Il crollo di Serena e la scenata inspiegabile (Clerici, Audisio, Piccardi, Semeraro, Azzolini). Immenso Djokovic: è lui il re di New York (Piccardi, Lopes Pegna)

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Il crollo di Serena e la scenata inspiegabile (Clerici, Audisio, Piccardi, Semeraro, Azzolini). Immenso Djokovic: è lui il re di New York (Piccardi, Lopes Pegna)

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Il crollo di Serena divide l’America. “È stato sessismo” (Gianni Clerici, Repubblica Sport)

“Te l’aspettavi la sconfitta di Serena?” mi chiede un aficionado. “No. Nemmeno che perdesse un set. Se non fossi stato impedito dal regolamento dell’Iwta (International Writers Tennis Association) avrei scommesso su di lei”. “Perché credi che abbia perso?”. “Perché, come me, deve aver sottovalutato la sua avversaria. Oppure perché non si aspettava la lite con l’arbitro Carlos Ramos. Era difficile immaginare una simile vicenda”. “Com’è andata infatti? Mai visto qualcosa di simile?”. “Mai visto”. “Vuoi ricordarla? “Ci provo”. Serena ha infatti perduto il primo set, 6-2, facendo apparire Naomi un fenomeno dei tiri veloci, soprattutto contropiede. Non in gran serata, questa Williams non meno sorprese di me, sta pian piano ritrovandosi, quando, sul 3-4, inizia una scemeggiata – non voglio chiamarla altrimenti – con l’arbitro, Carlos Ramos. Serena infatti riceva un “warning” che tradurrei ammonizione, per coaching, che chiamerei “suggerimento”. A quel che vedo in televisione, mi pare che il suo coach greco-francese, Patrick Mouratoglou non le abbia suggerito niente. Ha solo fatto un gesto con gli avrambracci, come a dire “forza”. Furiosa per l’ammonizione, Serena spacca vistosamente la racchetta, per poi iniziare, da sotto il seggiolone, una discussione con l’arbitro che sembra, da parte sua, mantenere la calma. «Non sono un’imbrogliona, non faccio queste cose, ho una figlia. Non c’è stato coaching. Sei un bugiardo, mi manchi di rispetto. È solo perché sono una donna». Frase a cui ha fatto seguito la solidarietà di Billie Jean King: «Quando una donna si lascia andare alle emozioni del momento diventa subito una “isterica” e viene penalizzata. Quando lo fa un uomo, diventa invece “schietto” e non ci sono ripercussioni. Grazie, Serena, per aver portato alla luce questo doppio standard». Va detto, al riguardo, che, dopo la partita, Mouratoglou stesso ha diversamente affermato che il suo gesto «poteva ritenersi coaching». Forse è stato troppo onesto, perché con simile affermazione ha giustificato il comportamento disumano di Ramos. Intanto alla parola ” bugiardo ” è scattato il terzo warning, che Serena vede apparire sul tabellone luminoso, e che consegna a Naomi addirittura un game, mandandola a 5-3. Serena fuori di sé continua a chiamare ladro l’arbitro Ramos, e non troverà più il modo di reagire nel gioco. Che cosa ne penso, mi chiede un amico. Interpretazione priva di umanità, di un tipo che si è sentito offeso, ha vietato a se stesso di intuire che il “coaching’ non era stato qualcosa di utile, e che aveva, lui stesso, provocato l’esplosione di Serena. Un altro amico mi ha chiesto cosa sarebbe avvenuto, senza le follie di un dubbio regolamento. Credo che una Serena normale avrebbe avuto le sue chances di rimontare e vincere. Ma come chiamare normale ciò che sfugge a regole severe, ma obiettive?


La battaglia dei sessi nella versione di Serena (Emanuela Audisio, Repubblica Sport)

 

Power Games. Giochi di potere. Quando Serena urla all’arbitro Ramos: «Sei un ladro, mi hai rubato un punto, non mi arbitrerai più, con un uomo non l’avresti fatto», non è solo un’atleta imbestialita e frustata, che lotta per il diritto alle donne a non polemizzare dolcemente e a manifestare la propria rabbia. È molto di più, e molto oltre la battaglia dei sessi. Cinquant’anni dopo i pugni neri di Tommie Smith e John Carlos, che protestavano per avere un podio quotidiano nella società e non solo nello sport, Serena Williams come Stephen Curry e LeBron James, campioni di basket che si oppongono pubblicamente a Donald Trump, non si ribellano a chi comanda, ma esercitano il loro potere di numeri uno, fatto di fama, soldi, social, marketing. Non sono più poveri neri che cercano il riscatto, ma ricche celebrità che pretendono rispetto per il loro status e per il loro popolo. Questo dice il sociologo americano Harry Edwards, che ieri come oggi è il punto di riferimento di chi contesta nello sport: «Non giocano a comandare la partita, ma a comandare, perché non sono più parte di un gioco, ma sono il gioco». Basta un loro tweet per influenzare l’opinione pubblica. E infatti Serena ha incassato subito l’appoggio di Billie Jean King, ex campionessa, sindacalista, fondatrice della Wta, ispiratrice del film “La battaglia dei sessi”, ricordo dello storico incontro da lei giocato e vinto nel 1973 contro Bobby Riggs, prima volta di una femmina contro un maschio. E anche dell’attrice americana Ellen DeGeneres: «Hai cambiato il mondo in meglio, questo per me vale più di una partita». Quando Serena, in una versione femminile di Buffon in Coppa Campioni, pretende le scuse del giudice, forse più fiscale che sessista, e gli urla: «Io non frego per vincere, preferisco perdere», è perché vede lesa la sua maestà per il primo ammonimento per “coaching” della sua carriera, rivolto al suo allenatore, si considera indegnamente macchiata di una lettera scarlatta che non merita. Gliela hanno data perchè donna? Difficile provarlo: quest’anno gli uomini hanno ricevuto 23 multe per violazione del regolamento contro le 9 delle donne. Segno che l’ira maschile non viene condonata. McEnroe, molto bad boy, nel ’90 agli Open d’Australia fu squalificato al quarto turno per i suoi eccessi, Fabio Fognini l’anno scorso è stato multato e cacciato dagli Us Open per insulto sessista all’arbitro donna. È vero che il giudice Ramos, abituato ad arbitrare gli uomini, è uno che guarda troppo al regolamento, che la Wta ammette il court-coaching (ma non nei tornei del Grande Slam), e che Alizé Cornet agli Us Open ha ricevuto un warning per essersi cambiata la maglietta in campo, cosa che fanno regolarmente i maschi, ma il giorno dopo ha ricevuto le scuse e la regola (sessista) è stata cambiata. Ma è anche vero che se dai del ladro all’arbitro, spacchi la racchetta, e perdi la testa perché una ventenne ti sta cacciando dal tuo regno, non puoi venirne fuori immacolata. Resta che Serena Williams non è più solo una grande tennista. A 37 anni è una regina d’America che pranza con Oprah Winfrey, partecipa al matrimonio di Harry e Meghan, balla con Michelle Obama. Nessuno le può dire come giocare, nessuno la può accusare di barare dopo quasi un ventennio di trionfi sportivi. Questo lei pensa nel momento del tonfo. E in uno sport che ormai non è un momento della vita, che passa e va, ma un posto di lavoro da mantenere e dove far valere gerarchie, pretese, e nuovi diritti per le donne. All’organizzatore Ion Tiriac che l’anno scorso aveva espresso dubbi sul fatto che Serena «a 36 anni e con 90 chili» potesse tornare numero uno, lei rispose che la ciccia era sua e le piaceva e glielo avrebbe detto di persona a quel maleducato… [SEGUE].


