La Piccola Biblioteca di Ubitennis. The (Mike) Agassi revolution

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. The (Mike) Agassi revolution

Capolavoro o eccezionale mossa di marketing? Di Open si è già detto tutto. Recensiamo oggi la storia di Agassi, ma raccontata dal Padre

Pubblicato

il

Agassi M., INDOOR (con Cobello M.), tr. Astremo R., Pickwick, Milano, 2004

La grammatica base del linguaggio cinematografico è il controcampo. Un’inquadratura opposta alla precedente che restituisce profondità, stereofonia e realismo all’immagine. Se Open di (Andre) Agassi ha rappresentato un irrinunciabile punto di vista sul mondo del tennis contemporaneo, Indoor di (Mike) Agassi è il suo insostituibile controcampo. Rincarerei la dose. Se (Andre) Agassi, coi suoi anticipi futuristici, i suoi schiaffi al volo è stato il prototipo del tennista contemporaneo e l’uomo che, al pari di Borg vent’anni prima, ha rivoluzionato radicalmente il tennis, Mike (Agassi) è stata la mente, il demiurgo e il mandante dell’attuale Tennisduepuntozero. Se aggiungete che Mike è stato un emigrante clandestino, un pugile e una fantastica sintesi di quella terra delle opportunità chiamata America, capirete che un’occhiata a Indoor va data.

Quando ho letto Open mi è sembrato di stare davanti a un classico romanzo americano [1]. L’infanzia difficile, il successo, la crisi, la redenzione. Con Indoor siamo davanti a uno spaccato della storia del Novecento. Il sogno a stelle e strisce di un uomo intraprendente che scappa dall’Iran (prima Persia) e arrivato da ultimo in America trasferisce sui figli una pazzesca ambizione di riscatto sociale sigillandola con quell’amore autistico e totalizzante così tipico nei rapporto padre figlio. Il libro andrebbe letto su almeno due livelli. Quello propriamente tennistico e quello più sociale. Anche se in questa rubrica sarà il primo a riscuotere più interesse, è il secondo a essere decisamente superiore. Mike va fiero di vivere in una casa con cinque bagni, rivincita di un’infanzia in cui a Teheran viveva con suo padre, sua madre, tre fratelli e una sorella in una casa di 30 metri quadri con un unico bagno. L’episodio è narrato nelle prime pagine ed è una lente decisiva per comprendere le ossessioni di riscatto di Mike. Ma non bisogna ridurre tutto a una questione psicologica. La storia degli Agassi è un trattato di geografia politica internazionale.

 

Il padre di Mike è un armeno benestante nato a Kiev, in un’Ucraina che assiste all’indipendenza dalla Russia, all’invasione dei tedeschi e dei bolscevichi dell’Armata Rossa prima di essere conquistata dall’Armata Bianca per finire poi nel 1919 riconquistata dai rivoluzionari bolscevichi. La vittoria dei comunisti significò la disgrazia del padre di Mike che perse tutte le sue sostanze e fu costretto a rifugiarsi in Persia. L’Iran di Mike è un Iran molto diverso da quello di oggi. Le donne godevano di politiche sociali progredite e quella zona del Medio oriente era proiettata dentro un processo di modernizzazione che portò nel 1963 il diritto di voto alle donne. Ma è la sua eterna posizione strategica a generare la storia che conosciamo. Uno degli hobby degli immancabili militari in Medio Oriente era giocare a tennis, ed è lì che Mike ha la folgorazione e s’innamora del tennis. Pulisce i campi, raccoglie palline e sta ore a osservare il gioco. Intanto scopre di avere dei pugni mica male. Delle pietre al posto delle mani e dei piedi rapidissimi. Fu la fortuna di Mike. Partecipò alle Olimpiadi, ebbe un passaporto e grazie a questo scappò qualche anno dopo in America dove tra lavori umili in contesti prestigiosi distrusse psicologicamente tre figli, uno dei quali diventerà il numero uno del mondo.

