Il crollo di Serena e la scenata inspiegabile (Clerici, Audisio, Piccardi, Semeraro, Azzolini). Immenso Djokovic: è lui il re di New York (Piccardi, Lopes Pegna)

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Il crollo di Serena e la scenata inspiegabile (Clerici, Audisio, Piccardi, Semeraro, Azzolini). Immenso Djokovic: è lui il re di New York (Piccardi, Lopes Pegna)

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Il crollo di Serena divide l’America. “È stato sessismo” (Gianni Clerici, Repubblica Sport)

“Te l’aspettavi la sconfitta di Serena?” mi chiede un aficionado. “No. Nemmeno che perdesse un set. Se non fossi stato impedito dal regolamento dell’Iwta (International Writers Tennis Association) avrei scommesso su di lei”. “Perché credi che abbia perso?”. “Perché, come me, deve aver sottovalutato la sua avversaria. Oppure perché non si aspettava la lite con l’arbitro Carlos Ramos. Era difficile immaginare una simile vicenda”. “Com’è andata infatti? Mai visto qualcosa di simile?”. “Mai visto”. “Vuoi ricordarla? “Ci provo”. Serena ha infatti perduto il primo set, 6-2, facendo apparire Naomi un fenomeno dei tiri veloci, soprattutto contropiede. Non in gran serata, questa Williams non meno sorprese di me, sta pian piano ritrovandosi, quando, sul 3-4, inizia una scemeggiata – non voglio chiamarla altrimenti – con l’arbitro, Carlos Ramos. Serena infatti riceva un “warning” che tradurrei ammonizione, per coaching, che chiamerei “suggerimento”. A quel che vedo in televisione, mi pare che il suo coach greco-francese, Patrick Mouratoglou non le abbia suggerito niente. Ha solo fatto un gesto con gli avrambracci, come a dire “forza”. Furiosa per l’ammonizione, Serena spacca vistosamente la racchetta, per poi iniziare, da sotto il seggiolone, una discussione con l’arbitro che sembra, da parte sua, mantenere la calma. «Non sono un’imbrogliona, non faccio queste cose, ho una figlia. Non c’è stato coaching. Sei un bugiardo, mi manchi di rispetto. È solo perché sono una donna». Frase a cui ha fatto seguito la solidarietà di Billie Jean King: «Quando una donna si lascia andare alle emozioni del momento diventa subito una “isterica” e viene penalizzata. Quando lo fa un uomo, diventa invece “schietto” e non ci sono ripercussioni. Grazie, Serena, per aver portato alla luce questo doppio standard». Va detto, al riguardo, che, dopo la partita, Mouratoglou stesso ha diversamente affermato che il suo gesto «poteva ritenersi coaching». Forse è stato troppo onesto, perché con simile affermazione ha giustificato il comportamento disumano di Ramos. Intanto alla parola ” bugiardo ” è scattato il terzo warning, che Serena vede apparire sul tabellone luminoso, e che consegna a Naomi addirittura un game, mandandola a 5-3. Serena fuori di sé continua a chiamare ladro l’arbitro Ramos, e non troverà più il modo di reagire nel gioco. Che cosa ne penso, mi chiede un amico. Interpretazione priva di umanità, di un tipo che si è sentito offeso, ha vietato a se stesso di intuire che il “coaching’ non era stato qualcosa di utile, e che aveva, lui stesso, provocato l’esplosione di Serena. Un altro amico mi ha chiesto cosa sarebbe avvenuto, senza le follie di un dubbio regolamento. Credo che una Serena normale avrebbe avuto le sue chances di rimontare e vincere. Ma come chiamare normale ciò che sfugge a regole severe, ma obiettive?

 

La battaglia dei sessi nella versione di Serena (Emanuela Audisio, Repubblica Sport)

Power Games. Giochi di potere. Quando Serena urla all’arbitro Ramos: «Sei un ladro, mi hai rubato un punto, non mi arbitrerai più, con un uomo non l’avresti fatto», non è solo un’atleta imbestialita e frustata, che lotta per il diritto alle donne a non polemizzare dolcemente e a manifestare la propria rabbia. È molto di più, e molto oltre la battaglia dei sessi. Cinquant’anni dopo i pugni neri di Tommie Smith e John Carlos, che protestavano per avere un podio quotidiano nella società e non solo nello sport, Serena Williams come Stephen Curry e LeBron James, campioni di basket che si oppongono pubblicamente a Donald Trump, non si ribellano a chi comanda, ma esercitano il loro potere di numeri uno, fatto di fama, soldi, social, marketing. Non sono più poveri neri che cercano il riscatto, ma ricche celebrità che pretendono rispetto per il loro status e per il loro popolo. Questo dice il sociologo americano Harry Edwards, che ieri come oggi è il punto di riferimento di chi contesta nello sport: «Non giocano a comandare la partita, ma a comandare, perché non sono più parte di un gioco, ma sono il gioco». Basta un loro tweet per influenzare l’opinione pubblica. E infatti Serena ha incassato subito l’appoggio di Billie Jean King, ex campionessa, sindacalista, fondatrice della Wta, ispiratrice del film “La battaglia dei sessi”, ricordo dello storico incontro da lei giocato e vinto nel 1973 contro Bobby Riggs, prima volta di una femmina contro un maschio. E anche dell’attrice americana Ellen DeGeneres: «Hai cambiato il mondo in meglio, questo per me vale più di una partita». Quando Serena, in una versione femminile di Buffon in Coppa Campioni, pretende le scuse del giudice, forse più fiscale che sessista, e gli urla: «Io non frego per vincere, preferisco perdere», è perché vede lesa la sua maestà per il primo ammonimento per “coaching” della sua carriera, rivolto al suo allenatore, si considera indegnamente macchiata di una lettera scarlatta che non merita. Gliela hanno data perchè donna? Difficile provarlo: quest’anno gli uomini hanno ricevuto 23 multe per violazione del regolamento contro le 9 delle donne. Segno che l’ira maschile non viene condonata. McEnroe, molto bad boy, nel ’90 agli Open d’Australia fu squalificato al quarto turno per i suoi eccessi, Fabio Fognini l’anno scorso è stato multato e cacciato dagli Us Open per insulto sessista all’arbitro donna. È vero che il giudice Ramos, abituato ad arbitrare gli uomini, è uno che guarda troppo al regolamento, che la Wta ammette il court-coaching (ma non nei tornei del Grande Slam), e che Alizé Cornet agli Us Open ha ricevuto un warning per essersi cambiata la maglietta in campo, cosa che fanno regolarmente i maschi, ma il giorno dopo ha ricevuto le scuse e la regola (sessista) è stata cambiata. Ma è anche vero che se dai del ladro all’arbitro, spacchi la racchetta, e perdi la testa perché una ventenne ti sta cacciando dal tuo regno, non puoi venirne fuori immacolata. Resta che Serena Williams non è più solo una grande tennista. A 37 anni è una regina d’America che pranza con Oprah Winfrey, partecipa al matrimonio di Harry e Meghan, balla con Michelle Obama. Nessuno le può dire come giocare, nessuno la può accusare di barare dopo quasi un ventennio di trionfi sportivi. Questo lei pensa nel momento del tonfo. E in uno sport che ormai non è un momento della vita, che passa e va, ma un posto di lavoro da mantenere e dove far valere gerarchie, pretese, e nuovi diritti per le donne. All’organizzatore Ion Tiriac che l’anno scorso aveva espresso dubbi sul fatto che Serena «a 36 anni e con 90 chili» potesse tornare numero uno, lei rispose che la ciccia era sua e le piaceva e glielo avrebbe detto di persona a quel maleducato… [SEGUE].


