Sharapova: e se ora volasse in finale? Ha un tabellone da favola

Mentre il tennis azzurro al femminile perde i pezzi e l'anno prossimo potrebbe avere la sola Giorgi in tabellone, se Vinci e Schiavone smetteranno, Maria Sharapova battendo Simona Halep ha dimostrato di essere ancora super-competitiva

Sharapova: e se ora volasse in finale? Ha un tabellone da favola

Ho scritto l’altro giorno che erano 30 anni che non avevamo che soltanto tre giocatrici in tabellone all’US Open. E ho scritto anche che era da 17 anni, dal 2000, che non avevamo neppure un’azzurra compresa tra le 32 teste di serie. Beh, oggi lascio questa prima giornata dell’US Open con la triste, tristissima sensazione, che l’anno prossimo qui a New York potremmo anche avere meno partecipanti! Addirittura zero? Beh, non arrivo ad essere così pessimista, direi probabilmente una sola rappresentante, però attenzione, leggete le prossime righe… e poi se volete datemi pure della Cassandra.

LA SITUAZIONE DEL TENNIS ITALIANO

 

Fra 12 mesi Roberta Vinci potrebbe avere appeso la racchetta al chiodo. Leggete più in basso, quando scrivo che mi ha dato la sensazione che sia proprio abbastanza probabile. Fra le tre presenti qui c’è Francesca Schiavone che viaggerà per i 38 anni. Anche lei aveva fatto capire che questo avrebbe potuto essere il suo ultimo anno, sebbene abbia recuperato un bel po’ di posti in classifica dopo essere uscita dalle prime 100. Oggi è n.77. E ha scavalcato proprio Roberta, che ha perso i punti dei quarti di finale conquistati un anno fa. Qui non c’era la squalificata Sara Errani, che però quando riprenderà a giocare, dovrà rimontare da 280 e dintorni. Per nulla facile. La terza azzurra presente qui – sia pur azzurra… renitente alla leva – era Camila Giorgi, che a giugno è stata n.105 del mondo, una classifica che non garantirebbe l’accesso ad uno Slam, ma soltanto alle qualificazioni. È precipitata a quel modo, dopo essere stata anche n.30 nel giugno 2015, per una serie di infortuni, e oggi è n.69 e rappresenta la nostra più probabile rappresentante all’US Open 2018. Forse l’unica.

Ma prima di addentrarmi nel 2018… scrivo che se mi avessero detto prima di questa prima giornata dell’US Open che, a fronte di cinque match che vedevano impegnati gli italiani, ne avremmo vinto due avrei immediatamente sottoscritto. Hanno vinto Lorenzi e Fabbiano, entrambi in quattro set e onore a loro. Perché Lorenzi aveva perso tre volte con Sousa, anche se a Kitzbuhel contro il portoghese non era stato lontano dalla vittoria, e Fabbiano è sì n.82 del mondo e giocava contro un australiano 120 posti più indietro, ma non aveva mai passato un turno in uno Slam e insomma poteva sembrare una scommessa difficile… Quella invece l’ha vinta. Una scommessa da 86.000 dollari di “borsa”, anche se il fisco americano poi gli sottrarrà il 35 per cento. Ma con gli altri soldini vinti quest’anno, 204.449 solo nel 2017, si può ormai dire che la sua grande costanza a dispetto di tanta diffidenza (in buona parte dovuta alla sua piccola statura, 172 cm) lo abbia premiato e che il bravo ragazzo pugliese abbia “svoltato”. La carriera non è più a rischio, i soldi per continuare a fare il professionista ci sono, i tempi più duri appartengono al passato. Bravo, bravissimo anzi. Un bell’esempio per tutti. Non ha mai mollato e non è neppure detto che non acceda al terzo turno: il suo prossimo avversario, Thompson, gli ha fatto il favore di togliergli di mezzo l’americano Sock, testa di serie n.13, e contro l’australiano Thomas ha vinto due volte su tre. Sempre in Cina… ma non sono state vittorie a buon mercato.

Insomma uno magari dubita perché lui, appunto, non è un gigante, ma poi gli capita di giocare due tiebreak… ed è lui a vincerli tutti e due, primo e quarto set contro il Carneade Smith. Beh, un cognome più anonimo di Smith non esiste… anche se un certo Smith (Stan) nel ’72 vinse Wimbledon, superando in finale 75 al quinto Ilie Nastase che poi ribatté anche nella finale di Coppa Davis sulla terra di Bucarest: e la seconda fu una sconfitta che Ion Tiriac non perdonerà mai al suo “assistito”,  reo di troppe notti brave alla vigilia di un’opportunità irripetibile. Termino questa digressione dicendo che i ragazzi del terzo millennio conoscono Stan Smith… solo perché le scarpe dell’Adidas si chiamano così, ma non hanno la minima idea di chi fosse. Stessa (triste?) storia degli obsoleti Renè Lacoste e Fred Perry, che troppi ritengono ormai siano solo magliette con un coccodrillo e un alloro.

