Pensieri in libertà: da Astori a Fognini, da Errani a Goggia. La nuova Coppa Davis

Editoriali del Direttore

Pensieri in libertà: da Astori a Fognini, da Errani a Goggia. La nuova Coppa Davis

Quanto mi ha colpito la tragedia di Davide Astori. Bello il gesto di Fognini. E fra lui e Bertolucci… Peccato Errani. Non chiamatela più Coppa Davis

Pubblicato

il

Raccolgo qui una miscellanea di pensierini in libertà.

TRAGEDIA ASTORI

Una morte assurda a 31 anni, in mezzo al sonno e nel proprio letto di una camera singola d’albergo – chissà se un compagno di camera non avrebbe potuto salvargli la vita, magari con l’ausilio di un defibrillatore – dopo che il 28 febbraio un controllo medico non aveva riscontrato la benché minima anomalia. Un dolore immenso, indescrivibile. Ne sono rimasto così profondamente colpito, fino a sentirmi – e non è retorica – quasi in colpa per essere ancora vivo, io con più del doppio degli anni di Davide, del capitano della Fiorentina, la mia squadra del cuore. Il fatto che Davide fosse un bravissimo ragazzo, una bella persona senza tanti grilli per la testa, direi quasi un calciatore anomalo (e non solo certamente per la mancanza di tatuaggi, come ha scritto un collega aggiungendo anche la vecchia citazione di Vujadin Boskov: “Testa di calciatore troppo spesso serve solo a mettere cappello”). Aveva dimostrato grande personalità in alcune occasioni che mi era capitato di seguire come opinionista televisivo (una tv solo toscana eh… Italia 7 Platinum), come quando aveva ripreso i suoi compagni negli spogliatoi dopo la partita persa dai viola con l’Empoli ai tempi di Sousa (che aveva pensato… bene di “punirlo” non schierandolo nella successiva partita di Udine… già proprio Udine), come quando era stato interlocutore dei proprietari della squadra, i fratelli Della Valle, ripresentatisi alla vigilia della partita con il Bologna dopo sei mesi di discutibile assenza.

 

La sua tragica e incomprensibile scomparsa ne ha fatto ricordare diverse altre legate ad atleti (Curi, Taccola, Bovolenta, Morosini e altre), ha suscitato inevitabilmente grandissima commozione e solidarietà per la sua compagna Francesca e la sua piccola Vittoria in tutt’Italia. Purtroppo non c’è altro da fare che piangere. Di parole ne sono state dette anche troppe.

LA SVOLTA EPOCALE DELLA DAVIS – SE MAI CI SARÀ

Ho scritto l’altro giorno tutte le mie perplessità riguardo alla formula (calcoli da ragionieri al termine di ciascuno dei sei gironi eliminatori all’italiana di tre nazioni, per determinare le prime sei squadre più le due migliori seconde: fortissimo il rischio di sorteggi con monetine per promuovere ai quarti qualcuna delle otto nazioni) e a taluni aspetti logistici (minimo 3 stadi indoor da costruire per 7 giorni se non già esistenti per poi smantellarli, più 9 campi d’allenamento, ma dove? Indoor? Outdoor d’inverno con pochi margini lasciati al maltempo visti i tempi ristretti? A Singapore, Shanghai, Tokyo, Doha, Abu Dhabi, Perth? In Asia? Ogni anno sempre nelle stesse zone al di fuori dall’Europa quando quasi tutti i migliori giocatori sono per l’appunto europei?) Mah… resto molto perplesso al riguardo.

Ma alcune aggiunte ed opinioni sono dovute ai lettori di Ubitennis. Per prima cosa non si può negare che la Coppa Davis così come è stata interpretata negli ultimi anni ha mostrato crepe notevoli. I migliori giocatori, dopo averla conquistata una volta, l’hanno mollata e sarebbero ben contenti di non dovergli dedicare 4 settimane l’anno. Finali che interessavano quasi soltanto le nazioni che le disputavano, nell’indifferenza del resto del mondo. E non solo le finali: a livello televisivo quasi tutti i network importanti a livello internazionale hanno preferito non trasmettere i singoli eventi di Coppa Davis per scarsità di interesse e di audience. Non a caso in Italia il solo network interessato ad acquisire i diritti della Davis è stato Supertennis, i cui modestissimi dati di ascolto sono ben noti.

Insomma che la Davis abbia perso negli anni – rispetto agli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta – rilevanza e prestigio presso i giocatori e il grande pubblico è purtroppo indubbio senza che nessuno abbia provato a metterci riparo. Va dato atto, pur non condividendo la formulazione di questo evento, che Dave Haggerty, il presidente ITF succeduto al nostro Francesco Ricci Bitti (lì sul trono per 16 anni), ha avuto il coraggio di agire, di proporre un cambiamento, di stimolare un clamoroso investimento da parte di Piquè e compagni con lo scopo di creare un evento assolutamente diverso, forse capace di presentarsi come campionato del mondo per nazioni (cosa che oggettivamente la Coppa Davis attuale non è più da un pezzo).

