Djokovic si scalda con Sinner davanti a 4.000 spettatori (Bertellino). La vittoria di Martina (Piccardi). Adelaide, in tribuna torna la passione (Cordella). Wilander: "Berrettini e Sinner pronti a stupire. Torino scelta perfetta per le Finals"(Semeraro)

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Djokovic si scalda con Sinner davanti a 4.000 spettatori (Bertellino). La vittoria di Martina (Piccardi). Adelaide, in tribuna torna la passione (Cordella). Wilander: “Berrettini e Sinner pronti a stupire. Torino scelta perfetta per le Finals”(Semeraro)

La rassegna stampa del 30 gennaio 2021

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Djokovic si scalda con Sinner davanti a 4.000 spettatori (Bertellino, Tuttosport)

La notizia principale dell’esibizione andata in scena ad Adelaide nella notte italiana tra giovedì e venerdì e denominata “A Day at The Drive” è che ha avuto quale cornice un pubblico di quasi 4.000 persone, come non accadeva da circa un anno causa pandemia. Emozioni per tutti dunque, protagonisti e presenti, tanto da “costringere” Novak Djokovic, in un primo tempo chiamatosi fuori causa dalla sfida annunciata contro l’azzurro Jannik Sinner (per una vescica alla mano destra) a tornare sui propri passi e giocare il secondo set. Tradotto Sinner ha perso contro la Serbia. Nella prima frazione si è arreso a Krajinovic, per 6-3, nella seconda al numero 1 del mondo con lo stesso score dopo un iniziale equilibrio. «L’emozione era troppo forte – ha detto Nole al termine – dovevo esserci e giocare». Parere condiviso anche da Serena Williams che ha fermato al supertie-break la campionessa degli ultimi US Open, Naomi Osaka, in un’atmosfera molto più rilassata di quella che aveva caratterizzato la loro finale Slam 2018 e sempre agli US Open: «Era da un anno – ha detto la 23 volte campionessa Slam – che non giocavo con un pubblico così, è stato proprio bello». Riscaldamento importante anche per Rafael Nadal e Dominic Thiem, con il successo del primo per 7-5 6-4: «E’ un onore giocare con questa platea – ha detto “Rafa” -. L’Australia ha dato una lezione a tutti su come si affronta una pandemia”. A distanza di 11 mesi dalla sua ultima apparizione è tornata in campo anche Ashleigh Barty, “aussie” e numero 1 del mondo, che ha subito alla distanza la rimonta di Simona Halep.[…] Compilati anche i tabelloni dei due WTA 500 di preparazione al primo Slam di stagione, in programma a Melbourne. Nello Yarra Valley Classic figurano al via anche Camila Giorgi ed Elisabetta Cocciaretto. Nel Gippsland Trophy Jasmine Paolini, Sara Errani e Martina Trevisan. Ad Antalya, intanto, nel Challenger 80, è salito nei quarti anche Alessandro Giannessi. Out Paolo Lorenzi dopo aver fallito un match point. Oggi Giannessi e Musetti torneranno in campo a caccia delle semifinali rispettivamente contro lo spagnolo Munar, numero 1 del seeding, e l’australiano Santillan. Presentati ieri gli Internazionali Città di Biella, al via il 17 febbraio con le qualificazioni del primo Challenger (cat. 80) al quale non è escluso che partecipi già Murray (si attende conferma scritta). […]

La vittoria di Martina (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

 

Di Martina, chiusa in quarantena dentro una stanza d’albergo a Melbourne, Australia, nel video della chiamata su Zoom arrivano prima i ricci. Tanti e disobbedienti, proprio come chi si è ribellata a una storia già scritta. «Se penso a me, vedo mille sfaccettature: la fragilità, la rabbia, la grinta, la gioia. Ho imparato che la voglia di sognare è una forza vincente. E se quando stai male ti chiedi perché, le risposte arrivano sempre». Con Martina Trevisan, 27 anni, fiorentina, numero 86 della classifica mondiale, figlia di Monica e Claudio ex centravanti in serie B, sorella di Matteo a cui avevano pronosticato un futuro da Roger Federer (maledetti infortuni…), è un peccato mortale parlare solo di tennis. […] Martina è la sua esperienza di guarigione dal disturbi alimentari nel periodo in cui i genitori si stavano separando, e l’odio per il tennis prima di reinnamorarsene perdutamente («Ho letto “Open”, di Agassi, certo: ero nel buio e mi ci sono ritrovata, sottolineavo le frasi del libro con l’evidenziatore, una su tutti: detesto il tennis ma non riesco a smettere di giocare»), è tre anni lontano dal campo facendo altro («Ho finito il liceo linguistico e mi sono occupata del mio malessere») prima di tonare all’antica passione. Portatrice sanissima di guarigione, insomma, Martina è un messaggio ambulante di vita che arriva dall’altra parte del mondo all’alba della stagione che deve consacrarla tra le tenniste top-1oo («L’obiettivo è giocare il più possibile ad alto livello: risultati e classifica verranno da sé») e numero uno d’Italia, possibilmente con qualche altra incursione da ribelle (vedi il Roland Garros 2020) nell’attico del tennis mondiale: «La consapevolezza che a quel livello posso starci, ora ce l’ho. Io nella seconda settimana di uno Slam? Mi sono meravigliata da sola. Ma tutto ha un sapore diverso e migliore per il passato da cui provengo». Adesso che i fantasmi sono alle spalle («Continuo a frequentare la psicologa a Pisa e lavoro con un mental coach per l’aspetto sportivo»), è bello voltarsi e rendersi conto che non fanno paura. «Da che mi ricordo, ho sempre avuto la racchetta in mano: ogni mia foto da bambina è ambientata al circolo — racconta Martina con il vassoietto del cibo passato attraverso le procedure australiane anti-Covid sul letto, da noi mattina e da lei ora di cena —. Il tennis mi è piaciuto subito. Ma come ragazza crescevo meno che come tennista, si è creata una scollatura, come se non riuscissi a stare dietro ai risultati che cominciavano ad arrivare. Felicità e rabbia si alternavano, finché la seconda ha preso il sopravvento. Alla fine del 2009 ho deciso di smettere perché non mi divertivo più. Desideravo una cosa sola: liberarmi dalle catene». C’è un ciclista olandese molto forte, Tom Dumoulin, re del Giro d’Italia 2017, Martina; ha appena annunciato il ritiro a tempo indeterminato: non riuscivo più nemmeno a portare fuori il cane senza pensare alla bicicletta, ha detto. «Lo capisco. Arriva un momento in cui la tua unica preoccupazione è vivere. Poi, con il tempo, devi provare a non pensare ai giudizi e a quello che vuole da te la gente, solo a stare bene con te stesso». La salvezza di Martina, curiosamente tappe è stata la causa originaria del suo disturbo: il tennis. «Insegnavo a bambini e adulti e sentivo una vocina dentro di me che diceva: Marti, occhio che quella porta non è chiusa». La sua scialuppa di salvataggio, paradossalmente, la malattia: «Con i disturbi alimentari ho finalmente mostrato all’esterno il mio male di vivere: nel tennis sembrava andasse tutto bene, ma dietro la maschera la realtà era ben diversa. I miei genitori, distratti dai loro problemi, si sono accorti che c’era qualcosa che non andava». Occuparsene è stato íl primo passo di guarigione. Pian piano sono tornati i bei pensieri, la fame di cibo, sport e amore: «Innamorarmi è stato un passo importante. Prima con i ragazzi mi vergognavo, non volevo farmi vedere. Con Marco, che ha una pompa di benzina a Pontedera, per la prima volta riesco a essere davvero me stessa». Non stupisce che la vera Martina, che si allena al centro federale di Tirrenia e gira per il mondo con un mini staff (il coach Matteo Catarsi, nomen omen, e il preparatore atletico Donato Quinto), abbia potuto liberare il suo talento una volta rimessi insieme i pezzi del puzzle. «Oggi sono felice. Mi piace viaggiare, allenarmi, stare dentro il campo, sfidare le avversarie». Inclusa la mitica Serena Williams, pantera 39 enne ancora a caccia del 24esimo Slam. Si è fatto tardi, la nuova Trevisan che ha due cuori tatuati sul braccio vuole dormire. «Mi piace, attraverso la mia storia, mandare un segnale di positività: non mi gratifico mai abbastanza, sai». Sogni d’oro, Marti.

