La Piccola Biblioteca di Ubitennis. David Foster Wallace: Infinite Jest

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. David Foster Wallace: Infinite Jest

Venerdì letterari col botto. Per il compleanno della Piccola Biblioteca (50 testi) recensiamo il libro\mostro di David Foster Wallace. Quello che ha detto più cose sul tennis contemporaneo. Quello meno letto. Un capolavoro assoluto. Quasi illegibile. Quasi

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Wallace D. F., Infinite Jest, Fandango, Roma, 2000, (1996), trad. Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua

Solo per gente forte. Federer come esperienza religiosa è per tutti, Infinite Jest è per pochi. Siamo in zona capolavoro assoluto. Forse oltre. Infinite Jest è il romanzo della fama e della consacrazione di Wallace nel gotha della letteratura mondiale. Nessun contemporaneo ha scritto una roba del genere a meno di trentacinque anni. Nessuno. 1434 pagine fittissime di meraviglia e stupore che esplodono e cortocircuitano ad ogni rigo. Anfetaminico, ipnotico, isterico e infinito. Una specie di miracolo letterario fuso in uno spaventoso mostro narrativo [1]. Il Monolite Nero della letteratura contemporanea [2]. Un gigante di dolorosa e irresistibile bellezza che divide il mondo letterario in due: chi lo ha letto e chi no [3]. Insomma un vero e proprio oggetto di culto con un trascurabile però. Infinite Jest è quasi illeggibile.

Come è possibile? Come può tanta meraviglia risultare indigesta? È vera gloria o solo un altro Grande Bluff messo in scena dal solito circolo di intellettuali supersnob con enormi occhiali dalla montatura nera e una bassissima vita relazionale per tacere di quella sessuale? Se a queste domande aggiungete che Infinite Jest è il libro in cui Wallace ha parlato di più, e con più intensità, di Tennis, capirete la necessità di sedersi comodi e passare assieme una decina di minuti (abbondanti) per provare a sciogliere l’enigma. Andiamo con ordine.

 

Contesto generale

Da un certo punto di vista Infinite Jest è un libro iniziatico. Puoi decidere di comprarlo ma non di leggerlo. Puoi decidere di cominciarlo ma non di finirlo. Sarà lui a scegliere il quando e difficilmente succederà al primo tentativo [4]. Dovessi dare un’immagine, pensate di dover stare chiusi dentro una stanza con la donna più sexy del pianeta. Immaginate adesso che non possiate uscire da quella stanza per un anno consecutivo e che lei voglia fare l’amore nella maniera più dolce, più porca e più intelligente che si possa immaginare. E che lo voglia fare ad ogni istante. Letteralmente. Ogni minuto, ogni ora, tutto il giorno, tutti i giorni, senza sonno, senza pause, senza chiacchiere, senza sigarette. Questa è più o meno la sensazione che si prova a tuffarsi nella scrittura del romanzo mondo di Infinite Jest. Una gioia intollerabile. Un Piacere fatale.

Tale dimensione non è solo una cifra stilistica ma coincide con l’orizzonte dell’intero romanzo. È parte integrante del dilemma. Ambientato in un presente spostato di qualche anno in cui gli anni sono sponsorizzati [5], la storia ruota intorno ad un misterioso video di Intrattenimento che provoca la morte per inedia in chiunque lo guardi. L’esperienza della sua visione è talmente appagante da privare lo spettatore di ogni altro desiderio, o bisogno, se non quello di continuare a guardarlo e riguardarlo fino alla morte. Certo, detta così sembra una specie di boutade buona solo per il club occhialuto di cui sopra, ma se ci pensiamo bene è la grande utopia di ogni regista, di ogni attore, di ogni produttore e ahinoi di ogni spettatore. Morire di piacere davanti allo schermo è forse la segreta ambizione della nostra società che fa dello Spettacolo il suo motore primo. Quel video rappresenta, forse, il distillato e il grado più puro del piacere, quello totale. Il piacere perfetto. Il piacere fatale.

