Ricordi di un guerriero, Thomas Muster

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Ricordi di un guerriero, Thomas Muster

In attesa dell’avvio del Roland Garros, riviviamo le gesta e il ricordo di Thomas Muster, uno dei più grandi interpreti del tennis su terra battuta

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Pare ancora di sentirlo nelle orecchie quel ruggito secco che accompagnava quasi ogni suo colpo, soprattutto nelle fasi calde e decisive delle mille battaglie che ha combattuto. Era davvero un ruggito, il ruggito di un giocatore che avrebbe preferito esalare sul campo l’ultimo respiro, se l’alternativa consisteva nel perdere la partita che stava giocando. Di costui, lungi da noi oggi fare una mera cronaca della carriera, che chiunque può trovare sul web con poca fatica. Desideriamo invece essenzialmente evidenziare alcune delle sensazioni e delle immagini che egli ci ha lasciato.

Ebbene, è paradossale, dal momento che qui trattiamo di un tizio pronto a sfinirsi fino a che le gambe non gli si fossero piegate sul campo, ma la prima volta che Thomas Muster balzò davvero all’onore delle cronache del grande pubblico e non solo degli appassionati più attenti, egli non era nelle condizioni di muovere un solo passo né di alzarsi da una sedia a rotelle.

In una sera di fine marzo del 1989, il pubblico aveva assistito alla comoda vittoria contro Kevin Curren di Ivan Lendl, nella prima semifinale del torneo che tutti chiamavano “il Lipton”, dal nome dell’allora main sponsor del torneo di Key Biscayne, l’isola di fronte a Miami ancora oggi teatro della manifestazione. Ma l’attesa era tutta per la seconda semifinale, ed a ragione, perché fu un bellissimo match, nel quale il grande Yannick Noah dopo essersi portato in vantaggio di due set, dovette cedere il passo al quinto ad un giovane austriaco. Il ragazzo, nato nel 1967 a Leibniz, non era certo uno sconosciuto, visto che già a diciannove anni, nel 1986, aveva messo le mani sul primo titolo del circuito maggiore della sua carriera nel classico torneo sulla terra di Hilversum in Olanda, a cui ne aveva poi aggiunti altri quattro, sempre sul rosso, nel 1988. Ma nel 1989, questo cocciuto tipo aveva innestato un’altra marcia. Pensandoci bene, già a gennaio a Melbourne, questo ragazzo biondo si era permesso in semifinale di indurre il numero uno del mondo ad indossare per la prima volta in vita sua con regolarità un cappellino anti-sole. In semifinale infatti, sul centrale di Flinders Park, ora Rod Laver Arena, questo tizio aveva portato (non sulla prediletta terra per giunta) Lendl ad una stato di prostrazione fisica mai vista. Ivan vinse di mestiere in quattro set, ma le terribili ore in cui era stato ostaggio di quella belva, faranno sì che da quel momento non lasciasse più passare una sola assolata partita tra i canguri senza cappello. Adesso era in finale a Miami. La mattina dopo le semifinali, la trepida attesa delle finale di Key Biscayne fu freddata da una notizia impressionante e triste: Thomas Muster, non avrebbe giocato perché la sorte aveva deciso diversamente. Di ritorno dalla vittoriosa semifinale, nel parcheggio di un centro commerciale di Key Biscayne infatti, un genio ubriaco con la patente sospesa aveva pensato bene di investirlo guidando contromano, mentre Thomas stava armeggiando nel bagagliaio. Muster dirà poi di aver pensato che non sarebbe mai più stato in grado di camminare, ma di aver anche detto tra sé e sé “Grazie a Dio sono vivo”. L’autista dell’auto venne colpito ma non subì gravi danni, mentre il suo coach Leitgeb neppure urtato perché si trovava a fianco dell’auto. I danni furono ai legamenti del ginocchio sinistro, venne operato alcuni giorni dopo in Austria.

 

Per molto tempo quasi tutti dimenticarono il povero Muster. Fino a quando non fu diffusa una sua foto, non ricordiamo dove. Era seduto, ma si allenava: una gamba completamente fasciata, forse ancora ingessata, l’altra libera, le stampelle posate a terra, il braccio sinistro che colpiva un diritto quasi in allungo. Si era fatto costruire un trabiccolo incredibile per poter continuare a colpire la palla!