Adelaide, in tribuna torna la passione (Gianluca Cordella, Il Messaggero)

[…] E così le immagini che arrivano da Adelaide, con le tribune riempite da quattromila appassionati quasi tutti senza mascherina (qualcuno che non rinuncia alla prudenza si trova anche nei Paesi Covid free), nella loro dirompente normalità ante virus, sembrano di un datato che fa quasi commuovere. Un po’ come trovare un foto dei propri nonni da giovani. Ma quel tempo è adesso, è ieri. Ed è Australia. Il paese da cui riparte la speranza di poter tornare a vivere lo sport normalmente e con passione. In attesa di inaugurare la stagione degli Slam a Melbourne, il Paese che da due settimane non registra nuovi contagi ha fatto le prove generali ad Adelaide, con una esibizione deluxe cui hanno preso parte i tre migliori giocatori del mondo, sia al maschile che al femminile – Novak Djokovic, Rafa Nadal e Dominic Thiem da una parte, Ashleigh Barty, Simona Halep e Naomi Osaka dall’altra – oltre a una campionessa senza tempo come Serena Williams e un campioncino in divenire che il suo tempo glorioso deve ancora costruirselo (ma ha cominciato bene): il nostro Jannik Sinner. Ad aprire le danze è stato proprio l’azzurro, tra i tennisti eletti di stanza ad Adelaide perché scelto da Nadal come compagno di allenamento (i rigidi protocolli australiani permettono ai giocatori di allenarsi sempre e solo con lo stesso compagno). Si aspettava di sfidare Djokovic, invece ha trovato dall’altra parte della rete l’altro serbo Filip Krajinovic. Nole era alle prese con una fastidiosa vescica alla mano e ha marcato visita. Inizialmente. Perché dopo il primo 6-3 confezionato dal compagno di Davis, il numero 1 dell’Atp si, è presentato in campo, ha stretto i denti e ne ha rifilato un altro all’allievo di Riccardo Piatti. Jánnik, che cresce di giorno in giorno anche come personaggio, ci ha scherzato su: «E già difficile sfidarne uno solo, figurati tutti e due». A seguire Serena Williams ha battuto al super tie break la sua erede Naomi Osaka, un Nadal tonico più che mai ha superato Thiem con una prestazione non da esibizione («Non vinco gli Australian Open da più dieci anni, non posso smettere di provarci», ha detto il fenomeno spagnolo) e Simona Halep ha superato la Barty, ancora un po’ arrugginita dopo aver saltato anche i mesi difficili che la racchetta ha condiviso con la pandemia ancora in pieno sviluppo, tra agosto e novembre. PROVE GENERALI Ma, insomma, di questi tempi la condizioni dei tennisti interessa più che altro a loro e ai rispettivi staff. La presenza del pubblico, quella sì, ha rubato a tutti i riflettori (in parte metaforici, visto che la sessione mattutina è stata benedetta dalla copertura del campo che ha riparato gli spettatori dal sole battente). Hanno esultato tutti. Dai protagonisti in campo («Mi faceva male la mano ma non potevo rinunciare: è speciale giocare con lo stadio pieno dopo un anno», ha detto Djokovic) a quelli che non lo sono più indipendentemente da quarantene e virus. «Sono così felice! Rivedere i fan in tribuna! E si vedono anche i loro sorrisi. Vai team Jannik», ha twittato una raggiante Maria Sharapova, aggiungendo un incoraggiamento al suo ex compagno di allenamento. Gli unici che avranno sorriso così così, forse, sono i giocatori bloccati nelle stanze d’hotel di Melbourne, dove i protocolli sono stati più rigidi rispetto a quelli fronteggiati dai colleghi di Adelaide. Per molti di loro l’appuntamento con il calore ritrovato è rimandato all’8 febbraio, quando si alzerà il sipario sullo Slam Down Under. Il pubblico, dimezzato rispetto alla capienza totale, ci sarà. E sarà bello, anche davanti alla tv, tornare a sentire applausi e cori di incoraggiamento.

