Il crollo di Serena e la scenata inspiegabile (Clerici, Audisio, Piccardi, Semeraro, Azzolini). Immenso Djokovic: è lui il re di New York (Piccardi, Lopes Pegna) – Ubitennis

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Il crollo di Serena e la scenata inspiegabile (Clerici, Audisio, Piccardi, Semeraro, Azzolini). Immenso Djokovic: è lui il re di New York (Piccardi, Lopes Pegna)

Daniele Flavi

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Il crollo di Serena divide l’America. “È stato sessismo” (Gianni Clerici, Repubblica Sport)

“Te l’aspettavi la sconfitta di Serena?” mi chiede un aficionado. “No. Nemmeno che perdesse un set. Se non fossi stato impedito dal regolamento dell’Iwta (International Writers Tennis Association) avrei scommesso su di lei”. “Perché credi che abbia perso?”. “Perché, come me, deve aver sottovalutato la sua avversaria. Oppure perché non si aspettava la lite con l’arbitro Carlos Ramos. Era difficile immaginare una simile vicenda”. “Com’è andata infatti? Mai visto qualcosa di simile?”. “Mai visto”. “Vuoi ricordarla? “Ci provo”. Serena ha infatti perduto il primo set, 6-2, facendo apparire Naomi un fenomeno dei tiri veloci, soprattutto contropiede. Non in gran serata, questa Williams non meno sorprese di me, sta pian piano ritrovandosi, quando, sul 3-4, inizia una scemeggiata – non voglio chiamarla altrimenti – con l’arbitro, Carlos Ramos. Serena infatti riceva un “warning” che tradurrei ammonizione, per coaching, che chiamerei “suggerimento”. A quel che vedo in televisione, mi pare che il suo coach greco-francese, Patrick Mouratoglou non le abbia suggerito niente. Ha solo fatto un gesto con gli avrambracci, come a dire “forza”. Furiosa per l’ammonizione, Serena spacca vistosamente la racchetta, per poi iniziare, da sotto il seggiolone, una discussione con l’arbitro che sembra, da parte sua, mantenere la calma. «Non sono un’imbrogliona, non faccio queste cose, ho una figlia. Non c’è stato coaching. Sei un bugiardo, mi manchi di rispetto. È solo perché sono una donna». Frase a cui ha fatto seguito la solidarietà di Billie Jean King: «Quando una donna si lascia andare alle emozioni del momento diventa subito una “isterica” e viene penalizzata. Quando lo fa un uomo, diventa invece “schietto” e non ci sono ripercussioni. Grazie, Serena, per aver portato alla luce questo doppio standard». Va detto, al riguardo, che, dopo la partita, Mouratoglou stesso ha diversamente affermato che il suo gesto «poteva ritenersi coaching». Forse è stato troppo onesto, perché con simile affermazione ha giustificato il comportamento disumano di Ramos. Intanto alla parola ” bugiardo ” è scattato il terzo warning, che Serena vede apparire sul tabellone luminoso, e che consegna a Naomi addirittura un game, mandandola a 5-3. Serena fuori di sé continua a chiamare ladro l’arbitro Ramos, e non troverà più il modo di reagire nel gioco. Che cosa ne penso, mi chiede un amico. Interpretazione priva di umanità, di un tipo che si è sentito offeso, ha vietato a se stesso di intuire che il “coaching’ non era stato qualcosa di utile, e che aveva, lui stesso, provocato l’esplosione di Serena. Un altro amico mi ha chiesto cosa sarebbe avvenuto, senza le follie di un dubbio regolamento. Credo che una Serena normale avrebbe avuto le sue chances di rimontare e vincere. Ma come chiamare normale ciò che sfugge a regole severe, ma obiettive?


La battaglia dei sessi nella versione di Serena (Emanuela Audisio, Repubblica Sport)

 

Power Games. Giochi di potere. Quando Serena urla all’arbitro Ramos: «Sei un ladro, mi hai rubato un punto, non mi arbitrerai più, con un uomo non l’avresti fatto», non è solo un’atleta imbestialita e frustata, che lotta per il diritto alle donne a non polemizzare dolcemente e a manifestare la propria rabbia. È molto di più, e molto oltre la battaglia dei sessi. Cinquant’anni dopo i pugni neri di Tommie Smith e John Carlos, che protestavano per avere un podio quotidiano nella società e non solo nello sport, Serena Williams come Stephen Curry e LeBron James, campioni di basket che si oppongono pubblicamente a Donald Trump, non si ribellano a chi comanda, ma esercitano il loro potere di numeri uno, fatto di fama, soldi, social, marketing. Non sono più poveri neri che cercano il riscatto, ma ricche celebrità che pretendono rispetto per il loro status e per il loro popolo. Questo dice il sociologo americano Harry Edwards, che ieri come oggi è il punto di riferimento di chi contesta nello sport: «Non giocano a comandare la partita, ma a comandare, perché non sono più parte di un gioco, ma sono il gioco». Basta un loro tweet per influenzare l’opinione pubblica. E infatti Serena ha incassato subito l’appoggio di Billie Jean King, ex campionessa, sindacalista, fondatrice della Wta, ispiratrice del film “La battaglia dei sessi”, ricordo dello storico incontro da lei giocato e vinto nel 1973 contro Bobby Riggs, prima volta di una femmina contro un maschio. E anche dell’attrice americana Ellen DeGeneres: «Hai cambiato il mondo in meglio, questo per me vale più di una partita». Quando Serena, in una versione femminile di Buffon in Coppa Campioni, pretende le scuse del giudice, forse più fiscale che sessista, e gli urla: «Io non frego per vincere, preferisco perdere», è perché vede lesa la sua maestà per il primo ammonimento per “coaching” della sua carriera, rivolto al suo allenatore, si considera indegnamente macchiata di una lettera scarlatta che non merita. Gliela hanno data perchè donna? Difficile provarlo: quest’anno gli uomini hanno ricevuto 23 multe per violazione del regolamento contro le 9 delle donne. Segno che l’ira maschile non viene condonata. McEnroe, molto bad boy, nel ’90 agli Open d’Australia fu squalificato al quarto turno per i suoi eccessi, Fabio Fognini l’anno scorso è stato multato e cacciato dagli Us Open per insulto sessista all’arbitro donna. È vero che il giudice Ramos, abituato ad arbitrare gli uomini, è uno che guarda troppo al regolamento, che la Wta ammette il court-coaching (ma non nei tornei del Grande Slam), e che Alizé Cornet agli Us Open ha ricevuto un warning per essersi cambiata la maglietta in campo, cosa che fanno regolarmente i maschi, ma il giorno dopo ha ricevuto le scuse e la regola (sessista) è stata cambiata. Ma è anche vero che se dai del ladro all’arbitro, spacchi la racchetta, e perdi la testa perché una ventenne ti sta cacciando dal tuo regno, non puoi venirne fuori immacolata. Resta che Serena Williams non è più solo una grande tennista. A 37 anni è una regina d’America che pranza con Oprah Winfrey, partecipa al matrimonio di Harry e Meghan, balla con Michelle Obama. Nessuno le può dire come giocare, nessuno la può accusare di barare dopo quasi un ventennio di trionfi sportivi. Questo lei pensa nel momento del tonfo. E in uno sport che ormai non è un momento della vita, che passa e va, ma un posto di lavoro da mantenere e dove far valere gerarchie, pretese, e nuovi diritti per le donne. All’organizzatore Ion Tiriac che l’anno scorso aveva espresso dubbi sul fatto che Serena «a 36 anni e con 90 chili» potesse tornare numero uno, lei rispose che la ciccia era sua e le piaceva e glielo avrebbe detto di persona a quel maleducato… [SEGUE].


Serena, gli insulti al giudice, la sconfitta. «Io vittima di una decisione sessista» (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

«Ci sono uomini che in campo fanno ben di peggio. Perché sono una donna mi stai rubando la partita. Non è giusto!». Ambientata sul palcoscenico della finale dell’Open Usa nell’epoca del #MeToo, amplificata dal tam tam dei social e dal vocione delle pasionarie di Hollywood, la crisi isterica di Serena Williams è diventata un manifesto del femminismo. Con lo Slam di casa, la più grande di ogni tempo ha sempre avuto un rapporto controverso: sei dei 23 titoli Major sono stati vinti a New York ma parecchie delle sue sconfitte sono entrate in archivio alla voce «contenzioso con i giudici». Nel 2004 contro la Capriati, nel 2009 con la Clijsters (quando Serena minacciò la giudice di linea Shino Tsurubuchi di farle ingoiare la pallina: kappaò e multa di 82.500 dollari), nel 2o11 in finale con la Stosur e nel 2015 in semifinale con Roberta Vinci, la tarantina che fece deragliare la fuoriclasse dai binari del Grande Slam (quello vero). Sabato, sul centrale di Flushing, sembrava semplicemente una giornata storta. La pressione della folla, l’ansia di eguagliare Margaret Court nel numero di Slam vinti, l’obbligo di aderire alla strepitosa campagna di marketing avviata a Wimbledon («Sono arrivata in finale per tutte le mamme!») e vicina al perfezionamento a New York: tornare a ruggire a un anno dalla nascita, travagliata e piena di complicazioni post partum, della piccola Olympia. Ma dall’altra parte della rete la leonessa rauca si è ritrovata una 2oenne fresca e coriacea, la giapponese Naomi Osaka cresciuta nel suo mito, e sulla sedia del giudice un inflessibile portoghese, Carlos Ramos, abituato alle intemperanze degli uomini. Nel secondo set, quando Serena già perdeva 6-2, Ramos ha applicato alla lettera il regolamento: richiamo per coaching (ammesso da Patrick Mouratoglou, allenatore della divina; nota a margine: tutte si fanno consiliare dalla tribuna ma finché c’è una regola che lo vieta va usata), punto di penalità per aver spaccato la racchetta, game di penalità per «insulto udibile» all’arbitro («Sei un ladro!»). Volata sul 5-4 grazie all’incredibile zuffa tra l’avversaria nobile e il giudice pedante, l’incredula e mortificata Osaka non si è fatta più riprendere. Un match passato alla storia per i motivi sbagliati, ha titolato il New York Times, smontando le tesi di sessismo di Serena: gli interventi per violazione del codice di comportamento ai danni degli uomini quest’anno all’Open Usa sono stati 23, contro gli appena 9 delle donne (Williams inclusa, multata di 17.000 dollari). Difficile sostenere che a New York gli arbitri ce l’hanno con le tenniste in un torneo che, storicamente, ha punito McEnroe, Connors, e, più modestamente, Fabio Fognini, espulso da Flushing l’anno scorso per insulti sessisti (quelli sì) alla giudice di sedia. Ma l’evidenza dei fatti non ha fermato la crociata della Williams, che dopo aver chiamato l’applauso per la Osaka (beau geste doveroso) si è sfogata in conferenza stampa: «Non ho mai barato in vita mia: preferisco perdere. L’arbitro mi ha rubato un game. Ho visto uomini dire le peggio cose senza venire sanzionati: con un maschio non l’avrebbe fatto. Mi batto per la parità delle donne e continuerò a farlo»[SEGUE].


