Rafa Nadal col fisico spegne Djokovic. Nono RG e 14mo Slam condito da lacrime

Editoriali del Direttore

Rafa Nadal col fisico spegne Djokovic. Nono RG e 14mo Slam condito da lacrime

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ROLAND GARROS – 3 ore e 31 minuti, 36 75 62 64 per un record storico. Slam di Pete Sampras eguagliati, staccato Borg di 3. Vinto il primo set, il serbo era diventato il favorito. Match non bello. Ha deciso anche il dritto lungolinea.

 

Ci vuole un fisico bestiale. Il tennis di oggi, soprattutto quando a giocarlo sono due tennisti con le caratteristiche di Rafael Nadal e Novak Djokovic, lo richiede molto più di quanto lo invocasse nella sua canzone Luca Carboni.

 

Mi immagino cosa diranno ora i lettori di Ubitennis nel leggere le prossime righe, ma ora che anche Djokovic, respinto qui per la sesta volta (!) a Parigi da Rafa Nadal, ha detto quel che ha detto sul fatto che giocare contro Nadal qui è più difficile che in qualunque altro posto – “Il suo record parla per questo, batterlo tre su cinque su questo campo è riuscito una sola volta in 10 anni (a Soderling…) ed è davvero difficile perchè lui non ha alti e bassi” – credo che se il torneo venisse ribattezzato “Nadal Garros”, nessuno potrebbe aver troppo a che ridire (tifosi di Nole e Roger eccettuati).

Ho scritto nel corso della diretta di Ubitennis – spero che l’esperimento di dar via libera ai commenti senza filtro della moderazione almeno durante le “dirette” per consentire commenti immediati non abbia dato controindicazioni sia piaciuto…devo ancora sincerarmene, lo farò nei prossimi giorni insieme alla redazione – che il primo set sarebbe stato importante solo per Djokovic. Ciò perchè se lo avesse vinto Nadal non ci sarebbero state probabilmente troppe chances per una sua rimonta, mentre Nadal sarebbe stato in vera difficoltà soltanto se avesse perso anche il secondo dopo aver perso il primo.

Già questa considerazione dice quanto, alla fine, si debba considerare Nadal favorito sulla terra rossa del Nadal Garros sulla distanza di tre set su cinque.

Comunque Nadal non ha vinto soltanto sul fisico e grazie al fisico, anche se a un certo punto Nole ha addirittura vomitato sul campo.

Il maiorchino oggi ha vinto anche grazie ad una scelta tattica diversa dal solito e all’efficacia del suo dritto lungolinea – normalmente lo gioca abitualmente anomalo, dal centro verso il rovescio dell’avversario (chiedere a Roger Federer per conferma) – e invece questa volta ha sorpreso diverse volte Novak dalla parte del dritto, che il serbo lasciava un po’ scoperta per cercare di girare come al solito attorno alla palla indirizzata al centro e sul rovescio per colpirla di dritto.

Se oggi lui ha fatto più vincenti di Djokovic, 44 contro 43 – ed è un dato che fra loro due non ricordo si sia mai registrato, mentre è abbastanza normale che Rafa sbagli di meno: anche oggi 38 errori i suoi, 49 quelli di Djokovic – significa che qualcosa è cambiato rispetto al solito.

Avevo detto in sede di presentazione che in questi ultimi giorni la condizione di Rafa mi pareva cresciuta e quella di Djokovic, che non mi aveva entusiasmato nemmeno nei primi due set vinti su Gulbis, invece un tantino regredita.

Quella sensazione ha trovato conferma sul campo.

Ciò detto non mi pare sia stata una grande finale. Così come non era stata una grandissima finale, alla resa dei conti al di là dell’incertezza che l’ha contraddistinta, neppure quella femminile costellata da troppi errori e resa più incerta del dovuto da una Sharapova un tantino masochista (prima del… sadico epilogo negli ultimi due games, 8 punti su 9 sulla tenacissima Halep).

Non mi resterà impresso nessun match in particolare di questo torneo, né maschile né femminile (al di là delle sorprese procurate dalle sconfitte di Serena e Li Na). Non è stato certo un torneo memorabile se non, a questo punto, perchè i nove trionfi di Rafa Nadal in uno stesso Slam sono obiettivamente destinati a rimanere un record molto difficilmennte battibile.