Serena, gli insulti al giudice, la sconfitta. «Io vittima di una decisione sessista» (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

«Ci sono uomini che in campo fanno ben di peggio. Perché sono una donna mi stai rubando la partita. Non è giusto!». Ambientata sul palcoscenico della finale dell’Open Usa nell’epoca del #MeToo, amplificata dal tam tam dei social e dal vocione delle pasionarie di Hollywood, la crisi isterica di Serena Williams è diventata un manifesto del femminismo. Con lo Slam di casa, la più grande di ogni tempo ha sempre avuto un rapporto controverso: sei dei 23 titoli Major sono stati vinti a New York ma parecchie delle sue sconfitte sono entrate in archivio alla voce «contenzioso con i giudici». Nel 2004 contro la Capriati, nel 2009 con la Clijsters (quando Serena minacciò la giudice di linea Shino Tsurubuchi di farle ingoiare la pallina: kappaò e multa di 82.500 dollari), nel 2o11 in finale con la Stosur e nel 2015 in semifinale con Roberta Vinci, la tarantina che fece deragliare la fuoriclasse dai binari del Grande Slam (quello vero). Sabato, sul centrale di Flushing, sembrava semplicemente una giornata storta. La pressione della folla, l’ansia di eguagliare Margaret Court nel numero di Slam vinti, l’obbligo di aderire alla strepitosa campagna di marketing avviata a Wimbledon («Sono arrivata in finale per tutte le mamme!») e vicina al perfezionamento a New York: tornare a ruggire a un anno dalla nascita, travagliata e piena di complicazioni post partum, della piccola Olympia. Ma dall’altra parte della rete la leonessa rauca si è ritrovata una 2oenne fresca e coriacea, la giapponese Naomi Osaka cresciuta nel suo mito, e sulla sedia del giudice un inflessibile portoghese, Carlos Ramos, abituato alle intemperanze degli uomini. Nel secondo set, quando Serena già perdeva 6-2, Ramos ha applicato alla lettera il regolamento: richiamo per coaching (ammesso da Patrick Mouratoglou, allenatore della divina; nota a margine: tutte si fanno consiliare dalla tribuna ma finché c’è una regola che lo vieta va usata), punto di penalità per aver spaccato la racchetta, game di penalità per «insulto udibile» all’arbitro («Sei un ladro!»). Volata sul 5-4 grazie all’incredibile zuffa tra l’avversaria nobile e il giudice pedante, l’incredula e mortificata Osaka non si è fatta più riprendere. Un match passato alla storia per i motivi sbagliati, ha titolato il New York Times, smontando le tesi di sessismo di Serena: gli interventi per violazione del codice di comportamento ai danni degli uomini quest’anno all’Open Usa sono stati 23, contro gli appena 9 delle donne (Williams inclusa, multata di 17.000 dollari). Difficile sostenere che a New York gli arbitri ce l’hanno con le tenniste in un torneo che, storicamente, ha punito McEnroe, Connors, e, più modestamente, Fabio Fognini, espulso da Flushing l’anno scorso per insulti sessisti (quelli sì) alla giudice di sedia. Ma l’evidenza dei fatti non ha fermato la crociata della Williams, che dopo aver chiamato l’applauso per la Osaka (beau geste doveroso) si è sfogata in conferenza stampa: «Non ho mai barato in vita mia: preferisco perdere. L’arbitro mi ha rubato un game. Ho visto uomini dire le peggio cose senza venire sanzionati: con un maschio non l’avrebbe fatto. Mi batto per la parità delle donne e continuerò a farlo»[SEGUE].


Mamma Serena, lacrime e nervi. “L’ho fatto per difendere le donne” (Stefano Semeraro, Stampa)

Il day after la finale femminile degli Us Open è una Guerra di Secessione del tennis, uno scontro di culture e di slogan. E dal fumo dei social e dei comunicati, come è prassi, stenta a emergere il buonsenso. Da una parte c’è chi difende senza se e senza ma Serena Williams e la sua polemica sanguinosa con l’arbitro Carlos Ramos, reo di averle affibbiato prima un avvertimento (peri suggerimenti proibiti del suo allenatore Mouratoglou), poi un punto (racchetta spaccata) e infine un game di penalità dopo essersi sentito definire «ladro», «bugiardo» e «sessista» in mondovisione. Dall’altra chi crocifigge la ex n. 1 per una sceneggiata, indegna di una campionessa che vuole proporsi come modello. «I suggerimenti dovrebbero essere permessi nel tennis», tuona Billie Jean King, pasionaria (in epoca non sospetta) dell’uguaglianza. «Se una donna mostra le emozioni è isterica, se lo fa un uomo ha carattere. Grazie Serena, per aver svelato che ci sono due pesi e due misure». Per il New York Post la Williams «è solo una cattiva perdente», secondo un altro ex n.1 come Andy Roddick «è stato il peggior arbitraggio che abbia mai visto» e anche la grande Chris Evert sta con Serena. Il premio testa nella sabbia va alla Wta: «Serena gioca sempre con classe e con grande sportività». Tirare in ballo Weistein e Asia Argento pare esagerato, dopo il match Serena ha però riacceso il lanciafiamme: «Io sono qui a combattere per le donne, le madri e le pari opportunità. Non ho visto mai uomini puniti per aver dato del ladro all’arbitro: per me questo è sessismo». Con buona grazia di chi credeva che Serena sabato stesse combattendo — anche o soprattutto – peri 3,8 milioni di dollari del montepremi (ne ha vinti solo 1,8) e il record di 24 Slam. E di chi ricorda la semifinale del 2009, sempre agli Us Open, in cui la Pantera in crisi isterica minacciò una povera giudice di linea giapponese che le aveva chiamato un fallo di piede: «vorrei ficcarti in gola questa pallina fino a soffocarti». Sessismo anche quello? Allora la multa fu di 82.500 dollari, stavolta solo di 17 mila. Come ha sottolineato l’ex arbitro e opinionista Richard Ings, il coaching c’era tutto (lo mostrano i video), il resto lo ha fatto la Williams spaccando la racchetta e perdendo la testa… [SEGUE].