18 squadre per i primi 3 giorni, e se ho ben capito altre 8 squadre per la seconda parte della settimana, perché dovrebbero arrivare anche le squadre delle 8 nazioni qualificate per i playoff con quelle eliminate dopo i primi 3 giorni. 24 squadre, quindi, con 4 giocatori per ciascun team: quindi 96 giocatori coinvolti in una sola città e con match che potrebbero interessare pochissimo spettatori neutrali. Che appeal avrebbero match tipo Belgio-Canada, Croazia-Italia a Singapore, Shanghai, Tokyo, Doha, Abu Dhabi, Perth? Certo i soldi a volte fanno miracoli. Possono convincere i giocatori, per un montepremi di 20 milioni a evento (per 96 giocatori…), e con gli altri 100 per operazioni di marketing, di impiantistica, di sostegno alle federazioni (come quella Svizzera il cui presidente federale, vice di Haggerty nell’ITF, sostiene di aver perso ogni anno diversi milioni di euro soltanto per far fronte gli impegni di Davis).

Innovare o morire, è stato il motto di Haggerty. Lui ha coraggiosamente provato a innovare. Piqué dovrà prima o poi spiegare esattamente come intenderebbe davvero organizzare questo evento a partire già dal vicinissimo 2019. Oggi ci sono ancora troppi interrogativi non risposti. Per quanto mi riguarda, però, qualunque cosa dovesse venirne fuori, il nome dell’evento dovrebbe essere diverso da Coppa Davis, che è stata tutt’altra cosa.

FABIO FOGNINI SEI TORNEI COME BERTOLUCCI, SÌ PERÒ…

Mi voglio congratulare personalmente con Fabio Fognini per gli eccellenti risultati ottenuti in quest’inizio di stagione, il più brillante di sempre per lui. Mi voglio congratulare anche per la sensibilità dimostrata da Fabio (noto tifoso interista) nel dedicare il trofeo conquistato in Brasile alla memoria di Davide Astori. Un bellissimo gesto, perché ha reso noto internazionalmente anche al mondo extracalcistico la tragedia che aveva colpito una persona perbene come il capitano della Fiorentina. Bravo Fabio. Adesso seguirò con curiosità e interesse i tornei di Indian Wells e Miami, perché se Fabio riuscisse a inanellare un altro risultato di prestigio – anche un solo quarto di finale – potrebbe superare il suo best ranking (n.13 nell’estate 2014) e forse addirittura centrare quel prestigioso traguardo dell’ingresso fra i top-ten che al tennis italiano manca dal 1978. Da 40 anni! 

Facendogli i miei auguri devo però fare un distinguo riguardo al discorso del tornei vinti. Ok sono 6 come quelli di Bertolucci e sono quattro in meno rispetto a quelli vinti da Panatta. Ma la qualità dei tornei è ben diversa. Bertolucci ha vinto tornei come Amburgo (battendo in finale uno dei primi tennisti del mondo, Manolo Orantes) e Barcellona che erano di caratura ben diversa rispetto a quelli vinti da Fognini, i cui sei avversari battuti in finale sono Kohlschreiber, DelBonis, Leo Mayer, A. Martin, Hanfmann, Jarry. Salvo il primo, quindi, nessun giocatore mai classificato fra i primi 20 del mondo. Panatta in quei 10 tornei può metterci uno Slam (Parigi), e tornei come Roma, Stoccolma, Houston (battendo campioni come Vilas, Solomon, Dibbs, Connors, Rosewall) sulla terra rossa come su campi indoor. È un po’ lo stesso discorso che si può fare confrontando i 97 tornei di Federer con i 109 di Connors: la qualità è tutt’altra. Molti tornei vinti da Jimbo erano semi-esibizioni organizzati dal suo primo manager Bill Riordan, tornei da 4/8/16 giocatori. Circuiti ben diversi, tempi diversi, diverse situazioni di gioco, di attrezzature, di… trasferte. Nel 1979 Connors vinse soltanto nella primavera tutta statunitense il torneo di Birmingham in Alabama, Filadelfia, Rancho Mirage, Boca Raton, Delray Beach, Memphis, New Orleans, Tulsa, Las Vegas, Dallas. Dieci tornei senza dover affrontare un volo internazionale, e tutti nell’ambito di tre ore di diverso fuso orario. Insomma tornei di caratura ben diversa dai tornei vinti da Federer (che rispetto a Connors ha, d’altro canto, semmai avuto il vantaggio di aerei privati, di più coach, di fisioterapisti, nutrizionisti e cuochi privati… figli del suo tempo).

Ciò detto, attenzione, prima che qualcuno si scateni per dire che queste mie osservazioni riguardo alla qualità dei tornei vinti da Fabio siano dettate dal mio difficile rapporto con Fognini, vorrei dire che comunque Fabio merita di essere considerato il miglior tennista italiano dai tempi di Panatta e moschettieri azzurri. Perché alla fine è stato in grado di restare per diversi anni sulla breccia, più di un Camporese che magari ha vinto tornei più importanti (Milano e Rotterdamo… vedi la ricostruzione scritta da Remo Borgatti sulla sua vittoria contro Lendl) ma senza la stessa quantità e continuità nel tempo.

LO SMISURATO ORGOGLIO DI SARA ERRANI

Brava anche Sara a non essersi arresa, ad aver avuto l’umiltà di ripartire dai tornei minori, a riprendersi con lacrime sudore e sangue un posto tra le top 100. Chapeau. Peccato che per pochissimi posti – mi pare tre – Sara sia rimasta fuori dalle qualificazioni del torneo di Indian Wells. Con il suo passato, il suo best ranking a n.5, con la brutta storia della sentenza ancora sospesa per il ricorso alla sua condanna troppo mite (secondo l’accusa…) per il caso doping (del tortellino). Approfitto di questo spazio per dire che qualche tempo fa sono stato accusato da un lettore di non avere dato personale risalto a una altra vittoria di Sara. Il lettore aveva scritto che se Sara avesse perso quella partita (non ricordo per la verità quale) io avrei preso il pretesto per sottolineare il flop di Sara. In altre parole accusandomi – un po’ come fanno i fans di Fognini – di avercela con lei. Non è vero. La cosa che mi è dispiaciuta di più è stata che – ma mi è è stato riferito e non ho verificato di persona – Sara avrebbe messo un like sotto il commento becero di quel lettore. Pazienza. Si vede che dopo tutti questi anni ancora non mi conosce.

SOFIA GOGGIA, MA CHE C’ENTRA LO SCI?

C’entra – e mi scuso per scriverne soltanto adesso con tanto ritardo rispetto alla sua straordinaria medaglia d’oro olimpica conquistata nella Libera, la specialità più classica e nobile dello sci 66 anni dopo Zeno Colò (un grande che ho avuto l’onore di conoscere e che mi portò sulle sue spalle all’Abetone dopo che mi ero rotto i legamenti sciando sulla Selletta ghiacciata a fine serata), perché la sua medaglia insieme a quella delle altre azzurre in Corea, mi ha fatto pensare ai tanti spettacolari successi ottenuti dalle nostre tenniste – quattro top-ten contro nessuno – a confronto con i troppi modesti risultati conseguiti invece dai nostri uomini a livello di vertice.

Goggia, ma anche Brignone, le Fanchini, e altre ci hanno regalato grandi, grandissime soddisfazioni. Proprio come Schiavone, Errani, Pennetta, Vinci. Ciò detto devo dire anche che penso che nello sport femminile sia un tantino meno difficile riuscire ad emergere. Credo che la competizione sia un po’ meno dura. E penso che mentre in campo maschile nello sport in genere (e non solo nel tennis) ci si debba misurare con centinaia di Paesi, in quello femminile la concorrenza esista naturalmente ma sia minore. E nella fioritura di atlete vincenti nel terzo millenium sono stati favoriti quei Paesi economicamente e socialmente più evoluti che hanno visto avvicinarsi allo sport sempre più donne rispetto ad altri più… arretrati civilmente e culturalmente. Nessuno ha mai discusso il diritto di avvicinarsi allo sport degli uomini africani, arabi, asiatici, mentre le donne hanno dovuto spesso subire vere e proprie chiusure. Patendone anche come personalità. Le donne europee (e americane) quindi anche le italiane, tenniste come sciatrici, come in tutti gli sport, sono cresciute in ambienti più aperti, dove hanno avuto modo di esprimere maggiormente la loro personalità. Dopo di che, forse proprio perché consce di certi privilegi di partenza rispetto ad atlete di altri Paesi meno civilizzati e strutturati, hanno però mostrato una determinazione e una grinta superiore a quelle dei loro colleghi maschi che più facilmente hanno potuto godere di mentalità, appoggi finanziari e strutture, più favorevoli. E si sono talvolta più facilmente seduti sugli allori. Viva le nostre donne, dunque. Che oltretutto hanno spesso dimostrato di essere non solo grandi campionesse, ma anche grandi persone, ricche anche di umanità e simpatia.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

Pubblicato

il

Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

Pubblicato

il

Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement