La Piccola Biblioteca di Ubitennis. The (Mike) Agassi revolution

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. The (Mike) Agassi revolution

Capolavoro o eccezionale mossa di marketing? Di Open si è già detto tutto. Recensiamo oggi la storia di Agassi, ma raccontata dal Padre

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Agassi M., INDOOR (con Cobello M.), tr. Astremo R., Pickwick, Milano, 2004

La grammatica base del linguaggio cinematografico è il controcampo. Un’inquadratura opposta alla precedente che restituisce profondità, stereofonia e realismo all’immagine. Se Open di (Andre) Agassi ha rappresentato un irrinunciabile punto di vista sul mondo del tennis contemporaneo, Indoor di (Mike) Agassi è il suo insostituibile controcampo. Rincarerei la dose. Se (Andre) Agassi, coi suoi anticipi futuristici, i suoi schiaffi al volo è stato il prototipo del tennista contemporaneo e l’uomo che, al pari di Borg vent’anni prima, ha rivoluzionato radicalmente il tennis, Mike (Agassi) è stata la mente, il demiurgo e il mandante dell’attuale Tennisduepuntozero. Se aggiungete che Mike è stato un emigrante clandestino, un pugile e una fantastica sintesi di quella terra delle opportunità chiamata America, capirete che un’occhiata a Indoor va data.

Quando ho letto Open mi è sembrato di stare davanti a un classico romanzo americano [1]. L’infanzia difficile, il successo, la crisi, la redenzione. Con Indoor siamo davanti a uno spaccato della storia del Novecento. Il sogno a stelle e strisce di un uomo intraprendente che scappa dall’Iran (prima Persia) e arrivato da ultimo in America trasferisce sui figli una pazzesca ambizione di riscatto sociale sigillandola con quell’amore autistico e totalizzante così tipico nei rapporto padre figlio. Il libro andrebbe letto su almeno due livelli. Quello propriamente tennistico e quello più sociale. Anche se in questa rubrica sarà il primo a riscuotere più interesse, è il secondo a essere decisamente superiore. Mike va fiero di vivere in una casa con cinque bagni, rivincita di un’infanzia in cui a Teheran viveva con suo padre, sua madre, tre fratelli e una sorella in una casa di 30 metri quadri con un unico bagno. L’episodio è narrato nelle prime pagine ed è una lente decisiva per comprendere le ossessioni di riscatto di Mike. Ma non bisogna ridurre tutto a una questione psicologica. La storia degli Agassi è un trattato di geografia politica internazionale.

 

Il padre di Mike è un armeno benestante nato a Kiev, in un’Ucraina che assiste all’indipendenza dalla Russia, all’invasione dei tedeschi e dei bolscevichi dell’Armata Rossa prima di essere conquistata dall’Armata Bianca per finire poi nel 1919 riconquistata dai rivoluzionari bolscevichi. La vittoria dei comunisti significò la disgrazia del padre di Mike che perse tutte le sue sostanze e fu costretto a rifugiarsi in Persia. L’Iran di Mike è un Iran molto diverso da quello di oggi. Le donne godevano di politiche sociali progredite e quella zona del Medio oriente era proiettata dentro un processo di modernizzazione che portò nel 1963 il diritto di voto alle donne. Ma è la sua eterna posizione strategica a generare la storia che conosciamo. Uno degli hobby degli immancabili militari in Medio Oriente era giocare a tennis, ed è lì che Mike ha la folgorazione e s’innamora del tennis. Pulisce i campi, raccoglie palline e sta ore a osservare il gioco. Intanto scopre di avere dei pugni mica male. Delle pietre al posto delle mani e dei piedi rapidissimi. Fu la fortuna di Mike. Partecipò alle Olimpiadi, ebbe un passaporto e grazie a questo scappò qualche anno dopo in America dove tra lavori umili in contesti prestigiosi distrusse psicologicamente tre figli, uno dei quali diventerà il numero uno del mondo.

Rita, la più grande, è stata il primo esperimento. Dotatissima tennisticamente con un dritto al fulmicotone odiò il tennis e il padre per prima. Abbandonò il tennis professionistico e a 24 anni sposò freudianamente il vecchio campionissimo Pancho Gonzales (56 anni). Sembra una cosa inventata ma non lo è. Il secondo figlio, Philip, aveva servizio e mano ma non era competitivo. Sarà con Andre che finalmente Mike fa bingo. Cresciuto con una pallina da tennis davanti alla culla per sviluppare la coordinazione occhio-mani, Andre ha tutto quello che serve, compreso l’eredità esperienziale dei fallimenti precedenti. Mike capisce che a un certo punto lui e il drago non sono più sufficienti e la storia di Andre si mescola con quella di un allora sconosciuto Nick Bollettieri. Da lì in poi la storia la conosciamo tutti ma c’è una questione che merita di essere analizzata.