Serena, gli insulti al giudice, la sconfitta. «Io vittima di una decisione sessista» (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

«Ci sono uomini che in campo fanno ben di peggio. Perché sono una donna mi stai rubando la partita. Non è giusto!». Ambientata sul palcoscenico della finale dell’Open Usa nell’epoca del #MeToo, amplificata dal tam tam dei social e dal vocione delle pasionarie di Hollywood, la crisi isterica di Serena Williams è diventata un manifesto del femminismo. Con lo Slam di casa, la più grande di ogni tempo ha sempre avuto un rapporto controverso: sei dei 23 titoli Major sono stati vinti a New York ma parecchie delle sue sconfitte sono entrate in archivio alla voce «contenzioso con i giudici». Nel 2004 contro la Capriati, nel 2009 con la Clijsters (quando Serena minacciò la giudice di linea Shino Tsurubuchi di farle ingoiare la pallina: kappaò e multa di 82.500 dollari), nel 2o11 in finale con la Stosur e nel 2015 in semifinale con Roberta Vinci, la tarantina che fece deragliare la fuoriclasse dai binari del Grande Slam (quello vero). Sabato, sul centrale di Flushing, sembrava semplicemente una giornata storta. La pressione della folla, l’ansia di eguagliare Margaret Court nel numero di Slam vinti, l’obbligo di aderire alla strepitosa campagna di marketing avviata a Wimbledon («Sono arrivata in finale per tutte le mamme!») e vicina al perfezionamento a New York: tornare a ruggire a un anno dalla nascita, travagliata e piena di complicazioni post partum, della piccola Olympia. Ma dall’altra parte della rete la leonessa rauca si è ritrovata una 2oenne fresca e coriacea, la giapponese Naomi Osaka cresciuta nel suo mito, e sulla sedia del giudice un inflessibile portoghese, Carlos Ramos, abituato alle intemperanze degli uomini. Nel secondo set, quando Serena già perdeva 6-2, Ramos ha applicato alla lettera il regolamento: richiamo per coaching (ammesso da Patrick Mouratoglou, allenatore della divina; nota a margine: tutte si fanno consiliare dalla tribuna ma finché c’è una regola che lo vieta va usata), punto di penalità per aver spaccato la racchetta, game di penalità per «insulto udibile» all’arbitro («Sei un ladro!»). Volata sul 5-4 grazie all’incredibile zuffa tra l’avversaria nobile e il giudice pedante, l’incredula e mortificata Osaka non si è fatta più riprendere. Un match passato alla storia per i motivi sbagliati, ha titolato il New York Times, smontando le tesi di sessismo di Serena: gli interventi per violazione del codice di comportamento ai danni degli uomini quest’anno all’Open Usa sono stati 23, contro gli appena 9 delle donne (Williams inclusa, multata di 17.000 dollari). Difficile sostenere che a New York gli arbitri ce l’hanno con le tenniste in un torneo che, storicamente, ha punito McEnroe, Connors, e, più modestamente, Fabio Fognini, espulso da Flushing l’anno scorso per insulti sessisti (quelli sì) alla giudice di sedia. Ma l’evidenza dei fatti non ha fermato la crociata della Williams, che dopo aver chiamato l’applauso per la Osaka (beau geste doveroso) si è sfogata in conferenza stampa: «Non ho mai barato in vita mia: preferisco perdere. L’arbitro mi ha rubato un game. Ho visto uomini dire le peggio cose senza venire sanzionati: con un maschio non l’avrebbe fatto. Mi batto per la parità delle donne e continuerò a farlo»[SEGUE].


Mamma Serena, lacrime e nervi. “L’ho fatto per difendere le donne” (Stefano Semeraro, Stampa)

Il day after la finale femminile degli Us Open è una Guerra di Secessione del tennis, uno scontro di culture e di slogan. E dal fumo dei social e dei comunicati, come è prassi, stenta a emergere il buonsenso. Da una parte c’è chi difende senza se e senza ma Serena Williams e la sua polemica sanguinosa con l’arbitro Carlos Ramos, reo di averle affibbiato prima un avvertimento (peri suggerimenti proibiti del suo allenatore Mouratoglou), poi un punto (racchetta spaccata) e infine un game di penalità dopo essersi sentito definire «ladro», «bugiardo» e «sessista» in mondovisione. Dall’altra chi crocifigge la ex n. 1 per una sceneggiata, indegna di una campionessa che vuole proporsi come modello. «I suggerimenti dovrebbero essere permessi nel tennis», tuona Billie Jean King, pasionaria (in epoca non sospetta) dell’uguaglianza. «Se una donna mostra le emozioni è isterica, se lo fa un uomo ha carattere. Grazie Serena, per aver svelato che ci sono due pesi e due misure». Per il New York Post la Williams «è solo una cattiva perdente», secondo un altro ex n.1 come Andy Roddick «è stato il peggior arbitraggio che abbia mai visto» e anche la grande Chris Evert sta con Serena. Il premio testa nella sabbia va alla Wta: «Serena gioca sempre con classe e con grande sportività». Tirare in ballo Weistein e Asia Argento pare esagerato, dopo il match Serena ha però riacceso il lanciafiamme: «Io sono qui a combattere per le donne, le madri e le pari opportunità. Non ho visto mai uomini puniti per aver dato del ladro all’arbitro: per me questo è sessismo». Con buona grazia di chi credeva che Serena sabato stesse combattendo — anche o soprattutto – peri 3,8 milioni di dollari del montepremi (ne ha vinti solo 1,8) e il record di 24 Slam. E di chi ricorda la semifinale del 2009, sempre agli Us Open, in cui la Pantera in crisi isterica minacciò una povera giudice di linea giapponese che le aveva chiamato un fallo di piede: «vorrei ficcarti in gola questa pallina fino a soffocarti». Sessismo anche quello? Allora la multa fu di 82.500 dollari, stavolta solo di 17 mila. Come ha sottolineato l’ex arbitro e opinionista Richard Ings, il coaching c’era tutto (lo mostrano i video), il resto lo ha fatto la Williams spaccando la racchetta e perdendo la testa… [SEGUE].


Si, c’è un caso arbitri (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Alla fine, che colpa ne ha la giovane Osaka se ha vinto gli Us Open? Nessuna, ovvio, ma se ne sta in disparte, fuori dalla festa che festa non è. ll pubblico rumoreggia, fischia, la tempesta non si è ancora placata, e Naomi Osaka piange, non di gioia, ma di avvilimento. Anche Serena Williams piange, ed è la rabbia a guidarla lungo la strada della rivendicazione, che spesso procede a un tanto così dal baratro della maleducazione. Eppure, punteggio alla mano, non c’è risultato più limpido: Naomi ha giocato meglio, ha colpi che fanno male e li ha usati tutti, a cominciare dal servizio devastante. Ha dominato il primo set, ha ripreso il secondo in rimonta. Si è compiuto, nel frastuono della protesta, un passaggio di consegne che avrà bisogno di ulteriori conferme, ma che e già possibile individuare nelle cifre del match, nei gesti tecnici delle due, nei modi di fare: fra le tante che ci stanno provando, l’erede di Serena è proprio lei, Naomi Osaka La più diretta discendente. Una figlia. Se ne accorge anche Serena, che alla fine l’abbraccia «Lei non c’entra», dice rivolgendosi al pubblico, «lei ha vinto il suo primo Slam con merito. Applauditela. Io mi rifarò. Lo sapete tutti che mi rifarò». Sessismo, accusano Billie Jean King e Vika Zarenka, il giorno dopo. E pure James Blake, ex n. 4 conferma «Se quelle parole che ha detto Serena le avesse dette un uomo, nessun provvedimento sarebbe stato preso». C’è del vero, poco da fare. Nel tennis maschile volano parole ben più sanguinose, e tutti stanno zitti. Anche l’arbitro Carlos Ramos, che sabato è stato uno dei tre protagonisti sbagliati della finale. Tre, però, non uno solo. Non solo l’arbitro… Gli altri due sono Serena e il suo coach, Patrick Mouratoglou, e tutti assieme hanno rovinato la prima vittoria di una tennista giapponese nello Slam. Si era sul 2-1 del secondo set, e nel primo Naomi aveva travolto Serena. Lì Mouratoglou ha inviato un messaggio alla Williams, sapendo che lei non lo avrebbe visto e non lo avrebbe raccolto, perché Serena – ha ragione a dirlo, anzi, a urlarlo – non bara, non l’ha mai fatto. Però il consiglio è stato lanciato, e l’arbitro l’ha visto. Scatta il warning per coaching. Serena non c’è stata e l’ha messa sul piano personale: «Lo sai che non faccio cose del genere, mi stai dando dell’imbrogliona davanti a tutto il Paese. Se guardo il mio box è per vedere le facce di chi mi vuol bene, non per ricevere consigli». Sul 3-1 Naomi fa scattare la rimonta Serena commette due doppi falli e spacca la racchetta. Altro warning ed è penalty point: il game successivo comincerà da 0-15 per la Osaka. Serena torna a lamentarsi: «Dovevi togliermi quel primo warning, sai che non sono colpevole. Ora mi hai tolto anche un punto, sei tu l’imbroglione, sei tu il ladro, non io. Fai così perché sono una donna, con un uomo non ti saresti permesso». Scatta il terzo warning e il penalty game. 114-3 della Osaka diventa 5-3. Serena chiede il Supervisor, è una furia, piange. Ma la partita è persa Niente 24° Slam, niente prima vittoria da mamma. Tre colpevoli: il coach per aver dato un consiglio inutile, a beneficio delle telecamere. Serena per le esagerazioni di cui è capace. Ma anche l’arbitro, che da regolamento ha preso tutte decisioni giuste. E questo il punto più spinoso della vicenda. Sta al giudice capire quando può farsi strada a colpi di regolamento, e quando – presa la decisione che deve prendere – è giusto preoccuparsi che la gara non vada in frantumi. Sarebbe bastato spiegare, far capire a Serena che cosa era accaduto, tranquillizzarla… [SEGUE].


Immenso Djokovic: è lui il re di New York. Gli bastano tre set per battere Del Potro (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

New Djoker a New York. La città che non dorme mai incorona il tennista che non molla mai. Nemmeno nel secondo set, quando la finale dell’Open Usa sembra rapita dal fascino latino di Juan Martin Del Potro, capace di riaprire un incontro che s’innalza su vette d’intensità notevoli. Ma c’è troppo Djokovic in campo per lo spilungone argentino, sbucato sul centrale di Flushing nove anni dopo il primo e ultimo titolo Slam (Us Open 2oo9) anche grazie al ritiro di Nadal e costretto dal muro serbo a una partita ad inseguimento, sfinente e a tratti bella, ripagante del piccolo spettacolo delle donne, condizionato dalla crisi isterica della Williams. Novak Djokovic è di nuovo Djoker, secondo Major stagionale e terzo a New York, il record di Pete Sampras (14 titoli Slam) è eguagliato e adesso gli Immortali tremano davvero: Federer a quota 20 e un maestro con la data di scadenza incorporata, apparso improvvisamente vecchio sia a Londra che negli Usa; Nadal che lo tallona a quota 17 è tenuto insieme dai cerotti: ogni volta che s’infortuna (cartilagini del ginocchio all’Us Open) non sai quando — e se — lo rivedrai. Dietro, fresco dei suoi 31 anni e di un’usura per forza inferiore, incalza l’uomo di Belgrado, definitivamente uscito dalla profonda crisi personale e tecnica, re di Wimbledon e dell’Us Open in una stagione che ha distribuito ai tre grandi (Federer in Australia, Nadal a Parigi per l’undicesima volta) i suoi quattro tesori più preziosi. Del Potro ci mette cuore, drive, borotalco usato in profusione per tenere salda nella manona di pietra la clava con cui martellare il rivale però Djokovic è di gomma e arriva dappertutto: 6-3 con un break dolorosissimo (nell’ottavo game l’argentino era 40-o), senza strafare. Sale la torcida per Del Potro, sale il suo tennis. Il Djoker s’innervosisce, sbaglia un dritto e regala il break del 4-3 nel secondo, poi quell’ottavo eterno game (22 punti) che decide la partita: il serbo annulla tutte le palle break e rimane agganciato, 4-4, sarà il tie break a spezzare l’equilibrio. E li Del Potro è tradito dal suo colpo migliore, il drive, due errori fatali mandano il serbo 5-4 e 6-4, chiudere il secondo 7-6 è una passeggiata. Delpo è stanco, avvilito, trascina il corpaccione di due metri per il campo arrancando dietro a un Djokovic ormai imprendibile che rimanda tutto, fa il break sul 3-1, subisce il controbreak, chiude sul 6-3 e vola a prendersi uno Slam meritato che, ancora una volta, respinge l’arrembaggio della Next Gen per mettersi nelle mani dell’usato sicuro… [SEGUE].


Djokovic sbrana Delpo: New York è sua (Massimo Lopes Pegna, Gazzetta dello sport)

Novak Djokovic raddoppia e dopo Wimbledon porta a casa anche gli Us Open, il suo terzo titolo qui a Flushing con cui raggiunge Ivan Lendl e Rafa Nadal… [SEGUE]. Conquistare due Major nello stesso anno solare non gli riusciva dal 2016, mentre nel 2015 aveva addirittura centrato una tripletta. Insomma, i bei tempi. Prima che arrivassero quelli cupi dell’amaro ritiro nei quarti di Wimbledon dell’anno passato con conseguente lunga convalescenza causa infortunio al gomito. Perché questo trionfo è come se fosse il simbolo della sua resurrezione: dopo l’erba inglese, il cemento Usa. Djoko non ha pietà del suo grande amico Juan Martin Del Potro («Come si fa a non voler bene a un gigante buono come Delpo»), lui pure una sorta di superstite, con una lista di malanni lunga nove anni. Ma alla vigilia aveva smorzato la tensione: «Non avrei mai creduto di poter tornare a un’altra finale di un grande torneo. Anche se dovessi perdere vado a casa felice: è stato un anno straordinario». Nole gioca in trasferta dentro l’Arthur Ashe, con il tetto chiuso per la pioggia, camuffato da Bombonera con i canti degli ultrà venuti da Tandil al seguito dell’idolo Delpo. E il serbo gradisce poco, perché spesso si sbraccia verso chi lo disturba. Però conquista il primo set di prepotenza per 6-3 in 42′. C’è equilibrio, ma Djoko sembra sempre padrone del campo, soprattutto quando gli scambi si allungano. L’equilibrio resiste fino al 7° game. La svolta di questo parziale è all’8° e psicologicamente pesa molto nella testa dell’argentino. Perché Delpo va 40-0 e si fa rimontare con una serie di errori, l’ultimo dei quali è un dritto in rete proprio dopo un palleggio interminabile. Il secondo sembra destinato a essere la replica del primo, perché il ragazzone argentino, che da bambino s’incollava al televisore per vedere l’amato calcio e le dirette da Flushing, si salva da due break point con due bei dritti e grazie a un errore del rivale. Ma continua a essere eccessivamente falloso e infatti al terzo game capitola nuovamente. L’aveva detto alla vigilia Nole: «Lui è un grande battitore, sarà fondamentale rispondere in modo efficace al suo servizio. Anche per non subire pressioni sul mio». E sul tema, Djoko si è preparato bene: fino a quel momento risponde al 97% delle palle di servizio di Delpo. Ma poi Juan Martin estrae dal cilindro il suo tennis migliore con cui ha abbattuto in carriera un bel drappello di numeri uno e si procura le prime palle break dell’incontro e pareggia. È ancora l’ottavo game a ruotare il destino della sfida: dura 17′ e 22 scambi. Juan Martin fallisce tre palle break, mentre Meryl Streep si mette le mani sugli occhi come fosse un horror… [SEGUE]. Il cannibale è tornato.

