Jana Novotna. Vincente

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Jana Novotna. Vincente

Sarà ricordata più per le sue sofferte sconfitte che per la vittoria del 1998. Eppure, per la giustizia e la bellezza del suo tennis, era una vincente

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Addio a Jana Novotna, campionessa di cristallo

Non riesco a ricordare con certezza che anno fosse. Jana ha perso due finali a Wimbledon, nel 1993 e nel 1997 ed una terza infine l’ha vinta. Cerco certezza su quegli anni nelle statistiche che il sito della WTA ha inopinatamente rimosso, e cerco di ricordare i miei. Credo sia stato il 1997, e che fosse la sua seconda finale. Ora che ci penso ne sono certo. Perché io avevo negli occhi l’incredibile partita del 1993 contro la Graf, mentre Jana negli occhi aveva ancora tracce delle lacrime piante alla premiazione. Fatto sta che per me avveniva un evento unico: io che le scommesse non le ho giocate mai, entrai in un apposito locale, mi feci spiegare un po’ come funzionava il tutto, infine estrassi una banconota e scelsi un nome: Jana Novotna. Vincente.

Era maggio, ricordo il Roland Garros ancora in corso, e avevo appena puntato sul Wimbledon che sarebbe iniziato di lì a un mese. Non so quale premonizione mi colse, quale istinto ebbe il sopravvento. Mi volli anticipare come quelli bravi facevano in quei mesi con i compiti delle vacanze. Partii per il mare ad inizio luglio. Di quella ricevuta, custodita in un portafogli ricco di pizzini ed appunti, e povero di banconote, me ne ero persino dimenticato mentre Wimbledon cominciava. La cavalcata di Jana sull’amata erba londinese iniziò e proseguì. Lo apprendevo, rigorosamente il giorno dopo, dal quotidiano di mio padre: leggevo della sua avanzata nei titoletti a piedi dell’articolo di Clerici. In quel trafiletto dai nomi ingarbugliati seguiti dalle tre lettere della nazionalità e da dubbi punteggi dei tie break. Attendevo quel giornale per pormi al suo inseguimento: calpestavo le tracce che Jana, il mio puledro vincente, aveva disseminato il giorno prima. Non potevo fare altrimenti: ero al mare, poca tv, poca tecnologia e pochissimi anni. In compenso tanta confusione.

 

Tornai a casa lo stesso giorno in cui si disputava la finale. Mi buttai a capofitto nel portafogli e ripescai tra gli indirizzi accumulati quell’estate, la ricevuta che mi attribuiva la qualifica di profeta: Jana Novotna, Wimbledon F, vincente. 10.000 lire che sarebbero diventate 120.000 di lì a poco. Perché mi sembrava ovvio che nulla la potesse abbattere. Avevo giocato solo una volta sull’erba (sintetica) e mi risultava impossibile pensare che quei back di rovescio, quei rimbalzi così bassi, bassi come pietre piatte che rimbalzano sul mare, potessero essere rimandati oltre la rete da chicchessia. Da quel rovescio partivano autentiche bisce dei prati, che sfioravano il suolo nel campo avversario e si sollevavano giusto un palmo. Chiunque avesse osato abbassarsi sin laggiù a raccoglierli, ne sarebbe uscita spezzata. Solo uno gnomo, uno gnomo che viveva tra i fili d’erba avrebbe potuto battere Jana Novotna, nessuno più.