“Berrettini e Sinner pronti a stupire. Torino scelta perfetta per le Finals (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] Mats, partiamo con tre nomi secchi su cui puntare per Melbourne, al via l’8 febbraio? «Nel maschile Nadal, Djokovic e Thiem. Nel femminile Naomi Osaka, Ashleigh Barty e Serena Williams». Restringiamo il campo: il favorito resta Djokovic? «Be’, Novak sta covando vendetta per la finale persa a Parigi e per quello che è successo agli Us Open l’anno scorso (la squalifica per la pallata alla giudice di linea, ndr). Quindi sarà molto difficile batterlo. E lui il favorito». Ultimamente Djokovic è molto impegnato come sindacalista. Ma si becca le critiche di chi sostiene che i tennisti sono già abbastanza ricchi… «È il numero 1 del mondo, un grande professionista, non ha paura di esprimere le sue opinioni. Facendo così ti esponi inevitabilmente alle critiche. Ma va bene , dimostra che la faccenda gli sta molto a cuore». La vigilia degli Australian Open è vissuta anche della polemica sulla “quarantena da vip” di cui hanno goduto i migliori: un’ingiustizia? «È sempre stato così, nel tennis e nello sport in generale. La gente vuole vedere i più forti, quindi avranno sempre un trattamento speciale. Serena Williams, ma anche Rafa o Nole non erano nessuno quando hanno iniziato. Sono diventati quello che sono per merito loro, e ora si godono i privilegi». Si rischia un torneo squilibrato? In 70 non hanno neppure potuto allenarsi prima del torneo per via del Covid. «I migliori sono abituati a vincere anche quando non sono al massimo, perché hanno un solo obiettivo: non perdere da chi sta dall’altra parte della rete. Sarà più una questione mentale che fisica, ma la verità è che nessuno sa come reagiranno i tennisti dopo la quarantena. Potrebbero esserci delle sorprese». Federer non gioca da un anno e ha saltato anche l’Australia: può ancora vincere uno Slam, a quasi 40 anni? «L’Australia era una buona occasione, perché la superficie è rapida. Lo sarà anche Wimbledon, Roger è convinto di poter vincere lì per almeno altri 5 anni e io gli do ragione. Quindi la mia risposta è sì, soprattutto in questi due tornei. A Parigi e agli Us Open per lui invece ora rischia di essere troppo dura». Djokovic può superare i 20 Slam vinti da Roger e da Nadal? «Credo che ci riuscirà. In almeno tre su quattro Slam parte favorito, e lo sarà ancora per due o tre anni. Ma per farcela sarà importante vincerne almeno due nel 2021». Segue i tennisti italiani? Crede che Berrettini o Sinner possano avere una chance in Australia? «Penso che entrambi abbiano un’ottima possibilità di arrivare in fondo. Sinner è la vera grande promessa del tennis, destinato un giorno a vincere tornei dello Slam, e anche Matteo ha la chance di riuscirci. Potrebbe essere questa volta, o forse no, di sicuro dopo averli visti giocare non ne sarei sorpreso. L’Italia ha tanti tennisti forti al momento, e tutti divertenti da guardare». Sinner è già maturo per i grandi traguardi? «E pronto per la seconda settimana negli Slam, lo ha dimostrato a Parigi contro Nadal. Vale i quarti, o le semifinali, e la superficie su cui si gioca in Australia è molto adatta al suo gioco. Può vincere già questa volta? Non lo so. Dovrebbe battere Nadal, Djokovic e Thiem, e sarebbero tre match durissimi uno dietro all’altro. Ma sono convinto che possa regalarci almeno una grande sorpresa». Quali sono i ricordi che la legano di più all’Italia? «Ho vinto a Roma, e a Palermo, un anno ho perso da Stefan (Edberg, ndr) a Milano, e ho giocato tante esibizioni da voi. Ma credo che la cosa più bella sia stato far parte della squadra di Coppa Davis svedese, a Cagliari e a Prato. Anche se magari non è andata benissimo”. Torino è stata una buona scelta per ospitare le Atp Finals per i prossimi anni? «Non penso che sia una buona scelta: penso che sia la migliore in assoluto. Non riesco a immaginarne un’altra. Con Sinner e Berrettini in campo, e magari anche un terzo italiano, l’atmosfera sarebbe davvero pazzesca. È stato perfetto scegliere l’Italia in questo momento»

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Matteo e Jannik, coppia da urlo (Mastroluca, Crivelli, Azzolini). Medvedev passa ma che fatica (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 25 gennaio 2022

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La nuova era dell’Italtennis (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

