La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Serena Williams: My life

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Serena Williams: My life

Non solo cronaca. Recensiamo oggi la biografia di Serena Williams. Uno spaccato sulla vita privata di una (due) delle più grandi campionesse del tennis femminile

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Williams S. (con Daniel Paisner), My life, Trad. Lagomarsino G., revisione tecnica e note di Schiavo F., Edizioni Mare Verticale, 2015, pg. 309

Quando nel 2009 fu pubblicato “My Life” Serena Williams era appena ritornata numero 1 del mondo, aveva da poco vinto gli US Open 2008 e in totale nella bacheca di casa campeggiavano nove trofei del Grande Slam. Oggi, a otto anni di distanza, sappiamo che di strada ne ha fatta parecchia di più, che i trofei sono saliti a 23 e che Serena è diventata mamma. “My Life” è quindi una tappa di un percorso in piena evoluzione, un percorso con un finale che attende ancora di essere scritto. Il libro è un’autobiografia sui generis. Scritto a 27 anni in un momento in cui la sua carriera si stava spingendo di nuovo su altissimi livelli dopo un lungo periodo di appannamento, il testo non segue un andamento rigorosamente cronologico e, curiosamente, parla poco di tennis giocato. L’attenzione dell’autrice è rivolta soprattutto a situazioni e avvenimenti della sua vita che hanno contribuito in modo sostanziale al raggiungimento degli straordinari risultati che tutti conosciamo e influito in modo determinante sull’evoluzione del suo tennis. Serena stessa chiarisce le proprie intenzioni: “Incominciando a scrivere queste pagine, non ho mai avuto l’intenzione di farne un libro di ricordi esauriente e coerente. Non sono pronta per impacchettarlo come se comprendesse tutta la mia carriera. (…) Posso soltanto raccontarvi come sta andando. Posso raccontarvi com’è andata. Ma non posso ancora dirvi, dove sto andando. (…) Le vicende della mia vita e della mia carriera che ho scelto di presentarvi sono quelle più rilevanti come fonte d’ispirazione e di motivazione, e significative” (pagg. 307-308).

Il lettore non deve attendersi da questo libro analisi di partite memorabili (Serena descrive nel dettaglio solo un match che non è nemmeno una finale Slam, ovvero gli ottavi di finale di Wimbledon 2007 contro Daniela Hantuchová, match fondamentale per la rinascita della campionessa dopo il periodo buio). Non ci sono nemmeno descrizioni dettagliate della propria strategia di gioco, né resoconti di incontri o scontri con altre tenniste (a questo proposito l’unica tennista su cui si sofferma a lungo è, guarda caso, Venus) e non parla nemmeno di glorie del passato o di storia del tennis e del posto che lei pensa di ricoprire in essa. Niente di tutto questo. “Meek” (il soprannome con cui la Williams è chiamata in famiglia) affronta, in ordine sparso e con frequenti rimandi interni nei vari capitoli, temi che con il tennis hanno sì a che vedere ma, come detto, più che altro per il modo in cui essi hanno influenzato la sua carriera sportiva. In “My Life”, dunque, troverete tutta la famiglia di Serena, i genitori (in particolare il padre Richard) le tante sorelle; troverete la descrizione del suo rapporto con la fede (Serena è Testimone di Geova); non mancano le grandi passione extra tennistiche, ovvero moda, cinema, musica. Nella narrazione trovano spazio anche altri aspetti della sua vita privata: una storia d’amore importante finita male; i cibi (soprattutto dolci) preferiti; i viaggi in Africa alla scoperta delle proprie radici; l’impegno umanitario; l’abitudine di tenere un diario su cui annotare impressioni e riflessioni, diario che poi utilizza come sprone prima delle partite.

 

La famiglia occupa una parte importante e preponderante nel racconto di Serena. Si può dire che è il perno attorno a cui tutto ruota e a cui lei sempre ritorna, nei momenti felici e nel dolore. Due persone, soprattutto, sono al centro dell’attenzione della campionessa: papà Richard e Venus. A proposito del padre, il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo che ha dedicato la propria vita alla carriera delle figlie. Serena è consapevole che Richard è un uomo criticato, sia per i suoi metodi di allenamento, sia perché ha iniziato a praticare il tennis quando ha deciso di fare delle ultime due figlie delle campionesse (quindi agli occhi degli esperti è un dilettante allo sbaraglio), ma la figlia lo difende a spada tratta e ne mette in risalto le qualità umane. Vale la pena riportare il passo in cui racconta come è nata nel padre l’idea di fare di lei e Venus due campionesse di tennis: “Un certo giorno mio padre, mentre guardava un incontro di tennis alla televisione, non riuscì a credere che le giocatrici guadagnassero tutti quei soldi, colpendo semplicemente una palla da tennis. (…) Guardava un incontro di Virginia Ruzici, vincitrice degli Open di Parigi nel 1978. Il telecronista comunicò che la tennista aveva appena intascato ben quarantamila dollari in una settimana di torneo, più di quello che mio padre guadagnava in un anno. (…) E così la storia vuole che il mattino dopo mio padre uscì di casa e comprò un giornale che confermasse i guadagni di Virginia Ruzici. (…) Quando capì che era vero, tornò a casa e disse a mia madre: ‘Dobbiamo fare altri due figli perché diventino due campioni di tennis’ (pagg. 28-29).

L’idea che ci si può fare di Richard e della moglie è quella di persone che hanno utilizzato le due ultimogenite per i propri scopi personali, decidendo per loro il futuro, ma la prassi quotidiana degli allenamenti, anche se molto impegnativa, teneva sempre conto delle esigenze delle figlie e, soprattutto, era vista come un’attività in cui tutta la famiglia, senza escludere alcuno, veniva sempre coinvolta. Insomma il tennis non era una dittatura, era qualcosa di condiviso, almeno così ne parla Serena. “Poi, però, cominciammo a dimostrare a tratti di saper giocare davvero, quando io avevo cinque o sei anni e Venus circa sei o sette (…). Ci spinsero a impegnarci di più. Forse era quello che avevano in mente fin dal principio, ma non passarono ad allenamenti più duri finché non videro che eravamo pronte. A quel punto, passammo dal giocare un paio di ore al giorno per quattro o cinque giorni la settimana, a tre o quattro ore tutti i santi giorni. Certe volte facevamo addirittura due sessioni di allenamento, cominciando alle sei di mattina prima della scuola e poi ancora dopo la scuola, di solito fino al tramonto” (pagg. 35-36). E più avanti leggiamo: “Mia madre faceva l’infermiera. Mio padre aveva un’agenzia di vigilanza (…). Intanto mio padre si era organizzato per lavorare di notte; certe volte, andava al lavoro mentre eravamo a scuola, ma per lo più lavorava di notte, dopo che eravamo andate a letto. Quando eravamo a casa, lo era anche lui. Di solito cercava di parlare di tennis con una di noi, di guardare assieme qualche incontro alla televisione. Preparava il nostro allenamento successivo. (…) Ci parlava di concentrazione e disciplina” (pag. 49). L’attenzione al benessere delle figlie è, per Richard, prioritario: Papà pensava semplicemente di evitarci le pressioni dei tornei junior e aveva proprio ragione. Non gli piaceva il modo in cui genitori e istruttori stavano addosso ai giovani giocatori, saltando da un torneo all’altro. Voleva che avessimo una vita normale. (…) Inoltre, papà pensava che saremmo migliorate molto di più esercitandoci con professionisti e maestri e lavorando sui fondamentali” (pag. 130).

La famiglia, per Serena, è il luogo dove si celebrano i successi e si trova la forza e il sostegno nei momenti difficili, non solo legati al tennis. Nell’unità della famiglia si rielaborano anche i lutti, come quello particolarmente doloroso della tragica scomparsa di Tunde, la maggiore delle sorelle, uccisa accidentalmente durante una sparatoria. La perdita di Tunde, avvenuta nel 2003, getta Serena in uno stato di depressione che fino a quel momento le era sconosciuto. Conseguenza è la veloce discesa nel ranking. L’ex numero uno del mondo perde interesse per il tennis, rivaluta i propri obiettivi, ricalibra i valori su cui è impostata la sua vita, si prende una pausa. La risalita sarà lenta e faticosa, con numerose ricadute, finché, dopo la citata vittoria su Hantuchová a Wimbledon 2007, si riaprono le porte del successo e la vita ritorna a sorridere.

Molto spazio, e non potrebbe essere diversamente, Serena lo dedica alla sorella Venus, ritenuta la vera artefice dei suoi successi, la persona senza cui Serena non avrebbe mai raggiunto la vetta del tennis. Un rapporto fortissimo, indissolubile, quello fra Serena e Venus, fin dall’infanzia: “Venus era protettiva. Non saprei dire come la vedevano le altre, ma per me era come un’affettuosa guardia del corpo, sempre attenta a intervenire in ogni situazione che potesse procurarmi guai o difficoltà. Quanto a me, ero la principessa, la cocca di tutte. Se ci ripenso, ero piuttosto pestifera, ma le mie sorelle mi lasciavano fare di tutto! La cosa curiosa è che abbiamo conservato questi ruoli anche da grandi” (pag. 50). Il passo che vi propongo qui sotto mette in evidenza in modo inequivocabile il ruolo centrale di Venus nella vita non solo tennistica di Serena: “In tutta la mia crescita da giocatrice, c’era sempre Venus a determinare il livello. Certe volte, quand’ero piccola, quel livello sembrava irraggiungibile, ma era quello da raggiungere. Lei impersonava il meglio di me. Era la tennista che speravo di essere, anche la persona che speravo di essere. La osservavo giocare, andare a scuola, ordinare prima di me al ristorante, osservavo sempre come si comportava in generale e pensavo: ‘Un giorno sarò come lei’” (pag. 82).

Il libro, poi, si dipana in tanti rivoli, ognuno dei quali racconta fatti che hanno segnato l’evoluzione di Serena come donna e, di conseguenza, come tennista. L’angolo visuale è sempre lo stesso: importante non è il tennis in sé (o, perlomeno, non solo quello), ciò che conta sono i valori, le ambizioni, le passioni su cui si imposta la propria vita. Quindi ben venga l’impegno nella moda (Serena collabora alla realizzazione del suo outfit sportivo con la Nike e ha curato anche una personale linea di abbigliamento), l’impegno umanitario in Senegal e Kenya concretizzatosi nella realizzazione di scuole, i corsi di recitazione per assecondare la propria ambizione di diventare, un giorno, attrice cinematografica. Tutte queste esperienze si riflettono sul tennis, danno a Serena la giusta carica, la motivazione per conseguire gli obiettivi sportivi, la determinazione per essere la numero uno. Ogni occasione della vita offre spunti per migliorare, soprattutto le difficoltà. Non a caso un capitolo intero, il quarto, è dedicato al torneo di Indian Wells del 2001, quando Serena, in finale contro Kim Clijsters, fu sottoposta a una vera e propria tortura da parte del pubblico che la fischiò e la ricoprì di insulti razzisti per tutta la durata del match. Il motivo di tale atteggiamento risiede nel ritiro dalla semifinale di Venus, che avrebbe dovuto giocare proprio contro la sorella. Malgrado Venus avesse fatto presente con largo anticipo all’organizzazione di non essere in grado scendere in campo, la notizia fu data solo cinque minuti prima del match, scatenando l’ira del pubblico già seduto e in attesa. Serena strinse i denti e vinse in finale, ma il contraccolpo emotivo fu durissimo, tanto che disertò il torneo per anni.

Pochissime, nel libro, le parole di Williams su ciò che vuol dire essere una campionessa. A questo proposito ci sono due passaggi illuminanti, gli unici in cui Serena ci offre la sua interpretazione di cosa significhi trovarsi al di là delle classifiche. Sono poche righe, ma significative, parole che aprono uno spiraglio su quella che è, e deve essere, la mentalità del campione. Il primo frammento evidenzia l’importanza del fattore mentale“Quando ero appena agli inizi, i miei genitori mettevano l’accento sulla preparazione tecnica, la forma fisica e la strategia. Quand’ero più grande la chiave era l’allenarsi con istruttori diversi, la ripetizione e la memoria muscolare. Ma il tennis è un gioco di testa. È sempre in funzione dell’atteggiamento mentale che hai in campo e della personalità che ne ricavi: la solidità psicologica che si esprime in campo. Tecnica, forma, memoria muscolare… sono dati a livello professionistico ma quello che ti distingue è ciò che fai delle tue particolari doti, il modo in cui reagisci nei brutti momenti e riacquisti fiducia(pagg. 175-176). Ma è il passaggio che vi propongo ora che getta vera luce su quel luogo oscuro e misterioso che è la mente di chi trascende la normalità per spingersi in luoghi che solo pochissimi atleti riescono a raggiungere, non più di una manciata ogni generazione: Arrivai alla conclusione che un lato di follia è necessario, se si vuole diventare veramente competitivi. C’è bisogno di un istinto irrazionale da killer. Occorre dimostrare di essere scatenati e imprevedibili, farne prendere atto non solo agli avversari, ma anche a se stessi. Devi convincerti di essere capace di tutto, che nulla ti sarà negato, che farai tutto quello che occorre per realizzare quello per cui ti sei impegnato. Devi anche riuscire a sorprenderti. E devi saper gestire quel senso incontrollabile e impulsivo che ti prende, che ti innalza e ti trasforma, nel fervore di un momento decisivo. Pare che sia necessario arrivare in quello strano luogo, nel quale non sai più spiegare il tuo comportamento” (pag. 61). È un peccato che Serena non abbia approfondito queste riflessioni, ci avrebbe potuto illuminare, almeno in parte, sui meccanismi che governano la mente di un campione ma, forse, questi meccanismi sono in gran parte sconosciuti anche ai campioni stessi.

Concludo con una nota sull’edizione italiana del libro. Purtroppo, durante la lettura ho riscontrato molti refusi e imperfezioni ortografiche, frutto, evidentemente, di una poco accurata correzione delle bozze. Questi difetti hanno disturbato la lettura, ed è un peccato, anche se suppongo sia un caso isolato. Delle edizioni Mare Verticale ho letto l’autobiografia di Rod Laver, il cui testo non presentava imprecisioni.

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La piccola biblioteca di Ubitennis. “Il Palpa”, storia di Roberto Palpacelli

Federico Ferrero, voce di Eurosport, ha scritto un libro su uno strano personaggio, Roberto Palpacelli, talentuoso enfant-prodige, disperso fra tossicodipendenza e autodistruzione. La nostra recensione

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Palpacelli R. e Ferrero F., “Il Palpa” – Ed. Rizzoli, 2019

“Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose si condanna da adulto a non divertirsi mai”. È l’assunto categorico che, per voce del protagonista stesso, meglio esemplifica mezzo secolo di vita spinta a velocità folli, senza alcuna forma di controllo.

Un passo indietro. L’indimenticabile Robertino Lombardi era solito definire il tennis come la disciplina del diavolo. Molteplici i motivi, tra questi la capacità intrinseca di uno sport meraviglioso di estrarre il peggio dall’animo umano. Succede. Molto più raro, invece, è che l’esercizio ludico meno consigliato al mondo per accompagnare una vita di eccessi distruttivi si riveli alla fine di un percorso sinusoidale, quello in cui creste e gole si susseguono implacabili senza soluzione di continuità, come l’unica salvezza possibile. Pare un ossimoro: domandare al tennis di moderare una psiche tumultuosa è come chiedere a Erode di amare i bambini. Impossibile, salvo rarissime eccezioni.

 

Ma Roberto Palpacelli, per tutti il Palpa, non ha niente di convenzionale e se oggi finalmente ha modo di raccontare la sua incredibile avventura è perché lo sport leggendario che fu di Bill Tilden, in maniera talvolta bizzarra, non l’ha mai abbandonato del tutto anche quando ne avrebbe avute le ragioni. Colla sulla pelle, dunque, di quello che con ogni probabilità sarebbe potuto diventare un campione di razza. Invece niente di tutto ciò, ma è vivo.

Di treni potenzialmente buoni, Roberto, ne ha infatti visti passare diversi a portata di mano, tuttavia con una coerenza inscalfibile, a volte lucida ma più spesso alterata, ha sempre scelto cocciutamente di rimanere fermo in stazione, immobile. Anche quando a guidare la locomotiva con destinazione professionismo era nientepopodimeno che Adriano Panatta. O Riccardo Piatti, il Re Mida del tennis italiano. Troppo forte in ogni circostanza il richiamo dello spaccato balordo e malato di società, assunto fin dall’adolescenza a famiglia adottiva, benché un nucleo in cui crescere con serenità e amore lo avesse incondizionatamente al proprio fianco. Sintomatico, ciò, di quanto male possa fare a un uomo l’inquietudine.

A ripercorrere passo dopo passo mezzo secolo di esistenza travagliata e vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore anche in curva è l’ottimo Federico Ferrero, il cui merito – libro a parte – è quello di aver trovato le chiavi per aprire il cuore di un uomo ontologicamente impermeabile, schivo e solitamente poco incline a mettersi a nudo; innamorato e geloso, così come lo è sempre stato, della propria non barattabile libertà. Duecento pagine che in tutta la loro drammaticità – la morte è purtroppo un’eventualità ricorrente – restituiscono veridicità e rigore alle tante leggende che il passaparola nato nell’ambiente dei circoli di provincia ha contribuito a diffondere. Ciò che ne emerge, allora, è il ritratto veritiero di un uomo consapevole dei propri reiterati sbagli, che si porta appresso il dolore lancinante che si prova solo avendone provocato agli altri e che, ancora una volta grazie al tennis, ha un’altra fiche da buttare sul tavolo della vita. L’ultima.

Dotato per una gentile concessione di Madre Natura di una forma abbacinante di talento condensata nella mano sinistra e in un fisico da Superman, Roberto Palpacelli, di questi tempi, insegna tennis presso un dopolavoro ferroviario, dove è adorato come una star e coccolato come un fratello, ha una compagna che nella burrasca lo ha traghettato sulla terra ferma e un figlio da tirare grande con l’amore del caso. Luce, quindi, in fondo a un tunnel di tossicodipendenza e autodistruzione che sembrava destinato a non finire mai. Un autentico miracolo, considerato che molti dei suoi compagni di sventura non hanno avuto nemmeno il tempo per redimersi.

E di miracoli, sebbene assai meno importanti al cospetto della sopravvivenza terrena, il Palpa ne ha confezionati parecchi sui playground, ovvero l’unico recinto che Roberto il ribelle ha sempre riconosciuto come tollerabile intorno a sé. Se è vero che non ha mai sconfitto Boris Becker come taluni sostengono, ma è bello credere sia solo perché non lo abbia incontrato in una di quelle giornate di grazia, sono però diversi i campioni del recente passato messi in riga, parafrasando David Foster Wallace, da un Palpacelli Moment. Quindi ubriaco, ad andare bene, e senza uno straccio di allenamento alle spalle.

In uno sport in cui – parola di Juan Carlos Ferrero – la competenza tecnica conta quasi niente rispetto alla solidità cerebrale, che Roberto si sia misurato con successo, forte del solo talento e in condizioni che a definire impari si sbaglia per difetto, contro chi poi ha sfondato tra i Pro fa della somma dei “se” che usualmente lasciano il tempo che trovano una certezza grande come una casa. E così il sottotitolo del libro che recita “il più forte di tutti” assume un connotato per nulla iperbolico. Roberto, in altri termini, ha dilapidato una fortuna sportiva inestimabile e ne è perfettamente conscio. Ma è vivo, tocca ribadirlo, e ora ha anche la certezza che, per citare un monumentale Jannacci, iniettarsi morte è ormai anche fuori moda.

La verità, per sua stessa ammissione, è che il mondo del tennis, in fondo, non gli sia mai appartenuto. Era altrove, vicino ma lontanissimo, giocava lo stesso sport degli avversari ma stava da un’altra parte, con la testa e con il cuore. Qualunque essa fosse questa sua personale dimensione spaziale, tuttavia, ci confida non senza un velo di commozione che nonostante un rapporto sui generis “senza il tennis sarei morto. Giunti alla fine del libro, col cuore in gola e sollevati da un epilogo che innanzitutto dà speranza, credergli è tutto fuorché un atto di fede.

In bocca al lupo, Palpa, e buona lettura.


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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: un milione di rovesci sbagliati

Aggiungiamo alla Piccola Biblioteca il riuscito esordio narrativo di Boris Demcenko. Un romanzo sul tennis che ci catapulta nelle elettrificate implicazioni esistenziali di una partita

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Demcenko B., Un milione di rovesci sbagliati, Absolutely Free Libri, 2018, pp. 278.

Tranne rari casi i libri intorno al tennis si dividono in tre categorie: biografie, scienza del tennis e lavori di alto artigianato intorno a frammenti presi della grande storia del tennis. É molto raro imbattersi in un romanzo tout court in cui il tennis costituisce la cornice, o meglio la scenografia, dentro il quale si muovono personaggi di pura fantasia. Immagino una scommessa editoriale difficile perché tra i pochi che ancora leggono carta quelli che leggono tennis preferiscono tuffarsi nella sua Storia, nella sua Scienza o nei suoi campioni. Eppure la complessità psicologica di una partita, le implicazioni filosofiche di una smorzata, la questione che una volée azzera il tempo e si mangia lo spazio, l’età ormonale dei protagonisti dovrebbero costituire elementi densi per operazioni in tal senso.

Leggendo “Un milione di rovesci sbagliati” ci troviamo esattamente in questa zona. A differenza però di un “match point” di Woody Allen, dove sebbene il tennis sia assunto a metafora di vita, manca clamorosamente il tennis giocato, leggendo il divertente esordio letterario di Demcenko si va nella poco esplorata direzione di raccontare la storia vera di un tennista inventato.

 

Aiutato da una scrittura fresca e un tono molto divertente, “Un milione di rovesci sbagliati” ci catapulta dentro la psicologia di un ragazzo baciato dal talento (e di suo fratello) che non è riuscito però a fare andare in sincrono la vita personale con quella professionale. Una carriera di grandi aspettative, di lampi abbaglianti e, nonostante la relativamente giovane età, già destinata a un tramonto vissuto come dramma più dal suo intorno che dal protagonista. Fossimo in America questi presupposti sarebbero il plot per La Grande Chance che la vita ogni tanto ci da, ma per fortuna siamo in Italia e non è questo il registro. Il registro è psicologico.

Il torneo di Roma è la cornice dove si mettono in scena le vicende speculari di due fratelli cresciuti da un padre burbero a pane e tennis. Il talento bruciato e il duro lavoro portato al suo massimo livello. Chi poteva diventare il numero uno del mondo e chi, mescolando ambizione e umiltà, punta a diventare il numero 3. Vite nate come linee rette che il mostro del tennis ha prima fuso, poi divaricato e destinato a un incrocio fatale. Anche se il romanzo vive di una precisa autonomia narrativa molti sono i rimandi al tennis reale che rendono la storia più tridimensionale (e realistica).

Internazionali BNL d’Italia 2018, campo centrale (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

I nomi dei protagonisti che coincidono con i nostri tennisti più forti Adriano (Panatta) e Nicola (Pietrangeli), la figura del padre demiurgo che grazie alla sua ossessione ha creato due campioni ma ha sacrificato sull’altare del tennis la dimensione affettiva, i conflitti tra la federazione e il padre che ricordano tanto la questione di Camila Giorgi e non ultimo l’apparizione del Genio (Federer) sul circuito. Credo sia la prima volta che Federer venga trattato da personaggio secondario in un libro di tennis ma proprio questa libertà narrativa ci permette di vederlo “di fianco”, senza l’armatura della sua storia Ma come dicevo questi sono elementi che danno tridimensionalità al romanzo, che aggiungono elementi ma non ne costituiscono il cuore.

Il cuore è costituito da una drammaturgia incalzante sostenuta da una prosa divertente e da riusciti personaggi secondari che costituiscono sempre la differenza tra un romanzo di qualità e uno velleitario. E il luogo in cui tutti gli elementi si sciolgono dalla loro tensione drammaturgia sono le partite. Immersioni soggettive dentro l’elettrificato dramma interiore di colpire una pallina inseguendo un punteggio. Montagne russe emotive, o film esistenziali compressi nella lunghissima apnea compresa tra un servizio e una risposta, che non bisogna certo essere professionisti per provare ma che bisogna essere scrittori per saper descrivere. E la meta-cornice di ogni cosa è Roma, col suo traffico, coi suoi ristoranti, con la sua allegria e empatia, con il suo abbraccio carnivoro e fatale.

Insomma un esordio letterario riuscito e se, come me, odiate la pseudo realtà delle biografie sui tennisti famosi e preferite la magia dell’identificazione narrativa, avrete in dono l’occasione di trovarvi per davvero, perché il romanzo è sempre la verità più pura travestita da bellissima menzogna, al Foro Italico, con gli spalti pieni che urlano il vostro nome e Federer dall’altra parte della rete. E potrete vedere i suoi colpi, godere della sua “presenza” in campo dalla prospettiva più crudele e magnifica e, magari, all’improvviso, respirare anche la sua incertezza dopo che siete riusciti a sparargli un paio di drittoni assassini consecutivi. 

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Top 10 dei libri sul tennis (seconda parte)

Se il tennis giocato è fermo quello raccontato non dorme mai. Ecco la seconda parte dell’antidoto di Ubitennis al coronavirus: i migliori 10 libri di tennis di sempre

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Top 10 dei libri sul tennis (prima parte)

6 (a). Agassi A., Open, Einaudi, 2011

Come il suo gioco ha cambiato il tennis contemporaneo, probabilmente il suo libro ha riscritto il modo di fare le autobiografie. Aprire Open vuol dire salutare per un paio di giorni chi vive con voi. Non farete altro che leggere, leggere e leggere. E vivere con fastidio qualsiasi interruzione, sia essa moglie, telefono, amante o cibo. Effetto Stephen King per chi frequenta il genere. Circa cinquecento pagine in cui il talento tutto americano di chi scrive (J. R. Moehringer) si fonde perfettamente con l’incredibile storia di Agassi. Più che un’autobiografia, un romanzo di formazione a stelle e strisce in cui un ragazzino povero e martirizzato da un padre orco, riuscirà a trovare l’amore e la pace non prima di essere passato da sconfitte esistenziali, fallimenti matrimoniali e aver danzato a lungo col demone luccicante del successo.

Il drama che incalza ogni riga è però il tennis, o meglio la relazione con il tennis. Nel caso di Agassi una cosa meravigliosa imposta con violenza dalla quale non puoi scappare perché è l’unica cosa che sai fare. È la cosa che detesti di più e quella a cui devi tutto. Drammaturgicamente un vero dilemma. Esistenzialmente un prigioniero, poco importa se la gabbia è d’oro. Open in fondo è una lunga seduta dall’analista in cui Agassi con disarmante sincerità spurga tutti i suoi demoni e li rende pubblici. Con simili presupposti non deve stupire che il premio Pulitzer Moehringer ha trasformato tutto questo materiale narrativo in un libro stupendo che però non saprei definire diversamente da falso capolavoro. Al tavolo manca un grande invitato: il tennis giocato.

6 (b). Agassi M., INDOOR (con Cobello M.), tr. Astremo R., Pickwick, Milano, 2004 

Se volete trasformare Open in un capolavoro dovete integrarne la lettura con Indoor, il suo insostituibile controcampo. Se (Andre) Agassi, coi suoi anticipi futuristici, i suoi schiaffi al volo è stato il prototipo – inconsapevole – del tennista contemporaneo, Mike (Agassi) è stata la mente, il demiurgo e il mandante visionario dell’attuale Tennisduepuntozero. Indoor è la storia di un uomo intraprendente che scappa dall’Iran (prima Persia) e arrivato da ultimo in America trasferendo sui figli una pazzesca ambizione di riscatto sociale (bruciandone due su tre). Ma se la vita di Mike, da sola, è mille volte più interessante di quella di André (fidatevi), è sul piano squisitamente tennistico che il libro ci fa vedere come pensava l’eretico che avrebbe cambiato per sempre la storia del tennis. Il tennis dell’epoca era uno sport ancora di nicchia, molto educato e lento. Mike lo studia e vuole farlo diventare più veloce, più potente, più spettacolare. In due parole mescola al tennis i principi della boxe.

Il vero problema del Tennis è che era lento. I giocatori stavano lungo la linea di fondo e aspettavano che la palla rimbalzasse e risalisse verso l’alto prima di colpirla con il polso bloccato. Ci voleva tanto di quel tempo che potevi andare a vedere un film, tra un colpo e l’altro”. Poi aggiunge. “Io avevo una mia teoria: se si fosse potuto velocizzare la risposta – colpendo la pallina prima, o più forte, o tutte e due – per l’avversario sarebbe stato più difficile recuperarla. Il gioco sarebbe diventato più veloce e più eccitante, quindi più popolare, e più remunerativo. Il mio obiettivo non era insegnare ai miei figli il tennis degli anni Sessanta e Settanta. Quello che volevo insegnare ai miei figli era il tennis del futuro. Traferendo sul tennis il suo riscatto sociale Mike diventa un eretico con la presunzione di riscrivere la grammatica balistica del gioco. Sapevo dalla mia esperienza di pugile che per dare forza a un colpo devi usare anche il polso. Perché non applicare la stessa tecnica a una racchetta di tennis?”.

Indoor è un libro che tra le tante cose è soprattutto una risposta alle tante accuse sulla sua figura. Semplicemente Mike voleva per Andre e i suoi fratelli, una vita diversa e migliore della sua. In fondo ha avuto ragione.

 

7. Bottazzi L., C. Rossi, Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco, Guerini Next, 2015

Sembrerebbe ovvio ma non è così. Bottazzi e Rossi hanno il merito di scrivere un libro che non c’era. Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco restituisce all’orizzonte tennistico contemporaneo la storia, l’arte e la scienza di quello che è probabilmente il tennista più importante della storia del tennis. Il Big Bang che ha generato quello che vediamo oggi. Il corpo centrale del testo è costituito dalla traduzione pressoché integrale di “The art of lawn tennis” del 1921, sul quale si innestano in maniera organica ampie parti di “Match play and the spin of the ball” del 1925 e “How to play better tennis” 1950. Il tutto introdotto da una breve e toccante biografia e chiuso dal Codice Tilden, una ampia e ragionata analisi sulle tematiche principali del grande Bill che non si è limitato a vincere tutto fino a quarant’anni suonati, ha pure scritto i principi fondamentali dei colpi, di fatto il primo manuale da coach, ed è riuscito a capire la direzione che avrebbe preso il tennis con cento anni d’anticipo (prevede l’avvento del professionismo, la quasi scomparsa dell’erba, l’omologazione delle superfici, il ridimensionamento del gioco di volo a discapito di un attaccante coi colpi di rimbalzo).

Ricordo che la sfera di cristallo è datata 1920. Insomma, ci dicono gli autori, non solo è imbarazzante che molti maestri di Tennis non conoscono Tilden e i suoi precetti, ma è semplicemente pazzesco che ancora oggi non ci sia un solo stadio in America dedicato a lui. Sembrerebbe quasi che il tennis contemporaneo abbia rinnegato proprio il giocatore che più di tutti ha influito nel crearlo. E dire che pochi possono raccontare di aver vissuto una vita come la sua: ha dominato il tennis per un ventennio, ha vissuto come un imperatore, ha scritto una ventina di spettacoli teatrali, compare nel libro lolita di Nabokov, subì due processi per omosessualità e morì con soli ottantotto dollari. La ricca bibliografia che chiude il volume e la tensione degli autori di restituire al presente la storia del tennis colloca il libro, ma se aggiungiamo il recente Tennis 100 anni di storie, nel meraviglioso solco aperto da Clerici, lodato sempre sia lodato.

8. J. McPhee, Tennis, a cura di Matteo Codignola, Adelphi Editore 2013

1968, semifinale di Forest Hills. Due statunitensi, uno bianco e uno nero. Uno conservatore e uno no. Con la precisione millimetrica di un chirurgo John McPhee disegna, attraverso una partita di tennis, il profilo di Arthur Ashe e di una società intera. Quando la cronaca di un match si trasforma in letteratura e storia sociale.

9. Gilbert B. (con Jamison S.), Vincere sporco (Winning ugly), trad. it. Gibertini V., Priuli & Verlucca Editore, 2013, pagg. 313

Questo libro (tradotto in italiano dal nostro Vanni Gibertini) sta in questa classifica così come il tennis di Gilbert è entrato in top 10. Non per diritti acquisiti ma per meriti conquistati. Un libro sorprendentemente utile anche al giocatore di club che non disdegna analisi acutissime sul tennis dei campioni. Se Elvis è l’uomo che ha portato il corpo dentro dentro il rock, Gilbert è quello che ha portato Machiavelli dentro il tennis. Un maestro zen cattivo che gioca (e vince) dentro i problemi dell’avversario, perché il tennis è fatto al 20% di braccio e all’80% di testa.

10 (a). Holm M. e Roosvald U. (2014), Game. Set. Mach. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande Tennis, add editore, Torino, 2016

Della grande rivoluzione bionda in grado di portare anche cinque giocatori nei primi quindici del mondo non rimane traccia se non nei video su youtube e in un immaginario collettivo che grazie alla figura enigmatica e totemica di Borg si è innamorato del Tennis. Il libro racconta la stagione irripetibile che ha trasformato la piccola Svezia nella capitale tennistica del mondo. Attraverso le vicende e i ricordi dei tre Number One (Borg, Wilander, Edberg), Holm e Roosvald ricostruiscono il clima culturale dei fantastici anni Ottanta e dintorni. Una luce preziosa per penetrare il mistero di Borg con quella impermeabilità magnetica, enigmatica e irresistibile. Più che uno sportivo una specie di protomanuale della comunicazione. Zero parole, massima visibilità. Più che un campione un puro logo. Un’icona che trascendendo l’uomo e il gesto sportivo entra a gamba tesa nel costume e nella realtà quotidiana di migliaia di persone. Più o meno il sogno bagnato di ogni prodotto pubblicitario. Ma di Borg, come dei Beatles, si è già detto e scritto già di tutto. Tranne forse raccontare la storia da un punto di vista culturalmente “interno”. Credo sia il grande merito del libro in questione. Guardare Borg con occhi svedesi e incastonarlo in una realtà storica socialdemocratica che ha prodotto un’incredibile trilogia di numeri uno, prima dell’attuale vuoto cosmico.

10 (b) Bertè L. (con Pagani M.), Traslocando. È andata così, Rizzoli, 2015

Come per Agassi serve almeno un controcampo per poter leggere la tridimensionalità di un campione che ha coinciso con la sua immagine, così bisogna fare per Borg. E non ci può essere nessun controcampo migliore che la splendida biografia di Loredana Berté, prima fidanzata di Panatta poi moglie di Borg. La prima dark lady del tennis. Una che ha vissuto una vita che è concessa a pochi e che in Traslocando ce la racconta senza filtri. Evidentemente non è un libro sul tennis ma gli aneddoti su Borg sono drammaticamente favolosi ancorché siano il resoconto del fallimento di un sogno impossibile. Quello tra una donna che non ha mai perdonato al mondo le ferite che questo ha fatto a una bambina calabrese e un ragazzo semplice con un cognome troppo pesante da indossare, sprofondato lentamente nelle dipendenze, nella paranoia e nella noia di vivere. Insomma un libro anomalo e kamikaze che tennisticamente ci restituisce in maniera brutale la distanza siderale con i nostri giorni politicamente corretti.

“A New York avevo visto John McEnroe impazzire durante un concerto di Santana e salire sul palco all’improvviso per duettare con Carlos. A John del tennis fregava poco. Sicuramente meno di quanto amasse la musica. Si faceva le canne e animava l’eterogeneo gruppetto che si dava appuntamento nel locale che Jim Belushi aveva rilevato nei dintorni del porto. Era un anfratto di quarta categoria, con le mignotte come avvoltoi rapaci sulla porta, che Jim aveva comprato in una notte di follia e generoso sperpero. Camminavamo insieme e gli venne sete. Si fermò davanti alla porta e chiese semplicemente: «Qui si beve?» «Certo» «Quanto costa?». «Quanto costa cosa?» «Il locale. Da adesso è mio. Lo compro». E lo comprò davvero, riempiendolo dei suoi amici. C’era Woody Allen che non sapeva suonare la chitarra, ma attaccava il jack sulle casse e gli bastava per essere felice…

Di quegli anni incredibili e irripetibili Borg ne costituì la figura più emblematica. Fu il detonatore di un’intera epoca e il più vulnerabile, il meno attrezzato a viverla. Con quel fisico perfetto, con quel carisma misterioso, con quei silenzi iconici che invece di proteggere un animo solitario, curioso e spaurito scatenarono le lusinghe e la morbosità di una società che aveva trovato la gallina dalle uova d’oro. Loredana è stata tante cose. Tra queste, è stata bellissima ed è ancora la nostra piccola P.J. Harvey italiana, anzi calabrese.

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