Nell’autunno del 1989 il quasi “silenzioso” ritorno, a Barcellona, dove perse 64 63 contro quell’altro ragazzotto austriaco, tale Skoff, un tipo iroso che ricordavo in una sua bella cavalcata fino alle semifinali a Montecarlo due anni prima. Vinse quindi il suo primo torneo fuori dalla terra ad Auckland nel gennaio del 1990. Ma soprattutto Muster sudava sui campi rossi di tutto il mondo, non disdegnando i challenger. A fine marzo, in Coppa Davis, l’Italia esaltata dalla vittoria di Cagliari contro la Svezia, siglata dalla mitica vittoria in cinque set del pazzo Canè su Mats Wilander, si presenta baldanzosa sulla terra indoor di Vienna. Ma non basta il talento di Paolino né l’inneggiare al suo turborovescio del buon Galeazzi per fermare Muster: una battaglia spaventosa vinta da Thomas in cinque set, nella bolgia del pubblico di casa. Ad aprile ecco Thomas nella finale di Montecarlo, ma il grande pubblico ancora lo snobbò gioendo per la vittoria del più elegante sovietico Chesnokov. A Roma però, per la prima volta tutti dovettero veramente fare i conti con Muster. In una delle semifinali, probabilmente la seconda, il dinoccolato ed esperto terraiolo equadoriano Andrès Gomez, semovente ma talentuoso, cercava con la potenza di far crollare un muro, ma il muro rimaneva in piedi. Era il muro che Thomas aveva eretto mattone per mattone nei mesi precedenti. Il nostro, non solo piegò Gomez nel tiebreak finale, ma il giorno dopo la fece pagare a Chesnokov a cui lasciò cinque game in tre set. Con Lendl assente ed ossessionato da Wimbledon, Edberg e Becker a disagio sulla terra, Muster pareva lanciato alla conquista di Parigi, ma forse gli dèi avevano deciso di dare un premio alla carriera al maturo Gomez. La semifinale di Parigi fu ben diversa da quella romana, e un Andrès ispiratissimo si vendicò in tre set per poi trionfare in finale rendendo amaro il battesimo del giovane Agassi nella finale di un major. Il 1990 proseguì per Muster su alti livelli, al punto che si inserì tra i magnifici otto del Masters. Certo, la rapidissima moquette di Francoforte non gli consentì di superare il Round Robin, ma il ragazzo che nella primavera del 1989 colpiva palle con una gamba immobilizzata l’anno dopo si era qualificato per le ATP Finals. Questo dato da solo fece capire una volta per tutte quale fosse la volontà di quest’uomo. Questa inarrivabile qualità l’avrebbe perennemente accompagnato negli anni successivi. Che non furono sempre facili. Perché il suo grande fisico e la sua ferrea determinazione si dovettero scontrare con periodi di appannamento e limiti tecnici ben precisi.

Se il 1990 lo vide terminare al settimo posto del ranking mondiale, la fine del 1991 lo trovò regredito al numero 35. Del 1991 s’impone un’unico flash: una finale furibonda vinta da Muster nel glorioso torneo di Firenze a giugno, una lotta al coltello con il connazionale Skoff. Ricordiamo ancora gli highlights all’interno della trasmissione ufficiale del circuito, “ATP Tour”, trasmessa da Telepiù, le grida guerriere dei due gladiatori, l’atmosfera sul campo tesa all’inverosimile. Una partita che proseguì negli spogliatoi, dove Muster avrebbe voluto rimanere solo con Horst allo scopo di dargli una bella lezioncina. La rivalità e l’antipatia tra i due fu un’altra costante leggendaria della sua carriera. Si conoscevano e giocavano negli stessi ambienti fin da piccoli. Horst non fu mai forte come Thomas, ma in numerose occasioni negli scontri diretti lo mise in difficoltà ed a volte prevalse. Il “più grande idiota nel tennis” (Ivan Lendl dixit) possedeva infatti anch’egli il suo bel caratterino, e quando in Davis giocavano sia lui che Thomas se ne vedevano di tutti i colori. Ma perfino Muster si scioglierà un giorno, parlando dell’eterno nemico. Il povero Horst se ne andò infatti prematuramente, per un arresto cardiaco, nel giugno del 2008, a quarant’anni, ad Amburgo, con Thomas che disse “è difficile capire perché una persona così giovane abbia dovuto morire. Mi ha sfidato e motivato per tanti anni”.

