Rafa lezione di russo. Colpo grosso Rublev con il match perfetto. Fognini, stop con rimpianto: "Quel primo set..." (Crivelli). Fognini-Nadal? No, Ruud-Rublev (Mastroluca). La caduta dei giganti (Bertellino). Nadal Ko, Montecarlo terra di nessuno (Piccardi). Rivoluzione Montecarlo, escono Nadal e Fognini (Valesio). Fognini deve arrendersi a Ruud. Rublev rovescia il trono di Nadal (Paglieri). Il tennis secondo Paire: "Gioco, perdo, incasso". E poi scappa coi soldi (Ruta)

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Rafa lezione di russo. Colpo grosso Rublev con il match perfetto. Fognini, stop con rimpianto: “Quel primo set…” (Crivelli). Fognini-Nadal? No, Ruud-Rublev (Mastroluca). La caduta dei giganti (Bertellino). Nadal Ko, Montecarlo terra di nessuno (Piccardi). Rivoluzione Montecarlo, escono Nadal e Fognini (Valesio). Fognini deve arrendersi a Ruud. Rublev rovescia il trono di Nadal (Paglieri). Il tennis secondo Paire: “Gioco, perdo, incasso”. E poi scappa coi soldi (Ruta)

La rassegna stampa del 17 aprile

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Rafa, lezione di russo. Colpo grosso di Rublev con il match perfetto (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

E dunque la reggia accoglierà un nuovo principe. […] Nadal infatti non è più della partita, l’inseguimento alla meravigliosa dozzina si arresta con fragore contro le spingardate di Rublev, il braccio armato della rivoluzione russa. Domani perciò ci sarà un campione incoronato per la prima volta, nel Principato, dopo che anche Fognini aveva dovuto arrendersi alla solidità di Ruud, che all’Accademia di Rafa a Manacor si allena nelle more dei tornei. Pessimo servizio. Dopo due partite in cui ha concesso briciole (cinque game in tutto), il satanasso maiorchino stavolta deve maneggiare un avversario che non si è lasciato spaventare dai due precedenti in cui in pratica non ha toccato palla e che espone un piano tattico basico ma efficace: spinta costante e missili di dritto sul lato destro di Rafa, quello del rovescio. Per provare a disinnescarlo, il numero tre del mondo dovrebbe almeno tenerlo lontano dalla riga di fondo nei suoi turni di battuta, ma il suo servizio è un disastro: tre sanguinosi doppi falli regalano al moscovita due break solo nel primo set. Certo, Nadal sulla terra resta Nadal, un guerriero indomabile e anche se l’altro non gli dà ritmo dominando gli scambi sotto i cinque colpi, il maiorchino risale più d’orgoglio che di lucidità tattica, pareggia il conto dei set e sembrerebbe favorito dal cambio d’inerzia. E invece Rublev dà prova di maturità e di un adattamento al rosso (vedasi l’uso sapiente della smorzata) che non gli si riconosceva così pronunciato, vincendo nel terzo set addirittura uno scambio da 35 colpi e continuando a martellare con il dritto (18 vincenti). Alla fine, Rafa perderà la battuta addirittura per sei volte, e in 488 match sulla terra gli è accaduto appena 16 volte: «Quando servi così male, non puoi vincere. Non riesco a spiegarmi cosa sia successo, in allenamento il servizio funzionava. È sempre triste perdere in un torneo a cui sei molto affezionato, ma conosco una sola ricetta per uscirne: lavorare ancora più duro a partire da Barcellona la settimana prossima». Il duello a distanza. Al netto della partita per certi aspetti deludente del mito spagnolo, Rublev conferma però di essere giocatore ormai pericolosissimo quando si gioca due set su tre, come dimostrano le 23 vittorie stagionali a fronte di sole 4 sconfitte: «Uno dei più grandi successi della mia carriera, contro il più forte giocatore di sempre sulla terra battuta, una leggenda che anno dopo anno non conosce cosa sia la pressione di dover vincere sempre». E il passo ulteriore che si chiede alla nuova generazione: la stessa fame e la stessa testa anche negli Slam. Potrà senz’altro condividere Tsitsipas, che a questo punto è l’altro favorito del torneo insieme con il russo, anche se questa edizione di Montecarlo sembra costruita per disinteressarsi dei pronostici. Dunque il greco dovrà diffidare di Evans, a 30 anni capace di raggiungere la prima semifinale in un Masters 1000 dopo un burrascoso passato da consumatore di cocaina e in realtà all’apparenza più coinvolto nella diatriba a distanza con Musetti che dal cammino glorioso a Montecarlo: Lorenzo, dopo averlo battuto al primo turno di Cagliari, lo aveva accusato di essere un provocatore scorretto. Ieri la replica del britannico: «Aveva giocato meglio ed aveva meritato, ma è un maleducato e quando mi rivedrà dovrà chiedere scusa». Al prossimo gong

Fognini, stop con rimpianto: “Quel primo set…” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Che la sfida a Ruud non fosse semplice era scolpito nelle caratteristiche del norvegese, solido e compatto, chirurgico nel non concedere errori forzati e in possesso di un dritto che non sfonda subito ma mette una continua pressione fio ad aprirsi gli angoli. Le occasioni. Il primo set, però, rimarrà tra i rimpianti stagionali di Fabio, che non sfrutta quattro palle break nel quinto game e per altre due volte si ritrova a due punti dal possibile break. Insomma, il parziale gli spetterebbe per le chance che si è procurato, e invece gli basta un errore banale nel decimo game per ritrovarsi dal possibile 5-5 al 6-4 per lo scandinavo, bravo ad allungare grazie a due dritti vincenti: «Non ci sono storie, il primo set avrei dovuto vincerlo io – ammette sconsolato Fognini – e la partita probabilmente sarebbe cambiata. Lui ha avuto anche un po’ di fortuna e secondo me ha giocato sopra il suo livello attuale, anche se sulla terra vale i primi 15 del mondo». La sconfitta nei quarti dopo il successo del 2019 costerà a Fabio quasi una decina di posizioni in classifica, e lunedì si ritroverà al numero 27, il suo peggior ranking dall’inizio dei 2018. Una discesa che non lo preoccupa: «Ormai non guardo più ai numeri, devo solo pensare a stare bene e a vincere più partite possibili. Questo torneo ha dimostrato che il tennis non mi ha abbandonato, quindi sono soddisfatto». Il programma prevede adesso l’appuntamento di Barcellona e poi una calendarizzazione che dovrà tenere conto delle condizioni e del rendimento: «Sono iscritto a quasi tutti i tornei, con la pandemia non puoi che fare così, ma qualcuno lo salterò per forza. Certamente giocherò un torneo dopo Roma, non posso aspettare due settimane prima del Roland Garros: ho bisogno di partite». E il tennis ha bisogno di lui

