(S)punti tecnici della settimana: gli aspetti meno grandi nel tennis dei grandissimi

(S)punti Tecnici

(S)punti tecnici della settimana: gli aspetti meno grandi nel tennis dei grandissimi

Dopo anni passati ad analizzare, e ammirare, la tecnica dei campioni… quali erano, e sono, le cose che i n. 1 del tennis, Roger Federer, Novak Djokovic, Pete Sampras, Rafa Nadal, Andy Roddick fanno (han fatto) meno bene?

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A partire dal 23 agosto 1973, l’ATP ha inaugurato il ranking ufficiale gestito e compilato dal computer. Da quella data in poi, 25 tennisti sono stati classificati al numero uno, ed è ovvio che sono stati tutti – chi più, chi meno, chi per molto, chi per poco – dei campioni del nostro sport. Fatta questa doverosa premessa (ribadisco che si sta parlando di indiscutibili fenomeni, quindi con un metro di valutazione tarato verso il massimo possibile delle aspettative), dal punto di vista strettamente tecnico non si può dire che siano tutti stati tecnicamente esemplari e completi in ogni fase di gioco. Come vedremo, si può notare una interessante correlazione tra questi aspetti e gli anni di riferimento, così come la durata più o meno lunga della permanenza al vertice.

Andando in ordine cronologico, dal 1973 al 1983 abbiamo il primo gruppo di “number ones” costituito da Ilie Nastase, John Newcombe, Jimmy Connors, Bjorn Borg e John McEnroe. Nel 1983 arriva in cima Ivan Lendl, che con McEnroe si alternerà al top del ranking fino al 1988. In quell’anno, con l’impresa dei tre quarti di Slam, conquista la vetta Mats Wilander, seguito da Stefan Edberg (1990), Boris Becker (1991) e Jim Courier (1992). Segue poi l’era di Pete Sampras (1993) e Andre Agassi (1995), con le incursioni di Thomas Muster (1996) e Marcelo Rios (1998). Il millennio si chiude con Carlos Moya, Yevgeny Kafelnikov e Patrick Rafter (tutti 1999), quello nuovo si apre con Marat Safin, Gustavo Kuerten (2000 entrambi) e Lleyton Hewitt (2001). Nel 2003 vanno sul gradino più alto Juan Carlos Ferrero e Andy Roddick, dopodichè dal 2004 ad oggi abbiamo avuto tanto (ma tanto) Roger Federer, e parecchio Rafael Nadal (2008) e Novak Djokovic (2011).

A mio avviso, la prima cosa che salta all’occhio è che dall’inizio fino al 1990 tutti i numeri uno del mondo sono stati, anche se in modi certamente differenti, dei giocatori tecnicamente completi sotto ogni punto di vista. Le tattiche e le strategie di gioco erano chiaramente diversissime tra loro, ma si trattava di tennisti a tutto campo, chi da subito (Nastase, Newcombe, McEnroe, che sapevano fare tutto e bene), chi dopo un completamento del bagaglio più tattico che tecnico (Connors, Borg, Lendl e Wilander che si sono evoluti in ottimi attaccanti quando necessario, principalmente sui campi rapidi). Erano anni in cui non ci si poteva nascondere dietro la specializzazione tecnica estrema, se eri il migliore voleva dire che a tennis facevi qualunque cosa in modo almeno ottimo, se non fenomenale, e che non c’era zona di campo in cui ti trovassi a disagio o fuori posizione.

 

Gli anni ’90 sono stati l’inizio del tennis davvero specializzato. Sono arrivati i grandi servizi sopra i 200 all’ora come norma e non più come eccezione, il gioco a rete e il serve&volley hanno dominato la scena, e non a caso si può identificare in Stefan Edberg il primo giocatore arrivato al numero uno con uno specifico aspetto tecnico non all’altezza sublime del resto del suo gioco: il dritto. Presa eastern, braccio rigido, troppo ingresso di spalla, e postura eccessivamente frontale per quel tipo di impugnatura ne fanno a mio avviso, storicamente, il primo caso di “gap” evidente in un campionissimo (altrimenti favoloso tecnicamente) che sia arrivato fino alla vetta del tennis.