Il 1992 vide Muster vincere il suo primo titolo a Montecarlo ed altri due titoli sulla terra, il 1993 i titoli sulla terra furono sette, nel 1994 scesero a tre. Thomas si impose sempre più come l’operaio super specializzato del rosso, ma quando si trattava di mettere le mani sui bottini più preziosi, anche sulla terra, ci pensavano altri, cominciando da uno dei “figli” di Bollettieri, il fabbro yankee Big Jim Courier, per proseguire con l’ennesimo prodotto di livello sfornato dai spagnoli, Sergi Bruguera. Mancavano i grandi titoli, Montecarlo 1992 e Roma 1990 a parte. Muster si era assestato su un ottimo livello, era uno dei padroni della terra, alcuni titoli sul rosso erano garantiti, ma soprattutto nei grandissimi appuntamenti gli mancavano quelle caratteristiche di grandissimo campione necessarie per trionfare.

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Wimbledon: Rufus il falco, guardiano attento dei sacri prati dell’All England Club

LONDRA – Se i prati dell’All England Club sono così perfetti è anche grazie a loro: Rufus il falco e il suo addestratore Wayne

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Da Londra, la nostra inviata

L’occhio di falco, quello vero, a Wimbledon c’è eccome ed è quello di Rufus. Il rapace è bravissimo nel tenere lontani i piccioni dai campi dell’All England Club e a preservarne così la bellezza.

Una vera e propria tradizione e istituzione quella del rapace ai Championships, necessario per tenere i piccioni lontani dai campi, mantenendoli così integri e puliti.

 

Ovviamente il buon Rufus proviene da una “scuola” che lo prepara adeguatamente. Alla base delle delle sue “performance” c’è Wayne Davis, 59 anni, originario del Northamptonshire che fa l’addestratore di falchi ormai da ventidue anni.

Ora Wayne è diventato un professionista di successo nel suo campo ma, all’inizio della sua carriera, la sua scelta aveva lasciato perplesso il suo entourage, tant’è che gli era stato detto di “trovarsi un vero lavoro“.

Fortunatamente Davis non ha ascoltato chi lo voleva più “convenzionale” ed ora, grazie al falco Hamish, prima, e a Rufus, adesso, è uno dei più celebri addestratori britannici di rapaci, nonché uno dei fautori, assieme a Rufus, certo, della perfezione dei campi dei Championships.

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Gianni Clerici ed Hemingway

Ricordi e aneddoti su Gianni Clerici: dall’incontro con Hemingway, alle passeggiate tra i vialetti di Wimbledon

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Gianni era dolcissimo e fumantino allo stesso tempo. L’ho conosciuto più di dieci anni fa a una conferenza stampa della Schiavone, che aveva appena passato un turno a Wimbledon. Gianni Clerici le chiese se la leonessa (nomignolo, che forse le aveva appioppato proprio lui) fosse tornata a ruggire…E lei: “Voi giornalisti dovete smetterla di chiamarmi così”…Non l’avesse mai detto. Gianni da persona affabile divenne un leone e alla Schiavone replicò che lei non doveva permettersi di apostrofarlo come “giornalista”, perché lui era un semplice scriba e non poteva essere accomunato con nessuno. Abbandonò la conferenza stampa e non ci mise più piede quell’anno e negli anni successivi. Gianni era così: un aristocratico del tennis e della scrittura.

Gianni Clerici e quel bar sospeso tra tennis e tempo

Al Press Center di Wimbledon la mattina era tra i primi ad arrivare. Condividevo questo privilegio per la mia insonnia. Alla macchinetta del caffè il primo commento: Repubblica mi ha dato le solite 40-50 righe striminzite di spalla“…
“Gianni preferisco leggerti altrove… nei tuoi libri
E lui si illuminava e ribatteva: “ma va là…

 

Gli raccontai che un amico di mio figlio, Guido, aveva assistito a una match vicino a lui ed era rimasto folgorato dalle sue parole. Gianni si ricordò perfettamente di questo ragazzo gracilino e molto educato, compagno di una partita. Gianni era un peripatetico. Gli piaceva tantissimo passeggiare lungo i vialetti di Wimbledon, il nostro Eden, e raccontare. Un giorno incontrò Ernest Hemingway in un baretto di Pamplona. Ma dai Gianni…

“Sì, ho origliato quello che diceva a un amico. Parlava di un torero, Romero, ucciso dal torello di cui si era innamorato”. Al grande scrittore americano Gianni si presentò come ammiratore e scriba, chiedendo se Romero fosse al centro del suo nuovo romanzo. E lui rispose con la proposta di un gentlemen’s agreement: se lui non avesse utilizzato quella storia, avrebbe potuta scriverla l’interlocutore appena conosciuto.

Il pittore della carta stampata: il ricordo di Gianni Clerici di Steve Flink

Gianni qualche tempo dopo mi inviò una copia di “Quello del tennis”, appena edito. C’era la storia del torero Romero, ereditata da Hemingway. Con questo biglietto che conservo come una reliquia: “Caro Antonio, non sono in molti, oltre a noi, ad aver giocato a Wimbledon. Alla prossima edizione! Gianni”.

Era un uomo generoso. Avevo partecipato al torneo dei giornalisti accreditati a Wimbledon, vincendo una bottiglia di Champagne che la sera avevamo bevuto assieme al ristorante. Gianni nobilitò questa partecipazione con quelle righe. Lui, invece, aveva partecipato al Wimbledon vero, all’età di 23 anni, dopo aver raggiunto Londra in Topolina.

Ciao Gianni, porterò nel cuore quelle lunghe passeggiate e quelle cene offerte il giovedì ai giornalisti dal Wimbledon Club. Al termine mi chiedevi mezzo toscano, che fumavi con orgoglio, facendo il giro dei tavoli. Gianni, la Hall of Fame già dal 2006 ti ha accolto tra gli immortali del tennis. Per me resti un caro amico che condivide i vialetti di Wimbledon come se fossero quelli dell’Eden. Grazie.

Antonio De Florio

L’addio a Clerici sui giornali italiani: “Lui, Mura e Brera, i tre grandi Gianni del racconto sportivo”

Clicca qui per leggere la classifica ATP aggiornata al 20 giugno 2022!

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La vita di un giornalista di tennis che vive nell’Ucraina dilaniata dalla guerra [ESCLUSIVA]

UbiTennis è il primo media a parlare con Sergey Kontorchik, delle sue esperienze di guerra e della reazione
della comunità del tennis

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Traduzione dell’intervista di Adam Addicott, pubblicata su ubitennis.net 26/05/2022

A volte dovevo scrivere notizie mentre ero seduto in un rifugio, soprattutto durante i primi mesi. Le sirene d’allarme suonavano molto, molto spesso. Molte volte ci sono anche suoni di aerei, jet da combattimento, ambulanze o sirene di camion dei pompieri e suoni di esplosioni se un missile colpisce qualcosa o se i sistemi di difesa aerea entrano in funzione”.

Sergey Kontorchik è come qualsiasi altro giornalista di tennis nel mondo. Segue religiosamente lo sport per tenersi aggiornato sugli ultimi sviluppi. L’ucraino è il fondatore del sito web Великий теніс України o come è comunemente noto in inglese BTU. Nel 2012 ha deciso di creare una pagina Facebook per promuovere il tennis nel suo paese. Tre anni dopo è stato lanciato un sito web e l’anno scorso ha ricevuto per la prima volta più di un milione di visitatori.

 

“Sono stato ispirato dal tennis e avevo anche il desiderio di essere più vicino al mondo del tennis e forse di attirare più ucraini nello sport che amo”, racconta a UbiTennis.

All’inizio il sito web era piuttosto piccolo, perché non avevo sponsor e nessun collaboratore e pagavo tutto di tasca mia“.

Ho iniziato a comunicare di più con i nostri giocatori. Ogni volta che ce n’era la possibilità ho provato a visitare le partite della nazionale in Coppa Davis/Billie Jean King Cup e altri tornei, scattare foto e parlare con i giocatori per approfondire la storia del tennis ucraino. Dal 2015 altre due persone, entusiaste quanto me, si sono unite a BTU. Sono molto fortunato di avere questo team, perché senza di loro non sarebbe possibile portare avanti questo progetto così attivamente”.

È difficile trovare un difetto nell’impegno di Kontorcvhik mentre si occupa degli ultimi sviluppi agli Open di Francia dalla sua terra natale colpita dalla guerra. L’Ucraina è impegnata in un conflitto militare con la Russia dal 24 febbraio dopo che è stata intrapresa una cosiddetta “operazione speciale”. Dal 24 maggio l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha potuto verificare che 3.942 civili sono stati uccisi e altri 4.591 feriti. Anche se si teme che il bilancio sia significativamente più alto e il conteggio non tenga conto delle morti dei militari coinvolti.

Kontorchik vive a Dnipro, una città situata al centro della regione di Dnipropetrovsk che confina con Donetsk, una delle due aree controllate dai separatisti sostenuti da Mosca e si chiama Repubblica Popolare di Donetsk. Secondo il diritto internazionale la regione fa parte dell’Ucraina ma la Russia la riconosce come nazione indipendente. È una delle aree [di interesse russo] che ha fatto sì che la guerra iniziasse.

Mi sono svegliato alle 6 del mattino a causa dei terribili e rumorosi schianti: il nostro aeroporto è stato colpito da diversi missili. Ho controllato il mio telefono e ho visto dozzine di messaggi su Putin che ha avviato una guerra e inviato truppe russe che sono entrate nel nostro paese da più direzioni e che Kiev e il nord dell’Ucraina sono stati attaccati dalla parte della Bielorussia. È stato terrificante, ha detto Kontorchik nel momento in cui ha scoperto che la guerra era iniziata.

Dnipro è sempre stata vicina alla prima linea nel sud-est dell’Ucraina. È diventata un fulcro per gli sforzi sia umanitari che militari. Dnipro è diventata un luogo in cui i feriti arrivano dal fronte e gli sfollati vengono per sfuggire dalla guerra. Lo stesso sta accadendo ora, solo su scala molto più ampia”. Ha aggiunto.

UbiTennis è il primo media ad offrire a Kontorchik una piattaforma per parlare delle sue esperienze come giornalista di tennis che vive in una zona di guerra. A causa delle barriere linguistiche, abbiamo interagito tramite un traduttore per ottenere informazioni accurate.

In un certo senso il tennis ha creato un piccolo senso di evasione per gli scrittori di BTU e il loro proprietario. Hanno partecipato a vari eventi di raccolta fondi per aiutare a sostenere le persone colpite dalla guerra. Uno dei loro lettori con sede in Italia ha inviato loro “diversi pallet” di medicinali.

Ti permette di allontanarti per un attimo da questo orrore che gira dappertutto e che ti ruba un sacco di energie. Non è rilassante. Sì, il tennis è una distrazione e ti ricorda che la vita deve andare avanti, ma è sbagliato vederlo come “ok, ora posso godermi il mio tempo ed essere eccitato a causa del tennis, spiega Kontorchik.

Abbiamo scoperto che è davvero difficile guardare le partite di tennis in questo momento. Non riesci a mantenere la concentrazione o il tuo interesse. Ho provato a seguire alcune partite importanti e non sono riuscito a guardarle a lungo. Perdevo l’attenzione rapidamente. Prova a immaginare, sei stato così interessato a qualcosa per tutta la tua vita e la guerra te la rende quasi indifferente. Molti ucraini dicono che è difficile guardare film o leggere libri in questo momento. Come se il loro cervello avesse qualche forma di resistenza. Ma è importante fare qualcosa per non perdere completamente la testa”.

