Il sollievo di Thiem: "Non ho mai smesso di crederci, ora giocherò più serenamente"

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Il sollievo di Thiem: “Non ho mai smesso di crederci, ora giocherò più serenamente”

Il neo-campione dello US Open ha parlato del travaglio mentale della prima finale Slam giocata da favorito. “All’inizio ero molto contratto. Continuavo a chiedermi: ‘Avrò un’altra chance?'”

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Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Lo stato d’animo di Dominic Thiem nella conferenza stampa seguita alla vittoria del suo primo Slam è di liberazione, più ancora che felice. Le oltre quattro ore passate in campo contro l’amico Alexander Zverev l’hanno messo alla prova in più modi, dalla tensione iniziale ai crampi finali, passando per il ruolo di favorito della vigilia di cui avrebbe volentieri fatto a meno. L’austriaco, infatti, non si vedeva come il sicuro vincitore: “Io non mi consideravo il favorito, so di cosa è capace Sascha; erano i media ad avermi messo in quella posizione. Il nostro match in Australia era stato equilibrato fino alla fine, quindi mi aspettavo lo stesso tipo di incontro. Oggi l’andamento è stato diverso, soprattutto all’inizio, ma non ho mai smesso di crederci. Ho vinto uno Slam ed è fantastico, non importa contro chi”.

Elementi come i pronostici e l’esperienza delle finali Major raggiunte negli ultimi due anni e mezzo sono stati a suo dire deleteri per la qualità della sua performance, soprattutto all’inizio: Non credo che le finali precedenti mi abbiano aiutato, anzi, forse il contrario, visto quanto ero contratto all’inizio. Il problema è che volevo tantissimo il titolo, ma allo stesso tempo il pensiero di andare a zero su quattro nelle finali mi ronzava in testa. Continuavo a chiedermi, ‘avrò un’altra chance?’ Questi pensieri non ti aiutano a giocare liberamente”.

LA TENSIONE E I CRAMPI

I primi due set, infatti, sono stati un incubo, tanto che era sorto spontaneamente il dubbio che i problemi fisici accusati durante la semifinale contro Daniil Medvedev non fossero stati risolti appieno. Thiem ha però smentito l’ipotesi:Ero al 100% fisicamente, ho avuto qualche problema al tendine d’Achille in semifinale ma è stato risolto alla grande, non avevo alcun tipo di dolore. Il problema erano i nervi. Non ero più abituato a sentirmi così, e non sapevo come liberarmene, ma in qualche modo ci sono riuscito durante il terzo set”. Anche i crampi finali non sono stati il frutto di errori di preparazione o di problemi pregressi: Erano anni che non avevo i crampi, ma erano dovuti al mio stato mentale, non fisico. Ero stato incredibilmente teso per tutto il giorno, oltre che per i primi due set. La mia convinzione è stata più forte del mio corpo, però. Non sono state quattro settimane facili, né per il corpo né per la mente, e parte del grande sollievo finale è anche dovuto a questo”.

 
Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

I DOLORI DEL GIOVANE SASCHA

Lo svantaggio iniziale era all’apparenza incolmabile, sia per come stava servendo l’avversario, sia per la condizione quasi senza precedenti in cui versava: nell’Era Open, infatti, solo quattro volte un giocatore aveva rimontato due set in una finale Slam, sempre e solo a Parigi (1974, 1984, 1999, 2004). Sarebbe quindi stato normale accettare l’ineluttabilità della sconfitta, ma non per lui: “Restare in partita e continuare è crederci è stato molto complicato, ma ci sono riuscito – voglio dire, era una finale Slam. Stavo giocando male, braccia e gambe pesanti, ma ho sempre sperato che sarei riuscito a liberarmi a un certo punto. Per fortuna, il contro-break nel terzo non è arrivato troppo tardi, e da lì ho iniziato a crederci sempre di più. Ovviamente crederci non era abbastanza, perché sono sicuro che anche Sascha fosse convinto al 100% di poter vincere, e infatti siamo arrivati al tie-break del quinto”.