Boris Becker era molto più completo, nulla da dire sull’esecuzione dei colpi, ma soffriva di una mobilità non eccezionale da fondocampo (“Bum Bum” era davvero pesante, il primo esempio di bombardiere moderno), che comunque sulle superfici veloci/velocissime dell’epoca non lo penalizzava più di tanto. A rete, nonostante la mole, Boris era agile come un portiere di pallamano – celebri le sue spettacolari volée in tuffo – e anche la risposta era di altissimo livello. Sulla terra battuta, purtroppo, era tutta un’altra storia (nessun titolo conquistato in carriera), in parte anche a causa della cocciutaggine tattica che lo spingeva a voler vincere remando da dietro.

Jim Courier, primo grande prodotto della scuola di Nick Bollettieri, è forse stato il numero uno meno completo: ha modellizzato e reso perfetta, nonché letale per gli avversari, l’arma “inventata” da Nick, il dritto anomalo tirato da ogni zona del campo, e ha mascherato così un rovescio veramente impacciato e poco fluido, simile a un colpo di baseball, e un gioco di volo semplicemente inesistente. Ma è comunque bastato, insieme a un fisico di roccia e grandissime gambe, concentrazione e killer instinct, per stare 58 settimane totali sopra a tutti in classifica, più di un anno, e a fare addirittura finale a Wimbledon su un’erba che all’epoca era ancora super-rapida (anche se molto consumata in quel 1993).

Su Pete Sampras e Andre Agassi c’è poco da eccepire, certo il rovescio di “Pistol Pete” non era memorabile ma “faceva il suo”, e il resto del suo tennis era strepitoso, servizio e dritto leggendari, un gatto al volo, lo smash più clamoroso e potente di sempre (le famose “slam dunk”, schiacciate tipo basket NBA in elevazione frontale a piedi pari). Il “Kid di Las Vegas”, invece, a rete non ci andava volentieri ma era talmente rapido ed esplosivo negli anticipi e in risposta (aggrediva in avanzamento, sull’erba ultraveloce anni ’90, i servizi di gente come Ivanisevic e lo stesso Sampras, facendo i vincenti d’incontro a tutto braccio, una fotocellula umana, riflessi mai visti), nei passanti, nel ritmo e nella pressione, da rendere la cosa ininfluente. Però, un po’ come Borg, Lendl e Wilander, pur utilizzandola poco, la tecnica (e soprattutto i tempi di posizionamento) nei pressi del net Agassi la padroneggiava perfettamente, ed era difficilissimo passarlo anche perchè seguiva spesso attacchi fulminanti con i suoi fantastici fondamentali, dritto o rovescio erano ugualmente efficaci, per poi coprire gli angoli con gran senso geometrico.

Thomas Muster, senza dubbio il “guerriero da terra battuta” più notevole di sempre prima dell’arrivo di Rafael Nadal (insieme a Vilas, ma Guillermo aveva classe pura da vendere, oltre alle gambe, Thomas era più “legnoso”, ma era anche una belva indimenticabile a livello di determinazione e capacità di soffrire) tecnicamente accusava la stessa desuetudine alle volée di Courier, e il suo rovescio a una mano appena sufficiente (non male come esecuzione, ma poco penetrante e continuo) veniva compensato dal grandissimo dritto con rotazione mancina, insieme alla già accennata tremenda cattiveria agonistica. Sull’erba, anche negli anni migliori, poche soddisfazioni per Thomas.

Marcelo Rios era un talento manuale sopraffino, pure lui mancino, e a parte un caratterino che definire difficile e lunatico è poco, nei fondamentali da dietro e nei tocchi di classe non era secondo a nessuno. Avrebbe senz’altro potuto ambire a risutati migliori, però, se negli anni delle “macchine da ace” con cui si confrontava, avesse avuto un servizio più incisivo e potente: le curve mancine danno sempre fastidio, ma devi avere anche la “botta” a certi livelli. Solo un mese, aprile 1998, in vetta alla classifica per lui.

Gli ultimi tre “top del ranking” degli anni ’90 sono stati Carlos Moya, Yevgeny Kafelnikov e Patrick Rafter. Tecnicamente ottimi Carlos e Yevgeny (meglio il dritto del rovescio per Moya, il contrario per Kafelnikov, a rete facevano correttamente il “compitino” quando dovevano, meglio il russo anche buonissimo doppista) pur se decisamente specializzati nella manovra da fondocampo. All’opposto, l’immensa classe di Patrick si esprimeva quasi esclusivamente all’attacco, forse è stato il volleatore più perfetto di sempre, ma la tecnica dei suoi fondamentali da dietro era comunque di altissima qualità.

