Murray: "Non tornare numero 1 non sarà la fine del mondo"

Interviste

Murray: “Non tornare numero 1 non sarà la fine del mondo”

Lo scozzese parla delle sue condizioni fisiche e delle sue aspettative per il futuro, a poche ore dal suo ritorno in campo al Queen’s dopo lo stop di undici mesi per l’operazione all’anca

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da Londra

Fin dai primi grandi successi, la carriera di Andy Murray è stata una rincorsa per dimostrare di meritare appieno il titolo quarto Fab Four. Dopo i titoli Slam e la posizione di numero uno mondiale, il “Ringo Starr” del quartetto più forte degli ultimi quindici anni di tennis si trova davanti una nuova prova, forse ancor più difficile, da superare per rimanere al passo degli altri tre giganti: il famigerato comeback.

 

Un problema all’anca destra ha costretto Murray ad andare sotto i ferri in gennaio – non la prima operazione chirurgica della sua carriera, ma di certo la più seria – e quindi a rinviare un rientro dopo l’altro mentre gli altri big, chi meglio e chi peggio, superavano i propri acciacchi e tornavano a vincere. Ogni volta invece l’appuntamento del trentunenne scozzese con il campo veniva spostato più in là. E ognuna di quelle volte la paura che il danno fosse irrecuperabile cresceva, alimentata anche in parte dalla tendenza drammatica della stampa britannica (che lo ha ovviamente braccato più assiduamente del solito nell’arco dell’ultimo anno).

Prima l’Australia, poi la terra, poi un Challenger fatto apposta per lui, poi ancora l’erba olandese. Nel mezzo, blocchi di allenamento interrotti per sparire di nuovo dai radar, come quello di marzo all’academy di Patrick Mouratoglou a Nizza. Alla fine, il ritorno sarà a casa: a poche ore dal sorteggio del tabellone dei Fever-Tree Championships di Londra, confortato dalla mezza dozzina di set giocati in settimana, Murray ha confermato la sua presenza al torneo che ha vinto più di ogni altro in carriera (cinque titoli record). L’assegno di £500.000 per la presenza, come da contratto che lo lega al torneo fino al termine della sua carriera, ha probabilmente influito sulla decisione soltanto in minima parte.

Ho fatto dei test con il mio fisioterapista la mattina stessa, per essere sicuro di non essermi irrigidito né di aver perso mobilità all’anca” ha detto in un incontro con la stampa dopo l’allenamento al Queen’s Club, nel quale è apparso lontano dalla migliore condizione ma piuttosto motivato. Le domande di cui è stato tempestato erano tutte un po’ simili, miravano a cavargli di bocca una frase dal tono un po’ drammatico buona per un titolo ad effetto. Lui invece ha spiegato con sincerità come sia stato difficile accettare i momenti in cui il corpo non rispondeva all’aumentare dei carichi di lavoro, e come al momento non stia ancora giocando “pain free“, cioè senza alcun dolore. Per il resto, il futuro è un’incognita.

Andy Murray si allena sui campi del Queen’s Club

Dovrà essere intelligente nello scegliere quali e quanti tornei giocare, pensando poco al fatto che ripartire, adesso, significa farlo quasi da zero. Il suo ranking, precipitato alla posizione 156, resiste ormai unicamente grazie ai punti dei quarti di finale raggiunti a Wimbledon lo scorso anno, destinati a scadere nel giro di un paio di settimane. Novak Djokovic, interrogato a riguardo, ha portato l’esempio di Del Potro e della sua programmazione delle ultime tre stagioni – meno tornei, tante pause, comunque di nuovo in top 5 – che potrebbe non essere del tutto peregrino. Del resto Roger Federer è appena tornato numero uno dopo aver rinunciato a giocare per l’intera, logorante stagione su terra.

Ha perso un paio di chili – “quando non gioco perdo l’appetito” – ma a parte questo si augura di non tornare in campo come un Murray 2.0. “Ovviamente dovrò trovare un equilibrio tra le richieste del mio corpo e un gioco efficace” ha risposto a chi, giustamente, aveva domandato se l’infortunio gli avrebbe richiesto un cambiamento anche temporaneo nel suo stile di gioco, finché la preoccupazione non smetterà di essere la salute e tornerà ad essere solo la competitività. “Non mi metterò a giocare serve and volley su tutti i punti, perché magari è una strategia buona per faticare di meno ma non è certo quella per farmi vincere tante partite a questo livello“.

