Laura Siegemund, John McEnroe e il tennis aritmico

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Laura Siegemund, John McEnroe e il tennis aritmico

La straordinaria settimana di una giocatrice che ha proposto un tennis al di fuori degli schemi, e con pochi precedenti

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A Stoccarda si è confermata Angelique Kerber, la campionessa del 2015 che domenica ha rivinto il torneo aggiudicandosi la finale per 6-4, 6-0. Ma fino a sabato la protagonista della settimana era stata l’altra finalista, Laura Siegemund. Partita dalle qualificazioni, ha vinto senza perdere un set i tre match necessari per approdare nel tabellone principale (contro Smitkova, Karatantcheva ed Hercog), e poi ha continuato con la stessa media, malgrado il valore delle avversarie che le si paravano lungo il percorso: due set a zero a Pavlyuchenkova, Halep, Vinci e Radwanska. Tre top ten sconfitte nello stesso torneo: una prestazione straordinaria, superata di recente forse solo da Belinda Bencic, che di top ten ne aveva sconfitte addirittura quattro, inclusa Serena Williams, per vincere a Toronto nel 2015.

Quando ho deciso di scrivere di Laura Siegemund ho subito avuto chiara una cosa: non avrei provato a descrivere nel dettaglio le sue caratteristiche, né avrei cercato di stabilire il suo valore; e questo per almeno due motivi.
Il primo è perché prima di questa stagione non ricordo di averla vista giocare, e quindi non penso sia giusto entrare nel dettaglio di una tennista della quale si ha una conoscenza superficiale (che nel mio caso significa: qualche spezzone di match agli Australian Open e a Charleston, più gli incontri contro Vinci, Radwanska e Kerber a Stoccarda).
Il secondo è perché ho il dubbio che il tennis espresso durante l’ultima settimana non sia rappresentativo del suo valore reale a lungo termine. Stiamo parlando di una giocatrice di 28 anni: per quanto sia reduce da stagioni che non ha dedicato integralmente al tennis professionistico, mi sembra difficile che a quasi trent’anni la sua qualità si sia stabilmente innalzata ad un livello tale da lasciare pochi game per match addirittura a tre top ten. Penso quindi sia più sensato sospendere il giudizio, ed eventualmente ritornarci sopra tra qualche tempo, dopo averla seguita di più, e anche in altri contesti.

Ho però deciso che avrei parlato di Laura Siegemund perché poteva essere ugualmente lo spunto interessante per ragionare su un tema che raramente capita di affrontare: i tempi di gioco nel tennis.
Da quello che ho visto a Stoccarda, la nota più interessante della sua impostazione è l’estrema atipicità, tanto che sarebbe limitativo definire il suo tennis semplicemente come “vario”: sembrava piuttosto concepito con l’obiettivo di dare il minor numero possibile di punti di riferimento all’avversaria; e questo lavorando non solo sui diversi spin (top spin alternati a back spin), ma anche sulla continua variazione della profondità di palla.
Questo obiettivo è stato perseguito innanzitutto muovendo costantemente lo scambio sulla verticale: palle profonde, palle medie con rimbalzo nei pressi della linea del servizio, e frequenti palle corte o discese a rete.

 

Mi concedo una breve divagazione ricordando una famosa partita del passato con una situazione affine: il secondo match tra McEnroe e Lendl a Parigi, Roland Garros 1988 (non parlo della finale del 1984, ma dell’ottavo di finale disputato quattro anni dopo) vinto da Lendl per 6-7, 7-6, 6-4, 6-4. Il quasi trentenne Mac, sceso al numero 18 del ranking e testa di serie numero 16, ormai non riusciva più a contrastare apertamente la crescente pesantezza di palla determinata dai nuovi attrezzi e dall’irrobustimento fisico di Lendl, e quindi era obbligato a costruire palleggi che cercassero di mascherare il deficit di potenza.
Si ricorda sempre il McEnroe grande volleatore, il maestro del serve&volley, ma Mac doveva anche disputare i game di risposta, e in quella stagione del declino contro un avversario come Lendl (per di più sulla terra battuta) aveva bisogno di una strategia adeguata per non farsi sopraffare. Se McEnroe non era riuscito a stare al passo coi tempi sul piano della forza atletica, possedeva pur sempre la superiore sensibilità e la grande manualità, due doti che gli consentivano di lavorare e piazzare la palla in modo inimitabile; e così nelle situazioni in cui non poteva conquistare immediatamente la rete aveva fatto ricorso a un palleggio “a elastico” che obbligava Lendl ad avanzare e arretrare; un avanti/indietro rispetto alla linea di fondo che rendeva molto più difficile a Ivan trovare gli appoggi giusti per sprigionare la maggiore potenza. Grazie a quella strategia Mac aveva fatto soffrire il rivale ben oltre il previsto.

Modificare il palleggio sulla verticale è un’operazione molto complessa, perché non richiede solo notevoli doti tecniche, ma anche capacità tattiche, di lettura dei tempi di gioco; perché se si decide di alternare parabole profonde a parabole più corte occorre che queste ultime siano proposte con spin e in situazioni tali da non essere “aggredibili” in modo definitivo dall’avversario.
Ecco perché di solito anche chi ama costruire un tennis articolato lo fa utilizzando soprattutto le variazioni geometriche destra/sinistra: differenti angoli per spostare l’avversario e conquistare spazi di campo non presidiati, dei quali avvantaggiarsi. Più raramente viene utilizzato il movimento sulla verticale, magari ulteriormente arricchito dalla palla corta o dalla discesa a rete.

McEnroe aveva giocato in quel modo, consapevole di partire da una situazione di inferiorità; e penso che molto probabilmente abbia ragionato in modo simile anche Siegemund: in un confronto lineare per lei sarebbe stato difficilissimo spuntarla contro avversarie top ten come Vinci e Radwanska (purtroppo non l’ho vista contro Halep) e quindi ha provato a mischiare le carte il più possibile.
Di solito ogni tennista finisce per proporre un ventaglio di soluzioni in base alle quali l’avversaria, dopo una iniziale fase di studio, trova quella che ritiene la giusta posizione per provare a rispondere a sua volta con le proprie armi. Ma non è accaduto a Stoccarda.
Siegemund ha cioè saputo mischiare le carte così bene che la mia sensazione è che né Roberta né Aga siano riuscite a definire con chiarezza quale fosse il modo giusto per contrastarla. E questo a partire dalla collocazione in campo: mai del tutto definita non solo in termini di geometrie destra/sinistra, ma ancor più in termini di profondità (più o meno a ridosso della linea di fondo).
Così anche due maestre del tennis manovrato e delle soluzioni molto tecniche come Vinci e Radwanska si sono trovate spaesate, finendo per esibirsi al di sotto dei propri standard. La mia interpretazione è che senza una chiara posizione da assumere in campo, senza avere trovato il naturale “ubi consistam”, a loro siano venuti a mancare i punti di riferimento: sia tecnici che tattici.

E visto che trovo insoddisfacente il termine “vario”, se dovessi provare a definire con una sola parola il tennis di Siegemund userei piuttosto il termine “aritmico”. Un tennis cioè in cui praticamente ogni colpo ha un differente tempo di gioco, e che produce una condizione disturbante per l’avversaria, che a causa di questa anomalia non ha la possibilità di entrare nel normale ritmo-partita.

A scanso di equivoci: non sto dicendo che di solito durante un match (ma perfino durante uno scambio) il ritmo di gioco sia sempre uguale e stabilito; ma di sicuro capita molto raramente che sia così sistematicamente diseguale, tanto da dare l’impressione di essere del tutto imprevedibile.
La questione non ha nemmeno a che vedere con la forza in assoluto delle giocatrici, è qualcosa di differente. Ci sono infatti tenniste, anche molto forti, che amano basarsi su una pressione di gioco costante, mantenendo ritmi sempre piuttosto alti sino ad arrivare ad asfissiare la propria avversaria: penso ad esempio ad Azarenka o Petkovic. C’è chi invece quasi sempre punta subito sulla massima velocità per chiudere rapidamente, come Serena o Kvitova. C’è chi lavora sul medio ritmo aspettando il momento giusto per cambiarlo e colpire con le accelerazioni, come Halep o Suarez Navarro. C’è chi ama adeguarsi ai tempi avversari per poi magari contrattaccare, come Kerber o Wozniacki.
Ma sono davvero molto poche quelle che hanno come primo obiettivo il togliere qualsiasi riferimento, dando l’impressione di suonare senza partitura, improvvisando totalmente lì per lì.

In anni non troppo lontani fra le donne forse qualcosa del genere, ad alto livello, lo aveva mostrato Maria Josè Martinez Sanchez a Roma 2010; aveva vinto il torneo alternando colpi tesi a soluzioni lavorate, mischiate a frequenti palle corte e discese a rete: ma tutto sommato i suoi tempi di gioco erano forse un po’ più schematizzabili.
Più di recente un’altra giocatrice che ha proposto una impostazione affine è stata Aleksandra Krunic nella sorprendente impresa agli US Open 2014, quando (anche lei proveniente dalla qualificazioni) sconfisse nel main draw Piter, Keys e Kvitova prima di perdere sul filo di lana da Azarenka. In quella settimana di grazia Krunic era nella condizione di variare moltissimi aspetti del gioco, a cominciare dal servizio: alternando prime “normali” attorno ai 160-170 km/h a botte del tutto inattese vicine ai 200 orari; e poi proseguendo con la stessa imprevedibilità durante il resto del palleggio.

A questo punto chi ha letto fino a qui immagino si faccia una domanda quasi inevitabile: perché si vede così raramente questo modo di giocare, perché sono così in poche a praticarlo?
Direi per diverse ragioni. La prima è perché è difficilissimo da attuare, tanto da richiedere una condizione tecnica e mentale straordinaria. E infatti ho citato il caso di tre giocatrici capaci di farlo appieno solo in quella che, per il momento, si può dire sia stata la settimana della vita. E’ tecnicamente complicatissimo eseguire con grande efficacia (e frequenza) palle senza peso che ricadono nell’ultimo metro di campo, alternate a drop-shot millimetrici, a discese a rete, ad accelerazioni improvvise.
Perché se è vero che in questo modo l’avversaria non entra mai in ritmo, è anche vero che nemmeno si acquisiscono punti di riferimento per sé: viene a mancare l’unità di misura, il metronomo a cui affidarsi per registrare il colpo. E’ quasi come se ogni volta si dovesse colpire per la prima volta, a freddo; e molto spesso (ad esempio con i drop-shot o con gli slice profondi) basta un nulla per sbagliare o perdere il punto.
Ho parlato di grande condizione non solo tecnica ma anche mentale perché questo modo di giocare finisce per scardinare le normali costruzioni del punto; lo scambio genera più spesso situazioni anomale e, ad esempio, ci si trova con maggiore frequenza a dover colpire nella terra di nessuno: casi in cui occorre grande rapidità di pensiero, attitudine all’improvvisazione e totale fiducia nei propri mezzi. Perché sono proprio questi i quindici che si “devono” vincere per sbalestrare le rivali, togliere loro sicurezza e farle sentire spaesate.

La seconda ragione per cui secondo me questo è un tennis poco praticato è perché, se per certi aspetti consente di non spendere tantissimo sul piano fisico, è al contrario estremamente esigente sul piano psicologico: tatticamente richiede attenzione ben sopra alla media; senza appoggiarsi alla routine e a uno spartito preparato, diventa mentalmente molto difficile mantenere la qualità necessaria per vincere. E nell’attuale faticoso circuito WTA la routine è anche un appiglio al quale attaccarsi per portare a casa match nelle giornate in cui si ha meno voglia o ispirazione.
Perché, e questa è anche la terza controindicazione, se si scende di livello con questo gioco aritmico si finisce per imbrigliarsi da sole, regalando gratuiti a ripetizione su palle che magari non sarebbero nemmeno state dei vincenti, ma solo la variazione dalla quale partire per costruire la situazione imprevista successiva.

Infine c’è l’ultima controindicazione: le avversarie studiano e cercano di individuare pregi e difetti di ciascuna rivale; e prima o poi anche il quadro di imprevedibilità e incomprensibilità proposto finisce per essere, se non totalmente, almeno parzialmente decrittato. Oppure semplicemente messo in crisi dalla scoperta di punti deboli in chi lo propone, punti deboli ai quali magari fatica a trovare rimedio.
Ecco perché questo genere di tennis è estremamente raro, e penso rimarrà tale anche in futuro. E mi pare difficile possa diventare un tipo di gioco in grado di portare stabilmente ad altissimi livelli.

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Roland Garros 2021: Barty, Swiatek o Sabalenka?

Negli ultimi sette anni le vincitrici dei tornei di preparazione sulla terra rossa non hanno mai vinto il successivo Roland Garros. Ma quest’anno potrebbe essere la volta buona per smentire i precedenti

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il Roland Garros 2021 si annuncia come il primo Slam quasi “normale”, almeno negli aspetti tecnici fondamentali. Rispetto agli ultimi Major, infatti, questa volta c’è stata la possibilità di affrontare i tornei di avvicinamento allo Slam senza particolari restrizioni, divieti o cancellazioni. E così le tenniste hanno potuto metabolizzare il passaggio alla terra rossa in modo simile a quanto avveniva nelle stagioni precedenti al coronavirus.

Facciamo un paragone con gli ultimi Major successivi al Covid. Annullato Wimbledon, lo US Open 2020 aveva visto prima drasticamente ridotta la stagione delle US Open Series, e poi una serie di forfait da parte di molte tenniste di vertice. Stesso problema per il Roland Garros autunnale, oltre tutto menomato dalla cancellazione di Stoccarda e Madrid, eventi fondamentali per l’approccio alla terra rossa.

Poi in vista dell’Australian Open 2021 abbiamo assistito a tornei della viglia con le partecipanti suddivise in base ai diversi gradi di quarantena. In sostanza sono intervenuti diversi fattori extra tecnici che non hanno certo agevolato l’avvicinamento delle atlete agli Slam.

 

Questa volta no. Andreescu a parte (per il suo caso rimando a più avanti), finalmente le giocatrici hanno potuto affrontare e scegliere i tornei di preparazione sulla base di valutazioni più tennistiche. I tornei ci hanno offerto parecchie indicazioni, e ciascuno di noi si è costruito una lista di possibili favorite proprio sulla base delle prestazioni mostrate nelle ultime settimane.

Prima di entrare nel merito delle partite più recenti, cominciamo con il riepilogo delle ultime stagioni, con i risultati dei quattro più importanti tornei disputati sulla terra rossa dal 2016 in poi: Stoccarda, Madrid, Roma, Parigi.

Come si vede, nessuna delle giocatrici vincenti in uno dei tre principali tornei di preparazione è poi riuscita, nella stessa stagione, a conquistare anche lo Slam. Per trovare il caso di una tennista capace di una impresa del genere occorre risalire al 2014, quando Maria Sharapova si affermò al Roland Garros essendo anche campionessa in carica sia di Stoccarda che di Madrid.

Riusciranno Barty, Sabalenka o Swiatek a emulare Sharapova? Sulla carta non sembra impossibile, visto che due di loro hanno già vinto anche a Parigi. Vediamo intanto come si presentano al via dello Slam le prime teste di serie.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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Gli Internazionali di Iga Swiatek

Al ritorno sulla terra battuta più tradizionale è di nuovo emersa la stella della campionessa in carica del Roland Garros

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Iga Swiatek -WTA Roma 2021- via Twitter-@InteBNLdItalia
Iga Swiatek - WTA Roma 2021- via Twitter-@InteBNLdItalia

Dopo l’ottimo WTA 1000 di Madrid, gli Internazionali di Italia appena conclusi non sono stati all’altezza dell’evento spagnolo. A Roma la partite di qualità si sono diradate, e alcuni match hanno deluso. Parere personale, naturalmente. Le cause sono diverse, anche perché nel tennis sono tante le variabili imprevedibili: la forma delle giocatrici, gli incroci determinanti dal sorteggio, le condizioni del clima, gli infortuni, etc.

Innanzitutto al Foro Italico abbiamo avuto due ritiri importanti a torneo in corso: quello di Ashleigh Barty e quello di Simona Halep. Due mancanze notevoli, considerando il loro valore sulla terra battuta. Poi anche la pioggia non ha aiutato a rendere lineari le fasi conclusive del torneo. E a tutto questo si è aggiunto il caso dell’ultima partita, la più importante, terminata in appena 48 minuti.

Cominciamo proprio dalla finale, dal 6-0 6-0 tra Swiatek e Pliskova. Dato di fatto: da quando esiste la WTA non era mai accaduto un risultato del genere in un torneo di questa importanza. Considerare quindi questa partita come un riferimento per valutare lo stato del tennis femminile (come ho visto fare da alcuni post su Ubitennis) a mio avviso non denota grande acume. Occorrerebbe saper distinguere la normalità dalla eccezionalità; ma se invece l’eccezione diventa unità di misura, allora vale tutto.

 

Dunque gli organizzatori non hanno avuto una buona finale femminile. Sicuramente sfortuna, ma forse si tratta anche di una nemesi, visto che a Roma le giocatrici sono spesso trattate in modo opinabile. Basta dare una occhiata alla programmazione per capirlo. Un esempio: quella di mercoledì 12 maggio, un giorno che non prevedeva pubblico e quindi non c’erano nemmeno preferenze esterne che potessero condizionare le decisioni.

Ebbene, mercoledì sono state programmate sul campo 1 e 2, due plurivincitrici Slam e una plurifinalista Slam: tutte insieme appassionatamente. Perché questa è la condizione dei campi 1 e 2. E così abbiamo assistito a Muguruza, Kvitova e Zvonareva (che si affrontavano fra loro) affiancate nei loro impegni ufficiali come sui campi pratica, separate solo dalla recinzione di un metro, con i giudici di sedia che chiamavano il punteggio parlandosi uno sopra l’altro.

In quel momento c’erano in campo contemporaneamente 4 titoli e 5 finali Slam. Ecco il conteggio: 3 titoli di Wimbledon, 1 del Roland Garros, più 2 finali all’Australian Open, 2 a Wimbledon e 1 allo US Open. Questo mentre negli stadi principali veniva riservato lo spazio privilegiato ad altri match quali Zverev vs Dellien, Mager vs Sonego o Bautista vs Garin. E lo ripeto: senza pubblico.

Anche l’avere costretto Iga Swiatek a disputare quarto di finale e semifinale con un tempo di riposo minimo non mi è parsa la scelta ideale. Mi si dirà: ma al dunque Iga ha comunque vinto, anzi stravinto. Bene per lei, ma qui non si tratta di valutare solo i risultati, quanto l’atteggiamento complessivo di chi concepisce il programma.

Se si parte da queste situazioni sorprende meno che, al terzo andirivieni dagli spogliatoi per pioggia, la numero 1 del mondo Ashleigh Barty abbia deciso di chiudere in quel momento la sua esperienza romana. Ashleigh si è ritirata dopo aver richiesto un Medical Time Out che si è risolto in un breve dialogo con la fisioterapista, senza nemmeno provare un trattamento.

Probabilmente Barty aveva in mente una gerarchia dell’importanza dei tornei, e ha trattato gli Internazionali come un qualsiasi impegno di preparazione in vista del Roland Garros. Anche se quest’anno lo Slam è stato posticipato di una settimana, e quindi avrebbe avuto sette giorni in più per il recupero.

La mia sensazione (magari sbaglio) è che per le tenniste di vertice la gerarchia degli eventi su terra battuta sia ormai questa. In ordine decrescente: Parigi, Madrid, Stoccarda, Roma. Già la vicinanza con Parigi non favorisce il torneo italiano, se poi aggiungiamo che, rispetto a Madrid e Stoccarda (che hanno il tetto), la pioggia può diventare una ulteriore fonte di problemi, si arriva a questa situazione.

In più anche il “back to back” di calendario Madrid-Roma non aiuta le protagoniste ad arrivare al meglio nei turni decisivi italiani. Il tennis attuale è uno sport molto esigente a livello atletico, e chi arriva in fondo a Madrid non ha molto tempo per ricaricare le pile. Insomma, il rischio è che a Roma aspetti logistici, extracampo, finiscano per influenzare la qualità complessiva delle partite, in campo.

Ricordo per esempio che lo scorso anno Pliskova si era ritirata in finale contro Halep, per un problema fisico accusato nelle fasi conclusive della semifinale vinta contro Vondrousova. Sulla carta Halep vs Pliskova era la migliore finale possibile, fra la testa di serie numero 1 e la numero 2, e invece anche quella volta si era risolta in una delusione per gli spettatori (6-0, 2-1 per Halep).

Sarebbe però un errore assimilare la finale del 2020 a quella del 2021. Intanto perché nel tennis le finali compromesse da ritiri sono relativamente frequenti, molto più di un doppio bagel a livello di WTA 1000 (come abbiamo visto). Lo scorso anno la partita non era stata in equilibrio perché Pliskova, generosamente, aveva provato a scendere in campo pur sapendo di non essere a posto. Quest’anno invece non sono stati fattori medici a incidere, ma un inatteso divario di rendimento. Inatteso, quanto meno, in queste proporzioni. Ma per questo grandi meriti vanno riconosciuti a Iga Swiatek.

a pagina 2: Iga Swiatek e il ranking

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Aryna Sabalenka e il complesso degli Slam

Con il successo nel Premier 1000 di Madrid, Sabalenka raggiunge il proprio best ranking, ma anche un poco invidiabile record nella storia WTA

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Aryna Sabalenka - Wimbledon 2019

A Madrid si è disputato il secondo WTA 1000 della stagione, e si è rivelato un torneo ricco di partite di qualità, sin dai primi giorni. Turno dopo turno, su tutte sono emerse due giocatrici, Barty e Sabalenka, ciascuna a presidiare la parti opposte del tabellone, e quindi abbiamo potuto assistere alla miglior finale possibile.

Prima del match conclusivo, però, ci sono stati parecchi momenti degni di nota. Nella parte bassa del tabellone (quella di Sabalenka) in apertura di torneo l’interesse era concentrato su come se la sarebbe cavata Naomi Osaka al primo impegno della stagione sulla terra rossa. Naomi ha vinto all’esordio il derby giapponese contro Misaki Doi, ma si è fermata subito dopo contro Karolina Muchova, in un match nel quale sono apparsi evidenti i diversi gradi di adattamento delle due contendenti. Muchova a proprio agio sul rosso, Osaka in difficoltà a scaricare a terra la potenza su una superficie nella quale ancora fatica a spostarsi al meglio. E sappiamo che senza l’appoggio adeguato delle gambe a tennis non si va lontano.

Nei giorni successivi, mentre Sabalenka continuava a veleggiare spedita, Muchova e Pavlyuchenkova dovevano battagliare in partite maratona (contro Sakkari e Brady, e poi fra di loro), E non è stato da meno il match tra Halep e Mertens, con successo a sorpresa di Mertens, dopo due ore e tre quarti di lotta (4-6, 7-5, 7-5).

 

Ma ci sono state partite di qualità anche nella parte alta del tabellone (quella di Barty). Comincerei con Tamara Zidansek, sconfitta da Barty per 6-4, 1-6, 6-3. Zidansek ha sfoderato una giornata di grande ispirazione, molto simile a quella offerta al Roland Garros 2020, quando aveva impegnato allo spasimo Garbiñe Muguruza (con vittoria di Garbiñe per 7-5, 4-6, 8-6). Ancora mi domando come Zidansek sia in grado si raggiungere simili picchi di gioco e possa poi attraversare lunghi periodi nei quali si esprime a livelli molto inferiori.

Attesissimo anche il confronto fra le ultime due campionesse del Roland Garros. Barty e Swiatek. Ha prevalso la giocatrice più esperta e costante; Barty ha saputo approfittare degli alti e bassi che hanno penalizzato il talento di Swiatek. Notevole partita anche tra Kvitova e la vincitrice di Charleston Kudermetova, che, pur sconfitta, ha dimostrato di essere realmente diventata una giocatrice da terra. Ma va ricordato anche il quarto di finale tra la stessa Kvitova e Barty, che ha prevalso per 6-1, 3-6, 6-3, portando in parità il dato degli scontri diretti (5-5).

