La Piccola Biblioteca di Ubitennis. David Foster Wallace: Infinite Jest

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. David Foster Wallace: Infinite Jest

Venerdì letterari col botto. Per il compleanno della Piccola Biblioteca (50 testi) recensiamo il libro\mostro di David Foster Wallace. Quello che ha detto più cose sul tennis contemporaneo. Quello meno letto. Un capolavoro assoluto. Quasi illegibile. Quasi

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Wallace D. F., Infinite Jest, Fandango, Roma, 2000, (1996), trad. Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua

Solo per gente forte. Federer come esperienza religiosa è per tutti, Infinite Jest è per pochi. Siamo in zona capolavoro assoluto. Forse oltre. Infinite Jest è il romanzo della fama e della consacrazione di Wallace nel gotha della letteratura mondiale. Nessun contemporaneo ha scritto una roba del genere a meno di trentacinque anni. Nessuno. 1434 pagine fittissime di meraviglia e stupore che esplodono e cortocircuitano ad ogni rigo. Anfetaminico, ipnotico, isterico e infinito. Una specie di miracolo letterario fuso in uno spaventoso mostro narrativo [1]. Il Monolite Nero della letteratura contemporanea [2]. Un gigante di dolorosa e irresistibile bellezza che divide il mondo letterario in due: chi lo ha letto e chi no [3]. Insomma un vero e proprio oggetto di culto con un trascurabile però. Infinite Jest è quasi illeggibile.

Come è possibile? Come può tanta meraviglia risultare indigesta? È vera gloria o solo un altro Grande Bluff messo in scena dal solito circolo di intellettuali supersnob con enormi occhiali dalla montatura nera e una bassissima vita relazionale per tacere di quella sessuale? Se a queste domande aggiungete che Infinite Jest è il libro in cui Wallace ha parlato di più, e con più intensità, di Tennis, capirete la necessità di sedersi comodi e passare assieme una decina di minuti (abbondanti) per provare a sciogliere l’enigma. Andiamo con ordine.

 

Contesto generale

Da un certo punto di vista Infinite Jest è un libro iniziatico. Puoi decidere di comprarlo ma non di leggerlo. Puoi decidere di cominciarlo ma non di finirlo. Sarà lui a scegliere il quando e difficilmente succederà al primo tentativo [4]. Dovessi dare un’immagine, pensate di dover stare chiusi dentro una stanza con la donna più sexy del pianeta. Immaginate adesso che non possiate uscire da quella stanza per un anno consecutivo e che lei voglia fare l’amore nella maniera più dolce, più porca e più intelligente che si possa immaginare. E che lo voglia fare ad ogni istante. Letteralmente. Ogni minuto, ogni ora, tutto il giorno, tutti i giorni, senza sonno, senza pause, senza chiacchiere, senza sigarette. Questa è più o meno la sensazione che si prova a tuffarsi nella scrittura del romanzo mondo di Infinite Jest. Una gioia intollerabile. Un Piacere fatale.

Tale dimensione non è solo una cifra stilistica ma coincide con l’orizzonte dell’intero romanzo. È parte integrante del dilemma. Ambientato in un presente spostato di qualche anno in cui gli anni sono sponsorizzati [5], la storia ruota intorno ad un misterioso video di Intrattenimento che provoca la morte per inedia in chiunque lo guardi. L’esperienza della sua visione è talmente appagante da privare lo spettatore di ogni altro desiderio, o bisogno, se non quello di continuare a guardarlo e riguardarlo fino alla morte. Certo, detta così sembra una specie di boutade buona solo per il club occhialuto di cui sopra, ma se ci pensiamo bene è la grande utopia di ogni regista, di ogni attore, di ogni produttore e ahinoi di ogni spettatore. Morire di piacere davanti allo schermo è forse la segreta ambizione della nostra società che fa dello Spettacolo il suo motore primo. Quel video rappresenta, forse, il distillato e il grado più puro del piacere, quello totale. Il piacere perfetto. Il piacere fatale.

Raramente i grandi problemi contemporanei della “scelta”, della “felicità”, del “consumo”, dello “spettacolo” e della “libertà” sono stati collocati in una metafora così efficace e sinistra. E così quotidiana. E che a ben vedere ci riguarda maledettamente da vicino o perlomeno riguarda tutti quelli che hanno un bel televisore piatto posizionato H\24 di fronte al divano, perché in ultima analisi è di Dipendenza che si parla in Infinite Jest, anche se di quello strano tipo di dipendenza esclusivo delle società esageratamente ricche e decadenti: la feroce dipendenza da sua Maestà la Bellezza e da sua Santità la Libertà (di scelta).

Volendo scomodare le categorie filosofiche di Baudrillard quel video fatale rappresenta perfettamente la nostra condizione “iperreale” davanti ai mass media. È il loro obiettivo. Ci vogliono così. La tragedia è che tale ambizione coincide perfettamente col nostro desiderio di spettatori puri. Più lo spettacolo davanti al divano sarà avvincente più noi saremo catatonici, bulimici e felici di esserlo. Insomma “immaginate qualcosa di bello che abbia assorbito tutta l’energia del brutto… [6]” e che giri su se stesso brillando ad una velocità incredibile. Il risultato sarà una nuova dimensione retta da regole completamente nuove in cui il sublime e il mostruoso danzano e brillano abbracciati, moltiplicandosi a vicenda. L’alta moda è un esempio perfetto di tale processo, la droga, altro protagonista assoluto del romanzo, un altro. Il Successo inseguito ad ogni costo un altro ancora e se lo si cerca a quattordici anni con una racchetta in mano non si è esentati dal cortocircuito ma è molto peggio.

Insomma immaginiamo che la donna più sexy del pianeta, quella che vuole stare con noi un anno consecutivo dentro la stessa stanza, abbia anche deciso di farsi una plastica al seno e portarlo ben oltre la quinta dimensione [7]. Non si può liquidare la “cosa” con le parole bello, brutto, mi piace, non mi piace, eccetera. Il nostro sguardo davanti a tale spettacolo iperreale, diciamo, sarà lo stesso a cui ci costringe la lettura di Infinite Jest. Saremo fatalmente ipnotizzati, e dipendenti, da una bellezza così eccessiva da risultare mostruosa. Uno sguardo, immagino, non troppo dissimile da quello di chi guarda il fatale video in questione dentro la realtà narrativa del romanzo. Arrivati lì, tornare indietro è impossibile. Questa è a mio avviso la chiave di lettura migliore per cogliere Infinite Jest e spiegarne il paradosso che ne fa contemporaneamente un oggetto di culto e una cosa (quasi) illeggibile che cola dolorosa bellezza ad ogni rigo. È l’Occidente baby e non fa prigionieri…

Il tennis

Non bisogna però farsi ingannare. La genialità della trovata, anche se supersbandierata, riveste in ultima analisi uno spazio molto ridotto all’interno del romanzo [8]. Il video in questione è più una metafora che un vero motore drammaturgico e delle tre linee narrative presenti è la meno bella anche se la più immaginifica, e da un punto di vista sociologico la più interessante. In fondo nonostante le note e la presunta illeggibilità, Infinite Jest è un romanzo, non un saggio, e i romanzi vivaiddio li leggiamo perché sono belli, non perché sono “giusti”. Mostruosamente-belle-e-basta sono invece le pagine dedicate al tennis presentatoci da Wallace in una dimensione aurorale, esistenziale e grottesca. Parte della narrazione si svolge dentro un Academy per giovani tennisti, e diluite nell’intera narrazione ci sono descrizioni e riflessioni sul gioco del tennis che ti fanno avere voglia di essere la Dea Kalì per poter applaudire come si deve. Un esempio su tutti: da pag. 210 a 227 c’è un lunghissimo monologo che racconta l’iniziazione al tennis di un padre al proprio figlio che è davvero incredibile. L’essenza del gioco ci viene spiegata attraverso il modo di recitare di Marlon Brando come metafora dello stare brutalmente, fino in fondo, dentro il proprio corpo ma con una percezione sovrannaturale della fisicità e dei confini del mondo esterno che poi è sempre uno spazio scenico.

Dubito che sia mai stato scritto, su questo sport, qualcosa di equivalente. Dentro quel monologo fiume si intreccia inoltre il doloroso rapporto Padre-Figlio, la definizione del tennis come incrocio tra Boxe e Scacchi, una chiosa al fulmicotone su cosa sia davvero il talento [9], e si respira tra le righe la tensione tra il reale sapore del fallimento di una vita intera e la sinestetica sensazione di essere almeno un volta aderente, e tutt’uno, col flusso caotico e meraviglioso del mondo. Tale esperienza, ci suggerisce Wallace, si può oggettivare solo controllando le infinite variabili dentro il perimetro finito di un campo da tennis quando, colpendo una palla in maniera perfetta, per un attimo il Tempo e lo Spazio si fondono assieme alla tua vita e determinano addirittura il tuo destino. In quel raro momento non c’è più la divisione irriducibile tra il tuo corpo e il mondo esterno. In quel raro momento sei davvero dentro il mondo. In quel momento sei il mondo (figlio mio). Adrenalina, pathos, calma sovrannaturale, trance agonistica, complessi automatismi sedimentati in ore ed ore di allenamenti, sforzo atletico ed elaborati calcoli mentali che convergono magicamente nella perfezione di un impatto che con un toc abolisce la membrana che ti separa dal mondo. In due parole “Sarai poesia in movimento” (figlio mio). Fantastico.

E questo è solo un caso di livello-uno. Il gioco del tennis visto ai raggi X. Il suo D.N.A. svelato. Poi c’è anche il livello–due, quello in cui tutta sta meraviglia viene impiantata dentro la psiche di minorenni costretti a doversi confrontare con il mostro dorato del Successo ad ogni costo, ad un’età in cui sarebbe ragionevole fare altro. In due parole è la strana storia Eric Clipperton, il “leggendario” tennista juniores che girava per i tornei con una luccicante pistola (una Glock 17 semiautomatica) e minacciava di usarla contro se stesso in caso di sconfitta. Per la cronaca Eric Clipperton vincerà tutti i tornei ai quali partecipò per la comprensibile e terrorizzata rinuncia degli avversari ad affrontarlo e si suiciderà all’età di 18 anni non appena diventò il numero 1 delle classifiche Juniores. Il caso Clipperton è un’evidente parodia del retroclima di terrore che respirano i (giovani) tennisti e del prezzo che devono pagare per una vita vissuta sotto la feroce dittatura del Successo Obbligato. L’Academy di Bollettieri con il suo mix di caserma militare e casa del grande Fratello rappresenta lo sfondo ideale di quel clima psicotico in cui slogan come VINCERE O MORIRE da semplici mantra motivazionali assumono in tale radicalizzazione un aspetto decisamente più inquietante. Un mix di brufoli, miliardi, ingenuità e riflettori che assorbirà tutto il tennis contemporaneo, ormai uscito dallo snobismo dei gesti bianchi ed entrato entrato dalla porta principale nella società dello spettacolo. A ben vedere un viaggio di sola andata.

Nel livello-due troviamo il cuore segreto di Infinite Jest, o dell’Occidente stesso: cose meravigliose spostate ad una radicalità così estrema da diventare mostruose. Il grande merito di Wallace è di avercele svelate senza moralismo e in maniera drammaticamente divertente [10]. Una complicità totale col lettore col quale virtualmente David si siede sul divano e compra pure i pop corn.

A rendere possibile possibile il miracolo è stato il suo candore. Un candore, col senno del poi, amplificato dal suo suicidio. C’è molta morbosità retroattiva sul suicidio di Wallace e sulle depressioni, e sulle dipendenze, dei suoi vari personaggi, soprattutto in Infinite Jest. Quasi che quelle pagine fossero cifrati “messaggi nella bottiglia” lanciati dall’autore o peggio ancora che la depressione, e la dipendenza, e il suicidio, fossero il prezzo stesso di quell’immenso talento indagatore prima ancora che espressivo. Come se fosse stato proprio quell’immenso talento ad essere tornato indietro a battere cassa in un giorno di settembre come un altro. Personalmente anche se affascinato da tale ipotesi mi sentirei di rifiutarla nella maniera più categorica. Semplicemente Wallace ha descritto così bene la depressione per lo stesso motivo per cui ci ha descritto così bene il Tennis. Sapeva fare brillare le cose che conosceva da vicino [11]. Insomma lui queste cose le ha scritte, a noi non resta che leggerle.

Ps. La recensione è una riproposizione (sintetica) del vecchio “Spazio Wallace” apparso, in fondo solo pochi anni fa, su “Servizi Vincenti”, l’indimenticato padre (o incubatore) di Ubitennis.

Leggi tutte le recensioni della Piccola Biblioteca di Ubitennis

[1] Uno tsunami di parole, e pagine, e parole, e note con (spesso) periodi di 15 (e più) righe consecutive senza mai il sollievo di un punto.

[2] Alla lettera “il monolite kubrikiano della letteratura giovane” vedi Pennacchio Filippo, What fun live it’s was. Saggio su “Infinite Jest” di David Foster Wallace, Arcipelago edizioni, 2009.

[3] In realtà esistono altre due categorie e sono tra loro agli antipodi anche per la simpatia che suscitano: chi ha provato a leggerlo e chi, invece, “sì, l’ho letto, ma in lingua originale…”. Una curiosità, la prima traduzione al mondo di Infinite Jest è stata fatta in italiano.

[4] Io ci sono riuscito al quarto. Non bisogna disperare. Bisogna avere fede. È un libro iniziatico. Quando hai finito non sei più lo stesso che lo ha cominciato. Personalmente nella lettura “buona”, la quarta, ho anche smesso di fumare. Dopo 15 anni. Giuro.

[5] Non 2001, 2002, ecc, ma ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI DEPEND, ANNO DEI CEROTTI MEDICATI TUCKS, ecc. Vi lascio immaginare la difficoltà di collocare cronologicamente una narrazione costruita su continui salti temporali dove l’informazione se l’anno del pannolone è precedente a quello dei cerotti non è esattamente automatica…

[6] J. Baudrillard, Le stategie fatali, Feltrinelli, Milano, 1984, (1983), pag. 9. Il titolo del capitolo la dice lunga: “L’estasi e l’inerzia”.

[7] Ovviamente il discorso può essere simmetricamente capovolto a sessi e organi invertiti.

[8] Anche se il titolo del video in questione è appunto Infinite Jest.

[9] “Il talento coincide con l’aspettativa che suscita, Jim, o sei alla sua altezza o quello ti sventola il fazzoletto e ti abbandona per sempre.” Pag. 226.

[10] A proposito di cose contemporaneamente agghiaccianti e terribilmente divertenti, vi invito caldamente ad entrare in libreria ed andare a pag. 495 (edizione Fandango) e leggere fino a pag. 499. In quelle quattro pagine c’è una delle cose più pazzesche che abbia mai letto e per decenza, e rispetto, di questo “luogo pubblico” non aggiungerò altro. Per chi avesse già letto il romanzo dico solo questo: Raquel Welch.

[11] Sotto le sue dita anche la depressione diventava altissima letteratura ai raggi x. Se pensate che sto esagerando andate in libreria, aprite a pag. 925 e leggete fino a pag. 927. Vien quasi voglia di provarla.

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Premio “Gianni Mura”: vince Giorgia Mecca con “Serena e Venus Williams, nel nome del padre” come miglior libro sul tennis

Il libro sulle sorelle Williams si aggiudica, alla prima edizione, il premio “Gianni Mura” a Palazzo Madama e riceve la menzione speciale della giuria

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Sabato 12 novembre, una settimana prima che anche il direttore Ubaldo Scanagatta varcasse la soglia di Palazzo a Madama per chiudere la rassegna stampa di 8 giorni di ATP Finals, prendeva vita la prima edizione del premio Gianni Mura. Un premio intitolato a uno dei più illustri giornalisti sportivi italiani, storica firma del giornale Repubblica, scomparso a Senigallia nel marzo del 2020.

Giorgia Mecca, nata a Torino nel 1989, scrive per il quotidiano “Il Foglio”, per l’edizione torinese del “Corriere della Sera” e con il suo libro “Serena e Venus Williams, nel nome del padre” edito da 66thand2nd si è aggiudicata il premio con la menzione speciale della giuria come miglior libro sul tennis. Un libro che racconta la storia di due giovani tenniste di colore e del sogno di loro padre: farle diventare le più grandi.

Diciassette capitoli racchiudono in questo libro la forza, la paura, la tenacia e anche la vergogna di credere in un sogno. Un sogno che il padre di Serena e Venus aveva già in serbo per loro ancor prima che nascessero e che ha ispirato la giovane giornalista torinese a farne un libro di successo. Giorgia Mecca nei suoi capitoli ci racconta come queste due tenniste un giorno abbiano dovuto smettere di essere sorelle e siano dovute diventare avversarie. Ripercorre numerose sfide, la prima di tante nel capitolo intitolato “18 gennaio 1998 – Venus 7-6 6-1” dove racconta il giorno in cui Venus e Serena, al secondo turno degli Australian Open, hanno iniziato a giocare una contro l’altra. Ma ripercorre anche un’infanzia a tratti molto difficile e una storia di famiglia, più unica che rara. Questa la citazione più celebre del libro premiato: “Sono state nere in un mondo di bianchi, potenti in uno sport elegante, urlanti in un campo che richiede silenzio. Sempre dalla parte sbagliata. Per provocazione (loro), e per pregiudizio (altrui). Nel nome del padre due figlie sono state le prime afroamericane con la racchetta in mano, per non essere le ultime”.

 

Dopo aver elogiato il famoso giornalista sportivo Gianni Mura, la giornalista torinese, commossa e felice, ha chiuso così il discorso di ringraziamenti per aver ricevuto il premio: “Se anche loro si sono concesse di cadere qualche volta, forse dovremmo imparare a concedercelo tutti ogni tanto”.

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Esce oggi “Il Grande Libro di Roger Federer”, 542 pagine con il racconto (e i dati) dei giorni più memorabili del fenomeno svizzero

Stagione per stagione l’autore Remo Borgatti ripercorre tutta la sua straordinaria carriera. Tutti i suoi incontri, curiosità e statistiche, anche in rapporto alle caratteristiche tecniche degli avversari, da Nadal a Djokovic, Murray e Wawrinka, a seconda delle superfici

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

IL GRANDE LIBRO DI ROGER FEDERER

AUTORE: REMO BORGATTI

PAGINE:  542

 

EURO:  24,00

EDITORE:  ULTRA SPORT

Autore del libro è Remo Borgatti, uno dei primissimi collaboratori di Ubitennis. Suo è il racconto ‘Uno contro tutti’ che ripercorre l’avvicendarsi di tutti i numeri 1 della storia del tennis, pubblicato a puntate su Ubitennis. Lo potete trovare a questo link.
Tra le sue rubriche c’è anche ‘Mercoledì da Leoni’, racconti di imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. La serie la potete trovare a questo link.

Di Roger Federer, nel corso della sua lunga e meravigliosa carriera, si è detto e scritto di tutto. Il ritiro ufficiale, avvenuto durante lo svolgimento della Laver Cup di Londra, ha soltanto messo la parola fine a una vicenda umana e agonistica che ha cambiato per sempre la storia del tennis e più in generale dello sport. Nel volume dal titolo “IL GRANDE LIBRO DI ROGER FEDERER” (Ultra Edizioni, 542 pagine, 24 Euro), Remo Borgatti ha raccolto ed elaborato tutti i risultati e i numeri fatti registrare dal campione elvetico. Il libro è sostanzialmente diviso in due parti. Nella prima, ricca di testo, viene passata in rassegna tutta la carriera di Federer stagione per stagione e nei suoi 150 giorni più significativi. Nella seconda, vengono elencati in ordine cronologico tutti gli incontri disputati nel circuito e negli slam, con tanto di statistiche e percentuali, oltre a una serie di tabelle analitiche che vanno a sviscerare anche gli aspetti più curiosi ed inediti, come ad esempio il bilancio vinte-perse in base alla superficie e alla categoria del torneo, o in base al seeded-player degli avversari o dello stesso Federer, o ancora in base alla mano (destro o mancino) e al rovescio (una o due mani) degli avversari. Poi c’è altro, molto altro. Probabilmente c’è tutto quello che un tifoso o un appassionato vorrebbe sapere su “King Roger” e che forse nemmeno Federer conosce così bene. Certo, nell’era di internet e del web molti di questi dati (ma non tutti) si trovano anche in rete e vien da chiedersi quale sia lo scopo di un lavoro del genere. Ma pensiamo che la risposta sia semplice e venga dalla passione e dalla volontà da parte dell’autore di analizzare e svelare il fenomeno-Federer mediante le sue cifre, data l’evidente impossibilità di spiegarlo attraverso i numeri che ha fatto sui campi di tennis di tutto il mondo.

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John Lloyd, intervistato da Scanagatta, presenta l’autobiografia “Dear John” [ESCLUSIVA]

Intervistato in esclusiva per Ubitennis, l’ex-tennista britannico Lloyd si racconta tra aneddoti e ricordi. “Avrei dovuto vincere quel match” a proposito della finale all’Australian Open con Gerulaitis

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L’ex tennista britannico John Lloyd, presentando la sua autobiografia “Dear John”, viene intervistato in esclusiva dal direttore Ubaldo Scanagatta e racconta tanti aneddoti relativi alla sua carriera, inclusi i faccia a faccia con l’Italia in Coppa Davis. Le principali fortune di Lloyd arrivarono in Australia dove raggiunse la finale dello Slam nel 1977: “All’epoca era un grande torneo ma non come adesso” ricorda il 67enne Lloyd. “Mancavano molti tennisti perché si disputava a dicembre attorno a Natale, ma ad ogni modo sono arrivato in finale. Avrei dovuto vincerlo quel match– ammette con franchezza e una punta di rammarico –ho perso in cinque set dal mio amico Vitas (Gerulaitis). Fu una grande delusione ma se dovevo perdere da qualcuno, lui era quello giusto. Era una persona fantastica”.

Respirando aria di Wimbledon, era impossibile tralasciare l’argomento. Lo Slam di casa fu tuttavia quello che diede meno soddisfazioni a Lloyd, infatti il miglior risultato è il terzo turno raggiunto tre volte.Sentivo la pressione ma era davvero auto inflitta, da me stesso, perché giocavo bene in Davis e lì la pressione è la stessa che giocare per il tuo paese” ha spiegato l’ex marito di Chris Evert. “Ho vinto in doppio misto (con Wendy Turnbull, nel biennio ’83-’84) ed è fantastico ma sono sempre rimasto deluso dalle mie prestazioni lì. Ho ottenuto qualche bella vittoria: battei Roscoe Tunner (nel 1977) quando era testa di serie n.4 e tutti si aspettavano che avrebbe vinto il torneo. Giocammo sul campo 1. Ma era una caratteristica tipica delle mie prestazioni a Wimbledon, fare un grande exlpoit e poi perdere il giorno dopo. In quell’occasione persi contro un tennista tedesco, Karl Meiler”. In quel match di secondo turno tra i due, Lloyd si trovò due set a zero prima di perdere 2-6 3-6 6-2 6-4 9-7. Insomma cambieranno anche le tecnologie, gli stili di gioco, i nomi dei protagonisti… ma certe dinamiche nel tennis non cambieranno mai.

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