Lo Slam racconta: Wimbledon '77, fermate John McEnroe!

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Lo Slam racconta: Wimbledon ’77, fermate John McEnroe!

Al via una nuova rubrica che alla vigilia degli Slam vi racconterà episodi noti e meno noti sui tornei che più di tutti hanno scritto la storia del nostro sport. Ecco il racconto dell’estate che trasformò un anonimo adolescente di Brooklyn nel genio del tennis moderno

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Maledizione, com’è successo? O almeno, quando? Dov’è lo stacco temporale, la cesura che fa apparire quelle immagini di quarantun anni fa come fossero preistoria? Palline bianche, calzoncini attillati, racchette di legno… Se non fosse per il colore potrebbero essere immagini degli anni ’40 o giù di lì, quando ancora nel nostro magico sport era l’abilità del giocoliere, e non la forza bruta, a contare. Oggi pas de finesse. The Times They Are A-Changin’, per dirla con un recente premio Nobel, quindi eccoci qui. Ai tempi di questa storia qualcosa stava proprio cambiando. Jimmy Connors portava livelli di violenza e aggressività fino allora sconosciuti nel tennis, Borg spazzolava drittone e rovescio a due mani con dinamiche nuove e la lotta per il trono era cosa loro. Ma il terzo uomo stava arrivando.

Qualche mese prima dell’edizione del Centenario di Wimbledon il nostro protagonista ha compiuto da poco diciott’anni e nel settembre seguente frequenterà l’università a Stanford, sulla West Coast. È rosso di capelli, svelto di mano, con la predisposizione alla baruffa tipica degli irlandesi. Si chiama John Patrick McEnroe Junior e il suo braccio sinistro compie mirabilie. Quella primavera la federazione statunitense di tennis gli ha appena dato il via libera per disputare i tornei europei quando, carico come una molla, corre alla Port Washington Academy – dove si allena sotto la guida di Harry Hopman e Tony Palafox – per chiedere consigli al più scafato del gruppo.

Questi è newyorkese come lui, ha una folta criniera bionda e origini lituane. Fra non molto tutti lo conosceranno come “Broadway” Vitas. Ecco le sue parole: “Te lo dico io cosa ti succederà al tuo primo Open di Francia. Il tuo avversario sarà un tennista europeo di cui non hai mai sentito parlare che ti farà un culo così”. La sera prima di partire John la passa con l’amico di sempre Doug Saputo. Stranamente i due non sono molto loquaci, nell’aria appiccicosa di Douglaston c’è un’atmosfera strana, sospesa fra presente e futuro. I tiri a canestro accompagnati da un paio di birre sono un rito di passaggio ed entrambi ne sono consapevoli. Nulla sarà più come prima.

 

Quando sbarca all’aeroporto De Gaulle di Parigi ha con sé un borsone, cinquecento dollari arrotolati in tasca e un fascio di racchette sottobraccio. John si sente smarrito, sotto la sottile scorza di durezza newyorkese la carne è ancora tenera. “Nessuno parlava la mia lingua, mi sembrava di essere in una scena di ‘Ma guarda un po’ ‘sti americani’. Chevy Chase e Beverly D’Angelo pranzano in un ristorante. Lui le sorride entusiasta: ‘Vedi come sono gentili, cara?’ Mentre il cameriere dice in francese ‘Stupido stronzo americano'”. Al Roland Garros supera l’ultimo turno delle qualificazioni passando una notte insonne, perché l’incontro decisivo era alle 8.45 del mattino e temeva di non svegliarsi. “Mi potreste svegliare? Chiesi all’impiegato della reception. Mi rispose in francese, ‘Và a farti fottere’, scommetto”.

Nel tabellone principale supera il primo avversario facilmente, poi perde dall’australiano Phil Dent al quinto e impara una lezione. Durante il match arbitro e giudici di linea commettono errori a non finire, “ …chiamavano out palle dentro di quindici centimetri”. McEnroe è abituato ai tornei di categoria, dove ci si arbitra da soli, e per tutto il tempo si rivolge direttamente a Dent con frasi tipo “…hey, non posso accettare questo punto. Rigiochiamolo”. Ma l’australiano non fa una piega, non apre bocca e vince. Alla stretta di mano Phil gli dice: “Giovanotto, adesso sei tra i professionisti. Gioca secondo quello che dicono e se hai delle obiezioni parlane con i giudici”. Non sa ancora fino a che punto sarà preso in parola, lo scoprirà solo qualche settimana dopo nel modo più doloroso.

Al Roland Garros vince il torneo juniores davanti a tre spettatori e il titolo del doppio misto con l’amica Mary Carrillo. Occupa il tempo rimanente scoprendo Parigi, poi raccatta le sue carabattole e attraversa la Manica, direzione Church Road, “…dove almeno parlavano una lingua vagamente simile alla mia”. Londra è più cara di Parigi e John condivide per tre sterline a notte una camera con altri quattro tennisti di belle speranze. È una specie di campeggio al coperto e la dieta base consiste in pizza e gelati. Calorie a poco prezzo. Siamo a una svolta decisiva. Si tratta di un evento minore, qualcosa che al momento sembra non avere importanza. Ma è il battito d’ali che scatena la tempesta.

Mac gioca il primo turno di qualificazioni per il Queen’s, l’incontro si disputa su un campo di legno al coperto perché piove e il suo avversario è il connazionale Pat DuPré, lo stesso che due anni dopo negherà ad Adriano Panatta le semifinali di Wimbledon. McEnroe sfrutta il talento innato nell’anticipo per dominare il primo set ma alla pausa una donna fra lo sparuto pubblico prende ad insultarlo pesantemente e non smette più. Frastornato, John cede 7-6 al terzo prima di scoprire che la molestatrice altri non era che la moglie del suo avversario. Niente Queen’s, il fato ha altri disegni. “La mia sconfitta nel match contro DuPré si trasformò in una fortuna: se fossi passato non credo che avrei avuto il tempo di partecipare al torneo cercando nel frattempo di qualificarmi per Wimbledon. Quindi, grazie di cuore, signora DuPré!”.
Le qualificazioni del Torneo dei Tornei sono un girone dantesco che si disputa sui campi del Roehampton Club, sole, vento o pioggia che sia. Mac rischia di perdere subito ma sopravvive e vince sotto l’acqua, contro il francese Gilles Moretton, l’incontro decisivo per l’accesso al tabellone principale. Alla fine è sporco di fango come un mediano di mischia al Sei Nazioni. Irlandese, ovvio. Mary Carrillo ha un ricordo netto di quei momenti. “Migliorava continuamente, aveva una mano fatata e quell’incredibile primo passo… Appena lo vidi sull’erba pensai che avrebbe potuto essere grande. Solo non pensavo così grande…”. L’accesso a Wimbledon vale sessanta sterline al giorno di rimborso spese e la prima cosa che John fa sono i bagagli per trasferirsi al Cunard Hotel con Eliot Teltscher e Robert Van’t Hof. “Scegliemmo quello solo perché aveva due distributori del ghiaccio”. Del resto allora non c’era bisogno del dietologo o della camera iperbarica per essere un campione.

Nel tabellone dei grandi il Mandrake newyorkese si fa largo a spallate. Le immagini dell’epoca ce lo mostrano ancora paffutello, vestito Fila come Borg, mentre urla “Are you sure?” al giudice arbitro con le gote rosse di rabbia. Il servizio è ancora frontale, solo l’anno dopo inventerà quel suo movimento unico per ovviare al mal di schiena. Ma tempo sulla palla, nitidezza di traiettorie e creatività sono già quelle. El Shafei, Dowdeswell, Meiler e Sandy Mayer vengono annichiliti e nei quarti di finale va in scena il replay del match parigino contro Phil Dent. L’australiano lo ha battuto da poco, è un falco da erba duro come la pietra al pari di tutti i suoi connazionali, secondo i dettami dello spietato Harry Hopman. Spara la battuta e un secondo dopo è con gli artigli sulla rete.

Nel pomeriggio del 28 giugno 1977 i contendenti varcano la soglia del Court 1, per molti il vero Wimbledon, camminando affiancati a pochi metri dagli spettatori. John non è per nulla nervoso e vince il primo set con un ispirato 6-4. Oltre il net però c’è uno che non molla mai e pareggia i conti in un teso tie-break segnato da qualche chiamata dubbia contro il nostro. Quando l’australiano mette a segno il punto del pareggio McEnroe spacca in due la sua Wilson e la prende a calci fino alla seggiola. A Wimbledon non si può fare e il pubblico lo sommerge di fischi. Dent non crede ai suoi occhi, ha creato un mostro che ora non lo degna di uno sguardo e lancia improperi contro tutto e tutti. Lui ne approfitta per vincere il terzo.

“Mi ero messo in una brutta situazione, ma feci un profondo respiro e chiamai a raccolta tutte le mie forze”. Ed ecco, abbacinante, la qualità dei grandi: sapersi cavare dalle sabbie mobili quando la situazione lo richiede. Un parziale di 4 giochi a 1 per l’aggancio e un solo piccolo break al quinto spediscono il ragazzotto irlandese in paradiso. In semifinale lo attende un dio con la racchetta, d’acciaio come la sua volontà di vittoria, di nome James Scott Connors. Nessuno era mai arrivato così lontano partendo dalle qualificazioni. Nessuno. Il giorno seguente nell’atrio del Gloucester Hotel, la casa dei campioni, sono esposte le quote dei bookmakers sui possibili vincitori del torneo, John scorre la lista mangiando una coppa di gelato.

Borg 2-1

Connors 3-1

Gerulaitis 7-1

McEnroe 250-1

È forse in quel momento che McEnroe perde mezza semifinale. L’altra metà la lascia negli spogliatoi poco prima del’incontro. Connors aveva portato nel tennis la sua mentalità da pugile, aveva bisogno di odiare l’avversario per dare il meglio e quando John si avvicina con la mano tesa per salutarlo lui lo trapassa con lo sguardo, raccoglie il suo borsone e se ne va. “Si comportò come se non esistessi”. Supermac a distanza di decenni ricorda ancora distintamente i suoi pensieri in quel preciso momento. “Ma cosa c’entro io qui? Non posso vincere, non ce la faccio”. E invece, volendo, chissà cosa sarebbe potuto succedere. Con papà e Tony Palafox in tribuna perde netto i primi due set – “…faticavo persino ad alzare le braccia” – poi si accorge che Jimmy non è in gran giornata. Vince il terzo ma ormai è troppo tardi, game, set and match Connors. Non mancheranno occasioni di rivincita, sovente con l’intervento dei pompieri per spegnere le fiamme.

Da quel giorno John Patrick McEnroe junior non avrà mai più bisogno di girare con dieci racchette in spalla sperando di sentirsi chiedere se è un giocatore di tennis. Torna a casa, e al fido Doug basta uno sguardo per comprendere che le birre di poche settimane prima non avrebbero mai più avuto lo stesso sapore. Alea iacta est.


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Il ricordo di Beppe Merlo: la finale del 1955. Sceneggiate, crampi e match point

Oggi è venuto a mancare Beppe Merlo, ex tennista e grande amico. Vi farà piacere scoprire la storia della finale del 1955, persa la quale disse al rivale Gardini: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto”

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Per commemorare Beppe Merlo, grande tennista italiano degli anni ’50 e ’60 e scomparso oggi all’età di 91 anni, mi piacerebbe condividere con voi lettori questo articolo che ho scritto anni fa e lo riguarda molto da vicino. Beppe giocò una finale incredibile agli Internazionali d’Italia del 1955, perdendola contro il rivale Fausto Gardini. Ci furono polemiche, grandi colpi, match point falliti e alla fine un clamoroso ritiro per crampi. Che la terra ti sia lieve, Beppino.

Io avevo sei anni e avevo pianto calde lacrime quando al mio amato CT Firenze della Cascine (dove avrei fatto raccattapalle, giudice di linea, segnapunti al tabellone, arbitro, ufficio stampa e direttore di torneo) pochi giorni prima degli Internazionali d’Italia mi era stato detto che ero troppo piccolo per fare il raccattapalle di quella finale fiorentina. La stessa che si sarebbe giocata poi a Roma e che avrebbe avuto analoga conclusione: Merlo si era ritirato per crampi anche a Firenze, ma al quinto set, non al quarto. C’era chi sosteneva che fossero crampi psicosomatici, più che di pura fatica. Beppe Merlo mi aveva insegnato il rovescio a due mani, quando mio padre che era suo amico lo aveva accompagnato al muro del circolo, dove io passavo ore e ore a cercare di far passare la palla sopra la riga bianca segnata sul muro rosa-marrone all’altezza della rete. Merlo venne insieme a un tenniste svedese, Johansson… e vide che giocavo solo di dritto, perchè la Maxima era troppo pesante. Mi spiegò allora come impugnare il rovescio con una presa a due mani e ricordo bene – di quando si è bambini si ricordano le cose più incredibili – che mi disse: “Ubaldino, non fare il mio stesso errore! Metti la mano destra sotto la sinistra, se non vuoi perdere centimetri preziosi nel giocare il dritto…“.

Io non ho mai capito perchè avesse fatto quell’errore fino a che ho visto immagini di John Bromwich , l’australiano dello Stato di Victoria, formidabile soprattutto in doppio (finalista in 39 finali di Slam, fra singolare, doppio maschile quasi sempre con Quist e misto), ma comunque anche capace di vincere 2 Australian Open in singolare nel ’39 e nel ’46 e l’ultimo giocatore ad aver perso una finale di Wimbledon con il matchpoint (3) prima di Roger Federer con Novak Djokovic: ne ebbe tre contro Falkenburg sul 5-3 al quinto nel 1948. Ebbene Bromwich, classe 1918, quindi 9 anni più anziano di Beppe Merlo, era mancino, anche se batteva con la destra. E giocava il rovescio a due mani, il primo fra quelli che abbiano giocato una finale a Wimbledon dal 1877. Per lui, mancino, era normale tenere la mano sinistra sotto. Per Merlo non avrebbe dovuto esserlo. Io sospetto che ne fosse rimasto influenzato.

Un altro tennista australiano ancora più anziano, Vivian McGrath , classe 1916, viene ricordato per il suo rovescio a due mani. Era 11 anni più anziano di Merlo, vinse il campionati d’Australia nel ’37 battendo in finale proprio Bromwich, fu classificato n.8 del mondo da Wallys Myers che in quei tempi senza computer era il più autorevole compilatore di classifiche mondiali. Leggerete da molte parti nei primi resoconti di cronisti, titolisti o agenzie superficiali che Beppe Merlo era stato l’inventore del rovescio a due mani. Non è così. L’ecuadoriano Pancho Segura, che sarebbe diventato il coach e il guru di Jimbo Connors, giocava invece il dritto a due mani. Poi ci sono stati anche giocatori, e non solo Monica Seles o Marion Bartoli _ o la nostra Antonella Rosa, genovese che giocava il misto con Enzo Vattuone, altro genovese DOC (e mi ricordo un tennista romano, Maurizio Aracri che giocando contro la Rosa si lamentò così: “Aho, me pare de gioca’ contro a’dea Kalì con tutte quelle mani!”) – che giocavano dritto e rovescio a due mani. Vediamo chi di voi li ricorda… uno aveva per soprannome “Hollywood” perché pareva un attore.

Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi “Tennis Club”:  “Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio”. Mai visto uno che anticipasse la palla più di lui.

Quando vent’anni dopo vidi Andre Agassi rispondere di rovescio a due mani con quell’anticipo, mi tornò in mente Beppe Merlo. Che con un servizio modesto, ma stranamente difficilissimo da attaccare – era un movimento che lui aveva preso dal ping-pong, la palla schizzava via verso il basso con uno strano effetto e anche grandi campioni non riuscivano a dominarla – un dritto piatto che non era nulla di che, eppure batteva campioni attrezzatissimi.
Saltava sulla racchetta accordata di fresco – le accordava lui stesso – per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. “Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti” scherzava.

Di campioni di Wimbledon ne aveva battuti ben sei: Jaroslav Drobny, Vic Seixas, Budge Patty, Roy Emerson (che di Slam ne ha vinti 12), Neale Fraser e Chuck McKinley. Me lo raccontò lui stesso, con grande orgoglio, perché un po’ c’era rimasto male che la Federtennis non gli avesse mai garantito un lavoro una volta che aveva smesso di giocare da professionista. Quante volte i nostri dirigenti federali, di tutte le epoche, hanno mostrato poca riconoscenza nei confronti dei loro più grandi campioni: in questo va detto che Binaghi almeno con Pietrangeli e Pericoli si è ben comportato, anche se per la sua mancata conoscenza delle lingue era necessario che si dotasse di qualche “ambasciatore” che le parlasse. Peraltro “sposando” Barazzutti a vita, e avendo litigato aspramente con Panatta, ha poi ignorato Bertolucci, Zugarelli e altri . Tornando a Beppe Merlo io credo che se c’era un altro italiano che avrebbe meritato di essere incluso nella Hall of fame, questi era proprio Beppino Merlo. Non aveva vinto due Roland Garros come Pietrangeli, ma aveva vinto pur sempre 22 tornei internazionali. Battendo ovunque supercampioni.

Questa che leggerete ora, però, è la storia di una sua sconfitta.

 

A Gardini il titolo per un nuovo ritiro di Merlo

L’incontro deciso al quarto set dopo quasi tre ore di gioco, con il ‘bolognese’ colto dai crampi. Lo storico match ricostruito attraverso le cronache e le testimonianze dell’epoca

ROMA – Era dal 1934, quando l’ex raccattapalle divenuto ‘maestro’ Giovannino Palmieri aveva sconfitto il nobiluomo dai due dritti, l’ambidestro Giorgio De Stefani, che gli Internazionali non avevano più avuto una finale tutta italiana. Per arrivare a disputarla, certo contro pronostico, il ‘leone’ del Porro Lambertenghi Fausto Gardini aveva battuto l’americano Herbie Flam nei quarti e l’argentino Enrique Morea in semifinale, mentre il ‘virtussino’ di Merano, pupillo prediletto di Giorgio Neri, aveva compiuto exploit ancora più inattesi irretendo nelle sue trame imbastite su un’anticipatissima spazzolata bimane di rovescio – in tempi in cui a giocare con due mani c’erano soltanto lui e Pancho Segura, ma Segura giocava il dritto e non il rovescio con le due mani – e un dritto apparentemente debole, impugnato a metà manico eppur stranamente difficile da ‘contrare’, primo lo svedese Sven Davidson (poi re a Parigi nel ’57) e poi l’americano Budge Patty (campione in carica e vincitore d’un Roland Garros nel 1950).

Si erano incontrati due volte, quell’anno, i due rivali e avevano vinto una volta ciascuno. Del match di Firenze vi ho già accennato .Ma Gardini, n.1 d’Italia, era il favorito. Stavolta i due grandi rivali hanno dato vita ad un incontro memorabile, con un finale drammatico, perfino crudele, dopo una maratona incredibile alla fine della quale si registra perfino l’intervento dei carabinieri. Fausto, appoggiandosi a quel dritto poco elegante ma poderoso ed efficace, tutto di spalla, aveva vinto il primo set spendendo moltissimo e con un punteggio, 6-1, molto più netto di quanto fosse apparso il divario di gioco. Difatti aveva impiegato 25 minuti, un’infinità (nota dell’autore: a quei tempi non ci si fermava ai cambi di campo, non esistevano neppure le sedie. Rod Laver vinse anni più tardi una finale di Wimbledon, 3 set su 5, in 57 minuti).

Aveva speso molto il lungo, allampanato, magrissimo Gardini, e nel secondo set Beppino Merlo gli restituì la pariglia, con lo stesso identico punteggio, ma dopo scambi ancora più lunghi, tant’è che il set richiede mezz’ora. Merlo anticipava (anche se poi a rete seguiva di rado), Gardini preferiva rifugiarsi in una gara di corsa, affidandosi più alle gambe che al dritto e tentando di abbassare il ritmo con palle alte e lunghe, pur di sottrarsi a quei micidiali anticipi del suo avversario. Anche perché quando si avventurava a rete veniva inesorabilmente infilzato. Scambi sempre più interminabili, paziente gioco di scacchi fra due avversari che si conoscono troppo bene per darsi vantaggi, ma anche per dare uno spettacolo che, fra due incontristi naturali come Fausto e Beppe, non può essere all’altezza di quello offerto nei giorni precedenti.

Più passa il tempo e più Gardini si dispera. Merlo, che continua a non sbagliare mai, ed è infallibile soprattutto nel passante, sale sul 3-0. Ma nel quarto game ecco il primo incidente: Gardini protesta vivacemente perché Merlo, aduso a far cadere la palla subito dopo il servizio perché con la presa bimane non potrebbe altrimenti tirare il rovescio, in quell’azione – a suo dire – lo distrae non poco. L’arbitro gli dà ragione, fa ripetere un punto vinto da Merlo e Beppino si innervosisce fino a commettere un doppio fallo. Gardini non riesce però ad approfittare dell’incidente, né della piccola crisi del meranese che, vinto il terzo set (6-3) dalla durata record – un’ora! – mentre cresce spasmodica la tensione sia sul campo sia sugli spalti.

Dopo il terzo set c’è il riposo. Per raggiungere gli spogliatoi Merlo viene portato addirittura a braccia. Gardini, gli occhi spiritati nel volto ancor più ossuto, non pensa minimamente a mollare. Digrignando i denti, anzi, si rivolge ad arbitro e dirigenti FIT: “Guardate l’orologio! Dieci minuti, non di più… attenzione!” ha l’aria di minacciare. Intanto Merlo, su una panca, piange. Ripensa, chissà perché, alla decisione contraria dell’arbitro per quella palla vagante. Quasi non avesse vinto il set. Una reazione quasi isterica da parte di uno che non controlla più i nervi. Invece Gardini, nel cambiarsi i calzini, continua a lamentare: “Questo set non dovevo proprio perderlo“.

Il melodramma continua alla ripresa del gioco. Merlo rientra in campo addirittura sorretto da due infermieri. “Come un’eroina da melodramma dopo che il tenore è stato ucciso” scrive sulla Gazzetta dello Sport Luigino Gianoli. Il marchese Ferrante Cavriani scuote la testa: “Il prossimo weekend c’è il match di Coppa Davis contro la Germania…“. E raccomanda fermezze, energia e risolutezza all’arbitro Carlo Gatti. “Svelti, suvvia, siamo pronti?” incalza Gardini. Subito strappa il servizio a Merlo, che però non è per nulla finito. Controbreak. È soltanto al cambio di campo che Merlo è lentissimo. E Gardini freme. Tutti e due fanno a gara a chi perde più servizi. E nel mezzo qualche errore arbitrale, parecchie contestazioni a rendere sempre più incandescente il clima già torrido. 5-4 per Merlo che piagnucola ma dentro di sé probabilmente vede la vittoria vicina, soprattutto sul 30 pari, quando sbaglia invece una palla facile facile dopo due prodezze. Così è 5 pari e il pubblico è più schierato dalla parte di Gardini, sentendolo più ‘vero’ del suo rivale che accentua forse le sue sofferenze.

C’è un silenzio irreale all’undicesimo game, 6-5 per Merlo, quando Gardini si ritrova, sul 15-40, a fronteggiare due matchpoint. Ma proprio in quel momento il colpo di scena: Merlo cade a terra, rigido, con le gambe di legno, in preda a crampi spaventosi. Sembra proprio paralizzato. I fotografi si precipitano in campo, e così i raccattapalle a tirar su Merlo che non ce la fa. I carabinieri irrompono ad allontanare i fotografi. “Un Merlo di terracotta si avvia con le gambe rigide al posto di combattimento. Sembra un uomo meccanico che abbia perduto i contrappesi per mantenersi in equilibrio” scrive ancora Gianoli. Gardini annulla i matchpoint. Sul secondo Merlo è a rete, gioca una volée smorzata sul dritto di Gardini. Sembra imprendibile, la folla già grida, ma Gardini con un ultimo scatto la prende e passa Merlo che, nell’allungarsi si ‘incrampa’ e resta lungo disteso.

Questo non è giocare!” grida Gardini. Il Foro gli dà ragione, gli spettatori pensano alla commedia, fischiano sonoramente. Terzo matchpoint però per Merlo. Gardini annulla anche quello mentre Merlo cade di nuovo. Gardini è furibondo, la folla è inferocita. Finché il giudice arbitro Onorati decreta la vittoria di Gardini per ritiro di Merlo. L’annuncio si perde nel clamore, i fotografi non sanno se fotografare il viso ancora scuro del vincitore o quello disperato del vinto. Negli spogliatoi l’abbraccio tra i finalisti. Più disteso Gardini concede: “Beppe, sei stato sfortunato“. E Merlo: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto.

Gardini b. Merlo 6-1 1-6 3-6 6-6 rit (dopo 2h e 52m)

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Racconti

Dalla prima all’ultima classifica ATP: un viaggio nel tempo

Poco meno di 46 anni fa veniva stilata la prima classifica mondiale basata sui risultati ottenuti nei tornei. Chi era il numero 1? E chi avrebbe giocato le Next Gen Finals, se fossero esistite?

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Il 23 agosto 1973 è una data storica per il tennis. Quel giorno (un giovedì) l’ATP pubblicò la prima classifica mondiale basata sui risultati ottenuti dai giocatori nei diversi tornei disputati.

Le regole per l’attribuzione dei punteggi erano sensibilmente diverse dalle attuali. Per potercisi destreggiare era necessario possedere una laurea in numerologia e rudimenti di astrologia. Basti pensare che le categorie entro le quali erano suddivisi i tornei ATP erano sei contro le tre attuali (1000-500-250) e i criteri di attribuzione dei punti ai tornei erano legati al numero di giocatori partecipanti e al montepremi in palio. Solo verso la fine degli anni ’70 si giunse ad un sistema analogo a quello che oggi conosciamo e che, seppure non perfetto, ha quantomeno il pregio della chiarezza e della semplicità.

Pur con tutti i suoi difetti, la nuova classifica ATP sotto il profilo dell’oggettività era però sicuramente preferibile a quella precedente, che per decenni era consistita semplicemente in un elenco stilato da un autorevole giornalista sportivo sulla base delle proprie (in)sindacabili opinioni. Il giornalista in questione era il britannico Lance Tingay del Daily Telegraph – dal 1982 membro della International Tennis Hall of Fame – la cui classifica annuale dei migliori tennisti del mondo fino al 1972 costituiva l’unica che contasse.

 

Dall’estate dell’anno successivo tutto cambiò. In quei giorni chi scrive si godeva le vacanze estive in attesa di cominciare la terza elementare e quindi omise di commentare la Numero Uno (cit. Walt Disney) delle classifiche. Egli intende rimediare ora e, già che c’è, azzardare anche qualche parallelo con l’ultima. Iniziamo dalla Top 20 vintage.

Classifica Giocatore Età Nazione
1 Ilie Nastase 27 Romania
2 Manuel Orantes 24 Spagna
3 Stan Smith 27 USA
4 Arthur Ashe 30 USA
5 Rod Laver 35 Australia
6 Ken Rosewall 39 Australia
7 John Newcombe 29 Australia
8 Adriano Panatta 23 Italia
9 Tom Okker 29 Olanda
10 Jimmy Connors 20 USA
11 Jan Kodes 27 Cecoslovacchia
12 Paolo Bertolucci 22 Italia
13 Roger Taylor 31 GBR
14 Marty Riessen 31 USA
15 Tom Gorman 27 USA
16 Nikola Pilic 34 Jugoslavia
17 Cliff Richey 26 USA
18 Mark Cox 30 GBR
19 Roy Emerson 36 Australia
20 Karl Meller 24 Germania

Sotto il profilo numerico al vertice comandavano gli Stati Uniti con 6 giocatori seguiti dall’Australia con 4. Complessivamente gli statunitensi nella top 100 schieravano 23 rappresentanti contro i 16 degli australiani. Attualmente sono rispettivamente 9 e 6. L’Europa si consolava con il primo e il secondo miglior giocatore del pianeta, un rumeno e uno spagnolo. Il tennista rumeno attualmente meglio classificato è Marius Copil al numero 80, mentre la Spagna per curiosa coincidenza occupa ancora la seconda posizione grazie a Rafael Nadal.

Osserviamo che il fenomeno dei giocatori di vertice “agee” non è un’esclusiva della nostra epoca; quarantacinque anni fa 8 dei primi 20 tennisti avevano infatti trenta o più anni contro i 10 attuali. L’Italia tennistica godeva di ottima salute quantitativamente e qualitativamente. Come vedremo tra poco, a Panatta e Bertolucci si aggiungevano infatti nella top 100 altri due giocatori molto giovani: Tonino Zugarelli e Corrado Barazzutti.

Il numero 29 quel giorno era occupato da un ragazzo svedese di 17 anni: Bjorn Borg. Oggi è presidiato da Pablo Carreno Busta. A scanso di equivoci precisiamo che Roger Taylor era un ottimo tennista inglese per tre volte semifinalista a Wimbledon e una agli Australian Open e non faceva il batterista dei Queen a tempo perso.

CASA ITALIA

Attualmente l’Italia vanta sei giocatori in top 100 e diciannove in top 200. Nel 1973 erano rispettivamente cinque e otto.

Classifica Giocatore Età
8 A. Panatta 23
12 P. Bertolucci 22
41 A. Zugarelli 23
51 M. Mulligan 32
73 C. Barazzutti 20
148 E. Castigliano 27
151 E. di Matteo 24
175 P. Toci 24

Panatta in seguito giunse sino alla quarta posizione; Barazzutti alla settima, Zugarelli alla ventisettesima. Insieme a Bertolucci nel 1976 conquistarono la Coppa Davis. Martin Mulligan era australiano di nascita. Fu naturalizzato italiano nel 1968 e giocò per i nostri colori – non senza aspre polemiche – nove incontri di Coppa Davis. Aveva quasi 33 anni nell’agosto del 1973 ed era, per dirla nella sua lingua nativa, “past his prime”, ovvero in parabola discendente. Una parabola che aveva raggiunto il vertice nel 1962 quando fu nettamente sconfitto in finale a Wimbledon da Rod Laver che quell’anno si avviava a realizzare il suo primo grande Slam. Castigliano, di Matteo e Toci non riuscirono mai a entrare in top 100.

Nel 1973 non esisteva un torneo riservato agli under 21 e i più maliziosi probabilmente commenteranno che si stava meglio quando si stava peggio. Ma se fosse esistito chi si sarebbe classificato applicando le attuali regole? Il 31 ottobre 1973 i sette migliori classificati nati dopo il 31 dicembre 1951 erano (classifica – nazione):

  • Jimmy Connors (4 – USA)
  • Brian Gottfried (21 – USA)
  • Bjorn Borg (22 – Svezia)
  • Vijai Armitraj (26 – India)
  • Guillermo Vilas (31 – Argentina)
  • Raul Ramirez (32 – Messico)
  • Harold Solomon (58 – USA)

Primo degli esclusi Corrado Barazzutti, numero 73. Ranking medio 28 e mediana 26. Sei di loro raggiunsero la top ten (best ranking):

  • Connors (1)
  • Borg (1)
  • Vilas (2)
  • Gottfried (3)
  • Ramirez (4)
  • Solomon (5)
  • Barazzutti (7)

Armitraji si dovette accontentare (se così si può dire) della sedicesima posizione. Il ranking medio dei loro pronipoti (attualmente Tsitsipas, Auger-Aliassime, Shapovalov, Tiafoe, de Minaur, Ruud, Kecmanovic) è 39 e la mediana 30. Abbiamo pochi dubbi sul fatto che non esiterebbero un istante a sottoscrivere un contratto che gli garantisse la medesima carriera. Non gli stessi guadagni.

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Come ci sei riuscito, Richard Gasquet?

Storia dell’impresa più importante di una carriera mai sbocciata. Forse per ragioni diverse da quelle che in tanti sostengono

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Richard Gasquet - Montecarlo 2005 (foto @Gianni Ciaccia)

Quando Boris Becker puntò tutto sul rosso di Montecarlo

Come si poteva battere Roger Federer nel 2005, anno in cui lo svizzero sembrava ammantato da un’aura di invincibilità? Lo si può chiedere a Marat Safin e ad un match point mancato. Oppure a David Nalbandian e ad una caviglia storta pochi giorni prima. E se hai solo diciotto anni, se sei una speranza pronta ad esplodere, come puoi sognare di riuscire in quella impresa? Beh, facile! Basta chiederlo a Rafa Nadal. Ma qui si vuole fare un’eccezione, e chiedere questo ed altro a Richard Gasquet.

In realtà Richard Gasquet aveva già battuto Federer almeno una decina di volte prima di quel quarto di finale. Nelle penne dei giornalisti francesi. Lo aveva battuto quando, mentre Federer ancora non esisteva in quanto tale, già compariva in foto pedo-tennistiche sulle riviste sportive. Lo aveva battuto quando Federer era ancora un progetto di Federer eppure già si cercava il “baby Fed”. Per i francesi, che le balle ancora gli girano, l’esaltazione verso il ragazzino tacciava Roger quasi come un incidente di percorso, un ponte tra l’era Sampras e quella Gasquet.

 

Quando a Montecarlo i due si affrontarono nel loro quarto di finale, però, i francesi fecero perfettamente i francesi. Minimizzarono (“sans dire…”). Dopo avere esaltato il loro galletto, iniziarono a dargli del pulcino. Dopo avere tanto osannato il prodigio Richard, improvvisamente assunsero l’aria di chi sapeva benissimo cosa fosse la realtà. L’avversario, il Gasquet vecchio, non perdeva da quella omerica semifinale di Melbourne. Veniva dal filotto Rotterdam, Dubai, Indian Wells e Miami. Numero uno del mondo in una maniera indecorosa. All’orizzonte del sole maestoso e svizzero non c’era nulla e le ombre del suo radioso dritto si proiettavano così a lungo da fare il giro del globo.

Perciò quando i due iniziarono il loro match nessuno si aspettava di assistere al cambio della guardia, giusto per usare un’espressione abusata. Ci si aspettava soltanto una partita di tennis che ci avrebbe detto cosa aveva da dire, a sua volta, Richard. Il rovescio di Gasquet incantava e mortificava. La velocità con cui la palla rimbalzava addosso al suo lato sinistro, innamorava. I numerosi gratuiti che commetteva (l’età…), intenerivano quasi come il cappellino all’indietro e l’acne da telefilm e giacche di jeans. Non che Federer da quel lato tirasse meno forte, ma vedendo i due scambiare su quella diagonale si intuivano gli opposti sentimenti.

Da un lato c’era l’insofferenza, il desiderio di ribellione e di libertà dello svizzero, le quali si esprimevano in quel dritto, vendemmia 2005, annata che forse non si vedrà mai più su di un campo da tennis. Dall’altro la serenità compiaciuta di Gasquet, che non era lì per vincere, ma per farsi vedere con indosso il suo vestito migliore. Il suo godere di se stesso, con i limiti di un tennis imberbe. L’estetica racchiusa in uno scantinato di sogni, pronta a diventare legge. Da un lato la fretta elvetica di dover dire qualcosa al tennis ed al mondo prima che il tempo finisse. Dall’altro chi non ha bisogno di correre contro i record di Laver e Borg, chi non ha fatto ancora il suo debutto in società e prima di farsi vedere sulla scena passa le ore ad aggiustarsi i capelli.

E l’inizio fu quello che ti aspettavi da un diciottenne. Qualche errore, un paio di gradevoli saette (non solo dal colpo buono) ma dall’altra parte c’era uno che seppe scappare subito avanti. Richard giocava bello, ma il bello di Federer era più coerente con il match.

Federer avanti due giochi a zero. Gasquet perse il servizio senza protestare, senza far trasparire frustrazione. Routine di un incontro che sarebbe stato dominato secondo tutti. Per comparire, il pathos di un match memorabile, sarebbe bastato attendere il game successivo. Federer breakkato, la rivoluzione francese può cominciare. Dal terzo game del primo set iniziò un match differente, in cui Gasquet procedette ad ondate irregolari e destabilizzanti. Federer salvò il set al tie break dopo essersi trovato anche sotto. Stereotipo vuole che strappato il primo set, il tennista più forte trovasse il secondo in discesa. Invece Federer iniziò ad imballarsi. Dall’altra parte della rete, ad ogni gioco e ad ogni punto, si ritrovò contro un avversario diverso. Tra le risposte irreali ed i gratuiti del francese Federer smise di essere il centro dell’universo, e come gli sarebbe accaduto in futuro con più frequenza, avrebbe perso dritto, pazienza ed incontro.

Nel secondo set perse tre volte il servizio. I colpi di Gasquet lo allontanarono sempre più dal campo e dalla amata linea di fondo, sempre più pericolosamente prossimo ai teloni fino a farlo uscire dal centrale del Country Club non solo perché sconfitto, ma anche perché non erano più tutti lì per lui. In campo c’era solo Richard, nel bello e nel brutto. Quando sbagliava e faceva il broncio le mamme francesi lo volevano consolare. Quando folgorava lo svizzero, e la regia inquadrava Gasquet senior, tutti i Papà Goriot si inorgoglivano del figlio di Francia. Sugli spalti l’alone di invincibilità di quel Federer fece parteggiare lo stadio per il francesino di Beziers, in una maniera che raramente si sarebbe vista in futuro.

La cronaca racconta di un terzo set in cui Federer si arrampicò al tie break, sprecò tre match point e infine fu giustiziato proprio da un rovescio, giocato da talmente lontano da non vederne il punto di origine. A rete, Richard non avrebbe voluto stringere la mano dell’avversario, bensì fare dorso e dorso: gli sarebbe stato più congeniale, ma sarebbe suonato poco urbano ed un filo irriverente.

Richard Gasquet – Montecarlo 2005 (foto @Gianni Ciaccia)

Allora pare legittimo rivolgere anche a lui, a Richard Gasquet, la domanda su come si potesse battere quel Federer 2005. Ascoltare, imparare da uno dei quattro mortali (forse tre mortali e mezzo) che riuscì a macchiare una stagione tennistica rimasta nella storia. Ciò nonostante, raramente al nostro viene offerto un microfono per raccontarci di quell’impresa. Forse perché da quel momento ne avrebbe perse 17 su 18 contro Roger. O perché perse in semifinale, contro un ragazzino pari età col quale vinceva da junior, e con lui sono state 16 su 16 le volte in cui è uscito dal campo a testa bassa.

A distanza di quattordici anni da quel 15 aprile 2005, lo sconfitto di quel giorno è il numero uno del 2019, mentre Richard non gioca da sei mesi, raccoglie i cocci e aggiusta un’ernia che lo ha costretto ad operarsi. Nel mezzo infiniti infortuni, un bacio alla cocaina ed una nazione che lo ha in parte abbandonato. Il titolo di “baby Fed” se le sono passati in tanti dopo Richard, con fortune alterne anch’essi, ma nessuno di questi porta al collo lo scalpo di un Federer 24enne.

Come ci riuscì Richard? Non è facile da spiegare, ma una cosa può essere detta, e cioè che ci riuscì lui: perché se omaggi pur arrivarono dall’altro lato del campo, essi non furono quelli del Federer contemporaneo, quello che ogni tanto si alza dal lato del letto sbagliato. E va anche detto che non ci fu una tattica particolare, una variazione che il francese produsse quel dì e che non sarebbe più riuscito a produrre in futuro. Giocò dietro, stando sempre vicino agli affezionati teloni di fondo, sempre sbracciando ad un soffio dal naso dei giudici di linea.

Vinse lo stesso Richard Gasquet che abbiamo in seguito conosciuto, che avrebbe vinto tanto ma anche perso troppo. Il tennista che sarebbe stato numero 7 del mondo, ma del quale si è sempre percepita l’infinita distanza dai migliori. E allora perché riuscì in un’impresa come quella ed è riuscito anche a non dare seguito a quel giorno, a restare un’opera sublime ma incompiuta? Si dice spesso che Gasquet abbia ricevuto, sin da bambino, troppa pressione, generato troppe aspettative per un movimento tennistico che produce infiniti, ottimi giocatori, ma mai il migliore. Ma chi dice questo non vede al di là dello specchio. Non lo attraversa, non lo capovolge: si gira sul dritto e non gioca il rovescio, errore mortale se si vuole parlare di Richard.

Chi sostiene questo non osserva che proprio il match contro Federer è stato quello maggiormente a ridosso di quelle pressioni, di quelle aspettative. Quell’incontro si disputava mentre Richard Gasquet aveva ancora nell’orecchie le promesse che altri facevano di sé, l’eco paterna dei suoi sogni e quella della stampa. Il Gasquet che scendeva in campo, nel tardo pomeriggio monegasco, era fresco di illusioni, plasmato da esse in quel tennis bellissimo, incostante ma impossibile. Il Gasquet che batté Federer era più prossimo al bambino che provava i colpi chiuso nella sua stanza contro avversari invisibili che non ad un tennista che si scontra con uomini in carne ed ossa, lui esistenzialista e gli altri stoici. Oppure era più somigliante al bambino che un giorno dovette smettere di fantasticare per posare davanti all’obiettivo di Tennis Magazine, descritto come un profeta, ritratto mentre la palla gli cade a sinistra e lui allena il passante di rovescio che gli avrebbe dato quel match.

Il Gasquet che nel 2005-2007, dai 18 a 21 anni, viveva le sue migliori stagioni tennistiche, a differenza di quello odierno sembrava credere in un sogno infantile e se ne è nutrito come di un latte materno. Sarebbe poi venuto lo svezzamento e la realtà, le cure di allenatori che non lo hanno mai migliorato ma che gli hanno solo dimostrato come nel tennis moderno potesse far molto, ma non tutto. Sarebbero venute le inevitabili sconfitte a cancellare dalla sua mente la comprensibile utopia di essere alle volte Federer, alle volte Nadal, alle volte entrambi e contemporaneamente. Le sconfitte se le sarebbe lasciate sì alle spalle, ma come mattoni a costruire il muro che lo avrebbe separato da quell’entusiasmo. Quel giorno del 2005, a 18 anni, dovette dimenticare solo i primi due games perduti male per creare il suo capolavoro. In futuro sarebbe stato molto più difficile.

Le ali che lo fecero volare nell’aprile 2005 divennero troppo ingombranti per conviverci ogni giorno, specie quando allo specchio Richard le ha viste rattrappirsi. Il sogno che le alimentava, il carburante della gioventù e del non sentire alcun limite si è esaurito e Richard è rimasto a terra, a contare sulla propria fatica quotidiana. Un po’ albatro, un po’ gabbiano ipotetico. Non un sogno che ti si è posato sulle spalle e te le ha piegate per la sua ambizione, ma un sogno che, finché vivo, lo ha sollevato in alto. Il perfetto contrario di quanti tanti sostengono. In altre parole, il perfetto rovescio.  

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