiebreak poi la medesima differenza di freddezza si è fatta nuovamente sentire, permettendo a Ruud di pareggiare il conto dei parziali.

 

Come ampiamente prevedibile, il terzo set non ha storia e solo un piccolo impeto d’orgoglio di Ymer impedisce che la sfida si concluda con un ingeneroso bagel in favore di Ruud. In semifinale il norvegese troverà Arthur Rinderknech che a sorpresa ha eliminato la testa di serie numero tre, Filip Krajinovic, con un netto 6-4 6-1.

Risultati
[SE] D. Altmayer b. G. Mager 6-1 6-7(5) 6-3
P. Martinez b. [Q] J. Kovalik 6-2 6-2
[ALT] A. Rinderknech b. [3] F. Krajinovic 6-4 6-1
[1] C. Ruud b. M. Ymer 3-6 7-6(5) 6-1

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Editoriali del Direttore

Olimpiadi Tokyo 2020: nulla da fare per Giorgi e Fognini. La ‘maledizione’ di Hubert de Morpurgo

TOKYO – Tennisti azzurri lasciano Tokyo con zero medaglie olimpiche Perfino in un anno in cui il tennis italiano aveva brillato, Ma Berrettini e Sinner non c’erano. I 9 falli di piede di Fognini non sono…accettabili!

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Camila Giorgi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Per come andavano le cose quest’anno, con il tennis italiano che ha certamente vissuto un periodo magico, si potrebbe parlare dell’infinito protrarsi della… “maledizione di De Morpurgo”.

Infatti dacchè il barone Hubert Louis de Morpurgo, conquistò un bronzo nel 1924 ai Giochi di Parigi – quando giocarono 124 tennisti di 27 nazioni, l’oro andò all’americano Vinnie Richards, l’argento al francese Henri Cochet; il tennis era incluso fra le discipline fin dalla prima Olimpiade di Atene del 1896, si affrontarono 13 tennisti di 7 nazioni   – non c’è più stato verso di conquistare un medaglia.

E sì che de Morpurgo era un italiano per modo di dire. Infatti era nato a Trieste, il 12 gennaio 1896, quando il capoluogo giuliano era una città austriaca che divenne italiana soltanto dopo la prima guerra mondiale. Ma non è solo per questo motivo che lo si poteva definire un italiano sui generis. La sua mamma, Mary Catherine Lili Branson era inglese. Il padre, Julius von Morpurgo, era un barone di origini tedesche. A Hubert fu fatto prendere un passaporto cecoslovacco, forse perché l’essere nato a Trieste in tempi incerti non dava sufficienti garanzie di continuità.

 

Più cosmopolita di così! E anche globetrotter in tempi in cui quelli che potevano permettersi di viaggiare alla grande, e di giocare ovunque a tennis, appartenevano certamente a un’assoluta elite iper-privilegiata. Lui, di famiglia ovviata agiata oltre che aristocratica, era stato campione junior inglese nel 1911, perchè aveva frequentato in Gran Bretagna la high school. Poi si era trasferito a Parigi e lì aveva vinto nel 1915 i campionati studenteschi universitari.  Insomma, Hubert de Morpurgo può dire di essere stato campione inglese, francese, italiano, cecoslovacco.

Così quando la rivista americana Tennis scrisse di lui che lui era il Tilden del suo Paese – forse perché aveva un ottimo servizio, un bel dritto piatto, una buona copertura della rete anche se sullo smash era piuttosto falloso – non era scontato capire bene a quale Paese si riferisse. Anche perché quelle righe furono date alle stampe ben prima che Benito Mussolini, nel 1929, lo nominasse direttore tecnico del tennis italiana, dopo che de Morpurgo aveva raggiunto i quarti a Wimbledon 1928 e prima che centrasse le semifinali al Roland Garros 1930, in entrambi i casi perdendo da Henri Cochet, uno dei quattro celebri mousquetaires francesi.

La nomina da parte del Duce – appassionato di tennis di cui è rimasta famosa la frase che disse al suo Maestro Mario Belardinelli dopo l’ennesimo rovescio sbagliato “Noi tireremo dritto!” – fu fatta, alla vigilia della prima edizione degli Internazionali d’Italia che, per cinque anni furono giocati a Milano prima di trasferirli al Foro Italico.

De Morpurgo giocò quella prima edizione, approdando alle due finali, del singolare come del doppio. Perse entrambe da – appunto – Big Bill Tilden: 6-1 6-1 6-2 in singolare, 6-0 6-3 6-3 da Tilden e Wilbur Coen, lui in coppia con Placido Gaslini. Fu comunque il Barone a decidere di giocare nobilmente per l’Italia… così almeno una medaglia di bronzo la federazione italiana, nata al mio Circolo Tennis Firenze delle Cascine il 18 maggio 1910 con primo presidente il marchese “secolare vinattiere” Piero Antinori, la può vantare. Prima o poi la vincerà anche il presidente Binaghi, me lo sento.

