Storia degli Slam 1968-1988: Federer è l'uomo dei record

Focus

Storia degli Slam 1968-1988: Federer è l’uomo dei record

Pubblicato

il

 
 

TENNIS E STORIA – Storie di Slam Parte Quinta – Dalla nascita del tennis “pro” al montepremi pazzesco per i Wimbledon Championships (34 milioni di dollari). Similitudini e differenze con US, Australian Open e Roland Garros. Da Bill Tilden a Rafael Nadal 

1968 : TUTTI INSIEME

Il grande successo (30.000 spettatori in 3 giorni di torneo) della battaglia dei professionisti tenutasi a Wimbledon nell’agosto del 1967 – vinta da Rod Laver nel singolare e dalla coppia Pancho Gonzales/Gimeno nel doppio – convinse la British Lawn Tennis Association ad aprire finalmente il torneo dall’anno successivo. Come in una catena, tutti seguirono l’esempio e l’Era Open parti’ di fatto nel 1968, riunificando finalmente i due circuiti che si spalleggiavano da 40 anni.

 

Cosi commentò il chairman Herman David al termine di quella strepitosa tre giorni (26-28 agosto): “we have achieved what we set out to do and brought the finest tennis player in the world to Wimbledon. We hope to repeat this event in future years- event if we aren’t allowed to stage an open Wimbledon”. In sostanza, o si apre il torneo o altrimenti ripeteremo l’esperimento. A quel punto era quasi impossibile non pensare ad un Era all-players. Aggiunse poi che i Wimbledon Championships, descritti dall’Associated Press l’”unofficial amateur championships of the world” restava comunque il primo obiettivo nei piani del governo del torneo.

Laver battè Rosewall 6-2 6-2 12-10 in finale intascandosi un assegno di 8.400 dollari, mentre Ken si prese 5.600 bigliettoni, davanti ad un centrale pieno di 12.000 spettatori.

 

Se ufficialmente il primo anno Open fu il 1968, il primo davvero full resta il 1969 quando l’apertura dei tornei fu abbastanza completa, anche se ancora parziale.

A grandi linee dal 1970 si può iniziare a parlare di totale completamento.

 

Il torneo australiano si disputò al Kooyong Stadium di Melbourne dal 19 al 29 gennaio 1968, ma rimase un torneo “Closed”, solo per i dilettanti. Dal Roland Garros l’apertura Slam fu definitiva.

In Oceania vinse William Bowrey, giocatore di casa, che ebbe una normale carriera tra i dilettanti, all’epoca 24enne, e non ebbe particolari risultati di rilievo nell’Era Open. In finale battè un discreto giocatore tra l’altro, lo spagnolo Juan Gisbert. Insomma torneo benevolo per lui.

 

Al Roland Garros tornarono tutti i big : Ken Rosewall – il più grande terraiolo della storia dopo Borg e Nadal? – riscattò idealmente i suoi anni di esilio facendo subito il centro grosso nel cosiddetto Mondiale sul rosso, in finale battè Laver con un perentorio tre set a uno.

Pancho Gonzales arriva in SF a quarant’anni suonati battendo Roy Emerson al quinto.

 

Laver si rifà sul palcoscenico più ambito, Wimbledon, dominando la finale con Roche in poco più di un ora e sorvolando il torneo senza troppe difficoltà, fatta eccezione per un QF tirato con Ralston vinto 6-4 al quinto. Rosewall perse da Roche in ottavi. Newcombe, il campione in carica del torneo, vinto tra i dilettanti, viene sconfitto da Ashe sempre nei last16. Lo stesso Ashe che compie forse l’impresa dell’anno, vincendo a Forest Hills il primo US “Open” sfruttando anche le incertezze di Laver (quarto turno per mano di Drysdale). Altro onorevolissimo torneo di Pancho, splendido quartofinalista dopo aver fatto fuori con un secco 3 set a zero la testa di serie n°2, Tony Roche.

 

Il Grande Slam dunque tornava a raccontare la “verità” e la crescita economica divenne esponenziale. Nel corso degli anni i quattro tornei hanno fortificato la loro posizione, c’è chi ha cambiato sede, chi ha migliorato gli impianti, chi si è rinnovato tenendo sempre una linea diretta con la tradizione. La quantità di soldi mossa da questi eventi è spaventosa, in continua crescita. Il montepremi complessivo del torneo di Wimbledon ha toccato quota 34 milioni di dollari, un milione e mezzo solo per il vincitore del singolare. Sono diventati simboli assoluti di questo sport, dall’attrattiva mediatica impareggiabile per qualsiasi altro evento, riconoscibili anche attraverso i loro trofei, inconfondibili.

I TROFEI

australian-open-trofei
Le coppe degli Australian Open,
a sinistra il trofeo per il singolare femminile a destra per il maschile

roland garros trofei
Le coppe del Roland Garros, singolare femminile a sinistra, maschile a destra

 

wimbledon trofeiWimbledon, in ordine : singolare maschile e singolare femminile

usopen-trofeiUS Open. A sinistra la coppa per il singolare femminile, a destra per il maschile

FRATELLI DIVERSI, PRESTIGIO E IMPORTANZA

Partiamo dal presupposto che oggi i quattro tornei sono assolutamente paritari. Hanno lo stesso campo di partecipazione, si giocano in due settimane, 3 su 5 per gli uomini, con tabelloni a 128 giocatori. Presentano lo stesso valore tecnico e anche la stessa cassa di risonanza. Sono gli unici eventi che riuniscono tutte le categorie (singolo, doppio, misto, junior per entrambi i sessi), per quattro volte l’anno è come se andasse in scena una festa per il tennis, con tutti i migliori in campo. La bellezza dei 7 match per arrivare al titolo, ma anche il fascino di vedere i cosiddetti “carneadi” che hanno la possibilità (e il sogno) di partecipare ad un evento simile, e magari misurarsi con i campioni sui campi più grandi del mondo. Solo in questi tornei è possibile, visto che tutti gli altri draw sono al massimo di 64 giocatori (fatta eccezione per i 96 di Indian Wells e Miami).

La parità di importanza è stata acquisita, in modo completo, dal 1988 quando gli Australian Open si trasferirono nel moderno complesso di Melbourne Park (all’epoca chiamato Flinders Park) mettendosi in questo modo sullo stesso piano degli altri 3 tornei anche sotto il profilo mediatico.

Ma attenzione. Va sottolineato come la parificazione tecnica (a tutti i livelli) avvenne già cinque anni prima, nel 1983, quando per la prima volta dopo 8 anni tornarono a calcare i campi di Melbourne i primi due giocatori del mondo in campo maschile. In campo femminile invece la parificazione risale ancor prima, tre edizioni più in là, al 1980, quando l’arrivo di Navratilova, Goolagong, Mandlikova, Turnbull, Ruzici e Shriver qualificò notevolmente un field che negli anni precedenti era stato piuttosto scarso.

Detto questo, Wimbledon ha sempre qualcosa in più, soprattutto nella risonanza extra-tennis, ma non è del tutto sbagliato mettere i 4 tornei su uno stesso piano ideale a partire dal 1983 (per il maschile) e 1980 (per il femminile). Oggi come oggi uno Slam vale l’altro, un successo agli Australian Open vale uno agli US Open, come al Roland Garros o a Wimbledon. Parità raggiunta come abbiamo visto solo nel tempo.

Wimbledon è sicuramente lo Slam più prestigioso, l’unico che può ambire ad essere reputato anche il più importante. Motivi? E’ la culla del tennis, che a grosse linee si può dire che sia nato li.

E’ il più antico torneo del mondo, anno di nascita 1877. Sin dalla sua prima edizione, come abbiamo visto, era considerato una sorta di torneo mondiale per questo sport. Il carico di storia e tradizione è rimasto ineguagliabile, ed è ancora l’unico Major a giocarsi sulla superficie di origine del gioco : l’erba. Wimbledon = Tennis, c’è ben poco da fare.

L’Australian Open, al contrario, è certamente lo Slam meno prestigioso. E’ quello più giovane (anno di nascita 1905) dato che il French Open – scattato nel 1925 – ha visto la genesi delle sue basi fondamentali nel 1891. Ma non è questo il vero motivo… (per quale caspita di ragione il fratello minore non può valere quello maggiore?) le cause principali vanno ricercate nella sua collocazione, sia geografica che temporale, che ne hanno determinato una storia molto più sofferta rispetto ai 3 fratelli maggiori. Sin dal 1924, anno d’istituzione dei Major, è sempre stato quello meno ricercato (per ovvie ragioni direi… pensate per fare una trasferta australiana all’epoca…) fino ad arrivare ad un periodo piuttosto buio (anni ’70 – 1982) in cui faticava ad avere field di primo livello, per via di un organizzazione più carente ma soprattutto per essersi isolato in un limbo soffocante, a cavallo tra le feste natalizie e il capodanno. Periodo assurdo per un torneo che vuole essere uno dei Big 4.

Per questi motivi, la storia di questo torneo è certamente la meno “forte” rispetto alle altre 3 prove, e tutto sommato anche oggi, nonostante sia un torneo ricco, che gode di una salute inattaccabile e che è completamente riabilitato, non può che perdere un pochino rispetto ai fratelli per la sua collocazione in calendario. A gennaio, i giocatori saranno anche più freschi e più entusiasti di giocarlo, ma per l’anno tennistico rimarrà sempre defilato rispetto a Roland Garros, Wimbledon e US Open, che decidono molto di più le sorti della stagione. A controbilanciare questo “svantaggio”, va detto che il torneo di Melbourne si è ritagliato un posto speciale, da molti (me compreso) considerato lo Slam più bello in assoluto e quello più piacevole (caldo a parte…) da giocare, per un atmosfera molto più rilassata del solito. Il pubblico e la città fanno il resto.

Roland Garros e US Open sono due pilastri. Quello francese è uno dei tornei più affascinanti e carichi di prestigio che siano mai esistiti, l’unico a disputarsi sul “mattone tritato” rosso, la terra battuta, mentre quello americano è lo Slam storicamente più completo ed equilibrato, dal 1978 giocato sulla superficie più “democratica” : il cemento. Sono due tornei adesso assolutamente equipollenti, rappresentando il massimo per le rispettive superfici, certo è che l’Open degli Stati Uniti conserva un “vantaggio” storico sul torneo di Parigi. Perché se si può dire che gli US Open siano “superiori” al Roland Garros, non si può dire – nel modo più assoluto – il contrario. Le origini, ma soprattutto l’influenza e l’impatto dei due eventi parlano abbastanza chiaro.

Il Roland Garros è un Major dal 1925, gli US Open lo sono sin dal 1881 e non c’è una sola edizione del torneo newyorkese in cui il blasone sia venuto meno. Per continuità, campo di partecipazione, qualità di albo d’oro e montepremi stiamo parlando forse dell’evento più floreo della storia.

Non è un caso che molti considerino Wimbledon e US Open i due tornei più importanti. Un fondo di verità c’è.

Poi ci sono anche valutazioni di altro tipo. Ad esempio quelle che facciamo noi italiani, e forse anche spagnoli e sudamericani : il Roland Garros assume in questo caso un valore più alto, come se fosse lo Slam di riferimento, perché siamo un paese cresciuto tennisticamente sugli stessi campi. Sono sicuro che il grande Adriano non baratterebbe mai il suo Roland Garros vinto nel ’76 con un titolo agli US Open (o meglio, credo… eheh). Ma diventa tutto abbastanza relativo.

Quattro Slam come fratelli diversi, diversissimi se analizziamo atmosfera e pubblico.

In Australia ci sono le condizioni potenzialmente più terribili. Fornace vera se l’estate australiana fa il suo massimo dovere, i 40° non sono utopia, e punte di 45° possibili. Ci si salva un po’ perché le condizioni generali non sono molto umide, ma giocare con il vento ardente in faccia e l’aria che ti brucia sulla pelle non è il massimo della vita, 40 gradi sono pur sempre 40 gradi. Per temperature è da considerarsi come lo “Slam Hot” per eccellenza. L’atmosfera sugli spalti invece è la più gioiosa e variegata del lotto : ci sono proprio tutti, europei, asiatici, americani di ogni cultura. Si può apprezzare il tifo più bonariamente virulento da stadio di calcio, con cori e siparietti, e anche il pubblico “colorato” con i tifosi delle varie nazionalità, sempre però rispettando i tempi del gioco e con una grande correttezza di fondo. Non a caso lo chiamano l’Happy Slam.

A Parigi invece climaticamente le condizioni sono decisamente più miti, diciamo quelle ideali per giocare a tennis. Fa caldo (ma non troppo) quando deve fare caldo, ma c’è anche il rischio di beccare qualche edizione più fresca. Pubblico molto raffinato, quello francese, amante del bel gioco e di una certa cultura tennistica. Vietato comportarsi male in campo, altrimenti sei etichettato ed è difficile che ti salvi dai fischi… Ai parigini piacciono i tipi corretti, gentili e con un certo stile, anche nel comportamento.

A Wimbledon troviamo le condizioni generalmente più fresche e spesso più bagnate dei 4 Slam. Siamo a Londra per cui… le precipitazioni sono solitamente abbastanza frequenti, anche se non mancano giornate molto calde. L’atmosfera è storia, tradizione e modernità che si fondono tutt’uno, l’unico torneo dove si gioca (per regolamento!) tutti white – in bianco, in onore alle origini, e sull’erba. Anche il pubblico, probabilmente il più competente, rispetta ancora la tradizione del silenzio assoluto durante lo scambio. Come dice Andy Murray “non senti volare una mosca. Poi il rumore che esplode sul campo centrale è completamente diverso da tutti gli altri, dà una sensazione diversa. Tutta l’attenzione è sul campo”. Un atmosfera che ormai è diventata unica, quasi surreale.