Va anche detto che, senza una grossa mano dal tedesco, il comeback non sarebbe stato possibile, soprattutto alla fine, quando Zverev ha servito per il match e affrontato il tie-break quasi senza servizio, limitandosi a cercare di evitare il doppio fallo (alterni risultati) con palombelle anodine: “Per lui era la prima finale, e nessuno dei due aveva dovuto battere uno dei Big Three, e credo che questo pensiero fosse presente nella mente di entrambi. Arrivati al tie-break sapevamo che potesse vincere chiunque, e quindi credo che sia comprensibile che non siamo riusciti a giocare il nostro miglior tennis. Quando ha servito per il match io avevo qualche problema fisico, ma ho pensato che anche lui non fosse più troppo fresco, e quindi speravo di avere un’altra chance, perché lui non stava più servendo come all’inizio – ho affrontato quel game alla grande e sono tornato in partita”.

Il finale è stato talmente drammatico (il Direttore l’ha definito “un copione di Agatha Christie diretto da Alfred Hitchcock”) che i due hanno finito per infrangere il protocollo del distanziamento sociale, finendo abbracciati a dispetto delle raccomandazioni e delle emozioni agli antipodi, una dimenticanza tutto sommato comprensibile: “Siamo grandi amici, abbiamo sia un’amicizia a lungo termine che una rivalità a lungo termine. Questa settimana siamo risultati negativi al tampone 14 volte, una cosa del genere. Volevamo solo condividere il momento, e non penso che questo abbia messo in pericolo nessuno, perciò credo che non ci sia stato niente di male”.

Dominic Thiem e Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

CEMENTO MON AMOUR

Nel giorno in cui in patria, a Kitzbuhel si giocava la finale di un torneo di cui lui era il campione uscente, Thiem è diventato il primo austriaco a vincere uno Slam dal Roland Garros del 1995 vinto da Thomas Muster, ma ha sempre pensato di poterne vincere uno? “Ho iniziato a pensare che avrei potuto vincere uno Slam quando ho raggiunto la mia prima semifinale a Parigi [nel 2016, ndr] – da lì ho pensato che potesse essere un obiettivo realistico. Quando ho iniziato a giocare sognavo di farcela, ma era un obiettivo così distante! Poi mi sono avvicinato alla vetta, e mi sono detto, ‘wow, forse un giorno potrò vincere uno dei quattro titoli più importanti del tennis’. Ho lavorato tanto, si può dire che abbia dedicato tutta la mia vita a questo obiettivo, e non vale solo per me, questo è un traguardo anche per il mio team e per la mia famiglia – oggi è il giorno in cui posso restituire molto di quello che hanno fatto per me”.

Molti avevano vaticinato una sua vittoria in un Major, ma quasi tutti avevano sempre pensato che il luogo della consacrazione sarebbe stato Parigi, visto che Dominator nasce come specialista del rosso, e lui era della stessa idea: “Pensavo che le mie chance migliori sarebbero arrivate sulla terra, di gran lunga, ma dallo scorso autunno qualcosa è cambiato: ho vinto Pechino, ho vinto Vienna, ho giocato benissimo alle Finals [perse in finale con Tsitsipas, ndr]; da lì ho capito che il mio gioco si potesse adattare molto bene anche al cemento”. L’uomo che ha cambiato tutto è Nicolas Massù, che l’ha portato prima alla vittoria in un Masters 1000 (Indian Wells 2019) e poi a quella di Flushing Meadows: “Ovviamente Nico ha contribuito tanto a questi miglioramenti. Mi ha fatto cambiare idea su quanto molti dei miei colpi potessero funzionare sul duro. Infatti, credo di aver giocato il mio miglior Slam a Melbourne, prima di questo US Open. In ogni caso l’unica cosa che mi interessa ora è di averne vinto uno, non importa quale!

Una domanda, infine, sulle sue chance al Roland Garros, dove ha perso le ultime due finali contro Nadal – quali saranno gli strascichi, sia positivi che negativi, di New York? “Sarò al 100%, senza dubbio. La grande domanda è la condizione mentale con cui arriverò al torneo, perché non mi sono mai trovato in questa situazione. Ho raggiunto un grande obiettivo, non so come mi sentirò a riguardo nei prossimi giorni. Detto questo, la mia aspettativa è che da ora sarà più facile affrontare i grandi tornei, sarò più rilassato e giocherò liberamente, perché prima di questa vittoria avevo questo tarlo di dover vincere uno Slam”.

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Sei giovani da tenere d’occhio nel 2021

Si sono fatti notare in questa stagione. E sembrano pronti per fare il salto di qualità. Chi ci riuscirà? Gli Under 21 più interessanti fuori dalla Top 100, incluso Musetti

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Lorenzo Musetti - ATP Challenger Forlì 2020 (foto Felice Calabrò)

Comincia davvero a soffiare il vento del cambiamento sul circuito ATP. A Flushing Meadows, Dominic Thiem ha spezzato finalmente spezzato un monopolio del triumvirato Federer-Nadal-Djokovic sui tornei dello Slam che durava da quattro anni. L’austriaco è stato inoltre il primo tennista nato negli anni Novanta, la “generazione nera” del tennis maschile, schiacciata dai fenomeni del decennio precedente e che tanti talenti ha perso per strada, a raggiungere questo traguardo. Dopo l’exploit nel 2019, il 23enne Daniil Medvedev ha confermato di essere un tennista formidabile, vincendo le ATP Finals in una finale su lo stesso Thiem. Da notare come i due abbiano sconfitto proprio Nadal e Djokovic nelle rispettive semifinali a Londra. 

Un altro russo, il classe 1997 Andrey Rublev, è stato il tennista che ha vinto più partite quest’anno, guadagnandosi l’ingresso nella Top 10. In cui peraltro sono ancora presenti altri due under 23, Alexander Zverev e Stefanos Tsitsipas. È stato anche, fortunatamente per noi, l’anno di Jannik Sinner, che a Parigi è stato capace di centrare i suoi primi quarti di finale in carriera e che ha persino conquistato il suo primo titolo a Sofia. Ma potrebbe non essere finita qua. Sì, perché ci sono altri tennisti giovani che nel 2021, in una stagione in cui si potrebbe tornare almeno ad una parziale normalità, potrebbero irrompere nella Top 100 e contribuire alla rivoluzione in atto. E trasformare questo vento in una bufera. 

Thiago Seyboth Wild, classe 2000, n.115 

Il brasiliano, campione junior agli US Open del 2018, ha stabilito un record notevole e di sicuro imbattibile. Quello del primo tennista nato negli anni 2000 a vincere un torneo ATP. Ci è riuscito a Santiago del Cile, nella ronda sudamericana che è terminata prima della interruzione del circuito a causa del Coronavirus, battendo in finale Casper Ruud, che sulla terra è un osso duro per tutti. Prima di quel torneo, aveva vinto una sola partita a livello ATP, la settimana precedente a San Paolo. È stato anche il primo tennista di un certo rilievo ad essere risultato positivo al Covid. Che chissà non abbia lasciato qualche scoria visto che nel post-lockdown non ha vinto nemmeno un match. Insomma, una stagione movimentata quella di Wild, che ha comunque “il pacchetto completo” per fare il salto di qualità. A partire da una struttura fisica molto ben sviluppata rispetto ai coetanei, che gli permette di generare grande potenza sia al servizio che con il dritto. La grinta è pure quella giusta. 