Paolino Canè e Raffaella Reggi nel 1984 a Los Angeles, vinsero una medaglia di… finto bronzo. Non valeva. Il tennis era …”sport dimostrativo”. Nel 1981 era stato deciso che il tennis sarebbe stato riammesso ai Giochi, 60 anni dopo Anversa (1928). Ma si sarebbe ufficializzato il rientro nel 1988 a Seul. La doppia impresa di Canè e Reggi non è dunque finita in alcun palmares. E ancor meno c’è finito quel torneo che si svolse a Guadalajara nel ’68, durante i Giochi di Città del Messico, e che fu vinto dopo cinque set da Manolo Santana su Manolo Orantes che, diciannovenne, nei quarti aveva sconfitto Nicola Pietrangeli, ormai trentaquattrenne.

Insomma, per quanto riguarda Tokyo 2020 il medagliere azzurro dovrà sperare nel contributo di altre discipline. Restano zero le medaglie tennistiche dopo quella primissima e unica conquistata dal Barone.

Hubert De Morpurgo

Purtroppo era prevedibile che ciò accadesse fin dal momento in cui Matteo Berrettini aveva dovuto dare il suo addolorato forfait a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi. Il romano finalista a Wimbledon sarebbe stato testa di serie n.6, la posizione poi occupata da Carreno Busta che, battuto stamattina il tedesco Koepfer, giocherà questo giovedì per una medaglia nei quarti contro Medvedev, il russo sofferto giustiziere di Fabio Fognini (6-2 3-6 6-2).

Un punteggio bugiardo. Fognini è stato molto più in partita di quanto non dica in particolare il 6-2 del terzo set, che potrebbe far presumere un crollo che non c’è stato. Medvedev aveva dovuto superare una grossa crisi fisica, per il calore e l’umidità di una giornata che non aveva nulla in comune con quella fresca di martedì (causata dalla grande depressione denominata Nepartak e ovunque presentata come un tifone che però non c’è stato).

Medvedev, di cui registriamo a parte la furibonda reazione ad una domanda rivoltagli in inglese malcerto da un collega di cui Daniil ha chiesto in modo assai brusco addirittura l’espulsione dai Giochi, ha dovuto superare un momento difficilissimo nel secondo set e poi salvare tre palle break consecutive nel primo game del terzo. Quindi altre tre sul 4-2 per lui dopo aver conquistato il break decisivo nel secondo game in cui forse  Fabio ha commesso l’errore di ripensare alle occasioni perdute nel game precedente. Dall’0-40 del primo game Fabio ha infatti ceduto dieci punti di fila. E quel break non è più riuscito a recuperarlo.

Il Medvedev che ha battuto Fognini non mi è parso imbattibile. Certo per batterlo bisogna avere una capacità di concentrazione diversa da quella di cui è evidentemente capace Fognini. Anche in una giornata in cui ha complessivamente giocato bene. E, come ha detto lui, alla pari con il secondo tennista più forte del mondo.

Ma un tennista che non fa serve&volley non può incappare su nove falli di piede! Basta stare un minimo attento prima di andare a servire. Ho capito che faceva un caldo insopportabile, quello che ha costretto Badosa a ritirarsi dopo il primo set e ha messo in crisi lo stesso Medvedev che diceva di non riuscire più a respirare. Però che ci vorrà mai a guardare la riga di fondo e, all’atto di servire, stare attento a mettere i piedi cinque centimetri più indietro? Soprattutto quando ti rendi conto che i giudici di linea qui sono “gendarmi” inflessibili, pignoli al millimetro. Nell’arco di un match equilibrato e ben giocato, rinunciare a priori a nove prime palle di servizio, innervosendosi immancabilmente prima di giocare la “seconda” è un handicap che non si può concedere al n.2 del mondo.

Fabio ha fatto solo due doppi falli, l’ultimo sul match point…, ma è inevitabile che quando giochi la “seconda” non puoi che farlo in modo conservativo, la giochi più piano. E con un avversario che risponde come Medvedev non fare che una brutta fine. Non esistono sensori che inseriti nelle scarpe (nella testa?) di Fognini lo avvertano quando sta per toccare la linea bianca?

A questo punto fra i quattro che hanno raggiunto i quarti di finale della metà bassa del tabellone, Khachanov (vittorioso su Schwartzman) e Humbert (su Tsitsipas), Medvedev sembra il più serio candidato a un posto in finale. Dove, per quanto concerne la metà alta, qualunque nome diverso da Djokovic – che nei quarti trova Nishikori e poi il vincente di Zverev-Chardy – sarebbe una gran sorpresa. Anche se Zverev non ha sempre perso con Djokovic: il bilancio è 6-2 per Nole, con Sasha che ha vinto due finali, a Roma 2017 e a Londra ATP Finals 2018.

Piuttosto, dopo l’accenno di poco fa all’assenza di Berrettini, non c’è dubbio che anche la rinuncia di Jannik Sinner ci abbia tolto un’altra gran bella possibilità. Soprattutto se si pensa che un quarto di finale lo giocheranno due sue recenti vittime: Khachanov e Humbert. Qui c’erano solo 16 teste di serie e Jannik n.23 ATP avrebbe potuto capitare ovunque. Anche dove si trovano Humbert e Khachanov.