È vero che questo lo si diceva anche del record di Pete Sampras, quando aveva vinto 14 Slam – record oggi eguagliato da Rafa a 28 anni e 5 giorni, secondo più giovane di sempre… perchè Federer vinse lo Slam n.14 a 27 anni e 303 giorni – e lo si è detto tante volte a maggior ragione per i 17 Slam vinti da Roger. Ma oggi anche questo record del campione svizzero oggettivamente pare alla portata di Rafa. Se non ce la farà è un altro discorso, ma la possibilità, se il ginocchio e il fisico reggono, c’è tutta.

Il maiorchino ha appena compiuto lo scorso 3 giugno i 28 anni e a me pare che solo Djokovic, a dispetto delle sei sconfitte patite qui, possa nutrire nei prossimi due/tre anni qualche chance di batterlo. Se quindi Nadal non vincesse più nessuno Slam al di fuori di questo sulla terra battuta, potrebbe ugualmente arrivare a pareggiare Federer. A questo punto io credo che sia abbastanza probabile che ce la faccia. Perchè anche Nishikori che sembra avere il gioco per metterlo in difficoltà magari ci può riuscire sulla distanza dei due set su tre, ma non sulla lunga distanza.

Se c’è un record che onestamene credo invece non sarà forse mai battuto questo è quello delle 23 semifinali consecutive conquistate da Federer negli Slam. Quello, secondo me, considerando le diverse superfici e anche la necessità di essere sempre al massimo fisicamente per 6 anni – lo capite che è un’enormità no? – è praticamente impossibile da battere, a meno che nasca un nuovo fenomeno, uno che per ora non si è nemmeno profilato all’orizzonte.

Tornando alla finale di oggi, della quale ha fatto un’eccellente e puntuale cronaca Antonio Garofalo, non c’è dubbio che la svolta che non c’è stata avrebbe potuto essere quella del secondo set. Anche Nadal soffriva il caldo, l’umidità, la tensione, oltre i colpi profondi di Djokovic, e quando ha perso il primo set – con il serbo che poteva vantare una statistica assai preoccupante: chi aveva vinto il primo set aveva vinto l’85% delle loro 41 sfide, e nella sua storia degli Slam Djokovic aveva perso solo 2 volte dopo aver vinto il primo set.

Quando Nadal ha perso il primo set si è certamente preoccupato. E quando, dopo aver tenuto facilmente i primi tre games di servizio del secondo set, è riuscito a strappare la battuta a Djokovic sul 3-2 alla seconda pallabreak – e dopo una prima pallabreak in cui un overrule abbastanza dubbio dell’arbitro Pascal Maria, fischiatissimo perfino dal pubblico che in maggioranza tifava per Djokovic – è come se avesse avuto un piccolo choc: difatti ha perso subito dopo il servizio, rischiando di compromettere tutto.

Poi però, sul 6-5 si è riportato dal 15 a 0 al 15 pari grazie a un doppio fallo, due vincenti su tre nei successivi punti (inframmezzati da un errore di Djokovic) e l’ultimo appunto con il dritto lungo linea che, come dicevo, oggi è stata la sua arma vincente.

Il set pari dopo un’ora e 44 di gioco non era come partire sullo 0 a 0 all’inizio del match. Quell’ora e 44 minuti pesavano già molto di più sul fisico di Djokovic che su quello di Nadal. E quando nel secondo game del terzo set Djokovic ha cacciato in rete la più comoda delle volee di rovescio, davvero elementare cedendo il servizio, il pronostico diventava impossibile da sbagliare.

Il 6-2 del terzo set, con Djokovic che vomitava, non aspettava che il sigillo finale. Che è regolarmente arrivato sebbene anche stavolta Rafa si sia complicato la vita sul 4-2 – come già nel secondo set – facendosi recuperare sul 4 pari.

Nadal ha chiuso poi negli ultimi due games come aveva chiuso Maria Sharapova ieri sul 4 pari con la Halep.