Rita, la più grande, è stata il primo esperimento. Dotatissima tennisticamente con un dritto al fulmicotone odiò il tennis e il padre per prima. Abbandonò il tennis professionistico e a 24 anni sposò freudianamente il vecchio campionissimo Pancho Gonzales (56 anni). Sembra una cosa inventata ma non lo è. Il secondo figlio, Philip, aveva servizio e mano ma non era competitivo. Sarà con Andre che finalmente Mike fa bingo. Cresciuto con una pallina da tennis davanti alla culla per sviluppare la coordinazione occhio-mani, Andre ha tutto quello che serve, compreso l’eredità esperienziale dei fallimenti precedenti. Mike capisce che a un certo punto lui e il drago non sono più sufficienti e la storia di Andre si mescola con quella di un allora sconosciuto Nick Bollettieri. Da lì in poi la storia la conosciamo tutti ma c’è una questione che merita di essere analizzata.

Mike è per il mondo del tennis un eretico. Per classe sociale e per visioni tecniche. Il tennis dell’epoca era uno sport ancora di nicchia, molto educato e lento. Mike lo studia e vuole farlo diventare più veloce, più potente, più spettacolare. In due parole mescola al tennis i principi della boxe. Il vero problema del Tennis è che era lento. I giocatori stavano lungo la linea di fondo e aspettavano che la palla rimbalzasse e risalisse verso l’alto prima di colpirla con il polso bloccato. Ci voleva tanto di quel tempo che potevi andare a vedere un film, tra un colpo e l’altro”. Questa è l’analisi. Poi aggiunge: “Io avevo una mia teoria: se si fosse potuto velocizzare la risposta – colpendo la pallina prima, o più forte, o tutte e due – per l’avversario sarebbe stato più difficile recuperarla. Il gioco sarebbe diventato più veloce e più eccitante, quindi più popolare, e più remunerativo. Il mio obiettivo non era insegnare ai miei figli il tennis degli anni Sessanta e Settanta. Quello che volevo insegnare ai miei figli era il tennis del futuro. A un certo punto il libro si trasforma in una visionaria rivisitazione del tennis. “Sapevo dalla mia esperienza di pugile che per dare forza a un colpo devi usare anche il polso. Perché non applicare la stessa tecnica a una racchetta di tennis?”. Mike studia il baseball, il football americano e riporta dentro il tennis ogni possibile miglioramento. E ovviamente studia il tennis. Prendiamo Ivan Lendl: una volta lo vidi colpire una palla in ascesa – una volta sola. Probabilmente fu l’unica volta nella sua vita. Lo stesso per Borg. Loro non se ne accorgevano, io sì e decisi di inserire quella tecnica nel gioco dei miei figli”.

Andre diventa così il terminale di un mix esistenziale composto di ambizione, rivoluzione e visioni. Il risultato sarà un bambino prodigio che a 8 anni palleggia con Borg e che attira interessi, scommesse e aspettative. Agassi diventò famoso molto prima di essere un campione. Prima però di arrivare al successo di Andre c’è il lungo capitolo Bollettieri che a detta di Mike snaturò il gioco a tutto campo di Andre. Sotto la guida di Mike, Andre era in grado di colpire la pallina in ogni zona del campo, soprattutto vicino alla rete. Nella caserma di Bollettieri Andre era diventato sì un mostro dell’anticipo, ma rilegato a fondo campo. Fu l’alone d’invincibilità giovanile a rendere inutili le proteste di Mike che aveva ormai perso la giurisdizione tecnica del figlio. “Forse Bollettieri non ne capiva molto di tennis, ma riuscì a capire che Andre stava giocando il tennis del futuro. E voleva starci dentro anche lui in quel futuro”. È in quel periodo che si sviluppa l’attitudine ribelle di Agassi e i presupposti della sua strana e meravigliosa carriera fatta di sponsorizzazioni miliardarie, cadute sportive, e vittorie inaspettate. Una carriera e una vita sigillata sul finale dal matrimonio con Steffi Graf che porterà anche la pace tra padre e figlio. Steffi, un’altra vittima di un padre ingerente il cui contributo al tennis sarà altrettanto decisivo (al pari delle Williams e di tanti altri) quasi a dimostrare l’inutilità di milioni di maestri e manuali.