 
Thiago Seyboth Wild – Santiago 2020 (via Twitter, @chile_open)

Sebastian Korda, classe 2000, n.117

Un cognome che pesa quello dell’americano. Ma da papà Petr, Sebastian, vincitore degli Australian Open junior nel 2018, non ha ereditato solo quello, i capelli biondi e un fisico slanciato. Ha ereditato anche un bel talento. Un talento sicuramente più contemporaneo tuttavia. Lo statunitense è il prototipo di quello che deve essere un tennista di successo nel 2020: colpi pesanti, buon equilibrio tra dritto e rovescio, servizio solido, capacità di anticipare e non perdere campo. La sua scorsa stagione era stata di transizione. E sembrava che le cose dovessero andare così anche quest’anno prima della pausa. Poi, un po’ d’improvviso, sono arrivati gli ottavi al Roland Garros, Slam non proprio fortunato per i tennisti a stelle e strisce di solito, partendo dalle qualificazioni e battendo tra gli altri Isner e il nostro Andreas Seppi. Korda ha poi confermato di essere sulla strada giusta e di non soffrire i cambi di superficie, vincendo il suo primo Challenger a Eckental, sul cemento indoor. E chissà che gli Stati Uniti, resisi già conto che i vari Fritz, Tiafoe ed Opelka non sono proprio destinati all’olimpo del tennis mondiale, non abbiano trovato in lui una nuova speranza. 

Sebastian Korda – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Lorenzo Musetti, classe 2002, n.127

“Per certi aspetti è più forte lui di me”. Questo ha detto Sinner di Musetti, più giovane di lui un anno. Ed è abbastanza chiaro a cosa si riferisse. I due non potrebbero essere più diversamente talentuosi, lo yin e yang del futuro del tennis azzurro. L’altoatesino è pulizia tecnica, geometria, compostezza, potenza che cerca sempre un equilibrio con il controllo. Il toscano è puro talento, imprevedibilità, esplosività, capacità di accendersi (e accendere chi lo segue) come un fuoco. E proprio considerato questo suo essere un giocatore “naif”, un’esteta della racchetta, colpisce quanto in fretta sia riuscito a progredire in questa sua stagione, in fondo la prima a tempo pieno sul circuito da professionista. 31 vittorie e 16 sconfitte. Un bilancio di 7 successi e quattro sconfitte contro i Top 100, su cui spiccano le due affermazioni consecutive su Wawrinka e Nishikori al Foro Italico. La semifinale al Sardinia Open, con il rammarico per un infortunio che lo ha costretto al ritiro. Insomma, per quanto completamente diverso da Sinner, Musetti con lui ha dimostrato di condividere carattere, determinazione e voglia di migliorarsi. Oltre a quella bandierina tricolore di fianco al nome naturalmente. 

Carlos Alcaraz, classe 2003, n.140

Il nuovo Nadal. È il fardello pesante che ogni nuovo talento del tennis spagnolo si dovrà portare addosso. Ma la schiena di Carlos Alcaraz Garfia sembra di quelle belle solide, nonostante abbia solo 17 anni. A tenerlo ulteriormente con i piedi per terra e farlo lavorare sodo ci pensa Juan Carlos Ferrero, il suo allenatore. E già il fatto che un ex campione Slam si dedichi ad un teenager dice tanto di quanto prometta bene il ragazzino di Murcia. In questo 2020, Alcaraz ha dimostrato di poterle in realtà già mantenere le sue promesse. Battesimo nel circuito ATP a Rio e subito successo contro il connazionale Albert Ramos-Vinolas. Dopo la pausa, primo titolo nel circuito Challenger a Trieste, con una vittoria in semifinale proprio sul nostro Musetti. Bis a Barcellona, battendo in finale Dzumuhr. Tris addirittura ad Alicante. In totale fanno quasi 39 vittorie nel 2020 a fronte di 7 sconfitte. Ed è proprio la capacità di trovare sempre la vittoria che colpisce di Alcaraz. Nonostante un servizio ancora inadeguato per gli standard ATP e un gioco abbastanza basilare. Immaginiamo quindi quante altre partite possa conquistare se riuscirà a colmare le sue lacune, normalissime vista l’età. Potrebbe perfino diventare un nuovo Nadal. 

