La Piccola Biblioteca di Ubitennis. David Foster Wallace: Infinite Jest

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. David Foster Wallace: Infinite Jest

Venerdì letterari col botto. Per il compleanno della Piccola Biblioteca (50 testi) recensiamo il libro\mostro di David Foster Wallace. Quello che ha detto più cose sul tennis contemporaneo. Quello meno letto. Un capolavoro assoluto. Quasi illegibile. Quasi

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Wallace D. F., Infinite Jest, Fandango, Roma, 2000, (1996), trad. Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua

Solo per gente forte. Federer come esperienza religiosa è per tutti, Infinite Jest è per pochi. Siamo in zona capolavoro assoluto. Forse oltre. Infinite Jest è il romanzo della fama e della consacrazione di Wallace nel gotha della letteratura mondiale. Nessun contemporaneo ha scritto una roba del genere a meno di trentacinque anni. Nessuno. 1434 pagine fittissime di meraviglia e stupore che esplodono e cortocircuitano ad ogni rigo. Anfetaminico, ipnotico, isterico e infinito. Una specie di miracolo letterario fuso in uno spaventoso mostro narrativo [1]. Il Monolite Nero della letteratura contemporanea [2]. Un gigante di dolorosa e irresistibile bellezza che divide il mondo letterario in due: chi lo ha letto e chi no [3]. Insomma un vero e proprio oggetto di culto con un trascurabile però. Infinite Jest è quasi illeggibile.

Come è possibile? Come può tanta meraviglia risultare indigesta? È vera gloria o solo un altro Grande Bluff messo in scena dal solito circolo di intellettuali supersnob con enormi occhiali dalla montatura nera e una bassissima vita relazionale per tacere di quella sessuale? Se a queste domande aggiungete che Infinite Jest è il libro in cui Wallace ha parlato di più, e con più intensità, di Tennis, capirete la necessità di sedersi comodi e passare assieme una decina di minuti (abbondanti) per provare a sciogliere l’enigma. Andiamo con ordine.

 

Contesto generale

Da un certo punto di vista Infinite Jest è un libro iniziatico. Puoi decidere di comprarlo ma non di leggerlo. Puoi decidere di cominciarlo ma non di finirlo. Sarà lui a scegliere il quando e difficilmente succederà al primo tentativo [4]. Dovessi dare un’immagine, pensate di dover stare chiusi dentro una stanza con la donna più sexy del pianeta. Immaginate adesso che non possiate uscire da quella stanza per un anno consecutivo e che lei voglia fare l’amore nella maniera più dolce, più porca e più intelligente che si possa immaginare. E che lo voglia fare ad ogni istante. Letteralmente. Ogni minuto, ogni ora, tutto il giorno, tutti i giorni, senza sonno, senza pause, senza chiacchiere, senza sigarette. Questa è più o meno la sensazione che si prova a tuffarsi nella scrittura del romanzo mondo di Infinite Jest. Una gioia intollerabile. Un Piacere fatale.

Tale dimensione non è solo una cifra stilistica ma coincide con l’orizzonte dell’intero romanzo. È parte integrante del dilemma. Ambientato in un presente spostato di qualche anno in cui gli anni sono sponsorizzati [5], la storia ruota intorno ad un misterioso video di Intrattenimento che provoca la morte per inedia in chiunque lo guardi. L’esperienza della sua visione è talmente appagante da privare lo spettatore di ogni altro desiderio, o bisogno, se non quello di continuare a guardarlo e riguardarlo fino alla morte. Certo, detta così sembra una specie di boutade buona solo per il club occhialuto di cui sopra, ma se ci pensiamo bene è la grande utopia di ogni regista, di ogni attore, di ogni produttore e ahinoi di ogni spettatore. Morire di piacere davanti allo schermo è forse la segreta ambizione della nostra società che fa dello Spettacolo il suo motore primo. Quel video rappresenta, forse, il distillato e il grado più puro del piacere, quello totale. Il piacere perfetto. Il piacere fatale.

Raramente i grandi problemi contemporanei della “scelta”, della “felicità”, del “consumo”, dello “spettacolo” e della “libertà” sono stati collocati in una metafora così efficace e sinistra. E così quotidiana. E che a ben vedere ci riguarda maledettamente da vicino o perlomeno riguarda tutti quelli che hanno un bel televisore piatto posizionato H\24 di fronte al divano, perché in ultima analisi è di Dipendenza che si parla in Infinite Jest, anche se di quello strano tipo di dipendenza esclusivo delle società esageratamente ricche e decadenti: la feroce dipendenza da sua Maestà la Bellezza e da sua Santità la Libertà (di scelta).

Volendo scomodare le categorie filosofiche di Baudrillard quel video fatale rappresenta perfettamente la nostra condizione “iperreale” davanti ai mass media. È il loro obiettivo. Ci vogliono così. La tragedia è che tale ambizione coincide perfettamente col nostro desiderio di spettatori puri. Più lo spettacolo davanti al divano sarà avvincente più noi saremo catatonici, bulimici e felici di esserlo. Insomma “immaginate qualcosa di bello che abbia assorbito tutta l’energia del brutto… [6]” e che giri su se stesso brillando ad una velocità incredibile. Il risultato sarà una nuova dimensione retta da regole completamente nuove in cui il sublime e il mostruoso danzano e brillano abbracciati, moltiplicandosi a vicenda. L’alta moda è un esempio perfetto di tale processo, la droga, altro protagonista assoluto del romanzo, un altro. Il Successo inseguito ad ogni costo un altro ancora e se lo si cerca a quattordici anni con una racchetta in mano non si è esentati dal cortocircuito ma è molto peggio.

Insomma immaginiamo che la donna più sexy del pianeta, quella che vuole stare con noi un anno consecutivo dentro la stessa stanza, abbia anche deciso di farsi una plastica al seno e portarlo ben oltre la quinta dimensione [7]. Non si può liquidare la “cosa” con le parole bello, brutto, mi piace, non mi piace, eccetera. Il nostro sguardo davanti a tale spettacolo iperreale, diciamo, sarà lo stesso a cui ci costringe la lettura di Infinite Jest. Saremo fatalmente ipnotizzati, e dipendenti, da una bellezza così eccessiva da risultare mostruosa. Uno sguardo, immagino, non troppo dissimile da quello di chi guarda il fatale video in questione dentro la realtà narrativa del romanzo. Arrivati lì, tornare indietro è impossibile. Questa è a mio avviso la chiave di lettura migliore per cogliere Infinite Jest e spiegarne il paradosso che ne fa contemporaneamente un oggetto di culto e una cosa (quasi) illeggibile che cola dolorosa bellezza ad ogni rigo. È l’Occidente baby e non fa prigionieri…

Il tennis

Non bisogna però farsi ingannare. La genialità della trovata, anche se supersbandierata, riveste in ultima analisi uno spazio molto ridotto all’interno del romanzo [8]. Il video in questione è più una metafora che un vero motore drammaturgico e delle tre linee narrative presenti è la meno bella anche se la più immaginifica, e da un punto di vista sociologico la più interessante. In fondo nonostante le note e la presunta illeggibilità, Infinite Jest è un romanzo, non un saggio, e i romanzi vivaiddio li leggiamo perché sono belli, non perché sono “giusti”. Mostruosamente-belle-e-basta sono invece le pagine dedicate al tennis presentatoci da Wallace in una dimensione aurorale, esistenziale e grottesca. Parte della narrazione si svolge dentro un Academy per giovani tennisti, e diluite nell’intera narrazione ci sono descrizioni e riflessioni sul gioco del tennis che ti fanno avere voglia di essere la Dea Kalì per poter applaudire come si deve. Un esempio su tutti: da pag. 210 a 227 c’è un lunghissimo monologo che racconta l’iniziazione al tennis di un padre al proprio figlio che è davvero incredibile. L’essenza del gioco ci viene spiegata attraverso il modo di recitare di Marlon Brando come metafora dello stare brutalmente, fino in fondo, dentro il proprio corpo ma con una percezione sovrannaturale della fisicità e dei confini del mondo esterno che poi è sempre uno spazio scenico.