E’ grande Italia a Melbourne. Per la prima volta in uno Slam diverso dal Roland Garros, due azzurri centrano i quarti di finale. Jannik Sinner e Matteo Berrettini, che sfideranno rispettivamente Stefanos Tsitsipas e Gael Monfils per avvicinare ancora un po’ il sogno di una finale tutta tricolore, stanno guidando il nuovo boom del tennis italiano dopo la grande stagione degli anni Settanta. Proprio da quella stagione non si vedevano due italiani così avanti in un major. Era il 1973, a Parigi facevano sognare Paolo Bertolucci, eliminato nei quarti, e Adriano Panatta, sconfitto in semifinale, battuti entrambi dallo stesso avversario, quel Niki Pilic per cui poco dopo si sarebbe scatenato a Wimbledon un boicottaggio senza precedenti. Il ventenne Sinner non ha dato alcun segno di particolare durante il suo debutto sulla Rod laver Arena, peraltro contro l’ultimo australiano rimasto in tabellone nello Slam di casa, Alex De Minaur. Il primo set ha marcato la distanza tra il Sinner attuale, formalmente fuori dai primi dieci del mondo ma con un tennis da top player; e un De Minaur che meno di un anno fa era numero 15 del mondo. L’australiano ha giocato anche meglio, non ha sbagliato scelte, riusciva ad anticipare anche in controbalzo le bordate da fondo dell’azzurro. Ma alla fine il set l’ha vinto Jannik, e la partita non è più stata la stessa. «L’aspetto più importante di questa vittoria — ha detto l’azzurro — è stata la mia capacità di trovare una soluzione alle difficoltà iniziali. Mi sono concentrato per iniziare a servire meglio, e fortunatamente à sono riuscito, e poi ho provato a spingere di più e a far muovere Alex. Mi aspettavo una partita lunga, devo dire che ho alzato il mio livello nel secondo e terzo set». l’ha riconosciuto anche il suo avversario. Jannik, ha detto, «ha giocato meglio quando è calata l’ombra su tutto il campo. La sua palla viaggiava di più per tutto il campo e sappiamo tutti quanta straordinaria potenza sia in grado di esprimere». Il 20enne di Sesto Pusteria, che ha promesso di fare il tifo per Matteo Berrettini conto Monfls, affronterà per la quarta volta Tstsipas. Hanno giocato sempre sulla terra rossa, Sinner l’ha già battuto agli Internazionali BNL d’Italia e pensare che oggi parta alla pari o addirittura leggermente favorito non è un’eresia. […]

Un urlo per la storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quando una farfalla sbatte le ali a Melbourne, in Italia cominciano a farsi largo i sogni. Più che teoria del caos, è pratica del talento: dopo Matteo Berrettini, anche Jannik Sinner approda ai quarti degli Australian Open, sigillando un’impresa che in uno Slam al tennis italiano mancava da 49 anni, quando nel 1973 a Parigi furono Adriano Panatta e Paolo Bertolucci a introdursi tra i magnifici otto. Si temeva, per Jannik, l’effetto-casa, inteso come tifo rumoroso e a senso unico a favore del rivale aussie De Minaur, e invece il match è marchiato a fuoco dalla maturità e dalla concentrazione dell’azzurro, dalla sua maggior varietà di soluzioni, dalla capacità di gestire senza apprensioni la palla lineare e pulita di Alex, che evidentemente ne esalta la velocità e la potenza delle controrepliche. Demon dura un set, provando a stuzzicare con pervicacia il dritto di Jan, ma quando il tie break prende la via italiana, la sfida è segnata: da lì, il servizio di Sinner scava la differenza e le sue discese a rete rappresentano un eccellente ed efficace diversivo (addirittura 26 punti su 32). A fine match, una farfalla si posa sul cappellino del numero 10 del mondo e Courier, oggi speaker del torneo, gli ricorderà che successe anche a lui. E poi vinse il torneo. Evocazioni magiche che non scuotono l’umiltà di Jannik: «A 20 anni puoi soltanto crescere. Negli ultimi mesi sono maturato come giocatore, ma soprattutto come persona, che per me è la cosa più importante. Comunque devo crescere ancora tanto sotto qualsiasi aspetto». Intanto però è nei quarti degli Australian Open per la prima volta e con la prospettiva, domani, di una sfida affascinante ma non certo chiusa contro Tsitsipas. Prima, tuttavia, si godrà lo spettacolo dell’amico Berrettini, in campo contro Monfils e avanti 2-0 nelle sfide dirette: «Giocherà in serata, quindi sarò nel letto a guardarmi la partita, come ho già fatto in altre occasioni. Seguire gli incontri di Matteo mi fa solo piacere, perché lo ammiro sia come giocatore sia come persona. Gli dico in bocca al lupo e mi auguro possa vincere ancora». Per incontrarsi, perché no, alla fine di un percorso comune, nell’Eden dei tennisti: una finale Slam. Magari già a Melbourne: «Cosa accadrebbe? Ancora non lo so – confida Jannik – perché non abbiamo mai giocato uno contro l’altro. Speriamo nel futuro di poterlo fare spesso. Matteo è un bravissimo ragazzo e un bravissimo giocatore. Anche il suo team è molto umile e mi piace stare intorno a lui perché credo che posso imparare tante cose. Anche nella Atp Cup, quando l’ho conosciuto meglio e ci siamo allenati insieme diverse volte, ho capito che è una bravissima persona oltre che un ragazzo normale, e io credo che più normale sei e meglio è. In campo è ovvio che vuoi vincere contro chiunque, ma sarebbe più difficile perché un derby avrebbe tante insidie». L’elogio della normalità, che si era riverberato anche dalle parole di Matteo del giorno prima, con annessi i complimenti sentiti a Jannik: «Andiamo d’accordo perché siamo due bravi ragazzi. Ci sentiamo spesso, parliamo delle nostre partite. La nostra non la chiamerei rivalità, semmai sana competizione: a me dà la carica sapere che c’è un altro italiano così forte, mi spinge oltre i miei limiti. Prima o dopo ci affronteremo, e sarà bellissimo. Intanto siamo uno stimolo reciproco per raggiungere risultati sempre più grandi».

