Tennis e mental coaching: quando la routine non è noia

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Tennis e mental coaching: quando la routine non è noia

Gestire il proprio stato d’animo, concentrarsi al momento giusto, essere pronti quando serve: ecco come le routine aiutano l’atleta ad essere nelle condizioni migliori per realizzare una performance ottimale

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Nell’articolo del mese scorso abbiamo visto come intervenire sullo stato d’animo per evitare che le emozioni che stiamo provando influiscano negativamente sulla prestazione sportiva. Il passaggio successivo è quello di “allenarsi” ad entrare in un determinato stato d’animo. Come infatti ci si allena per eseguire nel migliore dei modi un determinato gesto tecnico o uno schema tattico, per diventare più rapidi negli spostamenti in campo, cosi ci si allena per entrare e rimanere nello stato d’animo più funzionale alla performance sportiva. In questo ambito uno degli strumenti principali dello sport coaching è la routine. Avrete sicuramente notato che in tutti gli sport ci sono atleti che prima di iniziare la loro performance ripetono gli stessi movimenti o adottano i medesimi comportamenti. Nella maggior parte dei casi si tratta proprio di routine. Studiate, preparate ed allenate fino a trasformarle in automatismi che diventano parte integrante del comportamento dell’atleta prima o durante la gara.

La routine può essere definita come un insieme di gesti, immagini, suoni, parole e pensieri associato ad un particolare stato emozionale, da ripetersi ogni qualvolta è necessario. Doveroso fare subito una precisazione: la routine non ha nulla a che vedere con la scaramanzia, seppur in prima battuta possa sembrare ci siano punti di somiglianza. Una routine è stata costruita per portare l’atleta in un particolare stato psico-fisico, funzionale all’ottenimento di una performance massimale. Il gesto scaramantico invece è fatto per evitare che qualcosa vada storto. La routine è un qualcosa che punta a portarci ad esprimere il nostro massimo potenziale, quindi è basata sul presupposto che siamo noi a costruire la nostra performance ottimale, siamo noi a determinare come ci comporteremo in campo o sulla pista. La scaramanzia invece è legato all’esterno, alla sfortuna, implicitamente porta il messaggio che la nostra prestazione dipende da fattori esterni.

Attraverso la routine si posso raggiungere diversi scopi: focalizzare l’attenzione e la concentrazione, ridurre l’ansia e la preoccupazione, attivarsi psico-fisicamente per effettuare la migliore prestazione possibile. Le routine si basano principalmente sull’utilizzo della tecnica dell’ancoraggio. Senza entrare in eccessivi dettagli, possiamo definire l’ancoraggio come un processo di associazione di una sensazione fisica a uno stato emotivo. Esso viene utilizzato sfruttando uno stimolo sensoriale memorizzato (l’ancora, appunto, che può essere costituita da più elementi associati tra loro, come un gesto ed una parola) per portare ad un cambiamento nello stato d’animo. Applicare la tecnica dell’ancoraggio non è altro che utilizzare in maniera consapevole un qualcosa che facciamo in modo assolutamente naturale ed inconsapevole nella nostra vita. Il classico esempio al riguardo è quello della canzone che ascoltiamo e che ci riporta immediatamente alla mente le emozioni a cui l’avevamo associata in passato (il sentimento per una persona, la gioia di un determinato momento in cui l’abbiamo ascoltata): stiamo utilizzando un ancoraggio che abbiamo creato spontaneamente nel tempo.

 

Combinando l’ancoraggio con altre tecniche, come ad esempio la visualizzazione, il mental coach supporta l’atleta (o la squadra: creare delle routine che coinvolgono tutti i membri della squadra è funzionale anche al team building, alla creazione di uno spirito di squadra) nel definire diversi tipi di routine, finalizzate a scopi differenti e da utilizzare in situazioni diverse. E dipendenti, ovviamente, anche dal tipo di performance richiesto da un determinato sport. Saranno infatti necessariamente diverse le routine che andranno a sviluppare un pattinatore artistico che scende sul ghiaccio per il suo programma libero di 4 minuti e mezzo, un motociclista che sta per affrontare una gara in cui per una quarantina di minuti dovrà guidare una moto ad una media superiore ai 180 km/h, un calciatore che sta per entrare in campo per una partita di 90 minuti con un intervallo di quindici minuti tra i due tempi, un tennista che deve scendere in campo in un match al meglio dei cinque set sulla terra battuta e che potrebbe perciò durare anche quattro ore, ma con tantissime pause.