Mamma Serena, lacrime e nervi. “L’ho fatto per difendere le donne” (Stefano Semeraro, Stampa)

Il day after la finale femminile degli Us Open è una Guerra di Secessione del tennis, uno scontro di culture e di slogan. E dal fumo dei social e dei comunicati, come è prassi, stenta a emergere il buonsenso. Da una parte c’è chi difende senza se e senza ma Serena Williams e la sua polemica sanguinosa con l’arbitro Carlos Ramos, reo di averle affibbiato prima un avvertimento (peri suggerimenti proibiti del suo allenatore Mouratoglou), poi un punto (racchetta spaccata) e infine un game di penalità dopo essersi sentito definire «ladro», «bugiardo» e «sessista» in mondovisione. Dall’altra chi crocifigge la ex n. 1 per una sceneggiata, indegna di una campionessa che vuole proporsi come modello. «I suggerimenti dovrebbero essere permessi nel tennis», tuona Billie Jean King, pasionaria (in epoca non sospetta) dell’uguaglianza. «Se una donna mostra le emozioni è isterica, se lo fa un uomo ha carattere. Grazie Serena, per aver svelato che ci sono due pesi e due misure». Per il New York Post la Williams «è solo una cattiva perdente», secondo un altro ex n.1 come Andy Roddick «è stato il peggior arbitraggio che abbia mai visto» e anche la grande Chris Evert sta con Serena. Il premio testa nella sabbia va alla Wta: «Serena gioca sempre con classe e con grande sportività». Tirare in ballo Weistein e Asia Argento pare esagerato, dopo il match Serena ha però riacceso il lanciafiamme: «Io sono qui a combattere per le donne, le madri e le pari opportunità. Non ho visto mai uomini puniti per aver dato del ladro all’arbitro: per me questo è sessismo». Con buona grazia di chi credeva che Serena sabato stesse combattendo — anche o soprattutto – peri 3,8 milioni di dollari del montepremi (ne ha vinti solo 1,8) e il record di 24 Slam. E di chi ricorda la semifinale del 2009, sempre agli Us Open, in cui la Pantera in crisi isterica minacciò una povera giudice di linea giapponese che le aveva chiamato un fallo di piede: «vorrei ficcarti in gola questa pallina fino a soffocarti». Sessismo anche quello? Allora la multa fu di 82.500 dollari, stavolta solo di 17 mila. Come ha sottolineato l’ex arbitro e opinionista Richard Ings, il coaching c’era tutto (lo mostrano i video), il resto lo ha fatto la Williams spaccando la racchetta e perdendo la testa… [SEGUE].


Si, c’è un caso arbitri (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Alla fine, che colpa ne ha la giovane Osaka se ha vinto gli Us Open? Nessuna, ovvio, ma se ne sta in disparte, fuori dalla festa che festa non è. ll pubblico rumoreggia, fischia, la tempesta non si è ancora placata, e Naomi Osaka piange, non di gioia, ma di avvilimento. Anche Serena Williams piange, ed è la rabbia a guidarla lungo la strada della rivendicazione, che spesso procede a un tanto così dal baratro della maleducazione. Eppure, punteggio alla mano, non c’è risultato più limpido: Naomi ha giocato meglio, ha colpi che fanno male e li ha usati tutti, a cominciare dal servizio devastante. Ha dominato il primo set, ha ripreso il secondo in rimonta. Si è compiuto, nel frastuono della protesta, un passaggio di consegne che avrà bisogno di ulteriori conferme, ma che e già possibile individuare nelle cifre del match, nei gesti tecnici delle due, nei modi di fare: fra le tante che ci stanno provando, l’erede di Serena è proprio lei, Naomi Osaka La più diretta discendente. Una figlia. Se ne accorge anche Serena, che alla fine l’abbraccia «Lei non c’entra», dice rivolgendosi al pubblico, «lei ha vinto il suo primo Slam con merito. Applauditela. Io mi rifarò. Lo sapete tutti che mi rifarò». Sessismo, accusano Billie Jean King e Vika Zarenka, il giorno dopo. E pure James Blake, ex n. 4 conferma «Se quelle parole che ha detto Serena le avesse dette un uomo, nessun provvedimento sarebbe stato preso». C’è del vero, poco da fare. Nel tennis maschile volano parole ben più sanguinose, e tutti stanno zitti. Anche l’arbitro Carlos Ramos, che sabato è stato uno dei tre protagonisti sbagliati della finale. Tre, però, non uno solo. Non solo l’arbitro… Gli altri due sono Serena e il suo coach, Patrick Mouratoglou, e tutti assieme hanno rovinato la prima vittoria di una tennista giapponese nello Slam. Si era sul 2-1 del secondo set, e nel primo Naomi aveva travolto Serena. Lì Mouratoglou ha inviato un messaggio alla Williams, sapendo che lei non lo avrebbe visto e non lo avrebbe raccolto, perché Serena – ha ragione a dirlo, anzi, a urlarlo – non bara, non l’ha mai fatto. Però il consiglio è stato lanciato, e l’arbitro l’ha visto. Scatta il warning per coaching. Serena non c’è stata e l’ha messa sul piano personale: «Lo sai che non faccio cose del genere, mi stai dando dell’imbrogliona davanti a tutto il Paese. Se guardo il mio box è per vedere le facce di chi mi vuol bene, non per ricevere consigli». Sul 3-1 Naomi fa scattare la rimonta Serena commette due doppi falli e spacca la racchetta. Altro warning ed è penalty point: il game successivo comincerà da 0-15 per la Osaka. Serena torna a lamentarsi: «Dovevi togliermi quel primo warning, sai che non sono colpevole. Ora mi hai tolto anche un punto, sei tu l’imbroglione, sei tu il ladro, non io. Fai così perché sono una donna, con un uomo non ti saresti permesso». Scatta il terzo warning e il penalty game. 114-3 della Osaka diventa 5-3. Serena chiede il Supervisor, è una furia, piange. Ma la partita è persa Niente 24° Slam, niente prima vittoria da mamma. Tre colpevoli: il coach per aver dato un consiglio inutile, a beneficio delle telecamere. Serena per le esagerazioni di cui è capace. Ma anche l’arbitro, che da regolamento ha preso tutte decisioni giuste. E questo il punto più spinoso della vicenda. Sta al giudice capire quando può farsi strada a colpi di regolamento, e quando – presa la decisione che deve prendere – è giusto preoccuparsi che la gara non vada in frantumi. Sarebbe bastato spiegare, far capire a Serena che cosa era accaduto, tranquillizzarla… [SEGUE].


