Storia degli Slam 1968-1988: Federer è l'uomo dei record

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Storia degli Slam 1968-1988: Federer è l’uomo dei record

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TENNIS E STORIA – Storie di Slam Parte Quinta – Dalla nascita del tennis “pro” al montepremi pazzesco per i Wimbledon Championships (34 milioni di dollari). Similitudini e differenze con US, Australian Open e Roland Garros. Da Bill Tilden a Rafael Nadal 

1968 : TUTTI INSIEME

Il grande successo (30.000 spettatori in 3 giorni di torneo) della battaglia dei professionisti tenutasi a Wimbledon nell’agosto del 1967 – vinta da Rod Laver nel singolare e dalla coppia Pancho Gonzales/Gimeno nel doppio – convinse la British Lawn Tennis Association ad aprire finalmente il torneo dall’anno successivo. Come in una catena, tutti seguirono l’esempio e l’Era Open parti’ di fatto nel 1968, riunificando finalmente i due circuiti che si spalleggiavano da 40 anni.

 

Cosi commentò il chairman Herman David al termine di quella strepitosa tre giorni (26-28 agosto): “we have achieved what we set out to do and brought the finest tennis player in the world to Wimbledon. We hope to repeat this event in future years- event if we aren’t allowed to stage an open Wimbledon”. In sostanza, o si apre il torneo o altrimenti ripeteremo l’esperimento. A quel punto era quasi impossibile non pensare ad un Era all-players. Aggiunse poi che i Wimbledon Championships, descritti dall’Associated Press l’”unofficial amateur championships of the world” restava comunque il primo obiettivo nei piani del governo del torneo.

Laver battè Rosewall 6-2 6-2 12-10 in finale intascandosi un assegno di 8.400 dollari, mentre Ken si prese 5.600 bigliettoni, davanti ad un centrale pieno di 12.000 spettatori.

 

Se ufficialmente il primo anno Open fu il 1968, il primo davvero full resta il 1969 quando l’apertura dei tornei fu abbastanza completa, anche se ancora parziale.

A grandi linee dal 1970 si può iniziare a parlare di totale completamento.

 

Il torneo australiano si disputò al Kooyong Stadium di Melbourne dal 19 al 29 gennaio 1968, ma rimase un torneo “Closed”, solo per i dilettanti. Dal Roland Garros l’apertura Slam fu definitiva.

In Oceania vinse William Bowrey, giocatore di casa, che ebbe una normale carriera tra i dilettanti, all’epoca 24enne, e non ebbe particolari risultati di rilievo nell’Era Open. In finale battè un discreto giocatore tra l’altro, lo spagnolo Juan Gisbert. Insomma torneo benevolo per lui.

 

Al Roland Garros tornarono tutti i big : Ken Rosewall – il più grande terraiolo della storia dopo Borg e Nadal? – riscattò idealmente i suoi anni di esilio facendo subito il centro grosso nel cosiddetto Mondiale sul rosso, in finale battè Laver con un perentorio tre set a uno.

Pancho Gonzales arriva in SF a quarant’anni suonati battendo Roy Emerson al quinto.

 

Laver si rifà sul palcoscenico più ambito, Wimbledon, dominando la finale con Roche in poco più di un ora e sorvolando il torneo senza troppe difficoltà, fatta eccezione per un QF tirato con Ralston vinto 6-4 al quinto. Rosewall perse da Roche in ottavi. Newcombe, il campione in carica del torneo, vinto tra i dilettanti, viene sconfitto da Ashe sempre nei last16. Lo stesso Ashe che compie forse l’impresa dell’anno, vincendo a Forest Hills il primo US “Open” sfruttando anche le incertezze di Laver (quarto turno per mano di Drysdale). Altro onorevolissimo torneo di Pancho, splendido quartofinalista dopo aver fatto fuori con un secco 3 set a zero la testa di serie n°2, Tony Roche.

 

Il Grande Slam dunque tornava a raccontare la “verità” e la crescita economica divenne esponenziale. Nel corso degli anni i quattro tornei hanno fortificato la loro posizione, c’è chi ha cambiato sede, chi ha migliorato gli impianti, chi si è rinnovato tenendo sempre una linea diretta con la tradizione. La quantità di soldi mossa da questi eventi è spaventosa, in continua crescita. Il montepremi complessivo del torneo di Wimbledon ha toccato quota 34 milioni di dollari, un milione e mezzo solo per il vincitore del singolare. Sono diventati simboli assoluti di questo sport, dall’attrattiva mediatica impareggiabile per qualsiasi altro evento, riconoscibili anche attraverso i loro trofei, inconfondibili.

I TROFEI

australian-open-trofei
Le coppe degli Australian Open,
a sinistra il trofeo per il singolare femminile a destra per il maschile

roland garros trofei
Le coppe del Roland Garros, singolare femminile a sinistra, maschile a destra

 

wimbledon trofeiWimbledon, in ordine : singolare maschile e singolare femminile

usopen-trofeiUS Open. A sinistra la coppa per il singolare femminile, a destra per il maschile

FRATELLI DIVERSI, PRESTIGIO E IMPORTANZA

Partiamo dal presupposto che oggi i quattro tornei sono assolutamente paritari. Hanno lo stesso campo di partecipazione, si giocano in due settimane, 3 su 5 per gli uomini, con tabelloni a 128 giocatori. Presentano lo stesso valore tecnico e anche la stessa cassa di risonanza. Sono gli unici eventi che riuniscono tutte le categorie (singolo, doppio, misto, junior per entrambi i sessi), per quattro volte l’anno è come se andasse in scena una festa per il tennis, con tutti i migliori in campo. La bellezza dei 7 match per arrivare al titolo, ma anche il fascino di vedere i cosiddetti “carneadi” che hanno la possibilità (e il sogno) di partecipare ad un evento simile, e magari misurarsi con i campioni sui campi più grandi del mondo. Solo in questi tornei è possibile, visto che tutti gli altri draw sono al massimo di 64 giocatori (fatta eccezione per i 96 di Indian Wells e Miami).

La parità di importanza è stata acquisita, in modo completo, dal 1988 quando gli Australian Open si trasferirono nel moderno complesso di Melbourne Park (all’epoca chiamato Flinders Park) mettendosi in questo modo sullo stesso piano degli altri 3 tornei anche sotto il profilo mediatico.

Ma attenzione. Va sottolineato come la parificazione tecnica (a tutti i livelli) avvenne già cinque anni prima, nel 1983, quando per la prima volta dopo 8 anni tornarono a calcare i campi di Melbourne i primi due giocatori del mondo in campo maschile. In campo femminile invece la parificazione risale ancor prima, tre edizioni più in là, al 1980, quando l’arrivo di Navratilova, Goolagong, Mandlikova, Turnbull, Ruzici e Shriver qualificò notevolmente un field che negli anni precedenti era stato piuttosto scarso.

Detto questo, Wimbledon ha sempre qualcosa in più, soprattutto nella risonanza extra-tennis, ma non è del tutto sbagliato mettere i 4 tornei su uno stesso piano ideale a partire dal 1983 (per il maschile) e 1980 (per il femminile). Oggi come oggi uno Slam vale l’altro, un successo agli Australian Open vale uno agli US Open, come al Roland Garros o a Wimbledon. Parità raggiunta come abbiamo visto solo nel tempo.

Wimbledon è sicuramente lo Slam più prestigioso, l’unico che può ambire ad essere reputato anche il più importante. Motivi? E’ la culla del tennis, che a grosse linee si può dire che sia nato li.

E’ il più antico torneo del mondo, anno di nascita 1877. Sin dalla sua prima edizione, come abbiamo visto, era considerato una sorta di torneo mondiale per questo sport. Il carico di storia e tradizione è rimasto ineguagliabile, ed è ancora l’unico Major a giocarsi sulla superficie di origine del gioco : l’erba. Wimbledon = Tennis, c’è ben poco da fare.

L’Australian Open, al contrario, è certamente lo Slam meno prestigioso. E’ quello più giovane (anno di nascita 1905) dato che il French Open – scattato nel 1925 – ha visto la genesi delle sue basi fondamentali nel 1891. Ma non è questo il vero motivo… (per quale caspita di ragione il fratello minore non può valere quello maggiore?) le cause principali vanno ricercate nella sua collocazione, sia geografica che temporale, che ne hanno determinato una storia molto più sofferta rispetto ai 3 fratelli maggiori. Sin dal 1924, anno d’istituzione dei Major, è sempre stato quello meno ricercato (per ovvie ragioni direi… pensate per fare una trasferta australiana all’epoca…) fino ad arrivare ad un periodo piuttosto buio (anni ’70 – 1982) in cui faticava ad avere field di primo livello, per via di un organizzazione più carente ma soprattutto per essersi isolato in un limbo soffocante, a cavallo tra le feste natalizie e il capodanno. Periodo assurdo per un torneo che vuole essere uno dei Big 4.

Per questi motivi, la storia di questo torneo è certamente la meno “forte” rispetto alle altre 3 prove, e tutto sommato anche oggi, nonostante sia un torneo ricco, che gode di una salute inattaccabile e che è completamente riabilitato, non può che perdere un pochino rispetto ai fratelli per la sua collocazione in calendario. A gennaio, i giocatori saranno anche più freschi e più entusiasti di giocarlo, ma per l’anno tennistico rimarrà sempre defilato rispetto a Roland Garros, Wimbledon e US Open, che decidono molto di più le sorti della stagione. A controbilanciare questo “svantaggio”, va detto che il torneo di Melbourne si è ritagliato un posto speciale, da molti (me compreso) considerato lo Slam più bello in assoluto e quello più piacevole (caldo a parte…) da giocare, per un atmosfera molto più rilassata del solito. Il pubblico e la città fanno il resto.

Roland Garros e US Open sono due pilastri. Quello francese è uno dei tornei più affascinanti e carichi di prestigio che siano mai esistiti, l’unico a disputarsi sul “mattone tritato” rosso, la terra battuta, mentre quello americano è lo Slam storicamente più completo ed equilibrato, dal 1978 giocato sulla superficie più “democratica” : il cemento. Sono due tornei adesso assolutamente equipollenti, rappresentando il massimo per le rispettive superfici, certo è che l’Open degli Stati Uniti conserva un “vantaggio” storico sul torneo di Parigi. Perché se si può dire che gli US Open siano “superiori” al Roland Garros, non si può dire – nel modo più assoluto – il contrario. Le origini, ma soprattutto l’influenza e l’impatto dei due eventi parlano abbastanza chiaro.

Il Roland Garros è un Major dal 1925, gli US Open lo sono sin dal 1881 e non c’è una sola edizione del torneo newyorkese in cui il blasone sia venuto meno. Per continuità, campo di partecipazione, qualità di albo d’oro e montepremi stiamo parlando forse dell’evento più floreo della storia.

Non è un caso che molti considerino Wimbledon e US Open i due tornei più importanti. Un fondo di verità c’è.

Poi ci sono anche valutazioni di altro tipo. Ad esempio quelle che facciamo noi italiani, e forse anche spagnoli e sudamericani : il Roland Garros assume in questo caso un valore più alto, come se fosse lo Slam di riferimento, perché siamo un paese cresciuto tennisticamente sugli stessi campi. Sono sicuro che il grande Adriano non baratterebbe mai il suo Roland Garros vinto nel ’76 con un titolo agli US Open (o meglio, credo… eheh). Ma diventa tutto abbastanza relativo.