Infine citerei Paula Badosa, che ha dimostrato che la semifinale raggiunta a Charleston (dopo avere sconfitto nei quarti la numero 1 Ashleigh Barty) non era stata un caso. Badosa si è confermata in grande crescita spingendosi di nuovo in semifinale, uscendo vincitrice da una porzione di tabellone che in teoria doveva essere presidiata da Svitolina e Bencic.

La finale è stata la degna conclusione del torneo, e anche il terzo confronto nel giro di poche settimane tra Barty e Sabalenka. I precedenti dicevano Barty per 2-0. Ashleigh aveva infatti vinto in marzo sul cemento di Miami, a livello di quarti di finale, per 6-4, 6-7, 6-3. Poi, dopo il passaggio sul rosso, aveva confermato la supremazia nella recente finale di Stoccarda: 3-6, 6-0, 6-3.

A Madrid Sabalenka ha cominciato in modo travolgente, con un tennis vicino alla perfezione. Lo testimoniano le statistiche: 11 vincenti, un solo errore non forzato e conseguente 6-0 in 26 minuti. In pratica ha rifilato un bagel alla numero 1 del mondo, giocatrice considerata giustamente un modello di solidità.

Nel secondo set però Aryna ha cominciato a sbagliare di più, mentre Barty trovava più spesso risposte efficaci; gli scambi hanno cominciato ad allungarsi e il confronto si è spostato verso un genere di tennis più affine a quello di Barty. E così il 6-3 ha rimesso le cose in parità.

Nei due precedenti Ashleigh si era sempre imposta alla distanza, e anche nel terzo set di Madrid sembrava essere più in controllo. Tanto che quando, sul 3-4 e servizio, Sabalenka si è trovata sotto 15-30, ho pensato che si fosse vicini alla stessa conclusione di Miami e Stoccarda. Invece un parziale di undici punti a zero per Sabalenka ha chiuso la partita in modo opposto e inequivocabile. Nel corso di questo parziale da K.O. è affiorato un po’ di braccino da parte di Ashleigh, ma anche, da parte di Sabalenka, il profondo desiderio di scrollarsi di dosso le due sconfitte subite da poco. Dopo due set caratterizzati da una chiara prevalenza tecnica, direi che nel terzo a rivelarsi decisivi sono stati soprattutto gli aspetti mentali e agonistici.

Grazie a questo successo, Sabalenka conquista il best ranking di carriera, numero 4. A proposito di questa nuova posizione raggiunta, gli esperti di statistiche ci hanno rivelato un dato: nell’era open WTA è la prima volta che una tennista si arrampica fino al numero 4 della classifica, senza però essere mai andata oltre il quarto turno in uno Slam.

Scoperto questo dato, il popolo della rete si è sbizzarrito in parallelismi. Oltre a quello più ovvio (le giocatrici numero 1 mai vincitrici Slam) c’è chi ha citato il caso di Caroline Garcia, numero 4 con un solo quarto di finale Slam (Roland Garros 2017)

O quello di Elina Svitolina, salita al numero 3 nel settembre 2017 senza mai essere andata oltre i quarti di finale Slam (oggi però vanta due semifinali raggiunte nel 2019). O perfino quello di Steffi Graf, numero 4 del mondo nel febbraio 1986 senza avere ancora vinto un torneo a livello WTA: avrebbe colmato la lacuna in aprile, con il successo a Hilton Head (in finale su Chris Evert). Ricordo però che nella primavera 1986 Steffi non aveva ancora compiuto 17 anni…

Dati e numeri per tutti i gusti (spero non ci siano errori, non è semplice verificare certe statistiche), che vanno considerati senza dimenticare che una inevitabile caratteristica delle giocatrici più giovani sta nel raggiungere alcuni traguardi avendone altri ancora da conquistare.

In ogni caso stupisce che, al di là della posizione certificata dal ranking, una giocatrice come Sabalenka, capace di offrire fasi di tennis super-dominante, non sia ancora riuscita a essere protagonista nei Major. Vediamo come sono andate le cose fino a oggi per Aryna, tenendo presente che è nata il 5 maggio del 1998, e quindi ha appena compiuto 23 anni.

a pagina 2: I primi Slam di Aryna Sabalenka

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