Lo Slam racconta: Wimbledon '77, fermate John McEnroe!

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Lo Slam racconta: Wimbledon ’77, fermate John McEnroe!

Al via una nuova rubrica che alla vigilia degli Slam vi racconterà episodi noti e meno noti sui tornei che più di tutti hanno scritto la storia del nostro sport. Ecco il racconto dell’estate che trasformò un anonimo adolescente di Brooklyn nel genio del tennis moderno

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Maledizione, com’è successo? O almeno, quando? Dov’è lo stacco temporale, la cesura che fa apparire quelle immagini di quarantun anni fa come fossero preistoria? Palline bianche, calzoncini attillati, racchette di legno… Se non fosse per il colore potrebbero essere immagini degli anni ’40 o giù di lì, quando ancora nel nostro magico sport era l’abilità del giocoliere, e non la forza bruta, a contare. Oggi pas de finesse. The Times They Are A-Changin’, per dirla con un recente premio Nobel, quindi eccoci qui. Ai tempi di questa storia qualcosa stava proprio cambiando. Jimmy Connors portava livelli di violenza e aggressività fino allora sconosciuti nel tennis, Borg spazzolava drittone e rovescio a due mani con dinamiche nuove e la lotta per il trono era cosa loro. Ma il terzo uomo stava arrivando.

Qualche mese prima dell’edizione del Centenario di Wimbledon il nostro protagonista ha compiuto da poco diciott’anni e nel settembre seguente frequenterà l’università a Stanford, sulla West Coast. È rosso di capelli, svelto di mano, con la predisposizione alla baruffa tipica degli irlandesi. Si chiama John Patrick McEnroe Junior e il suo braccio sinistro compie mirabilie. Quella primavera la federazione statunitense di tennis gli ha appena dato il via libera per disputare i tornei europei quando, carico come una molla, corre alla Port Washington Academy – dove si allena sotto la guida di Harry Hopman e Tony Palafox – per chiedere consigli al più scafato del gruppo.

 

Questi è newyorkese come lui, ha una folta criniera bionda e origini lituane. Fra non molto tutti lo conosceranno come “Broadway” Vitas. Ecco le sue parole: “Te lo dico io cosa ti succederà al tuo primo Open di Francia. Il tuo avversario sarà un tennista europeo di cui non hai mai sentito parlare che ti farà un culo così”. La sera prima di partire John la passa con l’amico di sempre Doug Saputo. Stranamente i due non sono molto loquaci, nell’aria appiccicosa di Douglaston c’è un’atmosfera strana, sospesa fra presente e futuro. I tiri a canestro accompagnati da un paio di birre sono un rito di passaggio ed entrambi ne sono consapevoli. Nulla sarà più come prima.

Quando sbarca all’aeroporto De Gaulle di Parigi ha con sé un borsone, cinquecento dollari arrotolati in tasca e un fascio di racchette sottobraccio. John si sente smarrito, sotto la sottile scorza di durezza newyorkese la carne è ancora tenera. “Nessuno parlava la mia lingua, mi sembrava di essere in una scena di ‘Ma guarda un po’ ‘sti americani’. Chevy Chase e Beverly D’Angelo pranzano in un ristorante. Lui le sorride entusiasta: ‘Vedi come sono gentili, cara?’ Mentre il cameriere dice in francese ‘Stupido stronzo americano'”. Al Roland Garros supera l’ultimo turno delle qualificazioni passando una notte insonne, perché l’incontro decisivo era alle 8.45 del mattino e temeva di non svegliarsi. “Mi potreste svegliare? Chiesi all’impiegato della reception. Mi rispose in francese, ‘Và a farti fottere’, scommetto”.

Nel tabellone principale supera il primo avversario facilmente, poi perde dall’australiano Phil Dent al quinto e impara una lezione. Durante il match arbitro e giudici di linea commettono errori a non finire, “ …chiamavano out palle dentro di quindici centimetri”. McEnroe è abituato ai tornei di categoria, dove ci si arbitra da soli, e per tutto il tempo si rivolge direttamente a Dent con frasi tipo “…hey, non posso accettare questo punto. Rigiochiamolo”. Ma l’australiano non fa una piega, non apre bocca e vince. Alla stretta di mano Phil gli dice: “Giovanotto, adesso sei tra i professionisti. Gioca secondo quello che dicono e se hai delle obiezioni parlane con i giudici”. Non sa ancora fino a che punto sarà preso in parola, lo scoprirà solo qualche settimana dopo nel modo più doloroso.

Al Roland Garros vince il torneo juniores davanti a tre spettatori e il titolo del doppio misto con l’amica Mary Carrillo. Occupa il tempo rimanente scoprendo Parigi, poi raccatta le sue carabattole e attraversa la Manica, direzione Church Road, “…dove almeno parlavano una lingua vagamente simile alla mia”. Londra è più cara di Parigi e John condivide per tre sterline a notte una camera con altri quattro tennisti di belle speranze. È una specie di campeggio al coperto e la dieta base consiste in pizza e gelati. Calorie a poco prezzo. Siamo a una svolta decisiva. Si tratta di un evento minore, qualcosa che al momento sembra non avere importanza. Ma è il battito d’ali che scatena la tempesta.

Mac gioca il primo turno di qualificazioni per il Queen’s, l’incontro si disputa su un campo di legno al coperto perché piove e il suo avversario è il connazionale Pat DuPré, lo stesso che due anni dopo negherà ad Adriano Panatta le semifinali di Wimbledon. McEnroe sfrutta il talento innato nell’anticipo per dominare il primo set ma alla pausa una donna fra lo sparuto pubblico prende ad insultarlo pesantemente e non smette più. Frastornato, John cede 7-6 al terzo prima di scoprire che la molestatrice altri non era che la moglie del suo avversario. Niente Queen’s, il fato ha altri disegni. “La mia sconfitta nel match contro DuPré si trasformò in una fortuna: se fossi passato non credo che avrei avuto il tempo di partecipare al torneo cercando nel frattempo di qualificarmi per Wimbledon. Quindi, grazie di cuore, signora DuPré!”.
Le qualificazioni del Torneo dei Tornei sono un girone dantesco che si disputa sui campi del Roehampton Club, sole, vento o pioggia che sia. Mac rischia di perdere subito ma sopravvive e vince sotto l’acqua, contro il francese Gilles Moretton, l’incontro decisivo per l’accesso al tabellone principale. Alla fine è sporco di fango come un mediano di mischia al Sei Nazioni. Irlandese, ovvio. Mary Carrillo ha un ricordo netto di quei momenti. “Migliorava continuamente, aveva una mano fatata e quell’incredibile primo passo… Appena lo vidi sull’erba pensai che avrebbe potuto essere grande. Solo non pensavo così grande…”. L’accesso a Wimbledon vale sessanta sterline al giorno di rimborso spese e la prima cosa che John fa sono i bagagli per trasferirsi al Cunard Hotel con Eliot Teltscher e Robert Van’t Hof. “Scegliemmo quello solo perché aveva due distributori del ghiaccio”. Del resto allora non c’era bisogno del dietologo o della camera iperbarica per essere un campione.

Nel tabellone dei grandi il Mandrake newyorkese si fa largo a spallate. Le immagini dell’epoca ce lo mostrano ancora paffutello, vestito Fila come Borg, mentre urla “Are you sure?” al giudice arbitro con le gote rosse di rabbia. Il servizio è ancora frontale, solo l’anno dopo inventerà quel suo movimento unico per ovviare al mal di schiena. Ma tempo sulla palla, nitidezza di traiettorie e creatività sono già quelle. El Shafei, Dowdeswell, Meiler e Sandy Mayer vengono annichiliti e nei quarti di finale va in scena il replay del match parigino contro Phil Dent. L’australiano lo ha battuto da poco, è un falco da erba duro come la pietra al pari di tutti i suoi connazionali, secondo i dettami dello spietato Harry Hopman. Spara la battuta e un secondo dopo è con gli artigli sulla rete.

Nel pomeriggio del 28 giugno 1977 i contendenti varcano la soglia del Court 1, per molti il vero Wimbledon, camminando affiancati a pochi metri dagli spettatori. John non è per nulla nervoso e vince il primo set con un ispirato 6-4. Oltre il net però c’è uno che non molla mai e pareggia i conti in un teso tie-break segnato da qualche chiamata dubbia contro il nostro. Quando l’australiano mette a segno il punto del pareggio McEnroe spacca in due la sua Wilson e la prende a calci fino alla seggiola. A Wimbledon non si può fare e il pubblico lo sommerge di fischi. Dent non crede ai suoi occhi, ha creato un mostro che ora non lo degna di uno sguardo e lancia improperi contro tutto e tutti. Lui ne approfitta per vincere il terzo.

“Mi ero messo in una brutta situazione, ma feci un profondo respiro e chiamai a raccolta tutte le mie forze”. Ed ecco, abbacinante, la qualità dei grandi: sapersi cavare dalle sabbie mobili quando la situazione lo richiede. Un parziale di 4 giochi a 1 per l’aggancio e un solo piccolo break al quinto spediscono il ragazzotto irlandese in paradiso. In semifinale lo attende un dio con la racchetta, d’acciaio come la sua volontà di vittoria, di nome James Scott Connors. Nessuno era mai arrivato così lontano partendo dalle qualificazioni. Nessuno. Il giorno seguente nell’atrio del Gloucester Hotel, la casa dei campioni, sono esposte le quote dei bookmakers sui possibili vincitori del torneo, John scorre la lista mangiando una coppa di gelato.

Borg 2-1

Connors 3-1

Gerulaitis 7-1

McEnroe 250-1

È forse in quel momento che McEnroe perde mezza semifinale. L’altra metà la lascia negli spogliatoi poco prima del’incontro. Connors aveva portato nel tennis la sua mentalità da pugile, aveva bisogno di odiare l’avversario per dare il meglio e quando John si avvicina con la mano tesa per salutarlo lui lo trapassa con lo sguardo, raccoglie il suo borsone e se ne va. “Si comportò come se non esistessi”. Supermac a distanza di decenni ricorda ancora distintamente i suoi pensieri in quel preciso momento. “Ma cosa c’entro io qui? Non posso vincere, non ce la faccio”. E invece, volendo, chissà cosa sarebbe potuto succedere. Con papà e Tony Palafox in tribuna perde netto i primi due set – “…faticavo persino ad alzare le braccia” – poi si accorge che Jimmy non è in gran giornata. Vince il terzo ma ormai è troppo tardi, game, set and match Connors. Non mancheranno occasioni di rivincita, sovente con l’intervento dei pompieri per spegnere le fiamme.

Da quel giorno John Patrick McEnroe junior non avrà mai più bisogno di girare con dieci racchette in spalla sperando di sentirsi chiedere se è un giocatore di tennis. Torna a casa, e al fido Doug basta uno sguardo per comprendere che le birre di poche settimane prima non avrebbero mai più avuto lo stesso sapore. Alea iacta est.


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La sorpresa dell’ultimo arrivato

Dal nulla, improvviso, fragoroso. Quando quello che non ti aspetti diventa quello che avresti sempre voluto. Due storie diverse che in realtà possono essere sorelle

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L’ultimo arrivato. Quello inaspettato, quello fortunato. Quello non pronosticato, quello non quotato. Indesiderato, non preventivato. Quello che, solo dopo, verrà amato.

Dammi Tre Parole. Sole, cuore e amore. Dammi il tormentone, quello di una estate. Valeria Rossi. Valeria chi? Ma è nuova? Lo spagnolo sostituisce l’inglese come lingua dominante del pop e i chitarristi rock perdono la guerra del testosterone con i rappers latinos tutto passando attraverso uno smart phone. L’attore che recita se stesso rimedia premi per la miglior recitazione, il Nobel per la letteratura finisce ad un folk singer che è il primo a pensare si siano sbagliati, al punto che devono quasi andarlo a prendere a casa per farglielo ritirare. Qualcuno aspetta che una gara di cavalli la vinca un levriero. Un uomo di colore diventa Presidente degli Stati Uniti e l’Argentina dopo il suo calciatore ha un proprio papa ed il Portogallo ancora no. La Grecia vince gli Europei di calcio ma con l’Europa il rapporto continua ad averlo conflittuale. Ulisse è solo il titolo di un programma televisivo.

 

L’inaspettato è dietro l’angolo, ma se là non fosse diverrebbe scontato perdendone l’essenza. Brasile. Terra di calciatori, spiagge. Ballerine impiumate su carri. Samba. Gente che se le suona danzando. Capoeira. Il mondo il Brasile vuol comprarlo così. Terra di cantanti tristi, di saudade, di piloti di F1 che non muoiono anche dopo morti. Splendide genie di pallavolisti, sport nazionale il calcio. Guga Kuerten nulla di tutto questo. Ragazzo del Sud, di Florianopolis, origine tedesche, riccioli biondi. Pelè è lontano, Baianos e Os Novos Caetanos anche. Guga gioca a tennis. Da l’impressione di poter giocare bene, ma non gli accade spesso.

L’8 giugno 1997, O Guga alza la coppa dei moschettieri. Inaspettato. Mai nemmeno preventivato. Una quindicina di giorni prima l’esordio al primo turno degli Open di Francia. Dosedel è asfaltato. I tornei prima di Parigi lo hanno visto giocar talmente male che ha deciso di tornarsene in Brasile a respirare un po’ di aria di casa su quella isola dalle cento spiagge, con la speranza possa servire a qualcosa. Al secondo batte anche Bjorkman e a quel punto c’è il match proibitivo con Thomas Muster. Ma qualcosa per farsi ricordare comunque l’ha già fatta a cominciare da quel completo giallo/blu riconoscibile forse come solo quelli usati da Borg ed Agassi ed i pigiama estivi fatti indossare al Nadal di inizio carriera. Ma soprattutto quelle gran botte di rovescio sono ad imprimersi nella mente.

Kuerten ha un rovescio ad una mano come di rado se ne sono e sarebbero visti. Vario, elegante, sempre incisivo, arma letale specie quello giocato in lungo linea. Oltre il rovescio, gran diritto, grandi gambe, gioco vario, spumeggiante, d’attacco. Guga diverte e si diverte. Tennis Samba imporrebbe dire il luogo comune. Muster è un cagnaccio su terra, potente, agonisticamente solidissimo, palla pesante, mancino. Tra i favoriti del torneo che ha vinto nel 1995, due anni prima. Kuerten sta incantando, ma si parla comunque del numero 66 che sfida uno dei giocatori più forti del circuito nonché specialista del rosso. Favorito Muster quindi ed infatti Guga vince in 5 set mostrando, corsa, testa e tanto tennis. E succede che il non pronosticato, l’ultimo arrivato è subito amato. Guga ispira simpatia e il suo dedicare ogni vittoria al fratellino con problemi di handicap rende tutti più buoni. Poi gioca anche un gran tennis che appassiona, emoziona.

Prossimo turno il russo Medvedev, altro giocatore che si esprime molto bene su terra. Altra battaglia in 5 set ed è ancora Guga che vince. Come tra i banchi di scuola il poema epico. Ai quarti di finale c’è Kafelnikov, vincitore dell’edizione precedente. Per quel che si è fin’ora, il tennis di Kuerten è bastante per fargli battere chiunque e non solo Kafelnikov, ma è sempre del numero 66 che si parla, quindi bisogna andarci piano. O Guga non va piano manco per niente ed anche Kafelnikov è domato in 5 set. Quello oramai amato diventa idolatrato. Nasce la KuertenMania, di giallo blu vestita e la ditta italiana che gli fa le maglie sentitamente ringrazia. A quel punto tutti aspettano la finale, visto che in semi c’è l’altra sorpresa il belga DeWulf. DeWulf non si azzarda nemmeno a mettersi di traverso e viene matato in 4 set che senza una mezz’ora di sonno da pigrizia brasiliana, sarebbero stati rapidi 3.

Resta la finale contro Sergi Bruguera, già vincitore di due Parigi. Il favorito d’obbligo è Bruguera, ma in realtà non ci crede nessuno. Quello non quotato è divenuto quello da tutti aspettato. Guga per ringraziare della stima, dell’amore ricevuto si concede la sua migliore interpretazione proprio nella recita conclusiva. Vittoria in tre set e Bruguera trattato come uno dei ragazzini della leva, sommerso da colpi di cannone, spada, fioretto e spargimenti di petali. Il biondo Guga Kuerten, detto O Guga, di giallo blu vestito, scarpe blu, racchetta blu, vince Parigi e scrive una delle storie più belle sull’effetto sorpresa del tennis degli ultimi anni. Ne avrebbe vinti altri due di Parigi e forse altri ancora se un infortunio non avesse deciso di mettersi tra lui e i più grandi tennisti di ogni tempo, lasciandogli un ruolo tra quelli che stanno subito sotto ai primi. Guga oggi continua a farsi amare, curando progetti per bambini brasiliani e sostenendo il tennis in quel Paese, cosa per la quale ha rinunciato anche ad importanti partnership come coach di importanti giocatori.

Quello mai quotato, quello che per quote ha rischiato. In un campo secondario di un torneo Challenger in un circolo tra la collina e il mare, si sta allenando l’ultimo vincitore di Wimbledon Juniores. Il mondo del tennis italiano punta molto su di lui, che non fa nulla per non farlo notare in ogni suo gesto. Dall’altra parte della rete, per sparring, è stato scelto un ragazzo palermitano che di quella città, ha la vivacità tutta nel braccio destro. Dalla sua racchetta gialla esce un tennis filante, vario, colpi tirati con estrema scioltezza. Il designato messia viene preso a pallate, non di rado scherzato, costretto, ingobbito a sbuffare, remare, inseguire aggrappato ad una presa bimane e ad un tennis monocorde, gli estri dell’altro. Pur denotando un caratterino presuntuoso niente male, quello sparring con la racchetta gialla, mai avrebbe immaginato che sarebbe diventato un giorno, per tutti il Ceck.

Una carriera fatta di medi e bassi. L’idea di poter diventare un buon giocatore specie da rosso Marco Cecchinato l’ha sempre data, ma diverse vicende anche extra campo lo han portato un po’ a rallentarne la crescita. Tra Challenger buttati via, qualcuno vinto, ogni tanto Marco fa capolino tra i tornei di prima fascia, con risultati difficili da leggere nel tabellone del secondo turno. A Bucarest finisce per l’ennesima volta eliminato nelle qualificazioni. Viene ripescato come lucky loser. Approfitterà del dono della sorte vincendo il torneo. Bucarest non è certo il Roland Garros, ma per chi prima di allora ha vinto solo pochi match nel circuito è Bucarest e non Parigi. Che val più di una Messa. Marco è in fiducia. A Roma batte Cuevas e perde di poco da Goffin. Con ottime sensazioni, si va a Parigi.

Primo turno: 10-8 al quinto a Copil, di tigna, corsa e diversi vincenti. Al secondo turno il ripescato argentino Trungelliti. Vittoria di carattere, di litigi e gran numero di vincenti. Sedicesmi contro Carreno Busta, seriale tennista boscaiolo spagnolo. Un tennista in fiducia e in buono stato fisico, tecnico e mentale quando non ha nulla da perdere può essere un cliente difficile. Cecchinato è tutto questo e si pensa possa farcela. Marco vince in 4 set, con Carreno Busta che guarda smarrito il suo angolo per chiedere come fare per arginare l’uragano siculo. Prossimo step Goffin, rivincita di Roma. Intorno a Marco qualcuno inizia a vederci una luce giallo blu e Palermo ricorda sempre più per rumori una città del Sud del Brasile. Goffin infatti battuto e la storia continua.

Ostacolo Djokovic, forse il Kafelnikov di quella storia già vista? Djokovic non è più il robot snodato recupera tutto dai nervi d’acciaio di qualche anno prima, ma sempre Djokovic è. Primo set dominato dal Ceck, secondo vinto di nervi. Terzo di riposo e si va al quarto che ha come epilogo il tie break. Il tiebreak ha la sceneggiatura di Stephen King e la regia di Hitchcock. Uno scappa nel punteggio, l’altro lo raggiunge supera per finir superato. Si arriva alla inevitabile alternanza set point/match point. Marco non sbaglia nulla, sembra uno che ha giocato mille battaglie simili. A questi livelli è solo la prima. Djoko i punti deve farseli lui che l’altro non ne sbaglia mezza.

Ennesimo match point, serve Djoko sull’11-12. Serve e segue a rete, Marco risponde lungo linea di rovescio, non irresistibile, ma il serbo copre la rete come il portiere del Liverpool la porta nella finale di Champions e la vita di Marco Cecchinato diventa un’altra cosa. Primo italiano dopo Panatta a vedere le semi a Parigi e nuovo spot vivente del tennis italiano. Quello inaspettato, non pronosticato diventa il più ricercato, il più richiesto, il nuovo faro del tennis italiano. Semifinale con Thiem. Gioco simile, più vario Cecchinato, più solido l’austriaco con un servizio che può fare la differenza. L’inizio è italiano, ma Thiem non molla e vince 7-5 il primo. Il secondo set è un braccio di ferro. Il Ceck malgrado tre set ponit, lo perde al tie break che tanto amico gli era stato con Djoko. Il terzo è una formalità e Marco lo gioca rivivendo il suo torneo e pensando ai ringraziamenti da fare nelle interviste post partita. Di interviste ne farà molte, perché Marco è il nuovo nome della lista degli ultimi arrivati.

Quelli non quotati, che trovi improvvisamente dove non ti aspetti. L’inaspettato, la sorpresa sono utili, danno brio alla vita. Il certo annoia, l’estemporaneità no e su questa ci si può perdere del tempo. Altrimenti Dio non avrebbe creato i bookmakers.

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Focus

50 anni fa Arthur Ashe scriveva la storia a Forest Hills. Il ricordo

Nel 1968 Arthur Ashe trionfava a Forrest Hills, divenendo il prima tennista di colore a vincere uno Slam. A 50 anni da quel successo ricordiamo cosa resta di un campione dentro e soprattutto fuori dal campo

Ferruccio Roberti

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Cinquanta anni fa Arthur Ashe vinceva gli US Open per la prima ed unica volta: una ricorrenza speciale, alla quale la stampa statunitense non poteva non dare la giusta attenzione in occasione del cinquantesimo anniversario di quel successo. Ricordare alle nuove generazioni di appassionati chi fosse questo campione e gentiluomo, che tanto ha fatto e rappresentato anche fuori dal campo di tennis per la comunità afroamericana, è un dovere assolto da tanti media statunitensi in questi primi giorni di torneo. Particolarmente bella è stata la rievocazione compiuta da Bruce Jenkins sul Chronicle. Ashe fu capace nel 1968 di vincere sui campi in erba di Forrest Hills in finale su Tom Okker, dopo una battaglia di cinque set, dando una spinta in alto definitiva alla sua carriera. Arthur, che poi avrebbe anche vinto gli Australian Open nel 1970 e Wimbledon nel 1975, divenne il primo tennista di colore – e ancora oggi è l’unico afroamericano ad aver vinto ciascuno dei tre Slam suddetti – a trionfare in un Major. Tra le donne, prima di lui, vi era riuscita Althea Gibson, vincitrice al Roland Garros nel ’56 e agli US Open nel ’57 e ’58, anni in cui i tornei erano aperti ai soli tennisti non professionisti.

Era un tennis totalmente diverso da quello dei nostri giorni: basti pensare che in quella edizione del 1968, la prima nella quale fu permesso ai professionisti di giocare, tornarono a partecipare campioni come Laver, Rosewall, Hoad e Gonzales, precedentemente interdetti per sei anni, a causa della loro scelta di non essere più amateur. Ancora in quella edizione, i tennisti al cambio campo non avevano a disposizione il minuto per riposarsi: le sedie sul campo non erano nemmeno presenti. Il premio di 14.000 dollari riservato al vincitore, poiché Ashe era ancora dilettante, andò ad Okker e Arthur dovette accontentarsi del rimborso di 28 dollari giornalieri, per un totale di 280 complessivi.

 

Ma non è certamente per i soldi che giocava un uomo come Ashe, divenuto in quegli anni esempio e stimolo per gli altri afroamericani a praticare il tennis. Non va dimenticato come il campione di tre Major fosse nato a Richmond, in Virginia, dove era frequente leggere cartelli con su scritto, fuori i circoli da tennis (e non solo), “solo bianchi, accesso vietato ai Colored” o, ancora, gli altrettanto vergognosi “no Negroes. Era davvero difficile, per i ragazzi di colore che lo volessero, intraprendere la carriera tennistica. Lo stesso Ashe ha ricordato come fossero difficili quei decenni, raccontando la situazione che si viveva e ha più volte meritoriamente ricordato l’importanza rivestta nella sua formazione tennistica dal suo mentore tennistico (che aveva già scoperto e lanciato Althea Gibson), il dottor Robert Walter Johnson.

Specie nel Sud segregato, – ha ricordato Ashe dopo aver concluso la sua carriera – se qualcuno dei direttori dei tornei poteva trovare la minima scusa per cacciar fuori i ragazzi di colore, era praticamente certo che l’avrebbe usata. Johnson cercava ragazzi che potessero sopportare la pressione mentale e non esplodere in campo, imparando ad approcciarsi con moderazione sia alla vittoria che alla sconfitta. Quando giocavamo non avevamo giudici di linea, ma solo quello di sedia. Ciascun tennista chiamava le palle vicine alla propria linea e ogni palla vicino alle righe già si sapeva sarebbe andata al nostro avversario. Non ci rimaneva che giocare senza innervosirci il punto successivo, tenendo dentro la frustrazione“.

Non va dimenticato che Ashe vinceva gli US Open in un anno, il 1968, molto tempestoso per la storia americana e segnato dagli omicidi di Martin Luther King e Bobby Kennedy. Erano molto frequenti le rivolte razziali nel terrritorio statunitense e molti attivisti della causa afroamericana, anche sportivi celebri (basti pensare a John Carlos e Tom Smith alle Olimpiadi di Città del Messico) avevano atteggiamenti pubblicamente nervosi e combattivi verso la società statunitense che segregava le persone di colore. Comportamenti che non appartenevano però all’indole calma e riservata di Ashe, che si trovò criticato da entrambi i fronti della battaglia razziale, come ricorda il campione e collega Stan Smith: “Arthur si ritrovò tra i due estremi, ma lui non cambiò, rimase sempre coerente ai suoi atteggiamenti: rispettoso di tutti e riflessivo prima di parlare“. Nel documentario “Signature Series“, dedicato ad Ashe, si ricorda come proprio nell’anno del successo a Forest Hills, il campione di tennis – nel corso di un meeting di 35 leader neri al quale partecipò – fu invitato da uno dei più influenti, Jesse Jackson, a perorare in maniera diversa la loro causa, usando toni meno pacifici. Arthur, viene ricordato, rispose serafico e impassibile: “Jesse, ma semplicemente io non sono un tipo arrogante come te!“.

Eppure Ashe fece concretamente tanto per la gente di colore, basti pensare a come prese a cuore la causa della segregazione razziale in Sudafrica, nazione nella quale per tre anni gli fu negato l’ingresso. Grazie ai successivi viaggi in quel paese, ebbe una notevole influenza nella sconfitta dell’apartheid nello sport; in Sudafrica è ancora considerato la più grande arma avuta a disposizione dal popolo per raggiungere l’eguaglianza anche in quel settore. Lo stesso Yannick Noah, il cui padre era camerunense, vincendo nel 1983 il Roland Garros ebbe a ricordare come fu introdotto al tennis, grazie alla promozione effettuata in Africa dal contingente statunitense guidato da Ashe.

Come chiosa di quanto fatto da Arthur, stroncato nel 1993 dall’Aids contratto dopo la seconda operazione al cuore alla quale dovette sottoporsi dopo il ritiro dal tennis, forse uno dei più bei ricordi è quello dell’ ex tennista e Hall of famer Charlie Passarel: “Credo che adesso finalmente la gente stia capendo il grandissimo ruolo avuto da Ashe nella lotta per i diritti civili. Ogni cosa da lui fatta è d’esempio, non c’è niente di cui lo si potesse davvero accusare. Ha cambiato le persone, ha cambiato il mondo“.

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Racconti

Impressioni di Londra: Federer e Gulbis, la ruga e lo spleen

Tennis e impressionismo. Piccoli ritratti in cui passano grandi cose

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Wimbledon. Lunedì. Seconda settimana. Federer contro Mannarino. Il prato è color smeraldo e il cielo una sua rifrazione. Siamo nel luogo più speciale del mondo. Dove nel 2001 è cominciato il Grande Incantesimo. Dalla vittoria al quinto set contro Sampras è cominciata la Dorian Gray Era. Quella del Tempo-Che-Non-Passa. Vincono sempre gli stessi. Gli altri giocano e Loro vincono. Gli altri smettono e Loro vincono. Noi invecchiamo e Loro no. Passano i presidenti, cambia la geografia del mondo ma affacciarsi sul centrale di Wimbledon vuol dire assistere all’illusione di un tempo immobile grazie ai gesti fluidi di un ragazzo svizzero, che anno dopo anno frusta con imbarazzante semplicità una generazione dietro l’altra di comuni mortali con la racchetta in mano. Giusto per capirci questi erano i primi dieci del mondo di quando Roger, dopo la partita con Pete, nascose il suo ritratto in soffitta: Kuerten, Safin, Sampras, Norman, Kafelnikov, Agassi, Hewitt Corretja, Enquist, Henman. Più o meno dei ricchi signori stempiati con le mensole piene di coppe, gli occhi pieni di ricordi e un presente noioso con cui convivere.

Guardo il primo set finire in diciassette minuti. Mannarino è leggerino ma ha un rovescio bimane di rara bellezza e un timing morbido a tuttocampo che rinuncerei volentieri alla mia macchina per poter colpire così la palla, anche solo per un giorno e disossare Giovanni Berardi, il maledetto metronomo autodidatta che ogni fine settimana mi ricorda che non c’è nessun legame tra il tennis dentro la mia testa e quello sulla mia racchetta. L’irrealtà di quei diciassette minuti sul centrale di Wimbledon riattivano l’incantesimo e come per incanto gli ultimi diciassette anni fuori da quel perimetro verde svaniscono. Giusto per dire le telecronache le facevano Clerici e Tommasi, L’Euro non era ancora una moneta fisica, Beppe Grillo faceva il comico, Carlo Giuliani era un bel ragazzo con un futuro davanti e in quel luglio del 2001 le Torri gemelle disegnavano ambiziose il futuristico skyline di New York. Incredibile. Ovunque ci giriamo il mondo si sbriciola o corre furioso inseguendo tecnologie digitali, tranne che nel centrale di Wimbledon dove i gesti di Federer, nonostante pesti come un fabbro, ci riporta addirittura ai tempi maivisti di Tilden [1] o del Barone von Cramm [2].

 

Uno dei prezzi da pagare per questo strano incantesimo è che da una quindicina d’anni la prima settimana degli Slam è diventata poco più che una palestra frequentata da 128 persone in cui tutti sudano, sognano, corrono e poi vincono solo in due, o tre. Un pessimo giallo in cui sai già che l’assassino è il maggiordomo. Mi faccio uno svogliato zapping sui campi e ritrovo incredibilmente un Gulbis che sembra intenzionato a ricongiungersi con il suo luminoso futuro ormai passato ma mai davvero arrivato. Per lui il tempo è passato di brutto. Ha la barba da boscaiolo, non ha nemmeno trent’anni e sembra già un ex giocatore. Ma in questo strano lunedì di Wimbledon sembra voler rubare un po’ di magia dall’aria. Il suo dritto ad Albatros ritrova la perduta convinzione e tira bombe piatte alternandole con le fiondate assassine del suo irraggiungibile top Spleen bimane. Il colpo che il giorno prima ha annichilito Zverev in uno scontro impari tra OldGen e NexGen. Una sintesi brutale della distanza tra il tennis inteso come gioco e come professione (e noia).

Nishikori può solo guardare il primo set volare via sotto gli occhi annoiati dell’incredibile moglie di Gulbis. Un essere angelico e inespressivo in grado di rendere erotici e irripetibili anche gli sbadigli. Intanto la pratica Mannarino finisce in tre set senza la macchia di un break svizzero. Sorrido perché il futuro sembra spostato anche per quest’anno ma poi il primo piano di Roger appare sullo schermo del mio pc. È nel corridoio che porta dal Centrale agli spogliatoi. Gli mettono un microfono davanti. Credo sia la prima volta che lo vedo così da vicino. Mi colpiscono gli occhi. Molto più grandi di quelli un po’ infossati che vediamo in partita. Di un vago verde bosco con più intelligenza che bellezza. Se i movimenti sul campo sono senza tempo, le rughe di espressione sul viso lo fanno molto più adulto dei suoi coetanei. Qualcuno deve avere aperto la porta in soffitta dove ha nascosto il suo ritratto. Nonostante tutti i giornalisti lo diano favorito per il titolo e sorridano entusiastici, lui ha l’espressione spaurita di chi l’ha scampata bella.

Mi colpisce il sudore. Lui che non suda nemmeno alla quinta ora sotto il sole australiano. Insomma sembra un comune mortale. Percepisco che il prezzo da pagare per mantenere l’incantesimo è alto, e capisco che non vincerà il torneo, e che la fine non è lontana. Mentre ovviamente Gulbis perde il secondo set, e s’infortuna, e si allontana per sempre dal suo futuro mai arrivato, aspetto con trepidazione un’altra inquadratura dello sguardo inespressivo della Moglie-Più-Bella-Del-Mondo e sposo in pieno la tesi di Picasso Petzschner, il più grande scrittore di tennis di questo universo [3] (dopo Gianni Clerici). Federer nel magico 2017 doveva cavalcare il momento e sfidare Nadal a Parigi puntando direttamente al Grande Slam. L’eventuale sconfitta non avrebbe tolto nulla alla sua carriera, avrebbe forse accelerato la fine ma reso ancora più luminoso il crepuscolo. Sono sicuro che quella sfida avrebbe alleggerito Federer dal sostenere il peso del Grande Incantesimo e avrebbe strappato un sospiro, o un urletto, anche a Lady Gulbis. Non mi sembra davvero poco.

[1] Qui la recensione de Il codice Tilden (Bottazzi L.)
[2] Qui la recensione del più bel libro mai scritto sul tennis, incentrato sulla figura del Barone von Cramm
[3] La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Lo strano caso di Picasso Petzschner

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