Quattro Slam come fratelli diversi, diversissimi se analizziamo atmosfera e pubblico.

In Australia ci sono le condizioni potenzialmente più terribili. Fornace vera se l’estate australiana fa il suo massimo dovere, i 40° non sono utopia, e punte di 45° possibili. Ci si salva un po’ perché le condizioni generali non sono molto umide, ma giocare con il vento ardente in faccia e l’aria che ti brucia sulla pelle non è il massimo della vita, 40 gradi sono pur sempre 40 gradi. Per temperature è da considerarsi come lo “Slam Hot” per eccellenza. L’atmosfera sugli spalti invece è la più gioiosa e variegata del lotto : ci sono proprio tutti, europei, asiatici, americani di ogni cultura. Si può apprezzare il tifo più bonariamente virulento da stadio di calcio, con cori e siparietti, e anche il pubblico “colorato” con i tifosi delle varie nazionalità, sempre però rispettando i tempi del gioco e con una grande correttezza di fondo. Non a caso lo chiamano l’Happy Slam.

A Parigi invece climaticamente le condizioni sono decisamente più miti, diciamo quelle ideali per giocare a tennis. Fa caldo (ma non troppo) quando deve fare caldo, ma c’è anche il rischio di beccare qualche edizione più fresca. Pubblico molto raffinato, quello francese, amante del bel gioco e di una certa cultura tennistica. Vietato comportarsi male in campo, altrimenti sei etichettato ed è difficile che ti salvi dai fischi… Ai parigini piacciono i tipi corretti, gentili e con un certo stile, anche nel comportamento.

A Wimbledon troviamo le condizioni generalmente più fresche e spesso più bagnate dei 4 Slam. Siamo a Londra per cui… le precipitazioni sono solitamente abbastanza frequenti, anche se non mancano giornate molto calde. L’atmosfera è storia, tradizione e modernità che si fondono tutt’uno, l’unico torneo dove si gioca (per regolamento!) tutti white – in bianco, in onore alle origini, e sull’erba. Anche il pubblico, probabilmente il più competente, rispetta ancora la tradizione del silenzio assoluto durante lo scambio. Come dice Andy Murray “non senti volare una mosca. Poi il rumore che esplode sul campo centrale è completamente diverso da tutti gli altri, dà una sensazione diversa. Tutta l’attenzione è sul campo”. Un atmosfera che ormai è diventata unica, quasi surreale.

Gli US Open hanno invece visto stravolgere il loro contorno, si è partiti da un pubblico aristocratico, quasi snob, quello di Forest Hills – un sobborgo di media/alta borghesia del Queens, a New York, che odiava i bad boys (chiedere a Connors) per poi approdare a quello più pacchiano di Flushing Meadows. C’è un chiasso infinito, prima dopo e durante lo scambio. Rumori, distrazioni, aerei che passano in continuazione sopra il National Centre : l’esatto opposto della sacralità di Wimbledon. Non c’è un attimo di silenzio, i decibel schizzano all’inverosimile. Negli anni 2000 con il progresso della tecnologia si è messo pure il dito nella piaga, con maxi-schermi, canzoni a tutto spiano durante i cambi di campo. A suo modo, anche quest’atmosfera è assolutamente unica e inconfondibile.

Comunque, se il torneo doveva essere lo specchio di New York, direi che ci siamo.

Climaticamente invece troviamo le condizioni più dure in assoluto, a livello generale.

Gran caldo, molto vento (che diventa una variabile importante nel gioco), ma soprattutto un umidità elevatissima. Nelle giornate peggiori si può incappare in una vera e propria sauna. Molto dura giocare in condizioni simili, per fortuna che il torneo è collocato sul finire dell’estate, fosse giocato un mese prima sarebbe quasi impossibile scendere in campo nelle ore di punta.

Questi quattro tornei valgono per il ranking attuale 2.000 punti. Se lo scopo è quello di pesare la valenza tecnica (e la classifica mondiale giustamente quello fa) direi che le proporzioni con gli altri tornei sono corrette, ma se dobbiamo valutare il prestigio e il peso che avrebbe su una carriera, dovrebbe valerne almeno 5.000 di punti. E’ preferibile vincere 5 Masters 1000 rispetto a uno Slam? Per il conto in banca forse (anzi sicuramente) si, ma non toccherai mai l’apice della gloria sportiva che raggiungi solo vincendo uno dei quattro tornei. Un po’ come nel golf.

FEDERER, L’UOMO DEI RECORD

A prescindere da ogni discorso sulle divisioni pro/amateurs, sul fatto che non tutte le epoche hanno potuto giocare costantemente il circuito, che l’Australian Open ha passato dei periodi meno felici e via dicendo… a prescindere da tutto questo, l’uomo dei record – all-time – del Grande Slam (sempre riferendosi esclusivamente al singolare) si chiama Roger Federer.

La leggenda svizzera detiene :

– il maggior numero di titoli (17)

– il maggior numero di finali disputate (24)

– di semifinali (34)

– di quarti di finale (41 – ex-aequo con Jimmy Connors)

– di finali consecutive (10 – ed è sua anche la seconda miglior striscia a 8)

– di semifinali consecutive (23)

– di quarti consecutivi (36)

– di presenze consecutive (57)

– di match vinti (265)

– di finali vinte in successione dalla prima giocata (7 insieme a Renshaw e Sears)

– della maggior percentuale di finali conseguite rispetto ai tornei in calendario

(18/19 da Wimbledon 2005 agli Australian Open 2010 – 94,7%)

– di 3/4 di Grande Slam completati (3 – 2004, 2006, 2007)

oltre ad essere l’unico ad aver vinto almeno 2 Slam all’anno per 4 anni consecutivi (2004-’07) e 5 in totale (2004-’07,’09). L’unico ad aver vinto almeno 4 titoli in 3 differenti Slam, l’unico a giocare almeno 5 finali in ogni Slam e sempre e solo l’unico ad aver vinto 5 titoli consecutivi in due differenti prove dello Slam, forse il record più strepitoso di tutti (5 a Wimbledon e 5 agli US Open). Oltre ad essere – naturalmente l’unico – a vincere uno Slam sul cemento senza cedere set (è accaduto a Melbourne, agli Australian Open 2007).