Gli US Open hanno invece visto stravolgere il loro contorno, si è partiti da un pubblico aristocratico, quasi snob, quello di Forest Hills – un sobborgo di media/alta borghesia del Queens, a New York, che odiava i bad boys (chiedere a Connors) per poi approdare a quello più pacchiano di Flushing Meadows. C’è un chiasso infinito, prima dopo e durante lo scambio. Rumori, distrazioni, aerei che passano in continuazione sopra il National Centre : l’esatto opposto della sacralità di Wimbledon. Non c’è un attimo di silenzio, i decibel schizzano all’inverosimile. Negli anni 2000 con il progresso della tecnologia si è messo pure il dito nella piaga, con maxi-schermi, canzoni a tutto spiano durante i cambi di campo. A suo modo, anche quest’atmosfera è assolutamente unica e inconfondibile.

Comunque, se il torneo doveva essere lo specchio di New York, direi che ci siamo.

Climaticamente invece troviamo le condizioni più dure in assoluto, a livello generale.

Gran caldo, molto vento (che diventa una variabile importante nel gioco), ma soprattutto un umidità elevatissima. Nelle giornate peggiori si può incappare in una vera e propria sauna. Molto dura giocare in condizioni simili, per fortuna che il torneo è collocato sul finire dell’estate, fosse giocato un mese prima sarebbe quasi impossibile scendere in campo nelle ore di punta.

Questi quattro tornei valgono per il ranking attuale 2.000 punti. Se lo scopo è quello di pesare la valenza tecnica (e la classifica mondiale giustamente quello fa) direi che le proporzioni con gli altri tornei sono corrette, ma se dobbiamo valutare il prestigio e il peso che avrebbe su una carriera, dovrebbe valerne almeno 5.000 di punti. E’ preferibile vincere 5 Masters 1000 rispetto a uno Slam? Per il conto in banca forse (anzi sicuramente) si, ma non toccherai mai l’apice della gloria sportiva che raggiungi solo vincendo uno dei quattro tornei. Un po’ come nel golf.

FEDERER, L’UOMO DEI RECORD

A prescindere da ogni discorso sulle divisioni pro/amateurs, sul fatto che non tutte le epoche hanno potuto giocare costantemente il circuito, che l’Australian Open ha passato dei periodi meno felici e via dicendo… a prescindere da tutto questo, l’uomo dei record – all-time – del Grande Slam (sempre riferendosi esclusivamente al singolare) si chiama Roger Federer.

La leggenda svizzera detiene :

– il maggior numero di titoli (17)

– il maggior numero di finali disputate (24)

– di semifinali (34)

– di quarti di finale (41 – ex-aequo con Jimmy Connors)

– di finali consecutive (10 – ed è sua anche la seconda miglior striscia a 8)

– di semifinali consecutive (23)

– di quarti consecutivi (36)

– di presenze consecutive (57)

– di match vinti (265)

– di finali vinte in successione dalla prima giocata (7 insieme a Renshaw e Sears)

– della maggior percentuale di finali conseguite rispetto ai tornei in calendario

(18/19 da Wimbledon 2005 agli Australian Open 2010 – 94,7%)

– di 3/4 di Grande Slam completati (3 – 2004, 2006, 2007)

oltre ad essere l’unico ad aver vinto almeno 2 Slam all’anno per 4 anni consecutivi (2004-’07) e 5 in totale (2004-’07,’09). L’unico ad aver vinto almeno 4 titoli in 3 differenti Slam, l’unico a giocare almeno 5 finali in ogni Slam e sempre e solo l’unico ad aver vinto 5 titoli consecutivi in due differenti prove dello Slam, forse il record più strepitoso di tutti (5 a Wimbledon e 5 agli US Open). Oltre ad essere – naturalmente l’unico – a vincere uno Slam sul cemento senza cedere set (è accaduto a Melbourne, agli Australian Open 2007).

Tra gli altri che si inseriscono, troviamo Don Budge che può annoverare il record del maggior numero di Slam vinti consecutivamente (ben 6 – primato strabiliante), della miglior percentuale di vittorie in carriera (92% : 58 win – 5 loss) e della miglior percentuale di tornei vinti rispetto a quelli disputati (con un minimo di 10 Slam giocati : 6/11 – 54,5%), mentre Bill Tilden detiene il record dei match vinti consecutivamente nei tornei dello Slam : rimase imbattuto per 51 partite di fila dal torneo di Wimbledon 1920 fino ai quarti di finale degli US 1926, quando fu sconfitto in un drammatico incontro da Henri Cochet 6-8 6-1 6-3 1-6 8-6. Nessuno si è mai più neanche minimamente avvicinato a questo numero. E’ vero, va detto che Tilden nella sua serie saltò parecchie volte il torneo di Wimbledon, oltre alle prime tre edizioni degli Internazionali d’Australia e le prime due degli Internazionali di Francia, ma statisticamente il suo primato è inappuntabile. La consecutività delle vittorie infatti è relativa esclusivamente ai match giocati, e non ai tornei giocati.

Budge ne vinse 37 di fila tra il ’37 e il ’38 (ma attenzione ! L’americano terminò la striscia da imbattuto – un po come Borg al Roland Garros – perché l’anno successivo passò professionista e non giocò mai più tornei del Grande Slam) e Laver 29 tra il ’69 e il ’70 – tutti lontanissimi.

Lo stesso Bill Tilden e Pete Sampras hanno il fantastico primato del maggior numero di finali vinte in successione, ben 8 per entrambi, mentre Rafael Nadal può annoverare nel suo arco il maggior numero di titoli vinti in un determinato Slam (8 al Roland Garros) il maggior numero di anni consecutivi con almeno uno Slam vinto (9).

Ivan Lendl e Pete Sampras hanno conseguito almeno una finale Slam per 11 anni consecutivi (primato all-time). Il ceko ha anche il particolare record del maggior numero di finali Slam perse in carriera (addirittura 11). Bjorn Borg può vantarsi invece di aver dominato una singola edizione Slam più di ogni altro : nel 1978 al Roland Garros fece suo il torneo con lo stratosferico 79.9% dei game vinti (127-32). Oltre a questo, lo svedese detiene insieme a Richard Sears e Tony Trabert il record del maggior numero di Slam vinti senza cedere set : ben 3, ma l’Orso è l’unico ad averli chiusi tutti giocando 7 partite in ciascuna edizione.

 

Jack Kramer è autore del Wimbledon più dominato di sempre, e allo stesso tempo di uno degli Slam più dominati di sempre. Nel 1947 vinse in una maniera imbarazzante vincendo 127 game (gli stessi di Borg a Parigi ’78) e ne perse solo 37, pari al 77,4%, ma va aggiunta una postilla, nonostante questo Kramer perse un set. Paradossale.

 

Budge e Laver gli unici ad aver fatto lo Slam, l’australiano due volte, tra cui l’unico nell’Era Open.

Sono 11 quelli che si sono più avvicinati all’impresa (ovvero vincerne 3 su 4 nell’anno solare).

 

3 Slam + F

1) Jack Crawford 1933

2) Lew Hoad 1956

3) Roger Federer 2006 e 2007

 

3 Slam + SF

1) Tony Trabert 1955

2) Ashley Cooper 1958

3) Novak Djokovic 2011

 

3 Slam + QF

1) Fred Perry 1934

2) Roy Emerson 1964

3) Mats Wilander 1988

4) Rafael Nadal 2010

 

Other 3 Slam

1) Jimmy Connors 1974 (3 Slam – non partecipazione nel quarto)

2) Roger Federer 2004 (3 Slam – 3R nel quarto)

Ora c’è la solita discussione su chi sia il più vicino a fare lo Slam uno che ne vince 3 di fila – anche se a cavallo di due “partite” – o chi ne vince 3 in un anno solare, ma non consecutivamente (chi ha buona memoria, ricorderà ne venne fuori un simpatico siparietto tra Antonio Costanzo e Andrea Gaudenzi, all’epoca commentatori per Eurosport, durante la premiazione degli Australian Open 2006 tra Federer e Baghdatis).

Per me non c’è nessun dubbio : va più vicino al Grande Slam chi ne vince 3 nello stesso anno, anche se magari al RG è già fuori gioco. Le regole sono chiare, una partita, una mano a disposizione. Antonio Costanzo (lo statistico eheh) infatti era d’accordo dicendo “andarono più vicini Connors (’74), Wilander (’88) e Federer (’04) al Grande Slam” rispetto a chi ne ha vinti 3 di fila su due anni diversi come Sampras ’93-’94 e lo stesso Federer ’05-’06, che grazie proprio alla vittoria di quello Slam a Melbourne aveva eguagliato l’impresa di Sampras nell’Era Open e aveva acceso questa discussione.

Gaudenzi sosteneva che non ci fosse nessuna differenza tra il vincerli nello stesso anno o comunque sempre quattro di fila in 12 mesi, magari da gennaio a novembre o da agosto a luglio, sarebbe stata la stessa cosa.

Per me ci è andato vicino più Djokovic nel 2011 piuttosto che Sampras quando si presentò a Parigi nel 1994 con i 3 Slam precedenti in tasca. Non dovrei neanche dire “per me”, ma proprio per le regole.

Poi c’è un’altra corrente di pensiero (già più accettabile) quella dettata dalla cronologia degli eventi. Ad esempio, per molti è andato più vicino al Grande Slam uno come Courier che nel ’92 vinse le prime due tappe e si presentò a Wimbledon ancora in corsa per l’obiettivo (ma poi chiuse l’anno con due titoli su quattro), piuttosto che lo stesso Djokovic che a Parigi fu già messo fuori gioco da un Federer strepitoso (che bei ricordi) ma alla fine completò 3 Slam su 4 quell’anno.

Ragionando in questa maniera, quelli che ci andarono più vicini furono altri :

Primi 3 Slam vinti + finale nell’ultimo

1) Jack Crawford 1933

2) Lew Hoad 1956Q

uello che nessun tennista mai si augurerebbe (io si, perché vorrebbe dire aver vinto nella peggiore delle ipotesi 3 Slam di fila eheh), perdere la partita decisiva nell’ultimo atto. Piuttosto tremendo.

Te ne manca solo una e cadi proprio nell’ultima buca del percorso.

Entrambi persero la finale a Forest Hills, il primo da Perry, il secondo da Rosewall.

Nessun altro oltre a Crawford e Hoad ha mai vinto i primi 3 Slam della stagione

Primi 2 Slam vinti + finale nel terzo

1) Bjorn Borg 1978 e 1980

L’Orso perse due finali a Flushing Meadows con il biglietto già pronto per l’Australia.

Drammatica quella del 1980, ma anche quella del ’78 dolorosissima

Primi 2 Slam vinti + QF nel terzo

1) Ken Rosewall 1953

2) Roy Emerson 1963

3) Bjorn Borg 1979

4) Mats Wilander 1988

Rosewall, Emerson e Wilander caduti a Wimbledon, Borg la solita stecca agli US Open, quell’anno per mano di un Tanner scatenato. Per tutti i tifosi dell’Orso (tanti in Italia) fu una delusione tremenda.

Primi 2 Slam vinti + 4R nel terzo

1) Roy Emerson 1967

Primi 2 Slam vinti + 3R nel terzo

1) Jim Courier 1992

Nessun altro è riuscito ad abbattere le prime due tappe dello Slam.

Quest’anno sembrava possibile visto il Nadal lanciatissimo in Australia che poi avrebbe – visto i precedenti – quasi certamente rivinto Parigi. Invece anche quest’anno probabilmente il campione del primo Slam dell’anno cadrà nelle fauci del secondo.

Il nostro viaggietto Slam nel tempo termina qui. A livello puramente statistico (non voglio scatenare polemiche, solo sotto il profilo numerico) i quattro giocatori che si stagliano su tutti gli altri dovrebbero esssere Federer, Pancho, Laver e Rosewall considerati Slam e Pro Major, certo è che bussano prepotentemente alla porta i vari Budge, Tilden, Nadal, Connors, Borg, Lendl, Sampras e via via tutti gli altri. Voi chi scegliereste se aveste a disposizione solo quattro poltrone da assegnare ai vostri quattro campioni più rappresentativi dei Major Championships?

Special One

Puntate precedenti:
1 – Battesimo e cresima di 4 semi Fino alla comunione degli Slam
2 – Genesi e record del Grande Slam da Re Federer a… Adriano Panatta
3 – 1938 l’anno del mitico Donald Budge
4 – Chi è stata la Federer in gonnella?

Continua a leggere
Commenti

ATP

ATP Cincinnati: Isner ha la meglio nella pioggia di ace contro Hurkacz, Murray abdica a Norrie, Shelton stupisce ancora

Dennis Shapovalov torna a vincere due match consecutivi dopo oltre tre mesi di astinenza. Nick Kyrgios, ci aveva avvisato, crolla contro uno straripante Fritz al servizio

Pubblicato

il

John Isner - Roma 2022 (foto Twitter @ATPTour_ES)

Il secondo match in programma sullo Stadium 3, nel Day 5 del Western & Southern Open di Cincinnati, vedeva andare in scena in Ohio uno degli incontri di giornata più interessanti per quanto riguarda la sessione diurna: si sfidavano per la terza volta in carriera la testa di serie n. 8 del tabellone Hubert Hurkacz e lo statunitense John Isner, l’ultimo scontro diretto si era consumato proprio in quel di Mason – nella contea di Warren, sede del torneo – due anni fa, quando ad avere la meglio fu il bombardiere a stelle e strisce per 7-5 6-4. Mentre il primo confronto in assoluto, tra i due protagonisti in questione, è datato stagione 2019: il risultato fu il medesimo del duello verificatosi un anno più tardi, sempre sul cemento nordamericano, a Washington, con affermazione del gigante di Greensboro attraverso un doppio 6-4. Oggi però arrivavano con tutt’altro stato di forma, il polacco era infatti reduce dalla splendida cavalcata della settimana scorsa in Canada, dove ha raggiunto la seconda finale in un Masters 1000 arrendendosi soltanto a Pablo Carreno Busta. Al contrario, il n. 50 ATP ha saltato la trasferta a Montreal, decidendo di rimanere in patria in seguito all’eliminazione nel primo turno del ‘250’ di Atlanta, subita per mano del futuro finalista dell’evento Jenson Brooksby.