Dubito che sia mai stato scritto, su questo sport, qualcosa di equivalente. Dentro quel monologo fiume si intreccia inoltre il doloroso rapporto Padre-Figlio, la definizione del tennis come incrocio tra Boxe e Scacchi, una chiosa al fulmicotone su cosa sia davvero il talento [9], e si respira tra le righe la tensione tra il reale sapore del fallimento di una vita intera e la sinestetica sensazione di essere almeno un volta aderente, e tutt’uno, col flusso caotico e meraviglioso del mondo. Tale esperienza, ci suggerisce Wallace, si può oggettivare solo controllando le infinite variabili dentro il perimetro finito di un campo da tennis quando, colpendo una palla in maniera perfetta, per un attimo il Tempo e lo Spazio si fondono assieme alla tua vita e determinano addirittura il tuo destino. In quel raro momento non c’è più la divisione irriducibile tra il tuo corpo e il mondo esterno. In quel raro momento sei davvero dentro il mondo. In quel momento sei il mondo (figlio mio). Adrenalina, pathos, calma sovrannaturale, trance agonistica, complessi automatismi sedimentati in ore ed ore di allenamenti, sforzo atletico ed elaborati calcoli mentali che convergono magicamente nella perfezione di un impatto che con un toc abolisce la membrana che ti separa dal mondo. In due parole “Sarai poesia in movimento” (figlio mio). Fantastico.

E questo è solo un caso di livello-uno. Il gioco del tennis visto ai raggi X. Il suo D.N.A. svelato. Poi c’è anche il livello–due, quello in cui tutta sta meraviglia viene impiantata dentro la psiche di minorenni costretti a doversi confrontare con il mostro dorato del Successo ad ogni costo, ad un’età in cui sarebbe ragionevole fare altro. In due parole è la strana storia Eric Clipperton, il “leggendario” tennista juniores che girava per i tornei con una luccicante pistola (una Glock 17 semiautomatica) e minacciava di usarla contro se stesso in caso di sconfitta. Per la cronaca Eric Clipperton vincerà tutti i tornei ai quali partecipò per la comprensibile e terrorizzata rinuncia degli avversari ad affrontarlo e si suiciderà all’età di 18 anni non appena diventò il numero 1 delle classifiche Juniores. Il caso Clipperton è un’evidente parodia del retroclima di terrore che respirano i (giovani) tennisti e del prezzo che devono pagare per una vita vissuta sotto la feroce dittatura del Successo Obbligato. L’Academy di Bollettieri con il suo mix di caserma militare e casa del grande Fratello rappresenta lo sfondo ideale di quel clima psicotico in cui slogan come VINCERE O MORIRE da semplici mantra motivazionali assumono in tale radicalizzazione un aspetto decisamente più inquietante. Un mix di brufoli, miliardi, ingenuità e riflettori che assorbirà tutto il tennis contemporaneo, ormai uscito dallo snobismo dei gesti bianchi ed entrato entrato dalla porta principale nella società dello spettacolo. A ben vedere un viaggio di sola andata.

Nel livello-due troviamo il cuore segreto di Infinite Jest, o dell’Occidente stesso: cose meravigliose spostate ad una radicalità così estrema da diventare mostruose. Il grande merito di Wallace è di avercele svelate senza moralismo e in maniera drammaticamente divertente [10]. Una complicità totale col lettore col quale virtualmente David si siede sul divano e compra pure i pop corn.

A rendere possibile possibile il miracolo è stato il suo candore. Un candore, col senno del poi, amplificato dal suo suicidio. C’è molta morbosità retroattiva sul suicidio di Wallace e sulle depressioni, e sulle dipendenze, dei suoi vari personaggi, soprattutto in Infinite Jest. Quasi che quelle pagine fossero cifrati “messaggi nella bottiglia” lanciati dall’autore o peggio ancora che la depressione, e la dipendenza, e il suicidio, fossero il prezzo stesso di quell’immenso talento indagatore prima ancora che espressivo. Come se fosse stato proprio quell’immenso talento ad essere tornato indietro a battere cassa in un giorno di settembre come un altro. Personalmente anche se affascinato da tale ipotesi mi sentirei di rifiutarla nella maniera più categorica. Semplicemente Wallace ha descritto così bene la depressione per lo stesso motivo per cui ci ha descritto così bene il Tennis. Sapeva fare brillare le cose che conosceva da vicino [11]. Insomma lui queste cose le ha scritte, a noi non resta che leggerle.

Ps. La recensione è una riproposizione (sintetica) del vecchio “Spazio Wallace” apparso, in fondo solo pochi anni fa, su “Servizi Vincenti”, l’indimenticato padre (o incubatore) di Ubitennis.

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[1] Uno tsunami di parole, e pagine, e parole, e note con (spesso) periodi di 15 (e più) righe consecutive senza mai il sollievo di un punto.

[2] Alla lettera “il monolite kubrikiano della letteratura giovane” vedi Pennacchio Filippo, What fun live it’s was. Saggio su “Infinite Jest” di David Foster Wallace, Arcipelago edizioni, 2009.

[3] In realtà esistono altre due categorie e sono tra loro agli antipodi anche per la simpatia che suscitano: chi ha provato a leggerlo e chi, invece, “sì, l’ho letto, ma in lingua originale…”. Una curiosità, la prima traduzione al mondo di Infinite Jest è stata fatta in italiano.

[4] Io ci sono riuscito al quarto. Non bisogna disperare. Bisogna avere fede. È un libro iniziatico. Quando hai finito non sei più lo stesso che lo ha cominciato. Personalmente nella lettura “buona”, la quarta, ho anche smesso di fumare. Dopo 15 anni. Giuro.

[5] Non 2001, 2002, ecc, ma ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI DEPEND, ANNO DEI CEROTTI MEDICATI TUCKS, ecc. Vi lascio immaginare la difficoltà di collocare cronologicamente una narrazione costruita su continui salti temporali dove l’informazione se l’anno del pannolone è precedente a quello dei cerotti non è esattamente automatica…

[6] J. Baudrillard, Le stategie fatali, Feltrinelli, Milano, 1984, (1983), pag. 9. Il titolo del capitolo la dice lunga: “L’estasi e l’inerzia”.

[7] Ovviamente il discorso può essere simmetricamente capovolto a sessi e organi invertiti.

[8] Anche se il titolo del video in questione è appunto Infinite Jest.

[9] “Il talento coincide con l’aspettativa che suscita, Jim, o sei alla sua altezza o quello ti sventola il fazzoletto e ti abbandona per sempre.” Pag. 226.

[10] A proposito di cose contemporaneamente agghiaccianti e terribilmente divertenti, vi invito caldamente ad entrare in libreria ed andare a pag. 495 (edizione Fandango) e leggere fino a pag. 499. In quelle quattro pagine c’è una delle cose più pazzesche che abbia mai letto e per decenza, e rispetto, di questo “luogo pubblico” non aggiungerò altro. Per chi avesse già letto il romanzo dico solo questo: Raquel Welch.

[11] Sotto le sue dita anche la depressione diventava altissima letteratura ai raggi x. Se pensate che sto esagerando andate in libreria, aprite a pag. 925 e leggete fino a pag. 927. Vien quasi voglia di provarla.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis

Nel suo nuovo libro il famoso preparatore fisico Salvatore Buzzelli sintetizza, con dovizia di particolari, i suoi studi e la sua pluridecennale esperienza pratica nell’ambito della preparazione fisica del tennis

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Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

S. Buzzelli, Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis – Principi Essenziali e Tendenze Moderne per Massimizzare la Performance e Vincere, Giacomo Catalani Editore

Dopo “Tennis. La Nuova Scienza della Preparazione Fisica con il rivoluzionario Metodo Coordinabolico®”, scritto a quattro mani con l’allievo Marco Mazzilli e di cui avevamo parlato lo scorso marzo in questa rubrica, Salvatore Buzzelli esce con la sua nuova fatica editoriale “Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis – Principi Essenziali e Tendenze Moderne per Massimizzare la Performance e Vincere

Proprio sul concetto dell’essenzialità, intesa come caratteristica necessaria e fondamentale, unito a quelli di semplicità e concretezza, si basa il manuale di Buzzelli, uno dei massimi esperti nella metodologia dell’allenamento, ricercatore e preparatore fisico, che nel corso del suo lungo percorso professionale ha collaborato con scienziati di fama mondiale come Kenneth Cooper e Carmelo Bosco ed ha allenato diversi tennisti professionisti, tra i quali spiccano Omar Camporese (ex n. 18 ATP), Massimiliano Narducci (ex n. 77 ATP) e l’attuale capitano di Fed Cup Tathiana Garbin (ex n. 22 WTA). Un testo – come sottolineato da lui stesso nella premessa e come ci ha sottolineato in una piacevole conversazione telefonica – che ha l’obiettivo di essere uno strumento di supporto per gli operatori del settore, affinché adottino modalità corrette ed – appunto –  essenziali nel loro lavoro con gli atleti.

 

La preparazione fisica “essenziale” illustrata da Buzzelli, si basa su tre principali presupposti in ambito tennistico. Ovvero, in partita un “atleta-giocatore” deve:

  • saper reagire in tempi brevi all’azione dell’avversario;
  • spostarsi rapidamente nella posizione in cui poter ricevere e colpire la palla in arrivo con efficacia;
  • essere capaci di reiterare il punto 1 e 2 per tutto il tempo della partita.

Partendo da questi presupposti, Buzzelli guida il lettore attraverso le caratteristiche motorie necessarie nel tennis agonistico e propone le soluzioni per ottenere il massimo risultato personale possibile con l’obiettivo di diventare quell’atleta “resiliente” che deve essere il tennista agonista (ovviamente attraverso la combinazione del lavoro tecnico-mentale-fisico), sempre avendo come filo conduttore i concetti di semplicità ed efficacia.

Partendo inoltre dalla considerazione che nel tennis la periodizzazione dell’allenamento – ovvero l’organizzazione del programma di allenamento in periodi – risulta alquanto complessa, in considerazione del fatto che l’attività agonistica è distribuita nell’arco dell’intero anno. Tanto che per i professionisti si dovrebbe ragionare in termini di “periodizzazione multipla”, prevedendo cioè 5-6 periodi agonistici durante la stagione. Questo comporta la necessità che la programmazione del tennista debba essere, come la definisce Buzzelli, “globale”. Cioè la parte tecnico-tattica non dovrebbe mai risultare isolata dalla preparazione fisica generale e specifica, con una interazione tra allenatore e preparatore atletico che deve essere continua, per evitare dispendiosi sovraccarichi funzionali derivanti dalla duplicazione di attività simili dal punto di vista metabolico.

Il manuale entra poi nel pratico. Eccome se ci entra, illustrando dettagliatamente gli elementi sostanziali dell’allenamento del tennista. A partire dal corretto riscaldamento, al lavoro sulla mobilità articolare (con interessanti riflessioni sullo stretching e la sua corretta integrazione in un piano di allenamento), ai diversi ambiti di potenziamento di arti inferiori, arti superiori e core. Per passare agli esercizi in policoncorrenza con la palla zavorrata – importanti perché permettono al giocatore di comprendere ed allenare gli appoggi per produrre spinte efficaci, essenziali nell’esecuzione dei gesti tecnici nel tennis – , al circuit training e poi agli esercizi con gli strumenti creati dallo stesso Buzzelli (come il TR Buzz, la rivisitazione del TRX realizzata per disporre di uno strumento che fosse più in linea con i movimenti richiesti dalla tecniche di molti sport, tra i quali il tennis), ai lavori sulla coordinazione, sulla accelerazione e sulla velocità, con gli ostacoli e infine sul potenziamento organico.

Aspetto, quest’ultimo, determinante dal punto di vista metodologico, considerando il fatto che una partita di tennis ha una durata indefinita, ma tenendo presente che le azioni di gioco son perlopiù incentrate su azioni rapide e veloci. Non poteva ovviamente mancare un capitolo al SensoBuzz, lo strumento elettronico creato dal professore esaustivo per l’allenamento e la valutazione funzionale da campo che supporta la scelta metodologica dell’allenatore, che a sua discrezione imposta l’allenamento sulla base delle necessità (del singolo atleta o del gruppo di atleti) e degli obiettivi (rapidità, velocità, resistenza, ecc.).

