Andy Murray è il vero numero uno?

Lo scozzese è appena diventato il leader del tennis mondiale. Ma il pubblico lo considera davvero tale?

Andy Murray è il vero numero uno?

Le opinioni di Ubitennis

Questa è la settimana di Andy Murray. Nonostante le sconfitte in finale a Melbourne e a Parigi (oltre a quella di Madrid e Cincinnati) e le uscite premature ad Indian Wells e Miami, infatti, lo scozzese ha disputato la migliore annata della sua vita per continuità di rendimento e qualità di gioco, oltre che per trofei conquistati (Wimbledon, Olimpiadi, Roma, Shanghai, Bercy, Pechino, Vienna, Queen’s).

Sono state spese molte parole sull‘importanza di aver richiamato Ivan Lendl al suo fianco, e questo certamente ha giocato un ruolo essenziale nella crescita continua di Andy, il quale – tuttavia – forse avrebbe trionfato nella “sua” Inghilterra anche senza l’aiuto dell’ex leggenda ceca, considerando anche che gli avversari incontrati nelle fasi finali di Wimbledon – Tsonga, Berdych e Raonic – erano giocatori battuti in più di una circostanza dal britannico anche quando c’era Amelie Mauresmo. Quello che è davvero cambiato nello scozzese non è l’atteggiamento – che ha portato alcuni commentatori a parlare, a ragion veduta, di “Radio Murray” – bensì la capacità di rimanere attaccato ad ogni punto della partita, limitando al massimo le distrazioni e dimostrando una fame di vittoria non solo in ogni singolo torneo o incontro, ma in ciascun game che disputa (Lucas Pouille può confermare). Oltre a ciò, anche il gioco sembra diverso, ma questo in realtà lo si era visto già nel 2015. Nonostante rimangano intatte – se non migliorate – le sue doti difensive, quello che più salta all’occhio è la maggior aggressività, sfruttando tutta la sua completezza ed un arsenale di colpi che forse soltanto Roger Federer può dire di non invidiare. Partendo dalla risposta – soprattutto da sinistra – e arrivando ad un servizio diventato letale (quello esterno è una sentenza da entrambe le parti del campo, ma anche la botta sulla “T” e la soluzione slice centrale sono di alto livello) e ad un gioco da fondocampo più equilibrato e proteso alla ricerca della rete, si comprende come molte delle critiche storicamente fatte a Murray siano ormai infondate.

A questo proposito, tuttavia, Adriano Panatta ha recentemente espresso la sua opinione riguardo il cambio al vertice del tennis mondiale, dichiarando: “Triste che sia n.1, è un pallettaro tremendo”. Parola del più grande tennista italiano di tutti i tempi, mica di Francesco Amadori. Proprio qui sta il problema concernente la presa del trono del tennis mondiale da parte di Murray. Andy è sempre stato il “Ringo Starr” dei Fab Four, sia perché è arrivato più tardi ai vertici (circa un anno dopo rispetto a Djokovic e tre stagioni dopo il primo successo di Nadal a Parigi), sia perché ha impiegato più tempo per maturare dal punto di vista fisico, mentale e tecnico. La sua formazione spagnola lo ha portato ad essere un giocatore tendenzialmente difensivo, nonostante non tocchi certo la palla peggio del serbo e dell’iberico, anzi. L’abitudine a giocare 2-3 metri dietro la riga di fondo campo, consentendo agli avversari di prendere il centro del campo e comandare il gioco – soprattutto nei punti importanti – ha sempre fatto sì che si stancasse prima lui rispetto al Fab di turno. A ciò va aggiunto che Andy, rispetto ai suoi grandi rivali, ha sempre dato la sensazione di volere il successo quel 2-3% in meno che faceva quasi sempre la differenza.

Adesso il quadro, per diverse ragioni, è profondamente mutato. Lo svizzero si è dovuto fermare per i reiterati problemi al ginocchio e il maiorchino ha deciso di concludere anzitempo il suo 2016 dopo Shanghai, così da cancellare un periodo complicato che dura da due anni mezzo – al netto di un logorio fisico ineccepibile – mentre Djokovic, al di là delle sue presunte avventure indiane, pare aver perso l’istinto del cannibale, oltre che la voglia di sacrificarsi quotidianamente sul campo e al di fuori dello stesso. Il campione di Dunblane, dal canto suo, grazie alla paternità – dopo i primi 50 giorni, in cui ha dovuto apportare dei necessari aggiustamenti che non si sono dimostrati subito ben oliati – ha raggiunto un grado di maturazione, di consapevolezza (serenità non è un termine che fa parte del suo vocabolario) tali da dare sempre il massimo sul rettangolo di gioco, per poi staccare la spina quando è in famiglia e dedicarsi ad essa, anche grazie ad una moglie che lo appoggia in tutto e per tutto.

A ben vedere, molto probabilmente Murray, a dispetto di tutto ciò, non sarebbe diventato numero uno del mondo se adesso i suoi tre colleghi fossero al top delle rispettive carriere. D’altra parte, considerando che lo stesso Djokovic ha avuto – ed ha tuttora – problemi a farsi amare dal pubblico, rimasto fedele a Federer e Nadal, chissà quanti ne avrà Andy. In questo senso di certo non aiuta il suo atteggiamento in campo, sempre tendente alle lamentele e ad “oscenità udibili”, senza considerare gli incitamenti anche dopo una prima vincente sul 2 pari 15-0 nel primo set del secondo turno del torneo di Vienna (con buonissima pace degli organizzatori dell’ottima kermesse austriaca) o su errori degli avversari. A ciò si aggiunge la scarsa capacità che ha Murray di coinvolgere il pubblico emotivamente pure quando esulta dopo aver vinto uno Slam. Ciò, forse, si spiega anche con alcuni suoi atteggiamenti poco professionali e ancor meno edificanti che lo hanno reso protagoniste fino a pochi anni fa (per info chiedere a Jarkko Nieminen), tanto da meritare il soprannome di “Drama Queen“. Eppure non è stato lui a sembrare zoppo all’inizio del terzo set della finale degli Australian Open del 2015, così come non è quasi mai lui a tenere conferenze stampa poco originali ed interessanti in termini di opinioni espresse. Molti dicono che la sua voce è noiosa, e sicuramente non è degna del miglior Mike Bongiorno, ma lo scozzese sembra anche vittima di molti pregiudizi, magari anche da parte dei nostalgici degli anni ’70-80. Sicuramente ci sono stati numeri uno meno apprezzati (leggasi Carlos Moya e Marcelo Rios, per non parlare dell’attuale coach dello scozzese), e soltanto il tempo dirà in che posizione si collocherà Murray nel cuore degli appassionati rispetto agli altri 25 che hanno conquistato la vetta più alta del mondo del tennis. Forse, però, tutto questo a “Muzza” nemmeno importa.

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