Raramente i grandi problemi contemporanei della “scelta”, della “felicità”, del “consumo”, dello “spettacolo” e della “libertà” sono stati collocati in una metafora così efficace e sinistra. E così quotidiana. E che a ben vedere ci riguarda maledettamente da vicino o perlomeno riguarda tutti quelli che hanno un bel televisore piatto posizionato H\24 di fronte al divano, perché in ultima analisi è di Dipendenza che si parla in Infinite Jest, anche se di quello strano tipo di dipendenza esclusivo delle società esageratamente ricche e decadenti: la feroce dipendenza da sua Maestà la Bellezza e da sua Santità la Libertà (di scelta).

Volendo scomodare le categorie filosofiche di Baudrillard quel video fatale rappresenta perfettamente la nostra condizione “iperreale” davanti ai mass media. È il loro obiettivo. Ci vogliono così. La tragedia è che tale ambizione coincide perfettamente col nostro desiderio di spettatori puri. Più lo spettacolo davanti al divano sarà avvincente più noi saremo catatonici, bulimici e felici di esserlo. Insomma “immaginate qualcosa di bello che abbia assorbito tutta l’energia del brutto… [6]” e che giri su se stesso brillando ad una velocità incredibile. Il risultato sarà una nuova dimensione retta da regole completamente nuove in cui il sublime e il mostruoso danzano e brillano abbracciati, moltiplicandosi a vicenda. L’alta moda è un esempio perfetto di tale processo, la droga, altro protagonista assoluto del romanzo, un altro. Il Successo inseguito ad ogni costo un altro ancora e se lo si cerca a quattordici anni con una racchetta in mano non si è esentati dal cortocircuito ma è molto peggio.

Insomma immaginiamo che la donna più sexy del pianeta, quella che vuole stare con noi un anno consecutivo dentro la stessa stanza, abbia anche deciso di farsi una plastica al seno e portarlo ben oltre la quinta dimensione [7]. Non si può liquidare la “cosa” con le parole bello, brutto, mi piace, non mi piace, eccetera. Il nostro sguardo davanti a tale spettacolo iperreale, diciamo, sarà lo stesso a cui ci costringe la lettura di Infinite Jest. Saremo fatalmente ipnotizzati, e dipendenti, da una bellezza così eccessiva da risultare mostruosa. Uno sguardo, immagino, non troppo dissimile da quello di chi guarda il fatale video in questione dentro la realtà narrativa del romanzo. Arrivati lì, tornare indietro è impossibile. Questa è a mio avviso la chiave di lettura migliore per cogliere Infinite Jest e spiegarne il paradosso che ne fa contemporaneamente un oggetto di culto e una cosa (quasi) illeggibile che cola dolorosa bellezza ad ogni rigo. È l’Occidente baby e non fa prigionieri…

Il tennis

Non bisogna però farsi ingannare. La genialità della trovata, anche se supersbandierata, riveste in ultima analisi uno spazio molto ridotto all’interno del romanzo [8]. Il video in questione è più una metafora che un vero motore drammaturgico e delle tre linee narrative presenti è la meno bella anche se la più immaginifica, e da un punto di vista sociologico la più interessante. In fondo nonostante le note e la presunta illeggibilità, Infinite Jest è un romanzo, non un saggio, e i romanzi vivaiddio li leggiamo perché sono belli, non perché sono “giusti”. Mostruosamente-belle-e-basta sono invece le pagine dedicate al tennis presentatoci da Wallace in una dimensione aurorale, esistenziale e grottesca. Parte della narrazione si svolge dentro un Academy per giovani tennisti, e diluite nell’intera narrazione ci sono descrizioni e riflessioni sul gioco del tennis che ti fanno avere voglia di essere la Dea Kalì per poter applaudire come si deve. Un esempio su tutti: da pag. 210 a 227 c’è un lunghissimo monologo che racconta l’iniziazione al tennis di un padre al proprio figlio che è davvero incredibile. L’essenza del gioco ci viene spiegata attraverso il modo di recitare di Marlon Brando come metafora dello stare brutalmente, fino in fondo, dentro il proprio corpo ma con una percezione sovrannaturale della fisicità e dei confini del mondo esterno che poi è sempre uno spazio scenico.

Dubito che sia mai stato scritto, su questo sport, qualcosa di equivalente. Dentro quel monologo fiume si intreccia inoltre il doloroso rapporto Padre-Figlio, la definizione del tennis come incrocio tra Boxe e Scacchi, una chiosa al fulmicotone su cosa sia davvero il talento [9], e si respira tra le righe la tensione tra il reale sapore del fallimento di una vita intera e la sinestetica sensazione di essere almeno un volta aderente, e tutt’uno, col flusso caotico e meraviglioso del mondo. Tale esperienza, ci suggerisce Wallace, si può oggettivare solo controllando le infinite variabili dentro il perimetro finito di un campo da tennis quando, colpendo una palla in maniera perfetta, per un attimo il Tempo e lo Spazio si fondono assieme alla tua vita e determinano addirittura il tuo destino. In quel raro momento non c’è più la divisione irriducibile tra il tuo corpo e il mondo esterno. In quel raro momento sei davvero dentro il mondo. In quel momento sei il mondo (figlio mio). Adrenalina, pathos, calma sovrannaturale, trance agonistica, complessi automatismi sedimentati in ore ed ore di allenamenti, sforzo atletico ed elaborati calcoli mentali che convergono magicamente nella perfezione di un impatto che con un toc abolisce la membrana che ti separa dal mondo. In due parole “Sarai poesia in movimento” (figlio mio). Fantastico.

E questo è solo un caso di livello-uno. Il gioco del tennis visto ai raggi X. Il suo D.N.A. svelato. Poi c’è anche il livello–due, quello in cui tutta sta meraviglia viene impiantata dentro la psiche di minorenni costretti a doversi confrontare con il mostro dorato del Successo ad ogni costo, ad un’età in cui sarebbe ragionevole fare altro. In due parole è la strana storia Eric Clipperton, il “leggendario” tennista juniores che girava per i tornei con una luccicante pistola (una Glock 17 semiautomatica) e minacciava di usarla contro se stesso in caso di sconfitta. Per la cronaca Eric Clipperton vincerà tutti i tornei ai quali partecipò per la comprensibile e terrorizzata rinuncia degli avversari ad affrontarlo e si suiciderà all’età di 18 anni non appena diventò il numero 1 delle classifiche Juniores. Il caso Clipperton è un’evidente parodia del retroclima di terrore che respirano i (giovani) tennisti e del prezzo che devono pagare per una vita vissuta sotto la feroce dittatura del Successo Obbligato. L’Academy di Bollettieri con il suo mix di caserma militare e casa del grande Fratello rappresenta lo sfondo ideale di quel clima psicotico in cui slogan come VINCERE O MORIRE da semplici mantra motivazionali assumono in tale radicalizzazione un aspetto decisamente più inquietante. Un mix di brufoli, miliardi, ingenuità e riflettori che assorbirà tutto il tennis contemporaneo, ormai uscito dallo snobismo dei gesti bianchi ed entrato entrato dalla porta principale nella società dello spettacolo. A ben vedere un viaggio di sola andata.

Nel livello-due troviamo il cuore segreto di Infinite Jest, o dell’Occidente stesso: cose meravigliose spostate ad una radicalità così estrema da diventare mostruose. Il grande merito di Wallace è di avercele svelate senza moralismo e in maniera drammaticamente divertente [10]. Una complicità totale col lettore col quale virtualmente David si siede sul divano e compra pure i pop corn.

A rendere possibile possibile il miracolo è stato il suo candore. Un candore, col senno del poi, amplificato dal suo suicidio. C’è molta morbosità retroattiva sul suicidio di Wallace e sulle depressioni, e sulle dipendenze, dei suoi vari personaggi, soprattutto in Infinite Jest. Quasi che quelle pagine fossero cifrati “messaggi nella bottiglia” lanciati dall’autore o peggio ancora che la depressione, e la dipendenza, e il suicidio, fossero il prezzo stesso di quell’immenso talento indagatore prima ancora che espressivo. Come se fosse stato proprio quell’immenso talento ad essere tornato indietro a battere cassa in un giorno di settembre come un altro. Personalmente anche se affascinato da tale ipotesi mi sentirei di rifiutarla nella maniera più categorica. Semplicemente Wallace ha descritto così bene la depressione per lo stesso motivo per cui ci ha descritto così bene il Tennis. Sapeva fare brillare le cose che conosceva da vicino [11]. Insomma lui queste cose le ha scritte, a noi non resta che leggerle.

Ps. La recensione è una riproposizione (sintetica) del vecchio “Spazio Wallace” apparso, in fondo solo pochi anni fa, su “Servizi Vincenti”, l’indimenticato padre (o incubatore) di Ubitennis.

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[1] Uno tsunami di parole, e pagine, e parole, e note con (spesso) periodi di 15 (e più) righe consecutive senza mai il sollievo di un punto.

[2] Alla lettera “il monolite kubrikiano della letteratura giovane” vedi Pennacchio Filippo, What fun live it’s was. Saggio su “Infinite Jest” di David Foster Wallace, Arcipelago edizioni, 2009.

[3] In realtà esistono altre due categorie e sono tra loro agli antipodi anche per la simpatia che suscitano: chi ha provato a leggerlo e chi, invece, “sì, l’ho letto, ma in lingua originale…”. Una curiosità, la prima traduzione al mondo di Infinite Jest è stata fatta in italiano.

[4] Io ci sono riuscito al quarto. Non bisogna disperare. Bisogna avere fede. È un libro iniziatico. Quando hai finito non sei più lo stesso che lo ha cominciato. Personalmente nella lettura “buona”, la quarta, ho anche smesso di fumare. Dopo 15 anni. Giuro.

[5] Non 2001, 2002, ecc, ma ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI DEPEND, ANNO DEI CEROTTI MEDICATI TUCKS, ecc. Vi lascio immaginare la difficoltà di collocare cronologicamente una narrazione costruita su continui salti temporali dove l’informazione se l’anno del pannolone è precedente a quello dei cerotti non è esattamente automatica…

[6] J. Baudrillard, Le stategie fatali, Feltrinelli, Milano, 1984, (1983), pag. 9. Il titolo del capitolo la dice lunga: “L’estasi e l’inerzia”.

[7] Ovviamente il discorso può essere simmetricamente capovolto a sessi e organi invertiti.

[8] Anche se il titolo del video in questione è appunto Infinite Jest.

[9] “Il talento coincide con l’aspettativa che suscita, Jim, o sei alla sua altezza o quello ti sventola il fazzoletto e ti abbandona per sempre.” Pag. 226.

[10] A proposito di cose contemporaneamente agghiaccianti e terribilmente divertenti, vi invito caldamente ad entrare in libreria ed andare a pag. 495 (edizione Fandango) e leggere fino a pag. 499. In quelle quattro pagine c’è una delle cose più pazzesche che abbia mai letto e per decenza, e rispetto, di questo “luogo pubblico” non aggiungerò altro. Per chi avesse già letto il romanzo dico solo questo: Raquel Welch.

[11] Sotto le sue dita anche la depressione diventava altissima letteratura ai raggi x. Se pensate che sto esagerando andate in libreria, aprite a pag. 925 e leggete fino a pag. 927. Vien quasi voglia di provarla.

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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