Carlos Alcaraz – Challenger Alicante 2020 (via Twitter, @ATPchallenger)

Hugo Gaston, classe 2000, n.161

Il 20enne Hugo Gaston è stato capace di esaltare il poco pubblico francese presente sugli spalti del Roland Garros come nessun altro partecipante al torneo. Da wild card, ha sconfitto niente di meno che Wawrinka, vincitore a Parigi nel 2015, e trascinato al quinto set Thiem, due volte finalista. Ma è il come lo ha fatto che ha galvanizzato i transalpini. A suon di palle corte, variazioni di gioco, colpi anticipati. Gaston, dal suo metro e settanta e poco più, che gli impedisce di demolire gli avversari con la forza, gioca un tennis tutto suo, ordinatamente variopinto e lucidamente folle. Un tennis che più francese non si può. Tornato nella sua dimensione dei Challenger, il folletto di Tolosa non ha poi raccolto moltissimo. Ma la discontinuità potrebbe persino diventare un suo marchio di fabbrica, con quelle caratteristiche tecniche e fisiche. Piccoli Santoro crescono per fare ammattire piccoli Hewitt.

Hugo Gaston – Roland Garros 2020

Brandon Nakashima, classe 2001, n.166

Korda è anche fortunato perché potrà condividere l’attenzione dei tifosi USA con un tennista che è più giovane di lui di un solo anno, Brandon Nakashima. Di lui si è cominciato a parlare alla fine dell’anno scorso, grazie ad un bel bottino di vittorie nei Challenger americani. E quest’anno Nakashima, nonostante la lunga pausa per Covid, è riuscito a riprendere il filo del discorso da dove lo aveva interrotto, conquistando la prima vittoria in un torneo ATP a Delray Beach e il primo successo in uno Slam agli US Open contro il nostro Lorenzi. Proprio la scorsa settimana ha ottenuto il primo successo Challenger in carriera ad Orlando. Dotato forse di meno forza rispetto al connazionale Korda, il californiano, seguito da niente di meno che da Pat Cash, compensa con completezza di gioco e varietà di soluzioni. Lo abbiamo anche intervistato in esclusiva e il ragazzo sembra avere la testa sulle spalle e ben chiari gli obiettivi da raggiungere. Ha tutto per bruciare le tappe molto in fretta nel 2021. 

Brandon Nakashima – US Open 2020 (courtesy of USTA)

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Racconti

Kaiser Thiem imperatore a Londra… o no?

Le ATP Finals 2020 sono state vinte da Daniil Medvedev. Ma diverse partite si sono decise su pochi punti. E se fossero andati in un altro modo?

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Dominic Thiem - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Che cos’è l’ucronia? Wikipedia la definisce così: “Genere di narrativa fantastica basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale”. In campo letterario abbiamo celebri esempi di narrativa ucronica, ne citiamo solo due: “La svastica sul sole” di Philip K. Dick e “Complotto contro l’America di Philip Roth.

Il giornalismo ha per obiettivo quello di raccontare il più fedelmente possibile i fatti come si sono svolti ed è quindi impermeabile a scenari ucronici. Spesso però leggendo le cronache di incontri di tennis particolarmente combattuti e conclusisi sul filo di lana, abbiamo la sensazione che – se non proprio l’ucronia – quanto meno la fantascienza fosse sempre lì lì per fare capolino tra le righe dell’articolo. Quante volte gli autori degli articoli dedicati a queste partite fanno esplicito riferimento a ciò che avrebbe potuto capitare (e non è capitato) se in un dato momento dell’incontro il punto vinto da Tizio fosse stato vinto da Caio. I commenti dei nostri lettori sono spesso a loro volta dei brevi racconti ucronici in cui – forse spinti dalla preferenza per l’uno o l’altro dei protagonisti in campo – viene descritta una realtà potenziale alternativa a quella che si è effettivamente verificata.

Un po’ per celia e un po’ per non morir… di noia in queste lunghe giornate di isolamento sociale, abbiamo scelto un punto che – se avesse avuto esito diverso – avrebbe potuto determinare un ribaltamento del risultato finale delle semifinali e della finale appena disputate a Londra. Lo abbiamo battezzato (ci perdoneranno gli anglofobi) “sliding point”.

Andiamo in ordine cronologico: Thiem batte Djokovic 7-5 6-7 7-6.

 

SCENARIO

Siamo nel secondo set e Thiem è alla battuta sul punteggio di 5-6 15-40; si trova quindi a fronteggiare due set point consecutivi, il primo dei quali costituisce il nostro…

… SLIDING POINT

Thiem serve una prima a 196 km orari che Djokovic ribatte ottenendo una risposta sufficientemente profonda; Thiem con il diritto cerca nuovamente il rovescio di Djokovic. È un buon diritto ma non sembra tale da indurre in errore l’uomo con il miglior rovescio bimane del circuito e forse di tutti i tempi, eppure …. Eppure in quel preciso istante gli spiriti di Jack Sock e Steve Johnson (rispettivamente il rovescio peggiore del west e dell’est) s’impossessano del corpo di Djokovic e gli fanno tirare abbondantemente in corridoio uno sgangherato rovescio incrociato. Il non verbale del serbo ripreso in primo piano è inequivocabile: “Ragazzi, ma come si fa… questa la teneva in campo anche Marian… oggi non è cosa”.

CONCLUSIONE

Djokovic in quell’istante ebbe una premonizione corretta e la storia lo confermerà da lì a poco. Ma se il punto che abbiamo descritto lo avesse vinto lui? Sicuramente avrebbe tolto molto al fascino dell’incontro, perché quello che è successo nel gioco decisivo del secondo parziale rimarrà a lungo nella memoria degli appassionati, ma crediamo che Nole avrebbe volentieri rinunciato all’epica pur di evitare la fatica fisica e mentale rappresentata dai 20 minuti del primo tie break per arrivare poi più lucido e fresco a quello successivo.

Novak Djokovic – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Seconda semifinale: Medvedev batte Nadal 3-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Siamo nel tie-break del secondo set; Medvedev è alla battuta sul punteggio di 4 a 3 in suo favore e al nostro…

… SLIDING POINT

Il russo mette in rete la prima palla; sulla seconda Nadal prende in mano lo scambio mettendosi in condizione di tirare un diritto a colpo sicuro a due passi dalla rete; la violenta traiettoria della pallina scagliata dallo spagnolo incontra il telaio della racchetta di Medvedev che mette così a segno un beffardo pallonetto vincente. La Gialappa’s Band lo avrebbe probabilmente definito “il puntolo della settimana”. Nadal – i cui lineamenti sempre più ci ricordano quelli dell’attore Wes Study nel film “Geronimo” – con ammirevole compostezza si limita a tornare al suo posto alzando gli occhi al cielo, forse per chiedere aiuto a Manitù. Che non glielo darà.

CONCLUSIONE

Scopriamo l’acqua calda affermando che in un tie-break un conto è essere sotto 3 a 5 e ben altro essere in parità 4 a 4. Però lo facciamo confidando nella vostra comprensione aggiungendo che il fattore psicologico quando un tennista si sente incolpevole vittima dalla sorte può risultare decisivo, anche se il tennista in questione è una roccia come Nadal. Il primo a esserne consapevole ci sembra sia proprio lui quando nella conferenza stampa post-partita afferma: “Ho perso una grande occasione”.

Rafael Nadal si mette la fascia – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Dulcis in fundo la finale: Medvedev batte Thiem 4-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Thiem ha vinto il primo parziale chiudendolo con un nastro a suo favore che ha lasciato in molti osservatori – e forse anche in lui – la sensazione che gli dei del tennis in questa partita siano schierati al suo fianco. Il secondo set segue l’alternanza dei servizi e i due contendenti si trovano sul punteggio di 3 a 3, 30-40 con Medvedev alla battuta che deve annullare un break point che ha il profumo di un match point e che costituisce il nostro ultimo…

… SLIDING POINT

La prima di Medvedev è fuori; la seconda è una battuta fiacca e centrale che viaggia a 133 km orari, dietro alla quale il nostro novello Enrico Toti si lancia a rete offrendo lo scarno petto alla risposta di diritto di Thiem; l’austriaco non si fa pregare e tira un colpo violentissimo che costringe Medvedev a effettuare una volée di diritto in tuffo puramente difensiva che ha però il decisivo pregio di ributtare la pallina poco oltre la rete con un insidioso quanto casuale effetto a rientrare. Thiem ha però iniziato a correre verso la palla non appena questa è uscita dalla racchetta di Medvedev e la raggiunge con il tempo sufficiente per piazzare un colpo apparentemente non complicato anche per chi – come lui –non è dotato di grande tocco; il destino di Medvdedev sembra segnato ma Thiem appoggia in corridoio il diritto e poi rimane pietrificato nei pressi della rete con lo sguardo rivolto al suo coach non meno pietrificato di lui. Un errore che ci ha fatto tornare alla mente per associazione di idee quello celeberrimo commesso da Nadal nel quinto set della finale dell’Australian Open 2012 contro Djokovic.

CONCLUSIONE

Se Thiem avesse conquistato quel punto si sarebbe trovato potenzialmente a due turni di servizio dalla vittoria. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo in seguito, ma il dubbio che questa partita l’abbia più persa lui che non vinta Medvedev ci accompagnerà a lungo.

Affidiamo la conclusione dell’articolo alle parole scritte da Vittorio Sereni. Il grande poeta lombardo amava lo sport a cui dedicò saggi e articoli che sono stati recentemente raccolti in un’antologia intitolata “Il verde è sommesso in nerazzurri”. In un articolo dedicato al calcio scrisse: “Non credo esista un altro spettacolo sportivo capace, come questo, di offrire un riscontro alla verità dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi imprevisti, nei suoi rovesci e contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni; al limite, nella sua monotonia…”.Mutatis mutandis crediamo che questa riflessione possa applicarsi altrettanto bene al tennis. E voi?

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Flash

Murray, prospettiva 2021: “Non ho dimenticato come si gioca a tennis”

Lo scozzese si sta allenando in vista del prossimo Australian Open, sulla cui data d’inizio non ci sono certezze. Negli ultimi tre anni Murray ha giocato appena 40 partite, ma sente di poterne giocare ancora di importanti

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C’è anche Andy Murray tra i tanti che hanno messo nel mirino il prossimo Australian Open come punto di ripartenza. Non lo vediamo in campo da metà ottobre a Colonia, quando ha perso al primo turno con Fernando Verdasco per poi assecondare una fastidiosa pubalgia che gli ha suggerito di fermarsi. Ho ripreso ad allenarmi al centro federale di Roehampton due settimane fa – ha raccontato a The Guardian – puntando molto sul lavoro di forza in palestra per compensare la velocità, che non è ancora quella di prima”. Dopo l’operazione per installare una protesi all’anca, successiva all’Australian Open del 2019, il tre volte campione Slam è apparso nel circuito a intermittenza. A ottobre dello scorso anno il punto più alto della nuova scalata, con il successo ad Anversa. Poi nel 2020 – stagione tormentata già di suo – solo la bolla di Flushing Meadows (dove ha battuto Zverev, al secondo turno di Cincinnati), il Roland Garros e, come detto, Colonia. Sette partite giocate, che diventano appena 40 (con 23 vittorie) se si allarga l’analisi alle ultime tre stagioni (2018-2020); sono meno di quelle vinte da Djokovic e Rublev, 41, nel solo 2020.