Che fenomeno! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Una farfalla si posa su Jannik Sinner. Sceglie il momento dell’intervista e si lascia inquadrare dalla telecamera. Là sul berretto, vicino al rosso dei capelli che di Semola è certo la parte più floreale. È un segnale, dice Jim Courier, nei panni dell’intervistatore entomologo. «Una magia». Certo è così. Non c’è volo di farfalla che non abbia titillato suggestioni, acceso raffronti, ispirato metafore. Teorie persino. Come quella del caos. Il lieve battito d’ali di una farfalla intorno a Sinner provocherà un uragano dall’altra parte del mondo? Ma è da aruspici stabilire di quali annunci sia portatrice la farfalla di Jannik, e non pare il caso di tentare la sorte, sebbene nel giorno che vede il giovane issarsi al pari dei più esperti una riflessione s’imponga su ogni altra, centrata sul mistero che ogni farfalla porta con sé. L’enigma della metamorfosi. Che il bruco Sinner sia definitivamente asceso allo stadio più elevato della propria trasformazione? Ieri, opposto al pedestre Alex de Minaur nei quarti mostra la trasformazione completata da giovane aspirante a campione. Lo abbiamo visto volare come una farfalla e pungere come un’ape. È anche questo un segnale? Courier non avrebbe dubbi. E sono due gli italiani lassù. L’Italia è – al centro dello Slam. Azzurro Tennis, la proposta colore per la moda dei prossimi anni. L’Austalia non ne ha nessuno. L’ultimo è stato messo alla porta da Sinner con facilità. Alex de Minaur ha gambe buonissime ma in confronto a Sinner sembra giocare con un piumino al posto della racchetta, mentre quello è già passato al randello. Il match è durato un set, il primo, e l’unico in cui coach Lleyton Hewitt si sia dato pena di metter su un’espressione da gran cattivo, che fa tanto bischero ma resta il modo più diretto per ricordare al proprio adepto di essere ostile (nell’animo) almeno quanto lo era lui. Sinner poi ha dilagato, alternando molto bene colpi da fondo a qualche discesa a rete. […]

Medvedev passa ma che fatica (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il n°2 del mondo, Daniil Medvedev si è issato nei quarti ma non è stata una passeggiata. Contro il sorprendente e atipico Maxime Cressy, n. 70 ATP, giocatore serve and volley nome nuovo di questo inizio 2022 (finalista a Melbourne nell’ATP 250) ha dovuto lottare 4 set trovandosi a un punto dal cedere anche il secondo. II russo ha dovuto contrastare il serve & volley del rivale nato in Francia ma di passaporto americano che ha messo in campo un tennis a dir poco spavaldo e vario negli schemi, quanto alterno (18 ace, 18 doppi falli). Contro un avversario che non ha mostrato cali e ha contribuito allo spettacolo, Medvedev ha fatto valere la legge dell’esperienza, ha giocato anche sul piano psicologico, protestando con il giudice di sedia, chiedendo un time out per il bagno («Non posso fare pipì e per lui niente violazione di tempo?»). Ha provato insomma a destabilizzare l’americano. II solito Medvedev, insomma, ormai anche personaggio. Che se la prende anche con gli organizzatori «Possibile che non abbia ancora giocato, con il mio status, nella Rod Laver Arena?». Per un posto in semifinale sfiderà Felix Auger Aliassime che ha centrato la prima vittoria di sempre dopo 3 sconfitte con il croato Marin Cilic. Primi quarti nel draw femminile di uno Slam, al suo 63° tentativo, per la 32enne nizzarda Alizé Cornet. A Melbourne era arrivata al massimo negli ottavi, nel 2009. Per farlo la transalpina ha battuto l’ex n.1 Simona Halep. Battaglia aspra anche per il caldo torrido che le ha più volte messe in difficoltà, in particolare la Halep. Dopo 2 ore e 35′ e con tanto di pianto liberatorio Alizè si è imposta in 3 set, un altro scalpo importante dopo quello dell’iberica Garbine Muguruza. Alla fine intervista sul campo e siparietto con Jelena Dokic che ha ricordato l’ultimo ottavo giocato dalla transalpina a Melboume; «Era il 2009, tu stavi giocando contro Dinara Safina e la vincitrice sarebbe stata la mia avversaria, e ricordo che tu non sfruttasti un match point; perciò voglio abbracciarti». La Cornet, emozionala, ha risposto: «Mi piaceva tanto il tuo gioco, avrei voluto affrontarti, fu un grande dolore, ma 13 anni dopo sono qui. Dopo mezz’ora eravamo quasi in fin di vita ma abbiamo lottato per 2 ore e mezza. Simona è una vera lottatrice. II sogno si è avverato, non è mai troppo tardi per provarci ancora. Dopo 30′ le mani mi tremavano, non vedevo bene, ma il box mi ha aiutata». 

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Matteo c’è (Pierelli). Berrettini senza limiti (Mastroluca). Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Piccardi). Ace e pazienza Berrettini come nessuno (Rossi)

La rassegna stampa di lunedì 24 gennaio 2022

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Matteo c’è (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello sport)

Alla fine si ritorna sempre a quella partita lì, che rivelò al mondo intero di che pasta fosse fatto Matteo Berrettini. Era l’estate 2019 e allo Us Open l’allievo di Vincenzo Santopadre diede una decisa sterzata alla sua carriera: la partita vinta al tie-break del quinto set con Gael Monfils lo spedì dritto dritto fra i grandi, prima di perdere in semifinale contro Rafa Nadal, che poi vinse il torneo. Da allora è cambiato tutto: la consapevolezza nei propri mezzi, l’esperienza, la solidità mentale e la finale a Wimbledon contro Djokovic, l’unico capace di fermarlo negli ultimi tre Slam. Maturato Così Berrettini domani, ancora nei quarti, incrocerà le lame un’altra volta con Monfils, battuto anche nell’altro precedente (nell’Atp Cup 2021) ma che non è da sottovalutare: finora non ha lasciato per strada neanche un set. E l’imprevedibile francese è pur sempre uno che ha raggiunto due semifinali Slam (Roland Garros 2008 e Us Open 2016) e che quest’anno, a 35 anni suonati, è partito come meglio non poteva, vincendo anche il torneo di Adelaide.