Mike è per il mondo del tennis un eretico. Per classe sociale e per visioni tecniche. Il tennis dell’epoca era uno sport ancora di nicchia, molto educato e lento. Mike lo studia e vuole farlo diventare più veloce, più potente, più spettacolare. In due parole mescola al tennis i principi della boxe. Il vero problema del Tennis è che era lento. I giocatori stavano lungo la linea di fondo e aspettavano che la palla rimbalzasse e risalisse verso l’alto prima di colpirla con il polso bloccato. Ci voleva tanto di quel tempo che potevi andare a vedere un film, tra un colpo e l’altro”. Questa è l’analisi. Poi aggiunge: “Io avevo una mia teoria: se si fosse potuto velocizzare la risposta – colpendo la pallina prima, o più forte, o tutte e due – per l’avversario sarebbe stato più difficile recuperarla. Il gioco sarebbe diventato più veloce e più eccitante, quindi più popolare, e più remunerativo. Il mio obiettivo non era insegnare ai miei figli il tennis degli anni Sessanta e Settanta. Quello che volevo insegnare ai miei figli era il tennis del futuro. A un certo punto il libro si trasforma in una visionaria rivisitazione del tennis. “Sapevo dalla mia esperienza di pugile che per dare forza a un colpo devi usare anche il polso. Perché non applicare la stessa tecnica a una racchetta di tennis?”. Mike studia il baseball, il football americano e riporta dentro il tennis ogni possibile miglioramento. E ovviamente studia il tennis. Prendiamo Ivan Lendl: una volta lo vidi colpire una palla in ascesa – una volta sola. Probabilmente fu l’unica volta nella sua vita. Lo stesso per Borg. Loro non se ne accorgevano, io sì e decisi di inserire quella tecnica nel gioco dei miei figli”.

Andre diventa così il terminale di un mix esistenziale composto di ambizione, rivoluzione e visioni. Il risultato sarà un bambino prodigio che a 8 anni palleggia con Borg e che attira interessi, scommesse e aspettative. Agassi diventò famoso molto prima di essere un campione. Prima però di arrivare al successo di Andre c’è il lungo capitolo Bollettieri che a detta di Mike snaturò il gioco a tutto campo di Andre. Sotto la guida di Mike, Andre era in grado di colpire la pallina in ogni zona del campo, soprattutto vicino alla rete. Nella caserma di Bollettieri Andre era diventato sì un mostro dell’anticipo, ma rilegato a fondo campo. Fu l’alone d’invincibilità giovanile a rendere inutili le proteste di Mike che aveva ormai perso la giurisdizione tecnica del figlio. “Forse Bollettieri non ne capiva molto di tennis, ma riuscì a capire che Andre stava giocando il tennis del futuro. E voleva starci dentro anche lui in quel futuro”. È in quel periodo che si sviluppa l’attitudine ribelle di Agassi e i presupposti della sua strana e meravigliosa carriera fatta di sponsorizzazioni miliardarie, cadute sportive, e vittorie inaspettate. Una carriera e una vita sigillata sul finale dal matrimonio con Steffi Graf che porterà anche la pace tra padre e figlio. Steffi, un’altra vittima di un padre ingerente il cui contributo al tennis sarà altrettanto decisivo (al pari delle Williams e di tanti altri) quasi a dimostrare l’inutilità di milioni di maestri e manuali.

Insomma Indoor è un libro che tra le tante cose è soprattutto una risposta alle tante accuse sulla sua figura. Semplicemente Mike voleva per Andre e i suoi fratelli, una vita diversa e migliore della sua. In fondo ha avuto ragione.

[1] Open, l’autobiografia di Andre Agassi: un (falso) capolavoro

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Le Williams. La storia mai raccontata della famiglia che ha cambiato il tennis

Ripercorriamo con il libro di Matteo Renzoni e Andrea Frediani, la vita di Richard Williams, tassello fondamentale di una dinastia vincente

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Per raccontare la storia della dinastia Williams non c’è niente di meglio che assemblare un giornalista sportivo, Matteo Renzoni, e un romanziere storico, Andrea Frediani: il primo, perché il tema è la famiglia che ha prodotto due delle campionesse più vincenti nella storia del tennis femminile, il secondo perché la loro vicenda passa attraverso varie fasi della storia americana, e in particolare la vita del loro padre e mentore è un vero e proprio romanzo. È certamente corretto parlare di dinastia, ove si pensi che la storia inizia dal bisnonno delle due sorelle, un servo della gleba ancorato alla terra del latifondista bianco per cui lavora, nella Louisiana dei primi anni del Novecento, quando nel profondo sud degli Stati Uniti imperversavano impuniti i cappucci bianchi del Ku Klux Klan.