Mi spiace che Djokovic, disturbato fra prima e seconda palla di servizio, abbia chiuso il match con un doppio fallo, infrangendo definitivamente – quest’anno – il sogno di vincere il suo primo Roland Garros. Ma la partita mi sembrava comunque chiusa.

L’espressione sofferta del serbo tradiva tutta la sua stanchezza, la sua impossibilità di reagire. Nadal può giocare più o meno allo stesso livello – piaccia o non piaccia il suo gioco agli esteti (che però oggi dovrebbero riconoscere di averlo visto giocare dei gran bei rovesci e, come più volte ribadito, questi dritti lungolinea) – per tutte le ore di cui ha bisogno. Perfino un grande atleta come Djokovic, se c’è il caldo e l’umidità di oggi, può “scoppiare”.

Nella giornata va registrato anche il doppio perso piuttoste nettamente da Vinci e Errani dalle cinesi Peng e Hsieh. Però le italiane ne hanno vinti altri e una finale ha comunque un suo valore. Arrivare in finale è comunque un risultato che anni fa, quando non ci avevano abituato a vincere, avremmo sottoscritto. Ricordo che quando la Vinci fece una semifinale all’US Open con la Testud gridammo ad un semi-miracolo.

P.S. Per finire, anche se su questo torneo torneremo, voglio ringraziare tutti, in particolare quelli della redazione in Italia che sono coloro che si divertono di meno e si sacrificano di più, da Stefano Pentagallo a Daniele Vallotto, Claudio Giuliani, Francesca Moscatelli, Luca De Gaspari, Danilo Princiotto, Valentina Buzzi, Stefano Tarantino, Paul Sassoon per la pagina Inglese, Ivan Tricarico e Matteo Gallo per quella spagnola. Più gli inviati che sono stati qui per due settimane o una: Laura Guidobaldi, Antonio Garofalo, Davide Zirone, Alberto Giorni, Roberto Salerno, Daniele Flavi, i fotografi Ike Leus e Art Seitz.
Saremo diversi anche a Wimbledon, ma copriremo nel frattempo anche i tornei di Birmingham, Eastbourne, Queen’s e Halle. Mi è saltato un accredito per l’US open e sto cercando di recuperare chi sia disponibile. Chi mi legge si faccia vivo.

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Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

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Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

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Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

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All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

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Editoriali del Direttore

Sinner, Travaglia, ATP Cup: una domenica azzurra davvero speciale

Ma neppure bestiale. A Melbourne almeno un titolo non ci sfuggirà, con la settima finale tutta italiana. E battere la Russia di Medvedev e Rublev con Fognini e Berrettini è difficile, ma non impossibile

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ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non era mai successo che sei tennisti italiani si trovassero tutti impegnati, nella stessa domenica, in finale a tornei/eventi ATP, cioè quelli del maggior circuito. Finale tutta italiana fra Jannik Sinner e Stefano Travaglia nel Melbourne 1 (Great Ocean Road), finale di ATP Cup per l’Italia con Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Andrea Vavassori che si troveranno alle prese – contro pronostico – con la Russia di Medvedev e Rublev.

Si tratta quindi di una circostanza che deve essere considerata assolutamente eccezionale. Intanto perché su 167 finali d’epoca professionista con un tennista italiano in gara dalla primissima dell’8 agosto del ’71 – quando Adriano Panatta batté Martin Mulligan a Senigallia – soltanto sei erano state fino a oggi le finali tutte italiane. E l’ultima, per l’appunto al mio circolo delle Cascine e che ricordo benissimo, risale a 33 anni fa! La vinse al CT Firenze, il 22 maggio 1988, Massimiliano Narducci su Claudio Panatta (3-6 6-1 6-4). Trentatre anni sono davvero tanti. Al “mio” torneo fiorentino i quarti furono giocati da Duncan-Mancini (6-2 5-7 7-5), Claudio Panatta-Rebolledo (6-1 7-6), Arraya-Frana (6-4 1-6 7-6) e Narducci-Yzaga (6-2 3-6 6-3), le semifinali Furono Panatta-Duncan (7-6 6-2) e Narducci Arraya (6-4 6-1).