Marat Safin è stato il primo “talento totale” del tennis moderno, gran fisico, servizio, dritto e rovescio pazzeschi, manualità favolosa su qualsiasi palla, non troppo a suo agio sull’erba per via degli appoggi (e della fatica del dover stare sempre bassissimo, era un “pigrone” il mitico Marat) ma devastante sul veloce e sul duro, l’unico suo limite – se si può definire tale trattando di tecnica – era proprio la poca voglia di lavorare e allenarsi, e la troppa voglia di godersi la vita. 9 settimane al vertice sono veramente poche, stiamo parlando di uno che riusciva a “nasconderla” al Federer 2005 e in campo non aveva paura di nulla e nessuno, ma probabilmente si è divertito più lui di tutti gli altri citati in questo pezzo messi insieme.

Gustavo Kuerten, con Stan Wawrinka il più potente e carico rovescio a una mano della storia (letteralmente capace di tirare giù topponi da oltre l’altezza delle spalle, come fossero smash al contrario), era anche lui un talento totale, servizio e dritto perfetti anch’essi, ma le aperture molto ampie e i gesti relativamente meno rapidi in preparazione ne hanno limitato i risultati fuori dalla terra battuta, a parte un gran Masters vinto nel 2000. Completo tecnicamente era anche Lleyton Hewitt, altro fenomenale agonista (“Satanetto”, lo chiamava Gianni Clerici, vedendolo recuperare anche palle impossibili, e non sbagliare mai. Bestia nera di Sampras sul finire della carriera di Pete, lo seppelliva di passanti ogni volta). L’australiano era (è) senza pecche in nessuna esecuzione, ma è stato anche limitato nell’esplosività e nel servizio da un fisico “normale”, all’alba dell’epoca dei super-atleti, potentissimi e contemporaneamente ultra-rapidi negli spostamenti.

Juan Carlos Ferrero era della stessa “razza” di Moya e Kuerten, fondocampista perfetto nella tecnica, bravo a rete ma solo se andarci era assolutamente necessario, molto adattabile a tutte le superfici meno quelle davvero veloci. Bella “testa da tennis” Juan Carlos, intelligenza tattica sopraffina, duttilità e strategia, la distribuzione dei suoi risultati migliori è chiara in questo senso: vittoria al Roland Garros, finale allo US Open, semifinale agli Australian Open, quarti a Wimbledon (due volte).

Andy Roddick ha portato all’estremo, e alle vette di rendimento più clamorose, la tecnica del servizio moderno, con caricamento frontale (come faceva già Rafter, che però piazzava per seguire a rete più che sparare alla ricerca dell’ace), e ingresso anticipato della racchetta su lancio di palla meno alto. Su tale devastante battuta, prime e seconde palle al fulmicotone sempre e comunque, e su un gran dritto semiwestern (tendente al western), Andy ha costruito i suoi successi, a rete era buonissimo, ma il rovescio piuttosto simile in negativo a quello di Courier (rigido, scarsa rotazione delle spalle, poca fluidità nell’accompagnamento) è sempre stato un punto debole evidente, soprattutto per i suoi avversari, che potevano in ogni caso piazzare lì i colpi rifugiandosi alla sua sinistra per sfuggire al bombardamento.

Ed eccoci ai giorni nostri, iniziati il 2 febbraio 2004 con l’insediamento al vertice della classifica di Roger Federer. Non serve ribadire la completezza e la perfezione tecnica di Roger, basti dire che se per esempio uno come Courier avesse avuto il colpo “peggiore” – non le metto, ma immaginate che le virgolette siano decine – dello svizzero, cioè il rovescio (che tecnicamente è ineccepibile, ed è lo slice migliore di sempre, ma è più attaccabile rispetto al super-dritto, in particolare dai grandi top-spinners), per Sampras e Agassi in quegli anni sarebbe stata veramente, ma veramente dura.