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Ingiocabile di sicuro, se Matteo riuscirà a servire come ha fatto contro Carreno Busta la strada sarà quantomeno in discesa. Nel match contro lo spagnolo i numeri parlano da soli: 28 ace (sono 80 nel torneo…), 87% dei punti con la prima e una sola palla break concessa in tutto l’incontro durato due ore e 24 minuti, lungo i quali il pur indomito asturiano non ha mai dato la sensazione di poter girare la partita. «Credo che al servizio sia stata una delle prestazioni più importanti della mia carriera. Avevo la sensazione che lui non riuscisse a leggere la mia battuta. Così avevo maggiore libertà di azione e maggiore tranquillità durante lo scambio. Sono stato attento, ho giocato un match molto solido». Che gli ha permesso di diventare il primo italiano capace di raggiungere almeno i quarti di finale in tutti e quattro i tornei dello Slam, un dato che certifica più di ogni altro la qualità dell’allievo di Vincenzo Santopadre, che ha compiuto massi da gigante negli ultimi tre anni.

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Tra l’altro, Berrettini è solo il quarto italiano a raggiungere i quarti di finale agli Australian Open dopo Giorgio De Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991): nessuno di loro si è mai spinto più in là. E forse Matteo ci sarebbe già riuscito lo scorso anno quando si dovette ritirare dal torneo prima di giocare gli ottavi contro Tsitsipas per l’infortunio agli addominali.

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Berrettini senza limiti (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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Berrettini, che ha servito più ace di tutti all’Australian Open finora, è diventato così il terzo italiano con più quarti di finale Slam all’attivo (5), e il primo ad averne raggiunto almeno uno in tutti i quattro major, traguardo a cui sono arrivati solo in 49 nell’era Open. «Non lo sapevo, me l’hanno detto dopo la partita. Ovviamente mi fa piacere, vuol dire che sto facendo qualcosa di buono – ha commentato – Non avrei mai immaginato di poter realizzare tutto questo, di poter togliere un record a qualcuno». Nello Slam australiano, solo tre italiani prima di lui erano andati così avanti: Giorgio de Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991). Nessuno ha mai centrato la semifinale. Berrettini ha altri due motivi per sognare. Intanto è virtualmente numero 6 del mondo, e sarebbe il suo best ranking. Poi si giocherà da favorito la sfida per la semifinale contro Gael Monfils, benché il francese stia giocando con una serenità che combinata ai talenti multiformi può mettere paura. LA PARTITA. Il numero 1 italiano ha giocato con l’autorevolezza dei campioni, capaci di indirizzare le partite esaltando l’efficacia dei colpi forti nei momenti in cui conta di più. Berrettini ha da subito tolto fiducia allo spagnolo, con almeno un ace a game in otto dei suoi primi dieci turni di battuta. Ha continuato a martellare, come dimostra il 77% di prime di servizio in campo da cui ha ricavato 1’88% di punti. Numeri che rappresentano una condizione necessaria ma non sufficiente a far funzionare lo schema base, la combinazione servizio-diritto che ha spezzato la resistenza del numero 21 del mondo. Carreno ha provato a mettere in campo le sue anni, il suo tennis geometrico, solido, per molti sfiancante. Ma contro un Berrettini così sarebbero servite espiosività in risposta e variazioni in modo da prendere il controllo del gioco. Doti che lo spagnolo non possiede in quantità tali da minare la forza tranquilla dell’azzurro, che ha chiuso con più del doppio dei colpi vincenti, 57 a 27, e anche tre gratuiti in meno, 27 a 30.

[…]

Il prossimo step, la sfida contro Monfs, porta con sé ricordi positivi. Il romano l’ha sconfitto in Australia un anno fa nell’Atp Cup e soprattutto nel 2019, al tiebreak del quinto set, in uno storico quarto di finale dello US Open. Quel successo gli avrebbe fatto vivere la prima semifinale Slam della sua carriera. «Spero di riuscire a ripetere quella prestazione – ha commentato l’azzurro – Gael ha 10 anni più di me, ma fisicamente sembra i più giovane: è in perfetta forma e corre tanto. Ha grande esperienza, ha giocato tante partite di questo livello negli Slam, ma a queste situazioni comincio ad abituarmi anche io». Corteggiato anche da Netflix (la coppia con Ajla Tomljanovic attira l’attenzione dei produttori della docuserie in lavorazione presenti a Melbourne) Berrettini non ha nessuna intenzione di fermarsi qui.

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Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Se a precederlo, lungo la strada della sua personalissima leggenda, è quel servizio (Ieri 28 ace, un doppio fallo, 87% di punti con la prima), Matteo Berrettini può fare ciò che vuole. «Davvero sono il primo italiano che si qualifica per i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam? — chiede dopo aver demolito negli ottavi Pablo Carreno Busta, l’ex top ten che a un certo punto esaurisce le idee: impossibile rispondere a man in black —, beh, mi fa piacere, significa che sto facendo grandi cose. Mai lo avrei immaginato quando da ragazzino venivo qui a giocare il torneo junior sperando, un giorno, di qualificarmi per quello vero. E una grande sensazione». Piccoli gladiatori crescono. I tre set impeccabili con lo spagnolo (7-5, 7-6, 6-4) valgono importanti conquiste: il quinto quarto Slam in carriera, il quarto consecutivo perché un anno fa, in Australia, Matteo era stato costretto al ritiro per un infortunio agli addominali (l’ottima notizia è che Berrettini, dopo Melbourne, non avrà punti da difendere fino ad aprile). Il successo su Carreno Busta, inoltre, permette all’azzurro di scavalcare In classifica il russo Andrei Rublev, eliminato dal vecchio Cilic rivitalizzato dalla Coppa Davis: Matteo diventa numero 6 virtuale, best ranking.

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Dall’altra parte della rete, stanotte, infatti Berrettini trova il funambolico francese Gael Monfils, che a 35 anni, fresco del matrimonio con la collega Elina Svitolina, sta vivendo una seconda giovinezza. A livello Slam, Matteo ha assaggiato il tennis fisico e inesauribile del francese nel 2019, nei quarti all’Open Usa nella stagione della sua esplosione: «So perfettamente cosa aspettarmi — spiega —, una battaglia senza esclusione di colpi. All’epoca, a New York, ero meno consapevole dei miei mezzi: era il mio primo quarto Slam e la mia prima volta sull’Arthur Ashe, che è sconfinato. Oggi mi sento più sicuro, più maturo e gioco meglio a tennis. Monfils sta giocando davvero bene però io non ho usato tantissime energie fisiche e mentali con Carreno, quindi sarò pronto».

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Carreno non è riuscito a leggere il suo servizio («Una delle migliori prestazioni della mia carriera»), permettendogli di affrontare i turni in risposta a mente sgombra. E un Berrettini sereno, diventa un’arma letale. 

Ace e pazienza, Berrettini come nessuno (Paolo Rossi, La Repubblica)

L’urlo di Matteo Berrettini, dall’altra parte del mondo, è di pura gioia. Da oggi può fregiarsi di un altro primato: essere il primo, e quindi l’unico, tennista italiano ad aver raggiunto i quarti di finale di tutti gli Slam.

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Urla dunque, alza orgoglioso il muscolo e ne ha ben donde: i suoi 28 ace spiegano quasi tutto il come ha battuto lo spagnolo Carreno Busta e, durante il match, più d’uno — su Twitter — ha postato e abbinato l’immagine di Berrettini/Thor con il suo martello. Ma non è solo potenza, questo ragazzo romano: sarebbe riduttivo sintetizzare così il suo gioco, nel suo tennis ci sono molti altri ingredienti. E lo conferma il viaggio che il ragazzo di coach Vincenzo Santopadre ha intrapreso: in due anni e mezzo Berrettini ha realizzato alcune cose. Quali? Una semifinale agli Us Open, un quarto di finale al Roland-Garros e la finale a Wimbledon (primo e unico italiano). Oggi, 2022, Melbourne. E stavolta non trova (grazie al governo australiano) Djokovic, l’unico ad averlo battuto negli Slam del 2021.

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In questo Australian Open, di pazienza, Berrettini ne ha già avuta tanta: dal gestire il mal di pancia (ma l’Imodium l’ha molto aiutato) al cercare — fiducioso — la crescita di condizione, fino nel monitorare i postumi della caduta (con caviglia storta) durante il match contro Alcaraz. Per questo il Berrettini di ieri ha spaventato e preoccupato più di qualche rivale candidato al titolo: la fiducia mostrata, dopo lo spavento della possibile rimonta (sempre contro Alcaraz), ha alleggerito l’animo del nuovo numero 6 del mondo (e nel migliore dei casi potrebbe salire di un’altra casella), e ad accorgersene è stato il povero Carreno Busta. E adesso? Si scrive Melbourne, ma si legge New York 2019. Sembra un déjà-vu clamoroso, per lo Slam che lanciò l’azzurro nel firmamento. Ai quarti c’è Gael Monfils e, volendo guardare più in là con il naso, Rafael Nadal. Esattamente come in quegli Us Open.

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“Mi ricorda il percorso fatto, gli affetti di casa e mi tiene saldo nei momenti di sbandamento che il circuito e la vita comunque ti presentano». Anche per questo si è tatuato la rosa dei venti: serve per tenere la bussola, «e anche perché i tatuaggi mi piacciono».

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Rassegna stampa

Sinner conquista gli ottavi (Crivelli, Azzolini, Mastroluca)

La rassegna stampa di domenica 23 gennaio 2022

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Più forte ragazzi! (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Sorridiamo. Sono ben lontani i tempi in cui per gli italiani la seconda settimana di uno Slam rappresentava un viaggio verso l’ignoto. Lo Slam degli antipodi, per collocazione geografica e temporale, è sempre stato il più ostico, ma il rinascimento azzurro ha scrostato anche queste antiche ruggini e per la terza volta in quattro anni due nostri eroi sono agli ottavi: nel 2018 toccò a Seppi e Fognini, l’anno scorso a Fognini e Berrettini, quest’anno a Berrettini e Sinner. Dunque, tutto l’arco evolutivo delle racchette azzurre, in un passaggio graduale di consegne che adesso spedisce nella fase calda del torneo una coppia d’assi. Perché Matteo, in campo stamattina alle 11 contro lo spagnolo Carreno, e Jannik, domani impegnato contro De Minaur, portano orgogliosi sulle spalle la fiera ambizione di arrivare fino in fondo. Non saranno due incroci semplici, ma la classifica, le qualità tennistiche, la solidità di rendimento delle ultime stagioni indirizzano la bussola verso il tricolore. Certo l’ineffabile Sinner, contro il prossimo rivale australiano, gambe di caucciù e capacità sublime di appoggiarsi al ritmo altrui, non potrà concedersi le pause mentali mostrate contro Daniel. Prima volta agli ottavi a Melbourne, adesso a Jannik mancherebbe solo Wimbledon per completare il piccolo filotto: «Sono molto felice di come stanno andando le cose, il match è stato particolarmente duro. Dopo un’ottima partenza ho iniziato a commettere qualche errore di troppo mentre il mio avversario cresceva, nel secondo set sono calato d’intensità ed era già accaduto nel primo, sul 3-0. Negli Slam può succedere ed è un attimo che l’avversario rientri in partita. Se avessi ottenuto il break nel primo game del secondo set sarebbe andata diversamente. Ma io devo imparare a mantenere un determinato livello per tante ore. Sono arrivato alla seconda settimana, adesso testa al prossimo match che sarà altrettanto duro: vedremo cosa accadrà. Non mi preoccupa il pubblico contro, ma lui in casa gioca sempre bene. Nel giorno di riposo cercherò di gestire bene l’off court. Quando allenarsi, come comportarsi. Io credo di avere tanto margine in qualsiasi cosa. Dovrò alzare di sicuro il livello di gioco». Passando a Berrettini, ieri Matteo si è particolarmente dedicato alla fisioterapia dopo le oltre 4 ore di battaglia contro Alcaraz e la storta alla caviglia destra (senza conseguenze) del quinto set. Lo attende un altro esame non semplice di spagnolo: Carreno, 21 Atp, non prende gli occhi ma è assai solido, sta giocando in fiducia e nelle giornate di grazia può trasformarsi in un muro che rimanda tutto.

Sinner cresce così (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Nel suo lungo apprendistato, spinto da un genuino bisogno di apprendere che non può che fargli onore, Jannik Sinner farà bene a ricordarsi di questa serata australiana, nella quale ha fatto la conoscenza di Taro Daniel, giapponese di mamma e passaporto, americano di padre e di nascita. […] Sembra un effetto ottico, Taro Daniel. Appare leggero, ma colpisce duro. Dà l’impressione di essere basso, perché si ingobbisce nelle corse, ma è sopra il metro e novanta. Sui colpi non è mai violento, tende piuttosto a non dare peso alla palla, un’esca alla quale i moderni ribattitori non resistono. Vi si avventano contro e la sbattono in tribuna. Berrettini l’ha incontrato una prima volta a Belgrado, e nel secondo set mancò poco che si addormentasse. Rinvenne a inizio del terzo e risolse la questione con le armi che gli sono proprie, prendendolo a mazzate. Sinner ha fatto lo stesso, uscendo di scena per un set intero, il secondo, nel quale nemmeno sembrava più lui. Poi nel terzo set è tornato a manovrare i colpi, cauto all’inizio poi sempre con maggiore slancio. Alla fine, il giovane Semola ne è sortito bene. Ha vinto a mani basse il quarto e ha agganciato il carro degli ottavi. È la prima volta in Australia. Contro Alex De Minaur, il prossimo avversario, potrà dimostrare che l’assopimento di ieri era stato causato dal tennis mortifero di Daniel, non dalla sopraggiunta stanchezza né da un abbassamento di forma. De Minaur gli offrirà schemi più rapidi, colpi più sostenuti, e lui potrà tornare a spingere come gli pare e piace. «Avrà il pubblico dalla sua ed è giusto così, ma non è la prima volta che mi capita di sfidare il beniamino di casa e devo dire che la cosa non mi mette alcuna pressione. Piuttosto, devo fare di più e meglio rispetto a quanto fatto con Daniel. E’ stato un match complicato, nel quale lui è stato solido e non ha regalato nulla. All’inizio giocavo bene, sentivo la palla, variavo il gioco, poi non sono più riuscito a farlo. Negli Slam il livello del tennis va tenuto alto per molte ore, questo è l’insegnamento che mi è giunto dal match».

Sinner chiama in campo McEnroe (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Una buona abitudine, da conservare e non dare per scontata. Per il sesto Slam di fila, l’Italia vanta due giocatori negli ottavi nel tabellone di singolare maschile. La serie, avviata da Matteo Berrettini, l’ha completata ieri Jannik Sinner navigando anche controvento in una partita piena di insidie nascoste contro il giapponese Taro Daniel. «È stato un match molto duro. Dopo un’ottima partenza ho iniziato a commettere qualche errore di troppo mentre il mio avversario cresceva, devo imparare a mantenere un determinato livello per tante ore» ha detto Sinner che ha chiuso 6-4 1-6 6-3 6-1. Ancora imbattuto nel 2022, a 20 anni e 5 mesi ha già raggiunto almeno gli ottavi in tre Slam su quattro. È il primo Under 21 che, complessivamente, si è spinto quattro volte alla seconda settimana di un major dai tempi di Juan Martin Del Potro tra il 2008 e il 2009. A questo punto sognare non è un azzardo. Sinner sfiderà infatti il suo “amuleto” Alex De Minaur, che ha sconfitto nella finale delle Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals, il trofeo che l’ha fatto conoscere al grande pubblico, e nel percorso verso il primo titolo ATP a Sofia nel 2020. Sulla KIA Arena, Sinner ha dovuto governare il vento e gestire il tennis spavaldo del giapponese nato a New York e forgiato in Spagna che aveva eliminato Andy Murray in tre set. L’inizio è incoraggiante, ma presto Sinner appare meno reattivo, più lento negli spostamenti. Indietreggia in risposta, palleggia contro un avversario che schizza come una molla e alla prima occasione prende il campo per accorciare ancora di più i tempi di gioco. All’inizio del secondo set, l’azzurro chiede calma rivolto al suo angolo, ma è il primo a perderla. Si inviluppa dentro una serie di errori e scelte confuse, perdendo il primo set del torneo. Ma quando riprende il timone, si rivede la miglior versione di Jannik. E la partita si è rimessa sulle lunghezze d’onda della logica. A quel punto Daniel non ha più avuto chances. «Nel secondo set sono calato d’intensità, nelle partite al meglio dei cinque set può succedere. Basta poco per rimettere l’avversario in partita – ha ammesso l’azzurro – Ma sono arrivato alla seconda settimana, adesso testa al prossimo match che sarà altrettanto duro: vedremo cosa accadrà. Certamente non è semplice giocare con il pubblico contro, e De Minaur in casa gioca sempre molto bene». Anche l’australiano sa bene cosa aspettarsi: «un’immensa potenza di fuoco – ha detto – Devo riuscire a non farmi sbattere da un angolo all’altro del campo e comandare il gioco». Intanto, tiene ancora banco il toto-nomi per individuare chi sarà l’uomo in più che Sinner ha annunciato si aggiungerà al suo staff. Tra i più papabili, anche se spesso sono proprio loro a entrare papi in Conclave e a uscirne solo cardinali, c’è John McEnroe che ha già lavorato con Riccardo Piatti aiutando Milos Raonic a raggiungere la finale a Wimbledon nella stagione migliore della sua carriera. L’icona del tennis USA si era auto-candidato al ruolo, anche solo come super-consulente. Ieri Sinner ha fatto crescere ancora di più le aspettative. «Sappiamo tutti che è una leggenda, quindi sì, mi piacerebbe essere allenato da lui. Vediamo che succede».

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