Immenso Djokovic: è lui il re di New York. Gli bastano tre set per battere Del Potro (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

New Djoker a New York. La città che non dorme mai incorona il tennista che non molla mai. Nemmeno nel secondo set, quando la finale dell’Open Usa sembra rapita dal fascino latino di Juan Martin Del Potro, capace di riaprire un incontro che s’innalza su vette d’intensità notevoli. Ma c’è troppo Djokovic in campo per lo spilungone argentino, sbucato sul centrale di Flushing nove anni dopo il primo e ultimo titolo Slam (Us Open 2oo9) anche grazie al ritiro di Nadal e costretto dal muro serbo a una partita ad inseguimento, sfinente e a tratti bella, ripagante del piccolo spettacolo delle donne, condizionato dalla crisi isterica della Williams. Novak Djokovic è di nuovo Djoker, secondo Major stagionale e terzo a New York, il record di Pete Sampras (14 titoli Slam) è eguagliato e adesso gli Immortali tremano davvero: Federer a quota 20 e un maestro con la data di scadenza incorporata, apparso improvvisamente vecchio sia a Londra che negli Usa; Nadal che lo tallona a quota 17 è tenuto insieme dai cerotti: ogni volta che s’infortuna (cartilagini del ginocchio all’Us Open) non sai quando — e se — lo rivedrai. Dietro, fresco dei suoi 31 anni e di un’usura per forza inferiore, incalza l’uomo di Belgrado, definitivamente uscito dalla profonda crisi personale e tecnica, re di Wimbledon e dell’Us Open in una stagione che ha distribuito ai tre grandi (Federer in Australia, Nadal a Parigi per l’undicesima volta) i suoi quattro tesori più preziosi. Del Potro ci mette cuore, drive, borotalco usato in profusione per tenere salda nella manona di pietra la clava con cui martellare il rivale però Djokovic è di gomma e arriva dappertutto: 6-3 con un break dolorosissimo (nell’ottavo game l’argentino era 40-o), senza strafare. Sale la torcida per Del Potro, sale il suo tennis. Il Djoker s’innervosisce, sbaglia un dritto e regala il break del 4-3 nel secondo, poi quell’ottavo eterno game (22 punti) che decide la partita: il serbo annulla tutte le palle break e rimane agganciato, 4-4, sarà il tie break a spezzare l’equilibrio. E li Del Potro è tradito dal suo colpo migliore, il drive, due errori fatali mandano il serbo 5-4 e 6-4, chiudere il secondo 7-6 è una passeggiata. Delpo è stanco, avvilito, trascina il corpaccione di due metri per il campo arrancando dietro a un Djokovic ormai imprendibile che rimanda tutto, fa il break sul 3-1, subisce il controbreak, chiude sul 6-3 e vola a prendersi uno Slam meritato che, ancora una volta, respinge l’arrembaggio della Next Gen per mettersi nelle mani dell’usato sicuro… [SEGUE].


Djokovic sbrana Delpo: New York è sua (Massimo Lopes Pegna, Gazzetta dello sport)

Novak Djokovic raddoppia e dopo Wimbledon porta a casa anche gli Us Open, il suo terzo titolo qui a Flushing con cui raggiunge Ivan Lendl e Rafa Nadal… [SEGUE]. Conquistare due Major nello stesso anno solare non gli riusciva dal 2016, mentre nel 2015 aveva addirittura centrato una tripletta. Insomma, i bei tempi. Prima che arrivassero quelli cupi dell’amaro ritiro nei quarti di Wimbledon dell’anno passato con conseguente lunga convalescenza causa infortunio al gomito. Perché questo trionfo è come se fosse il simbolo della sua resurrezione: dopo l’erba inglese, il cemento Usa. Djoko non ha pietà del suo grande amico Juan Martin Del Potro («Come si fa a non voler bene a un gigante buono come Delpo»), lui pure una sorta di superstite, con una lista di malanni lunga nove anni. Ma alla vigilia aveva smorzato la tensione: «Non avrei mai creduto di poter tornare a un’altra finale di un grande torneo. Anche se dovessi perdere vado a casa felice: è stato un anno straordinario». Nole gioca in trasferta dentro l’Arthur Ashe, con il tetto chiuso per la pioggia, camuffato da Bombonera con i canti degli ultrà venuti da Tandil al seguito dell’idolo Delpo. E il serbo gradisce poco, perché spesso si sbraccia verso chi lo disturba. Però conquista il primo set di prepotenza per 6-3 in 42′. C’è equilibrio, ma Djoko sembra sempre padrone del campo, soprattutto quando gli scambi si allungano. L’equilibrio resiste fino al 7° game. La svolta di questo parziale è all’8° e psicologicamente pesa molto nella testa dell’argentino. Perché Delpo va 40-0 e si fa rimontare con una serie di errori, l’ultimo dei quali è un dritto in rete proprio dopo un palleggio interminabile. Il secondo sembra destinato a essere la replica del primo, perché il ragazzone argentino, che da bambino s’incollava al televisore per vedere l’amato calcio e le dirette da Flushing, si salva da due break point con due bei dritti e grazie a un errore del rivale. Ma continua a essere eccessivamente falloso e infatti al terzo game capitola nuovamente. L’aveva detto alla vigilia Nole: «Lui è un grande battitore, sarà fondamentale rispondere in modo efficace al suo servizio. Anche per non subire pressioni sul mio». E sul tema, Djoko si è preparato bene: fino a quel momento risponde al 97% delle palle di servizio di Delpo. Ma poi Juan Martin estrae dal cilindro il suo tennis migliore con cui ha abbattuto in carriera un bel drappello di numeri uno e si procura le prime palle break dell’incontro e pareggia. È ancora l’ottavo game a ruotare il destino della sfida: dura 17′ e 22 scambi. Juan Martin fallisce tre palle break, mentre Meryl Streep si mette le mani sugli occhi come fosse un horror… [SEGUE]. Il cannibale è tornato.

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Djokovic: “Ho dubitato di me, salvato da Jelena” (Ramazzotti). Giorgetti: “I soldi per le ATP non ci sono. Il territorio deve fare la sua parte” (Ricci). Costi-benefici anche sul tennis. La Lega: paghino pure i privati (Ricca)

La rassegna stampa di martedì 19 febbraio 2019

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Djokovic: “Ho dubitato di me, salvato da Jelena” (Andrea Ramazzotti, Corriere dello Sport)

Elegantissimo come in campo e pronto per nuove sfide. Con il suo smoking nero e accompagnato dalla bellissima moglie Jelena, che sul red carpet si è scattata un selfie insieme a Boris Becker e al marito (al quale ha stampato il suo rossetto sulle labbra con un bacio), ieri Novak Djokovic ha catalizzato su di sé gli sguardi di tanti campioni del mondo dello sport presenti al Laureus World Sports Awards e si è preso per la quarta volta il premio come miglior sportivo dell’anno. Una soddisfazione speciale per lui che alla fine del 2017 ha dovuto fare i conti con un problema a un gomito che lo ha tenuto fuori sei mesi. «Lo scorso anno per me è stato eccezionale – ha ammesso – perché dopo l’intervento chirurgico, ho vinto Wimbledon e gli US Open. E all’inizio del 2019 ho trionfato di nuovo agli Australian Open… Questi successi li ricorderò per sempre come frutto dei sacrifici che ho fatto per tornare al massimo». Il suo percorso non è stato facile e lo ha raccontato davanti a una platea che lo ha ascoltato in silenzio. Adesso, dopo la netta vittoria in tre set contro Nadal a Melbourne a fine gennaio, è ancora più numero 1 del mondo ed è intenzionato a rimanere in questa posizione. Perché Nole, nonostante il passare degli anni (a maggio saranno 32), si sente più forte di prima e paradossalmente l’ultimo grave infortunio lo ha reso ancora più convinto delle sue possibilità. «Negli ultimi tre anni, dopo la vittoria al Roland Garros del 2016, ho imparato tante lezioni. Volevo quell’obiettivo, vincere tutti e quattro gli Slam, e quando l’ho raggiunto mi sono sentito sollevato, ma non realizzato. Poi c’è stato questo periodo che non è stato facile, ma nella vita succede così a volte: il risultato che ottieni è niente senza il viaggio che fai per raggiungerlo. Adesso ho vinto altri tre tornei dello Slam, ma non tutto è stato facile e quando ero infortunato tante volte mi sono chiesto se sarei tonato. Ero impaziente di uscire da quel tunnel e tante cose sono state complicate». «Ho avuto la fortuna di avere accanto mia moglie – ha proseguito Nole – che mi ha dato la forza per fronteggiare le avversità e con il suo supporto mi ha permesso di sconfiggere i dubbi e dilemmi che uno sportivo può avere quando ha problemi fisici o quando sta cercando se stesso. C’è stato un momento in cui non riuscivo più a trovare un motivo per giocare a tennis: non mi divertivo più e dubitavo che valesse la pena di sopportare il dolore e la fatica privando per giunta la famiglia del mio tempo. Il sacrificio che sopportavo era diventato superiore al divertimento che provavo. Ho seriamente dubitato di andare avanti con il tennis perché la mia vita non aveva più equilibrio e avevo bisogno di capire quello che volevo davvero. È stato allora che lei mi ha fatto sentire la sua vicinanza e ne sono uscito. Adesso eccomi qua, ma il merito di quello che ho vinto dopo l’infortunio è più suo che mio. Quando affronti avversità o sfide, devi guardare dentro di te dove ci sono le risposte. Non lo avevo mai capito, ma per fortuna l’ho fatto recentemente. È lì che ho trovato la forza per uscirne e andare avanti lavorando su me stesso» […]


Giorgetti: “I soldi per le ATP non ci sono. Il territorio deve fare la sua parte” (Giulia Ricci, Corriere Torino)

 

«Il governo non fare da solo, quei soldi non ci sono, il territorio deve fare la sua parte». Il sottosegretario con delega allo Sport Giancarlo Giorgetti pensa che se Torino e le sue imprese desiderano così tanto le Atp Finals di tennis dovrebbero trovarsi le risorse «da soli». Perché il capoluogo piemontese possa candidarsi, infatti, serve una garanzia finanziaria: 78 milioni di euro, 18 per il primo anno e 15 per i quattro successivi dell’evento, dal 2021 al 2025. La promessa di una fidejussione da parte del governo sarebbe dovuta arrivare entro venerdì sera a mezzanotte, ma l’associazione anglosassone ha concesso a tutti i Paesi candidati altri dieci giorni di tempo. Il sogno «riparatore» dopo lo schiaffo olimpico è diventato, però, una questione politica e di battibecchi tra gli alleati: da una parte il Movimento 5 Stelle, che sta lottando nella persona del sottosegretario Simone Valente per dare una seconda chance a Torino; dall’altra la Lega, che sembra non riuscire a mandare giù il mancato sostegno economico alla candidatura a cinque cerchi di Milano-Cortina. Così, giovedì sera, la discussione tra Valente e Giorgetti prima, durante e dopo il Consiglio dei ministri si è conclusa con un nulla di fatto, nonostante la garanzia fosse stata promessa dall’esecutivo «nel mese di novembre», come sottolineato più volte dalla sindaca Chiara Appendino. Venerdì è poi andata in scena la lunga giornata di pressing della prima cittadina, che sul grande torneo dei maestri di tennis ci sta mettendo anima e corpo, un po’, probabilmente, per farsi perdonare dal territorio di aver perso il bis delle Olimpiadi invernali. Quel giorno il premier Giuseppe Conte le ha dato una risposta secca: «Troppo tardi, avresti dovuto pensarci prima». Ora il tempo per rimediare, però, c’è. Il presidente di Federtennis Angelo Binaghi ha mandato una lettera ad Atp chiedendo una proroga e l’ha ottenuta. La proposta di una legge parlamentare per stanziare quei 78 milioni fatta dal capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, non sarà però sufficiente come garanzia: serve una mossa del governo. E Giorgetti ribadisce che quei soldi, a Roma, non ci sono: «Vorremmo dare un supporto per le finali Atp di tennis di Torino. Ora come ora mancano 80 milioni di euro. Si può fare solo se si creano sinergie con il territorio. Non può essere fatto solo con il supporto pubblico». Il sottosegretario leghista rilancia così la palla a tutti quegli imprenditori piemontesi che in questi giorni hanno attaccato il governo giallo-verde per il mancato appoggio alla candidatura […]


Grom: “È una grande opportunità, perché non dovremmo investire anche noi privati?” (Giorgia Mecca, Corriere Torino)

La partita non è ancora finita. Per continuare a giocarla, però, Torino ha bisogno di supporto economico da parte degli imprenditori locali. Lo ha detto ieri a Milano il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti […] Federico Grom, cofondatore insieme a Guido Martinetti di Grom, l’azienda che produce e vende gelati artigianali in tutto il mondo, l’anno scorso ha deciso di diventare sponsor del Roland Garros di Parigi, uno dei quattro tornei del Grande Slam di tennis. Grom è presente all’interno degli Open di Francia con un negozio e molta visibilità nei pannelli pubblicitari (come l’altra torinese Lavazza, che è anche fornitore ufficiale di caffè in tutti e quattro i tornei dello Slam). «Un investimento importante e ragionato di cui non ci siamo pentiti, e anzi, ne siamo orgogliosi», dice Federico Grom. Sarete sponsor a Parigi anche nel me? «Sì, per il momento il nostro accordo prevede la nostra presenza al Roland Garros per tre anni, fino al 2021». Per portare il tennis a Torino mancano le garanzie economiche, Giorgetti sostiene che non bastino i finanziamenti pubblici, anche i privati devono contribuire economicamente. «Ancora una volta si rischia di fare le nozze con i fichi secchi. Non si può proporre la propria candidatura senza la certezza di avere i soldi per portarla avanti e poi come extrema ratio ricorrere ai privati. Questo si chiama fare marketing sulle spalle degli imprenditori». Dopo Parigi, lei investirebbe anche nel tennis torinese? «La prima risposta che mi viene in mente è “perché no?”. La mia proposta è quella di sederci tutti intorno a un tavolo e fare un piano, ma farlo seriamente, analizzando a priori i costi e i benefici di un investimento su uno dei più grandi eventi sportivi al mondo. C’è bisogno di serietà da parte degli imprenditori e di volontà anche economica da parte della politica. Potenzialmente è un bel progetto e una grandissima opportunità per la nostra città». Ma… ? «Esiste un rischio imprenditoriale, e questo è normale in ogni operazione di questo tipo. Abbiamo capito che c’è la necessità di mettere dei soldi sulle Atp Finals, però bisognerebbe anche capire che da parte di noi privati c’è un’altra necessità, ovverò quella di avere un guadagno economico. Altrimenti non saremmo imprenditori, ma benefattori» […]


Costi-benefici anche sul tennis. La Lega: paghino pure i privati (Jacopo Ricca, Repubblica Torino)

Le prime crepe sul fronte del governo si sono aperte ieri. Non è ancora la soluzione definitiva auspicata dalla sindaca Chiara Appendino per portare le Atp Finals a Torino, ma le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti sono il primo segno di un cambio d’indirizzo anche sul fronte leghista. «Vorremmo come governo dare un supporto per le finali Atp di tennis di Torino» ha detto ieri. Non un impegno definitivo sui 78 milioni di euro di garanzie richieste dall’Atp e che, grazie a una proroga, dovranno arrivare entro fine mese, ma una strada che, seppur in salita, ora è tracciata: «Ora come ora mancano 80 milioni di euro — spiega Giorgetti — Si può fare solo tramite sinergie con il territorio, non solo col supporto pubblico». L’idea, che però può concretizzarsi solo con un intervento del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è che si arrivi a un impegno del governo, ma con garanzie anche da Regione, Città di Torino e soprattutto imprenditori interessati. Per arrivarci sarà necessario però mettere d’accordo 5 Stelle e Lega. «La partita non è chiusa — diceva domenica Appendino — Ci siamo spesi in ogni modo possibile per trovare una soluzione che permettesse una proroga». Ora si deve fare il passo ulteriore e per questo gli organizzatori, Appendino in testa, sono al lavoro per elaborare uno studio che spieghi come le Atp Finals a Torino siano un evento economicamente sostenibile e come l’impegno di 78 milioni di euro sarebbe largamente coperto, una volta ottenuta l’assegnazione del torneo, con i ritorni economici che, già elevati nelle edizioni londinesi, sarebbero in proporzione superiori in una città come Torino. Il presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, dopo aver scritto ad Atp e aver ottenuto la proroga sta lavorando sotto traccia per spostare l’ago della bilancia nel governo e far capire come il torneo, il più importante dopo i 4 Slam, darebbe un impulso enorme anche al movimento sportivo […] Il via libera, se mai arriverà, potrebbe però non bastare. Una delle teorie è che Atp, dopo i tentennamenti, voglia tornare a investire su Londra, ma abbia preferito mantenere ancora in corsa tutte le città, soprattutto le europee, per avere una posizione di forza nella trattativa per restare alla 02 Arena.


Mancano 17 milioni. ATP Finals, il governo ora vuole fondi privati (Andrea Rossi, Stampa Torino)

Servono almeno 15 milioni. Forse 17. Vanno cercati tra sponsor e aziende e servono in meno di due settimane, sempre che gli altri attori di questa surreale partita – governo ed enti locali – rispettino gli accordi. Cosa finora disattesa almeno da Roma. Il dossier sulle Atp Finals di tennis, il torneo tra gli otto migliori giocatori al mondo, è nelle mani del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma le nubi su Torino incombono. Lo strumento individuato per sbloccare la candidatura è un decreto della presidenza del Consiglio, l’unica soluzione in grado di rispettare i quindici giorni accordati da Atp per fornire le garanzie finanziarie. Servono 78 milioni per ospitare l’evento tra il 2021 e il 2025 ma soprattutto bisogna superare gli spigoli ormai quotidiani tra i due azionisti di governo: il Movimento 5 Stelle, che vuole aiutare Torino, e la Lega, che di certo non è ostile alle Atp Finals ma sembra voler mettere in difficoltà l’alleato. La prova l’ha fornita ieri il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha la delega allo Sport e finora ha gestito il dossier assicurando lo scorso novembre che il governo avrebbe stanziato tutti i fondi necessari. Da qualche giorno la sua posizione sembra cambiata. In un primo momento ha spiegato che serviva un passaggio parlamentare per trovare le coperture finanziarie. Ieri ha introdotto un nuovo argomento, annunciando di fatto che le coperture pubbliche non ci sono: «Come governo vorremmo dare un supporto. Ora come ora mancano 80 milioni. Si può fare solo se si creano sinergie con il territorio, non solo con il supporto pubblico». Esattamente quel che dicevano i Cinque Stelle sulle Olimpiadi invernali. Servono quindi fondi privati. E subito, perché entro la fine della prossima settimana l’Italia deve fornire le garanzie economiche. In realtà Giorgetti esplicita ciò che da settimane va dicendo: il governo (sponda leghista, ma in questo caso il dossier è di sua stretta competenza) è disposto a farsi carico dei tre quinti della spesa, poco più di 45 milioni in cinque anni. Ne mancano oltre 30 e, stando ai vecchi accordi, Comune e Regione si sono detti disposti a investirne, sempre nei cinque anni, 12-15. Il resto – tra 15 e 17 milioni – toccherebbe ai privati. E non è poco, soprattutto se sono soldi da trovare in meno di quindici giorni e al momento non è stata convocata nemmeno una riunione sul tema […]

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Rassegna stampa

La stampa italiana celebra la vittoria di Cecchinato a Buenos Aires (Cocchi, Piccardi, Semeraro, De Ponti)

La rassegna stampa di lunedì 18 febbraio 2019

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Buenos Aires, tris di Cecchinato. Oggi best ranking: è n. 17  (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Quando vede rosso, nessuno lo ferma più. Marco Cecchinato ha conquistato a Buenos Aires il terzo titolo della carriera battendo «El peque» Diego Schwartzman sulla terra di casa. Tre finali e tre titoli per il palermitano allenato da Simone Vagnozzi e Uros Vico, che da oggi raggiunge anche il best ranking in carriera salendo al numero 17 del mondo. (…).

LA RINCORSA Dopo i successi al 2° turno sul cileno Christian Garin, nei quarti sullo spagnolo Roberto Carballes Baena, in semifinale sull’argentino Guido Pella, il tennista azzurro in finale ha dominato Schwartzman, numero 19 della classifica mondiale, che in semifinale aveva annullato un match point a Dominic Thiem, l’austriaco campione in carica, per poi mandarlo a casa. Il punteggio del match di Cecchinato parla chiaro, 6-1 6-2, con un dominio fisico e tattico totale da parte dell’azzurro, che ha chiuso alla grande una settimana in cui non ha lasciato agli avversari nemmeno un set. Con i 250 punti conquistati e la nuova classifica di numero 17, il Ceck diventa il quinto azzurro nella storia come piazzamento nel ranking, superando Omar Camporese, Andrea Gaudenzi e Andreas Seppi, che sono arrivati al massimo al numero 18. (…).

 

TUTTI A RIO Ora il palermitano vola a Rio de Janeiro per giocare il torneo in cui saranno impegnati anche Fabio Fognini e Lorenzo Sonego. Mercoledì Marco affronterà una delle sue bestie nere, quell’Aljiaz Bedene che su cinque incontri (quattro nei Challenger) non gli ha mai concesso neanche un set. Lorenzo Sonego, numero 109 della classifica mondiale, entrato in extremis nel main draw, deve vedersela con lo spagnolo Albert Ramos-Vinolas, numero 96, mentre Fabio Fognini, ora 15 del ranking, esordirà con il Next Gen canadese Felix Auger-Aliassime, numero 103 del mondo, in gara con una wild card.


Cecchinato centra il triplete a Buenos Aires (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Buenos Aires è terra di italiani. Non stupisce che dopo Giorgio De Stefani (1935) e Nicola Pietrangeli (’63 e ’65), là dove in finale nell’era Open avevano fallito Panatta, Volandri, Di Mauro e Fognini, a sbancare la capitale dell’Argentina sia Marco Cecchinato, a suo agio sul centrale intitolato (in vita) a Guillermo Vilas come un pesce nell’acqua. A furia di palle corte, l’antica arma con cui l’anno scorso si era fatto largo fino alla semifinale del Roland Garros, il palermitano ha frustrato l’entusiasmo dell’enfant du pays Diego Schwartzman, numero 19 del ranking, capace davanti al pubblico di casa di racimolare contro un avversario in stato di grazia appena tre game (6-1, 6-2). E il primo titolo stagionale per l’Italia, il terzo in carriera per Cecchinato, che ha nel rosso il terreno d’elezione (Budapest e Umago, nel 2018, erano stati vinti sulla stessa superficie) e spezza un piccolo digiuno azzurro risalente a Los Cabos l’agosto scorso, quando era stato Fognini Cecchinato centra il triplete a Buenos Aires ád alzare le braccia ál cielo (…). da oggi l’azzurro sale al numero 17 (best ranking), diventando il quinto italiano della storia come piazzamento (Camporese, Gaudenzi e Seppi si sono fermati al numero 18), il secondo dietro Fabio Fognini (numero 15), la cui stagione sulla terra non riesce a decollare (…). Da oggi si gioca a Rio de Janeiro, in Brasile, nell’Atp 500 di cui l’austriaco Thiem è testa di serie numero uno davanti all’attacco a due punte italiano: Fognini e Cecchinato. II favorito numero quattro è l’argentino Schwartzman, campione in carica, totalmente decodificato dal Ceck che affronta lo sloveno Bedene al debutto. Nell’aria buone sensazioni.