Cercare di promuovere il tennis in un paese colpito da un conflitto è un compito difficile. Secondo un recente rapporto, si dice che le forze russe abbiano distrutto in Ucraina almeno 130 strutture scolastiche e danneggiato altre 1500. Inevitabilmente questo avrà anche un impatto sull’accesso agli impianti sportivi. Quanto a BTU, hanno perso tutti i loro guadagni dalla pubblicità. Ora si affidano alle donazioni dei lettori per sopravvivere.

Affrontare una nuova realtà

Sin dall’inizio del conflitto, BTU ha sentito il bisogno di dare voce a coloro che nello sport potrebbero non essere in grado di parlare con i media internazionali. Un esempio è quello di Viacheslav Bielinskyi. Un diciottenne che lo scorso dicembre ha raggiunto la quinta posizione nella classifica [mondiale] juniores, dice che i giocatori russi hanno parlato con lui della loro opposizione alla guerra, ma hanno paura di farlo pubblicamente. Quelle conversazioni sono avvenute tra giocatori che giocavano nel circuito ITF.

“Siamo stati in contatto con i nostri tennisti dal primo giorno di guerra”, ha risposto Kontorchik quando gli è stato chiesto del suo legame con le stelle del tennis del suo paese.

In questo momento cerchiamo anche di raccogliere le loro storie sull’affrontare una nuova realtà, magari per parlare con chi non ha avuto la possibilità di comunicare con i media internazionali e vuole condividere con noi la propria storia. C’è chi vuole condividere e c’è chi vuole andare avanti e magari lasciare qualche episodio dell’orrore nel passato“.

Sembra assurdo che nel 2022 alcune di queste interviste siano state realizzate mentre i tennisti si nascondevano nei rifugi antiaerei. Coloro che sono riusciti a sfuggire al conflitto continuano a esprimere la loro posizione in campo. Elina Svitolina ha già parlato dell’impatto mentale della guerra e ha raccolto fondi per la sua patria. Dayana Yastremska ha donato il premio in denaro vinto con il titolo dell’Open di Lione. Nel frattempo, gli ex giocatori Alexandr Dolgopolov e Sergiy Stakhovsky si sono uniti alle forze armate del loro Paese.

Per quanto riguarda i giocatori russi e bielorussi, alcuni hanno espresso messaggi contro la guerra, ma nessuno si è spinto a tal punto da criticare il proprio governo. Il motivo principale è probabilmente legato alle severe leggi del loro Paese, che potenzialmente puniscono chi critica il conflitto. Per questo motivo Wimbledon ha deciso di non mettere in atto un documento che preveda una dichiarazione che i giocatori dovrebbero firmare, nella quale si condanna il proprio governo per poter prendere parte al torneo.

Tuttavia, questa argomentazione colpisce particolarmente Kontorchik, che sottolinea come la Russia abbia annesso la Crimea nel 2014, ma le leggi contro la guerra in Russia siano state pubblicate solo nel marzo 2022.

“C’è stata una reazione molto limitata da parte della famosa popolazione russa o bielorussa in generale. Anche da parte di coloro che trascorrono la maggior parte del loro tempo all’estero, anche da parte di coloro che vivono lì con le loro famiglie. Molti hanno provato a parlare solo dopo che le sanzioni hanno iniziato a impedire loro di condurre il loro solito stile di vita lussuoso, afferma.

Per i giocatori ucraini è come un doppio fallo: il primo “out” è che non si ottiene la risposta che ci si aspetterebbe dagli amici o dai colleghi; il secondo “out” è che si ha l’impressione che l’intera comunità degli appassionati di tennis, dei media e delle autorità non capisca affatto il tuo punto di vista. Se questi ragazzi rimangono in silenzio, i giocatori ucraini continuano ovviamente a chiedersi cosa possano pensare: forse sostengono Putin, forse pensano che sia tutta colpa dell’Ucraina, forse non riescono a vedere la differenza tra il bene e il male. È assurdo. È già davvero difficile continuare a giocare e cercare di costruire la propria carriera soltanto considerando questi fattori, senza parlare del fatto di non avere una casa”.

Il conflitto ha scatenato l’azione del mondo sportivo, ma anche nel tennis è un argomento che divide. L’ATP, la WTA e l’ITF hanno sospeso i giocatori russi e bielorussi dal giocare sotto la loro bandiera, oltre a escludere le loro federazioni nazionali dagli eventi a squadre. Wimbledon ha fatto un ulteriore passo avanti, vietando loro di giocare e facendo arrabbiare gli altri organi di governo dello sport. Il risultato è che il Grande Slam di quest’anno si svolgerà senza l’assegnazione di punti di classifica per la prima volta da quando il sistema di classifica è stato introdotto quasi 50 anni fa.

Questo divieto è stato un segno inaspettato, ma importante, di sostegno all’Ucraina, anche se alcuni continuano a ricordarci che lo hanno fatto solo per l’immagine pubblica“, ha commentato Kontorchik. “Tuttavia è stato anche un messaggio per gli altri grandi tornei. Wimbledon è il più grande evento tennistico della storia, le persone al di fuori del tennis lo conoscono e lo seguono. Il tennis, come qualsiasi altro sport, è un importante strumento di propaganda per i russi, che stanno sfruttando al massimo il loro successo sportivo”.

“Se guardiamo la questione dal punto di vista della dirigenza del tennis, sembra incomprensibile che stiano seriamente spingendo per togliere i punti a tutti. Con il pretesto di proteggere i diritti di tutti i tennisti, in sostanza tutti saranno puniti, e nessuno avrà l’opportunità di guadagnare punti a Wimbledon. Questa sarebbe la cosiddetta tutela dei diritti?”.

Date le ripercussioni legate a Wimbledon, è probabile che gli altri tornei non seguano lo stesso precedente, a meno che non siano costretti a farlo.

Il tutto fa sorgere la domanda: cos’altro si potrebbe fare? Kontorchik rende omaggio a coloro che hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla crisi, tra cui la numero 1 del mondo Iga Swiatek, che ha parlato più volte della guerra. Andy Murray e Roger Federer sono tra i giocatori che hanno fatto donazioni per gli sforzi umanitari. La Federazione svizzera di tennis ha ospitato giocatori ucraini. Infine, l’ex campionessa degli Open di Francia Francesca Schiavone ha organizzato un evento di beneficenza a favore della fondazione di Svitolina.

D’altro canto, c’è anche un certo grado di delusione. Quando è emerso il timore che Peng Shuai potesse essere sottoposta a censura da parte delle autorità cinesi, la WTA ha reagito in modo rapido e deciso sospendendo tutti i suoi eventi in Cina, causando perdite di milioni di dollari.

Le azioni del mondo del tennis, dei top player, del management, sono state estremamente deludenti in generale. Molti ucraini hanno lasciato commenti, stanno perdendo o hanno già perso il desiderio di seguire questo sport se questa ne è la reazione sincera”, ritiene Kontorchik.

“La guerra in Ucraina è uno slogan “No war” o “Stand for peace” (usato nello sport) – ma siamo onesti – come può qualcuno, qualsiasi persona sana di mente, essere a favore della guerra e contro la pace in generale?”.

Il racconto di Kontorcvhik su cosa significhi vivere in Ucraina in questo periodo rimette davvero tutto in prospettiva. Come milioni di suoi compatrioti, è inevitabilmente colpito dalla guerra. Eppure, continua a dedicare il suo tempo al tennis. Anche se nessuno sa per quanto tempo, visto che si trova in un Paese dal futuro incerto.

“Siamo chiari: il futuro del tennis in Ucraina è molto, molto incerto. A nessuno interesserà il tennis, quando la gente in Ucraina non avrà dove vivere e cosa mangiare. Le Nazioni Unite dicono che una guerra prolungata porterà 9 ucraini su 10 a vivere in condizioni di povertà o quasi. Il 50% delle aziende ha già chiuso, l’altro 50% sta lottando in questo momento. Il nostro nuovo e moderno centro di tennis è stato distrutto, i campi non sono in buone condizioni tali da permettere i giocatori di allenarsi. È solo la punta dell’iceberg”, conclude.

Traduzione di Alice Nagni e Massimo Volpati

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