Non ho avuto tempo di andare a ricercare chi fossero le prime teste di serie di quel torneo alle Cascine di 33 anni fa, ma in quello che si conclude oggi del Great Ocean Road Open – a proposito, che meraviglia la Great Ocean Road per raggiungere i “12 Apostoli”, 12 scoglioni pazzeschi al cui confronto i nostri due gloriosi Faraglioni di Capri escono ridimensionati – c’erano due top 20, Goffin n.14 e Khachanov n.20, poi Hurkacz n.29. Direi che questo torneo in cui Stefano Travaglia centra la prima finale in carriera – complimenti insieme al best ranking n.60! – e Sinner la seconda dopo quella vinta a Sofia contro Pospisil (6-4 3-6 7-6), fosse di livello superiore.

 

Jannik resterebbe n.36 se la perdesse, dovrebbe salire di 4 o 5 posti vincendo il torneo scavalcando così Lorenzo Sonego che dovrebbe scendere a 34. Insomma, se questo torneo si fosse potuto giocare una settimana prima, Sinner sarebbe stato testa di serie e avrebbe evitato di dover affrontare Shapovalov al primo turno. Non è per nulla scontato che Jannik debba perdere con il giovane canadese, però temo che possa arrivare ad affrontarlo un po’ stanco per le maratone di questi giorni, due partite venerdì, oltre tre di maratona con Khachanov questo sabato, la finale domenica e magari un tantino scarico prima di ritrovarsi subito già lunedì in campo contro Shapovalov in un duello sulla distanza dei tre set su cinque, dopo che gli organizzatori dell’Australian Open hanno deciso di far giocare i match della metà alta del tabellone maschile nel primissimo giorno, insieme a quelli femminili della metà bassa.

Jannik Sinner – ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Forse Craig Tiley e il suo team avrebbero potuto (dovuto?) tener conto di chi era in finale questa domenica e dar loro un giorno di riposo in più. Sarebbe stato meglio, anche se poi c’è il rischio di dover giocare due match senza il consueto giorno di riposo. Intanto bravissimi Travaglia e Sinner, con il primo che ha vinto la sua semifinale con Monteiro in due set e con il secondo che ha avuto i nervi saldi e il coraggio per annullare un matchpoint sul 6-5 e ben 12 palle break in una giornata in cui il servizio (cinque break subiti e soltanto il 61% di prime palle) ha funzionato a intermittenza.

Ma bravissimo anche Fognini a vincere contro la sua bestia nera Carreno Busta che lo aveva messo sotto sette volte in sette precedenti duelli. Dopo la prima deludente prestazione di Fabio contro l’austriaco Novak c’era da preoccuparsi. Contro Paire si era tornati a sorridere ma con ancora qualche dubbio perché Paire per tutta la parte iniziale del match era sembrato più fuori di testa del solito. Ma adesso il tabù sfatato con Carreno Busta darà sicuramente ben altra fiducia a Fabio e al suo nuovo coach Alberto Mancini.

Con il suo avversario di stanotte, Rublev, Fabio ha un bel bilancio, cinque vittorie e una sconfitta (a Umago) e poi il suo tabellone all’Australian Open non è semplicissimo, il francese più forte in doppio Herbert e poi il vincente fra Caruso e Laaksonen per arrivare al terzo turno contro “leprotto” de Minaur, ma oggettivamente non è nemmeno così duro come quello toccato a Sinner (Shapovalov) e a Berrettini (Anderson).

E che dire adesso a proposito di Berrettini che dopo Thiem e Monfils ha dominato anche Bautista Agut senza perdere un set in tre partite ad altissimo livello? Beh, i superlativi usati “bravissimo” per gli altri tre tennisti per lui potrebbero risultare quasi “understatement”. Zero set persi contro giocatori di quel livello, sei game persi in totale sia con Thiem sia con Monfils, otto con Bautista Agut. Questo Berrettini ha tutta l’aria di poter essere competitivo anche con Medvedev, anche se è giusto considerarlo sfavorito. Ma per come ha giocato, e per il loro unico e combattuto precedente, Matteo potrebbe pure vincere. E poi c’è comunque il doppio. Non è che i russi siano due doppisti fenomenali. Fognini in Australia ha vinto uno Slam (con Bolelli), a Berrettini non è poi così facile strappare il servizio quando a rete c’è anche un Fognini che può intercettare le risposte. Insomma ragazzi… fiducia!