Il “King Richard” magistralmente interpretato dal Premio Oscar 2022 Will Smith nasce da una ragazza madre in piena Seconda Guerra Mondiale, e deve sviluppare una personalità forte, perfino spietata, per fronteggiare i soprusi cui sono sottoposti i neri nella sua cittadina, sopportare la povertà cui è condannata la sua famiglia, assorbire il dolore per aver visto morire, uno dopo l’altro e prima di compiere diciotto anni, i suoi tre migliori amici, giustiziati da KKK, per sopportare l’indifferenza della polizia. E infine, per andarsene a cercare fortuna dapprima nella Chicago degli anni ’60, teatro delle marce per i diritti civili promosse da Martin Luther King, e poi nella Los Angeles dove le bande criminali si spartiscono il territorio.

Eppure ce la fa, Richard Williams, a ritagliarsi un benessere e uno status sociale invidiabile… per un nero. Ma a lui non basta. Richard vuole lo stesso benessere che spetterebbe a un bianco pieno di spirito di iniziativa come lui, e non cessa di escogitare nuovi modi per fare soldi, per crescere nella considerazione della gente, per dare alla sua famiglia le migliori prospettive di vita. E infine trova la chiave nel tennis, uno sport che ha del tutto trascurato, nei suoi primi quarant’anni di vita. E crea un progetto, basandosi sulle figlie che devono ancora nascere. Richard è capace di imparare a giocare nell’arco di pochi mesi, spingendo la moglie Oracene a fare altrettanto, e avviare un accurato programma in 78 pagine per fare in modo che le sue due figlie, Venus e Serena, diventino non solo forti, ma le più forti di tutte.

 

Sembrerebbe il disegno di un pazzo, invece è un progetto perseguito con coerente lucidità e con ferrea volontà. A dispetto delle tragedie vissute in famiglia, delle condizioni estreme in cui Richard vuole che le figlie crescano, in un ghetto dove sibilano le pallottole sui campi in cui si allenano, dove lui deve fare spesso a pugni con le gang per conquistarsi uno spazio da offrire alle due ragazzine, Venus e Serena maturano senza odiare né il tennis né il genitore, ben lontane, per esempio, dal rapporto conflittuale che ha legato Agassi a suo padre. La pedagogia di Richard è semplice ed efficace: devi esporti in prima persona, se vuoi che i tuoi figli facciano altrettanto, e devi indicare loro la strada da seguire, non accompagnarceli tu stesso. Ed è così che Mr. Williams ha trasformato una famiglia di servi della gleba in miliardari e influencer tra i più seguiti del mondo. Con un montaggio parallelo tra le avventure di Richard nella società razzista nordamericana e i trionfi sul campo delle due grandi campionesse, Renzoni e Frediani riscostruiscono per Newton Compton – libro disponibile tra librerie e store online – i successi e le tragedie della famiglia Williams in modo appassionante, con il ritmo serrato degno di un romanzo thriller.

Titolo: Le Williams
Casa Editrice: Newton Compton Editori
Collana: I volti della storia
Autori: Matteo Renzoni. Giornalista Sky Sport, coordina Sunday Morning e il talk del pomeriggio. Ha commentato diverse edizioni di Wimbledon. Collabora con il mensile “Ok Tennis”. Questo è il suo terzo libro dopo “Colpi di scena” e “Ho fatto trentuno”.
Andrea Frediani. Divulgatore storico e romanziere pubblicato in tutto il mondo, ha scritto oltre una sessantina tra romanzi e saggi storici e venduto quasi due milioni di copie solo in Italia. È anche un grande appassionato di tennis, che ha praticato in forma semiagonistica in giovane età.