Le Olimpiadi sono decisamente un torneo che fa storia a sé. Al Roland Garros per la prima volta nella storia del tennis francese i nostri “cugini” d’Oltralpe non avevano avuto un solo giocatore, uomo o donna al terzo turno. Qui hanno due tennisti nei quarti, in lotta per una medaglia. E gli svizzeri che non hanno né Federer né Wawrinka, hanno Bencic in semifinale con chance niente male per un posto in finale dovendo affrontare la kazaka Rybakina che ha battuto la deludente Muguruza. Inoltre Bencic e Golubic sono in semifinale in doppio e dovranno giocare contro il non irresistibile duo brasiliano Pigossi-Stefani!

Francamente, anche se questa giornata con i duelli di ottavi Medvedev-Fognini e ancor più (di quarti) Giorgi-Svitolina, avevano risvegliato l’interesse dei giornalisti presenti a Tokyo sul tennis, non ero per nulla ottimista. Vero che il cammino di Camila Giorgi fino ai quarti di finale era stato tutt’altro che scontato. Durante il percorso aveva battuto la finalista di Wimbledon Karolina Pliskova per la seconda volta consecutiva, conquistando la dodicesima vittoria su una top-ten. Il che testimonia le sue eccellenti qualità potenziali, ma sottolinea anche certi limiti di tenuta psicologica.

Oggi per esempio è partita con uno 0-4 nel primo set, poi 1-5, e con un 1-4 nel secondo set, frutto di due break. Ma come si fa recuperare? Poi si dirà che è un peccato perché degli ultimi quattro game del primo set Camila ne ha fatti tre, e degli ultimi 5 del secondo idem. Quindi poteva esserci partita, si dirà. E partita c’è stata perché Svitolina che fino ai primi due set point mancati sul 5-1 non aveva fiatato, ha cominciato dal 5-3 a sottolineare con dei ruggiti ogni colpo spinto con maggior intensità, mentre il suo fresco sposo Gael Monfils si faceva anche lui via via più vocale dalla tribuna in cui era circondato dalle maglie giallocelesti dei dirigenti ucraini.

Non ero ottimista, pur avendo visto giocare benissimo Camila nei turni precedenti, perché come ho detto a Vanni Gibertini anche nel podcast della quarta giornata fatto per Ubi Radio, secondo me Elina Svitolina era la peggior avversaria che potesse capitare a Camila. A Camila non danno noia le donne che tirano, forte, come Pliskova, ma quelle che tirano più piano – e lei nell’intervista post match lo ha anche detto – che le danno palle da spingere più che da incontrare, palle spesso non uguali. Anche pallonetti a candela se necessario. E sul 5-4 del primo set, servizio Svitolina e 0-15, Cami ha steccato uno smash contro sole che forse le è costata la possibile rimonta, insieme a un pizzico di fortuna, una riga presa di un millimetro dall’ucraina sul 30-15 con la successiva palla di Cami che si è fermata sul nastro sopo aver dato l’illusoria sensazione di poter passare.

Ma il problema che le dava la Svitolina consisteva anche nelle sue eccellenti capacità difensive e di recupero. Mentre Pliskova sulla riga di fondocampo – che è lunga 8 metri e 23 – gioca straordinariamente bene e colpisce alla grande se la palla le cade nel raggio dei sei metri centrali (circa eh…), ma sull’ultimo degli otto metri a sinistra come a destra arriva male e sparacchia spesso fuori di metri senza sapersi difendere, Svitolina invece corre e recupera il recuperabile. Correndo sulla sua destra fa dei dritti con il taglio sotto che ricordano proprio le armi difensive del suo consorte Monfils.

Con una tennista che recupera tre volte di più quel che non recupera la Pliskova, Camila finiva per sbagliare dopo tre-quattro affondi che contro la ragazzona ceca le avrebbero procurato il punto, mentre con l’ucraina andava ancora fatto. Dai, picchia e mena, alla fine arrivava l’errore. Nihil novi sub sole. Me l’aspettavo, purtroppo. Non mi facevo illusioni. Speravo in qualche “basso” della Svitolina. Ma non c’è stato nella misura in cui sarebbe servito. Appena qualcosina. Peccato, perché secondo me era proprio lei, più della Vondrousova al turno successivo, l’ostacolo più serio.

È andata così. A Tokyo zero medaglie ma a Parigi, fra tre soli anni, avremo più chance perché i vari Berrettini, Sinner, Musetti, Sonego saranno tutti cresciuti ancora. E Camila Giorgi, sui 32 anni, con la forza e il fisico che ha, sarà ancora competitiva, e magari più continua, oltre che tatticamente un pochino più smaliziata. È mai possibile, ad esempio, che non possa lavorare un minimo sullo slice, sulla smorzata? Vabbè, di coach in pectore sono pieni i circoli di tennis…e io non mi voglio sostituire a papà Sergio.

Il tabellone maschile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

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