Fognini-Nadal? No, Ruud-Rublev (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Niente Fognini-Nadal a Montecarlo. Niente rivincita della semifinale 2019, che avvicinò il ligure al suo trionfo più prestigioso, il primo in un Masters 1000 per un italiano. Nella parte bassa del tabellone, il posto in finale se lo giocheranno Casper Ruud e Andrey Rublev. [….] FOGNINI KO. La solidità di Ruud punisce anche Fognini, sconfitto in due set anche se il 6-4 6-3 non racconta tutta la storia. Almeno due i passaggi che avrebbero potuto cambiare le sorti della partita. La chance per il 5-5 mancata nel primo set e l’ottavo game del secondo, in cui il campione in carica, destinato a scendere sotto la 25° posizione in classifica la prossima settimana, ha perso il servizio da 40-0. Ruud ha così festeggiato la sua decima vittoria in carriera nei Masters 1000. Le ha ottenute tutte sulla terra rossa, tra Roma e Montecarlo. RUBLEV SHOW. Il match del giorno, però, l’ha giocato e vinto Andrey Rublev Il russo ha inflitto a Rafa Nadal la sua sesta sconfitta in 79 partite a Montecarlo, la prima in tre set. Per la prima ora di gioco, il numero 8 del mondo è intoccabile, ingiocabile. Il maiorchino appare impotente, senza armi per rispondere al martellare da fondo dell’avversario che lo aggredisce contro il rovescio e poi colpisce in lungolinea. «Non so cosa dire. Non posso immaginare cosa abbia provato Rafa, sapendo di essere il migliore sulla terra e sentendosi sempre sotto pressione – ha detto a caldo il russo – Deve essere stato incredibilmente duro. Sono scioccato dal modo in cui ha giocato con questa pressione addosso. Per questo è una leggenda». Ma anche sul regno di una leggenda nel Principato può tramontare il sole. Nadal, undici volte vincitore a Montecarlo, non concepisce l’idea di abbandonare senza combattere fino all’ultimo, di dare tutto quello che può. Nel secondo set, dall’1-3, la sua partita cambia ritmo e respiro. Cancella lo svantaggio e aggancia il numero 2 di Russia sul 4-4 con uno dei punti più squisitamente nadaliani della partita. Un momento vintage, che lo sospinge fino al terzo set. FUORI NADAL. Rublev, figlio di una maestra di tennis e di un pugile, si muove leggero e ha il braccio svelto. Colpisce veloce, la palla è pesante. Ti muove col suo swing, con ogni colpo ti avvicina al knockout Allenato dallo spagnolo Fernando Vicente, ha trasformato l’ambizione impaziente in una marsicura, nella buona e nella cattiva sorte. Torna a marciare all’inizio del terzo set, firma subito il break e annuncia l’inizio di una nuova era. La sua seconda semifinale in un Masters 1000 è una dichiarazione e insieme una conferma. Qualcosa nel tennis sta cambiando. E nei prossimi anni tutti dovranno fare i conti anche con lui. 

La caduta dei giganti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Due campioni in ginocchio, ieri nei quarti di finale del Masters 1000 di Montecarlo. Quello uscente, Fabio Fognini, fermato dal sempre più emergente 22enne norvegese Casper Ruud; e quello per 11 volte in trionfo nel torneo del Principato, Rafael Nadal, falloso, nervoso più del solito e piegato dalla forza del russo Rublev, sempre più consapevole del proprio valore. Eliminazione a dir poco clamorosa perché giunta sul terreno preferito da “Rata” e con un parziale ad onde, nonostante un recupero dal 2-4 nel secondo parziale. Nel terzo due break per il russo hanno indirizzato il match vero di lui. Nel primo set del match Fognini-Ruud la differenza in 54 minuti di totale equilibrio l’hanno fatta due diritti sbagliati, in particolare un lungolinea dell’italiano uscito di pochissimo che ha portato lo score del nono game, con l’azzurro al servizio, sul 40-40. Il norvegese ha approfittato poco dopo di due seconde palle dell’azzurro, aggredite con veemenza, per il 6-4. Fognini ha patito il momento e subito un break all’inizio della seconda frazione, che ha Ianciato il nordico figlio d’arte sul 2-0 e servizio. Un altro gioco per Ruud, con il rivale che ha reagito, in modalità sopravvivenza, salendo sull’1-3 dopo aver rischiato in tre occasioni lo 0-4. Contro-break dell’azzurro (2-3) e set riaperto. Sul 3-4 40-0, Fognini ha dovuto inchinarsi alla forza del norvegese, concentrato sia in difesa che in spinta. Ultima chance per il ligure di rientrare nel match ma Ruud l’ha cancellata ed ha chiuso 6-3 dopo 1 ora e 36 minuti. Per Ruud è seconda semifinale 1000 dopo quella agli Internazionali BNL d’Italia 2020, contro Rublev: «Bisognava essere pronti – ha detto Ruud al termine – e fargli giocare tutte le palle. Lui è un campione in grado di far punti in ogni momento. Due o tre palle hanno fatto la differenza nei passaggi chiave». L’altra semifinale (ore 13,30) proporrà una sfida inedita per la terra rossa con un buon interprete della superficie, l’ellenico Stefanos Tsitsipas, dall’altro appare un inglese come Daniel Evans mai così avanti sull’argilla. Per lui si tratta della prima semifinale nel circuito maggiore sul rosso e la prima in assoluto Masters 1000. […] A Montecarlo ha fatto la stessa cosa, anche quando è sembrato in difficoltà. Al termine ha alzato le braccia al cielo dopo 2 ore e 42 minuti e 4 palle break annullate a Goffin sul 4-4 del terzo set. Tsitsipas ha avuto la meglio su Davidovich Fokina, bloccato da un problema alla coscia sinistra alla fine del primo set.

Nadal ko, Montecarlo terra di nessuno (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

[…] Montecarlo, nel silenzio irreale delle porte chiuse, resta terra di nessuno (o quasi). Sono tempi così, il tennis insofferente delle bolle costretto nel vuoto pneumatico favorisce le sorprese e l’avanzata delle novità rispetto a chi è rimasto fermo a lungo, il rosso sottolinea le differenze e le controfigure del Djoker con Evans e di Nadal con Rublev, ieri ai confini della perfezione, sono lontane parenti dei fuoriclasse dei 18 e 20 Slam. «Non sono un fan delle scuse: la verità è che non ho giocato bene, anzi sono stato un disastro» ammette Rafa affossato dai doppi falli (7), dalle percentuali al servizio (57% di prime palle), dalle occasioni break non convertite: «Un cocktail mortale: con questi numeri, contro un giocatore forte come Rublev, sei spacciato». Nadal non si dà pace: «Certo non il modo migliore per cominciare la stagione sulla terra, ora vado a Barcellona ma soprattutto torno ad allenarmi per molte ore al giorno. È una sconfitta che fa male, spero di poter rimediare con il lavoro». Un frequentatore della sua accademia di Manacor, a Maiorca, strapazza Fabio Fognini in ripresa ma non abbastanza brillante: sarà il norvegese Casper Ruud, 22enne n. 27, oggi in semifinale, a cercare di fermare il ciclone Rublev, alfiere della generazione che è pronta a prendersi tutto. Match in equilibrio fino al decimo game, quando l’italiano n. 18 cede il servizio da 40-15, consegnando il set (6-4) nelle mani dell’avversario che lo aveva già battuto due volte nel 2020. Nel secondo Ruud vola 3-0, Fognini ha un sussulto d’orgoglio, risale 3-3 ma all’ottavo game crolla da 40-0, arrendendosi 6-3. E Stefanos Tsitsipas, n. 5 del ranking e n. 4 del tabellone, il giocatore più alto in classifica sopravvissuto alla rivoluzione del Principato. Affronta da favorito l’inglese Daniel Evans, intravedendo all’orizzonte il primo titolo Master i000 della carriera, appena il secondo sulla terra.