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Trionfa Medvedev (Crivelli). Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Mancuso). Crazy tennis (Clerici)

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Trionfa Medvedev. Settimana perfetta dell’Orso di Mosca (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La settimana perfetta di Medvevev si conclude come era da pronostico dopo che in semifinale aveva ribaltato il match con Djokovic da un set sotto e 0-30 sul 3-3 del secondo set: con un successo combattuto ma sostanzialmente mai in discussione su Goffin, che regala all’Orso russo (medved significa appunto orso nella lingua di Tolstoj) il primo sorriso in un Masters 1000 e soprattutto il numero 5 della classifica. Da oggi, Daniil è il più in alto della tanto celebrata Next Gen, di cui rappresenta l’archetipo contrario rispetto agli strombazzati Tsitsipas e Shapovalov: pochissima vita sui social, una moglie (Daria) già a carico e una straordinaria etica lavorativa, che lo ha portato a migliorare a grandi passi, soprattutto al servizio. Che a Cincinnati è stato l’arma letale, togliendolo sempre dagli impicci. Medvedev è il giocatore più caldo del momento (tre finali in tre settimane, finalmente si è tolto la scimmia dopo i k.o. di Washington e Montreal) e quello con più vittorie in stagione, 44.

 

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Tra le donne, vittoria della Keys, al primo Premier 5 in carriera.

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Avrebbe tutto per rimanere costantemente al top: un servizio che spacca e colpi molto pesanti da fondo, ma non è mai stata una tigre nei momenti caldi di una partita o di una stagione. È vero, ha giocato una finale Slam a New York nel 2017, ma è stata travolta dalla Stephens e comunque ci si immaginava che alla sua età (24 anni) si fosse già costruita un palmarès da star. Ecco dunque che il trionfo in Ohio ci consegna una giocatrice che finalmente è stata aggressiva quando si è scoperta spalle al muro: la Kuznetsova è stata in vantaggio 5-3 in entrambi i set, ma a quel punto Madison ha alzato l’intensità del gioco ed è uscita dal pantano con 13 ace e 45 vincenti. Chapeau.

Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Angelo Mancuso, Il Messaggero)

Attenuanti generiche. Dopo il ko in semifinale al Masters 1000 di Cincinnati, Djokovic si concentra sugli US Open: «Ho perso contro un avversario che ha giocato benissimo, sarò pronto per New York». Manca una settimana esatta all’ultimo Slam della stagione e il n.1 era al rientro dopo il trionfo a Wimbledon e con il riacutizzarsi del dolore al gomito destro: contro Medvedev ha dominato per un set e mezzo, poi la risposta migliore del pianeta si è inceppata e il talentuoso russo classe 1996 ha messo la freccia (3-6 6-3 6-3). Allarmanti le condizioni di Federer: probabilmente avrebbe avuto bisogno di qualche giorno in più per digerire la sbornia dei 2 match point falliti contro Djokovic nella finale dei Championships. King Roger nel caldo umido di Cincinnati è apparso lento e spaesato e ha incassato una brutta sconfitta già al 3° turno contro Rublev.

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Sempre in tema di Fab Three, Nadal si è chiamato fuori dalla mischia in Ohio dopo aver vinto però a Toronto. GOSSIP In attesa di rivederlo sul cemento degli US Open, gli appassionati di gossip conoscono la data delle nozze con Xisca Perello: la cerimonia si terrà sabato 19 ottobre a Pollensa (…).

Crazy tennis (Gianni Clerici, La Repubblica)

A Cincinnati — Ohio — il tennista australiano Nick Kyrgios, durante il suo match contro il russo Karen Khachanov, n. 9 in classifica, è stato multato di ben 113 mila dollari per otto infrazioni antisportive (…).

Non sorprenderà il lettore che abbia ammirato Kyrgios a Roma scagliare sul campo una sedia durante gli ultimi Internazionali, o me stesso, la prima volta che lo vidi in Australia (…). Fu quella volta, in cui trovò modo di prendersela soltanto con una bottiglietta, che il collega australiano che mi accompagnava mi fece notare quanto dovesse essere difficile il ruolo di “new australian”, come vengono definiti i conquistatori della nuova nazionalità. «Kyrgios — disse l’amico — non ha solo un papà greco, ma una mamma malese».

(…) Scrivo queste cose dopo una presentazione di un mio libretto, Il Tennis nell’Arte, del quale avrete letto forse, se abitate in Lombardia, una intervista di un altro innamorato del tennis, Carlo Annovazzi. (…) Parlando di Kyrgios, il collega mi domandò se nella mia lunga vita sui campi fossi stato testimone di qualche altra vicenda sconveniente, e mi venne in mente il nome, oltre che di McEnroe, di Cecchino Romanoni, che durante la guerra si era trasferito in Portogallo per evitare il servizio militare, era cocainomane e trasportava la droga in un foro praticato nel manico delle racchette di legno. Fu forse sotto l’effetto della cocaina che l’esaltazione della vittoria lo portò a un comportamento che non ebbe mai un suo eguale sui court. Romanoni fu considerato “Il più bel rovescio italiano degli Anni Quaranta”, e pure io lo ammirai, ma la storia mi venne raccontata dall’autore cinematografico e teatrale Franco Brusati, che lo battè sorprendentemente ad un torneo milanese del 1942, l’anno della conquista di Romanoni del titolo italiano. Brusati, autore di film quali Pane e Cioccolata e Dimenticare Venezia, avrebbe avuto la benevolenza di giocare con me negli Anni Cinquanta, e mi avrebbe raccontato che Romanoni, ingaggiato nella troupe americana di Bobby Riggs, n. 1 Usa durante la guerra, esaltato dalla sua prima vittoria sullo stesso Riggs, iniziò a masturbarsi a fine match su un Centrale di Buenos Aires. Fu soltanto un accenno, perché qualcuno fortunatamente intervenne, e la vicenda fu lungi dal causare le conseguenze che stanno costando tesori e riprovazione a Kyrgios, al quale farebbe bene essere seguito da un consigliere più che da un allenatore. Così come sarebbe stato utile a McEnroe, per evitare le abituali liti con gli arbitri che racconta nella sua biografia You cannot be serious, una genitrice meno materna di sua mamma Kathy, per non essere giunto all’espulsione da socio di Wimbledon. L’espulsione fu conseguente ad una attesa che si era protratta troppo a lungo della moglie del presidente del Queen’s Club. Dopo aver atteso una ventina di minuti che Mac finisse il suo allenamento, la presidentessa si decise a ricordargli, molto gentilmente, di aver prenotato il campo, e quel gentiluomo le mostrò il manico della racchetta, e le suggerì, con un sorriso ironico, di farne un uso davvero intimo

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Un analogo fenomeno di cattiva educazione accadde anche a me, giocatore certo immeritevole di rimanere nella storia del tennis. Nella finale del torneo di Nizza, negli anni Cinquanta, il mio avversario di doppio, il numero 1 americano Bartzen, prese a chiamarmi tra un punto e l’altro “piccolo giocatore”, o addirittura “incapace”. Dopo una decina di volte, persi la pazienza, e scavalcai le rete. Avrei tanto desiderato colpirlo con una racchettata, ma mi sentii sollevare dalle manone del mio partner Orlando Sirola, un due metri colossale, che mi riportò al di là della rete, nel nostro campo.

(…)

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Crivelli). Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

La rassegna stampa di domenica 18 agosto 2019

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte ritornano. Nell’invasione russa dei primi anni Duemila, guidata dalla zarina Sharapova, Svetlana Kuznetsova da San Pietroburgo sembrava destinata a un ruolo d’avanguardia, ben oltre il bottino comunque lussuoso di due Slam, a New York nel 2004 (anno in cui, oltre a lei, la Myskina vinse a Parigi e Masha a Wimbledon da diciassettenne) e al Roland Garros nel 2009. Ingiocabile da fondo nelle giornate di grazia, perché dritto e rovescio per lei pari sono, Sveta ha pagato in carriera una certa propensione agli agi extracampo e una cura non proprio maniacale del proprio corpo, che le ha procurato una discreta serie di problemi fisici, ultimo un infortunio a un ginocchio che l’ha tenuta ferma sette mesi e l’ha fatta scivolare oltre il centesimo posto in classifica, lei che vanta un best ranking al n. 2 nel settembre 2007. Avrebbe dovuto debuttare nei tornei statunitensi già a Washington, dove difendeva il titolo 2018, ma la colpevole richiesta tardiva del visto per gli Usa non le ha permesso di iscriversi, facendola crollare ancora di più nel ranking. Da numero 153 mondiale ha avuto una wild card a Cincinnati e fin qui ha messo insieme una settimana dai sapori antichi, perché per arrivare in finale ha battuto tre top ten di fila: Stephens, Pliskova e Barty. Non solo: ha deciso la numero uno della nuova classifica e quindi indirettamente la prima testa di serie agli Us Open, perché i suoi successi sulla ceca nei quarti e sull’australiana in semifinale le hanno private dell’opportunità di prendere la vetta e ci hanno lasciato la Osaka (che intanto si è ritirata contro la Kenin per problemi a un ginocchio). A 34 anni, è cambiato lo spirito, grazie anche al ritorno con il vecchio allenatore, Carlos Martinez: «Ritardare l’arrivo negli Usa alla fine mi ha aiutato, perché ho dormito una settimana in più nel mio letto. Non pensavo di essere già a questo livello, ma adesso mi diverto e non ho pressioni». […]

Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

 

Quattro azzurri al via. A Winston-Salem, in North Carolina, parte questa sera il torneo che vede tra gli altri al via Andy Murray, grazie ad una wild card, che affronterà al primo turno lo statunitense Tennys Sandgren. Il torinese Lorenzo Sonego, n. 47 del mondo, è l’unico ad essere testa di serie, condizione che gli permetterà di partire dal secondo turno. Non si conosce ancora il nome del suo primo avversario. Più difficile il percorso degli altri italiani in gara: Thomas Fabbiano esordirà contro Andrey Rublev, reduce dalla vittoria contro Roger Federer a Cincinnati. Andreas Seppi se la vedrà con il ceco Tomas Berdych, giocatore sempre temibile che però ha giocato molto poco negli ultimi due mesi. L’ultima partita vinta risale a febbraio e la sua condizione di forma rappresenta una vera incognita. Resta Marco Cecchinato, che viene da un lungo digiuno di vittorie. L’ultima volta fu a Roma, a metà maggio, contro De Minaur. Il siciliano sarà opposto ad Alexander Bubilk, giovane kazako. A New York invece sarà impegnata Camila Giorgi contro la russa Margarita Gasparyan. La russa è una giocatrice ostica che fa della potenza la sua arma migliore. Il Bronx Open è una novità nel circuito WTA. Testa di serie n. 1 sarà Qiang Wang, n.17 del mondo. Intanto a Cincinnati, Svetlana Kuznetsova ha ritrovato il suo miglior tennis. La ex numero due del mondo (2007), dopo aver battuto Sloane Stephens e Karolina Pliskova, ha sconfitto anche Ashleigh Barty, conquistando il pass per la finale del “Western e Southern Open. La 34enne russa, attualmente al numero 153 del ranking Wta a causa di alcuni problemi fisici, ha superato l’australiana, numero uno del tabellone e numero due Wta, col punteggio di 6-2 6-4.

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Rassegna stampa

Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Semeraro). Kyrgios croce e delizia. Rischia una lunga squalifica (Crivelli, Piccardi). Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon (Annovazzi)

La rassegna stampa del 17 agosto

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Stefano Semeraro, La Stampa)

Sessantadue minuti. Roger Federer non perdeva così in fretta da sedici anni, dal primo turno di Sydney contro Franco Squillari nel 2003, 6-2 6-3 in cinquantaquattro minuti: un infortunio di gioventù, anche se il gaucho Squillari è uno dei non moltissimi che il Genio possono dire di averlo sempre battuto (2 volte su 2, la prima ad Amburgo nel 2001). Aveva 21 anni, Roger, e non aveva ancora vinto (quasi) niente. La lezioncina (6-3 6-4) rimediata giovedì a Cincinnati dal 21enne Andrey Rublev solleva problemi diversi, considerato che oggi di anni Ruggero ne ha 38, che il Masters 1000 dell’Ohio negli ultimi tre lustri lo ha vinto sette volte, e che appena un mesetto fa nella finale di Wimbledon più lunga della storia si era mangiato due matchpoint contro il numero 1 del mondo fallendo di un amen, anzi due, il 21esimo Slam. Che succede, campione? Ci dobbiamo preoccupare? «Io ho avuto problemi fin dall’inizio, Andrey ha giocato benissimo», ha spiegato il numero 1 emerito (e 3 reale) del mondo». Non ha sbagliato niente ed era dappertutto. Mi ha impressionato». Verissimo. […] «Non ha ancora smaltito la delusione di Wimbledon», sostengono i Federeriani Affranti. «Le giornate passate in camper a giocare con i gemelli e a mangiare le torte di Mirka non aiutano la preparazione», ribattono i Federeriani Speranzosi. A Cincy però Roger un turno lo aveva comunque giocato, e sbrigato anche abbastanza brillantemente, contro Londero. Un Federeriano Equilibrato concluderebbe che a 38 anni le giornate storte, inevitabilmente, sono più frequenti che a 21. Che bisogna farci l’abitudine. E sperare che agli Us Open, dove arriverà con appena due partite di rodaggio sul cemento, il Patriarca riesca a produrre altri miracoli. Senza mettere il timer alla Provvidenza

Kyrgios, non c’è limite al peggio. Ora anche l’Australia lo scarica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Prigioniero del suo personaggio, dei suoi fantasmi, della sua nomea di cattivo ragazzo irrecuperabile. Nick Kyrgios ci ha anche giocato, in carriera, quasi che gli show circensi in campo servissero a mantenere desta la fiamma di una passione per il tennis mai veramente coltivata nonostante un talento fuori dall’ordinario. Ma ciò che è accaduto mercoledì a Cincinnati segna probabilmente il superamento definitivo dei confini della decenza. E anche i tanti ammiratori del Kid di Canberra stavolta non hanno potuto derubricare l’evento alla solita mattana. Multa record. La cronaca è presto fatta: sul 4-4 del match di secondo turno contro Khachanov, Kyrgios prende un warning dall’arbitro irlandese Fergus per time violation (25″) sul servizio. Il momento è delicato e il richiamo diventa la scintilla che manda l’australiano ai matti: «Trovami un video in cui Nadal serve così velocemente e io mi tappo la bocca per sempre», dirà d’acchito al giudice di sedia. Cominciando una battaglia personale con Murphy, più volte definito «stupido» e «il peggiore del mondo». Perso il secondo set al tie break, Nick a un certo punto lascerà il campo senza permesso per spaccare due racchette nel tunnel degli spogliatoi, rifiuterà di rispondere a un servizio e sputerà in direzione dell’arbitro alla fine della partita (persa), senza dargli la mano. Alla fine, collezionerà otto violazioni (quattro condotte non sportive, uscita dal campo non permessa, oscenità udibile e abuso verbale) per un totale di 113.000 dollari di multa (102.000 euro), ben superiori ai 39.200 dollari (35.300 euro) del montepremi per l’eliminazione al secondo turno. […] Australia in guerra. Kyrgios venne già sospeso otto settimane nei 2016, dopo le accuse di scarso impegno al torneo di Shanghai, fino a oggi lo zenit delle sue follie, cui si aggiungono molteplici episodi, dagli insulti a Wawrinka sull’onorabilità della fidanzata alla sedia lanciata in campo (con relativa squalifica) agli Internazionali d’Italia a maggio. Ma la notte dell’Ohio colma la misura e i più arrabbiati sono proprio i connazionali australiani. Tony Jones, veterano dei giornalisti tv di Nine (che trasmette gli Australian Open) non ha usato mezze misure: «Nick è un imbarazzo per il nostro sport e credo anche per lo sport mondiale. L’Atp dovrebbe finalmente mostrare la spina dorsale e usare la mano pesante, impedendogli di partecipare ai prossimi Us Open». Parole di fuoco anche da Richard Ings, ex capo dell’antidoping aussie e soprattutto già giudice di sedia nel tennis: «Un atteggiamento spregevole, da idiota. Nessun arbitro si merita di essere trattato come ha fatto Kyrgios». Anche i giornali hanno abbandonato ogni cautela e The Australian ha definito la scenata di Cincinnati «la più vigliacca mai vista, un bambino che perde il controllo e ha un attacco d’ira». Il Sydney Daily Telegraph, invece, ha parlato di «show che ha toccato un nuovo punto più basso». Soprattutto, Kyrgios sembra aver perso la stima anche di chi lo ha sempre difeso, come Andy Murray, uno dei pochi amici del circuito: «Quello che ha fatto Washington due settimane (vittoria nel torneo con partite spettacolari, ndr) è stato sublime, ciò che ha fatto a Cincinnati è da dimenticare in fretta». Ma il tempo della comprensione è finito.

Kyrgios più croce che delizia. Rischia una lunga squalifica (Gaia Picardi, Corriere della Sera)

Lancio della palla: warning. Uscita dal campo non autorizzata: 3 mila dollari. Oscenità udibile: 5 mila. Abuso verbale: 20 mila. Più cinque ammonizioni per condotta antisportiva: 85 mila. Totale: 113 mila dollari di multa. È costato caro a Nicholas Hilmy Kyrgios detto Nick, 24 anni, talento australiano di padre greco e madre malese, irascibile n.27 della classifica mondiale, il secondo turno del torneo di Cincinnati (dove ahinoi ha perso anche Federer con Rublev). E quel che è peggio — ammesso che al reprobo freghi qualcosa — è che l’Atp ha aperto un’indagine (come fece con Fognini dopo gli insulti sessisti alla giudice all’Open Usa 2017) per verificare se il comportamento di Kyrgios dopo la sconfitta con Khachanov (incluso lo sputo al giudice di sedia Fergus Murphy) configuri una «major offense» che giustifichi una squalifica. Siamo punto a capo. Il tennis si spacca di nuovo davanti al comportamento bipolare del più selvaggio dei giovani aspiranti campioni, nell’arco di pochi giorni capace di conquistare il torneo di Washington (sesto titolo Atp) deliziando il pubblico con colpi impossibili e addirittura coinvolgendolo («Devo servire al centro o a uscire?» la sua gag sul match point con uno spettatore delle prime file) e poi di uscire da quello di Cincinnati tra fischi di sdegno e le critiche di mezzo mondo. […] «A volte perde la testa per la frustrazione di non riuscire ad esprimere il suo enorme potenziale — spiega l’amico Andy Murray —, ma fuori dal campo è un bravo ragazzo con un grande cuore. Spero che riesca a risolvere i suoi problemi». Anche gli specialisti si erano arresi: già nell’ottobre 2016, dopo un’orribile sceneggiata a Shanghai (match platealmente buttato via con Zverev: «Mi stavo annoiando»), Kyrgios aveva patteggiato una squalifica con tre settimane di stop per andare in cura da uno psicologo. Tutto inutile. La lista dei misfatti, con le racchette rotte (un classico) e lo sputo di Cincinnati, si allunga. Se giocare con sufficienza e svogliatezza è ormai un cliché (in carriera ha accumulato multe su multe), celebri rimangono la frase sibilata a Wawrinka a Montreal 2015 («Kokkinakis si è portato a letto la tua fidanzata!» alludendo alla tennista croata Donna Vekic), il gesto osceno durante la semifinale 2018 al Queen’s, le pallate al corpo degli avversari (contro Nadal a Wimbledon lo scorso luglio, dopo essersi vantato di aver passato la vigilia al pub: «Se mi scuso con Rafa? No, con i soldi che guadagna può prendere una palla sul petto…») e mille altre mattane che hanno fatto inorridire, tra gli altri, John Newcombe, grande vecchio del tennis aussie: «Kyrgios? Pessimo esempio per i bambini, non rappresenta i nostri valori sportivi». Il più gentile, su twitter, lo chiama «stupido bambino irritante». Alla prossima puntata.

Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon” (Carlo Annovazzi, La Repubblica)

Il signore del tennis continua ad amare la sua passione come la prima volta. Gianni Clerici è un instancabile osservatore e cantore del gioco della racchetta, la sua ultima battaglia è la creazione di un circolo della pallacorda con l’istituzione del club delle Balette, ovvero le palline con le quali si giocava al tennis prima che la gomma fosse scoperta in Sudamerica. […] Che lui ha cercato e, quando possibile, acquistato in giro per il mondo e che ha raccolto in un libro “Il tennis nell’arte — Racconti di quadri e sculture dall’antichità ad oggi”, uscito per Mondadori nella metà bassa dello scorso anno. Stasera Clerici, firma di Repubblica, ne parlerà a Zelbio nel festival curato da Armando Besio, con lui la storica di arte antica Milena Naldi. Premessa. Nelle interviste si dà rigorosamente del lei. Ma stavolta dobbiamo andare oltre le regole, giusto? «Dobbiamo darci del tu, siamo sulla stessa barca». Bene, via allora. Qual è, Gianni, il pezzo artistico di cui vai più fiero? «Il primo è un quadro che purtroppo non mi appartiene. È di un pittore fiammingo, Lucas Gassel, del 1540. Ce ne sono nove copie in giro per il mondo, una è al Louvre, tre a Londra. In primo piano ci sono le figure di Davide e Uria, il marito di Betsabea. Sullo sfondo, come in secondo piano, si vede una sorta di campo di tennis. È il protoquadro del tennis. Ma io non lo possiedo, ahimè. Pensa che una copia l’aveva una famiglia di Como, la corteggiai ma mi chiesero 70 milioni negli anni Sessanta e non li avevo. La prima vera opera d’arte che ritrae il tennis, però, è in Spagna». Dove? «Nella cattedrale di Barcellona. Un bassorilievo ligneo firmato Pere Salgada, in una sedia del coro si riconoscono due monaci con due simil racchette. Me lo ha fatto scoprire una bambina figlia di un collega che segue il tennis. Non lo aveva mai notato nessuno perché quando la cattedrale è aperta li si siede il coro. Il periodo è tra il 1394 e il 1399». Ma il tennis è ancora arte? «Probabilmente lo è ancora. Anche se non ne sono sicurissimo». E perché? «Perché non è più stato rappresentato nell’arte. Non ci sono quadri che ritraggono un contemporaneo, che so, Venus e Serena Williams, Rod Laver. Ormai solo fotografie. È questo mi fa dubitare che il tennis possa essere ancora percepito come arte». Chi è stato il più artista degli infiniti giocatori che hai visto? «È una bellissima domanda a cui però non so rispondere, citandone uno farei torto a un altro». Don Budge? «Mah, lui è stato uno dei più grandi ma aveva mutuato il gesto dal baseball e non so se possiamo definire arte un colpo di baseball, forse si». Qual è invece il luogo di tennis più artistico? «Wimbledon. Perché lì c’è tutto, la storia visto che è nato nel 1874, io non mi ricordo quasi il mio anno di nascita invece quello di Wimbledon mi viene di getto e questo significa quanto io vi sia legato. C’è il museo, ci sono i campi in erba, c’è sempre un torneo dello Slam. Dopo Wimbledon, direi Newport». Dove tu sei protagonista. «Protagonista è eccessivo ma sì, sono nella Hall of Fame in quel bellissimo museo del tennis grazie ai 500 anni di tennis che è, dei ventotto, il mio scritto più famoso al mondo. Il presidente Todd Martin, ex giocatore, è un amico, è stato a casa mia a vedere la collezione e vorrebbe portarla proprio nel museo di Newport, visto che in Italia nessuno ha mostrato interesse. E poi come terzo luogo c’è Forest Hills, raffinatissimo». Gianni, dopo così tanti anni che cosa è ancora per te il tennis? «Un vizio, un’abitudine. Le ore che ho trascorso in o presso un campo sono la mia vita». A Zelbio Alle ore 21 Gianni Clerici parlerà di tennis, di arte e del suo libro edito da Mondadori a Zelbio Cult, giunto alla dodicesima edizione

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