Si potrà pensare o dire che magari l’ATP Cup, alla sua seconda edizione è ancora una manifestazione di insufficiente tradizione (valore?) anche se dovevano parteciparvi 14 dei primi 16 tennisti del mondo. Si ha ancora la sensazione che i giocatori possano affrontarla con minor convinzione. Nadal che preferisce non giocarla, Thiem che un anno fa la giocò di peste ma poi invece fece un grandissimo Australian Open. Però è anche certamente vero che nessun top-player ha piacere di perdere e scende in campo fregandosene, soprattutto con rivali dello stesso calibro. Semmai si può avere un po’ meno concentrazione nelle fasi di preparazione al match. Anche il fatto che il capitano sia il coach del giocatore toglie un po’ di “stile” alla situazione, e non solo per il n.2 del team. Il capitano di Coppa Davis ha un altro impatto.

Matteo Berrettini – ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sarà dunque una domenica davvero speciale… Un po’ un peccato – non siamo mai contenti! – doverla vivere fino in piena notte e all’alba, dormendo poco per chi vorrà seguire la finale d’ATP Cup Italia-Russia da mezzanotte e la finale Sinner-Travaglia dalle 4 del mattino. Un programma che darà più ragione del solito a chi disse “la domenica è quel giorno che la mattina hai sonno, il pomeriggio hai mal di testa e la sera hai la paranoia del lunedì”. Un lunedì del tutto particolare, per l’appunto, perché cominciano due settimane di notti insonni per i veri appassionati e di superlavoro per chiunque collabori seriamente a un sito di tennis.

Una domenica speciale, ma comunque non… bestiale. Almeno un trionfo azzurro in un singolo evento siamo sicuri che potremo celebrarlo. E sarà il titolo numero 69 nella storia del tennis italiano Era Open. Gaudeamus.

TUTTI I 68 TITOLI ATP DEL TENNIS ITALIANO

1971 – A. Panatta (Senigallia)
1973 – A. Panatta (Bournemouth)
1974 – A. Panatta (Firenze)
1975 – A. Panatta (Kitzbuhel, Stoccolma), Bertolucci (Firenze)
1976 – Bertolucci (Barcellona, Firenze), A. Panatta (Roma, Roland Garros), Zugarelli (Bastad), Barazzutti (Nizza)
1977 – Barazzutti (Bastad, Parigi indoor, Charlotte), Bertolucci (Firenze, Amburgo, Berlino), A. Panatta (Houston)
1978 – A. Panatta (Tokyo)
1980 – A. Panatta (Firenze), Barazzutti (Cairo)
1981 – Ocleppo (Linz)
1984 – Cancellotti (Firenze, Palermo)
1985 – C. Panatta (Bari)
1986 – Canè (Bordeaux), Colombo (S. Vincent)
1987 – Pistolesi (Bari)
1988 – Narducci (Firenze)
1989 – Canè (Bastad)
1991 – Camporese (Rotterdam), Canè (Bologna), Pozzi (Brisbane)
1992 – Camporese (Milano), Pescosolido (Scottsdale)
1993 – Pescosolido (Tel Aviv)
1994 – Furlan (San Jose, Casablanca)
1998 – Gaudenzi (Casablanca)
2001 – Gaudenzi (St. Polten, Bastad)
2002 – Sanguinetti (Milano, Delray Beach)
2004 – Volandri (St. Polten)
2006 – Bracciali (Casablanca), Volandri (Palermo)
2011 – Seppi (Eastbourne)
2012 – Seppi (Belgrado, Mosca)
2013 – Fognini (Amburgo, Stoccarda)
2014 – Fognini (Vina del Mar)
2016 – Lorenzi (Kitzbuhel), Fognini (Umago)
2017 – Fognini (Gstaad)
2018 – Fognini (San Paolo, Bastad, Los Cabos), Cecchinato (Budapest, Umago), Berrettini (Gstaad)
2019 – Cecchinato (Buenos Aires), Fognini (Montecarlo), Berrettini (Budapest, Stoccarda), Sonego (Antalya)
2020 – Sinner (Sofia)

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