HUBERT PAGA LE FATICHE DI MONTREAL – Ciò nonostante aleggiavano alcuni dubbi sulla tenuta fisica del n. 10 del ranking, considerando che Hubi aveva visto decidersi le sue ultime cinque partite tutte al set finale, alle quali poi andava aggiunto l’impegno extra richiesto dal percorso svolto in doppio: Hurkacz oltre all’ultimo atto in singolare, a Montreal, infatti si è spinto sino in semifinale anche nel main-draw di specialità assieme al connazionale Zielinski. Inoltre appurando le performance mostrate all’esordio da Carreno ed Evans, – anche lui è stato costretto agli straordinari nel ‘1000’ della foglia d’acero, con la semifinale raggiunta in singolare e la finale ottenuta in doppio, fra l’altro facendo fuori nel penultimo atto proprio il 25enne di Wroclaw – entrambi estromessi immediatamente dal torneo e apparsi molto prosciugati a livello di energie dalle fatiche canadesi; le perplessità sul come si sarebbe presentato in campo il talentuoso polacco erano più che fondate.

Alla fine, il campione di Miami 2018 si è imposto 6-2 al terzo dopo 2h30 di battaglia senza quartiere, con il primo set vinto da Isner per 7-6(5) chiuso al quarto set ball, stesso risultato ma con ruoli opposti nel secondo parziale; prima che Hubert implodesse per le energie fisiche e mentali spese in Canada. Entrambi hanno scagliato ace a spron battuto: 18 Long John, contro i 14 di Hubi, percentuale praticamente identica di prime in campo ma a fare la differenza è stato l’83% di realizzazione con la prima dell’americano contro il 74% del polacco. Inoltre ad indirizzare realmente la sfida, nei momenti clou dell’incontro, la maggiore intraprendenza di Big John: riscontrabile grazie ai 41 vincenti messi a referto a fronte di 30 unforced. Dall’altra parte sì meno errori, 20, ma anche 13 winner in meno (28), sintomo del braccino avuto dal polacco quando bisognava spingere e la palla pesava di più, forse conseguenza della poca lucidità derivante dalle energie oramai al lumicino.

 

Infine a mettere ulteriore pepe su questa sfida, c’era la grande amicizia che lega i due tennisti, un rapporto di stima reciproca sviluppato a tal punto che spesso giocano in coppia nel Tour. E quando l’hanno fatto, hanno conquistato traguardi prestigiosi – su tutti il trionfo di qualche mese fa a Miami – in realtà gli avremmo dovuti rivedere insieme proprio in Quebec, ma il forfait di Isner ha impedito che il duo si riformasse.

NORRIE COME A WIMBLEDON, E’ LUI L’EREDE DI ANDY – Tuttavia, certamente, la partita maggiormente suggestiva di questa prima parte di tennis odierno presso il Lidner Family Tennis Center era il derby britannico che ha aperto il programma del Centrale alle 11:00 locali (le 17:00 in Italia): Cameron Norrie contrapposto a sua Maestà Andy Murray. Il sovrano indiscusso degli ultimi decenni della racchetta british, a riprova di come il tempo continui incessantemente il proprio viaggio, è stato però deposto dall’usurpatore gira mondo – ricordiamo che Cam ha origini sia scozzesi che gallesi per via dei genitori, ma è nato in Sudafrica ed è cresciuto in Nuova Zelanda fino ad approdare in Texas, dove si è formato tennisticamente – in rimonta, con lo score di 3-6 6-3 6-4 in oltre due ore e mezza di grande lotta.

Per ciò che concerne l’andamento dell’incontro, pesantissime, per indirizzare l’esito del match, sono state le tre palle break sventate da Norrie nel sesto game della frazione finale in un gioco infinito da 16 punti. Questa tripla chance mancata, di mettere la freccia per il sorpasso definitivo, da parte dell’ex n. 1 al mondo ha chiaramente rivestito un ruolo cruciale nello svolgimento della contesa, permettendo successivamente al campione dell’edizione autunnale d’Indian Wells di piazzare la zampata dirimente nella volata conclusiva. Sir Andy si deve arrendere, nonostante una più che ottima prestazione al servizio in termini di efficacia: addirittura doppia cifra di ace (12) e un eccezionale 83% di realizzazione con la prima. Purtroppo, però, per il tre volte vincitore Major, non è stata altrettanto all’altezza la corposità della propria battuta, avendo messo in campo solamente in 54% di prime e raccogliendo un assolutamente insufficiente 34% di trasformazione con la seconda.

Numeri abbastanza similari anche per quanto riguarda il n. 11 della classifica, che si fa preferire come il più esperto connazionale più per produttività che per costanza con il fondamentale d’inizio gioco – 7 ace, 49% di prime di cui il 74% concretizzate -. Pure la resa della seconda (48%), vede il mancino nativo di Johannesburg assestarsi su una prolificità alquanto misera, quasi speculari anche le percentuali in risposta seppur con un leggero vantaggio di Andy sulla ribattuta alla prima (26 contro 17) e un’opposta minima capacità in più di Norrie nel rispondere al secondo servizio (66 contro 52). Ma se vogliamo realmente scovare il dato che ha fatto la differenza, questo sicuramente è rappresentato dall’abilità di sfruttare i break point avuti: Cameron ha portato a casa un buon 50% (3/6), mentre Murray ne ha convertiti solo 2 degli undici che si è costruito.

Ma se si vuole riscontrare la grande notizia di giornata, allora bisogna citare il secondo match andato in scena sul Grandtstand, nel quale Denis Shapovalov ha ritrovato due vittorie consecutive in Tour che gli mancavano da oltre tre mesi: correva il mese di maggio e il mancino canadese superò in sequenza Sonego, Basilashvii ed un menomato Nadal per volare ai quarti degli Internazionali d’Italia. Dà lì, il buio pesto più totale con una crisi di risultati e di prestazioni difficilmente invertibile: 9 sconfitte in 10 partite, con una striscia infausta di sei match persi consecutivamente tra l’ultima parte della stagione sul rosso europeo culminata con il Roland Garros e l’intero swing erbivoro; l’unica gioia è arrivata al primo turno di SW19 ai danni di Rinderknech. Un momento no che sembrava non voler lasciare in pace il n. 21 del ranking, neanche sul cemento nordamericano con altre due eliminazioni al debutto a Washington e Montreal per mano di Wolf e De Minaur. Poi il dolce ritorno al sapore della vittoria, che però spezzava solamente una serie di tre KO in fila a partire da Church Road, ed inoltre materializzatosi contro un avversario come Dimitrov – un altro dotato di straordinario talento, ma sempre in perenne ricerca di continuità e che invece deve accontentarsi dei suoi caratteristici alti e bassi.

