Un tonfo gigante (Crivelli). Anche questo è Roger (Azzolini). Il peso dell’età su un fenomeno che sembrava semieterno (Clerici). Federer si sgonfia, Rafa no (Mancuso). Federer choc, il Genio cade dal trono (Semeraro)

Un tonfo gigante (Crivelli). Anche questo è Roger (Azzolini). Il peso dell’età su un fenomeno che sembrava semieterno (Clerici). Federer si sgonfia, Rafa no (Mancuso). Federer choc, il Genio cade dal trono (Semeraro)

Un tonfo gigante (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Il Re è caduto. Il Re è distrutto. Federer non abita più qui. Un tonfo che viene dall’alto, dai 203 centimetri di un gigante buono cresciuto ai bordi della savana e capace, in quattro ore e 14 minuti non spettacolari ma intensissimi e palpitanti, di cancellare il passato e la storia fermando la corsa del signore indiscusso di questi prati. Anderson, il ragazzo di Johannesburg che adesso guarda l’oceano dalla sua casa in Florida, non era mai arrivato ai quarti a Wimbledon e soprattutto non aveva mai strappato un set al Divino in quattro precedenti: in un pomeriggio, realizza la sua rivoluzione gentile con 28 ace e 65 vincenti incisi della carne e nel sangue del più grande di sempre, perdipiù nel giardino di casa. Eppure, trascorsi 78 minuti nell’insolito scenario, per Roger, del Campo numero 1 (non ci giocava dal 2015), la partita assomiglia al solito tran tran delle sfide di prima: due set a zero (34 di fila, record suo eguagliato) per Federer, tornato a perdere il servizio dopo 85 turni di battuta ma in totale controllo tecnico e mentale della contesa. Poi, assecondando le ombre che le nuvole sopra il cielo londinese proiettano sull’erba ormai consumata, l’otto volte campione si ottenebra, perde brillantezza nel gioco di piedi, si illanguidisce in rovesci slice poco incisivi e soprattutto smarrisce il dritto (alla fine 22 gratuiti): «Era un giornata così, né buona né cattiva, una di quelle giornate mediocri che ti capitano in un anno, dove non riesci più a alzare il tuo livello quando serve». Ma i tormenti improvvisi, certo amplificati da un avversario che ritrova la battuta e anche la consistenza da fondo, possono evaporare se il Divino, sul 5-4 del terzo set, sfruttasse il match point sul servizio del sudafricano, che invece lo annulla con una prima seguita da un attacco profondo e vincente: «Lì – confesserà lo svizzero abbacchiato – ho capito che il match mi stava sfuggendo di mano». Più che il quarto set, deciso da un unico break, è il quinto a diventare l’epitome della frustrazione: Roger serve sempre per primo, per due volte arriva a due punti dalla vittoria e invece si consegna al break decisivo con un doppio fallo e un dritto sbilenco. Addio ai sogni, addio alla possibile nona sinfonia, per la quinta volta in carriera Fed perde una partita da 2-0 sopra e per la ventesima con un match point a favore: «Certo che sono deluso, non so se impiegherò mezz’ora o una settimana per dimenticarla. Non mi sento come se avessi un lavoro da finire qui, mi sembra che gli affari mi siano andati bene per me in passato, mi rivedrete l’anno prossimo. E comunque complimenti a Kevin». Meritati, meritatissimi, perché dopo la finale da semplice invitato agli Us Open dell’anno scorso, il numero 8 del mondo mostra grande solidità e consistente tenuta mentale: «A New York ero molto emozionato, tutto era così nuovo per me che in finale ho pagato la tensione. Credo di essere cresciuto molto nella gestione della pressione, anche se avevo perso i primi due set sono rimasto calmo perché mi ero accorto che tutte le parti del mio gioco si stavano rimettendo insieme»[SEGUE].

 

Il peso dell’età sui riflessi di Roger. Bravo Rafa (Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

Non tutti i giorni sono uguali, in particolare quando si raggiunge una certa età. E di conseguenza può capitare, come ieri a Roger Federer, di alzarti al mattino e sentirti addosso, all’improvviso, tutti gli anni addosso. Ti senti più pesante nei riflessi, fatichi anche dal punto di vista mentale a mantenere la concentrazione di fronte a un giocatore che sta disputando uno dei migliori match della sua carriera. Captare le energie, diventa più duro e rendere, essere più solidi nei momenti importanti può fare la differenza. Non è tanto aver perso il match point ma sono state le tante occasioni avute a disposizione e non concretizzate all’origine della sconfitta dello svizzero. A Federer sono mancate quelle energie nervose, quella determinazione, quel colpo decisivo che sono stati il suo leggendario marchio di fabbrica. È un peccato perché quando superi i 30-35 anni è l’età a precluderti tutto questo. Perciò a Roger è venuta a mancare la continuità contro Kevin Anderson. E invece per Nadal ci sono quei cinque anni di differenza nei confronti di Federer a consentirgli di vincere un match fantastico contro Del Potro: due campioni immensi non solo dal punto di vista tennistico, ma anche per lo spettacolo che hanno offerto. Lo spagnolo nelle parti finali del match s’è dimostrato più lucido e più pronto rispetto all’argentino, che per la maggiore stanchezza ha dovuto chiedere a se stesso prodezze che rasentavano la follia. Una battaglia senza esclusione di colpi, una lotta con due avversari che hanno finito il match senza più benzina: Nadal era più fresco, si capiva che aveva più qualità tennistica per rimanere nel match e addirittura è stato capace di ribaltarlo… [SEGUE].


Anche questo è Roger (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Perdere rende più umani, dicono. Ed è l’ultima cosa che uno vorrebbe sentirsi dire. Nello sport, nel tennis, l’umanità porta con sé un forte sentore di sconfitta, e sono quelli i momenti in cui Roger Federer preferirebbe essere un venusiano, o anche meglio, un vulcaniano con le orecchie a punta e la logica priva di ogni emozione, come mister Spock. Ma ha perso, e lo ha fatto nel modo più atipico possibile, ha perso dopo aver quasi vinto, autentica celebrazione dei peggiori capitoli della sua biografia onusta di aggettivi superlativi e di record imbattibili. Nel meglio, e nel peggio. È la ventesima volta, in carriera, che il Più Grande imbocca l’uscita dopo aver fallito un match point, e forse è un record anche questo. Dite, vi sembra umano gettare al vento partite già vinte? Occorre essere grandi anche per commettere simili sciocchezze, e Federer ieri, è stato a suo modo grandissimo. Va tutto per aria, per lui, e per gli altri. Per lo sciocchino la vittoria numero 99, i Championships numero 9, lo Slam numero 21. Per gli altri, gli uomini del torneo, salta la finale sognata, quella con Nadal, commemorazione del loro ultimo match su quest’erba, dieci anni fa; e come se non bastasse, vi è la certezza di una semifinale senza protagonisti di primo piano, da cui verrà una finale a sua volta disarmonica, con un favorito sicuro e un altro a far da sparring. Però, è vero, il tennis ama talvolta cambiare sceneggiatura, e normalmente quando lo fa succede tutto all’improvviso. Può indurre un Kevin Anderson a recitare nei panni del Leicester dello scudetto, e trasformarlo in pochi minuti da sicuro perdente a implacabile, incisivo, scrupoloso, pignolo, meticoloso cecchino. Capita. Anzi, è capitato ieri, e Federer non ha impiegato molto a capire che non sarebbe stata la sua giornata. «Non è stato il match point fallito a mandarmi in confusione. Su quello ho tentato un passante di rovescio affatto facile, ed è finito in rete. È stato peggio nel quarto set, quando ho avuto tre altre chance per andare al tiebreak togliendogli il servizio, e le ho sprecate malamente. Lì mi sono come irretito, e ho fatto fatica a rimettermi in carreggiata», la confessione di un Roger non così demoralizzato come era logico attendersi. Il nuovo contratto con lo sponsor giapponese, voglia o no la sua famiglia («Saranno i miei figli a decidere quando devo smettere», aveva detto in più d’una occasione), gli ha allungato ancora la carriera. Dovrà arrivare almeno ai Giochi di Tokyo, 2020. Dunque avrà ancora due Wimbledon per tentare di rifarsi. Dovrà rivedere alcune cose nella sua programmazione, però. I prossimi trentasette anni (l’8 di agosto) non incidono più che tanto nel fisico, ma certo si fanno sentire lassù, nella testa, fra i pensieri. Nella cosiddetta “tenuta mentale”. Il logorio si accumula rapido, e non ci sono formule magiche o allenamenti per sciogliere i grumi di fatica, i dubbi, le incertezze. Se vi va di analizzare queste ultime due stagioni federeriane, inarrestabile quella del 2017, più stentata questa ancora in corso, seppure nutrita di una nuova vittoria in Australia, non è difficile annotare che il nostro non regga più di due tornei nell’arco di un mese. A tre non arriva, li soffre, e sbrodola tennis come ha fatto ieri. Alla fine dell’anno scorso giocò e vinse a Shanghai e Basilea, giunse decotto al Masters di Londra e si fece mettere alla porta da Goffin. Quest’anno ha voluto inserire Rotterdam prima di Indian Wells e Miami, per il gusto (comprensibile, eccome) di riprendersi il numero uno: ha vinto in Olanda, ha fatto finale a Indian Wells ed è crollato in primo turno a Miami. Lo stesso è successo sull’erba, un anno fa perse subito a Stoccarda, poi vinse Halle e Wimbledon. Quest’anno ha vinto Stoccarda, ha agganciato una finale ad Halle, per farsi battere da Coric, e si è schiantato nei quarti a Wimbledon… Insomma, serve un’altra programmazione per i due anni a venire: due tornei e stop, uno per andare in forma, uno per tentare la vittoria. E se gli sponsor ne vogliono tre, decida in cuor suo quale sia meglio tralasciare… [SEGUE].


Federer si inchina a Anderson, all’asta il regno di Wimbledon (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Puoi chiamarti Roger Federer, essere avanti due set a zero nei quarti di finale di Wimbledon, avere un match point al decimo game del terzo set, e perdere. Nuovi trucchi escono dal cilindro del mago quasi 37enne, però questa volta il coniglio gli morsica la mano. Maledetto passante di rovescio in rete sul 6-2, 7-6, 5-4, il peggiore dei 92 errori forzati di un match appeso ad asciugare sull’inerzia del servizio. Al di là della rete, allampanato e spennacchiato come lo struzzo cui incredibilmente somiglia (non è una cattiveria: ostrich è il suo soprannome nel circuito), Kevin Anderson, sudafricano trapiantato in Florida, 202 centimetri nell’edizione di Wimbledon che guarda tutti dall’alto: Isner 2,07, Raonic 1,95, Del Potro 1,97 (il record del vincitore sono i 196 cm di Richard Krajicek, re 1996). Ma non è l’altezza di Anderson, finalista all’ultimo Open Usa (matato da Nadal) incapace di vincere un set nei precedenti con il maestro, il problema di Federer, che già in precedenza si era arreso sull’erba con un vantaggio di due set (con Tsonga, quarti 2011). Lo sono, piuttosto, l’inedita friabilità sulle palle break (convertito appena il 25% contro il 57% del rivale) e l’incapacità di chiudere un incontro già vinto, riaperto dalla resilienza di Anderson cui Federer nel quinto, sull’11-11 (fin lì senza palle break), ha fatto il regalo più gradito: doppio fallo (l’unico del match, però mortifero) e dritto sotterrato. 11-12 per lo struzzo, che ha chiuso con un servizio vincente (più 28 ace, 124 nel torneo). Finisce così, con la striscia spezzata di 32 set consecutivi vinti sull’erba e l’eliminazione più precoce del campione in carica svizzero dal 2013 (Stakhovsky, chi era costui?), l’inseguimento di Federer al nono titolo di Wimbledon, il 21° Slam, e con esso evapora (non tutti i mali vengono per nuocere) quel ben di dio di retorica legata ai successi dello svizzero in Church Road. È un addio? Neanche per sogno. Il padre di famiglia impacchetta moglie e prole e promette di tornare: «Considero questo torneo un lavoro non finito. Ci vediamo l’anno prossimo: voglio completarlo. Amo la vibrazione di questo luogo, qui ho splendidi ricordi. Certo sono deluso, dopo il primo set non mi sono più sentito al cento per cento, ma bravo Kevin: è stato più solido e resistente. Semplicemente è stato uno di quei giorni in cui speri di farla franca. E invece no. Però questa sconfitta mi motiva: stare qui seduto a spiegarvi perché sono stato eliminato è una delle cose peggiori che possono capitare a un tennista». Rischiava di essere il mercoledì della caduta degli dei, invece il numero uno del mondo Rafa Nadal riesce a riprendere per i capelli una battaglia epocale con l’argentino Del Potro, che finisce al quinto set zuppa di emozioni e dell’umidità del centrale. Match divertente ricco di colpi vincenti, ruzzoloni, volée in tuffo alla Boris Becker, colpi di scena. Lo spagnolo avanza in semifinale (e verso una finale zoppa: Anderson affronta l’americano trumpiano Isner nella parte alta del tabellone) contro il redivivo Nole Djokovic… [SEGUE].


L’ultima maratona di Federer, allergico alla soglia delle 4 ore (Paolo Rossi, Repubblica)

Il silenzio gelido, più del vento della giornata, cala su Wimbledon poco dopo l’ora del tè, e passa di bocca in bocca ancor prima che la notizia appaia sui tabelloni luminosi sparsi nel parco: “Roger ha perso”. Federer fuori da Wimbledon. E da chi: Kevin Anderson, il sudafricano di due metri finalista l’anno scorso a New York. Un altro dei super battitori. E in che modo, poi: rimontato dopo essere stato avanti due set a zero, con un match point mancato. Dopo quattro ore e quattordici minuti. Nei suoi 269 match negli Slam a Federer era accaduto sole altre due volte di essere rimontato, entrambe nel 2011: contro Tsonga a Wimbledon e contro Djokovic agli US Open. Ma il dato più duro da accettare, per lo svizzero, è quello che riguarda la durata del match: è stata la 13a volta in carriera oltre le 4 ore, e ha prevalso soltanto cinque volte. Non solo, le ultime due (Del Potro nel 2009 agli Us Open e Murray agli Australian Open 2013) erano già state dolorose. «No, non sono stanco. Non c’entra nulla» ha risposto lo svizzero. Certo è che le maratone non sembrano essere cucite per lo svizzero. «Giuro che stavo bene, ancora adesso non provo stanchezza, ma grande delusione, è terribile accettare questa sconfitta. Non so cosa sia accaduto, se è stato il vento o altro. Nel primo set le cose scivolavano via bene, poi ho sentito di non essere più al cento per cento». Per molti il 2-6, 6-7, 7-5, 6-4, 13-11 di Anderson certifica il tramonto dello svizzero, lo stesso che era già stato diagnosticato un paio di anni fa, prima che Federer smentisse gufi, critici e detrattori. D’altronde, prima di questi quarti di finale, il campione uscente non aveva mai perso il suo turno di servizio nelle precedenti sfide, per ben 85 volte. Anderson vi è riuscito nel primo game del secondo set, che poi ha comunque perso. Confermando anche un’altra curiosa statistica, quella che quando Federer conquista il primo “quindici” sul suo servizio, non lo cede mai… [SEGUE]. Il dubbio resta, proprio nel giorno in cui il grande rivale, Rafa Nadal, ha dovuto dare fondo – a sua volta – a tutte le energie per rimontare Juan Martin del Potro in un’altra maratona di tennis, durata quattro ore e quarantotto minuti (con il game decisivo, sul 4-3 in suo favore nel quinto set, durato oltre 12 minuti per difendere il suo servizio). Lo spagnolo si è dunque salvato, e in semifinale lo attende un altro classico, la sfida contro Nole Djokovic, uno di quei match di cui farebbe «volentieri a meno, perché Nole è sempre pericoloso»[SEGUE].


Il peso dell’età su un fenomeno che sembrava semieterno (Gianni Clerici, Repubblica)

Sarà difficilissimo anche per Roger Federer spiegare questa sconfitta, nel politichese della conferenza stampa, a colleghi dei quali la maggior parte non l’avrà capita. Non dico questo per essere presuntuoso, ma non credo che molti aficionados, se non gli scommettitori più ingolositi dalle quote, arrivassero a presagire qualcosa di simile. Per me, pur da lontano, penso che oggi Roger abbia sentito il peso dei suoi anni. È stato grandissimo nel nascondere soprattutto a se stesso la sua età. Nel passato, tanto grande da giungere a convincerci tutti di una semieterna giovinezza. Può anche darsi che continui, come certi uomini ignari di una gioventù ormai superata, cosa che qualche volta può riuscire. Oggi Federer ha ottenuto un match point dopo due ore di partita (distanza tipica dei match due set su tre), l’ha mancato, e due ore dopo era ancora sullo stesso campo, asciugato dal sole e limato dalle suole. Era in campo contro lo stesso avversario, indomabile grazie a una battuta di percentuali altissime, ma soprattutto incapace di credere che, dopo quattro ore di fatiche, un giocatore più anziano di cinque anni potesse batterlo. Quel che ha reso Kevin Anderson vincitore è soprattutto la differenza d’età. I suoi 32 anni, contro i (quasi) 37 di Roger. I quasi 37 hanno costretto Federer a non trovare i suoi soliti appoggi, soprattutto sul diritto, soprattutto nell’ultimo set. Un quinto set che ha visto, ad esempio, nell’ottavo game, uno scambio di 22 tiri, concluso in rete da un Federer che pareva aver trovato nella palla game la soluzione finale. Poiché sembra obiettivo non parlare solo delle insufficienze del vecchio, ma dei meriti del meno vecchio, noterò che l’abituale insufficienza del rovescio bimane di Anderson è stata superata grazie anche alla continuità della condizione fisica, mai venuta meno in più di 4 ore, esattamente 4 ore e 14 minuti. L’occasione determinante, al di là del punteggio, si è manifestata in coincidenza del primo doppio errore di Roger, nel ventitreesimo game del quinto set, che ha poi consentito il 13 a 11 finale. È possibile che una temperatura meno asfissiante non ci avrebbe rivelato l’età di un fenomeno che era parso superiore alle leggi umane. Ma, ripeto, non credo che Roger troverà nelle statistiche, nei servizi o nei rovesci, un’opinione più profonda della mia apparente banalità.


Federer si sgonfia, Rafa no (Angelo Mancuso, Messaggero)

Il re è nudo. Federer saluta Wimbledon nei quarti e la sua è una sconfitta che fa scalpore. Anche nel 2011, e sempre nei quarti, gli era capitato di essere avanti di due set e poi di perdere. L’avversario era Tsonga, ieri a metterlo in ginocchio è stato un gigante sudafricano di oltre due metri, Kevin Anderson, finalista degli US Open 2017: 2-6 6-7(5) 7-5 6-4 13-11 dopo oltre 4 ore. Sembrava tutto filasse liscio, seppur in uno scenario insolito per King Roger: si esibiva sul Court 1, dove aveva messo piede l’ultima volta nel 2015. Nel terzo set, sul 5-4, ha avuto un match point. Anderson l’ha cancellato con la solita randellata di servizio: lo svizzero ha steccato la risposta. È stato l’inizio del disastro, che si è materializzato nel quinto parziale, quando la sfida è diventata una maratona di servizi. Sempre in quel 2011 Federer aveva perso una semifinale agli US Open dopo essere stato in vantaggio di due set e con match point a favore, ma sul 5-3 del quinto. L’avversario era Djokovic. Quando il Divino ha messo in rete l’ultima risposta sotto di un break e detto addio per quest’anno al nono titolo ai Championships è calato un silenzio spettrale. Come 7 anni fa la sensazione è la stessa. Quella di un Federer a due facce: travolgente e sicuro, anche troppo, fin quando non cala l’intensità. L’avversario se ne accorge e inizia un’altra partita. Diventa vulnerabile, poco presente con la testa e con le gambe. Mostra il suo volto più emotivo: in carriera ha perso 20 partite dopo aver avuto almeno un match point. Indispettito stecca, la prima non è più veloce e precisa, risponde male mentre l’avversario cerca e trova i colpi della vita. La sua peggior versione in cui si vedono tutti i suoi anni: 37 e non è un dettaglio… [SEGUE]. Nadal non andava così avanti dal 2011. Sui prati non è imbattibile come sulla terra, ma non è semplice mettere a nudo i suoi punti deboli. Inoltre è in forma e ha mostrato la sua serenità quando si è trovato sotto due set a uno contro Del Potro. L’ha spuntata al quinto: 7-5 6-7 (7) 4-6 6-4 6-4. Domani troverà Djokovic. Il torneo sta confermando che il serbo migliora giorno dopo giorno e sembra che il processo di recupero sia a uno stadio piuttosto avanzato… [SEGUE].


Federer choc, il Genio cade dal trono (Stefano Semeraro, Stampa)

Il progetto della nona vittoria a Wimbledon di Roger Federer finisce a metà settimana, lontano dal Centre Court, sul Campo numero 1 dove non metteva piede da tre anni, nelle curve di una giornata lunga ma normale, né brutta né bella: il male della banalità, che spesso è la kryptonite dei geni. Cinque set (2-6 6-7 7-5 6-4 13-11) e quattro ore e 14 minuti lasciati nei quarti a Kevin Anderson, numero 8 del mondo, una finale da imbucato l’anno scorso a New York. Il sudafricano che non ti aspetti, il gigante gentile (203 cm) che in quattro precedenti non aveva mai vinto un set, e che ieri sembrava archiviato dopo i primi due dominati da Rog, glassati da due o tre-giocate deluxe: una demivolée sovrana, un pallonetto di rovescio che solo lui. Ma che ha «semplicemente continuato a crederci», salvando anche un match point – è la 20a sconfitta in carriera di Federer con un match point a favore -, riuscendo alla fine a spegnere la lanterna magica svizzera. Tanti ace (28), ma anche, soprattutto, tanti scambi vinti da fondo picchiando sul rovescio del Genio, passandolo a rete; dandogli occasione di sbagliare più del consentito, specie con il diritto: 22 errori gratuiti su 33 sono arrivati dal colpo migliore di Federer. È la quinta volta che Roger si fa scappare un match dopo essere stato avanti di due set; nel 2011 gli capitò sia qui a Wimbledon, contro Tsonga, sia agli Us Open, in semifinale contro Djokovic, anche allora dopo un match point a favore. Come è potuto succedere, campione? «Non so bene quando ho perso il controllo della partita», mormora il diretto l’interessato, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così di chi ieri si aspettava di raccontare tutta un’altra storia, di commentare la 13a semifinale a Wimbledon. «Direi dopo il match point (5-4 e servizio Anderson nel terzo set, ma gli è arrivata una bomba che non è riuscito a controllare con il rovescio, ndr). Oppure quando mi sono fatto breccare, poco dopo. Ci sono stati altri punti, qui e là, che non ho giocato come dovevo. Kevin è stato solido, ha resistito, all’inizio riuscivo a leggere il suo servizio, alla fine meno. In allenamento avevo le sensazioni giuste, non è una sconfitta che ho sentito arrivare. E non è stata una brutta giornata, ma una giornata normale, come ne capitano tante. Di solito riesci a cavartela. Stavolta ho sbagliato di più, non sono riuscito ad alzare il livello quando serviva»… [SEGUE]. L’ultima volta che Federer aveva detto bye bye così presto a Church Road era stato nel 2013, fulminato al secondo turno da Sergiy Stakhovsky: cinque anni fa. Fra un mesetto Federer di anni ne compirà 37; dopo la partita non era sfiancato, la sabbietta però filtra inesorabile nella clessidra, anche se il fresco contratto con i giapponesi di Uniqlo fa intravedere un gran finale alle Olimpiadi di Tokyo nel 2020… [SEGUE].

CATEGORIE
TAG
Condividi