Federer, la favola riprende "Voglio ancora uno Slam" (Semeraro), Federer sei mesi dopo «Che bello tornare e allacciarmi le scarpe» (Crivelli), L'ultima magia di Federer: il re torna e vince dopo sei mesi (Clerici), Federer è tornato: a Perth tutti pazzi per King Roger (Mancuso)

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Federer, la favola riprende “Voglio ancora uno Slam” (Semeraro), Federer sei mesi dopo «Che bello tornare e allacciarmi le scarpe» (Crivelli), L’ultima magia di Federer: il re torna e vince dopo sei mesi (Clerici), Federer è tornato: a Perth tutti pazzi per King Roger (Mancuso)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

Federer, la favola riprende “Voglio ancora uno Slam”

 

 

Stefano Semeraro, la Stampa del 3.01.2017

 

Dopo sei mesi Roger Federer è tornato a giocare un match (semi)ufficiale alla Hopman Cup di Perth, l’esibizione per squadre nazionali che ormai da anni apre la stagione, e tutti hanno tirato un sospirone. Okay, eccolo, c’è. La favola può continuare. Un 6-3 6-4 a Daniel Evans, l’inglese che pare appena uscito dal pub con la birra in mano ma gioca un tennis champagne, e la paura di vedersi evaporare davanti il Genio è passata. Almeno per oggi, almeno per un po’. Primo punto, primo ace, e poi la borsa dei trucchi che si apre: passantini da brivido, slice in punta di corda, smash puntuali, precisi come l’incantevole meccanismo svizzero che SuperRog sa essere nelle giornate buone. I suoi palleggi in diretta via internet da Dubai avevano raccolto quasi un milione di sguardi preoccupati e allupati, i suoi primi allenamenti a Perth hanno richiamato seimila persone. Quando ieri è sbucato dal tunnel il popolo dei senza Federer è tornato a godere. Adrenalina, il cuore che II numero 1 non mi riguarda più, sarà una lotta tra Djokovic e Murray, alla fine credo che la spunterà Novak ingrana la quinta, le farfalle che volano nello stomaco. Anche se ti chiami Federer a certe emozioni non si fa il callo. «Il tempo che ho trascorso lontano dai tornei l’ho speso bene, con la mia famiglia, i miei amici, i miei genitori – ha detto -. Però la sensazione di uscire dal corridoio e ritrovarmi sul Centrale di un torneo mi mancava. Per essere pronto ho lavorato parecchio. vero che sono in circolazione da qualche anno, ma vi confesso che mi piacerebbe giocare ancora un po’». Figurati a noi, caro. Alla Hopman Cup, Federer aveva giocato a inizio Millennio, quando la sua leggenda era appena un progetto. Nel 2001 la vinse con a fianco Martina Hingis, l’anno seguente la giocò in coppia con Mirka, la signorina Vavrinec che un anno dopo sarebbe diventata la signora Federer. Stavolta difenderà la Svizzera insieme con Belinda Bencic, anni 19, che potrebbe essere (quasi) sua figlia e al ballo di Capodanno si è distrutta di selfie con il fenomeno. Tutti lo vogliono Quindici anni dopo, con tutto il rispetto per gli altri tre del poker delle meraviglie – Nadal, Djokovic, Murray – è sempre lui il D’Artagnan che tutti vogliono vedere. Lo scivolone a La concorrenza aumenta ogni giorno però credo che mi resti qualche chance di fare dei danni in giro Roger Federer Ex n. 1 del ranking Atp oggi sceso al 16 posto !9 Wimbledon – nella semifinale persa a luglio contro Raonic, con il ginocchio già operato a febbraio che si era piegato come una radice fragile – lo aveva convinto a fermarsi per il resto della stagione. Bye bye a Rio e al sogno dell’oro olimpico in singolare che gli sfugge da sempre, bye bye agli Us Open e al Masters di Londra. Trascinarsi sul campo però non era cosa, serviva un ultimo orizzonte da guardare senza binocolo e con l’ancora a bordo. Il viaggio ricomincia da qui. Nel ranking è sdrucciolato fuori dai primi 10, oggi è addirittura 16enne, ma da re emerito delle classifiche Roger sa benissimo che il Numero 1 è questione che non lo riguarda più. «Sarà una volata fra Djokovic e Murray – dice con il distacco del patriarca – e alla fine credo che Novak la spunterà, anche se per lui i primi sei mesi saranno difficili». Il suo obiettivo è un altro. L’ultimo grande fuoco, da bruciare in una settimana, anzi, meglio in due, la distanza dei grandi tornei. «Se vincerò ancora uno Slam? La concorrenza è tanta, ma mi do una chance di riuscirci. SI, posso fare ancora dei danni». Magari sull’erba di Wimbledon. Poi ci sarà tutto il tempo per raccontarsi quanto ci mancherà, la favola di nome Roger Federer.