Tuttavia la vittoria di oggi ha un significato certamente diverso e che forse ci comunica come il periodo negativo sia oramai e finalmente alle spalle per Shapo: Il 23enne di Tel Aviv ha infatti avuto la meglio in rimonta su uno dei giocatori più caldi, Tommy Paul reduce dai quarti canadesi, superandolo per 3-6 6-4 6-3 in quasi due ore di gioco.

SHAPOLAVOV SI RITROVA NELLA PROVA PIU’ DIFFICILE – E’ chiaro che il ritrovare due vittorie consecutive fa acquistare enorme fiducia a Dennis per il prosieguo dell’anno; ma ovviamente ci vuole ben altra crescita per sperare di tornare a disputare un appuntamento del circuito da protagonista, upgrade da compiere specialmente al servizio: il talentuoso e imprevedibile candese è stato difatti autore di 10 doppi, ha messo in campo un poco più che sufficiente 59% di prime, raccogliendo invece soltanto un 35% con la seconda non all’altezza delle sue curve mancine, si possono anche offrire meno opportunità di break (7 contro l’americano, di cui solo 3 annullate). Ciò nonostante può sorridere Shapovalov, visto che comunque aveva perso i due precedenti: peraltro sempre al terzo e soprattutto nel primo risiedeva un certo magone per il nativo israeliano, la finale del 2021 persa a Stoccolma; mentre l’ultimo quest’anno al Queens faceva parte di quei match infestati di negatività che hanno contraddistinto la sua stagione erbivora.

SHELTON ANNICHILISCE RUUD, SORPRENDE GIÀ PER FISICITÀ – Continua in modo dirompente la favola della wc locale Ben Shelton, numero 229 ATP, di fronte all’inossidabile roccia che normalmente è il n. 5 del seeding Casper Ruud. Il fantasmino norvegese, stavolta però si è sciolto davanti alla frizzantezza del campione in carica NCAA impostosi con un doppio 6-3 in 1h09′ di gioco. Il 19enne di Atlanta meno di 15 mesi fa non era nemmeno classificato a livello ATP, ma ha avuto una crescita esponenziale nell’ultimo periodo a tal punto da poter vantare un record assolutamente invidiabile nel Tour professionistico: 19 vittore e 6 sconfitte. Dopo aver centrato il primo successo nel circuito maggiore contro l’indiano Ramanathan nel ‘250’ della sua città natia, ha – purtroppo a spese azzurre – ottenuto il primo sigillo in un Masters 1000 e la prima vittoria con un “primi cento”.

Contro il finalista del Roland Garros non aveva niente da perdere, in più poteva godere di grandissima fiducia dopo la prima finale Challenger raggiunta lo scorso weekend a Chicago e persa da Saffiulin; e così è stato travolgendo e non lasciando scampo a Ruud, il quale era voglioso di riscatto dopo il comunque ottimo torneo giocato a Montreal ma che gli ha lasciato l’amaro in bocca per l’occasione mancata e forse – con il senno di poi – anche qualche strascico psicologico. Ben può dirsi soddisfatto per il livello espresso, ma soprattutto il suo sogno può continuare. Ciò che balza maggiormente all’occhio di Shelton è il suo stato fisico, è già tutt’ora una bestia di grandissimo spessore. Ricordiamo che i giocatori iscritti ai College americani, che partecipano ai tornei professionistici sono tenuti a restituire il prize money tuttavia siamo certi che anche solo la potenziale scalata in classifica possa rappresentare uno stimolo eccezionale per il resto del torneo.

LE PILE DI KYRGIOS SI SONO ESAURITE – Chi invece ci aveva avvertito che ormai dal serbatoio si era raschiato il fondo, e che quindi da un momento all’altro sarebbe potuto crollare, avvisandoci di non rimanere sorpresi quando quelle ultime gocce sarebbero state sprecate è Nick Kyrgios. L’australiano non ne aveva veramente più e ha dovuto cedere il passo alla tds n. 11 Taylor Fritz per 6-3 6-2 in meno di un’ora (51 minuti). Ha provato ad accorciare gli scambi il 27enne di Canberra, come fatto sovente ultimamente e pur scagliando 7 ace, per una volta è lui a doversi piegare al sevizio “bomba” altrui: il campione d’Indian Wells ha infatti mostrato una performance d’antologia della battuta, 70% di prime in campo, straripante 86% di conversione e uno sconvolgente 60% di punti vinti con la seconda. A mettere la ciliegina, la bellezza di 16 ace. Semplicemente inattaccabile oggi con il fondamentale d’inizio gioco, il nativo di San Diego, che proverà a dimenticare l’incubo Evans – lo ha estromesso agli ottavi negli ultimi due tornei – al prossimo round contro Rublev (n. 6 del tabellone).

IL TABELLONE DEL MASTERS 1000 DI CINCINNATI

Continua a leggere

Flash

WTA Cincinnati: Raducanu si conferma, dopo Serena tramortita anche Azarenka. Jabuer annulla un match point a McNally e trova Kvitova

Dopo la semifinale a Toronto e il successo su Venus Williams, Pliskova torna a vedere i fantasmi e crolla sotto i colpi di una grande Mertens. Pegula rimonta Kostyuk, Rybakina facile su Muguruza

Pubblicato

il

Emma Raducanu - Cincinnati 2022 (foto Twitter @the_LTA)

Il programma del WTA 1000 di Cincinnati, in questo mercoledì 17 agosto, ha visto nella fase embrionale della sua sessione diurna, impiegare le proverbiali sette camicie di sudore alla quinta forza del seeding Ons Jabeur. La tunisina, impegnata in apertura di giornata sul Grandstand – secondo campo per importanza – ha dovuto faticare la bellezza di quasi due ore e mezza per superare la tenace giocatrice di casa (nel vero senso della parola, essendo nata il 20 novembre 2001 proprio a Cincinnati) Caty McNally, attualmente situata alla posizione n. 179 WTA, dopo aver anche lasciato per strada il secondo parziale e qualificandosi agli ottavi con il punteggio complessivo di 6-3 4-6 7-6(7).

JABEUR IN VOLATA Una vittoria tutt’altro che scontata e banale, visto che la finalista di Wimbledon veniva dal ritiro di Toronto contro Zheng e per di più incontrava una tennista già rodata oltre che in fiducia: Caty aveva vinto lunedì all’esordio contro la n. 36 del mondo Sansnovich. Per i meno avvezzi al circuito femminile, la 20enne McNally ha avuto una recentissima grande carriera da junior, raggiungendo e perdendo per mano dell’amica Cori Gauff la finale del Roland Garros 2018 di categoria. Ha poi ottenuto due successi in doppio, sempre a livello Slam, con compagne d’eccezione, trionfando nella stessa stagione in coppia con Swiatek a Parigi e a New York al fianco dell’inseparabile Coco.

Il match è stato caratterizzato da un finale a dir poco thriller, con la n. 5 delle classifiche che è uscita indenne dalle forche caudine di un tie-break decisivo perennemente al cardiopalma. Ons ha prima gettato alle ortiche due match point consecutivi sul 6-4, per poi essere lei ad un passo dalla sconfitta; ma sul 6-7 non si è persa d’animo frantumando la palla match a favore dell’americana e riuscendo infine a chiudere l’incontro al terzo match ball, nel sedicesimo punto del deciding game. Molto bene al servizio, quest’oggi, la tennista araba, che ha scagliato ben 9 ace e fatto fruttare la sua prima il 75% delle volte. Diametralmente opposta la prestazione in battuta di Chaterine, almeno per ciò che concerne i punti diretti, autrice di 8 sanguinosi doppi falli. Al prossimo turno ad attendere la 27enne di Ksar Hellal, ci sarà la due volte vincitrice di Wimbledon Petra Kvitova.

 

PEGULA ALLA DISTANZA SU KOSTYUK – Un’altra sfida conclusasi al terzo set, che ha visto protagonista tra l’altro proprio colei che Jabeur sconfisse nella finale di Madrid, è stata quella di scena a partire dalle 11:00 locali sul Porsche Court – 4° stadio per importanza dell’impianto dell’Ohio -tra la n. 7 del tabellone Jessica Pegula e l’ucraina Marta Kostyuk. A spuntarla è stata la giocatrice statunitense, recente semifinalista al torneo di Toronto, rimontando per (5)6-7 6-1 6-2 in 2h7′ di gioco. Questa volta le corse inesauribili della n. 74 WTA, dopo essere state letali per la nostra Giorgi, accompagnate dalle sue inespugnabili difese si sono rivelate efficaci soltanto nel corso della frazione inaugurale, in cui comunque Marta ha cancellato un set point in battuta nel decimo game che avrebbe potuto rendere ancora più rotondo il risultato in favore della figlia d’arte – per così dire, essendo figlia di Terence Pegula, noto uomo d’affari nonché proprietario dei Buffalo Bills e dei Buffalo Sabres, squadre americane di Football e Hockey e quindi a tutti gli effetti appartenente al mondo sportivo -. Score che tuttavia, ad ogni modo, si è fatto massacrante per la 20enne di Kiev, dato che Pegula in versione rullo compressore ha concesso in seguito la pochezza di tre soli game all’avversaria.

La n. 8 del ranking mondiale alla fine, si è dimostrata nettamente più solida e concreta; attitudini che si desumono perfettamente dalla capacità nel concretizzare il proprio servizio, sia con la prima – con la quale ha portato a casa il 64% dei punti contro il 59% di Kotsyuk – che con la seconda, dove ha superato l’ucraina per ben 20 punti percentuali (67 a fronte di 47). Da par suo la giovane tennista di Kiev ha sì raccolto tanti punti diretti, 6 ace, che però sono stati totalmente azzerati dai 7 doppi errori commessi. Jessica si conferma dunque imbattibile all’esordio, con l’ultimo KO giunto in un primo turno che risale addirittura ad Indian Wells, e che ha raccolto ben 16 successi negli ultimi sei eventi disputati. Contrariamente Kostyuk dà seguito ad una tendenza negativa, avendo perso con quella odierna l’ottava partita su altrettanti scontri al cospetto di Top 10, l’ultima prima di oggi a Strasburgo con Plsikova.

TONFO PER PLISKOVA, CHIURGICA MERTENS – Ebbene proprio l’amazzone ceca è la prossima tennista di cui trattiamo. Sembrava infatti che la “Regina di Ghiaccio” avesse finalmente ritrovato sé stessa, probabilmente il caldo estivo del Nord America era stato propedeutico allo scongelamento dell’integerrima Karolina dal torpore di mediocrità nel quale si era incanalata. Lo stupefacente e travolgente cammino al Canada Open, interrottosi solo in semifinale contro la tennista del momento Haddad Maia, ha restituito pur a sprazzi l’ex n. 1 che abbiamo ammirato negli anni di splendore, in particolar modo il servizio è sembrato quello delle grandi occasioni. Ma la due volte finalista Slam, dopo una prima parte di stagione alquanto deludente tra cocenti sconfitte e svariati problemi fisici, non era minimante sazia e sperava di continuare il suo periodo di rinascita al Western & Southern Open. Se poi si vanno a spulciare i piazzamenti passati in questo torneo, con il trionfo del 2016 e il raggiungimento dei quarti in quattro delle ultime cinque edizioni, l’obbiettivo di disputare un’altra grande settimana non era per nulla un miraggio per la testa di serie n. 14.

Eppure quando tutto il vento soffiava a favore, è bastato poco per farla ripiombare nel baratro: è bastata la sfavillante Elise Mertens che con il doppio 6-1 inflitto a Kalinina nel match precedente, in cui ha mostrato un livello di gioco estremamente alto, appare in improvvisa ripresa successivamente ad un periodo molto grigio. Così è come se la magia che aveva fatto ritornare ai fasti del passato la n 17 WTA, ora sia passata di testimone alla belga. La n. 33 del mondo si è infatti imposta per 7-6(3) 6-3 in poco più di un’ora e mezza, facendo leva sugli 8 ace messi a referto oltre che sul 72% di resa con la prima ed il 69% con la seconda.

A testimonianza del manifestarsi di nuovo dei soliti problemi della 30enne ceca, ci sono i 7 doppi falli: una battuta che tanto gli aveva dato la settimana scorsa e che adesso invece torna a palesare i consueti limiti dell’ultimo periodo. Perciò l’affermazione prestigiosa su Venus, rimane un unicum in questa sua campagna in Ohio, che si chiude nonostante anche gli H2H la vedevano avanti 2-0: vittorie a Eastbourne 2019 e Roma 2020. Due successi che conferiscono ulteriore rammarico a Pliskova, dato che in quei tornei avrebbe poi alzato il trofeo – in Inghilterra – e perso in finale.

EMMA STA RITROVANDO LA PROPRIA TENUTA MENTALE – Tuttavia il vero blockbuster di giornata, che era la diretta conseguenza di quello di più atteso del torneo dove si era consumato l’ultimo ballo in Ohio di Serena Williams, era rappresentato dallo scontro generazionale fra Viktoria Azarenka e la nuova stella del tennis femminile d’oltremanica Emma Raducanu. Tredici anni di differenza tra le due giocatrici, classe ’89 l’una, nata nel 2002 l’altra. Un altro crash test per la tenuta mentale dell’inglesina di origini cinesi e rumene, che dopo lo scalpo che vale una carriera contro la dominatrice dell’ultimo ventennio, non sbaglia la prova del nove e si conferma incrociando la racchetta contro un’altra ex n. 1 mondiale e campionessa Slam.

Come si era già detto a più riprese anche in seguito all’affermazione su Serena, la vera sfida per Emma stava nel reggere la pressione delle aspettative di essere la favorita al confronto con due leggende del tennis contemporaneo; poiché sul piano fisico e del tennis giocato in senso stretto non poteva che essere superiore – se fosse stata quella vera, e non quella opaca osservata per gran parte della stagione – considerando le poche apparizioni degli ultimi anni nel circuito di Vika e Serena, sebbene il successo sulla 33enne di Minsk abbia molta più rilevanza considerando che il bronzo olimpico di Londra 2012 sia tutt’ora vicina alla Top 20. Ebbene, la testa di serie n. 10 non ha tradito e dopo aver battuto nettamente la Regina al giro di boa, ha fatto altrettanto con la bielorussa: infliggendo un bagel anche a lei, ma concedendole complessivamente addirittura soltanto due giochi in 1h3 di esibizione più che di partita. Statistiche disarmanti alla battuta: la britannica con il 70% di punti vinti sul primo servizio ed il 62% sul secondo, la n. 22 del mondo invece ha fatto registrare rispettivamente degli insufficienti 42% e 29%. Numeri che hanno influenzato anche il seguente dato: Vika ha salvato solo una delle 6 palle break offerte, Emma ha frantumato tutte e tre quelle concesse. Doppio scalpo per Emma, che rappresenta un ottimo viatico in vista della difesa del titolo a Flushing Meadows. Mentre si conferma un momento non felice per la bielorussa, – due volte vincitrice del torneo, nel 2013 quando battè tre ex n. 1 e nel 2020 con sede a New York per via della pandemia – dopo il ritardo del visto per il Canada che le ha impedito di volare a Toronto.

In chiusura di sessione pomeridiana, facile affermazione della campionessa di Wimbledon Elena Rybakina, vittoriosa comodamente per 6-3 6-1 in 1h15 sulla ormai irriconoscibile Garbine Muguruza. La nobile decaduta spagnola, tds n. 8, sta recitando nell’arco del 2022 il proprio De Profundis avendo vinto solo 9 partite in 13 tornei disputati e non riuscendo a vincere due match di fila da febbraio. La 28enne di Caracas vinse qui a Cincinnati nell’edizione 2017, ma i ricordi di quel successo oramai si affievoliscono sempre più.

IL TABELLONE DEL WTA 1000 DI CINCINNATI

Continua a leggere

ATP

Sinner gioca un match ordinato e raggiunge per la prima volta in carriera il terzo turno a Cincinnati

L’altoatesino limita gli errori approfittando di una versione di Kecmanovic particolarmente fallosa

Pubblicato

il

Jannik Sinner - Montreal 2022 (foto Ubitennis)

[11] J. Sinner b. M. Kecmanovic 7-5 3-1 rit. (da Cincinnati, il nostro inviato)

Jannik Sinner sconfigge Miomir Kecmanovic che sotto di un set e un break è costretto a ritirarsi per un malessere non specificato. Così Sinner raggiunge per la prima volta in carriera gli ottavi a Cincinnati dove domani affronterà Felix Auger Aliassime che ha sconfitto nettamente, in mattinata, Alex De Minaur. L’altoatesino ha giocato una partita ordinata soprattutto in risposta dove è riuscito costantemente a mettere sotto pressione Kecmanovic. Rispetto alla partita contro Kokkinakis, Jannik ha tenuto meglio la diagonale sinistra anche aiutato da una versione del serbo particolarmente fallosa e imprecisa. Era un match che nascondeva delle insidie, sia a livello fisico perchè Sinner veniva da una battaglia di più di tre ore, sia a livello tattico perchè Kecmanovic è un giocatore completo che ama giocare di ritmo. La superficie prediletta del serbo infatti è proprio il cemento dove in questa stagione ha raggiunto i quarti di finale sia ad Indian Wells che a Miami. Ora per Jannik la sfida contro il giovane canadese contro il quale ha perso nettamente l’unico precedente disputato lo scorso maggio sulla terra veloce di Madrid.

PRIMO SET

 

La partita si gioca sul “Court 4” dopo la battaglia tra Rublev e Fognini che ha quasi raggiunto le tre ore di gioco. Dopo la vittoria il russo si è intrattenuto con i fan mentre Fabio all’uscita dal campo ha ringraziato gli spettatori che si complimentavano per la partita. Sinner esce meglio dai blocchi, impatta bene la risposta e trova sempre una buona profondità da fondo campo. Il serbo sembra contratto e già nel quarto game si trova a dover annullare tre palle break consecutive dopo un vincente di Sinner con il rovescio incrociato. “La risposta” dice Vagnozzi che si fa sentire maggiormente rispetto alla partita di ieri. Kecmanovic annulla le prime due palle break ma nulla può su un’accelerazione incrociata di dritto di Sinner a tutto braccio. Nel momento in cui si deve confermare il break anche l’altoatesino accusa un passaggio a vuoto e con due errori gratuiti restituisce immediatamente il break. La partita non decolla, esagerano nel cercare di spingere ogni palla. In questo momento entrambi dovrebbero riguardare i tre pallonetti in recupero messi a segno da Schwartzman contro Karatsev quando si trovava in una situazione di difesa. I due giocatori riescono a trovare continuità al servizio e senza particolari scossoni Kecmanovic si trova a servire sul 5-6 per restare nel set.Stai basso in risposta” ripete Vagnozzi dopo ogni punto, un gratuito di dritto del serbo in uscita dal servizio porta Sinner ad avere due set point. “ Sulla seconda di servizio fai un passo indietro” dice Vagnozzi, con una risposta vincente Sinner si porta nuovamente a set point. Un urlo liberatorio di Sinner accompagna il rovescio lungolinea in rete di Kecmanovic. Jannik ha avuto bisogno di sei set point ma alla fine è riuscito a vincere il primo parziale.

SECONDO SET

Sinner prende fiducia all’inizio del secondo set mentre dall’altra parte Kecmanovic continua a commettere molti errori gratuiti. L’altoatesino va immediatamente in vantaggio di un break anche nel secondo parziale e nel quinto gioco improvvisamente il serbo si avvicina all’arbitro e si ritira. “ Riprenditi Miomir” urla qualcuno dal pubblico, Vagnozzi e Darren Cahill lasciano velocemente il Court 4 per incontrare Sinner fuori dalla player lounge dove discuteranno della partita prima che Jannik si presenti in zona mista.
Una partita difficile da interpretare anche per le condizioni dell’avversario, domani lo aspetta un giocatore che fa della discontinuità il suo marchio di fabbrica. Una cosa da aggiustare per Jannik è sicuramente la resa sulle palle break, nelle due partite giocate fino ad oggi ha ottenuto strappato cinque volte la battuta su ben ventidue palle break a disposizione. Tatticamente sarà una partita più simile a oggi rispetto a quella con Kokkinakis, sicuramente il canadese serve meglio rispetto a Kecmanovic ma gioca bene con entrambi i fondamentali senza avere però nessun colpo particolarmente incisivo. Rispetto a oggi potrebbe essere importante riuscire a rispondere con i piedi dentro al campo per togliere tempo ad Aliassime. Match che si preannuncia quindi difficile ma alla portata per Sinner che andrà a caccia del quinto quarto di finale 1000 in carriera.

Il tabellone completo dell’ATP di Cincinnati

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement