Roger Federer segna 37 ma la febbre non vuole scendere

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Roger Federer segna 37 ma la febbre non vuole scendere

Roger Federer compie 37 anni. Campione oltre il tempo, lo svizzero continua ad accumulare record. E non intende fermarsi. Ma cosa ci piace esattamente di lui?

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Un anno in più per Roger Federer. Oggi compie 37 anni (con 20 anni di carriera). Quanto durerà ancora nel circuito? Tutti sperano il più a lungo possibile ma il tempo, inesorabile, passa anche per lui. Lui che, di miracoli contro Chronos ne sta compiendo a iosa, stupendo tutti e mandando in brodo di giuggiole i milioni di fans ed estimatori in tutto il mondo. Federer è amato, adorato, idolatrato e va bene. Poi, oggi, a 37 anni, con tutti i suoi nuovi record è sempre più il Dio dell’Olimpo del tennis, attorno a cui siedono le altre “semidivinità”, sempre pronte ad attingere dalla sua forza e dal suo esempio (vedi Nadal, Djokovic, Murray, Wawrinka). Attenzione però a Nadal. Il “Toro” di Manacor è colui che più di tutti, per ora, ha i superpoteri per raggiungerlo e, perché no, superarlo nei record, strappandogli forse un giorno lo scettro quando lo svizzero non ce la farà più a sostenere i ritmi del tennis dell’era 2000 e ad accumulare sigilli slam. In fondo, da 17 a 20, il passo è breve e non è poi una “mission impossible”.

Comunque, torniamo a Roger. Se dovessimo fare un paragone con la letteratura, diremmo che è l’Omero, il Dante e lo Shakespeare del tennis rispetto agli altri “poeti” della racchetta. Inimitabile, certo. Se i suoi numeri potranno forse un giorno essere superati o quantomeno eguagliati, il suo “essere” Roger Federer sarà unico nella storia. Tuttavia, siamo sicuri che del Federer di 37 anni ci convinca proprio tutto tutto? Eh sì perché forse, di questo 37enne dei miracoli, c’è anche qualcosa che ci lascia un po’ perplessi. Ma andiamo per ordine. Innazitutto, cosa ci piace così tanto e, in particolare, di Roger Federer?

 

MAGIE DI UN TENNIS DANZANTE – Inimitabile, davvero. In tutti i sensi e a 360 gradi. Leggiadro come una libellula, lo svizzero sembra che giochi a tennis a passi di danza. La sua grazia ricorda quella del celebre Fred Astaire oppure l’eterea geometria delle campionesse del nuoto sincronizzato. Dal servizio (imitato spudoratamente da Grigor Dimitrov), al dritto – accelerato, in controbalzo, incrociato – Roger si esibisce in esecuzioni perfette. Smorzate, soluzioni di polso, stop volley, tweener, smash e la recente SABR (sneak attack by Roger), nella maggior parte dei casi fanno scintille lasciando  gli avversari del tutto annichiliti. Ciò accade spessissimo anche in caso di sconfitta da parte del tennista di Basilea. Roger infatti è uno dei rari tennisti a divertire sempre e comunque il pubblico, riuscendo a mettere in campo tante delle sue ormai celebri “magie”, indipendentemente dal punteggio. Per non parlare del suo rovescio a una mano, una perfezione assoluta. In accelerazione, lungolinea, smorzato, incrociato, stretto e chi più ne ha più ne metta.

 

 

EDUCAZIONE  CRISTALLINA E CAMPIONE DI GENEROSITÀSempre impeccabile in campo, con gli avversari, con i fans e con la stampa. Finiti i tempi in cui il 18enne di Basilea dava in escandescenze e lanciava racchette. A partire dai 20 anni Roger Federer mette finalmente la testa a posto e attua una metamorfosi preziosa, diventando così un campionissimo di sportività e fair play. Per citare solo uno dei tanti premi a lui attribuiti, Federer ha vinto ben 17 volte lo Stefan Edberg Sportsmanship Award. Non solo. Grazie alla sua “Roger Federer Foundation” il campione elvetico da anni dà prova di grande generosità venendo in aiuto ai bambini dell’Africa, con l’obiettivo di assicurare loro un’istruzione scolastica e la pratica di attività sportive. In particolare, alcuni anni fa ha fatto costruire ben 81 scuole materne in Malawi, per un costo di 12 milioni di euro.

NUMERI DA CAPOGIRO – Ecco alcuni dei numeri più significativi che segnano la carriera dello svizzero:

N. 1 del mondo per 310 settimane (record). Record di 237 di fila al primo posto in classifica, dal 1° febbraio 2004 al 17 agosto 2008. Il 19 febbraio 2018, a 36 anni, 6 mesi e 11 giorni, ritorna n. 1 ATP diventando il più anziano n. 1 della storia.

1 Coppa Davis (2014, contro la Francia)

1 medaglia d’oro in doppio (insieme a Stan Wawrinka, Olimpiadi di Pechino 2008)

1 medaglia d’argento in singolare (Olimpiadi di Londra 2012)

1 Roland Garros

Record 20 titoli Slam (e altre 10 finali)

98 titoli vinti finora (secondo a Jimmy Connors con 109 trofei) e altre 51 finali disputate

Record di 8 Wimbledon (11 finali in tutto all’All England Club)

6 Australian Open

6 titoli alle ATP Finals (e altre 4 finali)

5 US Open

27 Masters 1000 (e altre 20 finali)

7 titoli a Cincinnati

9 sigilli ad Halle

23 semifinali consecutive negli Slam

43 semifinali nei tornei dello Slam

36 quarti consecutivi Slam

53 quarti Slam

Record di 67 tornei vinti sul duro

Record di 18 tornei vinti sull’erba

10.596 ace messi a segno finora da Federer

Insieme a Borg e Nadal, è l’unico tennista dell’Era Open a vincere un Major senza aver perso neanche un set (Australian Open 2007, Wimbledon 2017).

Insieme ad Agassi e a Djokovic, è l’unico tennista a vincere tutti gli Slam e il Masters di fine anno.

Federer ha conquistato finora quasi 117 milioni di dollari di prize money

ICONA DI STILE ED ELEGANZA – Dotato di un incedere elegante e raffinato, Roger Federer indossa perfettamente qualsiasi cosa, grazie soprattutto ad un fisico proporzionatissimo e affusolato. Con il passare degli anni – e certamente anche grazie ai consigli della moglie Mirka – lo svizzero indossa outfit sempre più ricercati e attenti al dettaglio, tant’è che la Nike, come per le altre grandi icone del tennis Nadal, Serena e Sharapova, gli crea una linea personalizzata contrassegnata dall’immancabile logo “RF”. Indimenticabili i completi vintage all white, con giacca bianca, o cardigan e pantaloni lunghi sfoggiati a Wimbledon in alcune stagioni. Ma, a tal proposito, c’è qualcosa che ci lascia un po’ così… Dopo vent’anni, si chiude un ciclo. Quest’anno, nel mese di giugno, avviene la separazione da Nike per un nuovo contratto plurimilionario con il brand giapponese Uniqlo. Per ora senza logo “RF” (anche se quasi certamente verrà recuperato). Piacciono i nuovi outfit? Forse sì, forse ni. Le gesta di Roger sono state “avvolte” dal “baffo” americano per 20 anni e gli spettatori del tennis oramai ci erano abituati. E ora sperano di poter associare nuovi exploit a quel quadratino rosso.

Federer e Nadal – Wimbledon 2008

Ma c’è qualcosa in Roger Federer che ci lascia perplessi?

AHI, QUELLE MALEDETTE PALLE BREAK! – In vent’anni di carriera, Roger Federer non ha certo un bilancio soddisfacente con la conversione delle palle break a suo favore. Solo il 41% di breakpoint trasformati sugli 11.096 avuti a disposizione: per un tennista del calibro di Roger è un po’ pochino.

ADESSO TORNEI COL CONTAGOCCE – Il tempo che passa impone una gestione diversa del calendario, indispensabile per la sua longevità agonistica. Da tre anni, infatti, Federer salta il Roland Garros e a Porte d’Auteuil dobbiamo cercarlo tra i manifesti che ritraggono i campioni del passato. Da due anni, inoltre, dopo l’infortunio al ginocchio, salta in blocco la stagione sulla terra. Scelta azzeccata? In fondo probabilmente sì; per il noto dispendio di energie e gli scambi prolungati che il rosso comportano, è comprensibile  che lo svizzero voglia preservare fisico ed energie per gli appuntamenti in cui è ancora lui l’uomo da battere (vedi Wimbledon) anche se, quest’anno, a Church Road, lo smalto nei quarti di finale ha lasciato un po’ a desiderare alla distanza contro Anderson. Da tre anni non partecipa al torneo di Cincinnati (vinto ben 7 volte) dove invece ci sarà la prossima settimana, avendo rinunciato al torneo di Toronto.

QUEL ROVESCIO IN BACK  UN PO’ COSÌ CONTRO NADAL – Come la mettiamo con le uncinate di dritto di Nadal sulla terra? – In fondo, nonostante la sua tencnica e il tennis da manuale, Roger non è mai riuscito, sulla terra benintesi, a fare quello che ha imparato alla perfezione Novak Djokovic, e cioè con il rovescio, ad arginare, controllare e respingere con forza i topponi profondi e vorticosi di dritto di Rafa Nadal. Troppe volte lo svizzero ha tentato di respingere le uncinate travolgenti del maiorchino, alte sul suo rovescio, con una soluzione in back di rovescio troppo timida e non sufficientemente efficace contro un Nadal che, sulla terra in particolare, diventa pressoché ingiocabile se gli si lascia ossigeno. La definitiva soluzione vincente di rovescio contro Rafa, Roger l’ha trovata invece a partire dalla finale dell’Australian Open 2017, il giorno della svolta nella sua seconda giovinezza tennistica. E questo sicuramente anche grazie ad Ivan Ljubicic. Djokovic, al contrario, nelle annate che lo hanno visto quasi imbattibile (2011-2015 e parte del 2016), ha trovato nel rovescio anticipato coperto e in spinta, la soluzione per rimandare indietro gli attacchi da fondo dello spagnolo, riuscendo a sovrastarlo nettamente anche sul mattone tritato.

E IN FUTURO? CI SARÀ IL PASSAGGIO DEL TESTIMONE?

LO SPLENDIDO RAPPORTO CON RAFA NADAL –  Roger Federer e Rafael Nadal, rivali storici e protagonisti di sfide a volte estenuanti , hanno l’uno per l’altro un’ammirazione e un rispetto incondizionati. L’uno è il punto di riferimento dell’altro per continuare a migliorare e a vincere. Non a caso, Nadal ha voluto proprio Federer al suo fianco per presentare, nel giorno dell’inaugurazione, la Rafa Nadal Academy. Così come lo svizzero ci ha tenuto ad essere spalleggiato da Rafa nella prima edizione della Laver Cup a Praga. Storica la loro partnership in doppio e l’abbraccio finale dei due dopo la vittoria di Roger nel singolare decisivo che ha regalato la vittoria al Team Europe. E, proprio per questo, Roger Federer, con il suo esempio, continua ad essere uno stimolo per Nadal.  Lo spagnolo, se riuscirà ad evitare gli infortuni, avrà le armi per raggiungere i record di Roger, soprattutto perché ci sono cinque anni di differenza tra i due. Ricordiamo che il maiorchino è in vantaggio 23 a 15 nei loro 38 precedenti.

Il rispetto, dicevamo. Elemento fondamentale che caratterizza entrambi e che ne ha reso la personalità e la carriera ancora più luminose. Rafa, infatti, ammira troppo l’amico per non tentare di fare meglio di lui. Lo stesso Roger ha visto nella forza di Nadal (ma anche in quella di Djokovic) quel pungolo per alzare ulteriormente l’asticella, per ritrovarsi e ricrearsi ancora e ancora, oltre il tempo. Questo caratterizza i grandi tra i grandi. L’importante non è battere qualcuno ma, in nome della passione dello sport, migliorarsi sempre per andare a prendersi vittorie sempre più irraggiungibili.

Buon compleanno Roger!

 

 

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ATP

A Budapest, avanza Berrettini e perde ancora Seppi. Forfait di Cecchinato

Matteo supera Kukushkin, Andreas gira un match perso ma cede nel finale

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Matteo Berrettini (foto Adelchi Fioriti)

BRAVO MATTEO – È la prova convincente che gli era richiesta quella che Matteo Berrettini offre per superare con un doppio 6-4 il numero 7 del seeding Mikhail Kukushkin. Certo, se devi affrontare una testa di serie al primo turno di un torneo su terra battuta, il kazako con i suoi colpi relativamente piatti non è tra quelli che vorresti assolutamente evitare (al contrario, nel caso di trasferta di Coppa Davis…), ma poi bisogna comunque entrare in campo e vincere l’ultimo punto. Ed è proprio l’ultimo punto che stava diventando un problema per un Berrettini che, ben supportato da servizio e dritto, si era involato sul 5-1 del secondo set dopo aver vinto il primo. Kukushkin salva infatti un match point sul proprio servizio e gioca un ottimo game aggressivo in risposta che non dà chance a Matteo; annulla un’altra palla dell’incontro con uno splendido recupero su una smorzata azzurra forse un po’ troppo morbida e mette a referto il terzo gioco consecutivo, mentre un lampo dell’occhio della tigre brilla sul viso di Mikhail. Chiamato di nuovo a servire per chiudere con l’avversario in piena fiducia negli scambi, Berrettini mette in mostra la capacità di adottare la strategia migliore, vale a dire nascondergli la palla: spara subito tre ace spegnendo ogni velleità di Kukushkin che cede anche il punto successivo. Agli ottavi, esattamente come nella passata edizione, troverà Aljaz Bedene che lo scorso anno ebbe la meglio in tre set su un Matteo ancora fuori dai primi cento del mondo. Lo sloveno ha eliminato in due set Bernard Tomic.

ANDREAS, QUASI – In un match che è un continuo inseguimento di Filip Krajinovic, Andreas Seppi recupera e si salva più volte, ma fallisce l’ultimo aggancio dopo due ore e quaranta minuti. Diventano così quattro le sconfitte consecutive al primo turno per Andreas che, dopo essere stato in balia dell’avversario per un set e mezzo, ritrova almeno a tratti il suo gioco migliore, cosa che potrà ridargli fiducia. Filip, dotato di un buon tennis senza però una particolare pesantezza dei colpi, arriva sì dalle qualificazioni, ma è stato n. 26 ATP dodici mesi fa, in una stagione tuttavia compromessa dagli infortuni (piede, caviglia e mano) che lo ha visto abbandonare la top 100.
Salvato lo 0-2, Filip avanza sicuro nel primo parziale con l’azzurro che mette in campo appena il 40% di prime di servizio e vince pochi punti con la seconda. Che Filip sia molto centrato si nota quando, servendo sul pur rassicurante 5-2, reagisce prontamente a due punti persi (doppio fallo e insidiosissima risposta steccata di Andreas) e chiude senza indugi il set. Sotto anche nella seconda partita, Seppi annulla quattro match point servendo sul 3-5 e, al game successivo, veste all’improvviso i suoi panni migliori; poi, non senza l’indispensabile fortuna (due nastri vincenti), rientra nel punteggio dopo che Krajinovic si è visto annullare un’altra palla per guadagnarsi la via della doccia. Il tie-break non può che andare all’italiano, ma Filip non dà alcun segno di cedimento e, anzi, è di nuovo lui a tornare avanti nel set decisivo. Entrambi offrono un buon ritmo e scambi godibili; Seppi continua ad avvalersi anche dell’aiuto del nastro, alza ancora il livello annullando due palle dell’1-5 e recupera lo svantaggio. Chiamato a servire per andare al tie-break, però, Andreas si disunisce ed è allora Krajinovic ad avanzare in attesa del vincente fra Radu Albot e Sergiy Stakhovsky.

 

CECK OUT – Mentre Andreas lotta sul centrale, arriva la notizia del forfait di Marco Cecchinato, leggermente febbricitante già nel match perso contro Pella a Monte Carlo. Ceck perde così i 250 punti ottenuti con la vittoria dello scorso anno. Al suo posto, il lucky loser Matthias Bachinger.

Risultati:
M. Berrettini b. [7] M. Kukushkin 6-4 6-4
A. Bedene b. B. Tomic 7-6(5) 6-4
[Q] F. Krajinovic b. A. Seppi 6-2 6-7(3) 7-5
[8] R. Albot vs [LL] S. Stakhovsky

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evidenza

Pagelle: a Montecarlo Nadal sbianca e Fognini sbanca

Fabio Fognini trionfa a Montecarlo detronizzando un Nadal rosicone, Lajovic sorprende. Djokovic torna dal guru e ricominciano i guai. Sonego trai grandi e l’Italdonne è in C

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Qualcuno lo aveva detto. Per i malfidati, whatsapp manent. Quando abbiamo saputo (prima dell’inizio del torneo) che il Direttore per la prima volta nella vita avrebbe lasciato un torneo prima della sua conclusione, abbiamo sentenziato: “Vedrai che Fognini vincerà il torneo…”. Purtroppo quando lanciamo questi proclami, dimentichiamo sempre di passare dalle agenzie di betting.


E insomma, il Fabio Fognini (10 e lode) che sembrava in crisi totale e che per cinque volte è andato ad un punto dal 1-5 nel secondo set contro Rublev (10…senza la sua collaborazione staremmo parlando di altro), prima di salvarsi con un ace di seconda (!) e approfittare del ko della bestia nera Simon (10 pure a lui…) ha finito per mettere in riga Zverev (4,5), Coric (6) e nientepopodimenoche Rafa Nadal (5) giocando un tennis da favola e scrivendo una pagina storica per il tennis italiano.

 

L’immagine più bella è quella di papà Fufone, strenuo difensore di Fabio dagli haters twittaroli (qualcuno travestito addirittura da giornalista), immobile e in lacrime dopo il match point, incapace di proferire alcunché. “Adesso posso anche morire” ha scritto papà Fognini dopo il match e invece magari il meglio deve ancora venire. In fondo l’esempio Fabio ce l’ha in famiglia, con Flavia capace di portare a casa Indian Wells prima del trionfo di New York: mai porre limiti al provvidenza divina, soprattutto a Pasqua.


Quello che è molto triste invece è il balletto scatenatosi sin dopo la semifinale, tra i denigratori di Fognini –  “Vince solo perché gli altri sono cotti” oppure “Fognini in finale a Montecarlo è la dimostrazione della crisi del circuito maschile” – e gli ultrapatriottici  del “adesso non salite sul carro”.  Come disse lo scriba una volta al Foro mentre c’era una partita di calcio all’Olimpico in contemporanea con urla belluine e sul Centrale un paio di mentecatti fischiarono  l’arbitro per una chiamata dubbia: “C’è un’osmosi di cattive maniere dal limitrofo campo di pallone”. Mitico Gianni. Tra poco tornerà anche Dio Roger a giocare sulla terra e purtroppo si porterà dietro i suoi ultras: si salvi chi può.


E dunque è stata una buona Pasqua ma non un buon Nadal (cit. Rdo). Va detto che Rafa non ha contribuito al trionfo del FairPlay con il suo “Ho giocato la peggiore partita degli ultimi quattordici anni”: si rosica pure dalle parti di Manacor ogni tanto. Certo, un Nadal che dichiari che “tornare ad allenarsi domani sarà difficile” fa un po’ specie, ma mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato, e Parigi resta sempre un’altra storia.


Dusan Lajovic (9) è arrivato ad un passo dall’impresa della vita e non sono serviti  a fermare Fabio neppure i consigli dell’ex Perlas. L’onore serbo è comunque slavo anzi salvo anche per questo torneo, nonostante la nuova défaillance di Novak Djokovic (4,5):  occhio però, nel box di Nole si è rivisto il Guru Pepe Imaz, e se il buon giorno si vede dal mattino…
Abbiamo detto di Sascha Zverev, spazzato via da super-Fabio e così  turbato da dimenticare l’inglese e concedersi solo ai giornalisti tedeschi: quando vincono sono tutti simpatici e poliglotti, chissà perché.La nuova moda di questo 2019 è comunque il Toilette-break (1) dopo ogni set con soste anche di dieci minuti: vuoi vedere che a Montecarlo non sanno cucinare? Vedremo gli effetti della Paella a Barcellona e della Amatriciana al Foro se comporterà la sospensione delle partite…


Marco Cecchinato (6,5) non è più il numero uno d’Italia ma è sulla strada buona per tornare ai fasti del 2018 e la sua rivalità con Fabio può solo fare bene. In più è sbocciato Lorenzo Sonego (8) a completare una settimana da urlo per il nostro tennis. Maschile, si intende, perché le azzurre di FedCup sono precipitate in C, senza grandi speranze di risalire. Dal granata Sonego alla Torino delle Finals il passo è breve e  dopo un infinito balletto pare che l’ufficialità sia alle porte. Nei giorni in cui si festeggia l’ottavo scudetto bianconero qualche orfano della Champion’s potrà però avere degli incubi al pensiero che la parola Finali possa essere accostata a Torino.


Dal fronte giovani questa settimana viene fuori Medvedev (8) come primo degli eletti, ma forse ha perso una chance, mentre Tsitsipas (5,5) ha balbettato e Shapovalov (5) deluso. Ma stavolta possiamo dirlo tutti insieme, ha vinto Fabione nostro e “questa NextGen è una cazzata”.

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Editoriali del Direttore

Fognini come Panatta: la storia si ripete

A gran richiesta, parlo della vittoria di Fognini. Che io sappia Giovan Battista Vico non ebbe mai modo di impugnare una racchetta. E i suoi corsi e ricorsi non furono prodezze atletiche. Però, però, però…

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Fabio Fognini (trofeo) - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il 1976 fu l’anno magico di Adriano Panatta e un po’ di tutto il tennis italiano che dagli anni di Pietrangeli e Sirola a cavallo degli anni Sessanta non aveva brillato granché. Quasi un’era geologica per quei tempi in cui il tennis era ancora sport d’élite, praticato da pochi Paesi e l’Italia della racchetta grazie a quei due, ma anche a Beppino Merlo, Fausto Gardini e prima di loro a De Morpurgo, De Stefani, Cucelli e i Del Bello, si era fatta rispettare in campo internazionale.

Dopo quasi tre lustri di penombra agonistica, se non proprio di oscurità, toccò a un giovane romano di grande talento, figlio di Ascenzio custode del TC Parioli, rischiarare con vari sprazzi di luce le prospettive di un tennis nel complesso assai poco azzurro. Fra i suoi 20 e 25 anni, quel bel ragazzo romano de’ Roma che in piena epoca di Dolce Vita piaceva tanto alle donne (anche se talvolta eccedeva un po’ nei modi un po’… arrogantelli da bulletto), aveva fatto vedere lampi di vera classe giocando un tennis magnifico, spettacolare e battendo nelle giornate di vena alcuni dei migliori tennisti del mondo: Orantes, Nastase, Borg, Rosewall, Connors. Innamorandosi dei suoi gesti tecnici, della loro varietà ed originalità perfino in un’epoca in cui nessuno dei grandi giocava in modo simile agli altri, gli si rimproverava una sola cosa: la discontinuità. La sporadicità di quelle giornate di vena.

 

Non c’era chi non lo temesse, perfino Bjorn Borg, il più forte tennista del mondo di allora – certamente sulla terra rossa anche se cinque trionfi sull’erba di Wimbledon sottolineavano la sua completezza – sapeva che un Adriano Panatta in giornata di vena avrebbe potuto farlo precipitare nel polvere rosso tritata. E accadde più di una volta, anche in teatri importanti. L’Orso Borg partecipò a otto Roland Garros, ne vinse sei. Da chi perse quelle sole due volte? Da Adriano Panatta.

Sì, era già successo nel 1973. Ma, come detto, fu il 1976 l’anno magico di Adriano Panatta. Trionfò nel torneo cui teneva di più, nella sua Roma vicino casa sua. Per dar vita a un’impresa sportiva ci vuole tanta forza, fisica e mentale, tanto coraggio e – come avrebbe detto in una sede principesca 43 anni dopo un altro grande della racchetta – anche un bel po’ di… culo.

Fino a quella memorabile settimana al Foro Italico, Adriano aveva collezionato tanti scalpi importanti, diversi tornei minori, ma mai ancora un grande torneo sebbene tutti gliene attribuissero il potenziale ad hoc. Ma non era mai favorito fino in fondo. Tutti sapevano che poteva vincere contro chiunque, ci speravano, ma accadeva solo talvolta. E troppe volte accadeva il contrario, rispetto alle aspettative di chi si era innamorato del suo modo di giocare. Scriveva su Ubitennis Fede Torre – vi invito a rileggerlo – poco tempo fa: “uno sportivo non è mai quel che vince, ma l’emozione che trasmette nel farlo e l’immedesimazione che la gente trova in lui. È un destino riservato a pochi, il destino dei Valentino Rossi, degli Alberto Tomba, dei Marco Pantani, dei Roberto Baggio. Adriano Panatta era tutto questo. Era bello, giovane. Sul campo elegante. Fuori anche di più”.

Panatta in tribuna – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Anche quella settimana sembrava proprio che non dovesse accadere. Contro un australiano di retroguardia, non certo uno dei grandi Aussies che hanno fatto la storia del tennis, tal Kim Warwick, talentuoso la sua parte – la settimana prima ad Amburgo aveva battuto Kodes – ma pazzerello ai confini dell’isteria in certi frangenti, Adriano si imbatte in una apparente giornata no. Fin quasi alla doccia. Warwick può giocarsi – non è uno scherzo – 11 match point. Dieci sul proprio servizio a partire dal 5-2 40-15, poi altri tre in quel game. Altri sul 5-4 40-0. Ripeto perché li annotai uno per uno, non è uno scherzo. Un paio furono scambi corpo a corpo, ravvicinati, da cardiopalmo, il pubblico impazzì: ‘Adriaaanooo Aaadriaaanooo!’. Chissà come, Panatta rovescia una giornata di non vena in una giornata lucidamente folle, in cui comincia d’incanto a rispondere divinamente, a giocare dei passanti incredibili contro l’australiano che si attacca alla rete con la forza della disperazione, match point dopo match point. La risposta, il passante, non erano mai stati i punti di forza di Adriano, eppure miracolosamente e improvvisamente quel giorno lo diventano.

Fortuna, culo, quindi? Beh, anche, ma anche no, perché poi Adriano infila una magnifica sequenza di vittorie, contro giocatori fortissimi sulla terra battuta. Stentòa ancora contro Tonino Zugarelli, romano anche lui ma… trattato come uno straniero dal pubblico di Adriano così spesso ingeneroso. Poi è la volta di Franulovic, sì, il direttore oggi del torneo di Montecarlo, quindi il “sorcio” americano Solomon che si ritira per proteste per una chiamata arbitrale in vantaggio 5-4 nel terzo set. Poi Adriano travolge Newcombe, entusiasmando, e infine raggiunge l’apoteosi battendo in finale Guillermo Vilas che sui campi rossi era, dopo Borg, decisamente il più forte e il più continuo del mondo. Lo mette k.o. In quattro set. Pandemonio. In quel torneo c’erano sette dei dieci tennisti più forti del mondo. Si poteva parlare ancora di fortuna? Certo che no. In ogni vittoria, salvo alcune di Borg e Nadal al Roland Garros, per restare sul pianeta terra rossa, c’è sempre un po’ di fortuna.

La farò più breve con Panatta al Roland Garros. Anche li sembrava tutto fuorché il suo torneo. Al primo turno contro il ceco Pavel Hutka appare in giornata no per quasi un intero match e salva miracolosamente con un tuffo prodigioso un match point. Un altro Panatta gioca la seconda parte del match. E lo vince in carrozza dando spettacolo. In semifinale e finale batterà due piccoletti irriducibili che si assomigliano tantissimo, per struttura fisica e tennis, rovescio bimane capace di cross strettissimi, un servizio così così, mai a rete salvo che per stringere la mano a fine partita. Pur sempre due top 10 di grande regolarità e continuità. Ma il capolavoro era arrivato nei quarti, quando la vittima era stata la più illustre, dominata con smorzate mascherate da finti attacchi in chop, attacchi in controtempo, serve&volley improvvisi. Bjorn Borg, il più forte tennista di sempre sulla terra rossa, prima dell’avvento di Nadal, era sembrato perfino impotente. I parigini si erano entusiasmato per il tennis brillante, fantasioso, vario, di Panatta non meno dei romani al Foro Italico.

Panatta avrebbe raggiunto prima a Roma e poi a Parigi il suo best ranking. Quando già qualcuno dubitava che ce l’avrebbe mai fatta a salire così in alto, per via di quella sua incapacità a mantenere i pronostici favorevoli. Io a Firenze, un torneo che ha anche vinto, l’ho visto mio malgrado perdere da carneadi quali il boliviano Benavides, gli americani Winitski e Fagel, l’australiano Dibley.

Beh, Giovan Battista Vico sarà certo d’accordo con me, laddove si trova. La storia di Fabio Fognini ricorda moltissimo quella di Adriano Panatta. Al quale, in termini di talento e potenziale, l’ho spesso confrontato, scrivendo a più riprese che negli ultimi 40 anni il tennis italiano non ha avuto un tennista più forte e talentuoso di lui.

Da quasi dieci lui senza vincere alcun grande torneo è costantemente fra i primi 20 del mondo e per anni tutti si aspettavano che sarebbe riuscito a entrare tra i primi dieci. E perché non ci sia riuscito il primo a dirlo è sempre stato lui: un problema di testa, non certo di gioco. Il suo tennis è stato sempre più piacevole a vedersi, nelle giornate di vena, di tanti top 10. Non c’è bisogno di far nomi.

Ora, come al Foro Italico 43 anni fa, ecco che a Montecarlo accade quel che era stato annunciato mille volte senza che mai accadesse. Cronaca di un evento annunciato. È sull’orlo del baratro contro Rublev (non vale i Safin e i kafelnikov, ma è stato capace di raggiungere i quarti allUs Open da teenager): pazzerello come Kim Warwick. Ma meno coraggioso, o incosciente, di Fognini che mette a segno un ace con la seconda palla su una delle cinque palle break che Rublev non trasforma per andare a servire sul 64 5-1.

Dopo quel miracoloso e fortunato salvataggio Fognini è ancora più fortunato perché gli si ritira senza scendere in campo il francese Simon che lo aveva battuto cinque volte su cinque. Poi però dà una lezione di tennis al n.3 del mondo che in due precedenti confronti gli aveva lasciato sei game per match. Spettacolo puro. Grande show che prosegue con Coric dopo un primo set giocato dal cugino di Fognini. Ma gli altri due li gioca come sa solo lui. Ed ecco Borg in semifinale, pardon Nadal. Rafa come Bjorn sa che con Fognini in vena si può perdere. Gli è già successo tre volte. Una addirittura nonostante due set di vantaggio e non in un torneo qualsiasi: all’US Open.

Fognini vs Nadal inizio match – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

È nervoso Rafa, appena le cose non si mettono troppo bene per lui, perché sa di non essere al top, non ha giocato particolarmente bene al ritorno dall’infortunio di Indian Wells. Mentre Fognini è in una di quelle giornate in cui gli riesce tutto, anche i bambini con i baffi. Passano i punti, i game, e Fognini è l’unico che dà davvero spettacolo, tennis magnifico. Mentre Nadal affonda sempre di più nella sua giornata no. Quel Fognini oggi è imbattibile, il più forte, inarrestabile. Addirittura Nadal evita per un soffio l’umiliazione estrema, un 6-0 che il più forte tennista del mondo sulla terra battuta dai tempi di Borg non poteva mettere in preventivo neppure se si è ormai convinto, suo malgrado, di aver giocato male, malissimo.

Ma quanto è il merito di Fognini? Di sicuro grande, grandissimo. Fantastico. Come Panatta contro Borg.

E come Panatta Fognini non si distrae, questa volte – a differenza di tutte le altre tre volte post Nadal quando aveva immancabilmente perso – e batte anche Lajovic, senza farsi travolgere dalla pressione di non dover mancare l’opportunità che pare unica. Anche per Panatta battere prima Dibbs e poi Solomon nella prima grande, grandissima finale, era stata la stessa cosa, la stessa angoscia della vigilia.

Vinse, anzi trionfò. Conquistò il plauso del mondo, l’ammirazione sconfinata di tutti, per il modo in cui vinceva, per il modo in cui giocava. Conquistò il best ranking. E da quell’exploit tutto il tennis italiano ne trasse giovamento. Fu solo il primo, i primi due. A Fabio ora manca solo il secondo, ma quasi nessuno dubita più che arriverà; lui saprà’, a 32 anni rotto finalmente il ghiaccio, reggere la pressione di giocare da favorito e campione quale certamente è anche uno dei prossimi tornei. L’Italia del tennis – non mi parrebbe però giusto non ricordare, perfino in questo momento, che i suoi comportamenti non sono stati troppo spesso all’altezza del suo tennis – gli deve dire dire grazie e dirsi fortunata di aver avuto in questi dieci anni un tennista, un campione, come lui. Il migliore, come mille volte scritto, dai tempi di Panatta nell’arco di 40 anni. Adriano re di Roma, Fabio principe a Montecarlo. 

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