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Il lungo viaggio delle ATP Finals nel racconto di Remo Borgatti

Lo storico collaboratore di Ubitennis ripercorre la Storia del Torneo dei Maestri in più di 50 anni di grande Tennis

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Remo Borgatti ha collaborato a lungo con Ubitennis, spesso anche da inviato, come nella prima Laver Cup di Praga, alcuni Masters 1000 (Madrid fra gli altri), ed è stato l’apprezzato autore di una serie di 29 puntate  “UNO CONTRO TUTTI” dedicata ai numeri uno della storia ATP. In passato ha curato anche altre rubriche “Tornei scomparsi” , “Un mercoledì da leoni


Da Tokyo a Torino e dal 1970 al 2021, il lungo viaggio nella storia delle ATP Finals è in pratica quello della stessa Era Open del tennis, inaugurata appena due anni prima. Quando il Masters – così si chiamava il torneo alla sua nascita e così ancora oggi molti lo percepiscono con maggiore immediatezza – partì dal Giappone, assomigliava a una esibizione e forse tutto sommato lo era ma, attenzione, in un periodo in cui i confini tra ciò che è ufficiale e ciò che non lo è erano assai più sfumati rispetto a oggi. Il tennis nel 1970 stava cercando con fatica la quadratura del cerchio tra professionismo e pseudo-dilettantismo e manifestazioni come il Masters provavano a conciliare l’eredità dei format-spettacolo tipici del mondo Pro con il respiro più austero dei tornei tradizionali. Una sintesi niente affatto semplice, che non trovò subito nel Masters del Grand Prix la sua dimora più accogliente. Anzi. Tuttavia, il seme collocato sotto il velocissimo tappeto del Metropolitan Gymnasium di Tokyo non tarderà a spuntare negli anni successivi e a diventare una pianta ben radicata e vigorosa nel breve volgere di qualche stagione. Quando, abbandonata la sua primigenia natura nomade, il torneo prenderà dimora fissa al Madison Square Garden per oltre un decennio, tutti gli sportivi (non solo gli appassionati di tennis) lo identificheranno per quello che è, ovvero la riunione di fine anno delle migliori racchette al mondo. Uscito dalla cattività e collocato in un mondo che nel frattempo ha mantenuto la sola ATP come struttura alternativa e al contempo partecipe rispetto alla Federazione Internazionale, l’evento cambierà nome nel 1990 e lo farà in seguito altre volte mentre conserverà con stoicismo e grande convinzione ciò che più di ogni altro fattore lo contraddistingue: la formula. Perché non solo in otto giorni di torneo si possono vedere all’opera i migliori otto singolaristi e i migliori sedici doppisti al mondo, ma (salvo ritiri) lo si può fare per almeno tre volte senza il timore che una sconfitta faccia uscire di scena anzitempo questo o quel protagonista.

Le vicende relative alle 52 edizioni delle attuali ATP Finals, compresa quella storica per la nostra nazione disputata lo scorso mese di novembre a Torino, vengono trattate con dovizia di particolari nel bel volume di Remo Borgatti dal titolo emblematico “ATP FINALS –  Da Tokyo a Torino tutta la storia del torneo dei maestri” pubblicato da Ultra Edizioni (472 pagine, 22 Euro) e reperibile in tutte le librerie e negli store on-line. Tra gli aspetti che rendono eccellente questo libro, particolarmente apprezzabile è quello di aver incluso un ampio resoconto su Torino 2021 (che costituisce tutta la prima parte e dove viene citato anche il nostro direttore Ubaldo Scanagatta, laddove suggeriva l’ipotesi di intitolare i gruppi o ai giornalisti Tommasi e Clerici o agli ex tennisti Panatta e Barazzutti) che ne ha sì ritardato l’uscita ma lo renderà attuale almeno fino alla seconda edizione, in programma il prossimo novembre sempre nella città della Mole. Nella parte centrale l’autore ripercorre, anno per anno, tutta la storia del torneo da Tokyo 1970 a Londra 2020 integrando la cronaca degli eventi con le curiosità e gli aneddoti più celebri. Infine, vero gioiello di questo corposo e del tutto esaustivo lavoro, la sezione dedicata ai numeri e alle statistiche della manifestazione, completa in ogni dettaglio e aggiornata anch’essa a Torino 2021.