Rivoluzione Montecarlo, escono Nadal e Fognini (Piero Valesio, Il Messaggero)

[…] E Nadal ha perso contro Rublev nei quarti di Montecarlo. Recuperando sì il secondo set grazie a quella stessa personalità debordante è stata in campo uno dei punti forti di Roger; ma crollando nel terzo. Perde, Rafa, (6-2 4-6 6-2) palesemente stanco: mentre il russo, autore di una partita fantastica, di quelle che non si dimenticano, tira fuori la lingua a più riprese rivelandosi in campo emulo di Mick Jagger, Rafa la lingua la tiene in bocca ma è come se strusciasse sul Centrale di Monaco. FAB FOUR ADDIO? Siamo davvero al Ragnarok tante volte annunciato, ancora più clamoroso se si pensa che la dittatura dei Fab Four (poi Top-3) è stata probabilmente la più inossidabile e longeva della storia del tennis? È possibile che, come tutti coloro i quali sono un po’ agèe, Nole e Rafa abbiano bisogno di più tempo, leggasi più tornei, per mettersi in moto; e possibilmente di lotte meno dure di quelle cui Rublev ha sottoposto Rafa ieri sera. Metteteci anche che la sera i vecchietti accusano più l’umidità e vengono i reumatismi: no, questo è uno scherzo. Ma con il Roland Garros spostato anche di una settimana (si giocherà un altro 250 a Belgrado nella settimana di Parma) come arriverà Rafa nel suo giardino di casa? Ciò che è sempre stato per lui un terreno di conquista, la battaglia che si prolunga nel tempo, può ora essere diventata per lui un limite? Lo capiremo molto presto. Forse non siamo ancora al Ragnarok_ma truppe aliene che hanno i volti di ragazzi un po’ pazzi ma che tirano fortissimo si ammassano (speriamo con mascherina) alle porte di Asgard, la città degli dei. FABIO ABDICA Il discorso della gioventù si può applicare anche a Fabio Fognini, unico italiano rimasto in gara che ha abdicato dal ruolo di re di Montecarlo uscendo sconfitto (6-4 6-3) dal terzo confronto su tre contro Casper Ruud. Il norvegese, uno dei tre-quattro sportivi più celebri nel suo paese (fra quelli che non sciano o non pattinano è probabilmente secondo solo ad Haaland) è fresco o perlomeno lo è stato giovedì sconfiggendo nel quasi buio Carreno Busta e ieri contro il nostro. Freschezza vuole dire tante cose: arrivare prima sulla palla specie su una superficie subdola come la terra monegasca; vuol dire che quando sei 0-40 sul 4-4 nel secondo set non batti ciglio e tiri sulle righe. Ci vuole una discreta dose di incoscienza ma la gioventù è anche questo. Ruud, che comunque sulla terra è uno vero, ha giocato una partita di freschezza: Fogna no. Forse, dico forse, perché non gli appartiene più. Il che non è certamente un reato: ma tennisticamente è un limite che porta a delle conseguenze non buone. Alberto Mancini, coach di Fabio, può, e certamente lo sta facendo, convincere il suo assistito che ottimizzando i frutti del suo talento può ancora ottenere risultati: ma l’esplosività (rieccola) quella se la perdi per strada diventa duro recuperarla. Ruud è stato esplosivo: Fognini no. L’esplosività Fabio proverà a ritrovarla nelle prossime settimane, specie a Roma. Anche se pure nella Capitale è possibile che dovrà esibirsi davanti a spazi deserti. Intervenendo a “Un giorno da pecora” il sottosegretario alla salute Pierpaolo Sileri ha sostenuto che aprire al pubblico il Foro Italico sarebbe «forse un po’ presto». Mentre per il sottosegretario Costa si sta valutando il da farsi. È pensabile che sia stia lavorando ad una soluzione simile a quella di pochi mesi fa, quando 1000 persone poterono entrare sul Centrale per semifinali e finale.

Fognini deve arrendersi a Ruud. Rublev rovescia il trono di Nadal (Claudio Paglieri, Il Secolo XIX)

«Ho messo in campo due o tre palle in più, e sono quelle ad avere fatto la differenza». Così, con modestia perfino eccessiva, il norvegese Casper Ruud ha riassunto il senso del match appena vinto 6-4 6-3 contro Fabio Fognini a Montecarlo. Sfuma il sogno del tennista ligure di ripetere la vittoria del 2019, o almeno la semifinale del 2013. La sua corsa si ferma ai quarti di finale, risultato comunque buono considerando che alla vigilia non era dato in grande forma. […] La partita è stata equilibrata nel primo set, con grande pressione da fondo campo da parte di entrambi. Sul 3-2 e servizio Ruud ha dovuto annullare ben 4 palle break, e di nuovo sul 4-3 ha recuperato da 0-30. Piccoli grandi successi che aumentano l’autostima e la sicurezza nel corso del match. Al contrario Fognini, sul 5-4, 40-15 ha commesso due banali errori di dritto che gli sono costati il set e la serenità mentale. Così, prima che si riprendesse dallo scippo di un set in cui aveva forse giocato meglio, si è trovato sotto 0-3 nel secondo e con il bagnodoccia già in mano su 4 palle break che avrebbero mandato Ruud 4-0 e servizio. Lì Fabio è stato bravo a non mollare, e la carrucola che lo tirava fuori dal pozzo ha immerso nell’acqua gelida il norvegese: 3-3 in un amen. Sembrava l’inizio di una nuova partita, e chissà, di un ribaltone azzurro. Invece sul 3-4 Fognini si è incartato e dal 40-0 ha visto riemergere il suo avversario, sempre più determinato, sempre più profondo nei colpi e nella capacità di lettura tattica del match. L’ultimo sussulto del tennista ligure è stato sul 5-3 e servizio Ruud, ma dal 30-40 ha messo insieme tre errori non forzati arrendendosi al primo match point. Partita equilibrata, ma neanche poi tanto. Ruud è stato più continuo mentalmente, Fognini non ha utilizzato abbastanza il suo tocco superiore cercando troppo spesso di sfondare, invece di ricorrere a qualche palla corta e variazione; e ha conquistato solo il 52% dei punti sulla seconda palla. Da lunedì Fabio si vedrà scalare metà dei punti del 2019 e scivolerà intorno al 27° posto in classifica. In semifinale Ruud se la vedrà con un altro enfant terrible, il russo Andrey Rublev, che ha fatto fuori Nadal giocando un tennis stellare. E’ finita 6-2 4-6 6-2 ma poteva finire 6-2 6-2, se l’infinito orgoglio di Nadal non lo avesse portato ad aggrapparsi al match come un koalino alla mamma, annullando tre palle dell’1-4 nel secondo set e vincendolo di pura forza di volontà. Rublev nel 2021 è numero 3 Atp dietro solo a Djokovic e Medveved. Ha scordato il passaggio a vuoto, si è rimesso a tempestare il 34enne Nadal e ha ottenuto una vittoria sull’11 volte campione di Montecarlo che fa pensare, forse, alla fine di un’epoca. Ma la verità la sapremo solo al Roland Garros. Nell’altra parte del tabellone approda in semifinale (la prima in programma oggi alle 13.30, diretta Sky) Stefanos Tsitsipas, semidio acheo che ha vinto un solo set (7-5) con Davidovich Fokina, prima che lo spagnolo fosse costretto a ritirarsi, in lacrime, per un infortunio muscolare alla coscia. Il confronto con Daniel Evans potrebbe essere molto divertente, perché il britannico dopo avere intortato nientemeno che Djokovic è riuscito a fregare 5-7 6-3 6-4, con i suoi rovesci- in back e il suo gioco vintage, il belga Goffin. Molto ingenuo quest’ultimo nello smarrire una vittoria che aveva in mano, con diverse palle break sciupate nel momento decisivo e il conseguente, fatale, effetto rebound.