Si, c’è un caso arbitri (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Alla fine, che colpa ne ha la giovane Osaka se ha vinto gli Us Open? Nessuna, ovvio, ma se ne sta in disparte, fuori dalla festa che festa non è. ll pubblico rumoreggia, fischia, la tempesta non si è ancora placata, e Naomi Osaka piange, non di gioia, ma di avvilimento. Anche Serena Williams piange, ed è la rabbia a guidarla lungo la strada della rivendicazione, che spesso procede a un tanto così dal baratro della maleducazione. Eppure, punteggio alla mano, non c’è risultato più limpido: Naomi ha giocato meglio, ha colpi che fanno male e li ha usati tutti, a cominciare dal servizio devastante. Ha dominato il primo set, ha ripreso il secondo in rimonta. Si è compiuto, nel frastuono della protesta, un passaggio di consegne che avrà bisogno di ulteriori conferme, ma che e già possibile individuare nelle cifre del match, nei gesti tecnici delle due, nei modi di fare: fra le tante che ci stanno provando, l’erede di Serena è proprio lei, Naomi Osaka La più diretta discendente. Una figlia. Se ne accorge anche Serena, che alla fine l’abbraccia «Lei non c’entra», dice rivolgendosi al pubblico, «lei ha vinto il suo primo Slam con merito. Applauditela. Io mi rifarò. Lo sapete tutti che mi rifarò». Sessismo, accusano Billie Jean King e Vika Zarenka, il giorno dopo. E pure James Blake, ex n. 4 conferma «Se quelle parole che ha detto Serena le avesse dette un uomo, nessun provvedimento sarebbe stato preso». C’è del vero, poco da fare. Nel tennis maschile volano parole ben più sanguinose, e tutti stanno zitti. Anche l’arbitro Carlos Ramos, che sabato è stato uno dei tre protagonisti sbagliati della finale. Tre, però, non uno solo. Non solo l’arbitro… Gli altri due sono Serena e il suo coach, Patrick Mouratoglou, e tutti assieme hanno rovinato la prima vittoria di una tennista giapponese nello Slam. Si era sul 2-1 del secondo set, e nel primo Naomi aveva travolto Serena. Lì Mouratoglou ha inviato un messaggio alla Williams, sapendo che lei non lo avrebbe visto e non lo avrebbe raccolto, perché Serena – ha ragione a dirlo, anzi, a urlarlo – non bara, non l’ha mai fatto. Però il consiglio è stato lanciato, e l’arbitro l’ha visto. Scatta il warning per coaching. Serena non c’è stata e l’ha messa sul piano personale: «Lo sai che non faccio cose del genere, mi stai dando dell’imbrogliona davanti a tutto il Paese. Se guardo il mio box è per vedere le facce di chi mi vuol bene, non per ricevere consigli». Sul 3-1 Naomi fa scattare la rimonta Serena commette due doppi falli e spacca la racchetta. Altro warning ed è penalty point: il game successivo comincerà da 0-15 per la Osaka. Serena torna a lamentarsi: «Dovevi togliermi quel primo warning, sai che non sono colpevole. Ora mi hai tolto anche un punto, sei tu l’imbroglione, sei tu il ladro, non io. Fai così perché sono una donna, con un uomo non ti saresti permesso». Scatta il terzo warning e il penalty game. 114-3 della Osaka diventa 5-3. Serena chiede il Supervisor, è una furia, piange. Ma la partita è persa Niente 24° Slam, niente prima vittoria da mamma. Tre colpevoli: il coach per aver dato un consiglio inutile, a beneficio delle telecamere. Serena per le esagerazioni di cui è capace. Ma anche l’arbitro, che da regolamento ha preso tutte decisioni giuste. E questo il punto più spinoso della vicenda. Sta al giudice capire quando può farsi strada a colpi di regolamento, e quando – presa la decisione che deve prendere – è giusto preoccuparsi che la gara non vada in frantumi. Sarebbe bastato spiegare, far capire a Serena che cosa era accaduto, tranquillizzarla… [SEGUE].


Immenso Djokovic: è lui il re di New York. Gli bastano tre set per battere Del Potro (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

New Djoker a New York. La città che non dorme mai incorona il tennista che non molla mai. Nemmeno nel secondo set, quando la finale dell’Open Usa sembra rapita dal fascino latino di Juan Martin Del Potro, capace di riaprire un incontro che s’innalza su vette d’intensità notevoli. Ma c’è troppo Djokovic in campo per lo spilungone argentino, sbucato sul centrale di Flushing nove anni dopo il primo e ultimo titolo Slam (Us Open 2oo9) anche grazie al ritiro di Nadal e costretto dal muro serbo a una partita ad inseguimento, sfinente e a tratti bella, ripagante del piccolo spettacolo delle donne, condizionato dalla crisi isterica della Williams. Novak Djokovic è di nuovo Djoker, secondo Major stagionale e terzo a New York, il record di Pete Sampras (14 titoli Slam) è eguagliato e adesso gli Immortali tremano davvero: Federer a quota 20 e un maestro con la data di scadenza incorporata, apparso improvvisamente vecchio sia a Londra che negli Usa; Nadal che lo tallona a quota 17 è tenuto insieme dai cerotti: ogni volta che s’infortuna (cartilagini del ginocchio all’Us Open) non sai quando — e se — lo rivedrai. Dietro, fresco dei suoi 31 anni e di un’usura per forza inferiore, incalza l’uomo di Belgrado, definitivamente uscito dalla profonda crisi personale e tecnica, re di Wimbledon e dell’Us Open in una stagione che ha distribuito ai tre grandi (Federer in Australia, Nadal a Parigi per l’undicesima volta) i suoi quattro tesori più preziosi. Del Potro ci mette cuore, drive, borotalco usato in profusione per tenere salda nella manona di pietra la clava con cui martellare il rivale però Djokovic è di gomma e arriva dappertutto: 6-3 con un break dolorosissimo (nell’ottavo game l’argentino era 40-o), senza strafare. Sale la torcida per Del Potro, sale il suo tennis. Il Djoker s’innervosisce, sbaglia un dritto e regala il break del 4-3 nel secondo, poi quell’ottavo eterno game (22 punti) che decide la partita: il serbo annulla tutte le palle break e rimane agganciato, 4-4, sarà il tie break a spezzare l’equilibrio. E li Del Potro è tradito dal suo colpo migliore, il drive, due errori fatali mandano il serbo 5-4 e 6-4, chiudere il secondo 7-6 è una passeggiata. Delpo è stanco, avvilito, trascina il corpaccione di due metri per il campo arrancando dietro a un Djokovic ormai imprendibile che rimanda tutto, fa il break sul 3-1, subisce il controbreak, chiude sul 6-3 e vola a prendersi uno Slam meritato che, ancora una volta, respinge l’arrembaggio della Next Gen per mettersi nelle mani dell’usato sicuro… [SEGUE].


Djokovic sbrana Delpo: New York è sua (Massimo Lopes Pegna, Gazzetta dello sport)

Novak Djokovic raddoppia e dopo Wimbledon porta a casa anche gli Us Open, il suo terzo titolo qui a Flushing con cui raggiunge Ivan Lendl e Rafa Nadal… [SEGUE]. Conquistare due Major nello stesso anno solare non gli riusciva dal 2016, mentre nel 2015 aveva addirittura centrato una tripletta. Insomma, i bei tempi. Prima che arrivassero quelli cupi dell’amaro ritiro nei quarti di Wimbledon dell’anno passato con conseguente lunga convalescenza causa infortunio al gomito. Perché questo trionfo è come se fosse il simbolo della sua resurrezione: dopo l’erba inglese, il cemento Usa. Djoko non ha pietà del suo grande amico Juan Martin Del Potro («Come si fa a non voler bene a un gigante buono come Delpo»), lui pure una sorta di superstite, con una lista di malanni lunga nove anni. Ma alla vigilia aveva smorzato la tensione: «Non avrei mai creduto di poter tornare a un’altra finale di un grande torneo. Anche se dovessi perdere vado a casa felice: è stato un anno straordinario». Nole gioca in trasferta dentro l’Arthur Ashe, con il tetto chiuso per la pioggia, camuffato da Bombonera con i canti degli ultrà venuti da Tandil al seguito dell’idolo Delpo. E il serbo gradisce poco, perché spesso si sbraccia verso chi lo disturba. Però conquista il primo set di prepotenza per 6-3 in 42′. C’è equilibrio, ma Djoko sembra sempre padrone del campo, soprattutto quando gli scambi si allungano. L’equilibrio resiste fino al 7° game. La svolta di questo parziale è all’8° e psicologicamente pesa molto nella testa dell’argentino. Perché Delpo va 40-0 e si fa rimontare con una serie di errori, l’ultimo dei quali è un dritto in rete proprio dopo un palleggio interminabile. Il secondo sembra destinato a essere la replica del primo, perché il ragazzone argentino, che da bambino s’incollava al televisore per vedere l’amato calcio e le dirette da Flushing, si salva da due break point con due bei dritti e grazie a un errore del rivale. Ma continua a essere eccessivamente falloso e infatti al terzo game capitola nuovamente. L’aveva detto alla vigilia Nole: «Lui è un grande battitore, sarà fondamentale rispondere in modo efficace al suo servizio. Anche per non subire pressioni sul mio». E sul tema, Djoko si è preparato bene: fino a quel momento risponde al 97% delle palle di servizio di Delpo. Ma poi Juan Martin estrae dal cilindro il suo tennis migliore con cui ha abbattuto in carriera un bel drappello di numeri uno e si procura le prime palle break dell’incontro e pareggia. È ancora l’ottavo game a ruotare il destino della sfida: dura 17′ e 22 scambi. Juan Martin fallisce tre palle break, mentre Meryl Streep si mette le mani sugli occhi come fosse un horror… [SEGUE]. Il cannibale è tornato.

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Federer parigino. Dopo quattro anni sul nuovo Centrale (Crivelli). Una terra per due (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 22 maggio 2019

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Federer parigino. Dopo quattro anni sul nuovo Centrale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Rieccolo. Da quel campo mancava da quattro anni, e lo ha ritrovato cambiato, in attesa che dal 2020 abbia anche la copertura. L’ultima apparizione di Roger Federer al Roland Garros datava 2015, quando venne sconfitto in tre set nei quarti da Wawrinka, poi vincitore del titolo. Nel 2016 il Divino rinunciò all’ultimo per i guai alla schiena e a un ginocchio, poi per due stagioni ha programmato un calendario personale senza il rosso europeo primaverile. Ritiratosi da Roma per qualche dolorino alla gamba destra seguito alle due partite in un giorno di giovedì, Federer appena arrivato in Francia ha subito voluto testare le condizioni sue e dello Chatrier, rimanendo in campo quasi due ore con Diego Schwartzman, l’argentino semifinalista agli Internazionali. Lo svizzero sarà testa di serie numero 3 nel secondo Slam stagionale (si parte domenica): come al solito Parigi segue il ranking, con Djokovic e la Osaka a guidare il seeding. Nel sorteggio di domani sera ci saranno anche tre italiani tra le 32 teste di serie: Fognini 9, Cecchinato 17 e Berrettini 30, tutti beneficiati di due posti dalle assenze di Anderson e Isner. Amarezze invece dalle qualificazioni maschili: i tre italiani di giornata sono stati eliminati da avversari francesi. Lorenzi ha perso da Couacaud, Viola da Bourgue e Arnaboldi da Blancaneux. Oggi tornano in campo per il secondo turno Quinzi, Caruso, Napolitano, Travaglia, Mager e Bolelli. Tra le donne passano il primo turno la Paolini (Zaja) e la Treviso (Smitkova), oggi gioca la Gatto Monticone. A Parigi sarà sicuramente accolto da gran signore (eufemismo) Nick Kyrgios, che dopo un allenamento a Wimbledon (cosa c’è di meglio dell’erba per preparare la terra, del resto) con Andy Murray ha postato su Instagram un paragone piuttosto eloquente: «Il Roland Garros rispetto a questo posto è una m…a». Incorreggibile. Intanto si gioca sulla terra nella settimana che porta al Bois de Boulogne. A Ginevra debutto per Alexander Zverev, cui serviva un avversario declinante come Gulbis per concedersi un sorriso, anche se il 6-2 6-1 finale non registra le 9 palle break concesse dal numero 5 del mondo (ne ha salvate 8). A Lione debutto vincente per l’attesissimo AugerAliassime (7-6 7-5 a Millman), mentre Dimitrov conferma la caduta senza fondo perdendo da Delbonis (1-6 6-4 6-2).

 

Una terra per due (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Con i suoi modi pacati, un po’ sornioni, di chi potrebbe saperla lunga ma lascia ad altri l’onere della prova, Marco Cecchinato mise il tennis di fronte a un interrogativo che in pochi, fin lì, si erano sentiti in dovere di porsi. Accadeva al Roland Garros di un anno fa e la domanda suonava più o meno così: quanto talento c’è nell’altro tennis? Il Ceck veniva da lì, dal tennis dove tutti transitano e molti vi restano impigliati, quello dei Challenger, dei Futures, delle palle sgonfie e spelacchiate. E il tennis dei dimenticati, perché chi vi transita lo archivia in un lampo, e chi ci resta non ama gli venga ricordato. Ma lui, il Ceck, spedito da Palermo in Friuli per farsi la pelle dura, che nell’altro tennis aveva già speso cinque anni di carriera, se ne stava nel torneo dei grandi come un geco in attesa di una zanzara ottimista. Il primo fuoriuscito dell’altro tennis a tagliare il traguardo di una semifinale Slam nel Campionato Mondiale sulla terra rossa. Roba che solo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti vi erano riusciti. Una semifinale che fece il pieno di carburante al tennis italiano e lo rilanciò, se è vero che da quelle giornate i nostri si sono appropriati di sette tornei del circuito, fra i quali un Masters 1000 firmato da Fabio Fognini. Ecco, Fognini, Fogna2 come si fa chiamare quando gioca bene. Lui a una semifinale Slam non è mai giunto, e non v’è alcuna spiegazione tecnica per chiarire il mistero. La risposta sta nel non riuscire quasi mai a far coincidere l’immagine che ha di sé con la realtà dei fatti. Insomma, quello che gli è riuscito a Montecarlo. Ma è un fatto, lui quella semifinale la vuole, e vorrebbe anche di più se solo fosse possibile. Il meglio lo ha dato con un quarto di finale a Parigi nel 2011, vinse da infortunato l’ottavo con Montanes e fu costretto al ritiro prima di incontrare Djokovic. Poi sono giunti due ottavi australiani, quattro sedicesimi a Wimbledon e un ottavo anche agli Us Open. Ha fatto di nuovo bene a Parigi però, ripresentandosi negli ottavi un anno fa e continua a sostenere di avere una voglia infinita di mostrarsi nei suoi panni migliori anche in un major. Ne ha facoltà, ma vale la pena chiedersi come vi giunga a questo appuntamento. C’è un problemino muscolare in attesa di soluzione definitiva, il professor Parra che l’ha in cura con i suoi laser, dice che non si tratta proprio di una sciocchezza. Lui si sente pronto, si sta allenando a San Marino con Barazzutti: «La vittoria a Montecarlo ha cambiato le cose, ora vado in campo disteso». Il Ceck dovrà aggirare altri ostacoli. Il 2018 l’ha portato stabile fra i primi 20. Ora lo conoscono. Ma non sarà facile non avvertire la morsa della conferma dalla quale è atteso. Ci sono in ballo 640 punti, metà della sua classifica. «Non ci penso, non voglio preoccuparmi», ha detto a Roma. Ma quel nodo lo incontrerà e dovrà dargli un taglio netto, se non vuole che diventi scorsoio.

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Il mondo di Rafa (Crivelli). Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Semeraro). Un Rafa rinnovato (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 21 maggio 2019

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Il mondo di Rafa. Si fa tutto in famiglia: ecco il vero segreto del fenomeno Nadal (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Non aveva ancora diciotto anni, Rafa, eppure quella scena colpì la sua sensibilità di ragazzo. Era al torneo di Chennai nel 2004 e nel tragitto tra l’hotel e i campi rimase scioccato da quanti bambini vivessero sui marciapiedi in completa indigenza. Ne parlò subito a mamma Ana Maria e da lì si sviluppò l’idea di una Fondazione che aiutasse l’infanzia in difficoltà. L’episodio compendia alla perfezione i due segreti del successo di Nadal, che 15 anni dopo quei giorni in India è riconosciuto come uno dei più grandi eroi della storia dello sport: l’umiltà unita alla generosità e la fede assoluta nella famiglia, non scalfita nemmeno dalla separazione (durata due anni) dei genitori. Come ogni isolano, il legame con le radici è profondissimo: la madre e la fidanzata Xisca Perello (che lui chiama Mary) si occupano della Nadal Foundation, lo zio Toni dopo averlo allenato per quasi trent’anni è il punto di riferimento tecnico dell’Accademia di tennis creata nel 2016 a Maiorca, di cui la sorella minore di Rafa, Maria Isabel, è l’anima organizzativa. E quando non è in giro per tornei, non è raro vedere il vincitore di 17 Slam dietro la scrivania a rispondere al telefono o a ricevere le iscrizioni. Questo senso di appartenenza si sublima in uno staff ristretto ma affiatatissimo, ben lontano dai 70 dipendenti dell’azienda Federer, che lavora insieme fin da quando Nadal era un ragazzetto ed è diventato un rifugio e un parafulmine che dà tranquillità e toglie pressione, non tanto per i risultati, che continuano a essere fenomenali, quanto piuttosto per il sostegno nei momenti critici che sono sempre seguiti ai tanti infortuni dell’attuale numero due del mondo. Quando Toni ha deciso di dedicarsi all’insegnamento nell’Accademia, è stato sostituito da Carlos Moya, già numero uno del mondo e maiorchino pure lui, amico di famiglia che conosce Rafa da quando aveva tredici anni. Come secondo coach, lo affianca l’ex pro’ Francisco Roig, nel team dal 2005. Viene ancora più da lontano (2002) il rapporto con il manager Carlos Costa, cui zio Toni, a inizio anni 90, chiese di dare un’occhiata al nipote sedicenne che gli sembrava promettente. L’ex top ten si occupa della gestione dei contratti di sponsorizzazione: «Io sono come un membro della famiglia e viceversa: a volte capita che quando si inizia a vincere non si ascoltino più le persone che ti stanno intorno, Rafa invece ha una grande capacità di ascoltare». Chiude il cerchio Benito Barbadillo, il manager per la comunicazione, che all’inizio seguiva pure Djokovic ma nel 2010 scelse di stare solo con Nadal. Legami familiari e amici fidati: con questo piccolo drappello ha scalato il mondo, arrivando a guadagnare, con la vittoria di Roma, 106 milioni di euro in carriera […] Ma quando si è trattato di soccorrere gli sfollati della sua Maiorca travolti dall’alluvione di ottobre, si è infilato guanti e stivali e ha cominciato a spalare il fango. Umiltà e altruismo. Campione per sempre.

 

Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

La sconfitta di Roma non ha danneggiato Novak Djokovic, di sicuro non in classifica: il suo vantaggio su Rafa Nadal, suo avversario nella finale, è addirittura aumentato (12.355 punti contro 7945, più 240 rispetto alla scorsa settimana). La novità più grossa nella top-10 riguarda Stefanos Thistpas, che sale al sesto posto scavalcando Key Nishikori, mentre Marin Cilic scende dal 10° al 13° posto. Nella settimana che precede il Roland Garros i big si rilasseranno. Rafa è da ieri a Maiorca, dove si allenerà alla sua Academy e andrà a pescare prima di spostarsi in Francia, con il serbatoio di motivazioni stracolmo e il mirino già puntato sul 12° titolo al Roland Garros. La finale di Roma ha detto che il Cannibale è tornato quasi sui suoi livelli migliori ma ha anche confortato il Djoker capace comunque di strappare un set e lottare nonostante la stanchezza accumulata nelle due maratone tonno Del Potro e Schwartzman. Federer è a Basilea, dove ieri si è fatto un selfie con Hugh Jackman, l’attore australiano protagonista del musical «The greatest showman», e ha messo in ansia i suoi fan spiegando che il prossimo potrebbe essere non solo il suo ultimo Roland Garros, ma il suo ultimo torneo in assoluto: «Tutti i tornei che gioco possono essere l’ultimo, alla mia età», ha dichiarato all’emittente francese Stade 2. Incrociamo le dita, e speriamo intanto che abbia recuperato dal malanno alla gamba rimediato sui campi del Foro. Djokovic si sta godendo due giorni di relax con la famiglia in Spagna, e da mercoledì si trasferirà a Parigi per riprendere gli allenamenti al Bois de Boulogne […]

Un Rafa rinnovato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Nadal che fai cesti, come un bambino. Gli tirano la palla sul dritto e lui colpisce, e colpisce, e colpisce. Nadal che stringe la Coppa al fianco, e parla ai microfoni guardandola: la cosa più importante è lei, fa capire. «Vivo per queste vittorie e godermele è ancora la cosa più bella che mi possa capitare». Nadal che esulta come quando era il figlio della giungla, un punto e un salto, con quel pugno sguainato come una spada di Toledo, che gli dà slancio verso il cielo. Nadal che non cambia, che ripete la posa di sempre davanti ai fotografi, mentre morde la Coppa, che perpetua se stesso nel mito dell’unico davvero imbattibile sulla terra rossa. E gli è bastata una vittoria, quest’anno, una soltanto, la prima in stagione, per ricordarlo a tutti. A quattordici anni dalla sua prima apparizione romana, Rafa continua a rappresentare l’approdo ideale del tennis sul mattone, il perfetto insieme di destrezza e forza di volontà che rende accessibili queste lande, altrimenti infeconde e vane per i tanti che ci provano senza essere come lui, ancora oggi unico baricentro del tennis più faticoso che vi sia, lo stesso che con protervia il giovane Nick Kyrgios, tennista e lanciatore di sedie, chiede di cancellare dal calendario, perché fuori luogo, incomprensibile, e così poco democratico. «Tanto, vince uno, e tutti gli altri non sono nessuno». Ma la democrazia va meritata, e questo evidentemente il giovane Kyrgios non lo sa. Rafa i meriti li ha, e continua a coltivali. Alla fine è questo che fa la differenza. È il premier della terra rossa, Nadal, e lo è davvero per tutti. Ha cominciato una stagione rientrando da un infortunio, ma con il preciso intento di migliorare il suo modo di stare in campo, dal servizio fino alla posizione dei piedi. Ha mostrato novità tecniche già a Melbourne, ma ha perso malamente la finale. Non ha cambiato strada, ha insistito, poi ha dovuto fermarsi per l’ennesimo infortunio alle ginocchia, ormai di cristallo. È rientrato a Montecarlo e ha perso da Fabio Fognini, poi a Barcellona «ho toccato il fondo», ha raccontato, «non avevo energie», a Madrid è uscito contro Stefanos Tsitsipas annunciando però di sentirsi sempre più vivo, più incisivo nei colpi. Insomma, più Rafa. E a Roma s è ripreso il suo tennis, quasi per intero quello che con il dritto mancino in lungolinea procura guasti anche nelle difese meglio costruite, quello che senza cercare l’ace si affida a un servizio di straordinaria solidità, quello che con la velocità della corsa collega in un edificio a prova di sisma tutte le parti del suo gioco. Lo ha fatto proponendo maggiori variazioni col servizio, e avvicinandosi alla riga di fondo, nel rispetto delle indicazioni di Carlos Moya sulle quali sta lavorando da inizio stagione. A 33 anni (li compirà durante il Roland Garros) e dopo 15 da professionista. «Credo che Rafa abbia ottenuto la quadratura del cerchio che da tempo cercava», ha scritto su El Mundo Josè Perlas, che è stato coach di Moya, Coria e di Fognini, e oggi lo è di Lajovic, «la forza che ha mostrato nei colpi ha molto a che fare con la sua decisione di avanzare la sua posizione sul campo. È certo più difficile, con i piedi vicino alle righe, caricare la palla di quelle rotazioni che Rafa è solito darle, ciò nonostante lui vi è riuscito aumentando la velocità di impatto sulla palla e anticipando il colpo ai limiti del possibile. E quando Rafa carica di piombo i colpi, crea negli avversari una sensazione profonda di angoscia, li fa sentire in balia di un tennis che trovano insopportabile. Ed è ciò che è capitato anche a Novak Djokovic». Roma lo ha rilanciato, due giorni di pesca a Maiorca serviranno per ricaricare le batterie […] Non fosse arrivata la vittoria di Roma, Nadal si sarebbe trovato ad affrontare il suo torneo fra molte sensazioni sconosciute, e per la prima volta senza una vittoria. Lo ammette: «Il segreto è giocare senza lamentarsi, e prendere quello che c’è di buono nelle vittorie come nelle sconfitte. Ma la finale di Roma mi ha detto che ho ritrovato la strada giusta». Era la fiducia che andava cercando, per rilanciarsi ancora una volta. E rinascere. E ricominciare.

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Rassegna stampa

Foro Italico: il nono successo di Rafa Nadal e la vittoria di Karolina Pliskova (Crivelli, Cocchi, Clerici, Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 20 maggio 2019

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Rafa risorge nel tempio di Roma. Djokovic demolito (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nove sono i gironi dell’inferno. Nove sono i cerchi del paradiso. Il viaggio di Nadal dopo i tormenti marzolini di Indian Wells, con il millesimo ritiro forzato dalle ginocchia martoriate, ha prima conosciuto l’abisso e adesso si sublima nell’ascesa al cielo romano dopo una settimana finalmente perfetta: nono trionfo al Foro Italico e primo torneo vinto da agosto (allora fu a Cincinnati). In vista della messa laica parigina le cui campane suoneranno da domenica, il gran sacerdote della terra è tornato a impartire la sua benedizione trionfale. Un rito celebrato con una prestazione mostruosa: il primo parziale dura appena mezz’ora e per la prima volta nei 54 episodi (e 142 set) della rivalità più sostanziosa della storia del tennis, sul tabellone appare un 6-0. Rafa è troppo, Rafa è tutto: il dritto viaggia a velocità supersoniche, la risposta al servizio tiene Djokovic due metri dietro la riga di fondo, i cambi di ritmo e di angoli sono una sentenza. Nole è reduce da cinque ore e mezza di partita in due turni, e le energie perdute sono tutte in quei rovesci che dovrebbero contrastare il gancio del maiorchino e invece sono mozzarelle senza peso e facili da aggredire.

 

(…).

«Non mi attacco certo alla stanchezza – ammetterà cavallerescamente il Djoker – semplicemente nel primo set mi ha spazzato via, ha giocato un tennis terrificante». Ma quando la generazione irripetibile dei Fab Three lascerà e si analizzeranno le ragioni di un dominio che marcherà in eterno la storia dello sport, non serviranno trattati filosofici: sarà sufficiente ricordare la straordinaria forza mentale di atleti titanici, la loro ribellione all’idea di sconfitta, sempre e comunque. Nole è morto, Nole resuscita perché finalmente si muove meglio, è più incisivo, trova contromisure in risposta mentre Nadal, abbagliato dal traguardo, si scopre troppo frettoloso e non sfrutta le occasioni di break.

(…)

Ma è l’ultimo sussulto, una prodezza figlia di un orgoglio smisurato, che allunga lo show e non cambia il destino di una sfida segnata da quell’inizio sconvolgente: il satanasso di Manacor ottiene il break già nel primo game del terzo set (dal 40-30 per Novak) e si invola intoccabile, completando il cammino di redenzione. Djokovic si arrende tra gli applausi: «Nel secondo set il mio rovescio ha funzionato meglio e io sono stato più dinamico, poi i primi tre-quattro game del terzo set sono stati equilibrati ma sono andati verso di lui solo per dettagli. In generale, però, stavolta è stato più forte di me». E dopo le sanguinose sconfitte a Wimbledon e agli Australian Open, Nadal torna a vincere un confronto diretto contro l’arcirivale, il 26° sorriso di una saga infinita. Con lo zucchero del record nei Masters 1000: adesso per il maiorchino sono 34 vittorie nei tornei di categoria, una in più di Novak. Le parole non bastano più.

(…) Rafa diventa il giocatore con più successi contro un numero uno del mondo, 19, e soprattutto allunga la serie di stagioni con almeno un torneo conquistato, iniziata nel lontanissimo 2004 sulla terra di Sopot. Un’altra resurrezione per un guerriero baciato da un talento atletico mai visto e da un cuore sterminato, eppure spesso martoriato dalla salute. Narrano le cronache che dopo lo stop di Indian Wells, Nadal abbia passato giorni tremendi, con il morale ammaccato e visioni dolorose del futuro. A Montecarlo, dopo la pausa forzata, si è presentato fuori condizione e a Barcellona, dopo il successo in tre set contro Mayer al primo turno, si è sentito perduto. Per sua stessa ammissione, quella è stata la partita peggiore, per energia e convinzione, da tanti anni a questa parte e quando è rientrato in hotel si è isolato, scavando dentro motivazioni che sentiva evaporare. Lì, la forza del gigante ha preso il sopravvento e al mattino è tornato ad allenarsi con furia leonina. (…)

Pliskova: “Non ci credo, ho vinto e ho visto CR7” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Due anni fa Karolina Pliskova era numero 1 del mondo poi, in questo tennis orfano di Serena, dove le protagoniste si alternano senza trovare pace, ha vissuto diversi alti e bassi. La stabilità la sta trovando ora insieme a Conchita Martinez. Ieri la giocatrice della Repubblica Ceca ha battuto in due set Johanna Konta e da oggi è numero 2 al mondo con vista sulla vetta.

Karolina, a Roma arriva la sua vittoria più importante sul rosso. «Mi sembra un miracolo. È fantastico, perché nessuno avrebbe mai immaginato che potessi vincere questo titolo. Nemmeno io ci credevo a dire la verità. Prima di arrivare non ero molto fiduciosa, pensavo che avrei fatto al massimo due partite».

La sua coach è Conchita Martinez che al Foro ha trionfato quattro volte. migliore consigliera non poteva avere. «Sì, anche se non è facile dire a qualcuno come si vince un torneo. Abbiamo lavorato su alcuni aspetti del mio gioco che posso riportare sulla terra. Mi ha consigliato di iniziare un po’ a usare la palla corta, alternare i servizi. Piccole cose ma fondamentali. A questo torneo lei è molto affezionata, credo che abbia anche pregato purché vincessi».

(…)

Dopo la vittoria, prima della premiazione l’abbiamo vista col telefono in mano. Di chi è il primo messaggio? «Della mia gemella Krystina. Ancora adesso la gente fa fatica a distinguerci, siamo molto unite. Credo sia un rapporto completamente diverso da quello che c’è normalmente tra sorelle di età diverse. Siamo entrambe tenniste, cerchiamo di darci supporto a vicenda. (…)

Qual è il ricordo più bello che si porterà via da Roma? «11 match point, il trofeo… Ronaldo». In che senso? «Mio marito è un super appassionato di calcio e mi ha portata a vedere Roma-Juventus. Vedere giocare Ronaldo è una grande emozione, un atleta incredibile. (…)

Per celebrare il successo potrebbe farsi un altro tatuaggio oltre ai quattro che ha già. «Amo moltissimo i tatuaggi, i miei sono tutti polinesiani. Ognuno di noi in famiglia ne ha uno, ma nessuno di questi ha a che fare col tennis». Il Foro resterà tatuato sul cuore.

Nadal eterno ritorno, piega Djokovic e si riprende Roma (Stefano Semeraro, La Stampa)

Chiamatelo l’eterno ritorno del tennis, oppure chiamatelo Rafa Nadal, più o meno è la stessa cosa. Il Cannibale si è preso per la nona volta il Foro Italico, battendo in tre set (6-0, 4-6, 6-1) un’edizione un filo scarica di Novak Djokovic – le due maratone notturne nei quarti e in semifinale contro Del Potro e Schwartzman hanno lasciato il segno – e fra un paio di settimane non ci sarebbe nulla di strano nel vedergli in mano la dodicesima coppa dei Moschettieri. (…). Nel 2019 non aveva ancora stretto nulla, il numero 2 del mondo, sconfitto in Australia sempre da Djokovic, poi a secco in tutti i suoi feudi rossi, da Montecarlo a Barcellona e Madrid. Ma Rafa è una salamandra, una fenice, il mentalist di se stesso. Un moto discontinuo ma perpetuo (…). «Qual è il segreto? Andare in campo ogni giorno, senza lamentarsi se ti senti male, se non giochi bene, le cose non vanno come vorresti o magari devi stare fuori per infortunio».

(…)

Qui è andata meglio giorno dopo giorno. E in finale ho giocato un grande match». Anche statisticamente: nei 140 set precedenti fra i due fenomeni mai c’era stato un 6-0. Il Rafa romano però è tornato da 9 anche in pagella, con il dirittone finalmente a regime, micidiale in lungolinea (l’arma in più contro Djokovic) spietato nel dettare il tempo in cross, nel chiudere con il rovescio. Primo 6-0 contro il serbo «Contro Rafa devi sempre giocare un colpo in più, anche se tiri un vincente», sorride Nole, che resta in testa nel conto della rivalità più ricca dell’era Open (28-26) ma deve cedere al rivale il primato nei Masters 1000 in carriera (34 a 33) e nelle finali degli Internazionali (3-2).

(…)

Rafa del futuro prossimo non vuole parlare («mi godo la coppa di Roma, uno dei tornei che fanno la storia del tennis, prima di Parigi mi rilasserò un po’ andando a pescare»), per Djokovic il Roland Garros, dove spera di continuare il suo sogno di Grande Slam, «sarà un torneo interessante: Thiem può battere chiunque, Fognini ha dimostrato di cosa è capace a Montecarlo. Vedrete, ci divertiremo». Con il permesso del padrone di casa, naturalmente.

Nella città eterna risorge il re Nadal (Gianni Clerici, La Repubblica)

Chi legga il risultato 6-0, 4-6.6-1 in favore di Nadal non avrà dubbi. Nadal è stato, per un pomeriggio importantissimo, più forte del numero uno del mondo. Intorno a me, i rispettivi tifosi avevano però opinioni dissimili. Per cominciare, la stanchezza di Djokovic, che l’aveva mandato in campo vistosamente impallidito, dopo le due partite di tre set contro Del Potro venerdì sera, e quella di sabato contro uno Schwartzman ispirato, tanto da sembrare una controfigura di Ferrer, David.

(…)

Il risultato, tuttavia, mi sembra troppo netto perché considerazioni simili abbiano un valore dialettico. Rafa si è attribuito un primo set (…) in solo trentotto minuti, con trentuno punti a quattordici, dei quali sette conquistati nel quinto game, una sorta di score da primo turno. Nel secondo set quasi tutti abbiamo ricordato i ventotto match a venticinque a vantaggio di Nole.

(…) Ma, da qui in avanti, la vittoria di Nadal avrebbe preso corpo, frustrando anche i tifosi più testardi di Djokovic, costretti a vedere il loro eroe a terra, in un istante simbolico di tutta la vicenda, nel sesto game. Lo sconfitto ha reso onore al rivale: «Rafa era troppo forte oggi. Posso dire che non ero al massimo, che non ho giocato il mio miglior tennis ma sono sono riuscito a gestire la battaglia. Mi prendo questo di buono da questa finale». Invece Nadal ha voluto godersi il primo trionfo della stagione: «Ho recuperato la mia salute, il mio livello, l’energia di cui ho bisogno». Lo spagnolo ha ricordato ancora (anche un po’ seccato) il periodo buio dal quale è uscito e ora si presenterà a Parigi secondo gli onori dovuti: «Dopo Indian Wells è stata dura: sono tomato a Maiorca per curarmi, ho dovuto ancora fermarmi e accettarlo. Tutto qua, ma non voglio parlarne più». Insomma, per concludere, Nadal con il suo spaventoso diritto si è imposto più che nettamente su un Nole Djokovic certo troppo stanco per una gara di corsa (…).

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