La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Serena Williams: My life

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Serena Williams: My life

Non solo cronaca. Recensiamo oggi la biografia di Serena Williams. Uno spaccato sulla vita privata di una (due) delle più grandi campionesse del tennis femminile

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Williams S. (con Daniel Paisner), My life, Trad. Lagomarsino G., revisione tecnica e note di Schiavo F., Edizioni Mare Verticale, 2015, pg. 309

Quando nel 2009 fu pubblicato “My Life” Serena Williams era appena ritornata numero 1 del mondo, aveva da poco vinto gli US Open 2008 e in totale nella bacheca di casa campeggiavano nove trofei del Grande Slam. Oggi, a otto anni di distanza, sappiamo che di strada ne ha fatta parecchia di più, che i trofei sono saliti a 23 e che Serena è diventata mamma. “My Life” è quindi una tappa di un percorso in piena evoluzione, un percorso con un finale che attende ancora di essere scritto. Il libro è un’autobiografia sui generis. Scritto a 27 anni in un momento in cui la sua carriera si stava spingendo di nuovo su altissimi livelli dopo un lungo periodo di appannamento, il testo non segue un andamento rigorosamente cronologico e, curiosamente, parla poco di tennis giocato. L’attenzione dell’autrice è rivolta soprattutto a situazioni e avvenimenti della sua vita che hanno contribuito in modo sostanziale al raggiungimento degli straordinari risultati che tutti conosciamo e influito in modo determinante sull’evoluzione del suo tennis. Serena stessa chiarisce le proprie intenzioni: “Incominciando a scrivere queste pagine, non ho mai avuto l’intenzione di farne un libro di ricordi esauriente e coerente. Non sono pronta per impacchettarlo come se comprendesse tutta la mia carriera. (…) Posso soltanto raccontarvi come sta andando. Posso raccontarvi com’è andata. Ma non posso ancora dirvi, dove sto andando. (…) Le vicende della mia vita e della mia carriera che ho scelto di presentarvi sono quelle più rilevanti come fonte d’ispirazione e di motivazione, e significative” (pagg. 307-308).

Il lettore non deve attendersi da questo libro analisi di partite memorabili (Serena descrive nel dettaglio solo un match che non è nemmeno una finale Slam, ovvero gli ottavi di finale di Wimbledon 2007 contro Daniela Hantuchová, match fondamentale per la rinascita della campionessa dopo il periodo buio). Non ci sono nemmeno descrizioni dettagliate della propria strategia di gioco, né resoconti di incontri o scontri con altre tenniste (a questo proposito l’unica tennista su cui si sofferma a lungo è, guarda caso, Venus) e non parla nemmeno di glorie del passato o di storia del tennis e del posto che lei pensa di ricoprire in essa. Niente di tutto questo. “Meek” (il soprannome con cui la Williams è chiamata in famiglia) affronta, in ordine sparso e con frequenti rimandi interni nei vari capitoli, temi che con il tennis hanno sì a che vedere ma, come detto, più che altro per il modo in cui essi hanno influenzato la sua carriera sportiva. In “My Life”, dunque, troverete tutta la famiglia di Serena, i genitori (in particolare il padre Richard) le tante sorelle; troverete la descrizione del suo rapporto con la fede (Serena è Testimone di Geova); non mancano le grandi passione extra tennistiche, ovvero moda, cinema, musica. Nella narrazione trovano spazio anche altri aspetti della sua vita privata: una storia d’amore importante finita male; i cibi (soprattutto dolci) preferiti; i viaggi in Africa alla scoperta delle proprie radici; l’impegno umanitario; l’abitudine di tenere un diario su cui annotare impressioni e riflessioni, diario che poi utilizza come sprone prima delle partite.

 

La famiglia occupa una parte importante e preponderante nel racconto di Serena. Si può dire che è il perno attorno a cui tutto ruota e a cui lei sempre ritorna, nei momenti felici e nel dolore. Due persone, soprattutto, sono al centro dell’attenzione della campionessa: papà Richard e Venus. A proposito del padre, il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo che ha dedicato la propria vita alla carriera delle figlie. Serena è consapevole che Richard è un uomo criticato, sia per i suoi metodi di allenamento, sia perché ha iniziato a praticare il tennis quando ha deciso di fare delle ultime due figlie delle campionesse (quindi agli occhi degli esperti è un dilettante allo sbaraglio), ma la figlia lo difende a spada tratta e ne mette in risalto le qualità umane. Vale la pena riportare il passo in cui racconta come è nata nel padre l’idea di fare di lei e Venus due campionesse di tennis: “Un certo giorno mio padre, mentre guardava un incontro di tennis alla televisione, non riuscì a credere che le giocatrici guadagnassero tutti quei soldi, colpendo semplicemente una palla da tennis. (…) Guardava un incontro di Virginia Ruzici, vincitrice degli Open di Parigi nel 1978. Il telecronista comunicò che la tennista aveva appena intascato ben quarantamila dollari in una settimana di torneo, più di quello che mio padre guadagnava in un anno. (…) E così la storia vuole che il mattino dopo mio padre uscì di casa e comprò un giornale che confermasse i guadagni di Virginia Ruzici. (…) Quando capì che era vero, tornò a casa e disse a mia madre: ‘Dobbiamo fare altri due figli perché diventino due campioni di tennis’ (pagg. 28-29).

L’idea che ci si può fare di Richard e della moglie è quella di persone che hanno utilizzato le due ultimogenite per i propri scopi personali, decidendo per loro il futuro, ma la prassi quotidiana degli allenamenti, anche se molto impegnativa, teneva sempre conto delle esigenze delle figlie e, soprattutto, era vista come un’attività in cui tutta la famiglia, senza escludere alcuno, veniva sempre coinvolta. Insomma il tennis non era una dittatura, era qualcosa di condiviso, almeno così ne parla Serena. “Poi, però, cominciammo a dimostrare a tratti di saper giocare davvero, quando io avevo cinque o sei anni e Venus circa sei o sette (…). Ci spinsero a impegnarci di più. Forse era quello che avevano in mente fin dal principio, ma non passarono ad allenamenti più duri finché non videro che eravamo pronte. A quel punto, passammo dal giocare un paio di ore al giorno per quattro o cinque giorni la settimana, a tre o quattro ore tutti i santi giorni. Certe volte facevamo addirittura due sessioni di allenamento, cominciando alle sei di mattina prima della scuola e poi ancora dopo la scuola, di solito fino al tramonto” (pagg. 35-36). E più avanti leggiamo: “Mia madre faceva l’infermiera. Mio padre aveva un’agenzia di vigilanza (…). Intanto mio padre si era organizzato per lavorare di notte; certe volte, andava al lavoro mentre eravamo a scuola, ma per lo più lavorava di notte, dopo che eravamo andate a letto. Quando eravamo a casa, lo era anche lui. Di solito cercava di parlare di tennis con una di noi, di guardare assieme qualche incontro alla televisione. Preparava il nostro allenamento successivo. (…) Ci parlava di concentrazione e disciplina” (pag. 49). L’attenzione al benessere delle figlie è, per Richard, prioritario: Papà pensava semplicemente di evitarci le pressioni dei tornei junior e aveva proprio ragione. Non gli piaceva il modo in cui genitori e istruttori stavano addosso ai giovani giocatori, saltando da un torneo all’altro. Voleva che avessimo una vita normale. (…) Inoltre, papà pensava che saremmo migliorate molto di più esercitandoci con professionisti e maestri e lavorando sui fondamentali” (pag. 130).

La famiglia, per Serena, è il luogo dove si celebrano i successi e si trova la forza e il sostegno nei momenti difficili, non solo legati al tennis. Nell’unità della famiglia si rielaborano anche i lutti, come quello particolarmente doloroso della tragica scomparsa di Tunde, la maggiore delle sorelle, uccisa accidentalmente durante una sparatoria. La perdita di Tunde, avvenuta nel 2003, getta Serena in uno stato di depressione che fino a quel momento le era sconosciuto. Conseguenza è la veloce discesa nel ranking. L’ex numero uno del mondo perde interesse per il tennis, rivaluta i propri obiettivi, ricalibra i valori su cui è impostata la sua vita, si prende una pausa. La risalita sarà lenta e faticosa, con numerose ricadute, finché, dopo la citata vittoria su Hantuchová a Wimbledon 2007, si riaprono le porte del successo e la vita ritorna a sorridere.

Molto spazio, e non potrebbe essere diversamente, Serena lo dedica alla sorella Venus, ritenuta la vera artefice dei suoi successi, la persona senza cui Serena non avrebbe mai raggiunto la vetta del tennis. Un rapporto fortissimo, indissolubile, quello fra Serena e Venus, fin dall’infanzia: “Venus era protettiva. Non saprei dire come la vedevano le altre, ma per me era come un’affettuosa guardia del corpo, sempre attenta a intervenire in ogni situazione che potesse procurarmi guai o difficoltà. Quanto a me, ero la principessa, la cocca di tutte. Se ci ripenso, ero piuttosto pestifera, ma le mie sorelle mi lasciavano fare di tutto! La cosa curiosa è che abbiamo conservato questi ruoli anche da grandi” (pag. 50). Il passo che vi propongo qui sotto mette in evidenza in modo inequivocabile il ruolo centrale di Venus nella vita non solo tennistica di Serena: “In tutta la mia crescita da giocatrice, c’era sempre Venus a determinare il livello. Certe volte, quand’ero piccola, quel livello sembrava irraggiungibile, ma era quello da raggiungere. Lei impersonava il meglio di me. Era la tennista che speravo di essere, anche la persona che speravo di essere. La osservavo giocare, andare a scuola, ordinare prima di me al ristorante, osservavo sempre come si comportava in generale e pensavo: ‘Un giorno sarò come lei’” (pag. 82).

Il libro, poi, si dipana in tanti rivoli, ognuno dei quali racconta fatti che hanno segnato l’evoluzione di Serena come donna e, di conseguenza, come tennista. L’angolo visuale è sempre lo stesso: importante non è il tennis in sé (o, perlomeno, non solo quello), ciò che conta sono i valori, le ambizioni, le passioni su cui si imposta la propria vita. Quindi ben venga l’impegno nella moda (Serena collabora alla realizzazione del suo outfit sportivo con la Nike e ha curato anche una personale linea di abbigliamento), l’impegno umanitario in Senegal e Kenya concretizzatosi nella realizzazione di scuole, i corsi di recitazione per assecondare la propria ambizione di diventare, un giorno, attrice cinematografica. Tutte queste esperienze si riflettono sul tennis, danno a Serena la giusta carica, la motivazione per conseguire gli obiettivi sportivi, la determinazione per essere la numero uno. Ogni occasione della vita offre spunti per migliorare, soprattutto le difficoltà. Non a caso un capitolo intero, il quarto, è dedicato al torneo di Indian Wells del 2001, quando Serena, in finale contro Kim Clijsters, fu sottoposta a una vera e propria tortura da parte del pubblico che la fischiò e la ricoprì di insulti razzisti per tutta la durata del match. Il motivo di tale atteggiamento risiede nel ritiro dalla semifinale di Venus, che avrebbe dovuto giocare proprio contro la sorella. Malgrado Venus avesse fatto presente con largo anticipo all’organizzazione di non essere in grado scendere in campo, la notizia fu data solo cinque minuti prima del match, scatenando l’ira del pubblico già seduto e in attesa. Serena strinse i denti e vinse in finale, ma il contraccolpo emotivo fu durissimo, tanto che disertò il torneo per anni.

Pochissime, nel libro, le parole di Williams su ciò che vuol dire essere una campionessa. A questo proposito ci sono due passaggi illuminanti, gli unici in cui Serena ci offre la sua interpretazione di cosa significhi trovarsi al di là delle classifiche. Sono poche righe, ma significative, parole che aprono uno spiraglio su quella che è, e deve essere, la mentalità del campione. Il primo frammento evidenzia l’importanza del fattore mentale“Quando ero appena agli inizi, i miei genitori mettevano l’accento sulla preparazione tecnica, la forma fisica e la strategia. Quand’ero più grande la chiave era l’allenarsi con istruttori diversi, la ripetizione e la memoria muscolare. Ma il tennis è un gioco di testa. È sempre in funzione dell’atteggiamento mentale che hai in campo e della personalità che ne ricavi: la solidità psicologica che si esprime in campo. Tecnica, forma, memoria muscolare… sono dati a livello professionistico ma quello che ti distingue è ciò che fai delle tue particolari doti, il modo in cui reagisci nei brutti momenti e riacquisti fiducia(pagg. 175-176). Ma è il passaggio che vi propongo ora che getta vera luce su quel luogo oscuro e misterioso che è la mente di chi trascende la normalità per spingersi in luoghi che solo pochissimi atleti riescono a raggiungere, non più di una manciata ogni generazione: Arrivai alla conclusione che un lato di follia è necessario, se si vuole diventare veramente competitivi. C’è bisogno di un istinto irrazionale da killer. Occorre dimostrare di essere scatenati e imprevedibili, farne prendere atto non solo agli avversari, ma anche a se stessi. Devi convincerti di essere capace di tutto, che nulla ti sarà negato, che farai tutto quello che occorre per realizzare quello per cui ti sei impegnato. Devi anche riuscire a sorprenderti. E devi saper gestire quel senso incontrollabile e impulsivo che ti prende, che ti innalza e ti trasforma, nel fervore di un momento decisivo. Pare che sia necessario arrivare in quello strano luogo, nel quale non sai più spiegare il tuo comportamento” (pag. 61). È un peccato che Serena non abbia approfondito queste riflessioni, ci avrebbe potuto illuminare, almeno in parte, sui meccanismi che governano la mente di un campione ma, forse, questi meccanismi sono in gran parte sconosciuti anche ai campioni stessi.

Concludo con una nota sull’edizione italiana del libro. Purtroppo, durante la lettura ho riscontrato molti refusi e imperfezioni ortografiche, frutto, evidentemente, di una poco accurata correzione delle bozze. Questi difetti hanno disturbato la lettura, ed è un peccato, anche se suppongo sia un caso isolato. Delle edizioni Mare Verticale ho letto l’autobiografia di Rod Laver, il cui testo non presentava imprecisioni.

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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