Ai tre sconfitti di giornata, Giannessi, Vinci e Giorgi, si può rimproverare ben poco. Il primo perché con Gulbis, sebbene il lettone ex semifinalista di Slam sia affondato nel ranking (n.255), il divario tecnico ancora c’è. Tuttavia lo spezzino si è ben difeso, ha avuto le sue brave occasioni nel primo set e magari se fosse riuscito a salire due set a zero… chissà?

VINCI, UN ADDIO? E GIORGI, SOLO SFORTUNA?

Anche Roberta Vinci avrebbe potuto vincere il primo set con la Stephens, ma una volta perso quello buona notte. E poi con i se e i condizionali non si va da nessuna parte. Roberta l’anno scorso qui fece i quarti, perdendo da Kerber. Perderà un sacco di punti, come dicevo sopra verrà scavalcata addirittura da Francesca Schiavone, di tre anni più anziana. Tornerà qui l’anno prossimo, nel suo torneo prediletto, quello che gli ha riservato le più grosse soddisfazioni della carriera? Lei non vuole dirlo, vuole lasciarsi aperte tutte le strade. Ma la sensazione, sentendola dire “Il tennis non è più una mia priorità… ormai siamo agli sgoccioli… la mia priorità è stare bene, a 34 anni non posso dirmi delusa di quest’annata, ci sta”, è che nel momento in cui la sua classifica non le consentirà più di partecipare agli Slam, lei mollerà. Intanto però andrà a giocare i tornei cinesi di Wuhan e Pechino. Ha concluso la sua conferenza stampa e quando le ho detto che in Cina non saremmo andati (forse Vanni Gibertini potrebbe andarci però…) le è scappata un’altra battuta forse rivelatrice: “Eh ragazzi, vi mancheranno eh le mie interviste!”. Scherzava ma insomma…

Sulla sconfitta di Camila Giorgi che dire se non le solite cose? Come ha scritto anche Luca Baldissera, con Rybarikova, semifinalista all’ultimo Wimbledon, di perdere ci sta. Certo Camila dà sempre l’impressione di poter giocare con maggiore acume e senso tattico – sì, proprio da sempre – ma stavolta aveva l’alibi di un problema al gomito che le avrebbe impedito di usare la consueta aggressività. Se ascoltate l’audio dell’intervista sentite cosa dice, oggi che era più loquace del solito nonostante la sconfitta, quasi che l’avesse assorbita senza farne un dramma. Il problema non è stato un numero esorbitante di errori, quanto il momento per farli: l’ottanta per cento sul 30 pari e sui punti importanti. Quante volte abbiamo scritto peccato? Non le conto più.

Prima di archiviare la pratica italiana, va ricordato che oggi Schiavone affronta la estone Kaia Kanepi che ne ha passate di tutti i colori, dacché è stata colpita dalla mononucleosi e dal morbo di Epstein-Barr da un paio di anni. Ex n.15 del mondo, ha raggiunto due volte i quarti a Parigi e una anche a Wimbledon. Nel 2010 a Wimbledon uscendo dalle quali giunse nei quarti contro Petra Kvitova: ebbe cinque matchpoint. Perse. Ha avuto ogni genere di problema fisico, una caviglia malandata l’ha fermata per un anno. Insomma… come giocherà anche oggi è una vera incognita. Sono curioso di vedere il derby Fognini-Travaglia, ma il divario c’è e non riesco a pensare che Travaglia possa annullarlo, anche se qui non ha perso un set nelle qualificazioni. Sono meno curioso di vedere Seppi con Bautista Agut… a meno che Andreas vinca il primo set. Qui non ha quasi mai giocato bene. Che giochi bene stavolta contro il solo spagnolo che forse gioca meglio sul cemento che sulla terra rossa, mi sembra improbabile.

Per quanto riguarda l’extra azzurro hanno perso 4 teste di serie: la 13 Sock (da Thompson), la 21 Ferrer (da Kukushkin), la 25 Kachanov (da Lu), la 32 Haase da Edmund. Quattro anche le donne: la 7 Konta da Krunic, la 21 Konjuh da Barty, la 32 Davis da Kenin, e… la 2 Halep da Sharapova!

SHARAPOVA, ADESSO POTREBBE ANDARE FINO IN FONDO

Eh sì, mi sono lasciato per ultimo… per costringervi ad arrivare fino in fondo all’articolo, il match che era il più atteso e che avrei dovuto scrivere per primo. Quello che ha certamente contribuito a stabilire il record d’affluenza di 61.839 spettatori nel primo giorno del torneo, con 23.771 che hanno decretato il quasi tutto esaurito per i match serali sull’Arthur Ashe Stadium. Ormai tutti sapete che lo ha vinto Maria Sharapova che by night all’US Open, in 17 precedenti duelli sotto le luci, non aveva mai perso. Non avrei francamente scommesso su lei dopo che si era mangiata in modo clamoroso il secondo set: palla del 5-1 per lei, 16 pallebreak sciupate su 20, e quasi sempre fin dalla risposta al servizio tutt’altro che irresistibile della rumena n.2 del mondo e una delle otto giocatrici che avrebbe potuto diventare n.1 a fine US Open. Ma ormai Simona lo sa che non basta avvicinarsi al trono per sedercisi sopra. Lo ha sfiorato in tre momenti e sempre ci è scivolata davanti. Al posto suo avrei un nervo per capello. Perché non è detto che questo momento di prolungato black-out del tennis femminile – favorito anche dall’assenza per maternità di Serena Williams – duri all’infinito.

Assistendo alla partita, che ha offerto anche scambi fortemente spettacolari a fronte di errori abbastanza marchiani da parte di Maria che ha sempre cercato di tenere l’iniziativa, ero combattuto, non sapevo bene cosa augurarmi. Halep aveva perso troppo occasioni per non meritarsi un certo sostegno. Ma giornalisticamente non c’era dubbio che la vittoria di Maria, 19 mesi dopo il suo ultimo Slam, avrebbe fatto più sensazione. Sono sicuro che domani i giornali dedicheranno molto più spazio al suo ritorno alla vittoria di quanto non avrebbero dedicato ad un successo di Halep. Anche il suo abito nero, ricoperto di Swarovski disegnato dallo stilista italiano Riccardo Tisci per Nike, faceva – e farà – più scena di quello vintage dell’Adidas indossato da Halep. Anche nel 2006, quando Maria vinse l’US Open, era vestita… da sera, con una mise tutta nera. Di certo gli organizzatori dell’US Open non saranno pentiti di averle regalato una wild card… “perché Maria ha già scontato la sua pena”. Un discorso che non fa una piega – non si deve mirare alla riabilitazione dei condannati nel viver civile? – ma contrasta con la presa di posizione dei francesi che invece hanno optato per “non si aiuta chi si macchia di doping e dà il cattivo esempio”.

Di fatto i quattro tornei dello Slam sono uniti per modo di dire. Ciascuno fa i propri interessi. L’US Open forse li fa più degli altri. Va anche detto che senza Serena il tennis femminile ha sofferto abbastanza per la mancanza di una vera regina. Maria Sharapova al secondo turno troverà l’ungherese Babos, n.59 del mondo piuttosto in crisi, e poi ha un tabellone incredibilmente favorevole visto che in quel settore ha perso Konta, testa di serie n.7. Babos, Vickery, Kenin, Peng o Sevastova e poi forse Cibulkova è l’avversaria più titolata fino alle semifinali… Vedrete che i giornali non faranno che parlare di lei, del suo pianto irrefrenabile quando è finita in ginocchio sul cemento dell’Ashe Stadium con la folla che gli tributava una standing ovation… con ciò confortando gli organizzatori americani che temevano qualche buuuh nei suoi confronti e che invece, come sottolinea Ben Rothenberg nel video che abbiamo registrato, non c’è proprio stato. I colpi ci sono ancora, anzi stasera ha fatto capolino nel suo repertorio anche il drop-shot – lo gioca decisamente meglio di rovescio che di dritto – sul quale evidentemente il suo coach Sven Groeneveld l’ha fatta lavorare. Darren Cahill, stimato coach di Simona Halep, avrebbe dovuto fare lo stesso. Tante volte nel corso di scambi furibondi, nei quali più spesso era Halep a dover rincorrere, ma c’erano anche momenti nei quali Maria si era ritrovata con le spalle alla rete di fondo, un drop-shot anche non troppo ben giocato avrebbe potuto portarle punti decisivi. Maria ha cominciato a progettarli e a eseguirli a 30 anni, e dopo 15 mesi di squalifica, Simona ha 25 anni e ancora tempo davanti a sé per affinare tecnica e strategia. Ad assisterla c’era anche Ion Tiriac, nascosto in mezzo alla folla. Non le ha portato fortuna.

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