Per chiudere con una serie di esempi di programmi, comprensivi di quelli durante il periodo agonistico. Buzzelli, infatti, sostiene che “durante il torneo ci si allena comunque”, ovviamente adeguando l’allenamento sulla base dell’impegno psicofisico sostenuto in partita e degli impegni successivi.

Insomma, prendendo in prestito le parole di un altro grande preparatore fisico come Marco Panichi, attuale preparatore di Novak Djokovic, questo libro è “una “bibbia” essenziale, per chi vuole lavorare nell’ambito del tennis ma anche per chi è un semplice appassionato, proprio per la chiarezza e l’essenzialità dell’esposizione: concetti espressi in modo semplificato e facilmente fruibili nonostante la loro complessità”.

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La piccola biblioteca di Ubitennis. “Il Palpa”, storia di Roberto Palpacelli

Federico Ferrero, voce di Eurosport, ha scritto un libro su uno strano personaggio, Roberto Palpacelli, talentuoso enfant-prodige, disperso fra tossicodipendenza e autodistruzione. La nostra recensione

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Palpacelli R. e Ferrero F., “Il Palpa” – Ed. Rizzoli, 2019

“Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose si condanna da adulto a non divertirsi mai”. È l’assunto categorico che, per voce del protagonista stesso, meglio esemplifica mezzo secolo di vita spinta a velocità folli, senza alcuna forma di controllo.

Un passo indietro. L’indimenticabile Robertino Lombardi era solito definire il tennis come la disciplina del diavolo. Molteplici i motivi, tra questi la capacità intrinseca di uno sport meraviglioso di estrarre il peggio dall’animo umano. Succede. Molto più raro, invece, è che l’esercizio ludico meno consigliato al mondo per accompagnare una vita di eccessi distruttivi si riveli alla fine di un percorso sinusoidale, quello in cui creste e gole si susseguono implacabili senza soluzione di continuità, come l’unica salvezza possibile. Pare un ossimoro: domandare al tennis di moderare una psiche tumultuosa è come chiedere a Erode di amare i bambini. Impossibile, salvo rarissime eccezioni.

 

Ma Roberto Palpacelli, per tutti il Palpa, non ha niente di convenzionale e se oggi finalmente ha modo di raccontare la sua incredibile avventura è perché lo sport leggendario che fu di Bill Tilden, in maniera talvolta bizzarra, non l’ha mai abbandonato del tutto anche quando ne avrebbe avute le ragioni. Colla sulla pelle, dunque, di quello che con ogni probabilità sarebbe potuto diventare un campione di razza. Invece niente di tutto ciò, ma è vivo.

Di treni potenzialmente buoni, Roberto, ne ha infatti visti passare diversi a portata di mano, tuttavia con una coerenza inscalfibile, a volte lucida ma più spesso alterata, ha sempre scelto cocciutamente di rimanere fermo in stazione, immobile. Anche quando a guidare la locomotiva con destinazione professionismo era nientepopodimeno che Adriano Panatta. O Riccardo Piatti, il Re Mida del tennis italiano. Troppo forte in ogni circostanza il richiamo dello spaccato balordo e malato di società, assunto fin dall’adolescenza a famiglia adottiva, benché un nucleo in cui crescere con serenità e amore lo avesse incondizionatamente al proprio fianco. Sintomatico, ciò, di quanto male possa fare a un uomo l’inquietudine.

A ripercorrere passo dopo passo mezzo secolo di esistenza travagliata e vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore anche in curva è l’ottimo Federico Ferrero, il cui merito – libro a parte – è quello di aver trovato le chiavi per aprire il cuore di un uomo ontologicamente impermeabile, schivo e solitamente poco incline a mettersi a nudo; innamorato e geloso, così come lo è sempre stato, della propria non barattabile libertà. Duecento pagine che in tutta la loro drammaticità – la morte è purtroppo un’eventualità ricorrente – restituiscono veridicità e rigore alle tante leggende che il passaparola nato nell’ambiente dei circoli di provincia ha contribuito a diffondere. Ciò che ne emerge, allora, è il ritratto veritiero di un uomo consapevole dei propri reiterati sbagli, che si porta appresso il dolore lancinante che si prova solo avendone provocato agli altri e che, ancora una volta grazie al tennis, ha un’altra fiche da buttare sul tavolo della vita. L’ultima.

Dotato per una gentile concessione di Madre Natura di una forma abbacinante di talento condensata nella mano sinistra e in un fisico da Superman, Roberto Palpacelli, di questi tempi, insegna tennis presso un dopolavoro ferroviario, dove è adorato come una star e coccolato come un fratello, ha una compagna che nella burrasca lo ha traghettato sulla terra ferma e un figlio da tirare grande con l’amore del caso. Luce, quindi, in fondo a un tunnel di tossicodipendenza e autodistruzione che sembrava destinato a non finire mai. Un autentico miracolo, considerato che molti dei suoi compagni di sventura non hanno avuto nemmeno il tempo per redimersi.

E di miracoli, sebbene assai meno importanti al cospetto della sopravvivenza terrena, il Palpa ne ha confezionati parecchi sui playground, ovvero l’unico recinto che Roberto il ribelle ha sempre riconosciuto come tollerabile intorno a sé. Se è vero che non ha mai sconfitto Boris Becker come taluni sostengono, ma è bello credere sia solo perché non lo abbia incontrato in una di quelle giornate di grazia, sono però diversi i campioni del recente passato messi in riga, parafrasando David Foster Wallace, da un Palpacelli Moment. Quindi ubriaco, ad andare bene, e senza uno straccio di allenamento alle spalle.

In uno sport in cui – parola di Juan Carlos Ferrero – la competenza tecnica conta quasi niente rispetto alla solidità cerebrale, che Roberto si sia misurato con successo, forte del solo talento e in condizioni che a definire impari si sbaglia per difetto, contro chi poi ha sfondato tra i Pro fa della somma dei “se” che usualmente lasciano il tempo che trovano una certezza grande come una casa. E così il sottotitolo del libro che recita “il più forte di tutti” assume un connotato per nulla iperbolico. Roberto, in altri termini, ha dilapidato una fortuna sportiva inestimabile e ne è perfettamente conscio. Ma è vivo, tocca ribadirlo, e ora ha anche la certezza che, per citare un monumentale Jannacci, iniettarsi morte è ormai anche fuori moda.

La verità, per sua stessa ammissione, è che il mondo del tennis, in fondo, non gli sia mai appartenuto. Era altrove, vicino ma lontanissimo, giocava lo stesso sport degli avversari ma stava da un’altra parte, con la testa e con il cuore. Qualunque essa fosse questa sua personale dimensione spaziale, tuttavia, ci confida non senza un velo di commozione che nonostante un rapporto sui generis “senza il tennis sarei morto. Giunti alla fine del libro, col cuore in gola e sollevati da un epilogo che innanzitutto dà speranza, credergli è tutto fuorché un atto di fede.

In bocca al lupo, Palpa, e buona lettura.


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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: un milione di rovesci sbagliati

Aggiungiamo alla Piccola Biblioteca il riuscito esordio narrativo di Boris Demcenko. Un romanzo sul tennis che ci catapulta nelle elettrificate implicazioni esistenziali di una partita

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Demcenko B., Un milione di rovesci sbagliati, Absolutely Free Libri, 2018, pp. 278.

Tranne rari casi i libri intorno al tennis si dividono in tre categorie: biografie, scienza del tennis e lavori di alto artigianato intorno a frammenti presi della grande storia del tennis. É molto raro imbattersi in un romanzo tout court in cui il tennis costituisce la cornice, o meglio la scenografia, dentro il quale si muovono personaggi di pura fantasia. Immagino una scommessa editoriale difficile perché tra i pochi che ancora leggono carta quelli che leggono tennis preferiscono tuffarsi nella sua Storia, nella sua Scienza o nei suoi campioni. Eppure la complessità psicologica di una partita, le implicazioni filosofiche di una smorzata, la questione che una volée azzera il tempo e si mangia lo spazio, l’età ormonale dei protagonisti dovrebbero costituire elementi densi per operazioni in tal senso.

Leggendo “Un milione di rovesci sbagliati” ci troviamo esattamente in questa zona. A differenza però di un “match point” di Woody Allen, dove sebbene il tennis sia assunto a metafora di vita, manca clamorosamente il tennis giocato, leggendo il divertente esordio letterario di Demcenko si va nella poco esplorata direzione di raccontare la storia vera di un tennista inventato.

 

Aiutato da una scrittura fresca e un tono molto divertente, “Un milione di rovesci sbagliati” ci catapulta dentro la psicologia di un ragazzo baciato dal talento (e di suo fratello) che non è riuscito però a fare andare in sincrono la vita personale con quella professionale. Una carriera di grandi aspettative, di lampi abbaglianti e, nonostante la relativamente giovane età, già destinata a un tramonto vissuto come dramma più dal suo intorno che dal protagonista. Fossimo in America questi presupposti sarebbero il plot per La Grande Chance che la vita ogni tanto ci da, ma per fortuna siamo in Italia e non è questo il registro. Il registro è psicologico.

Il torneo di Roma è la cornice dove si mettono in scena le vicende speculari di due fratelli cresciuti da un padre burbero a pane e tennis. Il talento bruciato e il duro lavoro portato al suo massimo livello. Chi poteva diventare il numero uno del mondo e chi, mescolando ambizione e umiltà, punta a diventare il numero 3. Vite nate come linee rette che il mostro del tennis ha prima fuso, poi divaricato e destinato a un incrocio fatale. Anche se il romanzo vive di una precisa autonomia narrativa molti sono i rimandi al tennis reale che rendono la storia più tridimensionale (e realistica).

Internazionali BNL d’Italia 2018, campo centrale (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

I nomi dei protagonisti che coincidono con i nostri tennisti più forti Adriano (Panatta) e Nicola (Pietrangeli), la figura del padre demiurgo che grazie alla sua ossessione ha creato due campioni ma ha sacrificato sull’altare del tennis la dimensione affettiva, i conflitti tra la federazione e il padre che ricordano tanto la questione di Camila Giorgi e non ultimo l’apparizione del Genio (Federer) sul circuito. Credo sia la prima volta che Federer venga trattato da personaggio secondario in un libro di tennis ma proprio questa libertà narrativa ci permette di vederlo “di fianco”, senza l’armatura della sua storia Ma come dicevo questi sono elementi che danno tridimensionalità al romanzo, che aggiungono elementi ma non ne costituiscono il cuore.

Il cuore è costituito da una drammaturgia incalzante sostenuta da una prosa divertente e da riusciti personaggi secondari che costituiscono sempre la differenza tra un romanzo di qualità e uno velleitario. E il luogo in cui tutti gli elementi si sciolgono dalla loro tensione drammaturgia sono le partite. Immersioni soggettive dentro l’elettrificato dramma interiore di colpire una pallina inseguendo un punteggio. Montagne russe emotive, o film esistenziali compressi nella lunghissima apnea compresa tra un servizio e una risposta, che non bisogna certo essere professionisti per provare ma che bisogna essere scrittori per saper descrivere. E la meta-cornice di ogni cosa è Roma, col suo traffico, coi suoi ristoranti, con la sua allegria e empatia, con il suo abbraccio carnivoro e fatale.

Insomma un esordio letterario riuscito e se, come me, odiate la pseudo realtà delle biografie sui tennisti famosi e preferite la magia dell’identificazione narrativa, avrete in dono l’occasione di trovarvi per davvero, perché il romanzo è sempre la verità più pura travestita da bellissima menzogna, al Foro Italico, con gli spalti pieni che urlano il vostro nome e Federer dall’altra parte della rete. E potrete vedere i suoi colpi, godere della sua “presenza” in campo dalla prospettiva più crudele e magnifica e, magari, all’improvviso, respirare anche la sua incertezza dopo che siete riusciti a sparargli un paio di drittoni assassini consecutivi. 

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