 

Federer sei mesi dopo «Che bello tornare e allacciarmi le scarpe»

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 3.01.2017

 

C’ è solo una religione sportiva che raccoglie 13.500 adepti adoranti per un’esibizione, coinvolgendoli in un boato da brividi quando il messia torna a predicare tennis dopo sei mesi lontano dal mondo a curare le piaghe di un corpo ferito ma certo non ancora arrendevole e tutt’altro che disposto a inchinarsi ai graffi del tempo. Quella religione ha un nome e un cognome, Roger Federer, e l’apparizione di Perth, alla Hopman Cup, è un sospiro di ammirazione e sollievo che percorre tutte le tribune e vola, vola allargandosi per tutto il pianeta, aprendo i cuori di milioni di tifosi, ad ogni latitudine. II re è tornato, evviva il re. AMORE Quanto fosse mancato, il Divino, lo hanno certificato i numeri pazzeschi di quando, per la prima volta, la settimana scorsa, ha messo il naso fuori dalle sue residenze, dove ha ritemprato fisico e In campo è stato il «solito semidio» come lo ha definito il francese Pouille mente in questi 178 giorni che sono sembrati un’eternità. Dapprima, una sessione di allenamento a Dubai, casa invernale, sponsorizzata dalla Wilson, ha fatto 500.000 contatti in rete in pochissimi minuti, poi la prima uscita ufficiosa, appunto a Perth, per testare il campo di gioco, ha richiamato all’arena 8000 tifosi. Perché si potrà discutere all’infinito se Roger è davvero il più grande di tutti i tempi, ma su chi è stato, è e sarà il più amato di sempre, il giochino non comincia neppure. E lui, sornione di immenso talento, lo sa: «La standing ovation che mi hanno tributato è stata davvero emozionante, adesso sono qui per divertirmi ancora e guardare con fiducia a questa settimana e alle prossime». E luce fu. Poco importa che la partita con l’inglese Daniel Evans, battuto a Wimbledon 2016 nell’unico precedente, tenga fede al valore della Hopman Cup, gara a squadre senza il pathos e l’adrenalina delle infuocate sfide ufficiali e dunque ideale messa a punto per chi, a 35 anni suonati, sta chiedendo nuove risposte al proprio fisico. Fed non cede mai il servizio, delizia la platea con un paio di magie dando ragione al francese Pouille, che allenandosi con lui a Dubai lo aveva definito «il solito semidio». Certo, arriveranno test più probanti, dallo Zverev di domani al Gasquet di venerdì. Quel che conta è aver ritrovato il sapore della partita con punteggio e avversario: «Non nego che stare molto in famiglia è anche appagante — dirà Roger — ma il tennis mi mancava: non posso essere più felice di così, sono tornato a giocare in un bellissimo Campo Centrale, ho bendato di nuovo le caviglie, mi sono allacciato le scarpe e finalmente sono uscito dallo spogliatoio, tra l’altro per ricevere un’accoglienza del genere». Nessuno deve aver pensato che oggi sia sceso al numero 16 del mondo, e quindi a rischio già di un ottavo tremendo agli Australian Open, nella caccia al 18 trionfo nello Slam. Lui non si sottrae, nonostante l’ultima festa risalga a Wimbledon 2012: «Sarebbe carino vincerne un altro e perché no 2, 3 o 4. Comunque, sono andato oltre quanto potessi immaginare. Ero un ragazzino normale che stava in Svizzera, i miei genitori non credevano che potessi diventare un calciatore o un tennista professionista, nè un pozzo di scienza. Quando avevo 10 anni, dicevo ai miei amici: “Game set and match, Federer vince Wimbledon e si mette in ginocchio come fa Becker”. È stata ed è una carriera incredibile, a volte mi do i pizzicotti per realizzare ciò che ho fatto». L’INCIDENTE Se non glielo ricordasse la dura legge degli anni che passano, il Divino giocherebbe all’infinito, anche se ha rischiato di fermarsi per sempre con l’incidente più banale, il famoso bagno alle figlie 178 • I giorni di assenza dai campi di Federer, la cui ultima partita risaliva all’11 luglio, la sconfitta con Raonic in semifinale a Wimbledon di un anno fa: «E successo il giorno dopo la partita contro Djokovic agli Australian Open. Era finita tardi e quindi mi sono svegliato tardi, al mattino. Arrivano le mie figlie e dicono: “Papà, facciamo il bagnetto!”. Io sono per la doccia, così non ci stanchiamo, ma loro insistono e allora preparo la vasca. È lì che mi sono fatto male. Sento un dolore, poi di pomeriggio andiamo allo zoo e cammino come un vecchietto. Non era quella la maniera in cui avrei voluto dire addio al tennis». Alzati e cammina, Roger.

 

L’ultima magia di Federer: il re torna e vince dopo sei mesi

 

Gianni Clerici, la Repubblica del 3.01.2017

 

Tanta voglia di Roger tennis in festa a Perth per il ritorno di Federer Lo svizzero in campo per la Hopman Cup dopo sei mesi di assenza: batte Evans, australiani in delirio Aveva chiuso la stagione con la rottura del menisco a Wimbledon. “Sogno un altro Grande Slam piacerebbe poterlo rivivere» ha detto Roger Federer, confermando così che la sua resurrezione è felicemente in corso. Aveva appena inondato di colpi illuminati il suo avversario della Hopman Cup, a Perth, il britannico Dan Evans, (numero 66 della classifica Atp ) e da questo i suoi fedeli in hanno desunto che fosse rinato, ritornato il Federer divino, quello che fino a sei mesi fa aveva suscitato sentimenti di amore, ma cosa dico, di fede, insoliti nel tennis. Un po’ confuso dalla distanza televisiva che non mi toglieva un piccolo dubbio, tipico di un infedele, ho allora chiamato al telefono il dottor Alfio Caronti, il grande esperto che ha quasi risanato il Number One che vedrà dopo Federer e Djokovic, Milos Rao- DAL 16 SI 61OCA A MELBOURNE II primo Slam della stagione si gioca a Melbournedal 16 gennaio nic. «Hai visto, Alfio ?» gli ho chiesto. «Si, certo, sembrava quello di una volta». «Vuoi dire che non lo era?». «No, non voglio dir questo». «Ma allora?». «Speriamo non ne vada in giro qualche pezzettino». «Di Federer?». «Di quel che resta del suo menisco. Aveva finito di danneggiare il menisco del ginocchio cadendo a Wimbledon, nella semifinale contro il mio Raonic. Per un catecumeno come te, ricordo che il menisco è la cartilagine di congiunzione tra il femore e la tibia. C’è soltanto da sperare, per i fedeli, e non solo, che niente di nuovo venga a turbare le sinfonie di Federer.» Il Divino, dopo la partita, non si è solo lasciato scappare la frase che ho citato, ma ha aggiunto di sperare in un diletto non inferiore nel futuro match contro la Germania del bambino Zverev, e magari anche nel successivo contro la Francia di Richard Gasquet. Ricordo infatti al lettore che la Coppa intitolata a Hopman, capitano di Davis australiano negli Anni Cinquanta, il primo che applicò al tennis i principi dell’atletica leggera, consiste in due incontri, singolare donna e uomo, e in un misto futuribile, giocato al meglio di quattro games, come avverrà nel tennis in cui la Televisione prevalga sulla Tradizione. Nell’eliminazione della cosiddetta Gran Bretagna, la Svizzera è stata aiutata da Belinda Bencic, che ha battuto la Watson. Gli scettici fanno notare che si tratta di una vicenda a metà tra l’esibizione e l’allenamento, e che il Divo Federer non ha più vinto uno Slam da Wimbledon 2012 e, in Australia, da Melbourne 2010. Ribattono i fedeli che Big Bill Tilden ( nato nel 1893 ) rivinse Wimbledon nel 1930, e dunque lo Scriba non può augurarsi altro che di vedere il miracolo ripetersi. Com’è noto, Federer va oltre la Ragione.

 

Federer è tornato: a Perth tutti pazzi per King Roger

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 3.01.2017

 

Bentornato Federer. A sei mesi dall’ultima apparizione il 35enne fuoriclasse di Basilea è rientrato nella Hopman Cup, torneo misto per nazioni, battendo il britannico Daniel Evans per 6-3 6-4. Tranquillo e concentrato, non ha mai ceduto il turno di battuta, per poi concedere il bis in doppio al fianco della connazionale Belinda Bencic con la Svizzera che ha prevalso per 3-0 sulla Gran Bretagna. Scelta azzeccata. Paul Kilderry, direttore della Hopman Cup, ha centrato il bersaglio: l’esibizione è giunta alla 29esima edizione e mai prima di oggi aveva attirato tanta attenzione da parte di media e appassionati. Tutto ciò grazie a Federer: dopo il bagno di folla dei 6.000 fan al suo primo allenamento australiano di qualche giorno fa, ecco l’ovazione dei 13.500 spettatori al suo ingresso nell’avveniristica Perth Arena. Numeri che la dicono lunga su cosa rappresenti Federer, su quanto sia mancato negli ultimi mesi. ALTRI TRE ANNI Il campione svizzero ha detto di voler continuare per altri 2-3 anni ed è una bellissima notizia perché il tennis ha ancora bisogno di lui, del suo talento unico che va ben oltre i 17 titoli Slam in bacheca. I prossimi test contro la Germania di Zverev e la Francia di Gasquet saranno più probanti, ma l’infortunio al ginocchio sinistro è un ricordo. «Ringrazio il pubblico per il calore con cui sono stato accolto – ha detto – tornare in campo, riallacciarmi le scarpe prima di una partita, sono sensazioni che mi mancavano. Non sento più dolore al ginocchio e vincere qui è un bel modo per iniziare il 2017. Conquistare ancora uno Slam? Ne vorrei altri 2, 3 o 4… Ma ci sono molti grandi avversari e tanti giovani che stanno crescendo. Farò del mio meglio». IL PRECEDENTE SAMPRAS La classifica piange (per la prima volta dopo 14 anni è scivolato fuori dai top ten), ma c’è un precedente che incoraggia Federer, sceso al n.16 Atp e con il rischio di calare ancora se dovesse perdere presto agli Australian Open, dove rischia di trovare Murray o Djokovic già negli ottavi. Tuttavia nel 2002 ci fu l’impresa di Pete Sampras, che al suo ultimo torneo ha trionfato agli US Open da n.17 del mondo. Lo statunitense era reduce da 26 mesi senza successi, ma quando c’è di mezzo un grande campione non sai mai quello di cui sono capaci. Con loro le regole non valgono.

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Ne resterà uno solo (Cocchi). Sinner, sfide russe. Musetti, provaci (Giammò)

La rassegna stampa di venerdì 20 maggio 2022

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Ne resterà uno solo (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Stavolta hanno voglia di vedersi prima. Lo ha deciso il sorteggio, lo ha deciso anche la classifica con il maiorchino sceso al numero 5. Nadal e Djokovic atto 59, se mai dovesse esserci, potrebbe essere ai quarti di finale del Roland Garros. E dire che loro ci hanno abituati a sfide per il titolo, alla semifinale, come accadde l’anno scorso. Soltanto in due occasioni avevano incrociato le racchette ai quarti di finale, nel 2006, con la vittoria di Nadal per il ritiro di Nole, e nel 2015. Segno dei tempi, segno anche dell’età che avanza soprattutto per un Nadal sofferente, costretto a uscire di scena a Roma nel duello mancino con Shapovalov, ma soprattutto per il tiro mancino della sorte che ha voluto di nuovo accanirsi contro Rafa. Il piede, quello che soffre della sindrome di Mueller Weiss, il sinistro operato l’estate scorsa, è tornato a farsi sentire forte: «Non sono infortunato – ha detto il campione di 21 Slam -, io vivo con un infortunio». Il richiamo di Parigi, però, era troppo forte e Nadal è tornato in campo per preparare lo Slam che per 13 volte ha visto scrivere il suo nome sull’albo doro. Per entrambi, l’appuntamento di Parigi ha un sapore speciale. Per lo spagnolo un (probabilmente) ultimo tentativo di sollevare il trofeo più amato, per il serbo la prima grande rivalsa. Per Rafa anche il bisogno di allontanare ancora un po’ il sorpasso di Carlos Alcaraz, il 19enne che ha battuto entrambi a Madrid e potrebbe aspettare uno di loro in semifinale: «Basta paragoni – la supplica di Nadal – lo dico per lui…». Una stagione partita malissimo per Djoko, con le polemiche per l’opposizione al vaccino e l’espulsione dal primo Slam della stagione, a Melbourne, dove puntava alla decima vittoria e a ripartire nella corsa per il Grande Slam. E invece, paradossalmente, in questa storia di destini incrociati, a Melbourne ha vinto Rafa, diventando così il più vincente in ambito Slam nella storia del tennis e lasciando Nole a quota 20. Rivalità e affetto, perché se per 20 anni sei abituato a fare la stessa vita di lavoro, abnegazione e sacrifici, è difficile non provare stima, quasi affetto, per quello dall’altra parte della rete. Su 58 incroci a tutte le latitudini e su tutte le superfici, il numero 1 al mondo ha esultato 30 volte contro le 28 di Rafa. Una contabilità record, che anche Djokovic ha voluto nobilitare con parole di affetto a Roma. Appena festeggiato il successo contro Stefanos Tsitsipas al Foro Italico, Nole ha mandato un messaggio allo spagnolo: «Se voglio vincere uno Slam più di lui? C’è sempre competizione tra noi. Nadal è il più grande avversario che ho avuto nella mia carriera; finché gioca lui, gioco io… Sono cresciuto come giocatore perché l’ho affrontato tante volte a questo livello, mi ha sempre dato una spinta in più. Mi auguro che lo faremo ancora in altre occasioni». Dubbi Se lo augurano anche tutti gli amanti del tennis che sperano di vedere a Parigi l’ennesimo duello. Molto dipenderà dalle condizioni di Rafa, arrivato al Roland Garros mercoledì e subito sceso in campo a lavorare sotto lo sguardo di Carlos Moya. Ieri Nadal ha fatto allenamento con Jannik Sinner ed è sembrato muoversi senza troppa fatica: «Il piede ha vissuto momenti migliori, ma anche peggiori – ha detto l’ex numero 1 al mondo ora al fianco del mancino -. Si sta allenando bene e le sensazioni in generale sono buone».

Sinner, sfide russe. Musetti, provaci (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

L’Italia avrà una finalista nel WTA 250 di Rabat. A contendersi il posto saranno Martina Trevisan e Lucia Bronzetti, opposte domani in semifinale dopo aver battuto rispettivamente nei quarti l’olandese Rus (7-6(4), 6-3) e la spagnola Parrizas-Diaz (6-1, 3-6, 7-6(5)). Nell’altra semifinale si affronteranno invece l’ungherese Bondar e l’americana Liu. A Parigi è stato invece sorteggiato il tabellone principale del Roland Garros. L’ultimo italiano ad unirsi al gruppo dei già presenti è stato Giulio Zeppieri che ieri nell’ultimo turno delle qualificazioni ha battuto in due set il francese Cuerin e che ora dovrà aspettare la fine delle qualificazioni per scoprire il suo avversario. Nel tabellone maschile, oltre a Zeppieri e in attesa di capire se alla legione azzurra dovesse unirti anche un lucky loser, il sorteggio più ostico è toccato in sorte a Lorenzo Musetti che al primo turno affronterà il greco Stefanos Tsitsipas (n. 4), finalista a Roma. Sinner invece, testa di serie n.11 del seeding, inizierà la sua campagna parigina contro un qualificato. Sinner e stato sorteggiato nella parte bassa del tabellone, quella della testa di serie n.2 Daniil Medvedev tornato in campo dopo la recente operazione di ernia e subito sconfitto all’esordio nell’ATP250 di Ginevra. In caso di vittoria per l’attuale n.12 del mondo potrebbe aprirsi un cammino decisamente alla sua portata che solo al quarto turno lo vedrebbe opposto al russo Rublev. Decisamente più competitiva la parte alta del draw dove, oltre alla testa di serie n.1, Novak Djokovic, sono presenti anche Rafa Nadal e Carlos Alcaraz. Marco Cecchinato farà il suo esordio contro l’esperto spagnolo Pablo Andujar. Fabio Fognini invece se la vedrà contro l’australiano Popyrin.

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Flash

La sesta vittoria a Roma di Novak Djokovic (Crivelli, Calabresi, Semeraro)

Il sesto titolo a Roma di Novak Djokovic

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Nole 6 il re di Roma. Domina Tsitsipas e vola a Parigi « Grazie Roma » (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Da Roma verso il mondo. L’impero mostrava le prime crepe dopo un inverno terribile e surreale. Marcato da una delle più incredibili vicissitudini mai capitate a una leggenda dello sport. A Capodanno, Novak Djokovic ha visto arrivare il 2022 dalla cella di un centro di detenzione per immigrati irregolari di Melbourne, privato del visto dalle autorità australiane per le note posizioni no vax; trascorsi cinque mesi, alza per la sesta volta in carriera la Coppa degli Internazionali, rimettendosi al centro della terra. Il condottiero, il conquistatore delle 1001 vittorie, si riprende la scena nel modo che da sempre gli è più abituale, cioè dominando il rivale di giornata Tsitsipas in una finale per larghi tratti senza storia. Senza età In tutta la settimana, Nole non ha concesso neppure un set agli avversari (una primizia per lui, a Roma), ha mostrato una condizione atletica sfavillante e si è lasciato definitivamente alle spalle le scorie mentali della sosta forzata. 

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«Dentro mi sento giovane, fresco, credo di avere ancora tanto tennis davanti a me». Del resto, dopo un primo set in cui il conto dei punti è 27-10 per lui, in campo quello fuori posto sembra l’Apollo greco che ha 11 annidi meno, fallosissimo e poco incisivo al servizio anche per il solito, fenomenale rendimento alla risposta del Djoker, che in aggiunta non sbaglia mai una scelta da fondo. Titsi non aveva mai subito un 6-0 in un match Atp, e neppure l’incitamento del pubblico, che vorrebbe naturalmente una partita, lo scalda. Così, ci ripensa Djokovic a riportarlo in corsa con un game di servizio orribile per il break dell’ateniese del 3-1 e un improvviso calo di tensione che potrebbe costargli addirittura il 5-1 e probabilmente il set, ma quando sul 5-3 il numero 5 del mondo si presenta alla battuta per allungare la contesa, regala due gratuiti e il controbreak. A quel punto, tomato di prepotenza nel duello, Novak azzanna di nuovo il match, giocando con più accuratezza il tie break dell’apoteosi. Non vinceva un torneo da Bercy a novembre, 189 giorni di sofferenza: 

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È il 38° Masters 1000 della carriera, ma soprattutto il trionfo della ritrovata consapevolezza: «Dopo quello che mi è accaduto, avevo bisogno di un grande successo come questo, grazie a Roma e all’Italia perché qui ho sempre vissuto emozioni positive quando mi sentivo giù. Ho sempre cercato di prendere il lato positivo da ciò che mi è successo, qui non potevo chiedere una settimana migliore, non ho perso neppure un set e in finale ho giocato un primo set perfetto. Anche la condizione atletica è migliorata dopo Madrid, ora sono consapevole delle mie chance per il Roland Garros, anche se un torneo di due settimane richiede un approccio particolare e tanta cura nei dettagli». 

Djokovic rompe il digiuno e torna re di Roma: “Questo posto mi dà forza” (Marco Calabresi, Corriere della Sera)

Non ha giocato in Australia e nemmeno negli Stati Uniti, ma quando Novak Djokovic lo fa, e lo fa in questo modo, non si tiene. Lo ha fatto capire ieri, ancora una volta, e serviva farlo anche perché lo sfortunato avversario di turno era lanciatissimo e, mai come quest’anno, sentiva che fosse arrivato fl suo momento. Niente di più sbagliato. A una settimana dal Roland Garros, la sentenza l’ha data direttamente Nole: «Fisicamente mi sento perfetto». Via i problemi di metabolismo che lo avevano intimorito, via anche le incertezze che per il lungo periodo di inattività dovuto alla sua decisione di non vaccinarsi dalla quale non si è mai spostato e che gli ha fatto prendere porte in faccia sia a Melbourne che nei due Masters 1.000 sul cemento americano. 

(…)

Il primo set, però, è stato una non finale. Perché Djokovic è sceso in campo con la fame del cannibale, ma anche perché Stefanos Tsitsipas in campo non è sceso proprio. Papà Apostolos, che ogni tanto si alzava in piedi, non sapeva più che dire, e a Stefanos non sono servite neanche due racchettate alla borsa dopo aver subito il secondo break di fila. Anzi, se possibile è andata addirittura peggio. Dopo il cappotto, però, la partita è finalmente iniziata, con il pubblico di Roma che ha preso le parti del greco proprio per evitare di tornarsene subito a casa. Quel «TsiTsi-Pas» urláto da diecimila persone ha avuto l’incredibile effetto di innervosire Djokovic, che ha commesso qualche errorino ed è sembrato vulnerabile come era successo soprattutto venerdì sera contro Auger-Aliassime, ma dopo la partita numero i.000 (senza mangiare la torta che gli avevano dedicato, ma dando solo una ditata alla base di panna) ha vinto anche la 1000, Chissà se ci sarà un altro Djokovic: intanto ci godiamo questo, un personaggio estremamente controverso e che ha attirato tante antipatie per quello che è successo nei primi mesi di questo 2022, ma che in campo dà l’impressione di essere inscalfibile e per gli avversari resta un modello da seguire. 

Il ritorno del re (Stefano Semeraro, La Stampa)

A Roma è tornato il re, a Belgrado ha vinto anche l’erede. «Mentre io e Tsitsipas entravamo in campo qui mio figlio Stefan giocava il suo primo torneo. Questa coppa è per lui. Io il mio primo torneo l’ho vinto a otto anni e mezzo, lui ci è riuscito a sette. Ma del resto le nuove generazioni sono sempre migliori delle vecchie, no?». Per ora, fra i grandi, la questione è incerta. Se Alcaraz ha spaccato negli ultimi due mesi, e Nadal proprio a Roma ha raccontato del suo calvario al piede, Djokovic sembra tornato quello dei bei tempi. Rapido, elastico, di ottimo umore, non ha perso un set in tutta la settimana e in finale ha liquidato anche il numero 5 del mondo, che ha sì steccato il primo set- letteralmente anche causa il centrale diviso fra sole e ombra -, ma gli ha dato filo da torcere nel secondo (6-0 7-6). «Quello che è successo in Australia mi ha reso più forte, o almeno spero, ma ormai è dietro alle spalle. A Monte-Carlo ero arrugginito, fra Belgrado e Madrid sono tornato in forma fisicamente, qui tutto ha fatto clic. Per come ho giocato nelle ultime settimane mi considero fra i favoriti per il Roland Garros, anche con Alcaraz a Madrid avevo perso per un punto, di sicuro parto con ambizioni molto alte». 

(…)

Con Roma, dove ha vinto sei volte su dodici finali, ha un rapporto particolare: «Il primo match lo persi con Fognini in qualificazione, nel 2006, sul campo numero 2. Sono cresciuto con Fogna, e Roma è sempre stata la mia seconda casa, forse perché parlo l’italiano. Qui di soli *** to trovo la mia forma migliore sulla terra battuta». Gli dicono che il Milan è 2-0 con l’Atalanta, e il volto si illumina: «Evvai, speriamo nello scudetto. Tifare per il Milan mi emoziona sempre, come per la Stella Rossa, mio padre iniziò ai tempi di Savicevic. Ibra? Un modello, anche per la longevità, con lui parlo in serbo perché la sua famiglia viene dalla mia stessa regione». Quello di ieri è l’87° titolo da pro, il 38esimo in un Masters 1000, che gli assicura anche il primo posto per la 371esima settimana. È diventato anche il campione anziano del Foro, battendo Nadal di dieci giorni: «Rafa è il mio più grande avversario, mi ha fatto crescere. Finché giocherà lui giocherò io, penso sia un bene per il tennis».

(…).

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Finale Djokovic-Tsitsipas (Crivelli, Grilli, Azzolini). Martello Swiatek e la maga Jabeur, al Foro la finale più bella (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 15 maggio 2022

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La voce del padrone (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Dopo aver guardato l’abisso, il Superuomo riscopre la luce. Djokovic è tornato: la clamorosa prigionia australiana a cavallo dell’anno, le posizioni contro il vaccino che per troppe settimane gli hanno impedito di giocare a tennis, la misteriosa malattia di Montecarlo proprio nel momento in cui la stagione stava convertendosi alla normalità, sono ormai alle spalle. Madrid aveva mandato i primi segnali con la sconfitta lottatissima in semifinale contro Alcaraz, Roma certifica la conferma: il vero Nole è di nuovo tra noi. Con gli occhi spiritati che inceneriscono le ambizioni di Ruud, il norvegese di ghiaccio, terraiolo evoluto stavolta senza armi contro la pressione costante del numero uno. Si parte ed è subito 4-0 per il Djoker, una mazzata che già indirizza il match in via definitiva: troppo concentrato il numero uno del mondo, troppi profondi i suoi dritti pesanti negli angoli per la ragnatela del povero Casper. Che lotta, suda, corre, ma si arrende in un’ora e 42 minuti senza mai costruirsi l’opportunità di stare dentro il match, se non in un paio di game a inizio secondo set. Per Djokovic è la 12^ finale (5 vittorie) e quarta consecutiva al Foro, nonché la seconda della stagione dopo Belgrado, ma con una valenza ben più consistente: «Sono molto contento, la partenza è stata favolosa, contro un avversario così forte sapevo che dovevo alzare il mio livello. Anche fisicamente mi sono sentito molto bene, infatti gli ultimi quattro game li ho giocati alla grande come i primi». Il corollario della notte che restituisce il Novak feroce è poi la celebrazione (con torta annessa) della vittoria numero 1000 in carriera, quinto a raggiungere il traguardo dopo Connors, Federer, Lendl e Nadal: «Una pietra miliare per la mia carriera, significa che ho realizzato qualcosa di importante. Negli ultimi anni avevo visto festeggiare Roger e Rafa, aspettavo con ansia che arrivasse anche il mio momento. MI piace che sia successo a Roma, qui l’atmosfera è magica, mi sento amato come in Serbia. Sono davvero, davvero fortunato e privilegiato ad aver ottenuto così tante vittorie nel Tour. È passato molto tempo da quando ho ottenuto il mio primo successo Atp, spero di poter andare avanti e conquistarne altre mille». Cominciando da oggi pomeriggio alle 16, quando si troverà davanti Apollo Tsistipas. Il greco ritrovava Zverev per la terza volta consecutiva in semifinale dopo il successo a Montecarlo e la sconfitta a Madrid, e si aggiudica questa sorta di «bella» romana ritrovando il servizio dal secondo set dopo un primo parziale in cui il tedesco è più propositivo e aggressivo. Ma con la battuta che torna a funzionare, Tsitsi può prendere il controllo dello scambio fin dal primo colpo a rimbalzo, per tenere al centro del campo Sascha e poi pizzicarlo con i lungolinea. Sulla terra, Stefanos è decisamente uno degli interpreti più completi, perché la palla più lenta gli permette di preparare meglio il suo letale top spin: «È stata una battaglia di servizi, una lotta per riuscire a prendere il controllo già con il primo colpo e metterci davvero molta pressione, cosa che penso di aver fatto davvero bene nel terzo set Sono rimasto ben dentro gli scambi, non ho regalato nulla e a un certo punto ho visto pure che lui era un po’ impaziente». Tsistipas con il Djoker è sotto 6-2 nei precedenti e non lo ha mai sconfitto silla terra, però un anno fa al Roland Garros era sopra due set a zero in finale e anche l’anno prima, in semifinale, l’aveva portato al quinto: «Ci sono molte lezioni che impari da tutte le partite contro giocatori così forti. Il margine è molto piccolo quando giochi contro di loro e devi riuscire a riempirlo. Ho rivisto quelle partite, le ho analizzate. Al Roland Garros sono stato piuttosto testardo, non volevo cambiare qualcosa che funzionava, forse è íl momento di fare qualcosa di diverso». Per regalare a Roma una finale indimenticabile.

Tsitsipas, che finale contro Nole (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

 

Il Djoker sta tornando. Il campionissimo dei venti Slam, il protagonista del 2021- tre vittorie e una finale nei quattro grandi tornei dell’anno – sembra ormai pronto a riaffacciarsi tra i grandissimi nel momento più caldo della stagione, a pochi giorni dal Roland Garras, e con i prati di Wimbledon già visibili sullo sfondo. A certificare simbolicamente il suo ritrovato stato di forma ieri è arrivata anche la vittoria numero 1000 della carriera ottenuta ieri sera contro lo spigoloso Ruud. Tra il serbo e il sesto trionfo al Foro Italico resta ora l’ostacolo più diffidle di questo spicchio di stagione, quello Tsitsipas già vincitore a Monte Carlo e protagonista ieri di un successo non così scontato contro Zverev. Conoscerete tutti le vicissitudini che hanno accompagnato Djokovic negli ultimi mesi: il suo ostinato rifiuto di sottoporsi a qualsiasi vaccino, il braccio di ferro perduto con il governo australiano, l’impossibilitá a giocare i grandi tornei americani di primavera, come Indian Wells e Miami. Arrivato così a Roma con appena 12 partite giocate nell’anno, con il bagaglio di alcune sconfite e qualche cenno di reazione invece nella battaglia persa una settimana fa in semifinale a Madrid contro Alcaraz, il n. 1 del mondo è riuscito giorno dopo giorno a progredire, in sicurezza e colpi. Ieri ne ha dato l’ennesima dimostrazione contro Ruud, ha cominciato alla grande, salendo 5-1 per poi accusare un breve passaggio a vuoto e chiudere comunqua6-4. Stesso copione nella seconda partita, con Ruud rimasto in gara fino al 3-2 e poi travolto da una serie di quattro giochi di fila. «Ci sono due posti al mondo dove avrei voluto festeggiare la millesima vittoria della carriera – ha detto Nole – la Serbia e qui a Roma. Dai, andiamo per altre mille!» In precedenza, Tsitsipas aveva vinto la terza sfida di fila giocata con Zverev nella semifinale di un Masters 1000 sulla terra battuta, conquistando la sua prima finale al Foro. Tsitsipas si conferma giocatore durissimo da addomesticare sulla terra. Ora punta alla doppietta Monte Carlo-Roma, centrata per l’ultima volta nel 2018 da Rafa (che da parte sua ci è riuscito ben 7 volte). Ieri Stefanos ha sofferto all’inizio, con Zverev molto a suo agio anche nel palleggio da fondo campo e bravo a sfruttare il break ottenuto sul 3-3. Perso il primo set il greco non si è perso d’animo, ha continuato a tenere alto il ritmo del palleggio mentre Zverev perdeva minuto dopo minuto gran parte delle sue certezze. Subito un break garantiva al greco il secondo set nel terzo la svolta arrivava sul 2-2, con Zverev che poi sul 3-5 abdicava definitivamente alla sua terza finale romana con un game davvero orripilante, seguito da un opportuno abbraccio molto amichevole trai due, che – si dice – non si amerebbero troppo.

Tsitsi il teoreta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Stai manzo! Meìne íremos! Keep calm! Sokhranyat’ Spnknyctviye! Stai calmo Tsitsi, in tutte le lingue che conosce, tranne una, la prima. Puro romanesco degli anni Duemila. Seguono greco, inglese, e il russo della mamma Julia, che è anche la lingua di Sascha Zverev. Ma il concetto non cambia. Datte una calmata (sempre romanesco), perché corri? Perché insegui? Perché non rifletti? Ecco Tsitsipas versione teoreta, una delle tante nelle quali si esprime, non sempre la migliore. Alla fine del primo set il nostro si è reso conto di essere finito dentro una tormenta di ceffoni. Va bene porgere l’altra guancia, ma i jab di Zverev gli erano arrivati ovunque. ll tedesco aveva imposto il ritmo, e il greco si era convinto di poterlo sostenere, finendo per esporsi oltre il dovuto alla pioggia di sganassoni. Tennistici, s’intende. Più sul pezzo, Zverev. Più convinto. “Che fare?” si chiedeva intanto Tsitsi. in questi casi il greco ricorre ai consigli del papà, che tanto glieli dà anche se non richiesti. Anzi, la filiera della raccomandazione, di solito, nasce due file più su, dove si sistema mamma Julia, ex giocatrice. E’ lei a sollecitare il padre “digli di fare così”. E Apostolos, che è dotato di un megafono naturale, trasferisce il pizzino vocale. Di solito si fa beccare, e scatta il warning per il buon Tsitsi, ma qui a Roma non è successo. Ammesso che la scelta tattica, stavolta, non sia farina del sacco di Stefanos. In tal caso… complimenti! La mossa è stata quella di sottrarsi alla tormenta arretrando di un metro, in modo da imporre un ritmo più slow al match e poco alla volta riprenderlo in mano. Qualche colpo in più. Poi l’accelerazione (o una perfida smorzata) per aprirsi il giusto varco. E su quello chiudere il punto. Facile no? A parole certamente, ma in questi frangenti è il buon Zverev a regalare quasi sempre grandi soddisfazioni. E’ bastato che Tsitsipas mutasse atteggiamento che il tedesco ha subito concesso il break. Alla fine, il cambio tattico ha prodotto i fruiti desiderati. Su quel break Tsitsipas ha intascato la seconda frazione, e nella terza si è addirittura permesso di tormentare con i suoi pallettoni il tedesco. Prima finale romana per Tsitsipas. «Il torneo di Roma mi è sempre piaciuto, mi trovo bene su questa terra. Il pubblico sa apprezzare i match combattuti e tifa per il bel gioco, da qualsiasi parte esso venga. Con Sascha c’è amicizia e rivalità, com’è giusto che sia».

Martello Swiatek e la maga Jabeur, al Foro la finale più bella (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Roma avrà la sfida più nobile, il duello tra le più forti di questo scorcio di stagione: la campionessa in carica Swiatek, cinque finali conquistate negli ultimi cinque tornei giocati (e le quattro precedenti le ha vinte), e la tunisina Jabeur, fresca del trionfo a Madrid, dove peraltro la polacca non c’era. Non si poteva chiedere di meglio. La semifinale di Iga contro la Sabalenka è senza storia, confermando lo straordinario momento della prima giocatrice del mondo, arrivata in finale senza perdere neppure un set e concedendo appena 17 game: piantata con i piedi sulla riga di fondo, imprime al gioco un ritmo insostenibile, aggiungendoci pure la capacità di ridurre al minimo gli errori. Alla ricerca di una giocatrice di riferimento che potesse sostituirsi per continuità di risultati a Serena Williams, forse il tennis femminile ha davvero trovato la sua dominatrice, e i numeri di questa eccezionale stagione della Swiatek stanno lì a dimostrarlo. Ha inanellato la 27^ vittoria consecutiva, eguagliando la quarta striscia più vincente di sempre e la più lunga dal 2015. Un rullo compressore che sembra non avere alcuna intenzione di mollare la presa sul circuito: «Sto sorprendendo continuamente anche me stessa. E sono orgogliosa di ciò che sta accadendo. Sto capendo che non devo mettermi limiti ed è divertente. Ho letto qualcosa sulle strisce positive del passato, ma non ho tanto tempo per distrarmi». Contro la Jabeur, orgoglio di Tunisia e di tutto íl mondo arabo e reduce da 11 successi di fila, è sotto 2-1 nei precedenti, ma non si è mai giocato sulla terra. Dopo il ritiro della Barty, Ons è certamente la giocatrice più divertente e imprevedibile del circuito, oltre a possedere una spiccata simpatia che tutte le colleghe adorano. Nel tennis stereotipato di oggi, meraviglia la sua continua ricerca delle soluzioni più varie: in stagione, ha ottenuto addirittura 840 vincenti, di cui 43 contro la Kasatkina ieri. E poi è una guerriera: era sotto 6-2 5-1 nei quarti contro la Sakkari, in semifinale ha annullato un match point nel terzo set alla russa. Viva le donne. Finalmente.

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