Rafael Nadal è stato un numero uno super-specializzato dal punto di vista tecnico, costruito su quello che dati alla mano (velocità e top-spin) è il dritto più efficace mai visto, così specializzato da far spesso dimenticare che in termini di talento manuale Rafa ha poco da invidiare a chiunque. Rovescio portato da destra-dominante buonissimo, gran tocco a rete (pochi fronzoli, pochi “numeri” e magie, ma sempre e comunque la volée giusta piazzata perfettamente, e posizionamento esemplare). L’unica esecuzione tecnicamente non oltre la sufficienza è il servizio, un po’ come Rios le curve mancine hanno mascherato un’esplosività non ai massimi livelli, ma le percentuali e le scelte di traiettoria sono sempre state ottime: magari Rafa non ti fa tanti punti diretti alla battuta, ma attaccarlo sul suo servizio è difficilissimo.

Novak Djokovic, infine, sta meritatamente dominando il tennis attuale, e ha raggiunto quella che non ho esitazioni a definire la perfezione nell’interpretare il gioco moderno. Non a caso, anche a livello di progressione didattica dell’insegnamento, il modello di alta prestazione sono il dritto e il rovescio di Nole, in termini biomeccanici, di spinta, di equilibrio e gestione del peso siamo di fronte a un manuale dei fondamentali ambulante. Il servizio negli anni è diventato un’arma estremanente affidabile e duttile, e il tocco di palla, specialmente gli ottimi drop-shot e i pallonetti liftati (roba che se non hai una gran mano non ti sogni nemmeno di provarla), è adeguato al livello di cui stiamo parlando, ovvero il massimo assoluto. Il problema, e a mio avviso è un problema non da poco, è il gioco di volo, soprattutto le palle sopra la testa.

Djokovic con lo smash ha delle difficoltà evidenti, che partono dall’errato posizionamento dei piedi (gli succede spesso di trovarsi troppo sotto la palla, e troppo frontale), che causa quello che in gergo da campo si definisce smash “di panza”, per l’appunto eseguito senza sufficiente rotazione del busto-spalle, e con l’asse di equilibrio troppo all’indietro. Personalmente trovo questo degli smash di Nole è uno dei grandi misteri del tennis moderno, perchè è difficilmente comprensibile come un campionissimo del genere possa portarsi dietro una lacuna tanto specifica, nell’insieme di un bagaglio tecnico altrimenti fantastico. Purtroppo per lui, questa insicurezza nell’approcciare le palle alte al volo (o scarsa “convinzione”, dà sempre l’impressione di andare sullo smash per non sbagliarlo, mentre andrebbe tirato a chiudere in ogni caso, a questi livelli non puoi permetterti di appoggiare la palla di là), va a influenzare negativamente e a rendere incerto anche il resto del gioco a rete, e la cosa gli è già costata carissima.

L’ormai famigerata volée alta in semifinale al Roland Garros contro Nadal, che Nole ha approcciato goffamente proprio in ricerca di una posizione corretta dei piedi, senza il minimo automatismo degli appoggi, per poi inciampare e finire nella rete (ma anche diversi smash non chiusi, almeno tre nelle fasi finali e decisive di quella partita), oppure il bruttissimo errore sul match-point contro Wawrinka in Australia, peso da una parte e palla dall’altra in conseguenza di un serve&volley senza senso, sono stati episodi che hanno condizionato pesantemente i risultati di Djokovic, che avrebbe potuto tranquillamente vincere quei due tornei (trovo difficile immaginare Ferrer che batte Djokovic in finale a Parigi 2013, o Nadal acciaccatissimo – o Berdych – che lo superano a Melbourne 2014). L’ultimo esempio contro Simone Bolelli a Pechino, in un match altrimenti perfetto e dominato dall’inizio alla fine: secondo set, 1-0 Bolelli, 15-15, due smash deboli e mal piazzati, sul secondo arriva giustamente la pallata nei piedi da parte di Simone. Davvero, davvero strano che uno come Becker, che con la palla sopra la testa faceva quello che voleva, non sia ancora riuscito a sistemare questo ultimo tassello tecnico che farebbe di Nole un campione senza difetti. E già è praticamente imbattibile così, figuriamoci.