IPOTESI RINVIO – Nell’agenda di Sir Andy c’è adesso l’atterraggio in Australia, non appena gli sarà consentito, in attesa di conoscere le disposizioni definitive sul periodo di quarantena obbligatoria e sulla possibilità o meno di allenarsi (e di giocare, perché no, qualche torneo). “Lo scenario migliore, al momento – è il suo punto di vista – sarebbe rinviare l’Australian Open di un paio di settimane, ciò consentirebbe ai giocatori di arrivare lì a inizio gennaio. Ma non si può andare oltre, perché altrimenti verrebbero toccati Indian Wells e Miami in programma marzo”. In realtà, le ultime notizie dicono che l’ipotesi più probabile sembra essere quella del rinvio a febbraio, ma è tutto ancora avvolto nella nebbia.

Sull’ipotesi di clausura pre-torneo, una voce critica ma realista. Non di totale opposizione: “Sarebbe complicato – spiega -, ci sono giocatori che provengono da climi molto freddi. Chiedere loro di giocare a 35, 36 gradi senza preparazione per la partita aumenterebbe solo il rischio di infortuni e forse la qualità del tennis non sarebbe così alta. In ogni caso, non sarebbe un problema per me. Renderebbe solo tutto un po’ più duro“. Nessun dubbio invece sull’opportunità, guardando al medio-lungo termine, di subordinare al vaccino la possibilità di girare per il mondo nei tornei.

OBIETTIVI – La spinta che Murray ha alle spalle è quella di chiudere il cerchio, attraversando una stagione quasi “normale”, con tutto ciò che si è messo alle spalle. Pur nella consapevolezza di quanto possa essere controproducente guardare indietro. “Non ho dimenticato come si gioca a tennis – dichiara – so che potrò interpretare ancora grandi partite se riuscirò a mantenermi in salute e in forma“. Attualmente al numero 122 del ranking, lo scozzese – che ha rinunciato alla trasferta australiana nello scorso gennaio – può entrare nel tabellone principale di Melbourne con una wild card sulla quale non dovrebbero esserci dubbi. Ritroverebbe così quei campi su cui – dopo l’ultima dolorosa apparizione, gennaio 2019 – aveva annunciato un ritiro che per fortuna non è mai arrivato.

Il ritardo con cui si avvierà la spedizione gli consentirà di passare il Natale in famiglia – prendendo le dovute accortezze – e guardare con fiducia ai prossimi mesi. Per un due volte campione olimpico, Tokyo non potrà che essere una priorità. “Non posso negare di pensarci – ammette – nel 2021 voglio giocare l’Australian Open e tornare a Wimbledon, poi, se dovessi essere in forma, andrei all’Olimpiade con l’obiettivo di vincere un’altra medaglia“.

 

CASO OLYA – L’ultimo spunto è politico. Murray rivolge all’ATP l’invito a prendere “estremamente sul serio” i casi di violenza domestica, quella di cui è accusato Alexander Zverev (il quale però ha smentito ogni addebito). “Non so quanto tempo sia passato, ma di certo non è stata una reazione immediata“, ha commentato in relazione alla cauta (in assenza di azioni legali) presa di posizione dell’ATP dello scorso 13 novembre. Arrivata quando erano passate due settimane dalla pubblicazione delle dichiarazioni di Olya Sharipova sui media russi. “Il tennis oggi non ha una policy in materia – ha concluso -, penso che invece l’ATP dovrebbe sapere già cosa fare in questo tipo di situazioni, invece che dover pensare e poi reagire. Possono essere maggiormente proattivi in una situazione simile, che va presa molto sul serio aspettando di capire cosa uscirà fuori nei prossimi mesi“.

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