Insomma Indoor è un libro che tra le tante cose è soprattutto una risposta alle tante accuse sulla sua figura. Semplicemente Mike voleva per Andre e i suoi fratelli, una vita diversa e migliore della sua. In fondo ha avuto ragione.

[1] Open, l’autobiografia di Andre Agassi: un (falso) capolavoro

Leggi tutte le recensioni della Piccola Biblioteca di Ubitennis

Continua a leggere
Commenti

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

Pubblicato

il

La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

Continua a leggere

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il rinascimento del tennis italiano

Martucci ricorda e Bertolucci pennella. Sull’onda prospettica della nouvelle vague italiana è giunto il momento di rileggere con serenità gli ultimi quarant’anni del tennis italiano, una ricchissima zona grigia posta tra Panatta-Barazzutti-Bertolucci e Sinner-Berrettini-Musetti

Pubblicato

il

Jannik Sinner e Lorenzo Musetti - Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

Martucci V. Bertolucci P.., Il rinascimento del tennis italiano, Pendragon, Bologna, 2020, pp. 204.

Negli studi filosofici e sociali più evoluti il passato non è solo una porta chiusa o una cosa irreversibile posta dietro di noi ma un oggetto plastico paradossalmente modificabile solo dal presente. Per farla breve quello che sembrerebbe un piccolo rinascimento italiano con la racchetta, sostenuto dai risultati e più ancora dalle promesse dei vari Musetti, Sinner, Berrettini, Sonego e Cecchinato ci permette finalmente uno sguardo sereno sugli ultimi quarant’anni di tennis tricolore. Per chi l’ha vissuto un medioevo infinito, cominciato con l’uscita di scena di Panatta, che sembrava non dover finire mai. Quasi una maledizione. Chi ha un’età compresa tra i zero e cinquant’anni anni sa di cosa parlo.

Mentre francesi, svizzeri, argentini, slavi, russi, brasiliani, spagnoli ecc, si dividevano gli Slam, noi solo qualche raro torneo minore o al massimo esaltazioni per qualche partita di Davis. Ovviamente si parla del tennis maschile, perché quello femminile, col quale si apre la rilettura degli ultimi 40 anni di tennis italiano di Martucci e Bertolucci, è invece una pagina straordinaria che probabilmente ha avuto effetti notevoli anche negli uomini. Partendo dalla generazione Reggi, Cecchini e Farina, le ragazze hanno indicato la strada: lavoro duro, respiro internazionale e tagliare il cordone ombelicale dei centri federali. Un gruppo solido di ragazze che facendo gruppo, come nel ciclismo, alzano l’asticella reciproca arrivando vicino alle migliori.

In questo clima di sana competizione piovono lampi di luce nel buio medioevo italiano. L’indimenticabile partita di Laura Golarsa a Wimbledon a due punti dall’immortalità, Linda Ferrando che a suon di volèe elimina Monica Seles, gli exploit romani del tennis celebrale di Adriana Serra Zanetti, fino alla sintesi di quella generazione, il numero 11 del mondo raggiunto in tarda età da Silvia Farina “elegante nei movimenti, pulita nelle esecuzioni, forse troppo femminile nell’animo” per dirla con le parole di Bertolucci. È un gruppo che lascerà ambizioni e metodo alla generazione successiva, quella irripetibile che ci farà commuovere davanti agli occhi smarriti di Francesca Schiavone a Parigi e al miracolo Newyorkese in cui due ragazze pugliesi salgono in cima al mondo nello Slam più duro, mentre, per quanto riguarda il gradino più alto a squadre, quelle ragazze con l’aggiunta di Sara Errani domineranno la scena per un decennio.

Quel patrimonio etico, quell’attitudine, arriverà fino all’attuale generazione rinascimentale con i vari Sinner o Berretini, o Musetti che ormai hanno reciso quell’ombra di provincialità squisitamente politica che tanto ha pesato nel tennis italiano. In mezzo, come dicevo il Medioevo, due generazioni di incompiuti che riletti senza l’angoscia della maledizione risultano oggi molto più interessanti di quanto ci sono sembrati in sincrono. È la parte più corposa del libro. La cronaca delle carriere, le analisi caratteriali e le pennellate descrittive di Bertolucci, si confondono con la mia biografia e con la mia passione smodata verso gli eroi “just for one day”.

Le precise pagine di Martucci e Bertolucci diventano dei trampolini per la mia memoria e mi rivedo con gli occhi umidi davanti a quella fotocopia artigianale di McEnroe che risponde al nome di Gianluca Pozzi, il cavaliere bianco venuto dalla provincia che ha fatto un patto con il dio del tennis: se non tirerai mai, ma proprio mai un rovescio in top io ti trasformo in un mc in bianco e nero. Se vi sembra eccessivo chiedere ad Agassi. O mi vedo con gli occhi di mia madre mentre mi guarda stupita saltare sul divano in sincrono con i turborovesci di NeuroCané che hanno spaventato Lendl a Wimbledon e mandato in manicomio Wilander. Perché il medioevo tennistico italiano è stato questo, se c’era un gran dritto non c’era rovescio, se c’erano dritto e rovescio le gambe erano di pietra, se c’erano anche le gambe il problema era nella testa.

Il medioevo italiano è un lungo elenco di curiosissimi giocatori a cui mancava sempre un pezzettino per fare bingo. A me piacevano per questo e me li ricordo così: Bum Bum Camporese che non si spettinava nemmeno nella galleria del vento, con servizio e dritto al fulmicotone e le gambotte di mia nonna. Uno che ha fatto stare il Bum Bum vero per cinque ore e cinque set in campo. Mosé Navarra, bello come un attore che nei giorni buoni poteva giocare come McEnroe, solo che quei giorni non sono mai arrivati. Diego Nargiso con un servizio e volée perfette per l’erba ma aperture così ampie nei fondamentali buone solo per la sabbia. Cristiano Caratti con il suo stupendo schiaffo al volo di rovescio, uno che sapeva fare tutto, ma pesava 28 chili.

Furlan che non ha mai sorriso in vita sua. Pescosolido che a 50 anni gioca meglio che a trenta. Sanguinetti con un rovescio simile a Mecir e l’aria perenne di uno studente del college al primo esame. Il libro in realtà è quasi filmico o documentaristico nel suo incedere preciso, ma io i nostri eroi just for one day me li ricordo così: Bracciali servizio da dio, risposta da dio, volée da dio e ancora non ha capito come ha fatto a vincere solo un torneo. Gaudenzi, troppo intelligente per essere anche fortunato. Starace schiena di vetro, palla corta di dritto e le partite migliori con Nadal su terra rossa in cui la sconfitta era sicura. Volandri intimamente convinto che il cemento fosse sinonimo di criptonite, insomma un enorme affresco cubista in cui c’era sempre qualcosa fuoriposto e che troverà la sintesi di questo vorrei ma non posso in Fognini, il talento più brillante dai tempi di Panatta, uno che può vincere, e ha vinto con tutti, ma proprio tutti, ma che ha sempre perso la partita successiva.

Fognini rappresenta l’anello di congiunzione con la generazione del rinascimento. Accanto a lui Lorenzi che ha cominciato a vincere quando gli altri andavano in pensione, Bolelli che schioccava la palla come Federer e in cambio il solito dio cattivo non gli ha mai consentito di vincere tre partite di seguito e infine il rispettabilissimo e rispettatissimo Andreas Seppi, il vero alter ego di Fognini, la sua metà mancante, il calco del professionista che incuberà la successiva generazione che ha visto il vagito, o la fine della maledizione, nella semifinale di Parigi di Cecchinato. Come per incanto subito dopo è arrivato Berrettini, la cui intelligenza e voglia di migliorare compensa un rovescio non all’altezza del drittone e del servizio killer, e nemmeno il tempo di esaltarci che i progressi dell’albatros Sinner (sgraziato quando cammina, fluidissimo quando colpisce), Musetti e Sonego sembrano spalancare orizzonti innominabili fino a poco tempo fa.

Dietro la carrellata di tennisti c’è sullo sfondo la questione politica, una patata bollente che ha pesato come un macigno negli anni della maledizione, tra boicottaggi Davis e ostracismi. Oggi le relazioni politiche tra la federazione e i centri indipendenti sembrano incentrate su una reciproca collaborazione che si è sostituita alla lunga notte dei coltelli. Il clima sembra riverberarsi magicamente sui rapporti tra i nostri giocatori che sembrano sinceramente amici immersi in una sana competizione che ricorda molto da vicino quello della Golden age delle donne. Su questa tema, squisitamente politico e che forse il libro implicitamente attribuisce tutti i meriti all’attuale dirigenza, invito una sana operazione di incrociare i dati con i recenti editoriali del nostro direttore, al fine di avere una lettura più tridimensionale e probabilmente più completa.

 

La piccola biblioteca di Ubitennis – tutti gli articoli

Continua a leggere

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis

Nel suo nuovo libro il famoso preparatore fisico Salvatore Buzzelli sintetizza, con dovizia di particolari, i suoi studi e la sua pluridecennale esperienza pratica nell’ambito della preparazione fisica del tennis

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

S. Buzzelli, Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis – Principi Essenziali e Tendenze Moderne per Massimizzare la Performance e Vincere, Giacomo Catalani Editore

Dopo “Tennis. La Nuova Scienza della Preparazione Fisica con il rivoluzionario Metodo Coordinabolico®”, scritto a quattro mani con l’allievo Marco Mazzilli e di cui avevamo parlato lo scorso marzo in questa rubrica, Salvatore Buzzelli esce con la sua nuova fatica editoriale “Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis – Principi Essenziali e Tendenze Moderne per Massimizzare la Performance e Vincere

Proprio sul concetto dell’essenzialità, intesa come caratteristica necessaria e fondamentale, unito a quelli di semplicità e concretezza, si basa il manuale di Buzzelli, uno dei massimi esperti nella metodologia dell’allenamento, ricercatore e preparatore fisico, che nel corso del suo lungo percorso professionale ha collaborato con scienziati di fama mondiale come Kenneth Cooper e Carmelo Bosco ed ha allenato diversi tennisti professionisti, tra i quali spiccano Omar Camporese (ex n. 18 ATP), Massimiliano Narducci (ex n. 77 ATP) e l’attuale capitano di Fed Cup Tathiana Garbin (ex n. 22 WTA). Un testo – come sottolineato da lui stesso nella premessa e come ci ha sottolineato in una piacevole conversazione telefonica – che ha l’obiettivo di essere uno strumento di supporto per gli operatori del settore, affinché adottino modalità corrette ed – appunto –  essenziali nel loro lavoro con gli atleti.

 

La preparazione fisica “essenziale” illustrata da Buzzelli, si basa su tre principali presupposti in ambito tennistico. Ovvero, in partita un “atleta-giocatore” deve:

  • saper reagire in tempi brevi all’azione dell’avversario;
  • spostarsi rapidamente nella posizione in cui poter ricevere e colpire la palla in arrivo con efficacia;
  • essere capaci di reiterare il punto 1 e 2 per tutto il tempo della partita.

Partendo da questi presupposti, Buzzelli guida il lettore attraverso le caratteristiche motorie necessarie nel tennis agonistico e propone le soluzioni per ottenere il massimo risultato personale possibile con l’obiettivo di diventare quell’atleta “resiliente” che deve essere il tennista agonista (ovviamente attraverso la combinazione del lavoro tecnico-mentale-fisico), sempre avendo come filo conduttore i concetti di semplicità ed efficacia.

Partendo inoltre dalla considerazione che nel tennis la periodizzazione dell’allenamento – ovvero l’organizzazione del programma di allenamento in periodi – risulta alquanto complessa, in considerazione del fatto che l’attività agonistica è distribuita nell’arco dell’intero anno. Tanto che per i professionisti si dovrebbe ragionare in termini di “periodizzazione multipla”, prevedendo cioè 5-6 periodi agonistici durante la stagione. Questo comporta la necessità che la programmazione del tennista debba essere, come la definisce Buzzelli, “globale”. Cioè la parte tecnico-tattica non dovrebbe mai risultare isolata dalla preparazione fisica generale e specifica, con una interazione tra allenatore e preparatore atletico che deve essere continua, per evitare dispendiosi sovraccarichi funzionali derivanti dalla duplicazione di attività simili dal punto di vista metabolico.

Il manuale entra poi nel pratico. Eccome se ci entra, illustrando dettagliatamente gli elementi sostanziali dell’allenamento del tennista. A partire dal corretto riscaldamento, al lavoro sulla mobilità articolare (con interessanti riflessioni sullo stretching e la sua corretta integrazione in un piano di allenamento), ai diversi ambiti di potenziamento di arti inferiori, arti superiori e core. Per passare agli esercizi in policoncorrenza con la palla zavorrata – importanti perché permettono al giocatore di comprendere ed allenare gli appoggi per produrre spinte efficaci, essenziali nell’esecuzione dei gesti tecnici nel tennis – , al circuit training e poi agli esercizi con gli strumenti creati dallo stesso Buzzelli (come il TR Buzz, la rivisitazione del TRX realizzata per disporre di uno strumento che fosse più in linea con i movimenti richiesti dalla tecniche di molti sport, tra i quali il tennis), ai lavori sulla coordinazione, sulla accelerazione e sulla velocità, con gli ostacoli e infine sul potenziamento organico.

Aspetto, quest’ultimo, determinante dal punto di vista metodologico, considerando il fatto che una partita di tennis ha una durata indefinita, ma tenendo presente che le azioni di gioco son perlopiù incentrate su azioni rapide e veloci. Non poteva ovviamente mancare un capitolo al SensoBuzz, lo strumento elettronico creato dal professore esaustivo per l’allenamento e la valutazione funzionale da campo che supporta la scelta metodologica dell’allenatore, che a sua discrezione imposta l’allenamento sulla base delle necessità (del singolo atleta o del gruppo di atleti) e degli obiettivi (rapidità, velocità, resistenza, ecc.).

Per chiudere con una serie di esempi di programmi, comprensivi di quelli durante il periodo agonistico. Buzzelli, infatti, sostiene che “durante il torneo ci si allena comunque”, ovviamente adeguando l’allenamento sulla base dell’impegno psicofisico sostenuto in partita e degli impegni successivi.

Insomma, prendendo in prestito le parole di un altro grande preparatore fisico come Marco Panichi, attuale preparatore di Novak Djokovic, questo libro è “una “bibbia” essenziale, per chi vuole lavorare nell’ambito del tennis ma anche per chi è un semplice appassionato, proprio per la chiarezza e l’essenzialità dell’esposizione: concetti espressi in modo semplificato e facilmente fruibili nonostante la loro complessità”.

La piccola biblioteca di Ubitennis – tutti gli articoli

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement