Tennis e mental coaching: quando la routine non è noia

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Tennis e mental coaching: quando la routine non è noia

Gestire il proprio stato d’animo, concentrarsi al momento giusto, essere pronti quando serve: ecco come le routine aiutano l’atleta ad essere nelle condizioni migliori per realizzare una performance ottimale

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Nell’articolo del mese scorso abbiamo visto come intervenire sullo stato d’animo per evitare che le emozioni che stiamo provando influiscano negativamente sulla prestazione sportiva. Il passaggio successivo è quello di “allenarsi” ad entrare in un determinato stato d’animo. Come infatti ci si allena per eseguire nel migliore dei modi un determinato gesto tecnico o uno schema tattico, per diventare più rapidi negli spostamenti in campo, cosi ci si allena per entrare e rimanere nello stato d’animo più funzionale alla performance sportiva. In questo ambito uno degli strumenti principali dello sport coaching è la routine. Avrete sicuramente notato che in tutti gli sport ci sono atleti che prima di iniziare la loro performance ripetono gli stessi movimenti o adottano i medesimi comportamenti. Nella maggior parte dei casi si tratta proprio di routine. Studiate, preparate ed allenate fino a trasformarle in automatismi che diventano parte integrante del comportamento dell’atleta prima o durante la gara.

La routine può essere definita come un insieme di gesti, immagini, suoni, parole e pensieri associato ad un particolare stato emozionale, da ripetersi ogni qualvolta è necessario. Doveroso fare subito una precisazione: la routine non ha nulla a che vedere con la scaramanzia, seppur in prima battuta possa sembrare ci siano punti di somiglianza. Una routine è stata costruita per portare l’atleta in un particolare stato psico-fisico, funzionale all’ottenimento di una performance massimale. Il gesto scaramantico invece è fatto per evitare che qualcosa vada storto. La routine è un qualcosa che punta a portarci ad esprimere il nostro massimo potenziale, quindi è basata sul presupposto che siamo noi a costruire la nostra performance ottimale, siamo noi a determinare come ci comporteremo in campo o sulla pista. La scaramanzia invece è legato all’esterno, alla sfortuna, implicitamente porta il messaggio che la nostra prestazione dipende da fattori esterni.

Attraverso la routine si posso raggiungere diversi scopi: focalizzare l’attenzione e la concentrazione, ridurre l’ansia e la preoccupazione, attivarsi psico-fisicamente per effettuare la migliore prestazione possibile. Le routine si basano principalmente sull’utilizzo della tecnica dell’ancoraggio. Senza entrare in eccessivi dettagli, possiamo definire l’ancoraggio come un processo di associazione di una sensazione fisica a uno stato emotivo. Esso viene utilizzato sfruttando uno stimolo sensoriale memorizzato (l’ancora, appunto, che può essere costituita da più elementi associati tra loro, come un gesto ed una parola) per portare ad un cambiamento nello stato d’animo. Applicare la tecnica dell’ancoraggio non è altro che utilizzare in maniera consapevole un qualcosa che facciamo in modo assolutamente naturale ed inconsapevole nella nostra vita. Il classico esempio al riguardo è quello della canzone che ascoltiamo e che ci riporta immediatamente alla mente le emozioni a cui l’avevamo associata in passato (il sentimento per una persona, la gioia di un determinato momento in cui l’abbiamo ascoltata): stiamo utilizzando un ancoraggio che abbiamo creato spontaneamente nel tempo.

 

Combinando l’ancoraggio con altre tecniche, come ad esempio la visualizzazione, il mental coach supporta l’atleta (o la squadra: creare delle routine che coinvolgono tutti i membri della squadra è funzionale anche al team building, alla creazione di uno spirito di squadra) nel definire diversi tipi di routine, finalizzate a scopi differenti e da utilizzare in situazioni diverse. E dipendenti, ovviamente, anche dal tipo di performance richiesto da un determinato sport. Saranno infatti necessariamente diverse le routine che andranno a sviluppare un pattinatore artistico che scende sul ghiaccio per il suo programma libero di 4 minuti e mezzo, un motociclista che sta per affrontare una gara in cui per una quarantina di minuti dovrà guidare una moto ad una media superiore ai 180 km/h, un calciatore che sta per entrare in campo per una partita di 90 minuti con un intervallo di quindici minuti tra i due tempi, un tennista che deve scendere in campo in un match al meglio dei cinque set sulla terra battuta e che potrebbe perciò durare anche quattro ore, ma con tantissime pause.

Parlando di tennis, ci soffermeremo innanzitutto sulla routine pre-partita. Spesso sottovalutata, e non solo a livello amatoriale. In molti casi infatti la pianificazione della routine pre-gara considera nei dettagli aspetti quali la qualità e la durata del riposo, l’alimentazione, la preparazione dell’attrezzatura ed infine il riscaldamento fisico. Ma non quello mentale. Invece accanto al riscaldamento fisico ci deve essere anche quello mentale, che consiste nell’eseguire una routine che richiama (attraverso l’utilizzo delle ancore) quell’insieme di pensieri ed emozioni sperimentati in occasione di una performance eccellente, in modo da portare il tennista al giusto livello di attivazione psico-fisica, pronto a scendere in campo nello stato d’animo più funzionale a replicare un simile livello di performance. La routine verrà ovviamente creata in base alle necessità ed alle caratteristiche personali dell’atleta nell’approccio alla gara. C’è, ad esempio, chi ha bisogno di una maggiore attivazione psico-fisica perché tende a scendere in campo un po’ troppo rilassato o a “carburare” lentamente all’inizio del match e quindi magari avrà bisogno che nella routine venga inserito l’ascolto di una playlist di canzoni funzionali a “dargli la carica”. Al contrario, c’è invece chi tende a sentire un po’ troppo la tensione prima della partita e di conseguenza avrà necessità di creare invece una routine in cui trova spazio anche una tecnica di rilassamento in modo da gestire situazioni ansiogene.

Chris Evert iniziava la sua preparazione mentale addirittura la sera prima: “Cominciavo a pensare ad un match importante la sera prima. Immaginavo i punti che avrei giocato il giorno dopo.” Chiaramente questo è un qualcosa fattibile e funzionale soprattutto per un giocatore professionista, per il quale vincere una determinata partita può significare tanto per la sua carriera. Basta pensare a chi ha l’occasione di disputare una finale di un torneo dello Slam: vincerla significa entrare nella storia di questo sport, perderla dover attendere un’altra chance, non così scontata per alcuni. Prendiamo ad esempio la finale del Roland Garros 1976, giocata da due tennisti che in quell’occasione disputarono la loro prima ed unica finale in un Major: Adriano Panatta e Harold Solomon. Vincendola il tennista romano è entrato nella storia del tennis, quello italiano in particolare. Anche per il fatto che dopo di lui nessun tennista azzurro in campo maschile è riuscito a ripetere l’impresa: di conseguenza il nome di Adriano Panatta continua ad essere famoso ancora oggi, quarantuno anni dopo quella vittoria. Il nome dello statunitense invece – uno che comunque è stato tra i primi cinque al mondo, ha fatto altre due semifinali Slam ed ha vinto più di venti tornei ATP – oggi è probabilmente noto solo agli appassionati più esperti (anche dal punto di vista anagrafico).

Ma – “pillola” di coaching per i lettori di Ubitennis che sono anche degli sportivi praticanti – sviluppare una routine pre-match è importante anche se non si è nei top 100 ATP o WTA. A quanti di noi è capitato di arrivare negli spogliatoi all’ultimo momento, cambiarsi in due minuti esatti che neanche Clark Kent nella cabina telefonica quando si trasforma in Superman e scendere in campo con la testa ancora sull’esame appena fatto, sulla riunione appena conclusa in ufficio, sulla discussione con il proprio compagno o compagna perché ci eravamo dimenticati di avvisare che quella sera il cinema saltava perché c’è la partita del torneo. E, di fatto, iniziare a concentraci veramente sulla partita, se ci va bene, dopo un paio di game (in genere persi). Dedicare un po’ di tempo a “staccare” da quanto accaduto prima e richiamare uno stato d’animo funzionale a quello che stiamo per fare (scendere in campo a giocare una partita di tennis) è fondamentale a tutti i livelli. Creare una routine pre-gara in cui “lasciamo andare” quello che è accaduto fino a pochi minuti prima ed iniziamo ad orientare la nostra attenzione sul match che sta iniziando, ci porta a indirizzare tutte le nostre energie fisiche e mentali su quello che stiamo per fare. D’accordo, non sarà una finale Slam, e nella maggioranza dei casi vincerla o perderla non ci cambierà la vita. Ma ci siamo allenati, abbiamo investito un po’ del nostro tempo e anche un po’ del nostro denaro (anche considerando solo il costo dell’iscrizione: la serata al cinema ci costava più o meno uguale e per di più evitavamo la discussione) per essere lì a giocare quella partita. Allora, semplicemente, cerchiamo di fare il possibile per giocarla al meglio delle nostre possibilità, anche solo per uscire dal campo soddisfatti per come abbiamo giocato.

Passiamo adesso alle routine che si utilizzano durante il match. Ce ne sono diverse: quelle che si utilizzano tra un punto e l’altro del game, quando ci sono in tutto una di trentina di secondi a disposizione, e quelle che si utilizzano al cambio campo, quando invece la pausa dura un po’ di più, un minuto e mezzo. In uno sport come il tennis, la cui durata non è predefinita ed è pieno di pause, non è pensabile rimanere concentrati sul match ininterrottamente dal primo all’ultimo minuto. Soprattutto non è utile: si consumerebbero inutilmente tantissime energie nervose. Attraverso l’allenamento mentale e l’inserimento delle routine si impara invece a sfruttare il tempo delle pause per diversi scopi, tra i quali proprio quello di ricaricarsi dal punto di vista nervoso.
Una routine classica è quella che al termine di un punto riporta l’atleta al momento presente, al “qui e ora”, evitando che la mente rimanga a rimuginare sul colpo sbagliato o sull’occasione sprecata. In molti casi la ricerca ossessiva dell’asciugamano da parte dei professionisti – praticamente dopo ogni punto giocato – non è legata ad una sudorazione eccessiva che ha colpito tutti i migliori giocatori e le migliori giocatrici del circuito: il gesto di prendere l’asciugamano o il suo utilizzo per asciugarsi (in genere il viso o le braccia) è spesso parte integrante di una routine finalizzata a lasciar andare quanto accaduto nel punto precedente. E – altra piccola “pillola” di coachingil lasciar andare non è solo riferito ad un qualcosa di negativo, ma anche a quanto di positivo è accaduto. Come non bisogna deprimersi per lo smash sbagliato a campo aperto che è costato il break, non bisogna neanche esaltarsi eccessivamente per gli ultimi tre bellissimi punti fatti in sequenza, perché se nel primo caso il rischio è quello di cadere nello sconforto e perdere motivazione, nel secondo è quello di “andare fuori giri” colti dall’entusiasmo, esagerare nella ricerca del colpo vincente sempre più bello e difficile e non rispettare così la tattica di gioco prevista.

Un’altra routine è quella che viene anche chiamata di “riattivazione”, che porta l’atleta nuovamente al giusto stato di attivazione psico-fisica. Si utilizza tra un punto e l’altro, dopo essere tornati al “qui e ora”, e al rientro sul terreno di gioco dopo la pausa del cambio campo. Il tempo del cambio campo infatti può essere sfruttato per “staccare” mentalmente e concedere un breve momento di relax alla mente e al corpo, in modo da ripartire avendo una sensazione di rinnovata energia psico-fisica. Lo si fa attraverso un altro tipo di routine, che spesso integra una tecnica di rilassamento e che appunto si può utilizzare durante il cambio campo.
C’è, infine, la routine che si utilizza prima di giocare il primo colpo del punto, quella che porta nuovamente il giocatore ad essere nello stato psico-fisico ottimale per eseguire al meglio il gesto tecnico. In genere in questo caso di tratta di una sequenza personalizzata di elementi di mental coaching (come ad esempio ancoraggi ad immagini mentali, alla respirazione e/o al dialogo interno) che, una volta stabilita con l’atleta e da lui approvata, viene ripetuta ogni volta che si effettua quel determinato gesto tecnico. Probabilmente a molti verranno subito in mente due esempi relativi alla preparazione al servizio di due fuoriclasse del tennis maschile: la sequenza di gesti di Rafa Nadal ed il numero di palleggi di Novak Djokovic. Una routine di questo tipo viene sviluppata integrandola nella routine del gesto tecnico del tennista: i gesti che l’atleta già compie vengono cioè integrati con una sequenza che diventerà col tempo perfettamente automatizzata e parte integrante del gesto tecnico, con l’obiettivo di portare al giocatore diversi benefici, quali ad esempio la gestione dell’attivazione psico-fisica, l’eliminazione di pensieri distraenti, un migliore controllo ed esecuzione del gesto tecnico. Perfettamente automatizzata, abbiamo detto: da qui si capisce perché i due campioni di cui sopra ogni volta che la loro routine al servizio viene interrotta per qualche motivo la riprendono dall’inizio, anche a costo di rischiare il warning.

In conclusione, anche se probabilmente molti lettori lo avranno già dedotto da quanto abbiamo scritto, è importante specificare una cosa: la routine è qualcosa di personale. Non c’è una routine che vada bene per tutti e nessuno può suggerire o consigliare la routine ideale. Il lavoro che l’atleta fa con il mental coach è proprio quello di diventare consapevole dei propri stati d’animo, di cosa li genera e di conseguenza sviluppare delle routine che siano efficaci nel gestirli in modo da consentirgli l’attivazione ottimale delle proprie risorse emotive e cognitive al fine del raggiungimento della miglior performance possibile.

Come sempre, l’invito è quello di provare. Magari la prossima volta che ci vengono i sudori freddi perché la maglietta talismano con cui abbiamo vinto gli ultimi tre match è ancora nel cestone della biancheria sporca e dobbiamo scendere in campo tra meno di due ore, proviamo ad associare all’unica maglietta rimasta in armadio le stesse sensazioni che proviamo quando indossiamo quell’altra, quella che nella nostra mente ci sta rendendo invincibili. E andiamo così a creare un’ancora tra il gesto dell’indossare la maglietta da tennis e le sensazioni che sentiamo più funzionali per permetterci di scendere in campo al nostro massimo. Possono essere, ad esempio, sensazioni di fiducia, forza, sicurezza: qui ognuno di noi – lo abbiamo appena detto, la routine è strettamente personale – inserirà le risorse interiori di cui sente maggiormente la necessità in quella situazione.
Nello sport coaching si usa spesso una frase, attribuita al leggendario coach di football americano a livello universitario Paul “Bear” Bryant, che ben sottolinea l’importanza dell’allenamento e della necessità di curare tutti gli aspetti per arrivare ad eseguire la performance sportiva nelle migliori condizioni psico-fisiche possibili: “Ciò che conta non è la volontà di vincere, quella ce l’hanno tutti. Ciò che conta è la volontà di prepararsi a vincere.”
Ecco, le routine sono parte di questa preparazione.

 

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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Al femminile

Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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ATP

ATP Nur-Sultan, Lorenzo Musetti vince all’esordio

Seppur non giocando benissimo, il 19enne italiano la spunta in tre set contro Polmans mostrando solidità mentale nei momenti decisivi

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Lorenzo Musetti - US Open 2021 (Rhea Nall/USTA)

Vittoria convincente di Lorenzo Musetti all’esordio nel torneo ATP 250 indoor di Nur-Sultan, contro un avversario non estremamente ostico ma che lo ha messo in difficoltà quel tanto che bastava per stimolare la sua grinta e il suo agonismo. Il giovane tennista italiano contro Marc Polmans ha risposto con una prestazione non brillantissima sotto il punto di vista del tennis espresso ma senza troppe sbavature, e soprattutto nella quale ha mantenuto il controllo del gioco nei momenti chiave, vincendo 6-4 2-6 6-4. Ciò non può che essere valutato positivamente dopo il periodo negativo passato in nord-America, con i primi segnali di uscita dal tunnel si erano già visti a New York. Oggi l’aspetto di maggior rilievo è quello mentale: la reazione che c’è stata a cavallo tra secondo e terzo set infatti la si può avere solo trovando convinzione in sé stessi e a quanto pare Musetti ha riacquisito la voglia di lottare in campo.

IL MATCH – Il qualificato Marc Polmans dispone di un gioco solido nel palleggio, con le traiettorie dei colpi alte e in sicurezza (infatti raramente è incappato in errori gratuiti), e cerca spesso di mischiare le carte con smorzate di dritto e incursioni a rete. Musetti si è adattato presto a questo stile ed è stato sempre avanti nel primo set: dopo un break iniziale che non è riuscito a confermare, lo slancio decisivo è arrivato sul 2-2. Al frizzante australiano non sono mancante chance per rifarsi sotto (aiutato anche da qualche distrazione di Musetti che ha concesso palle break in quattro game differenti) ma l’italiano nei momenti topici ha sempre messo la concretezza al primo posto, vincendo il primo set 6-4 dopo 50 minuti di gioco.

Nel secondo set i demoni tornano a far visita a Musetti e quest’ultimo, dopo un vantaggio iniziale di un break, perde inspiegabilmente incisività con i colpi ridando vigore a Polmans. L’australiano n. 165 del mondo accetta volentieri il regalo e sfrutta al massimo il momento fiacco del suo avversario – calo più mentale che fisico – vincendo cinque game consecutivi (di cui tre break), chiudendo il set 6-2. L’entusiasmo di Polmans trova la sua massima espressione nel parziale decisivo nel quale l’australiano cerca la rete appena possibile facendo affidamento su un’abilità di polso non indifferente. Musetti però disegna bene il campo, e grazie a rapidità di gambe e a colpi precisi trova le contromisure necessarie che gli permettono di stare avanti. Anche la prima di servizio inizia a dargli una grossa mano e il match che fino a quel momento era rimasto su un livello gradevole, regala dei faccia a faccia ravvicinati ancora più entusiasmanti.

 

Alla fine un break nel terzo game si rivela fatale e Lorenzo chiude 6-4 2-6 6-4 dopo 2 ore e 19 minuti di gioco. Con l’uscita di scena inattesa di Andreas Seppi al primo turno, resta dunque Musetti l’unico italiano rimasto in gara nella capitale kazaka e ora al secondo turno per il n. 57 del mondo ci sarà il serbo Laslo Djere, n. 49.

Il tabellone aggiornato di Nur-Sultan

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Flash

WTA Portorose: una grande Jasmine Paolini conquista il suo primo titolo

L’azzurra si libera in fretta dell’emozione per la sua prima finale e supera Alison Riske rimontando due break di svantaggio nel primo set. Sarà n. 64 del mondo

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Jasmine Paolini - 2021 US Open (Manuela Davies/USTA)

J. Paolini b. [3] A. Riske 7-6(4) 6-2

Alla sua prima finale del Tour maggiore, Jasmine Paolini parte contratta ma poi doma l’emozione e l’avversaria, imponendosi in due set sulla n. 3 del seeding Alison Riske, lei invece per la decima volta all’atto conclusivo di un torneo, per quanto solo in due occasioni sia riuscita ad alzare il trofeo. Il WTA 250 di Portorose si conclude così nel migliore dei modi per l’allieva di Renzo Furlan, giunta in finale superando le più quotate Yastremska, Cirstea e Putintseva, oltre che Kalinskaya, per un titolo che lunedì le varrà il nuovo best ranking al 64° posto.

Un incontro iniziato sentendo la pressione per Jasmine che ha ritrovato il suo miglior tennis quando il primo parziale sembrava ormai compromesso dal 2-5 pesante. Lì è iniziata la rimonta che si sarebbe fatta sentire nella testa di Alison nel secondo set. Un trionfo che conferma i progressi compiuti e la sempre maggiore consapevolezza nei propri mezzi. Una nota positiva, nonostante la sconfitta, anche per Riske, che in questa settimana slovena è tornata a vincere due incontri di fila dall’Australian Open 2020, dopo aver patito le conseguenze di una fascite plantare; ora, pienamente recuperata dal punto di vista fisico, sta rimettendo insieme il gioco che l’aveva portata al n. 18 WTA alla fine del 2019.

 

IL MATCH – La pioggia ritarda l’ingresso in campo delle giocatrici di quasi due ore e mezza rispetto alle ore 17 originariamente previste. C’è però giusto il tempo per un paio di minuti di palleggio preliminare perché Jasmine fa notare che almeno la sua metà campo presenta ancora zone bagnate e quindi pericolose. Un’altra mezz’ora se ne va e finalmente si comincia con Paolini che ha scelto di servire. Entrambe commettono alcuni errori di troppo che si traducono in tre break, finché Riske tiene, subito imitata da Jasmine grazie anche ai primi punti diretti portati dalla battuta – fondamentale in cui la 175 cm da Pittsburgh è superiore. Spinge affidandosi alle sue solite traiettorie relativamente piatte, Alison, che si produce in un paio di buone chiusure a rete ma anche in altrettanti attacchi pentiti, forse preoccupata della velocità dell’azzurra che ha già sfoderato un bel passante in corsa. Ancora contratta e non del tutto lucida, tuttavia, Paolini cede un altro turno di servizio mandando l’altra a servire sul 5-2.

Sarà la situazione di punteggio disperata, sarà la voglia di giocarsi davvero la sua prima finale, ma Jasmine entra finalmente in partita, mette a segno dieci punti consecutivi e, con il livello del match che si alza offrendo scambi intensi e spettacolari, prima pareggia e poi sorpassa, costringendo l’avversaria a servire per riparare al tie-break, compito che porta a termine nonostante l’iniziale 0-30. I colpi azzurri hanno cominciato a girare e il dritto, nonostante qualche imperfezione, mette la necessaria pressione alla terza testa di serie che si ritrova sotto di due mini-break dopo un punto perso sulla diagonale sinistra e uno smash fuori misura. Riske approfitta con coraggio di due scambi giocati in maniera troppo conservativa dalla venticinquenne toscana, ma un suo errore bimane manda Paolini a set point, immediatamente trasformato grazie all’errore al volo statunitense al termine di uno scambio tiratissimo in cui la nostra ha dato veramente tutto.

MTO per un massaggio alla coscia sinistra di Jasmine che ricomincia da dove aveva lasciato, vale a dire spingendo con il dritto e trovando anche ottime soluzioni con il rovescio che valgono il 2-0, mentre le statistiche mostrano il saldo vincenti-gratuiti ampiamente negativo, eppure la sfida risulta assolutamente godibile. Dal canto suo, Alison si fa vedere a rete e incide con il bimane lungolinea, ma è troppo incostante e il pareggio subito agguantato svanisce in un battito d’ali di farfalla. Vola, Paolini, e adesso tocca a lei servire sul 5-2, opportunità che non si lascia sfuggire e chiude al primo match point con un pesante dritto inside-in.

Due vittorie di fila sul cemento in un main draw WTA le aveva centrate una sola volta in carriera prima di questa settimana, al Gippsland Trophy che ha preceduto l’Australian Open. Il WTA 250 australiano era stato anche l’unico torneo assieme a Guangzhou 2019 nel quale Jasmine fosse riuscita a battere una top 50 sul duro; qui a Portorose si è spinta oltre i suoi limiti, vincendo cinque partite di fila – le ultime tre contro avversarie che abitano la top 50. In una parola, bravissima.

Il tabellone completo di Portorose

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