Parlando di tennis, ci soffermeremo innanzitutto sulla routine pre-partita. Spesso sottovalutata, e non solo a livello amatoriale. In molti casi infatti la pianificazione della routine pre-gara considera nei dettagli aspetti quali la qualità e la durata del riposo, l’alimentazione, la preparazione dell’attrezzatura ed infine il riscaldamento fisico. Ma non quello mentale. Invece accanto al riscaldamento fisico ci deve essere anche quello mentale, che consiste nell’eseguire una routine che richiama (attraverso l’utilizzo delle ancore) quell’insieme di pensieri ed emozioni sperimentati in occasione di una performance eccellente, in modo da portare il tennista al giusto livello di attivazione psico-fisica, pronto a scendere in campo nello stato d’animo più funzionale a replicare un simile livello di performance. La routine verrà ovviamente creata in base alle necessità ed alle caratteristiche personali dell’atleta nell’approccio alla gara. C’è, ad esempio, chi ha bisogno di una maggiore attivazione psico-fisica perché tende a scendere in campo un po’ troppo rilassato o a “carburare” lentamente all’inizio del match e quindi magari avrà bisogno che nella routine venga inserito l’ascolto di una playlist di canzoni funzionali a “dargli la carica”. Al contrario, c’è invece chi tende a sentire un po’ troppo la tensione prima della partita e di conseguenza avrà necessità di creare invece una routine in cui trova spazio anche una tecnica di rilassamento in modo da gestire situazioni ansiogene.

Chris Evert iniziava la sua preparazione mentale addirittura la sera prima: “Cominciavo a pensare ad un match importante la sera prima. Immaginavo i punti che avrei giocato il giorno dopo.” Chiaramente questo è un qualcosa fattibile e funzionale soprattutto per un giocatore professionista, per il quale vincere una determinata partita può significare tanto per la sua carriera. Basta pensare a chi ha l’occasione di disputare una finale di un torneo dello Slam: vincerla significa entrare nella storia di questo sport, perderla dover attendere un’altra chance, non così scontata per alcuni. Prendiamo ad esempio la finale del Roland Garros 1976, giocata da due tennisti che in quell’occasione disputarono la loro prima ed unica finale in un Major: Adriano Panatta e Harold Solomon. Vincendola il tennista romano è entrato nella storia del tennis, quello italiano in particolare. Anche per il fatto che dopo di lui nessun tennista azzurro in campo maschile è riuscito a ripetere l’impresa: di conseguenza il nome di Adriano Panatta continua ad essere famoso ancora oggi, quarantuno anni dopo quella vittoria. Il nome dello statunitense invece – uno che comunque è stato tra i primi cinque al mondo, ha fatto altre due semifinali Slam ed ha vinto più di venti tornei ATP – oggi è probabilmente noto solo agli appassionati più esperti (anche dal punto di vista anagrafico).

Ma – “pillola” di coaching per i lettori di Ubitennis che sono anche degli sportivi praticanti – sviluppare una routine pre-match è importante anche se non si è nei top 100 ATP o WTA. A quanti di noi è capitato di arrivare negli spogliatoi all’ultimo momento, cambiarsi in due minuti esatti che neanche Clark Kent nella cabina telefonica quando si trasforma in Superman e scendere in campo con la testa ancora sull’esame appena fatto, sulla riunione appena conclusa in ufficio, sulla discussione con il proprio compagno o compagna perché ci eravamo dimenticati di avvisare che quella sera il cinema saltava perché c’è la partita del torneo. E, di fatto, iniziare a concentraci veramente sulla partita, se ci va bene, dopo un paio di game (in genere persi). Dedicare un po’ di tempo a “staccare” da quanto accaduto prima e richiamare uno stato d’animo funzionale a quello che stiamo per fare (scendere in campo a giocare una partita di tennis) è fondamentale a tutti i livelli. Creare una routine pre-gara in cui “lasciamo andare” quello che è accaduto fino a pochi minuti prima ed iniziamo ad orientare la nostra attenzione sul match che sta iniziando, ci porta a indirizzare tutte le nostre energie fisiche e mentali su quello che stiamo per fare. D’accordo, non sarà una finale Slam, e nella maggioranza dei casi vincerla o perderla non ci cambierà la vita. Ma ci siamo allenati, abbiamo investito un po’ del nostro tempo e anche un po’ del nostro denaro (anche considerando solo il costo dell’iscrizione: la serata al cinema ci costava più o meno uguale e per di più evitavamo la discussione) per essere lì a giocare quella partita. Allora, semplicemente, cerchiamo di fare il possibile per giocarla al meglio delle nostre possibilità, anche solo per uscire dal campo soddisfatti per come abbiamo giocato.

Passiamo adesso alle routine che si utilizzano durante il match. Ce ne sono diverse: quelle che si utilizzano tra un punto e l’altro del game, quando ci sono in tutto una di trentina di secondi a disposizione, e quelle che si utilizzano al cambio campo, quando invece la pausa dura un po’ di più, un minuto e mezzo. In uno sport come il tennis, la cui durata non è predefinita ed è pieno di pause, non è pensabile rimanere concentrati sul match ininterrottamente dal primo all’ultimo minuto. Soprattutto non è utile: si consumerebbero inutilmente tantissime energie nervose. Attraverso l’allenamento mentale e l’inserimento delle routine si impara invece a sfruttare il tempo delle pause per diversi scopi, tra i quali proprio quello di ricaricarsi dal punto di vista nervoso.
Una routine classica è quella che al termine di un punto riporta l’atleta al momento presente, al “qui e ora”, evitando che la mente rimanga a rimuginare sul colpo sbagliato o sull’occasione sprecata. In molti casi la ricerca ossessiva dell’asciugamano da parte dei professionisti – praticamente dopo ogni punto giocato – non è legata ad una sudorazione eccessiva che ha colpito tutti i migliori giocatori e le migliori giocatrici del circuito: il gesto di prendere l’asciugamano o il suo utilizzo per asciugarsi (in genere il viso o le braccia) è spesso parte integrante di una routine finalizzata a lasciar andare quanto accaduto nel punto precedente. E – altra piccola “pillola” di coachingil lasciar andare non è solo riferito ad un qualcosa di negativo, ma anche a quanto di positivo è accaduto. Come non bisogna deprimersi per lo smash sbagliato a campo aperto che è costato il break, non bisogna neanche esaltarsi eccessivamente per gli ultimi tre bellissimi punti fatti in sequenza, perché se nel primo caso il rischio è quello di cadere nello sconforto e perdere motivazione, nel secondo è quello di “andare fuori giri” colti dall’entusiasmo, esagerare nella ricerca del colpo vincente sempre più bello e difficile e non rispettare così la tattica di gioco prevista.

Un’altra routine è quella che viene anche chiamata di “riattivazione”, che porta l’atleta nuovamente al giusto stato di attivazione psico-fisica. Si utilizza tra un punto e l’altro, dopo essere tornati al “qui e ora”, e al rientro sul terreno di gioco dopo la pausa del cambio campo. Il tempo del cambio campo infatti può essere sfruttato per “staccare” mentalmente e concedere un breve momento di relax alla mente e al corpo, in modo da ripartire avendo una sensazione di rinnovata energia psico-fisica. Lo si fa attraverso un altro tipo di routine, che spesso integra una tecnica di rilassamento e che appunto si può utilizzare durante il cambio campo.
C’è, infine, la routine che si utilizza prima di giocare il primo colpo del punto, quella che porta nuovamente il giocatore ad essere nello stato psico-fisico ottimale per eseguire al meglio il gesto tecnico. In genere in questo caso di tratta di una sequenza personalizzata di elementi di mental coaching (come ad esempio ancoraggi ad immagini mentali, alla respirazione e/o al dialogo interno) che, una volta stabilita con l’atleta e da lui approvata, viene ripetuta ogni volta che si effettua quel determinato gesto tecnico. Probabilmente a molti verranno subito in mente due esempi relativi alla preparazione al servizio di due fuoriclasse del tennis maschile: la sequenza di gesti di Rafa Nadal ed il numero di palleggi di Novak Djokovic. Una routine di questo tipo viene sviluppata integrandola nella routine del gesto tecnico del tennista: i gesti che l’atleta già compie vengono cioè integrati con una sequenza che diventerà col tempo perfettamente automatizzata e parte integrante del gesto tecnico, con l’obiettivo di portare al giocatore diversi benefici, quali ad esempio la gestione dell’attivazione psico-fisica, l’eliminazione di pensieri distraenti, un migliore controllo ed esecuzione del gesto tecnico. Perfettamente automatizzata, abbiamo detto: da qui si capisce perché i due campioni di cui sopra ogni volta che la loro routine al servizio viene interrotta per qualche motivo la riprendono dall’inizio, anche a costo di rischiare il warning.

In conclusione, anche se probabilmente molti lettori lo avranno già dedotto da quanto abbiamo scritto, è importante specificare una cosa: la routine è qualcosa di personale. Non c’è una routine che vada bene per tutti e nessuno può suggerire o consigliare la routine ideale. Il lavoro che l’atleta fa con il mental coach è proprio quello di diventare consapevole dei propri stati d’animo, di cosa li genera e di conseguenza sviluppare delle routine che siano efficaci nel gestirli in modo da consentirgli l’attivazione ottimale delle proprie risorse emotive e cognitive al fine del raggiungimento della miglior performance possibile.

Come sempre, l’invito è quello di provare. Magari la prossima volta che ci vengono i sudori freddi perché la maglietta talismano con cui abbiamo vinto gli ultimi tre match è ancora nel cestone della biancheria sporca e dobbiamo scendere in campo tra meno di due ore, proviamo ad associare all’unica maglietta rimasta in armadio le stesse sensazioni che proviamo quando indossiamo quell’altra, quella che nella nostra mente ci sta rendendo invincibili. E andiamo così a creare un’ancora tra il gesto dell’indossare la maglietta da tennis e le sensazioni che sentiamo più funzionali per permetterci di scendere in campo al nostro massimo. Possono essere, ad esempio, sensazioni di fiducia, forza, sicurezza: qui ognuno di noi – lo abbiamo appena detto, la routine è strettamente personale – inserirà le risorse interiori di cui sente maggiormente la necessità in quella situazione.
Nello sport coaching si usa spesso una frase, attribuita al leggendario coach di football americano a livello universitario Paul “Bear” Bryant, che ben sottolinea l’importanza dell’allenamento e della necessità di curare tutti gli aspetti per arrivare ad eseguire la performance sportiva nelle migliori condizioni psico-fisiche possibili: “Ciò che conta non è la volontà di vincere, quella ce l’hanno tutti. Ciò che conta è la volontà di prepararsi a vincere.”
Ecco, le routine sono parte di questa preparazione.

 

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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Editoriali del Direttore

Wimbledon: senza Federer, Berrettini, Medvedev e Zverev, prevedo una finale Djokovic-Nadal

Sarà la delusione per il forfait di Matteo Berrettini, ma in questi Championships in tono minore, se non “esplode” Alcaraz, trionferà la vecchia guardia

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Incontro in sala stampa il collega svizzero Simon Graf, autore di diversi libri su Roger Federer, e all’unisono commentiamo: “Roger arrivava in semifinale nel secondo quarto della metà alta di questo tabellone anche con un ginocchio solo!”.

Gli otto approdati al terzo turno di quel settore sono, scendendo verso il basso, Humbert e Goffin, Tiafoe e Bublik, Norrie e Johnson, Paul e Vesely. La testa di serie più alta fra le sole tre superstiti (Norrie 9, Tiafoe 23 e Paul 30) è, per la gioia degli inglesi (sebbene disperati per le sconfitte di Murray e Raducanu), la n.9 Cameron Norrie che è riuscito a domare soltanto al quinto set lo spagnolo Munar che in 10 partite sull’erba non ne aveva mai vinta una.

Hanno perso Ruud n.3 e Baez n.31 questo mercoledì, Hurkacz n.7 e Aliassime n.6 lunedì, fatto sta che in semifinale arriverà, probabilmente contro Djokovic che contro Kokkinakis ha giocato molto meglio che contro Kwon, una sorta di outsider, salvo che Norrie debba essere considerato un grande tennista. E francamente io non riesco a considerarlo tale.

 

Gli inglesi faranno il tifo per lui che è nato in Sud Africa (Johannesburg) e cresciuto in Nuova Zelanda a questo punto, perché non gli è rimasto molto altro.

Io comincio a chiedermi se la Raducanu non sia un UFO, un oggetto volante (sui campi da tennis e neppur tanto) non identificato. Ha preso 6-3 6-3 dalla Garcia e dal settembre scorso di quello straordinario US Open – straordinario per lei come per la Fernandez – non ci stati altri momenti di gloria, né per lei né per l’altra ragazza. Un doppio mistero davvero inesplicabile. Sono giovani, dicono tutti, abbiate pazienza.

E noi che ce l’abbiamo con i ripetuti infortuni di Berettini e Sinner, la pazienza abbiamo imparato a coltivarla. Mi sa proprio che dovranno coltivarla anche tutti coloro che pensavano imminente il cambio della guardia solo perché né Djokovic né Nadal sarebbero stati testa di serie n.1 e n.2 in questo torneo se Medvedev e Zverev fossero stati qui.

Io, anche se è dannatamente presto per sbilanciarsi perchè non si è neppure concluso il secondo turno, non riesco francamente a immaginare per questo Wimbledon in tono minore una finale diversa da un Djokovic-Nadal alle prese con la sessantesima sfida, con Nole che cerca di avvicinare i 22 Slam di Rafa e Rafa che vorrebbe raggiungere i 23 (di Serena Williams…ma lui non è superstizioso) e a New York lo Slam.

Se Rafa dice che lui al record degli Slam non ci pensa e non ci tiene, non credeteci. Ci tiene eccome, ma bleffa. Sarebbe anormale che non ci tenesse. Tutti gli sportivi, tutti i campioni, tengono ai record. I record fanno la storia. Rafa ha vinto 14 Roland Garros e sa bene che cosa significa. Facesse il Grande Slam, sfuggito per una partita all’US Open a Djokovic, e si portasse a 24 Slam, figuratevi un po’ che Rafa non ci tenga.

Ma nella metà sotto gli avversari più temibili, Hurkacz e Aliassime, non ci sono più. Tsitsipas deve ancora provare di essere forte sull’erba. Un po’ come nella metà sopra Alcaraz. Infatti sia l’uno sia l’altro hanno sofferto al primo turno. Nel secondo Alcaraz ha giocato meglio, ma Greekspor non poteva impensierirlo.

Da chi può perdere Djokovic? Io non riesco a individuare un nome e un cognome. Forse, battuti Kecmanovic nel prossimo derby e uno fra Basilashvili e Van Rijthoven in quello dopo, dal quartetto Sinner-Isner (non è un’anagramma) Otte-Alcaraz, soltanto un Isner che gli servisse 70 aces potrebbe fargli paura. Impossibile? Beh, Isner ne ha serviti 54 al primo turno con Couacaud e 36 con Murray, dal quale aveva perso 8 volte su 8.  Ma stavolta, sebbene un tifoso avesse gridato “Com’on Andy he is older than you!”, perché in effetti il lungo John è due anni più anziano, ma non ha un’anca di metallo. Chissà se rivedremo Andy qua fra un anno. Ma è una domanda che potremmo porci anche per Rafa…

Ma, come accennato sopra, se Djokovic arriva in semifinale l’avversario più forte che può trovare è Norrie. Per questo lo vedo già in finale. Con Nadal. Il quale però forse con Fritz o Cressy (che mi piace molto come gioca su questi campi) potrebbe soffrire più che con Tsitsipas.

Intanto, mentre Elisabetta Cocciaretto non è andata oltre un doppio 6-4 con la Begu, e le nostre donne ce le siamo giocate tutte, Jannik Sinner ha colto la sua seconda vittoria erbosa. In 4 set su Mikael Ymer. Poteva vincere in 3. Avanti due set ha avuto una pausa nel terzo, che pure conduceva con un break di vantaggio, si è fatto riprendere sul 3 pari, ha mancato tante pallebreak… A fine match, dopo il quarto vinto 6-2, si sono contate 19 pallebreak, di cui appena 6 trasformate. Ma il dato forse più interessante è stato vederlo andare a rete 52 volte per fare 38 punti, giocando anche qualche pregevole volee. Certo 4 ace non sono molti, soprattutto se si pensa che Alcaraz ne ha fatti 39 in due partite fra Struff e Griekspoor.  

Io avevo posto ai lettori un quesito nell’editoriale di ieri: per Sinner meglio affrontare Isner o Murray? Ma non avevo espresso il mio parere. Lo faccio oggi. Sapendo che Jannik aveva perso un match su 2 con entrambi (ma anche che quello vinto in Coppa Davis a Torino con Isner è forse quello che conta di meno). Beh, io credo che sull’erba avrebbe sofferto di più i palleggi con Murray che lo aveva messo in difficoltà anche su superfici meno care allo scozzese dell’erba. Mentre sui servizi di Isner, che certamente di ace ne farà tanti, Jannik saprà rispondere quel tanto che basta per fargli qualche break. La risposta è forse il miglior colpo di Jannik…

Oggi intanto seguiremo, nel primissimo pomeriggio, Lorenzo Sonego contro il piccolo francese Hugo Gaston che sull’erba si vedrà parzialmente spuntata l’arma più letale, la sua smorzata. Lorenzo dovrà attaccarlo a tutto spiano per spuntargliela ancora di più. Lorenzo e Jannik, Jannik e Lorenzo, ci sono rimasti solo loro due. Non è granchè e non sembrano granchè neppure le loro prospettive. Se Sonego vincesse avrebbe poi Nadal. Se vincesse Sinner gli toccherebbe Alcaraz.

Sono saltate fin qui 21 teste di serie, 12 donne e 9 uomini. Le più alte la n.2 Kontaveit e la n.3 Ruud. Eppure non sono grandi sorprese.

primo turno
Uomini – sei
7 Hurkacz (Davidovich Fokina)
6 Aliassime (Cressy)
16 Carreno Busta (Lajovic)
18 Dimitrov (Johnson)
24 Rune (Giron)
28 Evans (Kubler)

Donne – otto
7 Collins (Bouzkova)
14 Bencic (Wang)
18 Teichmann (Tomljanovic)
21 Giorgi (Frech)
22 Trevisan (Cocciaretto)
23 Haddad Maia (Juvan)
27 Putintseva (Cornet)
30 Rogers (Martic)

31 Kanepi (Parry)

secondo turno
Uomini (tre, nove in tutto)
3 Ruud (Humbert)
15 Opelka (van Rijthoven)
31 Baez (Goffin)
Donne  quattro, dodici in tutto
2 Kontaveit (Niemeier)
9 Muguruza (Minnen)
26 Cirstea (Maria)
29 Kalinina (Tsurenko)

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Wimbledon, il day after di Tan: dà forfait in doppio e la compagna non la prende bene

Dopo la vittoria su Serena Williams, Harmony Tan ha rinunciato all’impegno con Korpatsch. La tedesca: “Si deve scusare”

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Difficilmente quanto successo in questa giornata di oggi avrà ridotto la sua gioia, ma non è stato un risveglio facile per Harmony Tan. La francese di origi cinesi e vietnamiti avrà probabilmente pensato come prima cosa che non era stato un sogno: ha davvero battuto Serena Williams sul centrale di Wimbledon. Poi avrà iniziato a percepire qualche scricchiolio proveniente dal suo corpo, qualche muscolo più affaticato del solito: il match di ieri sera, durato 3 ore e 10 minuti,  è stato infatti il più lungo della sua carriera (il suo precedente record era di 2 e 47). Dopo essersi consultata con il suo team, all’ora di pranzo Harmony ha preso il suo smartphone e ricercato nella rubrica il nome Tamara Korpatsch. È – anzi, avrebbe dovuto essere – la sua compagna di doppio per questo Wimbledon. Le ha mandato un messaggio per informarla che non era nelle condizioni per giocare il loro incontro di primo turno contro Olaru/Kichenok.

Tamara non l’ha presa bene, tutt’altro. Ha dovuto rinunciare al suo primo Slam in doppio e a circa 7 mila euro – che male non fanno. Soprattutto alla tedesca, che lunedì ha perso in singolare al terzo set contro Watson, non sono piaciuti il modo e la motivazione scelti da Tan per avvisarla. Nella comunicazione ufficiale della direzione arbitrale del torneo si parla di “infortunio alla coscia”. Korpatsch ha riferito sulla sua pagina Instagram che nel messaggio ricevuto da Tan, quest’ultima le ha detto che non sarebbe stata in grado di correre dopo il match di ieri. La tedesca non ha nascosto la sua rabbia e non si è trattenuta: “Se sei a pezzi il giorno dopo aver giocato una partita di tre ore, non puoi competere a livello professionistico– ha detto, aggiungendo che in un’occasione a lei è capitato di restare in campo per 6 ore e mezza in una giornata e di giocare un incontro di singolare in quella successiva.

Inoltre, secondo Tamara non è stato giusto che la francese l’abbia informata così tardi: non in mattinata, ma solo intorno alle 14 locali, a un paio d’ore dall’inizio del loro incontro. La tedesca ha rincarato la dose così: “Mi ha chiesto lei di giocare in doppio insieme prima del torneo, non io”. E ha poi glissato con un “mi deve delle scuse”.

 

Domani Tan giocherà per la terza volta in carriera un match di secondo turno in uno Slam. E con Sorribes Tormo potrebbe anche non servire un’impresa per proseguire la corsa. Contro Serena, la francese ha infatti dimostrato di avere un gioco – per certi versi vintage – che si adatta bene all’erba. A questo punto c’è però l’incognita proveniente dalle sue condizioni fisiche. La scelta di rinunciare al doppio per riposare le sarà sufficiente per giocarsela contro la spagnola o il problema alla coscia è serio? Di sicuro, il risentimento di Korpatsch non verrebbe meno se si ritrovasse a vedere la sua ormai ex compagna in ottima salute nella partita di domani.

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Editoriali del Direttore

Wimbledon: mi manca Berrettini. E manca anche a Sinner. Nadal dritto in finale? 15 le “vittime” di primo turno. Serena Williams out ma non per sempre

Tre italiani in “vita” su undici

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Matteo Berrettini - Queen's 2022 (Credit: Getty Image for LTA)

Ritrovarsi a scrivere di un Berrettini che doveva essere un grande probabilissimo protagonista di questo torneo e dover scrivere invece del suo Covid, del suo ritiro, del suo ennesimo sogno svanito senza sue colpe, dopo averne già discusso e scritto non so più quante volte e in quanti video, su Instagram, TikTok, Twitter, e chi più ne ha più ne metta…beh, questa francamente me la sarei voluta proprio risparmiare.

Figurarsi lui. Davvero mi dispiace. E non potete immaginare quanto. E non per me, per Ubitennis, per il tennis italiano. Ma per lui.

Di solito i multimilionari, anche se i loro guadagni se li sono meritati facendo cose che non riescono ai comuni mortali – e i grandi campioni certo appartengono a queste categoria – non suscitano gran tenerezza anche se sono incappati in qualche disavventura.

 

Ma Matteo è un tal bravo ragazzo, educato e mai arrogante sebbene in certe situazioni logistiche, ambientali, sia abbastanza facile diventarlo, che francamente tutte le problematiche fisiche che lo hanno avversato in questi ultimi anni, non possono non stimolare una più che naturale forma di solidarietà.

Nessuno potrà mai sapere che cosa avrebbe potuto succedere in questo torneo nel quale nel giorno del sorteggio tutti lo avevamo considerato più fortunato che sfortunato.

Il sorteggio era stato giovedì scorso, quando lui si era allenato con Rafa Nadal, e al venerdì Matteo ha sentito salire la febbreUn’orribile sensazione alla vigilia del torneo che era nella sua testa dal 12 aprile, quando si era operato alla mano, quando aveva deciso che avrebbe saltato il torneo più amato, a casa sua al Foro Italico, e poi anche il Roland Garros quando sapeva bene di avere in scadenza la cambiale dei quarti di finale dell’anno precedente. 

E, come Matteo avrebbe fatto trasparire con l’abituale sincerità, se mai si fosse immaginato che l’ATP avrebbe preso la decisione harakiri di togliere i punti conquistabili ai Championships mentre scadevano quelli dell’anno scorso, beh forse avrebbe accelerato la preparazione per scendere in campo già al Roland Garros.

Too late now. Il COVID è peggio del Fato, colpisce a caso. Ok, le precauzioni servono, mettere le mascherine ancora oggi sarebbe più che consigliabile, eppure anche qui sui metrò a Londra – underground, via – non c’è nessuno nel fittume di passeggeri che si pestano i piedi, che le metta. In sala stampa, su centinaia di colleghi, pochissime eccezioni. Eppure nella sala stampa del Roland Garros più di un collega è rimasto intrappolato dal Covid e non ha potuto lasciare Parigi che diversi giorni dopo la conclusione del torneo.

Nella vita, bisogna avere fortuna. E per quanto concerne la salute le differenti situazioni fra i ricchi e i poveri si assottigliano assai, si ammalano i primi come i secondi anche se i primi magari possono curarsi meglio e resta vero poi – come si divertiva a ricordare spesso il mio maestro Rino Tommasi (che non mi stancherò mai di citare) – che tutti nella loro vita hanno diritto alla stessa quantità di ghiaccio: l’unica differenza è che i ricchi ce l’hanno d’estate e i poveri d’inverno.

Berrettini ha avuto in sorte, coltivata con il lavoro di tantissimi allenamenti durati anni e anni con Vincenzo Santopadre, un servizio formidabile e un dritto quasi altrettanto efficaceE quell’altezza, un metro e 96 cm, che gli ha dato il Padreterno altrimenti a voglia a cercare di lavorare duro per tirare cannonballs da 230 km orari: non ci sarebbe mai riuscito se avesse avuto gli stessi centimetri di Fabio Fognini.

Però si allunga fino a oltre i 4 metri e magari si stira i muscoli addominali. Tira missili fracassanti con quel polso e quella mano destra esplosiva e la mano a un certo punto si stufa per tutto quel continuo stress e fa cilecca. È più simpatico, bello e socievole di altri, stringe volentieri e generosamente la mano a tutti, certo più di un tipo “orso e introverso” e magari si becca il COVID quando quell’altro invece la scampa. La vita è così.

Nell’articolo scritto ieri ho accennato al caso di Tamberi cui sparirono sotto il naso, anzi sotto il ginocchio perché fu il tendine d’Achille a tradirlo, anni e anni di sacrifici per partecipare alle Olimpiadi di Rio 2016.

Ecco, a confronto, lo sfortunato Berrettini si può lamentare assai di meno. Fra pochi giorni Matteo starà bene, già ieri sera era senza sintomi, tornerà a giocare e magari già all’US Open – dove Djokovic non ci sarà e Nadal chissà… molto dipenderà proprio da questo Wimbledon in cui il favorito è certo Djokovic a dispetto di un primo turno con Kwon poco convincente – si prenderà una soddisfazione dorata simile a quella che Tamberi ha dovuto attendere fino a Tokyo 2020… che è poi diventato Tokyo 2021. E Tamberi non se l’aspettava quasi più. Berrettini invece può aspettarsela. Mica avrà sempre scalogna!

Fra i tanti che non sono certo contenti, quindi fra milioni di appassionati italiani (e ci metterei anche le…. appassionate! Dopo la partecipazione di Sanremo dove peraltro il solito brillante Matteo non fu per niente brillante, anche a sua stessa detta, ma solo bello… beh, non avete idea di quante signore di varia età che non avevano mai visto una partita di tennis mi hanno avvicinato per dirmi: “Ma quant’è bello e fascinoso Berrettini!”. Un’invidia che non vi dico!) ci metto anche Jannik Sinner.

Eh sì, perché fino a ieri, nonostante la prima vittoria erbosa al quinto tentativo (e su un nome di sicuro prestigio, anche se minimamente appannato dall’età), Jannik si poteva muovere sotto traccia, in penombra. I riflettori erano tutti puntati su Berrettini, come le scommesse. Lui, il secondo tennista più … “puntato” dopo Djokovic nel regno del betting. Perfino più – udite udite – di Rafa Nadal che, insomma, questo torneo l’ha vinto un paio di volte quando c’era in gara un certo signor Federer che non aveva 41 anni come Serena Williams ieri, ma non ne aveva ancora 27 e 29 (anni 2008 e 2010). Un vecchietto solo presunto, quello di Manacor che, frodando sfacciatamente l’anagrafe ben al di là della calvizia incipiente, continua a roncolare dritti mancini paurosi e a dimostrarsi il più forte di tutti al Roland Garros, il torneo più duro di tutti in cui ha trionfato 14 volte. 

Da noi in Italia, e guai a mancargli di rispetto, per carità, è diventato un mito, una leggenda vivente, Adriano Panatta che di Roland Garros ne ha vinto uno solo, a 26 anni. Rafa ne ha 10 di più, 36, ma c’è qualcuno che riesce a considerarlo fuori gioco? Ora soprattutto che nella metà bassa del tabellone Berrettini non c’è più, Auger Aliassime non c’è più, mentre Tsitsipas deve ringraziare l’inesperienza del giovane e talentuoso svizzero Ritschard che nel primo era avanti 4-1 con doppio break e Stefanos è riuscito a vincere soltanto di misura al quarto set. Poi ci sono le supposte mine vaganti Kyrgios e Shapovalov: entrambi  hanno vinto soltanto al quinto set (con Jubb e Rinderknech), proprio come un’altra testa di serie di quei bassifondi, Krajinovic (con Lehecka).

Insomma laggiù solo Bautista Agut (ma con Balasz) e Fritz (ma con Musetti…) sono apparsi in forma sufficiente per impensierire un Nadal ancora in rodaggio erboso. Ma mi dite chi sarebbe favorito di tutti questi contro Rafa? Almeno se il maiorchino giocherà un po’ meglio – dopo 3 anni di digiuno erboso – che contro Francisco Cerundolo, bravino e agguerrito finchè il match non “pesava”, salvo sciogliersi come neve al sole quando avanti 4-2 nel quarto set dopo aver inopinatamente conquistato il terzo, si è fatto strappare il servizio a 0 sul 4-3 in un batter d’ccchio e poi di nuovo – anche se a 30 – sul 4-5.

Rafa non avrà problemi a disfarsi di Berankis e se Sonego, bravissimo a vendicare due sconfitte con Kudla, confermerà la legge del “non c’è due senza tre” con Gaston, sarà proprio Lorenzo a sfidare Rafa al terzo turno. E lì più che gli auguri non gli posso fare.

Beh, insomma dopo questa lunga digressione sulle chances di Nadal, torno ab ovo, da dove ero partito. Da Sinner che suo malgrado, a causa della prematura dipartita di Berrettini – oh Matteo sta bene eh, è un modo di dire, è solo la dipartita dai Championships, tornerà l’anno prossimo… – non potrà più nascondersi.  Oggi ha Mikael Ymer, uno dei due fratellini svedesi di origini afro, ed è certo favorito, anche se il fatto che abbia battuto Altmaier lo deve mettere in guardia. E poi ieri avevo dato per scontata la vittoria di Camila Giorgi e avete visto che fine ha fatto contro la modesta polacca Frech che a 24 anni non può nemmeno essere considerata una speranza? Che match scriteriato! Ma non voglio maramaldeggiare. Le due teste di serie donne ce le siamo perse al primo turno, Giorgi 21 e Trevisan 22, le altre due che non lo erano pure Bronzetti e Paolini pure anche se Jasmine per un set ha illuso con la Kvitova.

Cì è rimasta soltanto la superstite del derby azzurro di primo turno, Elisabetta Cocciaretto (brillante oltre ogni dire contro Martina Trevisan) che oggi affronta la rumena Begu con la quale ha perso un primo duello ma non è detto che perda anche il secondo.

Con inclusa la Cocciaretto, dunque, di 11 italiani al via ce ne sono rimasti solo tre: Sinner e Sonego. Sonego onestamente non lo vedo andare oltre al terzo turno, ma intanto coraggio e che ci arrivi, anche perché un anno fa qui arrivò agli ottavi e il rischio di finire intorno alla settantesima posizione purtroppo c’è tutto. Per quanto riguarda Sinner, senza sottovalutare Mikael Ymer, mi chiedo e già che ci sono vi chiedo: se vincerà come gli auguro  sarebbe meglio affrontare poi un grande e terribile battitore come Isner, classe 1985 (37 anni) oppure l’idolo di casa Andy Murray, classe 1987 (35 anni) che oggi duelleranno sul centre court ma certo non potranno fare sfoggio di grande mobilità? Io dico che Jannik, ove vincesse, farà il tifo perché i due giochino 5 strenui set, fino al limite delle forze, e con Isner almeno un paio di tiebreak è probabile che ci scappino, anche se non potrà più venir fuori un altro 70 a 68 al quinto

Se non fosse così tardi, ancora, parlerei di Serena Williams, battuta al tiebreak del set decisivo dopo 3 ore e 11 minuti dalla ragazza francese di nascita e passaporto ma per metà cinese e metà vietnamita Harmony (che magnifico nome!) Tan di 24 anni, n.115 WTA e best ranking 90, ma voglio andare a letto alle 2 di notte, tanto ci sarà occasione di riparlarne. Anche perché lei ha tutte le intenzioni, e alla fine dopo qualche ritrosia le ha manifestate, di giocare anche il prossimo US open. Credo che neppure lei, ormai, si faccia illusioni sul record di Margaret Court, sui famigerati 24 Slam, ma non ha voglia di smettere. E seppure a sprazzi anche ieri sera ha fatto vedere insieme a tanti errori, anche tanti colpi che le hanno valso il titolo onorifico di miglior tennista del terzo millennio.

Segnalo in conclusione che dopo il primo turno mancano all’appello queste teste di serie. Quattordici in tutto.

Uomini – sei

7 Hurkacz (Davidovich Fokina)
6 Aliassime (Cressy)
16 Carreno Busta (Lajovic)
18 Dimitrov (Johnson)
24 Rune (Giron)
28 Evans (Kubler)

Donne – otto

7 Collins (Bouzkova)
14 Bencic (Wang)
18 Teichmann (Tomljanovic)
21 Giorgi (Frech)
22 Trevisan (Cocciaretto)
23 Haddad Maia (Juvan)
27 Putintseva (Cornet)
30 Rogers (Martic)
31 Kanepi (Parry)

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