In conclusione, anche per ricordarci doverosamente che stiamo analizzando i migliori della storia nel nostro sport, proviamo a fare l’inverso del comune giochino di fanta-tecnica in cui si prendono i colpi migliori di tutti i tennisti del passato e del presente per costruire l’immaginario campione perfetto, e mettiamo invece insieme le esecuzioni meno buone. Un giocatore con il servizio di Rios, il dritto di Edberg, il rovescio di Courier, la mobilità da fondo di Becker, le volée di Muster, lo smash di Djokovic, e la voglia di allenarsi di Safin… beh, credo starebbe nei primi 50 al mondo lo stesso. Tanto per ribadire quanto tutto sia relativo, e quanto forti siano certi campioni in ogni caso. Per chi volesse divertirsi a mettere insieme, come detto, le esecuzioni migliori dei 25 numeri uno di cui abbiamo parlato, passo la parola ai lettori, ma non ho dubbi che potrebbe venirne fuori qualcosa di pazzesco.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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(S)punti Tecnici

Montreal, spunti tecnici: bentornato, Andy Murray

Bello rivedere in campo un campione che temevamo perduto. Analisi della sua esemplare tecnica della risposta al servizio, in vista del ritorno in singolare a Cincinnati

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da Montreal, il nostro inviato

Onestamente, dopo la gran paura che fece prendere a tutti noi a Melbourne quest’anno, scrivere di Sir Andy Murray è un autentico piacere. All’indomani dell’annuncio della partecipazione al Masters 1000 di Cincinnati in singolare, segno che dopo la rischiosa operazione all’anca si sente definitivamente bene, andiamo a vedere insieme uno dei gesti tecnici da sempre migliori del campione britannico: la risposta al servizio. In particolare, è molto interessante analizzare il gioco di gambe di Andy nella proiezione verso la palla, il footwork in generale di Murray è magnifico.

Nel breve video qui sopra, prima una risposta di rovescio, poi una di dritto. Dal vivo e da vicino, una delle cose che più colpiscono di Andy sono le sue caratteristiche movenze felpate, va verso la palla in modo morbido ed elastico, come fosse un gattone. In particolare, nel passaggio del peso dal primo passo lungo in avanzamento allo split step frontale, che successivamente lo proietterà a sinistra o a destra. Diamo un’occhiata più in dettaglio ai frames tratti dallo stesso filmato.

 

Cose belle belle: il timing nello step, che lo fa praticamente fluttuare verso gli appoggi finali, la coordinazione perfetta della rotazione busto spalle, contemporanea alla proiezione in avanti-sinistra della gamba opposta (la destra), il gesto della mano di richiamo (la sinistra) a “tenere su” la testa della racchetta per compensare un attimo di ritardo nello swing (gli stava servendo a tutta Marin Cilic, quindi botte non indifferenti). Che bravo. Vediamo il lato del dritto.

Cose belle belle: sempre la leggerezza unita alla potenza e alla precisione degli appoggi, la gestione dell’asse di equilibrio (Andy sta su perfetto come un filo a piombo dall’inizio alla fine dell’esecuzione, anche in semi-allungo laterale su uno slice di Cilic, che non è uno scherzo), e soprattutto il passo in dinamica della gamba opposta (la sinistra), ancora più evidente che dal lato del rovescio. Il motivo, ovviamente, è che non essendoci il busto di mezzo, l’allungo è superiore, il che comporta la necessità di un passo e di un successivo appoggio più avanzato e largo per compensare la sbracciata mantenendo centrale il peso. Una vera lezione, coach Andy, grazie davvero.

Qui sopra, infine, un altro paio di rovesci in palleggio (a sinistra Andy è uno spettacolo), uno slice e un diagonale in corsa. Un vero piacere guardarlo.

Personalmente, ho sempre mantenuto un salutare distacco dai fanatismi tennistici, e sto pure imparando ad accettare che pressoché qualsiasi cosa io scriva, ci sarà qualcuno che si lamenta perché a suo dire non ho elogiato a sufficienza Federer, Nadal o Djokovic, o vattelapesca. Vabbè, son dinamiche anche psicologiche davanti a cui mi arrendo. Parlando di Andy Murray, però, specialmente in occasione di questo suo rientro, lo dichiaro da ora: io per Muzza farò il tifo contro chiunque giochi, ma tifo vero, di quelli che si esulta al doppio fallo dell’avversario.

Perché se lo merita, se lo si conosce un minimo personalmente è un ragazzo che definire cordiale e simpatico è poco, perché a livello di carattere e apertura mentale (questo lo potete verificare anche senza essere addetti ai lavori, basta scorrere i suoi profili social) è uno da cui una marea di gente avrebbe solo da imparare. Nel frattempo, a proposito di imparare, riguardo alla tecnica del gioco di gambe nella risposta al servizio in avanzamento, le immagini sono lì sopra.

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