 

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Le imprese, i numeri, le emozioni di un campione : “Contro, vita e destino di Novak Djokovic”

Simone Eterno, in 200 intense pagine, racconta le gesta di Nole. Un resoconto giornalistico unito alla passione e alla grandezza

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La copertina di "Contro" (dal sito Sperling&Kupfer)

Qualsiasi individuo, sportivo o meno, che faccia parlare tanto di sé stesso da avere un libro dedicato, anche anni dopo la sua ascesa, che per quanto non dovrebbe sorprendere continua a stupire, è un grande. Quando dalla cronaca di tutti i giorni si passa al racconto, al racconto che diventerà storia e poi(con ogni probabilità) leggenda, si è davanti a qualcosa di unico. Così com’è unico l’uomo in missione da Belgrado, e ne abbiamo avuto un’ennesima riprova: il 22 marzo, poco più di una settimana fa, “Sperling&Kupfer“, casa ben nota nell’editoria sportiva, ha mandato alle stampe una gran descrizione, tra emozioni e momenti salienti, della carriera di uno dei personaggi più chiacchierati del momento : Novak Djokovic. Come ben sappiamo, in questo momento il serbo è al centro di varie discussioni che esulano dai motivi spiccatamente tennistici per entrare in un campo politico-sanitario che riguarda le idee e le convinzioni di Nole. Nel libro, non a caso, Simone Eterno dedica infatti l’ultimo capitolo alla questione COVID e vaccino, che sta negando a Nole di difendere le sue posizioni e i suoi numeri sul campo, mettendo in secondo piano lo sport che lo ha reso il mito che è diventato.

Sport che ha contraddistinto, e contraddistingue, anche la vita dell’autore dell’opera, al primo libro dopo aver tenuto il noto podcast “Schiaffo al volo” con Jacopo Lo Monaco : Eterno ha seguito 39 Slam, di cui 15 da inviato, oltre ai principali eventi del circuito, dunque offre una panoramica intensa e completa della carriera dell’attuale (in attesa del quarto di Medvedev a Miami, molto chiaro in conferenza stampa su quale sia il suo obiettivo) numero 1 al mondo, un uomo che non è mai stato del tutto amato, e mai del tutto odiato. Un uomo che però senza ombra di dubbio ha scosso gli animi di tutti gli appassionati nel profondo, dividendo e creando discussioni ( e non è questo in fondo a rendere grandi?) sin dall’inizio della sua carriera. Carriera che nella presentazione del libro viene negli effetti racchiusa in due momenti iconici :” Il 14 luglio 2019, a Londra, dentro uno stadio traboccante di spettatori ormai fuori controllo, Roger Federer è a un solo punto dalla conquista del nono titolo di Wimbledon, il ventunesimo successo in un torneo dello Slam. Dall’altra parte della rete, però, c’è un giocatore che si chiama Novak Djokovic: uno che, lottando da solo contro quindicimila persone, riuscirà a ribaltare un finale che pareva già scritto; uno che in conferenza stampa dirà: «Quando il pubblico grida: ‘Roger! Roger!’ quello che sento nella mia testa è: ‘Novak! Novak’». Due anni dopo, a New York, è Djokovic a disputare la finale degli US Open per raggiungere la famigerata quota 21, oltre che completare il Grande Slam, traguardo atteso nel tennis da più di 50 anni. Ma è sotto di due set e, al cambio campo, il russo Daniil Medvedev servirà per chiudere il match. A New York, più che altrove, Djokovic non è mai stato particolarmente amato, ma ecco l’imponderabile: l’intero stadio si alza per applaudirlo e per scandire il suo nome. Djokovic si batte la mano sul cuore, poi però non trattiene le lacrime: sta ancora piangendo quando si posiziona a fondo campo per arrivare alla fine della partita da cui uscirà sconfitto.

Questi due momenti incarnano forse più di tutti quanto il mondo del tennis ( e non solo) abbia sempre danzato tra amore e odio, tra venerazione e timore, nei confronti del Cannibale di questi anni, di uno che si temeva ancor prima di andare in campo e che con le sole corde vocali sembrava ricacciare indietro gli avversari. Il destino del campione lo ha segnato, e la vita che finora ha vissuto lo ha premiato. E Simone Eterno, con sapienza e leggerezza, ripercorre i momenti salienti e le rivalità più dure, le cadute e le risalite, ma soprattutto ci restituisce il Djokovic vero, quello del 41-0, del Grande Slam sfiorato, mettendo finalmente all’ultimo posto l’odiosa vicenda che lo lega al COVID e al vaccino. Un vero must have per i tifosi di Djokovic, per amarlo di più; per i detrattori, per rivalutarlo ( e in fondo chi disprezza vuol comprare) e infine per gli appassionati di questo sport meraviglioso, per rivivere ricordi di giorni più dolci e battaglie sul filo del rasoio quasi omeriche. Un libro che entra nei meandri torbidi e nei ricordi più scuri, nelle cose apparentemente insignificanti, ma che in realtà sono tutto. Perchè la grandezza è nelle piccole cose, e per essere numero 1 i dettagli sono fondamentali.

 

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