Invece ci riuscì qualcuno, ci riuscì Hingis. Oramai, con certezza, posso dire che fu Hingis a fermarla. Ci riuscì a batterla perché il tennis non è un solo rimbalzo, ma costruire, colpo dopo colpo, il docile omicidio del tuo rivale. Jana non voleva mai uccidere nessuno, non ne era capace. Jana Novotna giocava a tennis, e se accadeva che vincesse, non diceva di no. Per questo avevo così tanto tifato per lei. Era il 1997. Era quella la annata e la mia scommessa nasceva dalle lacrime che Jana Novotna aveva pianto contro Graf nella precedente finale. Sapevo che ci voleva tempo per asciugarle e che una volta liberi gli occhi, ce l’avrebbe fatta. Nella mia ispirazione mi ero prefigurato una vendetta, o meglio, una giustizia. Avevo puntato su di un lieto fine e quella sommetta buttata lì per caso, speravo me lo potesse garantire. Avrebbe vinto l’anno successivo Jana Novotna, nel 1998, quando io di ispirazione non ne avevo più. Pensavo di avere puntato su di lei vincente con un mese di anticipo e, invece mi ero anticipato di un anno. Lei era in ritardo di cinque anni invece, da quel pianto sulle spalle della duchessa di Kent. 

Né sapevo che Jana Novotna, in questi tempi in cui la WTA nasconde persino le sue imprese rimuovendo i propri archivi, fosse malata, così terribilmente malata. Se lo avessi saputo, non avrei avuto dubbi ed avrei puntato ancora su di lei vincente. Senza vendetta, stavolta, solo per giustizia. Come giusto è stato il suo tennis. Avrei cercato di comprare un altro lieto fine. Ma ora che la fine si è rivelata così funesta e così assurdamente anticipata, un filo, giusto un filo d’erba, me ne vergogno.


Agostino Nigro vive e lavora a Napoli Nord. Ha costruito le sue scarse fortune tennistiche sul proprio rovescio a una mano eppure vive di diritto.

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Il favoloso mondo di Iga: tennis, psicologia e jazz

L’anno scorso Swiatek aveva vinto un solo gioco contro Halep al Roland Garros. Quest’anno l’ha dominata. “Partita perfetta. Miglioro passo dopo passo”. Con l’aiuto di una psicologa. Nella sua playlist? “Ascolto di tutto. In questo periodo molto jazz”

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Un anno nella carriera di un tennista equivale a dieci di una persona normale. Soprattutto quando sei all’inizio. Lo sa bene la 19enne polacca Iga Swiatek, uno dei volti nuovi più interessanti nel circuito femminile. Al Roland Garros dell’anno scorso, dopo tre buone vittorie, Swiatek si era ritrovata al cospetto della campionessa in carica Simona Halep. Ed era finita sotto la doccia dopo tre quarti d’ora di gioco, sconfitta con un pesantissimo 6-1 6-0. In questo 2020, le due si sono ritrovate a disputare la medesima partita. E ad andare negli spogliatoi con le pive nel sacco è stata Halep, schiantata con il punteggio di 6-1 6-2

“Tutto è stato diverso per me. Sapevo che questa era una grande opportunità. E sapevo di poter giocare il mio miglior tennis in grandi palcoscenici perché mi era già capitato”, ha dichiarato una raggiante Swiatek nella conferenza stampa post-match. “Ora ho più esperienza, so reggere la pressione. Sento che sono cresciuta. Sono in grado di giocare un match come questo e vincerlo. Tutto ha funzionato bene. Ho fatto tutto quello che mi ha detto il mio coach. È stato il match prefetto per me”. Ed, in effetti, perfetta lo è stata davvero la ragazzina di Varsavia. Più incisiva con i colpi a rimbalzo, più capace di variare angoli e soluzioni tecniche, più resiliente nella fase difensiva. In una sola parola: dominante. 

Negli oltre 365 giorni che sono passati tra questi due match, Swiatek ha fatto registrare dei buoni risultati. A partire dagli ottavi agli Australian Open. Ma senza exploit straordinari. Tanto che quella contro Halep è stata la prima vittoria contro una Top 10 in carriera. Una crescita non rapidissima ma costante quella della polacca. Che sente che questa sia la via giusta per lei. Mi piace fare un passo alla volta perché così sento che posso essere più consistente nel futuro”, ha spiegato. “Sono contenta che ad esempio non sono riuscita ad arrivare in finale l’anno scorso al Roland Garros perché penso che oggi la pressione sarebbe troppo grande. Mi piace avere tempo per crescere. Il fatto che sto progredendo passo dopo passo è perfetto per me”. E di sicuro di passi ce ne saranno altri nei prossimi mesi e anni. 

 

Questi progressi sono arrivati anche grazie ad un lavoro specifico sull’aspetto mentale. Ormai tanti tennisti di vertice, tra i quali anche il nostro Matteo Berrettini, si fanno seguire da uno psicologo che li aiuta a trovare le giuste sensazioni dentro e fuori dal campo. Così sta facendo anche la polacca. “Non ci sono molte persone che parlano di psicologia nel tennis. È una cosa abbastanza nuova. Io ho una psicologa nel mio team da un paio di anni circa. Penso che l’aspetto mentale sia fondamentale nel tennis di oggi perché tutte sanno giocare molto bene. Ma quelle che riescono ad essere anche forti mentalmente fanno la differenza. Quindi ho sempre cercato di migliorare da questo punto di vista”, ha detto a riguardo.

Ma Swiatek non è una di quelle che pensano al tennis 24 ore al giorno. Lo si può dedurre anche dal suo profilo Instagram, in cui alle foto degli allenamenti e dei successi in campo se ne alternano altre più buffe e ironiche di vita quotidiana. Iga che studia, Iga che legge libri, Iga che fa vela. Ma soprattutto Iga che ascolta musica. E non esattamente le ultime novità del pop contemporaneo, come ci si potrebbe aspettare. La ragazza ha infatti gusti un po’ retrò. Come ad esempio Guns and Roses e AC/DC. “Mi ricordo quando ero più giovane e viaggiavo insieme ai coach della federazione polacca. Ognuno mi faceva ascoltare musica diversa. Quindi ascolto un po’ di tutto. Ho cominciato ad ascoltare anche molto jazz di recente. Mi piace sapere di cose che non sono il tennis”, ha raccontato. 

Sara proprio la giovane e interessante tennista polacca a sfidare oggi la nostra Martina Trevisan, assoluta rivelazione di questa edizione dello Slam parigino, per un posto in semifinale. L’unica volta che abbiamo giocato contro ho perso (6-2 2-6 6-2 il punteggio, ndr). Era a Varsavia (un torneo 25k, ndr). Ero nervosa perché è la mia città e volevo fare bella figura. Ma non penso che conterà molto. È successo alcuni anni fa (due, ndr) e oggi siamo in una situazione completamente diversa”, ha commentato. Difficile darle torto. La posta in palio è enormemente più alta. E Iga sembra essere una che impara in fretta le lezioni. Chiedetelo ad Halep. La nostra Martina è avvertita. 

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Italiani

Conosciamo Lorenzo Giustino, il napoletano di Barcellona che ha conquistato Parigi

L’azzurro ha vinto contro Moutet il secondo match più lungo della storia del torneo. “Ho cercato i vincenti fino alla fine, non mi regalava nulla”. Sei italiani al secondo turno, sulla sua strada c’è Schwartzman

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Sto benissimo, andrò anche a farmi un giro per quanto mi sento fresco“. Ci scherza su, Lorenzo Giustino, propensione naturale alla battuta anche dopo la serata più bella della sua vita sportiva. O meglio, la due giorni: perché il romanzo da sei ore di cui è stato protagonista vincente è iniziato domenica. Il successo contro Corentin Moutet, 71 del mondo, gli ha fatto salire il conto in banca di 84.000 euro. Un quinto del totale guadagnato fino ieri in una carriera da operaio del tennis, arrivata a 29 anni senza la gioia del successo in un match nel circuito maggiore. Lorenzo, napoletano cresciuto e residente a Barcellona, si è ripreso tutto con gli interessi. Insieme al clamore suscitato dal secondo match più lungo di sempre al Roland Garros, secondo solo alle sei ore e 33 minuti di Santoro-Clement del 2004. Il primo per un italiano, superando Camporese-Becker dell’Australian Open 1991 (cinque ore e 11 minuti).

MARATONA – Domenica sera lo stop intorno alle 22:30, causa pioggia, con il tabellone fermo sul 4-3 e servizio per l’azzurro nel terzo set (dopo che ne avevano vinto uno per parte). “Mi sono messo a guardare insieme al mio allenatore Gianluca Carbone la partita tra Chardy e Rodionov – ha raccontato, sempre col sorriso – e ho detto: vuoi vedere che finisco anche io con un punteggio tipo 12-10 al quinto?“. È chiaramente andata anche peggio, con un quinto parziale durato tre ore e diventato guerra di nervi oltre che di colpi. Epopee generate dall’assenza del tie break, in partite che però poi rischiano di eliminare sul piano delle energie entrambi i giocatori. “Siamo rimasti solidi e centrati, sbagliando entrambi pochissimo – ha raccontato in sala stampa – per questo siamo arrivati al 18-16 del quinto. Nel finale in ogni caso ho provato a essere aggressivo, i punti dovevo farli cercando i vincenti perché lui non mi regalava davvero nulla“.

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Lorenzo Giustino, 29 anni da Napoli, ha vinto la partita più lunga giocata da un italiano nella storia dei tornei dello Slam. L'incontro è cominciato ieri, è stato sospeso sul punteggio di 0-6 7-6 4-3 e servizio per Giustino, è ricominciato oggi e si è prolungato fino al 18-16 nel quinto set: come è noto, al Roland Garros non esiste il tie-break al set decisivo. Giustino l'ha spuntata dopo oltre 6 ore, togliendosi la soddisfazione di vincere il suo primo incontro in un Major Si tratta di una partita da record su più fronti: è l'ottavo match più lungo dell'Era Open, il secondo qui al Roland Garros dopo il Santoro-Clement del 2004 e il quarto in assoluto negli Slam. Ecco la top 10 degli incontri più lunghi: 1️⃣ 11:05 – Isner b. Mahut – Wimbledon 2010 2️⃣ 06:43 – L. Mayer b. Souza – Coppa Davis 2015 3️⃣ 06:36 – Anderson b. Isner – Wimbledon 2018 4️⃣ 06:33 – Santoro b. Clement – Roland Garros 2004 5️⃣ 06:22 – McEnroe b. Wilander – Coppa Davis 1982 6️⃣ 06:21 – Becker b. McEnroe – Coppa Davis 1987 7️⃣ 06:15 – Clerc b. McEnroe – Coppa Davis 1980 8️⃣ 06:05 – GIUSTINO b. MOUTET – RG 2020 9️⃣ 06:04 – Clement b. Rosset – Coppa Davis 2001 🔟 06:01 – Tahiri b. Muller – Coppa Davis 2005 #rolandgarros #rolandgarros2020 #giustino #lorenzogiustino #record #tennis #instatennis #instasports

 

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COMBATTENTE – Per rendere l’idea dell’eccezionalità di quanto accaduto: Giustino, che ha nella vetrina di casa i trofei di nove Futures e un Challenger (Almaty 2019), ha giocato un totale di appena sei partite nel circuito maggiore. Nel tabellone principale di uno Slam ci era finito solo un’altra volta, da lucky loser all’ultimo Australian Open, perdendo in tre set da Raonic. Per ben 17 volte si era fermato alle qualificazioni. Ha messo piede a Parigi da numero 157 del mondo (è stato anche 127, un anno fa, prima di essere frenato da qualche guaio fisico) e stavolta si è finalmente arrampicato nel main draw con le sue mani: nei giorni scorsi ha battuto in serie Maximilian Marterer, Hugo Grenier e Dustin Brown sulla distanza dei tre set. “Sono molto migliorato negli ultimi due anni – ha raccontato -, non solo sul piano tecnico ma anche dal punto di vista mentale. L’ho dimostrato non solo in questa impresa, ma anche nelle qualificazioni, lottando in due casi fino ai terzi set vinti 7-5 e 7-6“.

ALLE RADICI – Lorenzo Giustino nasce tennisticamente a Barcellona, dove si è trasferito a sette anni insieme ai genitori che hanno scelto di lasciare Napoli per regalare ai figli un orizzonte più ampio (ora però sono rientrati in patria). Il fratello Gennaro, oggi, è medico a New York, dopo essersi specializzato in cardiologia al San Raffaele. Il giovanissimo Lorenzo inizia a palleggiare nell’accademia di Manuel Orantes, promette bene e si guadagna le attenzioni di guide di spessore: il suo primo allenatore è Albert Torras, diventato poi coach di Federico Delbonis. Ma anche Sergi Bruguera e il padre Luis hanno contribuito significativamente alla sua formazione da terraiolo, provando anche (senza esito) a suggerirgli di acquisire la cittadinanza sportiva spagnola.

Ha sempre avuto buone capacità di adattamento all’avversario e ha svelato, di recente, come la fase matura della sua carriera sia orientata alla qualità del lavoro e alla cura dei dettagli, dopo tanta quantità. Al secondo turno troverà forse uno dei giocatori più adatti ai campi e al clima di Parigi: Diego Schwartzman, fresco finalista di Roma. Ostacolo altissimo, ben più dei centimetri che l’argentino porterà sul campo. Nel frattempo, il napoletano di Barcellona ha contribuito al record: mai nell’era Open sei italiani si erano spinti al secondo turno del Roland Garros (in attesa che si concluda il match di Mager). Lui era decisamente il meno pronosticabile.

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Personaggi

Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Tra i quattro semifinalisti lo spagnolo è il meno titolato, ma a livello Slam non ha tanto da invidiare ai suoi avversari. Prima di sminuirlo, Kyrgios dovrebbe dare uno sguardo ai suoi risultati

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Pablo Carreño Busta - US Open 2020 (photo by Simon Bruty/USTA)

Le semifinali dei due tabelloni dello US Open 2020 hanno un tratto comune? In tanti potrebbero rispondere sì a questa domanda e potremmo essere parzialmente d’accordo anche noi. Per quale motivo? Beh, nel femminile abbiamo parlato ieri di Jennifer Brady, numero 41 del ranking (28 del seeding) alla prima semifinale Slam, che si è ritrovata attorno Serena Williams (23 Major), Azarenka e Osaka (due titoli Slam per parte). Nel maschile invece i quattro giocatori rimasti non hanno mai vinto un titolo a questi livelli, ma nonostante ciò si parla principalmente di Zverev, Thiem e Medvedev e Pablo Carreño Busta, che a differenza di Brady una semi Slam l’ha già giocata, viene erroneamente considerato un intruso.

A ingannare è probabilmente il ranking: lo spagnolo è una ventina di posizioni dietro i tre che hanno raggiunto come lui il penultimo atto del torneo, ma arrivati in queste fasi l’abitudine a giocare su determinati palcoscenici e con una certa pressione sulle spalle può fare la differenza tra una sconfitta e una vittoria. E a tal proposito, Carreño non parte battuto in partenza, almeno nella semifinale. Per Sascha Zverev è la seconda semi Slam della carriera, come lo è per lo spagnolo. Dall’altro lato invece Thiem giocherà la sua sesta, ma appena la seconda su cemento, mentre Medvedev ha raggiunto questa fase in un Major solo un anno fa, sempre a Flushing Meadows. Tuttavia non è da trascurare il fatto che sia il russo che l’austriaco hanno già preso parte a una finale Slam e tutti e tre hanno già vinto un trofeo Masters 1000. Ad ogni mod,o se si guardano le due sfide da questa prospettiva, il gap tra i tre top 10 e Carreño è abbastanza piccolo, di certo infinitamente inferiore rispetto a quello tra Brady e le altre tre campionesse.

Detto ciò, è comprensibile che l’attenzione sia rivolta a Dominic, Sascha e Daniil per un altro motivo. È da quattro anni ormai (Wawrinka allo US Open 2016) che non si vede un vincitore Slam diverso da Federer, Nadal o Djokovic e da allora si cerca un giovane in grado di interrompere il loro dominio. Vista l’assenza dei Big Three, non veder vincere uno tra Thiem, Zverev o Medvedev nemmeno stavolta porrebbe dei grossi dubbi sulle loro capacità di sostituirsi al trio che ha dominato l’ultimo decennio. Perciò anche mediaticamente Carreño Busta “tira” meno degli altri tre, ma non per questo va sottovalutato. Ci ha messo del suo anche Nick Kyrgios con i suoi tweet.

 

L’australiano da qualche giorno sta conducendo una crociata contro Carreno, tacciandolo come terraiolo “che senza il mattone tritato non sarebbe arrivato nemmeno vicino alla top 50”. “Deve essere piuttosto annoiato” ha commentato lo spagnolo e Nick alla vigilia delle semifinali ha risposto ancora, postando su Instagram i confronti diretti (conduce 2-0) con Carreno, dicendo che alla noia preferirebbe giocare lo US Open e batterlo ancora. Tuttavia l’australiano al massimo ha raggiunto due quarti di finale negli Slam, peraltro vecchi di oltre cinque anni. In più dimostra di non aver letto con la dovuta attenzione i risultati della carriera di Carreño Busta.

Pablo Carreño Busta – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Usando la lente d’ingrandimento sulla carriera dello spagnolo, capiamo ancora meglio che la sua superficie preferita non è la terra battuta come dice Kyrgios, bensì il cemento outdoor. A 23 anni centra il primo discreto risultato in uno Slam, un terzo turno allo US Open nell’edizione 2014. Si ripete due anni dopo, sempre a Flushing Meadows e poi all’Australian Open 2017, quello che a tutti gli effetti è l’anno della sua esplosione definitiva. Bisogna attendere il Roland Garros 2017 per vederlo superare il secondo round nell’unico Slam su terra del calendario. Quell’anno si spinse fino ai quarti, dove fu costretto al ritiro contro Rafa Nadal. Non si spinse mai oltre sul rosso, cosa che invece gli è riuscita due volte sul duro, la prima alla fine di quell’estate.

A Flushing Meadows non perse neanche un set fino alla semifinale, la sua prima in un Major. Tuttavia ci riuscì superando ben quattro qualificati. King al primo turno, Norrie al secondo, Mahut al terzo e Denis Shapovalov in ottavi. Quest’anno ha battuto nuovamente il canadese, diventato nel frattempo un tennista ‘vero’, al termine di una durissima battaglia durata cinque set ai quarti di finale. Riguardando il tabellone dell’edizione 2017 è curioso vedere che il canadese (che qualche settimana prima si fece conoscere alla Rogers Cup, battendo Rafa Nadal) superò al primo turno Daniil Medvedev, abbastanza nettamente (7-5 6-1 6-2).

Proprio in relazione a Shapovalov, si può evidenziare come il canadese avesse battuto in quattro set Goffin prima di arrestarsi al cospetto di Carreño Busta. Due tennisti che presentano delle somiglianze, e rispetto al quale ‘Shapo’ è certamente più esplosivo: eppure, contro Goffin la rimonta gli è riuscita piuttosto agevolmente, mentre lo spagnolo gli ha imposto un 6-3 al quinto set. Interrogata sulla questione, è probabile che la maggioranza degli appassionati definirebbe Goffin un tennista più forte di Carreno Busta: quanto al rendimento negli Slam, però, il belga è arrivato tre volte ai quarti vincendo un solo set, Carreño (un anno più giovane) ha fatto lo stesso avanzando due volte in semifinale.

Qualche dato ci permette di chiudere definitivamente il discorso rispetto alla superficie d’elezione di Carreño Busta: in carriera ha vinto complessivamente 289 match su cemento, il 66% di quelli disputati. Invece su terra battuta sono 157 le vittorie su 257 partita, un ottimo 61%, ma piuttosto inferiore rispetto al record personale sul duro. E infine, anche i trofei confermano tale rapporto: tre li ha vinti su cemento (Winston-Salem 2016, Mosca – indoor – 2016 e Chengdu 2016) e uno su terra battuta (Estoril 2017). Adesso siete convinti del fatto che Carreno è tutt’altro che un intruso in queste semifinali?

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