Tutto può succedere nel tennis femminile? Un maxi-studio prova il contrario

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Tutto può succedere nel tennis femminile? Un maxi-studio prova il contrario

Secondo l’indagine su quasi 225.000 incontri, sono (sorpresa!) gli incontri ATP a essere più più imprevedibili. Altro che teoria della fragilità emotiva delle donne

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Jana Novotna - Wimbledon 1993
 
 

Sono i risultati di un lavoro enorme quelli pubblicati da Alice Tejkalova e Ladislav Krištoufek in “Anything Can Happen in Women’s Tennis, or Can It? An Empirical Investigation Into Bias in Sports Journalism”, uno studio che si propone di verificare se davvero può accadere qualsiasi cosa nel tennis femminile oppure se è solo un preconcetto del giornalismo sportivo, contestando le giustificazioni fondate su “senso comune ed esperienza” con dati reali.

Che si tratti di un’indagine senza precedenti è testimoniato dal numero di match presi in considerazione, quasi 225.000 a partire dalla fine degli anni ’60, analizzati attraverso la regressione logistica (un modello statistico in cui si analizza il valore assunto da una variabile ‘dicotomica’, ovvero una variabile che può assumere due soli valori); i risultati, piuttosto sconvolgenti secondo gli autori, smentiscono stereotipi e pregiudizi, mostrando anzi una realtà opposta – la maggior imprevedibilità degli incontri maschili.

L’OGGETTO DELLA VERIFICA – Per prima cosa, Tejkalova e Krištoufek si propongono di dimostrare che il preconcetto secondo cui tutto può succedere nella WTA inteso in senso spregiativo sia ben radicato ed esteso nell’ambiente e non frutto di occasionali esternazioni. Per farlo, citano diversi esempi estratti da un’ampia letteratura in materia che evidenzia come il tennis femminile sia non solo sotto-rappresentato, ma descritto mettendo in primo piano dettagli come l’abbigliamento e l’aspetto fisico a discapito delle abilità tecniche e atletiche, in una sorta di sessualizzazione dello sport.

 

È opportuno precisare che alcuni autori concentrano i loro studi sugli articoli apparsi nei tabloid: The other side of the net” di Roger Domeneghetti, per citarne uno, analizza quanto pubblicato in occasione di Wimbledon 2016 dal Daily Mail e The Sun, probabilmente non i quotidiani con la miglior reputazione in termini di qualità. Ma ci sono anche esempi illustri. L’articolo apparso sul sito della ESPN nel 2010 a firma della giornalista Kamakshi Tandon adduceva, come cause dell’imprevedibilità della WTA, la mancanza di solidità (gioco con poco margine di errore che poteva trasformare una giornata non perfettamente centrata in una tragedia totale) e l’incapacità di gestire lo stress da parte di chi avrebbe dovuto approfittare dei temporanei ritiri di Henin e Clijsters e degli alti e bassi di Serena. O la stessa Karolina Pliskova quando disse di conoscere molte persone che preferiscono il tennis femminile perché “ci possono essere più sorprese” (proprio lei, ritratta in copertina dopo aver completato una clamorosa rimonta ai danni di Serena Williams all’Australian Open).

Negli ultimi anni è stata anche rilevata (e criticata) una nuova forma di rappresentazione del tennis femminile: resoconti così neutri da sfociare nella noia offerti da giornalisti evidentemente in preda al “timore di essere accusati di sessismo”. Resta il fatto che tutt’oggi, in una generosa porzione dei media e del pubblico, domina l’idea della maggior fragilità mentale delle tenniste e della loro mancanza di fiducia a fronte della stabilità e della forza dei colleghi maschi, ‘die-hard’ che neanche Bruce Willis.

Naomi Osaka – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

IL METODO E I RISULTATI – Tornando alla ricerca, per verificare se davvero anything can happen nel tennis femminile, Tejkalova e Krištoufek utilizzano una regressione logistica la cui variabile principale è la vittoria del match da parte di chi ha un ranking più alto. Senza considerare altri aspetti, la probabilità che sia il tennista meglio classificato a imporsi è del 66% per gli uomini e del 67% per le donne – un 67% generale con una deviazione standard del 47%.

Ecco allora la necessità di altre variabili controllate che potrebbero avere un peso nella probabilità di vincere l’incontro, come il livello del torneo (i migliori dovrebbero essere al massimo negli Slam), il turno (la possibilità di un upset nei primi giorni quando il top player è ancora “freddo”), la differenza di età, la superficie e l’eventuale status di top 5, top 10 o top 100. Variabili, queste, che si sono rivelate appunto rilevanti: più vecchio è il giocatore rispetto all’avversario, minore è la sua possibilità di vittoria; e gli eventi principali godono davvero della maggior attenzione dei più forti.

Separando i risultati per maschi e femmine, i dati smentiscono inequivocabilmente il “tutto può succedere” alla base dell’indagine; anzi, con un effetto del differenziale di classifica del 50% più alto per le donne, suggeriscono proprio il contrario, vale a dire la maggiore stabilità del tennis femminile. Non sembrano invece dipendere dal genere gli altri effetti considerati.

Inoltre, per superare la possibilità che i risultati siano influenzati da un campione che si estende fino a mezzo secolo fa, gli autori hanno condotto la stessa analisi su due sottocampioni, uno che parte dal 2000 e un altro che, dallo stesso anno, considera solo i tornei speciali (Slam, Olimpiadi). Il primo attribuisce più peso alla presenza dei Big 3 e di Serena Williams, oltre che collocarsi nel periodo in cui i commentatori contemporanei affondano i loro ricordi; il secondo, è utile per verificare se davvero le favorite “sciolgono” più frequentemente delle loro controparti maschili nei grandi eventi. In entrambi i casi, i risultati ricalcano quelli dell’intero campione, confermando la maggiore imprevedibilità dell’ATP rispetto alla WTA.

La conclusione degli autori è quindi l’assoluta mancanza di riscontri empirici rispetto a una narrazione grondante instabilità psicologica e inferiorità fisica. Essi stessi ammettono anche che le conclusioni della ricerca possono essere interpretate in modo differente, nel senso che un risultato sorprendente in campo maschile diventa sintomo di “maggior competitività” e “più equilibrio nella qualità”, laddove nel femminile viene ascritto a instabilità emotiva e debolezza fisica – in una parola, inferiorità. In definitiva, ci dicono, il punto di vista sessista trova terreno fertile a prescindere dall’evidenza dei numeri.

COSA NON DICE LA RICERCA. OPPURE SÌ? – Analizzare in che misura la probabilità di vittoria dipenda dalla migliore classifica e differenziare questa correlazione fra tennis femminile e maschile è indiscutibilmente un metodo fondato su dati oggettivi. E non ci sono dubbi che l’assunto “tutto può succedere nella WTA” – generalmente basato sulla fragilità nervosa – sia un pensiero che accomuna buona parte degli addetti ai lavori e degli appassionati. Quello che forse non convince del tutto è che l’imprevedibilità indagata (e smentita) si riferisca semplicemente all’esito finale dell’incontro perché, se ciò offre il vantaggio di essere facilmente misurabile, sembra in qualche modo riduttivo.

Prendiamo un esempio, diciamo così, classico. La finale di Wimbledon 1993 fra Steffi Graf e la compianta Jana Novotna. Per i parametri della ricerca, quel match rientra appieno nei numeri che confermano la solidità femminile: la favorita ha vinto e lo ha fatto in un evento importante. Ma è andata davvero così? Jana stava dilagando nel terzo set, fino al doppio fallo sul 4-1 40-30 che ha innescato i successivi disastri, per una partita persa da lei piuttosto che vinta da Steffi. La domanda, allora, è se non siano invece gli avvenimenti di questo genere a far nascere l’idea dell’imprevedibilità del tennis femminile e se davvero siano più frequenti rispetto ai match maschili.

Al di là però della non misurabilità di questi episodi e della loro intrinseca soggettività (quando un incontro è considerato “quasi vinto”? qual è il limite che separa una normale rimonta da un crollo emotivo?), non possiamo non pensare di essere caduti nella stessa trappola stigmatizzata dagli autori.

In primo luogo, l’aver subito pensato a una sfida femminile quando esistono esempi in campo maschile anche relativamente recenti (il virus ha avuto, tra i tanti effetti collaterali, quello di ‘appiattire’ la stagione 2019 a ridosso di quella in corso; tutto sembra accaduto ieri o quasi), come Medvedev incapace di chiudere il confronto con Nadal alle ATP Finals oppure i due choke di Felix Auger-Aliassime al momento di servire per il primo e per il secondo set contro Isner nella semifinale di Miami; in entrambi i casi, la rimonta del miglior classificato è stata innescata dalle “colpe” dell’avversario prima che dalle tanto decantate caratteristiche maschili. L’altro errore potrebbe essere quello di supportare la nostra narrazione con pochissimi episodi.

Insomma, vogliamo davvero mettere in campo una sfida tra cherry picking (traducibile letteralmente in ‘raccolta di ciliegie’, l’espressione indica l’abitudine di analizzare i soli fattori a sostegno della propria tesi) e i dati estratti da 224.890 match?

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ATP

Borna Coric: “Contro Nadal senza pressione, mi godrò il momento. Non è un problema fare quello che ami”

Il croato prepara la prima sfida dopo 5 anni contro un suo idolo, e parla delle proprie condizioni fisiche

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Borna Coric - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Quando arrivi troppo in alto, poi puoi solo cadere. Borna Coric forse non è arrivato così in alto come avrebbe voluto (e potuto) ma la caduta, anche grave, l’ha presa eccome. Il 14 ottobre 2018 gioca la prima finale 1000 della carriera, qualche settimana dopo si attesta al n.12, il suo best ranking, sembra che finalmente quella grande promessa tanto attesa sia stata mantenuta. Da lì non c’è stato l’atteso salto di qualità, ma solo tanti problemi in serie, con l’infortunio alla spalla che lo ha tenuto fuori dal marzo del 2021 allo scorso marzo. Ora, però, qualche luce la vede: ieri una bella vittoria contro Lorenzo Musetti, e oggi il privilegio di sfidare il suo idolo Rafa Nadal, che batté a Basilea nel primo incontro nel 2014, perdendo l’ultimo precedente nel 2017 in Canada (in mezzo anche uno schiacciante 6-1 6-3 di Borna proprio qui a Cincinnati nel 2016, e una vittoria del maiorchino allo US Open 2015).

Lo stadio era pieno per il nostro quarto di finale“, racconta Coric ai microfoni dell’ATP dopo il successo su Lorenzo Musetti. “Mi ricordo che mi piaceva, ero super felice, mi sentivo come un bambino in un negozio di caramelle. Ero nel momento, stavo vivendo il mio sogno”. Quella vittoria, in quell’ottobre di 8 anni fa, arrivò nel momento in cui il croato stava salendo la scala del tennis, in cui doveva emergere, non ancora maggiorenne. Condizioni ben diverse da oggi, con un infortunio alla spalla in più, e gli anni che passano da reggere: “Non è mai facile tornare dopo un grave infortunio. Sono stato fuori per un anno e non è mai facile tornare e giocare un buon tennis, quindi ogni vittoria che si ottiene è estremamente importante anche per la mia fiducia e per la mia classifica, che non è ancora lì dove voglio che sia“.

La questione della sua spalla, oramai la principale quando si parla di Coric, viene ben approfondita dall’attuale n.152 al mondo, consapevole di quanto possa condizionarlo, e di quanto vada ben trattata e allenata: “Devo essere onesto, ben presto è diventato normale per me perché se voglio fare il mio lavoro, che è giocare a tennis, devo farlo. Non credo sia un enorme sacrificio avere 30 minuti in più di lavoro per arrivare a giocare a tennis. Puoi fare ciò che ami, non è un grosso problema. Se di solito vengo un’ora prima dell’allenamento, ora devo venire un’ora e mezza. Questo è tutto“. “Ma non ci penso più quando gioco ad essere sincero“, prosegue il croato, “perché anche se provo un po’ di dolore, e a volte capita, so che niente si può rompere. Non posso fare più danni, quindi a volte devo solo accettare che avrò un po’ di dolore e per me va bene“.