Il tennis secondo Paire:”Gioco, perdo, incasso”. E poi “scappa” coi soldi (Alessandro Ruta, Il Giornale)

L’importante è incassare: giocare, perdere e poi ritirare i soldi (non pochi) per la partecipazione. Benoit Paire, detto Barbablù per ovvi motivi estetici, non è il tennista più forte del pianeta, attualmente è al numero 35 del ranking Atp, ma è tra i più discussi dell’ultimo periodo. […] E poi c’è Paire, appunto, che alla luce del sole dichiara di voler perdere perché gli interessano solo i soldi. Di più, per scappare dalle bolle sanitarie createsi in questa pandemia di Covid-19. L’ultima “esibizione” è andata in scena al torneo di Monte Carlo, tuttora in corso. Fuori al primo turno, domenica scorsa, contro l’australiano Jordan Thompson. Un’eliminazione al terzo set, quindi sulla carta senza sbracare, anche se nel secondo parziale (pur vinto al tie-break) ha commesso ben 28 errori gratuiti. Eppure al termine della partita a chi lo intervistava Paire ha risposto: «Non me ne frega un c… di aver perso. Giocare in un cimitero del genere, senza pubblico, non è proponibile. Credetemi, anche i miei colleghi lo pensano, ma sono io l’unico a espormi». Non contento, due giorni dopo il francese è uscito al primo turno anche del tabellone del doppio. Totale della pratica per due giorni di lavoro, anzi per 4 ore e 31 minuti (questo è stato il tempo di gioco delle due partite)? 15.750 euro, l2mila dal singolare e 3.750 dal doppio. Roba che per un giocatore con la classifica ben più mediocre di quella di Paire significherebbe ossigeno puro e che invece per Benoit sono il prezzo del disturbo. Sì, perché questo ormai rappresenta il tennis per il francese: un disturbo. Nel 2021 il 32enne di Avignone, infatti, ha perso 9 partite su 10. L’unica vittoria è arrivata a febbraio, al torneo di Cordoba, in Argentina, contro il cileno Jarry, numero 1.165 del mondo. Come a dire, va bene uscire al più presto, ma è meglio anche non destare sospetti in un circuito dove in passato la piaga dei match taroccati ha colpito duramente. Per il resto, solo eliminazioni al primo turno, tanto da sfavorito come da favorito, ad esempio contro il nostro Musetti a Miami. E sempre con la stessa giustificazione: «Il mio obiettivo? Uscire quanto prima da queste bolle sanitarie che si creano durante i tornei, gioco solo per i soldi, non mi sto nemmeno allenando», ha ribadito in un’intervista al quotidiano L’Equipe. Negazionista? No, semplicemente demotivato fin dagli Australian Open di quest’anno, dove perse dopo aver passato due settimane di quarantena chiuso nella sua stanza d’albergo. Tutto andrà avanti finché glielo consentirà l’Atp, che iscrive automaticamente agli eventi più grossi quelli con la sua classifica. A furia di perdere partite, però, la sua posizione nel ranking precipiterà e Paire smetterà di giocare. E forse tirerà un sospiro di sollievo. Intanto, però, passa all’incasso.

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Matteo e Jannik, coppia da urlo (Mastroluca, Crivelli, Azzolini). Medvedev passa ma che fatica (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 25 gennaio 2022

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La nuova era dell’Italtennis (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

E’ grande Italia a Melbourne. Per la prima volta in uno Slam diverso dal Roland Garros, due azzurri centrano i quarti di finale. Jannik Sinner e Matteo Berrettini, che sfideranno rispettivamente Stefanos Tsitsipas e Gael Monfils per avvicinare ancora un po’ il sogno di una finale tutta tricolore, stanno guidando il nuovo boom del tennis italiano dopo la grande stagione degli anni Settanta. Proprio da quella stagione non si vedevano due italiani così avanti in un major. Era il 1973, a Parigi facevano sognare Paolo Bertolucci, eliminato nei quarti, e Adriano Panatta, sconfitto in semifinale, battuti entrambi dallo stesso avversario, quel Niki Pilic per cui poco dopo si sarebbe scatenato a Wimbledon un boicottaggio senza precedenti. Il ventenne Sinner non ha dato alcun segno di particolare durante il suo debutto sulla Rod laver Arena, peraltro contro l’ultimo australiano rimasto in tabellone nello Slam di casa, Alex De Minaur. Il primo set ha marcato la distanza tra il Sinner attuale, formalmente fuori dai primi dieci del mondo ma con un tennis da top player; e un De Minaur che meno di un anno fa era numero 15 del mondo. L’australiano ha giocato anche meglio, non ha sbagliato scelte, riusciva ad anticipare anche in controbalzo le bordate da fondo dell’azzurro. Ma alla fine il set l’ha vinto Jannik, e la partita non è più stata la stessa. «L’aspetto più importante di questa vittoria — ha detto l’azzurro — è stata la mia capacità di trovare una soluzione alle difficoltà iniziali. Mi sono concentrato per iniziare a servire meglio, e fortunatamente à sono riuscito, e poi ho provato a spingere di più e a far muovere Alex. Mi aspettavo una partita lunga, devo dire che ho alzato il mio livello nel secondo e terzo set». l’ha riconosciuto anche il suo avversario. Jannik, ha detto, «ha giocato meglio quando è calata l’ombra su tutto il campo. La sua palla viaggiava di più per tutto il campo e sappiamo tutti quanta straordinaria potenza sia in grado di esprimere». Il 20enne di Sesto Pusteria, che ha promesso di fare il tifo per Matteo Berrettini conto Monfls, affronterà per la quarta volta Tstsipas. Hanno giocato sempre sulla terra rossa, Sinner l’ha già battuto agli Internazionali BNL d’Italia e pensare che oggi parta alla pari o addirittura leggermente favorito non è un’eresia. […]

Un urlo per la storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quando una farfalla sbatte le ali a Melbourne, in Italia cominciano a farsi largo i sogni. Più che teoria del caos, è pratica del talento: dopo Matteo Berrettini, anche Jannik Sinner approda ai quarti degli Australian Open, sigillando un’impresa che in uno Slam al tennis italiano mancava da 49 anni, quando nel 1973 a Parigi furono Adriano Panatta e Paolo Bertolucci a introdursi tra i magnifici otto. Si temeva, per Jannik, l’effetto-casa, inteso come tifo rumoroso e a senso unico a favore del rivale aussie De Minaur, e invece il match è marchiato a fuoco dalla maturità e dalla concentrazione dell’azzurro, dalla sua maggior varietà di soluzioni, dalla capacità di gestire senza apprensioni la palla lineare e pulita di Alex, che evidentemente ne esalta la velocità e la potenza delle controrepliche. Demon dura un set, provando a stuzzicare con pervicacia il dritto di Jan, ma quando il tie break prende la via italiana, la sfida è segnata: da lì, il servizio di Sinner scava la differenza e le sue discese a rete rappresentano un eccellente ed efficace diversivo (addirittura 26 punti su 32). A fine match, una farfalla si posa sul cappellino del numero 10 del mondo e Courier, oggi speaker del torneo, gli ricorderà che successe anche a lui. E poi vinse il torneo. Evocazioni magiche che non scuotono l’umiltà di Jannik: «A 20 anni puoi soltanto crescere. Negli ultimi mesi sono maturato come giocatore, ma soprattutto come persona, che per me è la cosa più importante. Comunque devo crescere ancora tanto sotto qualsiasi aspetto». Intanto però è nei quarti degli Australian Open per la prima volta e con la prospettiva, domani, di una sfida affascinante ma non certo chiusa contro Tsitsipas. Prima, tuttavia, si godrà lo spettacolo dell’amico Berrettini, in campo contro Monfils e avanti 2-0 nelle sfide dirette: «Giocherà in serata, quindi sarò nel letto a guardarmi la partita, come ho già fatto in altre occasioni. Seguire gli incontri di Matteo mi fa solo piacere, perché lo ammiro sia come giocatore sia come persona. Gli dico in bocca al lupo e mi auguro possa vincere ancora». Per incontrarsi, perché no, alla fine di un percorso comune, nell’Eden dei tennisti: una finale Slam. Magari già a Melbourne: «Cosa accadrebbe? Ancora non lo so – confida Jannik – perché non abbiamo mai giocato uno contro l’altro. Speriamo nel futuro di poterlo fare spesso. Matteo è un bravissimo ragazzo e un bravissimo giocatore. Anche il suo team è molto umile e mi piace stare intorno a lui perché credo che posso imparare tante cose. Anche nella Atp Cup, quando l’ho conosciuto meglio e ci siamo allenati insieme diverse volte, ho capito che è una bravissima persona oltre che un ragazzo normale, e io credo che più normale sei e meglio è. In campo è ovvio che vuoi vincere contro chiunque, ma sarebbe più difficile perché un derby avrebbe tante insidie». L’elogio della normalità, che si era riverberato anche dalle parole di Matteo del giorno prima, con annessi i complimenti sentiti a Jannik: «Andiamo d’accordo perché siamo due bravi ragazzi. Ci sentiamo spesso, parliamo delle nostre partite. La nostra non la chiamerei rivalità, semmai sana competizione: a me dà la carica sapere che c’è un altro italiano così forte, mi spinge oltre i miei limiti. Prima o dopo ci affronteremo, e sarà bellissimo. Intanto siamo uno stimolo reciproco per raggiungere risultati sempre più grandi».

Che fenomeno! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Una farfalla si posa su Jannik Sinner. Sceglie il momento dell’intervista e si lascia inquadrare dalla telecamera. Là sul berretto, vicino al rosso dei capelli che di Semola è certo la parte più floreale. È un segnale, dice Jim Courier, nei panni dell’intervistatore entomologo. «Una magia». Certo è così. Non c’è volo di farfalla che non abbia titillato suggestioni, acceso raffronti, ispirato metafore. Teorie persino. Come quella del caos. Il lieve battito d’ali di una farfalla intorno a Sinner provocherà un uragano dall’altra parte del mondo? Ma è da aruspici stabilire di quali annunci sia portatrice la farfalla di Jannik, e non pare il caso di tentare la sorte, sebbene nel giorno che vede il giovane issarsi al pari dei più esperti una riflessione s’imponga su ogni altra, centrata sul mistero che ogni farfalla porta con sé. L’enigma della metamorfosi. Che il bruco Sinner sia definitivamente asceso allo stadio più elevato della propria trasformazione? Ieri, opposto al pedestre Alex de Minaur nei quarti mostra la trasformazione completata da giovane aspirante a campione. Lo abbiamo visto volare come una farfalla e pungere come un’ape. È anche questo un segnale? Courier non avrebbe dubbi. E sono due gli italiani lassù. L’Italia è – al centro dello Slam. Azzurro Tennis, la proposta colore per la moda dei prossimi anni. L’Austalia non ne ha nessuno. L’ultimo è stato messo alla porta da Sinner con facilità. Alex de Minaur ha gambe buonissime ma in confronto a Sinner sembra giocare con un piumino al posto della racchetta, mentre quello è già passato al randello. Il match è durato un set, il primo, e l’unico in cui coach Lleyton Hewitt si sia dato pena di metter su un’espressione da gran cattivo, che fa tanto bischero ma resta il modo più diretto per ricordare al proprio adepto di essere ostile (nell’animo) almeno quanto lo era lui. Sinner poi ha dilagato, alternando molto bene colpi da fondo a qualche discesa a rete. […]