Tra gli altri che si inseriscono, troviamo Don Budge che può annoverare il record del maggior numero di Slam vinti consecutivamente (ben 6 – primato strabiliante), della miglior percentuale di vittorie in carriera (92% : 58 win – 5 loss) e della miglior percentuale di tornei vinti rispetto a quelli disputati (con un minimo di 10 Slam giocati : 6/11 – 54,5%), mentre Bill Tilden detiene il record dei match vinti consecutivamente nei tornei dello Slam : rimase imbattuto per 51 partite di fila dal torneo di Wimbledon 1920 fino ai quarti di finale degli US 1926, quando fu sconfitto in un drammatico incontro da Henri Cochet 6-8 6-1 6-3 1-6 8-6. Nessuno si è mai più neanche minimamente avvicinato a questo numero. E’ vero, va detto che Tilden nella sua serie saltò parecchie volte il torneo di Wimbledon, oltre alle prime tre edizioni degli Internazionali d’Australia e le prime due degli Internazionali di Francia, ma statisticamente il suo primato è inappuntabile. La consecutività delle vittorie infatti è relativa esclusivamente ai match giocati, e non ai tornei giocati.

Budge ne vinse 37 di fila tra il ’37 e il ’38 (ma attenzione ! L’americano terminò la striscia da imbattuto – un po come Borg al Roland Garros – perché l’anno successivo passò professionista e non giocò mai più tornei del Grande Slam) e Laver 29 tra il ’69 e il ’70 – tutti lontanissimi.

Lo stesso Bill Tilden e Pete Sampras hanno il fantastico primato del maggior numero di finali vinte in successione, ben 8 per entrambi, mentre Rafael Nadal può annoverare nel suo arco il maggior numero di titoli vinti in un determinato Slam (8 al Roland Garros) il maggior numero di anni consecutivi con almeno uno Slam vinto (9).

Ivan Lendl e Pete Sampras hanno conseguito almeno una finale Slam per 11 anni consecutivi (primato all-time). Il ceko ha anche il particolare record del maggior numero di finali Slam perse in carriera (addirittura 11). Bjorn Borg può vantarsi invece di aver dominato una singola edizione Slam più di ogni altro : nel 1978 al Roland Garros fece suo il torneo con lo stratosferico 79.9% dei game vinti (127-32). Oltre a questo, lo svedese detiene insieme a Richard Sears e Tony Trabert il record del maggior numero di Slam vinti senza cedere set : ben 3, ma l’Orso è l’unico ad averli chiusi tutti giocando 7 partite in ciascuna edizione.

 

Jack Kramer è autore del Wimbledon più dominato di sempre, e allo stesso tempo di uno degli Slam più dominati di sempre. Nel 1947 vinse in una maniera imbarazzante vincendo 127 game (gli stessi di Borg a Parigi ’78) e ne perse solo 37, pari al 77,4%, ma va aggiunta una postilla, nonostante questo Kramer perse un set. Paradossale.

 

Budge e Laver gli unici ad aver fatto lo Slam, l’australiano due volte, tra cui l’unico nell’Era Open.

Sono 11 quelli che si sono più avvicinati all’impresa (ovvero vincerne 3 su 4 nell’anno solare).

 

3 Slam + F

1) Jack Crawford 1933

2) Lew Hoad 1956

3) Roger Federer 2006 e 2007

 

3 Slam + SF

1) Tony Trabert 1955

2) Ashley Cooper 1958

3) Novak Djokovic 2011

 

3 Slam + QF

1) Fred Perry 1934

2) Roy Emerson 1964

3) Mats Wilander 1988

4) Rafael Nadal 2010

 

Other 3 Slam

1) Jimmy Connors 1974 (3 Slam – non partecipazione nel quarto)

2) Roger Federer 2004 (3 Slam – 3R nel quarto)

Ora c’è la solita discussione su chi sia il più vicino a fare lo Slam uno che ne vince 3 di fila – anche se a cavallo di due “partite” – o chi ne vince 3 in un anno solare, ma non consecutivamente (chi ha buona memoria, ricorderà ne venne fuori un simpatico siparietto tra Antonio Costanzo e Andrea Gaudenzi, all’epoca commentatori per Eurosport, durante la premiazione degli Australian Open 2006 tra Federer e Baghdatis).

Per me non c’è nessun dubbio : va più vicino al Grande Slam chi ne vince 3 nello stesso anno, anche se magari al RG è già fuori gioco. Le regole sono chiare, una partita, una mano a disposizione. Antonio Costanzo (lo statistico eheh) infatti era d’accordo dicendo “andarono più vicini Connors (’74), Wilander (’88) e Federer (’04) al Grande Slam” rispetto a chi ne ha vinti 3 di fila su due anni diversi come Sampras ’93-’94 e lo stesso Federer ’05-’06, che grazie proprio alla vittoria di quello Slam a Melbourne aveva eguagliato l’impresa di Sampras nell’Era Open e aveva acceso questa discussione.

Gaudenzi sosteneva che non ci fosse nessuna differenza tra il vincerli nello stesso anno o comunque sempre quattro di fila in 12 mesi, magari da gennaio a novembre o da agosto a luglio, sarebbe stata la stessa cosa.

Per me ci è andato vicino più Djokovic nel 2011 piuttosto che Sampras quando si presentò a Parigi nel 1994 con i 3 Slam precedenti in tasca. Non dovrei neanche dire “per me”, ma proprio per le regole.

Poi c’è un’altra corrente di pensiero (già più accettabile) quella dettata dalla cronologia degli eventi. Ad esempio, per molti è andato più vicino al Grande Slam uno come Courier che nel ’92 vinse le prime due tappe e si presentò a Wimbledon ancora in corsa per l’obiettivo (ma poi chiuse l’anno con due titoli su quattro), piuttosto che lo stesso Djokovic che a Parigi fu già messo fuori gioco da un Federer strepitoso (che bei ricordi) ma alla fine completò 3 Slam su 4 quell’anno.

Ragionando in questa maniera, quelli che ci andarono più vicini furono altri :

Primi 3 Slam vinti + finale nell’ultimo

1) Jack Crawford 1933

2) Lew Hoad 1956Q

uello che nessun tennista mai si augurerebbe (io si, perché vorrebbe dire aver vinto nella peggiore delle ipotesi 3 Slam di fila eheh), perdere la partita decisiva nell’ultimo atto. Piuttosto tremendo.

Te ne manca solo una e cadi proprio nell’ultima buca del percorso.

Entrambi persero la finale a Forest Hills, il primo da Perry, il secondo da Rosewall.

Nessun altro oltre a Crawford e Hoad ha mai vinto i primi 3 Slam della stagione

Primi 2 Slam vinti + finale nel terzo

1) Bjorn Borg 1978 e 1980

L’Orso perse due finali a Flushing Meadows con il biglietto già pronto per l’Australia.

Drammatica quella del 1980, ma anche quella del ’78 dolorosissima

Primi 2 Slam vinti + QF nel terzo

1) Ken Rosewall 1953

2) Roy Emerson 1963

3) Bjorn Borg 1979

4) Mats Wilander 1988

Rosewall, Emerson e Wilander caduti a Wimbledon, Borg la solita stecca agli US Open, quell’anno per mano di un Tanner scatenato. Per tutti i tifosi dell’Orso (tanti in Italia) fu una delusione tremenda.

Primi 2 Slam vinti + 4R nel terzo

1) Roy Emerson 1967

Primi 2 Slam vinti + 3R nel terzo

1) Jim Courier 1992

Nessun altro è riuscito ad abbattere le prime due tappe dello Slam.

Quest’anno sembrava possibile visto il Nadal lanciatissimo in Australia che poi avrebbe – visto i precedenti – quasi certamente rivinto Parigi. Invece anche quest’anno probabilmente il campione del primo Slam dell’anno cadrà nelle fauci del secondo.

Il nostro viaggietto Slam nel tempo termina qui. A livello puramente statistico (non voglio scatenare polemiche, solo sotto il profilo numerico) i quattro giocatori che si stagliano su tutti gli altri dovrebbero esssere Federer, Pancho, Laver e Rosewall considerati Slam e Pro Major, certo è che bussano prepotentemente alla porta i vari Budge, Tilden, Nadal, Connors, Borg, Lendl, Sampras e via via tutti gli altri. Voi chi scegliereste se aveste a disposizione solo quattro poltrone da assegnare ai vostri quattro campioni più rappresentativi dei Major Championships?

Special One

Puntate precedenti:
1 – Battesimo e cresima di 4 semi Fino alla comunione degli Slam
2 – Genesi e record del Grande Slam da Re Federer a… Adriano Panatta
3 – 1938 l’anno del mitico Donald Budge
4 – Chi è stata la Federer in gonnella?

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Coppa Davis

Coppa Davis, semifinale: Croazia-Serbia, un ‘derby’ per conquistare la finale (ore 16)

Djokovic nettamente favorito contro Cilic, ma se si arrivasse sull’1-1 il doppio croato potrebbe fare la differenza. Decisivo il primo singolare? Chi schiereranno i due capitani? Gojo o Serdarusic? Lajovic, Krajinovic o Kecmanovic?

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Marin Cilic - Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

A Madrid (ore 16, diretta Supertennis) va in scena la prima semifinale della Coppa Davis edizione 2020/2021 (visto che l’anno scorso causa Covid non si giocarono le Finals). Di fronte Croazia e Serbia, in una sorta di derby della ex Jugoslavia intriso di tanti significati, soprattutto politici.

Da una parte il numero 1 del mondo Novak Djokovic, con al suo fianco un buon doppista, Nicola Cacic (nr.36 della specialità) e tre buoni singolaristi: Dusan Lajovic (nr. 33 ATP), Filip Krajinovic (nr. 42) e Miomir Kecmanovic (nr. 69), oltretutto schierati tutti e 3 da capitan Troicki nelle tre sfide sini qui giocate dalla Serbia. Dall’altra parte invece la Croazia ha in Marin Cilic il suo leader, due singolaristi di mediocre valore (sulla carta) quali Nino Serdarusic e Borna Gojo (una delle sorprese di queste Finals) posizionati ben oltre la posizione nr.200 del ranking, e poi la migliore coppia di doppio possibile, i numeri 1 del mondo Nikola Mektic e Mate Pavic.

È chiaro che se dovessimo ragionare sulla base dei valori assoluti e tenendo conto dei precedenti tra i tennisti che scenderanno in campo, la Serbia la dovrebbe chiudere dopo i due singolari. Perché uno dei tre singolaristi serbi dovrebbe facilmente avere la meglio su Gojo o Serdarusic e perché Djokovic ha battuto 17 volte su 19 Cilic e non si vede perché non dovrebbe farlo a Madrid dove oltretutto il numero 1 croato non è che abbia convinto più di tanto, portato al terzo set da De Minaur nella sfida con l’Australia e battuto poi dal giovane ungherese Piros e dal nostro Jannik Sinner.

 

Ma non ci stancheremo mai di dirlo, la Davis (al di là del format) è sempre la Davis e i valori della classifica non contano niente. Basti pensare a ciò che ha fatto Borna Gojo, sfrontato quanto mai una volta in campo, che non solo ha battuto l’australiano Alexei Popyrin, ma si è poi ripetuto contro il nostro Lorenzo Sonego, che giocava in casa e quindi aveva anche il tifo dalla sua. È abbastanza scontato che laddove nel primo singolare (quello tra i numero 2) avesse la meglio la Croazia la sfida assumerebbe tutt’altra storia, perché, come detto, con Metkic/Pavic in campo i croati diventerebbero favoriti per la conquista della finale.

La Croazia ha vinto due volte la Coppa Davis, nel 2005 battendo in finale in trasferta la Slovacchia (eroi di quell’impresa un quasi perfetto Ljubicic che perse solo l’ultimo singolare della finale in quell’edizione, e Mario Ancic, con Goran Ivanisevic convocato per la storia proprio nella finale da Niki Pilic) e nel 2018 battendo la Francia anche in quell’occasione a domicilio (Marin Cilic sugli scudi). La Croazia ha invece perso in casa la finale del 2016, quando Juan Martin del Potro e Federico Delbonis rimontarono dall’1-2 nell’ultima giornata battendo rispettivamente proprio Marin Cilic e il redivivo (per la Davis croata) Ivo Karlovic che però si sciolse come neve al sole sul 2-2.

La Serbia invece va alla ricerca della terza finale della sua storia. La prima coincise con l’unica vittoria serba quando nel 2010 Djokovic e Troicki rimontarono in un ambiente caldissimo la Francia a Belgrado che era avanti 2-1 dopo il doppio. I serbi vinsero gli ultimi due singolari senza perdere nemmeno un set. Fu invece un’amara sconfitta quella del 2013, quando contro la Repubblica Ceca di Stepanek e Berdych sul punteggio di 1-1 il capitano serbo Bogdan Obradovic preferì tenere a riposo Novak Djokovic per schierare Bozoljiac e Zimonjic andando incontro a una sconfitta netta contro la coppia ceca Stepanek/Berdyck. E chiaramente il risultato del doppio pesò sulla sfida perché nell’ultimo singolare Radek Stepanek umiliò letteralmente Dusan Lajovic per il 3-2 finale. Famosa in quell’occasione la battuta di Tomaz Berdych nella conferenza stampa post-doppio, “i serbi hanno tenuto la Ferrari nel garage” riferendosi alla mancata presenza di Nole nel doppio.

Tra Croazia e Serbia i precedenti sono due e sono stati vinti entrambi dalla Serbia. Il primo nel 2010 fu giocato a Spalato, valevole per i quarti di finale e vinto dalla Serbia 4-1. Si giocò sul veloce in un ambiente infuocato. Nel primo singolare, tra Ljubicic al passo d’addio e Novak Djokovic, nei primi scambi successe di tutto e ci pensò proprio il tennista croato a placare gli animi prendendo il microfono dal giudice di sedia ed invitando il pubblico a non disturbare oltremodo il gioco. Nole vinse nettamente ma alla fine i due tennisti si scambiarono la maglietta compiendo un gesto davvero ammirevole. Cilic siglò l’1-1 battendo Troicki, ma la vittoria del doppio serbo composto da Zimonjic e Tipsarevic spianò la strada ai serbi che con Djokovic il giorno dopo chiusero subito la pratica.

Nel 2015 invece si giocò a Kraljievo ed era il primo turno della manifestazione. La vittoria serba fu netta (5-0) anche perché Cilic era assente e il solo Borna Coric potè ben poco, sconfitto in 5 set da Viktor Troicki che rimontò da uno svantaggio di due set a zero e sancì praticamente la sconfitta croata vista la vittoria di Djokovic su Amer Delic nel primo singolare.

La Croazia è arrivata a questa semifinale da imbattuta nonostante i colpi a vuoto di Marin Cilic, forte come detto di un doppio di assoluto valore. La Serbia invece è risultata una delle migliori seconde, dopo essere stata sconfitta dalla Germania nel girone eliminatorio e aver sofferto non poco contro il Kazakistan nei quarti, dove Djokovic e Cacic l’hanno spuntata solo al terzo set nel doppio decisivo sull’1-1.

I due numeri 1 si sono affrontati come detto ben 19 volte con Nole in vantaggio nei precedenti 17-2. Cilic ha battuto Nole due volte di seguito, a Parigi-Bercy nel 2016 e sull’erba del Queen’s nel 2018. Non si affrontano dal 2019. Gojo e Serdarusic non hanno mai incontrato Lajovic, Kecmanovic o Krajinovic. Quindi l’effetto sorpresa croato potrebbe manifestarsi tranquillamente. In stagione Gojo e Serdarusic non hanno alcun risultato di rilievo nel circuito mentre tra i 3 potenziali numeri 2 serbi il migliore è stato Krajinovic che ha fatto finale ad Amburgo e semifinale a Sofia. Inutile parlare dei successi di Pavic e Mektic che oltre a vincere 8 titoli nell’anno si sono anche laureati campioni olimpici a Tokyo. Per Cacic dall’altra parte solo un titolo, vinto a Buenos Aires in coppia con il bosniaco Tomislav Brkic con il quale fa coppia fissa nel circuito. Inoltre insieme hanno anche perso 4 finali nel corso del 2021.

A conti fatti la Serbia è favorita ma il margine d’errore è minimo, perché fallire la vittoria nel singolare tra i numeri 2 equivarrebbe a giocarsi tutto nel doppio e farlo contro Mektic e Pavic sarà impresa davvero improba (noi ne sappiamo qualcosa).

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Coppa Davis

Coppa Davis, Rublev e Medvedev non brillano, ma portano la Russia in semifinale contro la Germania

Rublev, a un passo da vincere in due set, spegne la luce e si fa trascinare al terzo. Medvedev fa il minimo indispensabile e sigla il 2-0 definitivo

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Daniil Medvedev - Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Russia b. Svezia 2-0

Sarà la RTF ad affrontare la Germania in semifinale. Né Andrey Rublev, né Daniil Medvedev hanno offerto prestazioni brillanti, ma le loro versioni pur appannate sono state sufficienti per regolare le velleità dei due fratelli Ymer, Elias e Mikael, ed eliminare la Svezia di capitan Robin Soderling.

A. Rublev b. E. Ymer 6-2 5-7 7-6(3)

 

Balbettando, senza brillare affatto, ma Andrey Rublev porta il primo punto alla Russia sconfiggendo Elias Ymer in tre set. Il russo si è fatto trascinare al parziale decisivo dopo essere stato a due punti dal vincere in meno di un’ora. Rublev è apparso discontinuo e nervoso per tutta la partita, ma ha avuto il pregio di gestire bene il tiebreak decisivo, limitando gli errori e giocando in sostanza come imporrebbe il suo ranking e il suo status di giocatore affermato. Dato il suo rendimento altalenante delle ultime settimane e in particolare in queste Davis Cup Finals non è improbabile che in un’eventuale semifinale Tarpishchev decida di schierare Aslan Karatsev al suo posto.

IL MATCH – Nel primo set, dopo aver fronteggiato una palla break nel quarto game, Rublev cambia marcia e Ymer non riesce a stargli dietro. Il parziale si chiude con un netto 6-2 dopo appena ventisei minuti. Nel secondo set si intravedono subito alcuni segnali negativi da parte del russo, che si mette nei guai da solo e si trova a fronteggiare tre palle break di fila. Rublev le annulla tutte con grande freddezza e ottiene a sua volta una palla dell’1-1, ma poi vanifica tutto con un attacco sbagliato (seguito una volée timida) e poi completa la frittata con due drittacci sbagliati. Ymer non ha il tempo di tirare un sospiro di sollievo che subito il suo avversario piazza un parziale di otto punti a uno, ristabilendo subito la parità. Rublev va a fiammate ma queste sembrano bastare perché Ymer non pare in grado di reggere il ritmo del russo da fondo e cede il turno di battuta. Al momento di servire per il match sul 5-4 però Rublev commette due errori gravi col dritto e concede una palla break, che Ymer si prende con grande coraggio al termine di uno scambio condotto alla perfezione. Lo svedese tiene a zero il servizio e poi accoglie benevolmente gli ulteriori gratuiti del russo che lo traghettano verso un insperato terzo set. Rublev lascia sfogare tutta la propria frustrazione e tira una violenta pallata verso il tabellone luminoso a fondocampo danneggiandolo (rimarrà un rettangolino verde appena sotto il nome dello sponsor Rakuten).

Andrey Rublev – Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Mateo Villalba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Nel parziale decisivo, Rublev gioca in maniera ancora più confusa e oscillante, mentre Ymer sembra carico e galvanizzato dall’inaspettato ribaltamento di fronte. Tuttavia i valori tecnici in campo sono nettamente su livelli diversi e quando il russo riesce a non farsi prendere dalla frenesia, Ymer fa fatica. Sul 3-3, Rublev ottiene tre palle break di fila, ma Ymer risale a suon di vincenti (si segnalano in particolare due pregevolissime soluzioni col rovescio lungolinea). Lo svedese annulla con un ace anche una quarta chance, figlia di un gran rovescio di Rublev, e sale 4-3. Il russo si procura altre tre chance sul 4-4, ma anche queste scivolano via una dopo l’altra. Si approda dunque al tiebreak, nel quale però il numero cinque del mondo riesce a mettere in ordine i frammenti sparsi del proprio gioco. Il primo minibreak arriva già nel terzo punto al termine di uno scambio durissimo, il secondo sul 5-3 su un rovescio largo di poco di Ymer. Stavolta Rublev non trema e chiude al primo match point, consegnando a Medvedev la chance di mettere in cassaforte la vittoria del tie.

D. Medvedev b. M. Ymer 6-4 6-4

Daniil Medvedev si prende il punto decisivo e garantisce alla RTF il passaggio alle semifinali, superando in due set Mikael Ymer. Il russo ha servito male (ben nove doppi falli, più degli ace che sono stati otto) e in generale ha gigioneggiato un po’ troppo, forse tradito dalla consapevolezza di avere un discreto margine tecnico e d’esperienza sull’avversario. Tuttavia a differenza di Rublev è riuscito a evitare le insidie del terzo set, archiviando la pratica con un doppio 6-4 in settantacinque minuti di gioco.

IL MATCH – L’incontro inizia come ci si poteva aspettare con Medvedev a controllare lo scambio e Ymer a inseguire. Il russo manca una palla break nel primo game, ma realizza lo strappo nel terzo, salendo 3-1. Forse conscio della propria superiorità, Medvedev comincia a avventurarsi a rete, spesso senza avere grandi carte in mano, e mette l’avversario nelle migliori condizioni per il passante. Ymer ne approfitta per centrare il controbreak e rientrare in partita. Il russo continua a essere tutt’altro che impeccabile, ma ci pensa Ymer ad aiutarlo a uscire dal torpore, regalandogli di fatto il break prima sbagliando un dritto da metà campo e poi steccandone un secondo nel palleggio. Medvedev prova a complicarsi la vita nuovamente con due doppi falli, ma alla fine tiene il servizio e incamera il primo set.

In avvio di secondo parziale, un Medvedev molto più sciolto si procura abbastanza rapidamente due break di vantaggio, involandosi sul 3-0. Qui il russo ha un altro passaggio a vuoto, cedendo otto punti di fila e restituendo uno dei due break senza che Ymer abbia dovuto fare un granché. A Medvedev però basta premere leggermente sull’acceleratore per ricreare un ampio solco tra sé e l’avversario, che contribuisce non poco con un paio di disastri sotto rete. Sopra 5-2, il russo commette altri due doppi falli (il numero otto e nove della sua partita) e si mastica la palla con la volée, ritrovandosi sotto 0-40 e permettendo nuovamente a Ymer di dimezzare lo svantaggio. Daniil non la prende bene e come il collega Rublev se la prende con le apparecchiature, distruggendo un microfono con una racchettata. Il russo lascia di fatto scorrere via il successivo turno di risposta per concentrarsi sul secondo tentativo di servire per il match: stavolta tutto fila via liscio e la Russia può festeggiare l’approdo in semifinale.

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Area test

La prova della Lotto Raptor Hyperpulse 100

Recensione e test in campo della scarpa Lotto Raptor Hyperpulse 100: stabilità e leggerezza con l’innovativa suola Vibram®

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Da oltre 45 anni Lotto Sport risponde alle esigenze di atleti professionisti e amatori per offrire loro il meglio in termini di stile e funzionalità. Per questo la collezione Performance autunno inverno 2021 vede il ritorno di Raptor nella sua naturale evoluzione: la Raptor Hyperpulse 100. La nuova scarpa da uomo rispetta il passato per proiettarsi verso il futuro. Alle caratteristiche che l’hanno resa celebre – supporto e stabilità – si aggiungono leggerezza e confort fin dalla prima calzata.
Tante le innovazioni, a partire dalla tomaia in mesh ultra sottile in poliestere a doppio strato, che garantisce leggerezza e traspirabilità, alla trama in Kurim degli inserti posizionati nella parte alta della scarpa. Questi inserti rinforzano l’area dell’avampiede e, grazie al taglio aereodinamico consentono di fendere l’aria con meno attrito. Lo stesso materiale avvolge la punta della scarpa, l’area soggetta a maggior sfregamento con il terreno. L’altezza del tacco si assesta a circa 2,8 centimetri, è massiva ma, come vedremo in seguito, assicura un’ammortizzazione eccellente garantita dal sistema Hyperpulse. Questa innovativa tecnologia, realizzata in una combinazione di ETPU ed EVA, presenta uno speciale design lamellare che assorbe l’impatto e restituisce energia. A questo sistema di ammortizzazione, si aggiunge la soletta estraibile spessa 8 millimetri, circa il doppio delle solette delle scarpe concorrenti, e realizzata in materiale Ortholite per un ulteriore confort. L’intersuola garantisce maggiore leggerezza e, grazie alla sua struttura specifica, stabilità media e laterale. La tecnologia BFC, realizzata in materiale TPU e posizionata nell’area centrale del piede, determina un controllo perfetto in torsione e maggiore stabilità. Infine, va menzionata la suola della scarpa studiata da Vibram® in collaborazione con Lotto Sport, e realizzata in una speciale mescola, differenziata per superfici in terra e cemento, la quale assicura trazione e resistenza elevate.

TEST IN CAMPO

La scarpa non si calza con estrema facilità, ma, una volta indossata ed effettuato i primi movimenti in campo, sentirete subito una sensazione di naturale protezione. L’allacciatura è molto robusta e trattiene saldamente la linguetta. Si percepisce subito la stabilità, soprattutto nei movimenti laterali,
molto esplosivi. La scarpa pesa circa 360 grammi (in taglia 42) e quindi risulta abbastanza leggera; si sente quando si flette l’avampiede per la ricerca della massima velocità in avanti. Il pregio più grande della scarpa è però l’ammortizzazione, l’azione della soletta che, grazie al sistema Hyperpulse, assicura un buon assorbimento dell’impatto e ottimo confort quando il piede tocca terra, soprattutto sul cemento ma anche sulla terra battuta. L’abbiamo testata su entrambe le superfici e, nonostante la scarpa avesse la suola per cemento, il grip è risultato ottimo anche sulla terra battuta. Riservandoci di verificare col passare del tempo l’efficacia del lavoro sviluppato da Vibram® in termini di durabilità e resistenza, ci limitiamo a dire che la suola è molto robusta e che il grip sul terreno è eccellente. Dopo diverse ore di gioco emerge che la Raptor Hyperpulse 100 si può adattare benissimo a diversi tipi di giocatori: il peso contenuto piacerà ai tennisti che cercano velocità e reattività, mentre la robustezza della costruzione incontrerà le esigenze di coloro che necessitano stabilità e controllo.

Scopri di più su Raptor Hyperpulse 100

 

CONCLUSIONI

La Raptor Hyperpulse 100 è un modello che potrà soddisfare un’ampia gamma di giocatori, un ottimo compromesso per chi cerca in una scarpa velocità, reattività ma anche robustezza. Le competitor di questo prodotto sono tutte di fascia alta: Solecourt Boost di Adidas, Vapor di Nike e Eclipsion di Yonex. La Raptor è una scarpa solida, all-round, un altro ottimo prodotto che dimostra l’eccellenza italiana nella progettazione delle calzature tecniche e sportive.

Scopri di più su Raptor Hyperpulse 100

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