Aspettative, zero. “Sarebbe ingenuo aspettarmi il mio miglior tennis dopo tutto questo tempo“. Ma messo di fronte a futuri più tetri e grandi ritorni, prende tempo: vuole prima vedersi in campo. Lo farà martedì contro Nick Kyrgios, in un incontro già molto complicato “ma con l’aspetto positivo che probabilmente non ci saranno molti scambi lunghi“. Se poi i risultati non dovessero arrivare, contro l’aussie come contro avversari meno quotati, non si dispererà troppo. “Gioco per vincere, è ovvio. Ma dopo essere stato fuori per così tanto tempo sento di essere felice d’essere di nuovo qui semplicemente perché amo il tennis. È come quando ho iniziato: non l’ho fatto per vincere Wimbledon, o per diventare numero uno“.

Ciò che ho ottenuto non mi era mai passato per la testa come possibile, da ragazzo, finché i risultati non hanno iniziato ad arrivare e la pressione intorno a me è montata“. Da ex numero uno, la pressione potrebbe non mancare neppure adesso. “Amerei tornare in cima alla classifica, mi alleno e faccio tutto ciò che devo con quell’obiettivo. Ma se non dovessi riuscirci, non sarebbe comunque la fine del mondo. Voglio soltanto ricominciare a giocare“. Mancano solo poche ore, ormai.

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Il nuovo, spirituale, Marat Safin: “Non faccio niente. Io vivo”

L’amato (e odiato) ex tennista russo si racconta in una lunghissima intervista. “Non ho una fidanzata né una moglie e non voglio una relazione. E non ho una figlia”. Il passato politico parecchio nebuloso, l’amore improvviso per… il confucianesimo

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“È meglio lasciare lo sport prima che lo sport lasci te”. Tra le tante frasi di congedo dal tennis che è possibile reperire nella letteratura recente, è difficile trovarne una che, meglio di questa, descriva alla perfezione il rapporto con la racchetta di chi l’ha pronunciata e al contempo appaia valida ed esportabile fuori dal contesto. Sfuggì a Marat Safin a margine di una delle sue ultime apparizioni su un campo da tennis, nel dicembre 2016, sette anni dopo il ritiro dalle competizioni ufficiali; per il secondo anno di fila si era lasciato convincere dalla franchigia dei Japan Warriors a partecipare all’IPTL, torneo di esibizione itinerante che dopo quell’edizione non sarebbe più andato in scena per una storia di mancati pagamenti (in pratica una frode in piena regola).

Alle parole dell’ex tennista russo i giornalisti si abbeverano sempre con grande avidità, poiché Marat non è uno a cui sia facile mettere un microfono in mano. Chi scrive ha visto con i suoi occhi Mario Ancic – che non sarà Safin, ma la sua bella semifinale Slam l’ha disputata – fermarsi in sala stampa a Lille, durante l’ultima finale di Davis, e quasi spontaneamente rilasciare dichiarazioni, laddove il russo avrebbe tirato dritto per evitare di sottoporsi a un tale supplizio.

 

Concesso l’ultimo quindici della sua carriera a del Potro sull’indoor di Bercy nel 2009, Safin è nuovamente… sceso in campo – mutuando un’espressione che ci è grottescamente familiare – per iniziare la carriera politica. Nel dicembre 2011 è stato eletto nella Duma di Stato sotto l’egida del presidentissimo Putin per rappresentare una delle 46 Oblast’ (regioni) dello sconfinato paese eurasiatico, quella di Nižnij Novgorod, ed è stato confermato cinque anni dopo, salvo rassegnare le dimissioni nel maggio 2017. Nel mezzo anche una laurea in legge conseguita nel 2015 presso il Moscow Institute of Public Administration and Law, che a suo dire l’avrebbe aiutato a limare i difetti dell’inesperienza nell’arena politica russa. Da allora, se si eccettua qualche misero incarico di rappresentanza sportiva, Marat Safin non sembra avere avuto una vera occupazione.

Un aggiornamento sulla condotta di vita di uno dei personaggi più singolari che il tennis abbia potuto vantare è arrivato grazie alla lunga intervista rilasciata dall’ex tennista al fortunato Alexander Golovin, giornalista appena 23enne di Sports.ruIl portale russo ha titolato con la dichiarazione d’allergia ai rapporti interpersonali – ‘Non ho una fidanzata né una moglie e non voglio una relazione‘ – ma siamo certi che la scelta sia stata sofferta, poiché Marat ne ha raccontate davvero di ogni tipo.

IL MARAT-PENSIERO

UNA NUOVA SPIRITUALITÀ – Ricordate quando Safin aveva detto di essere musulmano praticante, armandosi di tale affermazione per deporre a favore della libertà di culto in Russia? Ecco, dimenticate tutto, perché a quanto pare non è più questa la sua dimensione spirituale. “Non esiste la religione, è stata creata artificialmente e tutti possono intuirne il motivo” erompe Marat, che sembra aver abbracciato una sorta di mistica naturale vicina alle filosofie orientali. Sul suo profilo Instagram, dal quale per sua stessa ammissione ‘non si può capire che sono stato un tennista‘, è comparsa quale mese fa la foto del testo di carattere divinatorio ritenuto più importante nell’alveo del confucianesimo, ‘Il libro dei mutamenti’. Gli viene chiesto di spiegare il suo avvicinamento a una sensibilità tanto lontana dalla sua cultura d’origine, lui risponde così: “Ho smesso di provarci, sarebbe come spiegare a un cieco i colori. Chi vuole troverà da sé le informazioni che cerca. Non mi è successo un giorno all’improvviso, dipende dalle esperienze di vita. Il mondo è come uno spettacolo teatrale e noi siamo gli attori“.

Costrutti aforistici che non possono sorprendere alla luce di come Safin ha aperto l’intervista: “Cosa faccio? Niente, non faccio niente. Io vivo“. Agli antipodi rispetto al ‘faccio cose/vedo gente’ di morettiana memoria, la messa in versi del terrore di apparire inoccupati che spinge la gente a confessare, con dissimulata sofferenza, di avere sempre qualcosa di importante da fare, a Marat non interessa fingere di avere una vita piena. “Vado a letto presto, verso le dieci-undici, e mi sveglio alle otto. Cammino, viaggio, non gioco a tennis, perlopiù vado in palestra per tenermi in forma”. Poi prova a spiegare rivolgendo quest’esempio al suo interlocutore: “Immagina di aver concluso la tua carriera di giornalista e poi di cominciare di nuovo a lavorare: sarebbe un po’ stupido, non trovi?”. Non lo tange minimamente il non avere un’occupazione specifica e sa spiegarne anche il perché: “Molte persone devono fare qualcosa per ricordarsi di essere vivi, ma lo fanno per non pensare. Solo pochi sono in grado di stare soli con se stessi per cinque minuti. Chiudi una persona in casa per un giorno intero, portagli via il telefono e il computer e guarda cosa succede. Io non ho di questi problemi, non ho bisogno di lavorare ed essere occupato per sentirmi normale“.

VIAGGI, SOLITUDINE E LIBERTÀ – Nell’aria è l’eco di un’espressione che più di qualcuno avrebbe rivolto a Marat, gli fosse stato di fronte; ‘grazie al… tennis, che puoi permetterti di non fare nulla‘, sarebbe la versione più edulcorata. Ritornando sul tema del suo unico vero hobby, viaggiare, l’ex tennista conferma come i guadagni sul campo – oltre 14 milioni di dollari, suggerisce la sua pagina ATP – gli permettano ancora di visitare serenamente ogni angolo del mondo. Intuibile ma non scontato: Becker ha guadagnato quasi il doppio, ma è stato decisamente meno abile a tenerseli.

Dal chiasso di Ibiza – ‘ma lì non per forza devi divertirti, io ci vado per fare sport, mangiare ottimo cibo e nuotare. Esiste una Ibiza diversa‘ – alle rovine Inca di Machu Picchu in Perù, il luogo che preferisce in assoluto. “Mi ha fatto una grande impressione, nonché dubitare del fatto che sia stato davvero tutto costruito dagli esseri umani. Anche le guide non sanno spiegare come sia successo. Un po’ come per le Piramidi in Egitto” dice Marat, che poi si esibisce in un fraintendibile ‘non credo che siamo soli nell’universo‘, tornando più tardi sull’argomento per ricordare come persino Stephen Hawking sia del suo stesso avviso.

Uno dei rovesci bimani più imponenti del nuovo millennio è convinto di non essere solo, nel senso sovrannaturale dell’espressione, ma in un certo senso vuole rimanerci. Nel ricordare il vecchio episodio di una scazzottata con Sergey Bondarchuk, figlio dell’attore e regista russo Fyodor (al quale lo legava un rapporto d’amicizia), Safin racconta piuttosto bruscamente di non avere amici. “Basto a me stesso e voglio vivere da solo, mi piace così. Non sono un asceta, ho un circolo nel quale passo il tempo ma quelli non li chiamerei amici, piuttosto compagni o colleghi. Non ho una ragazza né una moglie e non voglio che la cosa cambi. Non voglio condividere la mia vita personale e le mie cose; non perché sia accaduto qualcosa di particolare, voglio solo viaggiare e non avere legami. Mi piace libertà e non avere nessuno al mio fianco: silenzio e calma“.

Quando l’intervistatore prova ad andare più a fondo, Safin continua il fuoco di copertura. Nega di avere avuto una figlia dalla sua ex compagna Valeria Yakubovskaya, nonostante sia opinione comune che nelle vene della piccola Eva, sette anni e già un profilo Instagram per foraggiare la sua carriera di baby-modella, scorra il suo sangue. Arriva addirittura una domanda diretta sulla sua vita sessuale, alla quale Marat si sottrae senza troppe cerimonie. Il giornalista gli aveva chiesto se facesse ricorso al sesso a pagamento, in modo forse non troppo elegante.

L’ESPERIENZA POLITICA

Del periodo in giacca, cravatta a ventiquattr’ore di Safin ha fatto discutere soprattutto il suo avallo ad alcuni provvedimenti molto controversi. Su tutti la legge ‘anti-gay’ che il parlamento russo ha approvato nel giugno 2013 per ostacolare la propaganda e le manifestazioni omosessuali (con 434 voti a favore e un solo, impavido, astenuto), ma anche la ‘Dima Yakolev Law‘ entrata in vigore il primo gennaio dello stesso anno. Il provvedimento prendeva il nome di un bambino nato in Russia, adottato da una famiglia statunitense di Purcellville (Virginia) e morto in circostanze tragiche, dopo essere rimasto chiuso in auto per nove ore. Con questo pretesto e per rispondere a una legge approvata poco prima negli Stati Uniti, il parlamento russo decideva di impedire – tra le altre cose – ai cittadini statunitensi di adottare bambini russi.

Non mi vergogno delle leggi che ho votato. I nostri esperti hanno espresso un parere e ci siamo fidati di loro“. Un ginepraio dal quale qualcuno ha persino accusato Safin di aver contribuito a uccidere dei bambini. “Chi sono queste persone?“, si chiede Marat con indifferenza; “Come in tutte le cose c’è sempre qualcuno a favore e qualcuno contro“. In questa porzione dell’universo di Marat sembra però esserci qualche crepa in più. ‘Non accendo la TV, mi informo su Telegram‘. Affermazione piuttosto curiosa, se si considera che da aprile il governo russo ha bloccato l’utilizzo dell’app di messaggistica, rea di essersi rifiutata di fornire le chiavi di decrittazione dei messaggi scambiati dagli utenti. Telegram, fondato peraltro dal russo Pavel Valer’evič Durov, è notoriamente il baluardo digitale di una privacy che la Russia dimostra ogni volta di mal tollerare.

In tre dei sei gruppi Telegram citati dall’ex tennista compare proprio l’intervista di cui vi stiamo riportando la traduzione; si tratta di sacche di informazione indipendente per accedere alle quali, se si è sul suolo russo, è necessario aggirare il blocco imposto dal governo tramite una procedura in verità non troppo complessa. Il giornalista cita proprio episodi di corruzione diffusi in questi gruppi: “Se lo sapevo? Beh sì, non sono mica nato ieri. Ho 38 anni“. Perché allora non li ha denunciati quando era ancora in carica?Io non discuto di queste cose, non mi piace rovistare tra i panni sporchi. Leggo per informarmi senza dare una valutazione e poi oggi sono un cittadino libero, non più un politico“. Qui il Marat-pensiero appare parecchio meno convincente.

DOV’È IL TENNIS?

Quello che manca quasi del tutto in questa intervista, come del resto in queste settimane di piena off-season, è proprio il tennis. “Non è interessante, mi stufa dice Marat del suo rapporto odierno con la racchetta. Talmente lontano che non gli capita neanche di riguardare le sue stesse partite. “Ho chiuso quel capitolo della mia vita. Se rimani ancorato al passato non vai mai avanti, e poi guardarmi su Internet mi sembra strano. Non mi piace nemmeno parlarne“. Chi non ha mai smesso di criticarlo per il temperamento incontrollabile, quello che una volta lo portò ad abbassarsi i calzoncini per festeggiare un punto, non compare nei suoi radar come non vi compariva allora. “Le persone non sanno nulla. L’unico che può darmi consigli sono io. In passato ho pagato per farmi ascoltare, oggi non più; sono abbastanza maturo da non considerare le parole di estranei che non hanno mai giocato a tennis. Nessuno sa cosa è necessario per ottenere risultati“.

At the end of the day, ennesima di tante conferme, la sua carriera è finita soprattutto a causa degli infortuni. Rifiutò di sottoporsi a un’operazione alla gamba le cui probabilità di successo erano dichiaratamente basse. Infortuni da sovraccarico, dai quali Marat è rientrato senza però mai ritrovare velocità, esplosività e visione di gioco: “Rimanere fuori dai primi trenta non sarebbe stato divertente“. Da lì la scelta di chiamare l’ultimo giro, come per sottrarsi a un tavolo da gioco sul quale si hanno da vantare ormai poche fiches.

Del futuro che gli si stende davanti, a soli 38 anni, non è dato sapere troppo. Per significare il concetto, in chiusura di intervista Marat riesuma una battuta pronunciata da Woody Allen in uno dei suoi film meno riusciti. “Se vuoi far ridere Dioraccontagli i tuoi progetti”. Oppure digli che Marat Safin non sapeva giocare a tennis, aggiungeremmo noi.

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Interviste

In TV e in libreria: è un Adriano a tutto campo

Pubblicato “Il Tennis è musica”, 50 racconti narrati da Panatta e Azzolini. La leggenda del tennis italiano a La Nazione: Federer come i Pink Floyd, ma Djokovic e Nadal stonano

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Sessantotto anni, nonno sereno, osservatore loquace e distaccato di una vita senza rimpianti. Adriano Panatta, il re del tennis italiano, avrà avuto anche i suoi difetti, ma tra questi di certo non c’è la reticenza, sempre che di difetto si tratti. In un’intervista concessa al quotidiano fiorentino La Nazione, egli riflette sul tennis moderno che stilizza in una nota acida, come molti degli interpreti classici chiamati a commentare un gioco secondo loro evolutosi in una mera opera di forza e resistenza. Il tennis e la vita, l’uno metafora dell’altra ascoltando i ragionamenti dell’Adriano nazionale, si intrecciano senza soluzione di continuità ne “Il Tennis è Musica”, trecento pagine scritte a quattro mani con Daniele Azzolini (libro edito da Sperling & Kupfer uscito un paio di settimane fa) ripercorrenti cinquant’anni di pallina di feltro: ogni anno, il racconto di un campione, dal Rod Laver ’69 con le scarpe chiodate a Forest Hills a Stan Smith, tramutatosi da fuoriclasse a scarpa quando un ragazzino, vantandosi delle proprie calzature durante un clinic, non si diede pena di notare che stava interloquendo con l’inventore delle medesime.

 

Tra un’intervista e un libro, il tennis resta musica per Adriano Panatta, e anche in questo caso, il primo è la metafora della seconda e viceversa. “Ai miei tempi, parlo degli anni ’70, il tennis era melodia; i Beatles, Jimi Hendrix… oggi non si capisce più nulla, è tutto così caotico, così metal“. Roger Federer sembra l’unico interprete contemporaneo a meritarsi il paragone con i dominatori delle classifiche di vendita di quarant’anni fa. “Sì, lui è un misto tra Tony Bennett, i Pink Floyd e Paul McCartney, uno spettacolo“. Lo stesso spettacolo che ha portato in scena Ilie Nastase, proprio mentre i dischi degli eroi sopraccitati venivano pubblicati giorno dopo giorno. “Lui era stralunato e mattarello, gli piaceva fare casino, ma era un bravissimo ragazzo. Ci ho giocato il doppio insieme tantissime volte, era ansioso in modo pazzesco. Ma sapete una cosa? Le sue gambe erano come quelle di Roger, nei primi tre passi valeva un finalista nei cento metri di una finale olimpica“. I rivali dello svizzero, nel Vangelo secondo Adriano, suonano un po’ stonati, almeno di tanto in tanto. “Campioni straordinari e forse irripetibili che però non mi entusiasmano. Nadal tira forte ed è un grandissimo agonista, Djokovic recupera tutto, ma il loro gioco mi annoia“.

Ambasciatore a vita del tennis tricolore, Panatta si trova nella posizione di definire i simboli naturali dei suoi contorni storici, che, volenti o nolenti, sono Nicola Pietrangeli e Fabio Fognini. “Se Nicola è stato un maestro o un rivale? Niente di tutto ciò. È stato un personaggio importante, ma le nostre carriere si sono sovrapposte solo per due anni, poi siamo diventati amici, anche se abbiamo caratteri molto diversi. Fognini? Non lo seguo spessissimo purtroppo, ma è un ottimo giocatore che avrebbe i colpi per stare tra i primi dieci al mondo, penso che i suoi limiti siano più che altro caratteriali: a volte il suo atteggiamento è davvero indisponente“. Di eredi all’orizzonte non se ne vedono. “Il tennis è cambiato troppo, non si possono fare paragoni, oggi tirano tutti molto forte ma è anche tutto molto più frenetico e non c’è tempo per pensare, solo Federer lo fa. Peraltro occorre dire che non è solo il tennis a essere cambiato, certo non in meglio, ma tutti gli sport di grido: prendete il calcio, anche quello non mi sembra migliorato e secondo me lì la colpa è di Guardiola, una noia mortale!“.

Lo specchietto retrovisore è sempre l’osservato speciale, in una continua retrospettiva su tennis e vita, che poi sono le due facce della stessa medaglia. “La racchetta mi ha dato tutto e in primis la possibilità di girare il mondo facendo quello che mi piaceva fare. Se mi ha tolto qualcosa? Solo una cosa, ma molto importante: il tempo da dedicare ai miei figli mentre crescevano, perché giocavo quasi tutto l’anno lontanissimo da casa“. E qualche vittoria, aggiungeremmo noi, anche se la carriera di Panatta resterà nella leggenda. “La mia partita più bella è senza dubbio la semifinale del Roland Garros ’76 contro Dibbs, anche meglio della vittoria in finale, mi entrava tutto. La più brutta invece non saprei sceglierla, perché ne ho giocate troppe, però posso indicarvi la più stupida, quella persa nei quarti di Wimbledon ’79 contro Dupre: un calo di tensione che ancora oggi non riesco a spiegarmi, ero convinto che sarei arrivato in finale“.

Attore (per lui cameo ne “La Profezia dell’Armadillo“, tratto da una graphic novel di Zerocalcare), libero cittadino e capofamiglia; lo sguardo sereno e la lingua tagliente, come sempre. “Vivo a Treviso per questioni di cuore ma il cuore, sempre lui, è rimasto a Roma, la città più bella del mondo anche con le buche, che ci sono sempre state. Quello che mi dà fastidio è la sporcizia che la inquina. Impressionante“. Il resto è tempo libero, da sportivo in pantofole (“Ho smesso anche di correre in macchina, dopo i sessantacinque anni non ti rinnovano la licenza) a nonno (“Un’esperienza fantastica, soprattutto perché tutti i problemi sono dei genitori!“). Incorreggibile Adriano.

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Tsitsipas senior: “Il sogno? Wimbledon. E ispirare i ragazzi”

Intervista esclusiva con il papà coach di Stefanos, fresco vincitore delle Next Gen Finals. Un 2018 oltre le aspettative e i piani per il 2019. Gli obiettivi da coach e quelli da genitore

Ilvio Vidovich

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A Milano lo abbiamo visto seguire e supportare dalla tribuna il figlio Stefanos, impegnato nella seconda edizione delle Next Gen Finals. Domenica 11 novembre, il giorno dopo la vittoria del 20enne tennista greco in finale su Alex de Minaur, Apostolos Tsitsipas è stato invece l’ospite e relatore principale della 20esima edizione dell’International Tennis Symposium, il classico appuntamento formativo organizzato dalla Pro Camp MGM ITALIA in collaborazione con la GPTCA di Alberto Castellani al Centro Pavesi di Milano. E grazie proprio alla cortesia degli organizzatori e alla squisita disponibilità di Apostolos, che aveva appena tenuto un intervento di un’ora e mezza, siamo riusciti ad intervistare in esclusiva il coach (e papà) di una delle grandi rivelazioni del circuito ATP nella stagione appena conclusa.

Sig. Tsitsipas, quello che sta per terminare è stato un grande anno per Stefanos. Riavvolgiamo il nastro: lo scorso anno era venuto alle Next Gen Finals di Milano in qualità di riserva. Invece quest’anno ci è tornato da grande favorito, n. 15 del mondo, e le ha vinte.
Il tennis sta cambiando e ci sono delle dinamiche che sono da tenere in considerazione in giocatori di questa età. Il riferimento che lei ha fatto è significativo, perché richiama agli aspetti più delicati che impattano sui giovani giocatori, fattori importanti che influiscono sulla prestazione in campo. Lo scorso anno Stefanos aveva 19 anni. Il suo fisico non era ancora sviluppato, dal punto di vista della mentalità non era ancora sviluppato al 100%, il suo tennis non era ancora sviluppato. Quest’anno invece ha gestito tutto questo al massimo livello. Quello che intendo dire è che quando abbiamo a che fare con dei giocatori giovani è importante stare molto attenti a non creare illusioni, a non arrivare a delle conclusioni affrettate. Non è necessario. Bisogna dare loro un’opportunità, guidarli nel modo giusto, fare il lavoro giusto per metterli in condizione di esprimere le loro migliori qualità. Ma non bisogna correre troppo.

 

Stefanos però quest’anno ha corso tantissimo: ha iniziato l’anno da n. 91, lo finirà da top 15. Visto quello che ci ha appena detto, questa crescita così rapida è stata probabilmente inaspettata. In quest’ottica di avere la giusta gradualità, il piano prevedeva di metterci un anno in più?
Sicuramente se fosse stato necessario aspettare un altro anno, avremmo aspettato. Non l’ho mai forzato, non l’ho mai sovraccaricato con troppo lavoro. Forse le persone credono che Stefanos si alleni venti ore al giorno, che addirittura non dorma per quanto si allena. Assolutamente no. Stefanos si allena intensamente a tennis un’ora e mezza, massimo due ore, al giorno. E un’altra ora la dedica alla preparazione fisica. Il resto è recupero, riabilitazione, ascolto del proprio corpo, lavoro per restare in salute. Tutto questo fa parte delle sue routine quotidiane. Ovviamente nella off-season, in fase di preparazione, lavora di più. Per tornare perciò alla domanda, mi vien da dire che è accaduto. In maniera naturale. Da parte mia non c’è stata alcuna forzatura in tal senso. Non ho mai guardato al ranking o al risultato come primo obiettivo. Io ho questa filosofia di vita, anche in ambito professionale nel tennis: non guardo al risultato, non vedo il giocatore come un veicolo per ottenere un risultato. Io guardo al giocatore innanzitutto come a un essere umano e quindi allo sviluppo della sua personalità attraverso il suo sport. Se le vittorie arrivano dopo questo sviluppo e dopo aver completato lo sviluppo del suo gioco, è perfetto. Se non è così, se non è ancora pronto, allora vuol dire che c’è da aspettare. Bisogna considerare sempre tutti gli aspetti, come dicevo prima. Non puoi forzare qualcuno a fare risultati perché colpisce bene la palla, non è una cosa intelligente da fare. Perciò dico che quello che è successo, è successo naturalmente. E sono contento che sia accaduto a questo punto dell’anno. Perché ovviamente il prossimo anno dovrà giocare gli Slam e i Masters 1000. E lo farà da una posizione privilegiata, perché sarà testa di serie. E allora è importante che adesso lui abbia il tempo per riposare e poi quello necessario per prepararsi al meglio a questa nuova situazione.

Ecco proprio con riferimento alla preparazione per la prossima stagione, e all’obbligo per Stefanos di giocare tutti i maggiori tornei, prima nel suo intervento al Simposio ha sottolineato come sia importante per suo figlio crescere dal punto di vista fisico.
Sì, come ho detto prima è molto importante, dovremo lavorare perché sia pronto ad affrontare quest tornei, perché sarà più dura per lui. Perché arriverà lì e giocherà, non da favorito, ma come un giocatore che deve crescere. In tanti non lo conoscono ancora molto, i top player non lo conoscono ancora, anche se alcuni li ha già battuti. Sarà veramente dura. Anche perché, di fatto, lui adesso è un top player e tutti vogliono battere un top player, danno il massimo in questi match. Ma proprio queste Next Gen mi hanno detto che Stefanos può affrontare questo tipo di pressione. Qui a Milano lui era la testa di serie n. 1, ha dovuto sopportare la pressione che ne derivava. È stato un grande test da questo punto di vista. E, per me, il più grande successo che ha ottenuto in questo torneo. Ho ricevuto il feedback che lui sa gestire questo tipo di pressione. Non credo perciò che faremo dei grossi cambiamenti nella struttura degli allenamenti, continueremo come abbiamo fatto finora, con lo stesso team. Diciamo che potremo lavorare in maniera più specifica, perché adesso ci è più chiaro quali parti del gioco è necessario migliorare. Lui ha delle incredibili basi, lo ha dimostrando giocando ad alto livello contro i top player. Ora avremo un incontro con tutto il team, all’Accademia di Mouratoglu, per definire come impostare il lavoro in questo senso.

Parliamo proprio della collaborazione con Mouratoglu. Prima ha sottolineato come la sua filosofia di lavoro sia quella di far crescere la persona di pari passo con il giocatore. Immagino perciò che la decisione di lavorare con Mouratoglu sia una diretta conseguenza della sua volontà di avere per Stefanos un team di persone che condividano questo tipo di approccio.
Io non conoscevo Patrick. Lo conoscevo da quello che leggevo, dai social media, dalla televisione. Non conoscevo la sua personalità. Mi ha impressionato. Molto. Perché lui è cresciuto, ha sviluppato la sua personalità, passando attraverso un percorso molto, molto duro. Poteva essere un uomo d’affari, suo padre era un importante uomo d’affari in Francia, ma la sua passione era il tennis. E in definitiva, quando hai una passione questa fa venire fuori la tua personalità, vedi veramente chi è quella persona. E quando l’ho conosciuto meglio, mi è piaciuto molto, mi è piaciuta la sua personalità, il modo in cui percepisce se stesso, mi è piaciuta la sua etica riguardo allo sport e alle persone. Veramente, mi affascina. Questo, di fatto, è stato uno dei motivi: la sua filosofia di vita e nel tennis. Perché, di questo sono convinto al 100%, se sei un tennis coach, la cosa più importante è la tua filosofia di vita. Perché la domanda a cui devi rispondere nel tuo lavoro è: qual è la tua filosofia di vita? Se non sai rispondere a questa domanda, come farai ad essere un buon professionista? E Patrick è veramente, come posso dire… particolarmente sensibile e attento al riguardo. Perciò vedo come una cosa molto positiva il poter collaborare assieme.

Le propongo un piccolo gioco. Diciamo che tra un anno ci ritroviamo qui, a fare il bilancio del 2019. Quali obiettivi in particolare, se ce ne sono, le piacerebbe dirmi che Stefanos è stato in grado di raggiungere nell’arco della prossima stagione?
Al momento, a dire il vero, non abbiamo ancora stabilito gli obiettivi per la prossima stagione. Io feci un piano a lungo termine quando iniziammo l’attività junior a livello ITF, ed era relativo al periodo 2013-2018. Quindi fino a quest’anno. L’obiettivo fissato a suo tempo, fermo restando quello che dicevo prima, era quello di arrivare alla top 50. Ci è andata molto meglio, è arrivato alla top 15. Nelle prossime due settimane definiremo i nuovi obiettivi, ma quello che è sicuramente primario è che lui rimanga ai livelli top il più a lungo possibile. Il più a lungo possibile perché è importante giocare ad alto livello, il livello a cui lui è convinto di appartenere. Poi, chiaramente, l’obiettivo è quello di vincere i Major, perché vincere i Major è il sogno di qualsiasi tennista. E per me l’obiettivo principale è quello di vincere Wimbledon. Mi piacerebbe che Stefanos un giorno vincesse Wimbledon. Per me è un torneo che gli si addice, che si addice al suo tennis. Può farcela.

L’ultima domanda non riguarda Stefanos, ma Apostolos. Quali sono le sue sensazioni, da padre e da allenatore, giunto a questo punto del percorso iniziato tanti anni fa quando il piccolo Stefanos le aveva espresso il desiderio di diventare un tennista professionista?
Guardi, proprio ieri sera ho detto a Stefanos che sono veramente contento dei suoi successi. Ma che, come gli ho sempre detto, sono dei passi che deve fare la carriera del tennista professionista. Ma gli ho anche detto che, soprattutto, come padre sono veramente felice e soddisfatto di avere un figlio che sta dimostrando tutte le sue migliori qualità. Perché questa è la cosa più bella per un padre: riuscire a far sì che il figlio sia una bella persona e che possa rappresentare un modello per le generazioni successive. Questo significa cercare di fare qualcosa di buono non solo per lui, non solo per me, ma per la società. Perché la nostra società ha bisogno di questo tipo di impatto positivo da parte dei giovani, mi si passi il termine, campioni: perché i ragazzi più giovani hanno bisogno di questo tipo di ispirazione. La ricevono certamente anche dai genitori, dai coach e dall’ambiente, per molti aspetti. Ma principalmente, se parliamo in ambito sportivo, dagli altri giocatori. Stefanos è stato ispirato da Roger Federer: grande tennista, grande persona. Se guardiamo le nostre vite, anche noi siamo stati ispirati da qualcuno. Se ci voltiamo indietro vediamo che abbiamo tratto ispirazione da persone che hanno rivestito un ruolo importante nella nostra vita, nella nostra crescita come persone. Sarebbe veramente bello e positivo se Stefanos potesse diventare un modello per i ragazzi. E da questo punto di vista sono contento che lui piaccia ai ragazzini e che questo sentimento a sua volta sia ricambiato da Stefanos, veramente con tutta l’anima. Questo è qualcosa che mi rende molto felice.

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