Medvedev passa ma che fatica (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il n°2 del mondo, Daniil Medvedev si è issato nei quarti ma non è stata una passeggiata. Contro il sorprendente e atipico Maxime Cressy, n. 70 ATP, giocatore serve and volley nome nuovo di questo inizio 2022 (finalista a Melbourne nell’ATP 250) ha dovuto lottare 4 set trovandosi a un punto dal cedere anche il secondo. II russo ha dovuto contrastare il serve & volley del rivale nato in Francia ma di passaporto americano che ha messo in campo un tennis a dir poco spavaldo e vario negli schemi, quanto alterno (18 ace, 18 doppi falli). Contro un avversario che non ha mostrato cali e ha contribuito allo spettacolo, Medvedev ha fatto valere la legge dell’esperienza, ha giocato anche sul piano psicologico, protestando con il giudice di sedia, chiedendo un time out per il bagno («Non posso fare pipì e per lui niente violazione di tempo?»). Ha provato insomma a destabilizzare l’americano. II solito Medvedev, insomma, ormai anche personaggio. Che se la prende anche con gli organizzatori «Possibile che non abbia ancora giocato, con il mio status, nella Rod Laver Arena?». Per un posto in semifinale sfiderà Felix Auger Aliassime che ha centrato la prima vittoria di sempre dopo 3 sconfitte con il croato Marin Cilic. Primi quarti nel draw femminile di uno Slam, al suo 63° tentativo, per la 32enne nizzarda Alizé Cornet. A Melbourne era arrivata al massimo negli ottavi, nel 2009. Per farlo la transalpina ha battuto l’ex n.1 Simona Halep. Battaglia aspra anche per il caldo torrido che le ha più volte messe in difficoltà, in particolare la Halep. Dopo 2 ore e 35′ e con tanto di pianto liberatorio Alizè si è imposta in 3 set, un altro scalpo importante dopo quello dell’iberica Garbine Muguruza. Alla fine intervista sul campo e siparietto con Jelena Dokic che ha ricordato l’ultimo ottavo giocato dalla transalpina a Melboume; «Era il 2009, tu stavi giocando contro Dinara Safina e la vincitrice sarebbe stata la mia avversaria, e ricordo che tu non sfruttasti un match point; perciò voglio abbracciarti». La Cornet, emozionala, ha risposto: «Mi piaceva tanto il tuo gioco, avrei voluto affrontarti, fu un grande dolore, ma 13 anni dopo sono qui. Dopo mezz’ora eravamo quasi in fin di vita ma abbiamo lottato per 2 ore e mezza. Simona è una vera lottatrice. II sogno si è avverato, non è mai troppo tardi per provarci ancora. Dopo 30′ le mani mi tremavano, non vedevo bene, ma il box mi ha aiutata». 

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Rassegna stampa

Matteo c’è (Pierelli). Berrettini senza limiti (Mastroluca). Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Piccardi). Ace e pazienza Berrettini come nessuno (Rossi)

La rassegna stampa di lunedì 24 gennaio 2022

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Matteo c’è (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello sport)

Alla fine si ritorna sempre a quella partita lì, che rivelò al mondo intero di che pasta fosse fatto Matteo Berrettini. Era l’estate 2019 e allo Us Open l’allievo di Vincenzo Santopadre diede una decisa sterzata alla sua carriera: la partita vinta al tie-break del quinto set con Gael Monfils lo spedì dritto dritto fra i grandi, prima di perdere in semifinale contro Rafa Nadal, che poi vinse il torneo. Da allora è cambiato tutto: la consapevolezza nei propri mezzi, l’esperienza, la solidità mentale e la finale a Wimbledon contro Djokovic, l’unico capace di fermarlo negli ultimi tre Slam. Maturato Così Berrettini domani, ancora nei quarti, incrocerà le lame un’altra volta con Monfils, battuto anche nell’altro precedente (nell’Atp Cup 2021) ma che non è da sottovalutare: finora non ha lasciato per strada neanche un set. E l’imprevedibile francese è pur sempre uno che ha raggiunto due semifinali Slam (Roland Garros 2008 e Us Open 2016) e che quest’anno, a 35 anni suonati, è partito come meglio non poteva, vincendo anche il torneo di Adelaide.

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Ingiocabile di sicuro, se Matteo riuscirà a servire come ha fatto contro Carreno Busta la strada sarà quantomeno in discesa. Nel match contro lo spagnolo i numeri parlano da soli: 28 ace (sono 80 nel torneo…), 87% dei punti con la prima e una sola palla break concessa in tutto l’incontro durato due ore e 24 minuti, lungo i quali il pur indomito asturiano non ha mai dato la sensazione di poter girare la partita. «Credo che al servizio sia stata una delle prestazioni più importanti della mia carriera. Avevo la sensazione che lui non riuscisse a leggere la mia battuta. Così avevo maggiore libertà di azione e maggiore tranquillità durante lo scambio. Sono stato attento, ho giocato un match molto solido». Che gli ha permesso di diventare il primo italiano capace di raggiungere almeno i quarti di finale in tutti e quattro i tornei dello Slam, un dato che certifica più di ogni altro la qualità dell’allievo di Vincenzo Santopadre, che ha compiuto massi da gigante negli ultimi tre anni.

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Tra l’altro, Berrettini è solo il quarto italiano a raggiungere i quarti di finale agli Australian Open dopo Giorgio De Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991): nessuno di loro si è mai spinto più in là. E forse Matteo ci sarebbe già riuscito lo scorso anno quando si dovette ritirare dal torneo prima di giocare gli ottavi contro Tsitsipas per l’infortunio agli addominali.

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Berrettini senza limiti (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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Berrettini, che ha servito più ace di tutti all’Australian Open finora, è diventato così il terzo italiano con più quarti di finale Slam all’attivo (5), e il primo ad averne raggiunto almeno uno in tutti i quattro major, traguardo a cui sono arrivati solo in 49 nell’era Open. «Non lo sapevo, me l’hanno detto dopo la partita. Ovviamente mi fa piacere, vuol dire che sto facendo qualcosa di buono – ha commentato – Non avrei mai immaginato di poter realizzare tutto questo, di poter togliere un record a qualcuno». Nello Slam australiano, solo tre italiani prima di lui erano andati così avanti: Giorgio de Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991). Nessuno ha mai centrato la semifinale. Berrettini ha altri due motivi per sognare. Intanto è virtualmente numero 6 del mondo, e sarebbe il suo best ranking. Poi si giocherà da favorito la sfida per la semifinale contro Gael Monfils, benché il francese stia giocando con una serenità che combinata ai talenti multiformi può mettere paura. LA PARTITA. Il numero 1 italiano ha giocato con l’autorevolezza dei campioni, capaci di indirizzare le partite esaltando l’efficacia dei colpi forti nei momenti in cui conta di più. Berrettini ha da subito tolto fiducia allo spagnolo, con almeno un ace a game in otto dei suoi primi dieci turni di battuta. Ha continuato a martellare, come dimostra il 77% di prime di servizio in campo da cui ha ricavato 1’88% di punti. Numeri che rappresentano una condizione necessaria ma non sufficiente a far funzionare lo schema base, la combinazione servizio-diritto che ha spezzato la resistenza del numero 21 del mondo. Carreno ha provato a mettere in campo le sue anni, il suo tennis geometrico, solido, per molti sfiancante. Ma contro un Berrettini così sarebbero servite espiosività in risposta e variazioni in modo da prendere il controllo del gioco. Doti che lo spagnolo non possiede in quantità tali da minare la forza tranquilla dell’azzurro, che ha chiuso con più del doppio dei colpi vincenti, 57 a 27, e anche tre gratuiti in meno, 27 a 30.

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Il prossimo step, la sfida contro Monfs, porta con sé ricordi positivi. Il romano l’ha sconfitto in Australia un anno fa nell’Atp Cup e soprattutto nel 2019, al tiebreak del quinto set, in uno storico quarto di finale dello US Open. Quel successo gli avrebbe fatto vivere la prima semifinale Slam della sua carriera. «Spero di riuscire a ripetere quella prestazione – ha commentato l’azzurro – Gael ha 10 anni più di me, ma fisicamente sembra i più giovane: è in perfetta forma e corre tanto. Ha grande esperienza, ha giocato tante partite di questo livello negli Slam, ma a queste situazioni comincio ad abituarmi anche io». Corteggiato anche da Netflix (la coppia con Ajla Tomljanovic attira l’attenzione dei produttori della docuserie in lavorazione presenti a Melbourne) Berrettini non ha nessuna intenzione di fermarsi qui.

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Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Se a precederlo, lungo la strada della sua personalissima leggenda, è quel servizio (Ieri 28 ace, un doppio fallo, 87% di punti con la prima), Matteo Berrettini può fare ciò che vuole. «Davvero sono il primo italiano che si qualifica per i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam? — chiede dopo aver demolito negli ottavi Pablo Carreno Busta, l’ex top ten che a un certo punto esaurisce le idee: impossibile rispondere a man in black —, beh, mi fa piacere, significa che sto facendo grandi cose. Mai lo avrei immaginato quando da ragazzino venivo qui a giocare il torneo junior sperando, un giorno, di qualificarmi per quello vero. E una grande sensazione». Piccoli gladiatori crescono. I tre set impeccabili con lo spagnolo (7-5, 7-6, 6-4) valgono importanti conquiste: il quinto quarto Slam in carriera, il quarto consecutivo perché un anno fa, in Australia, Matteo era stato costretto al ritiro per un infortunio agli addominali (l’ottima notizia è che Berrettini, dopo Melbourne, non avrà punti da difendere fino ad aprile). Il successo su Carreno Busta, inoltre, permette all’azzurro di scavalcare In classifica il russo Andrei Rublev, eliminato dal vecchio Cilic rivitalizzato dalla Coppa Davis: Matteo diventa numero 6 virtuale, best ranking.

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Dall’altra parte della rete, stanotte, infatti Berrettini trova il funambolico francese Gael Monfils, che a 35 anni, fresco del matrimonio con la collega Elina Svitolina, sta vivendo una seconda giovinezza. A livello Slam, Matteo ha assaggiato il tennis fisico e inesauribile del francese nel 2019, nei quarti all’Open Usa nella stagione della sua esplosione: «So perfettamente cosa aspettarmi — spiega —, una battaglia senza esclusione di colpi. All’epoca, a New York, ero meno consapevole dei miei mezzi: era il mio primo quarto Slam e la mia prima volta sull’Arthur Ashe, che è sconfinato. Oggi mi sento più sicuro, più maturo e gioco meglio a tennis. Monfils sta giocando davvero bene però io non ho usato tantissime energie fisiche e mentali con Carreno, quindi sarò pronto».

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Carreno non è riuscito a leggere il suo servizio («Una delle migliori prestazioni della mia carriera»), permettendogli di affrontare i turni in risposta a mente sgombra. E un Berrettini sereno, diventa un’arma letale. 

Ace e pazienza, Berrettini come nessuno (Paolo Rossi, La Repubblica)

L’urlo di Matteo Berrettini, dall’altra parte del mondo, è di pura gioia. Da oggi può fregiarsi di un altro primato: essere il primo, e quindi l’unico, tennista italiano ad aver raggiunto i quarti di finale di tutti gli Slam.

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Urla dunque, alza orgoglioso il muscolo e ne ha ben donde: i suoi 28 ace spiegano quasi tutto il come ha battuto lo spagnolo Carreno Busta e, durante il match, più d’uno — su Twitter — ha postato e abbinato l’immagine di Berrettini/Thor con il suo martello. Ma non è solo potenza, questo ragazzo romano: sarebbe riduttivo sintetizzare così il suo gioco, nel suo tennis ci sono molti altri ingredienti. E lo conferma il viaggio che il ragazzo di coach Vincenzo Santopadre ha intrapreso: in due anni e mezzo Berrettini ha realizzato alcune cose. Quali? Una semifinale agli Us Open, un quarto di finale al Roland-Garros e la finale a Wimbledon (primo e unico italiano). Oggi, 2022, Melbourne. E stavolta non trova (grazie al governo australiano) Djokovic, l’unico ad averlo battuto negli Slam del 2021.

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In questo Australian Open, di pazienza, Berrettini ne ha già avuta tanta: dal gestire il mal di pancia (ma l’Imodium l’ha molto aiutato) al cercare — fiducioso — la crescita di condizione, fino nel monitorare i postumi della caduta (con caviglia storta) durante il match contro Alcaraz. Per questo il Berrettini di ieri ha spaventato e preoccupato più di qualche rivale candidato al titolo: la fiducia mostrata, dopo lo spavento della possibile rimonta (sempre contro Alcaraz), ha alleggerito l’animo del nuovo numero 6 del mondo (e nel migliore dei casi potrebbe salire di un’altra casella), e ad accorgersene è stato il povero Carreno Busta. E adesso? Si scrive Melbourne, ma si legge New York 2019. Sembra un déjà-vu clamoroso, per lo Slam che lanciò l’azzurro nel firmamento. Ai quarti c’è Gael Monfils e, volendo guardare più in là con il naso, Rafael Nadal. Esattamente come in quegli Us Open.

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“Mi ricorda il percorso fatto, gli affetti di casa e mi tiene saldo nei momenti di sbandamento che il circuito e la vita comunque ti presentano». Anche per questo si è tatuato la rosa dei venti: serve per tenere la bussola, «e anche perché i tatuaggi mi piacciono».

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Rassegna stampa

Sinner conquista gli ottavi (Crivelli, Azzolini, Mastroluca)

La rassegna stampa di domenica 23 gennaio 2022

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Più forte ragazzi! (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Sorridiamo. Sono ben lontani i tempi in cui per gli italiani la seconda settimana di uno Slam rappresentava un viaggio verso l’ignoto. Lo Slam degli antipodi, per collocazione geografica e temporale, è sempre stato il più ostico, ma il rinascimento azzurro ha scrostato anche queste antiche ruggini e per la terza volta in quattro anni due nostri eroi sono agli ottavi: nel 2018 toccò a Seppi e Fognini, l’anno scorso a Fognini e Berrettini, quest’anno a Berrettini e Sinner. Dunque, tutto l’arco evolutivo delle racchette azzurre, in un passaggio graduale di consegne che adesso spedisce nella fase calda del torneo una coppia d’assi. Perché Matteo, in campo stamattina alle 11 contro lo spagnolo Carreno, e Jannik, domani impegnato contro De Minaur, portano orgogliosi sulle spalle la fiera ambizione di arrivare fino in fondo. Non saranno due incroci semplici, ma la classifica, le qualità tennistiche, la solidità di rendimento delle ultime stagioni indirizzano la bussola verso il tricolore. Certo l’ineffabile Sinner, contro il prossimo rivale australiano, gambe di caucciù e capacità sublime di appoggiarsi al ritmo altrui, non potrà concedersi le pause mentali mostrate contro Daniel. Prima volta agli ottavi a Melbourne, adesso a Jannik mancherebbe solo Wimbledon per completare il piccolo filotto: «Sono molto felice di come stanno andando le cose, il match è stato particolarmente duro. Dopo un’ottima partenza ho iniziato a commettere qualche errore di troppo mentre il mio avversario cresceva, nel secondo set sono calato d’intensità ed era già accaduto nel primo, sul 3-0. Negli Slam può succedere ed è un attimo che l’avversario rientri in partita. Se avessi ottenuto il break nel primo game del secondo set sarebbe andata diversamente. Ma io devo imparare a mantenere un determinato livello per tante ore. Sono arrivato alla seconda settimana, adesso testa al prossimo match che sarà altrettanto duro: vedremo cosa accadrà. Non mi preoccupa il pubblico contro, ma lui in casa gioca sempre bene. Nel giorno di riposo cercherò di gestire bene l’off court. Quando allenarsi, come comportarsi. Io credo di avere tanto margine in qualsiasi cosa. Dovrò alzare di sicuro il livello di gioco». Passando a Berrettini, ieri Matteo si è particolarmente dedicato alla fisioterapia dopo le oltre 4 ore di battaglia contro Alcaraz e la storta alla caviglia destra (senza conseguenze) del quinto set. Lo attende un altro esame non semplice di spagnolo: Carreno, 21 Atp, non prende gli occhi ma è assai solido, sta giocando in fiducia e nelle giornate di grazia può trasformarsi in un muro che rimanda tutto.

Sinner cresce così (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Nel suo lungo apprendistato, spinto da un genuino bisogno di apprendere che non può che fargli onore, Jannik Sinner farà bene a ricordarsi di questa serata australiana, nella quale ha fatto la conoscenza di Taro Daniel, giapponese di mamma e passaporto, americano di padre e di nascita. […] Sembra un effetto ottico, Taro Daniel. Appare leggero, ma colpisce duro. Dà l’impressione di essere basso, perché si ingobbisce nelle corse, ma è sopra il metro e novanta. Sui colpi non è mai violento, tende piuttosto a non dare peso alla palla, un’esca alla quale i moderni ribattitori non resistono. Vi si avventano contro e la sbattono in tribuna. Berrettini l’ha incontrato una prima volta a Belgrado, e nel secondo set mancò poco che si addormentasse. Rinvenne a inizio del terzo e risolse la questione con le armi che gli sono proprie, prendendolo a mazzate. Sinner ha fatto lo stesso, uscendo di scena per un set intero, il secondo, nel quale nemmeno sembrava più lui. Poi nel terzo set è tornato a manovrare i colpi, cauto all’inizio poi sempre con maggiore slancio. Alla fine, il giovane Semola ne è sortito bene. Ha vinto a mani basse il quarto e ha agganciato il carro degli ottavi. È la prima volta in Australia. Contro Alex De Minaur, il prossimo avversario, potrà dimostrare che l’assopimento di ieri era stato causato dal tennis mortifero di Daniel, non dalla sopraggiunta stanchezza né da un abbassamento di forma. De Minaur gli offrirà schemi più rapidi, colpi più sostenuti, e lui potrà tornare a spingere come gli pare e piace. «Avrà il pubblico dalla sua ed è giusto così, ma non è la prima volta che mi capita di sfidare il beniamino di casa e devo dire che la cosa non mi mette alcuna pressione. Piuttosto, devo fare di più e meglio rispetto a quanto fatto con Daniel. E’ stato un match complicato, nel quale lui è stato solido e non ha regalato nulla. All’inizio giocavo bene, sentivo la palla, variavo il gioco, poi non sono più riuscito a farlo. Negli Slam il livello del tennis va tenuto alto per molte ore, questo è l’insegnamento che mi è giunto dal match».

Sinner chiama in campo McEnroe (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Una buona abitudine, da conservare e non dare per scontata. Per il sesto Slam di fila, l’Italia vanta due giocatori negli ottavi nel tabellone di singolare maschile. La serie, avviata da Matteo Berrettini, l’ha completata ieri Jannik Sinner navigando anche controvento in una partita piena di insidie nascoste contro il giapponese Taro Daniel. «È stato un match molto duro. Dopo un’ottima partenza ho iniziato a commettere qualche errore di troppo mentre il mio avversario cresceva, devo imparare a mantenere un determinato livello per tante ore» ha detto Sinner che ha chiuso 6-4 1-6 6-3 6-1. Ancora imbattuto nel 2022, a 20 anni e 5 mesi ha già raggiunto almeno gli ottavi in tre Slam su quattro. È il primo Under 21 che, complessivamente, si è spinto quattro volte alla seconda settimana di un major dai tempi di Juan Martin Del Potro tra il 2008 e il 2009. A questo punto sognare non è un azzardo. Sinner sfiderà infatti il suo “amuleto” Alex De Minaur, che ha sconfitto nella finale delle Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals, il trofeo che l’ha fatto conoscere al grande pubblico, e nel percorso verso il primo titolo ATP a Sofia nel 2020. Sulla KIA Arena, Sinner ha dovuto governare il vento e gestire il tennis spavaldo del giapponese nato a New York e forgiato in Spagna che aveva eliminato Andy Murray in tre set. L’inizio è incoraggiante, ma presto Sinner appare meno reattivo, più lento negli spostamenti. Indietreggia in risposta, palleggia contro un avversario che schizza come una molla e alla prima occasione prende il campo per accorciare ancora di più i tempi di gioco. All’inizio del secondo set, l’azzurro chiede calma rivolto al suo angolo, ma è il primo a perderla. Si inviluppa dentro una serie di errori e scelte confuse, perdendo il primo set del torneo. Ma quando riprende il timone, si rivede la miglior versione di Jannik. E la partita si è rimessa sulle lunghezze d’onda della logica. A quel punto Daniel non ha più avuto chances. «Nel secondo set sono calato d’intensità, nelle partite al meglio dei cinque set può succedere. Basta poco per rimettere l’avversario in partita – ha ammesso l’azzurro – Ma sono arrivato alla seconda settimana, adesso testa al prossimo match che sarà altrettanto duro: vedremo cosa accadrà. Certamente non è semplice giocare con il pubblico contro, e De Minaur in casa gioca sempre molto bene». Anche l’australiano sa bene cosa aspettarsi: «un’immensa potenza di fuoco – ha detto – Devo riuscire a non farmi sbattere da un angolo all’altro del campo e comandare il gioco». Intanto, tiene ancora banco il toto-nomi per individuare chi sarà l’uomo in più che Sinner ha annunciato si aggiungerà al suo staff. Tra i più papabili, anche se spesso sono proprio loro a entrare papi in Conclave e a uscirne solo cardinali, c’è John McEnroe che ha già lavorato con Riccardo Piatti aiutando Milos Raonic a raggiungere la finale a Wimbledon nella stagione migliore della sua carriera. L’icona del tennis USA si era auto-candidato al ruolo, anche solo come super-consulente. Ieri Sinner ha fatto crescere ancora di più le aspettative. «Sappiamo tutti che è una leggenda, quindi sì, mi piacerebbe essere allenato da lui. Vediamo che succede».

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