 

Certamente il suo gioco, soprattutto la sua mentalità e il suo approccio, si sono dovuti adattare ai problemi occorsi negli anni, come dimostrano queste parole. Parole di resilienza e abnegazione, quasi alla Nadal, la cui forza mentale è ciò che più lascia a bocca aperta: “Amavo tutto del suo gioco, in cui non c’è niente di sbagliato. Quindi puoi guardare ogni colpo e provare a farlo, perché è uno dei migliori del Tour. Riguarda più lo spirito combattivo, da cui penso che tutti possiamo imparare, e che può essere il nostro idolo“. Ma, dopotutto, va ricordato che stasera i due si affronteranno in campo, battezzando il ritorno in campo di Nadal più di un mese dopo il quarto a Wimbledon contro Fritz, per quella che in ogni caso sarà una partita speciale per Borna Coric, 9 vittorie in carriera contro top 5, l’ultima contro Thiem (n.4) all’ATP Cup 2020. “Giocherò senza alcune pressione“, conclude l’ex n.12 del mondo, “Ora posso divertirmi ancora di più perché non ho avuto questo tipo di partite e la competizione negli ultimi due anni. Mi diverto ancora di più rispetto a quando avevo 17 o 18 anni, e dato che sono stato a giocare a Challengers e tutto il resto, ora posso divertirmi ancora di più“.

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ATP

Opelka ancora contro l’ATP: “Un sistema corrotto che va a discapito della remunerazione del talento”

Il gigante statunitense si sfoga su Twitter criticando l’operato del Board dell’ATP e del consiglio dei giocatori in merito alle modifiche del calendario

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Reilly Opelka – Indian Wells 2021 (foto via Twitter @FILAtennis)

Assente dai campi da gioco dalla sconfitta contro Nick Kyrgios in quel di Washington, torna a fare sentire la sua voce fuori dal coro Reilly Opelka. Il servebot statunitense è noto per esprimere sempre la sua opinione sui social e nelle interviste su quello che non funziona nei rapporti tra tornei e giocatori, con aspre critiche nei confronti di Gaudenzi, più volte invitato alle dimissioni. Pertanto, non sorprende che in seguito alle ultime novità nel panorama tennistico, Opelka abbia detto sulle modifiche del calendario previste a partire dal 2023 e non solo.

Riepiloghiamo, a partire dal prossimo anno vi saranno diverse novità nel calendario. La più significativa riguarda i tornei più importanti a livello ATP, ossia i Masters 1000. Infatti, dal 2023 non saranno solo Indian Wells e Miami i tornei che si svolgeranno su 2 settimane, bensì anche Roma, Madrid e Shanghai. Dal 2025 la riforma riguarderà anche gli altri due mille nord americani, Canada e Cincinnati.

Questa riforma si innesta in un periodo di “compravendite” per quanto riguarda i diritti di alcuni tornei. Lo scorso febbraio la USTA, proprietaria dei diritti del torneo ATP di Cincinnati, ha messo in vendita la licenza andando a caccia di un acquirente disposto a spendere un importo almeno a nove cifre. Acquirente che secondo le ultime voci dovrebbe essere Ben Navarro, celebre milionario statunitense, proprietario del torneo femminile di Charleston.

 

A fine 2021 ero stato invece il torneo di Madrid a cambiare “organizzazione”, con l’uscita di scena di Ion Tiriac e l’ingresso della società di managemente IMG, già proprietaria dei diritti del torneo di Miami.

Questo giro di denaro ha mandato su tutte le furie Opelka alla luce delle disparità che secondo lui vi sono a livello ATP, tra quanto spetta ai tornei e quanto invece finisce del prize money a disposizione dei giocatori.

Quindi fatemi capire bene, Madrid e Cincinnati vengono vendute per $ 400 milioni / $ 300 milioni. Nello stesso anno il Board dell’ATP decide di concedere ai Masters 1000 una tonnellata di giorni in più, riducendo nel contempo le players commitment protections, portando a sanzioni molto più severe per eventuali Masters 1000 saltati”.

Ma le critiche non si sono limitate solo alle decisioni dell’ATP. Con un sarcasmo per nulla celato Reilly ha giudicato negativamente l’operato dei rappresentati ei giocatori, rei di non aver negoziato accordi negli interessi dei giocatori stessi che loro rappresentano.

“Sembra che il board dei rappresentati dei giocatori abbia fatto una grande lavoro nel negoziare per nostro conto. Hanno ottenuto un incremento del 2% dei prize money e acconsentito alla più grande presa in giro [Opelka la definisce ‘biggest known sucker play’] per la compartecipazione dei ricavi [dei tornei], accettando una percentuale sul profitto netto, invece che lordo”.

Opelka rincara la dose evidenziando come l’accordo permetta ai tornei di poter “manipolare” i numeri secondo il proprio tornaconto:[Questo accordo] permette ai tornei di continuare la pratica di manipolazione dei loro numeri. Basta chiedere a chiunque è coinvolto nel processo le differenze tra i numeri che i tornei presentano ai potenziali venditori rispetto a quelli che utilizzano durante la negoziazione dei prize money”.

La frecciata finale è rivolta alla USTA: “Quanto ha pagato la USTA per la licenza [del torneo di Cincinnati]? Prima che qualcuno polemizzi sul fatto che un atleta professionista parli di denaro, qui si parla di denaro, ma si parla di un sistema corrotto che sistematicamente va a discapito della remunerazione del talento in questa così detta partnership.

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ATP

Alexandr Dolgopolov torna a farsi sentire: “Tonnellate di bandiere sui tornei”

L’ex tennista ucraino, tra i più attivi sul tema della guerra, rumoreggia su Twitter dopo il recente episodio a Cincinnati

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dolgopolov

In campo, una gioia per gli occhi, una manna per gli amanti del bel tennis estroso, mai regolare, in una carriera da artista maledetto fino in fondo, in cui ha dovuto combattere con tanti infortuni, ritirandosi a soli 32 anni, nel 2021. Alexander Dolgopolov è stato uno dei più chiacchierati tennisti degli ultimi anni, genio e sregolatezza, e tutt’ora finisce spesso in discussioni di sorta, ma purtroppo per motivi ben più seri, che esulano dal campo da tennis. Sin dalla primissima dichiarazione di guerra della Russia, il tennista ucraino si è sempre apertamente schierato sulla vicenda, condannando in toto anche i tennisti e gli sportivi russi, appoggiando con vigore ad esempio la decisione di Wimbledon, ed imbracciando egli stesso il fucile per difendere il proprio Paese.

E così, dopo l’episodio di lunedì in quel di Cincinnati (torneo in cui nel 2015, come ricordò al momento del ritiro, giocò la partita con più rimpianti della carriera) era impensabile che non si sarebbe schierato. Il fatto è però, in tutta onestà, quantomeno discutibile: durante il derby russo tra Potapova e Kalinskaya, una tifosa era cinta dalla bandiera ucraina con in testa il Vinok, una corona di fiori tipica della tradizione del Paese. La prima delle due atlete si sarebbe lamentata con la giudice di sedia, portando la sicurezza ad allontanare dai campi la donna senza che avesse fondamentalmente fatto nulla, con la motivazione che “stesse agitando le due tenniste“. La giustificazione decisamente non regge, specie considerando l’eco e le ripercussioni che potrebbe avere a lungo andare un atto del genere, partendo dalla reazione di Dolgopolov.

Sorpreso che nessuno è stato molestato o insultato in questa occasione, nessun ucraino ha giocato lì“, scrive su Twitter l’ex n.13 al mondo, “Le persone che lo dicono sono patetiche. Nient’altro che discriminazione. Sentirsi insultato dalla bandiera di un paese attaccato dal tuo paese, cosa potrebbe significare? Tonnellate di bandiere sui tornei“. Le parole di Dolgopolov sono tutt’altro che pacate, com’era lecita aspettarsi, e la sua “chiamata a raccolta” di bandiere per i prossimi tornei, US Open in particolare, potrebbe non essere un appello nel vuoto, e rivelarsi l’inizio di un gran caso mediatico. Anche considerando altre righe, ben più dure, scritte in precedenza sull’episodio sempre sul suo Twitter: “Solo così lo sapete. Un atleta russo è arrivato negli Stati Uniti e ha deciso di cacciare Lola, che è una meravigliosa persona di cuore, ma anche cittadina americana, nata in Uzbekistan, per essersi seduta in silenzio a una partita di tennis con una bandiera ucraina. Vengono a casa tua e dettano le loro regole“. Gli echi di guerra, purtroppo, sono fin troppo presenti anche sui campi da tennis.

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