Cecchinato supertris. Cecchinato da sorpresa  (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Confermarsi nello sport è la cosa più difficile. Oltre che talento, fortuna, sacrifici e allenamenti servono neuroni inossidabili, e a quanto pare Marco Cecchinato dispone anche di quelli. Il suo 2018 è stato straordinario, addobbato dai due tornei vinti a Budapest e Umago e dalla semifinale del Roland Garros conquistata con la memorabile vittoria su Djokovic nei quarti. Il 2019 conta già una semifinale di lusso sul cemento di Doha e la vittoria asportata ieri sulla terra di Buenos Aires in due set (6-1 6-2) e appena 66 minuti a Diego Schwartzman, ex n.11 del mondo che a Baires ci è nato e quindi sul centrale intitolato al grande Guillermo Vilas (8 titoli nel torneo) giocava in casa Neppure il tradizionale tifo, la hinchada, è riuscita però ad accendersi. Il Ceck, una furia, ha dominato dal primo all’ultimo punto, massacrando El Peque anche (soprattutto) con il rovescio, un tempo il colpo più debole del repertorio. E’ il terzo titolo che Marco si porta a casa dallo scorso aprile, tutti a livello di “250”. Baires viene dopo Budapest e Umago, ma ha un peso storico-statistico diverso, perché vale un best ranking da numero 17 del mondo che fa di Cecchinato il quinto italiano come posizione in classifica mondiale nell’era Open dopo Panatta (4), Barazzutti (7), Bertolucci (12) e Fognini (13) (…).

STORIA. Cecchinato ha scavalcato, sempre in termini di ranking, tre pezzi di storia del nostro tennis come Omar Camporese, Andrea Gaudenzi e Andreas Seppi, tutti arrivati al massimo al numero 18. Nella classifica attuale si è messo dietro Bautista-Agut e lo stesso Schwartzman. Il suo è il 63° titolo azzurro dell’Era Open, fra l’altro era dal 1965 che un italiano non vinceva a Buenos Aires. Allora toccò a Pietrangeli (…). Schwartzman sicuramente non era l’Uomo Nero dei giorni migliori, sabato aveva dovuto battagliare tre set per accettare i regali di un Thiem molto deludente, mentre Marco si era sbarazzato rapidamente dell’altro gaucho Pella. Ma il Ceck non lo ha fatto entrare in partita. Inavvicinabile per El Peque al servizio, aggressivo nei game di risposta, bravo a miscelare ritmi e velocità usando nelle giuste dosi la smorzata, la sua arma preferita sulla terra. Quando arriva in finale del resto per ora il suo record non lascia dubbi: tre centri su tre, senza mai perdere un set (…). Siamo solo a febbraio, certo, ma se i proverbi – e le statistiche – contano qualcosa, Marco è di nuovo sulla strada buona.


Trionfo a Buenos Aires, Cecchinato superfast  (Diego De Ponti, Tuttosport)

Il Ceck spazza via Diego Schwartzman e conquista, a Buenos Aires, il suo terzo titolo in carriera. Spazzato via il beniamino di casa, che il giorno prima si era tolto la soddisfazione di eliminare l’emergente Dominic Thiem. Marco Cecchinato chiude i giochi in un’oretta e qualche scampolo di minuto con il punteggio di 6-16-2. Quando l’argentino prova a tirare su la testa, il palermitano risponde con una nuova accelerazione che taglia definitivamente le gambe al suo avversario e cala il tris vincente in altrettante finali nel circuito Atp. Dopo i successi nella passata stagione a Budapest e Umago, il 26enne di Palermo, e terza testa di serie, conquista l’Argentina Open (…).

VITTORIA PESANTE (…) Quello di ieri è un successo importante perché consente al siciliano di salire in 17a posizione nella classifica mondiale, migliorando ancora il proprio ranking, così da diventare il quinto azzurro nella storia come piazzamento nel ranking (meglio di Omar Camporese, Andrea Gaudenzi e Andreas Seppi che sono arrivati al numero 18). Però è un successo che vale anche in prospettiva perché nel 2018 Marco fu il protagonista di un’impresa al Roland Garros e la vittoria di ieri è importante visti i meccanismi di punteggio.

GIORNATA SÌ Che la giornata fosse quella giusta si è capito subito. Dopo aver mancato tre palle break già nel secondo gioco, il siciliano ha tolto la battuta all’argentino nel quarto game (doppio fallo del padrone di casa sul 30-40 confermando il break per il 4-1). Troppo bassa la velocità del servizio dell’argentino per impensierire il gioco di Cecchinato. (…). L’ultima spallata è arrivata puntuale ad opera di Cecchinato, che senza tremare ha chiuso un match impeccabile, meritandosi anche l’abbraccio del 26enne di Buenos Aires. SUBITO RIO Neanche il tempo di gioire che si torna in campo a Rio. Marco Cecchinato affronta oggi lo sloveno Aljaz Bedene, numero 57 Atp, che si è aggiudicato in due set i cinque testa a testa con il 26enne di Palermo, quattro dei quali disputati a livello challenger. Lorenzo Sonego, numero 109 della classifica mondiale, entrato in extremis nel main draw (inizialmente era stato inserito nelle qualificazioni), deve vedersela con lo spagnolo Albert Ramos-Vinolas, numero 96 Atp. Non ci sono precedenti fra i due. Fabio Fognini, numero 15 del ranking mondiale e secondo favorito del tabellone, esordirà con il Next Gen canadese Felix Auger-Aliassime, numero 103 Atp, in gara con una wild card (…).

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Rassegna stampa

Cecchinato balla il tango: è in finale a Buenos Aires (La Nazione). Panatta: «Basta soldi pubblici, se all’Atp piace tanto Torino ci pensino gli sponsor» (Ricca). «Atp Finals a Torino? La partita non è finita, lavoriamo ancora» (Piccioni)

La rassegna stampa di domenica 17 febbraio 2019

Alessia Gentile

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Cecchinato balla il tango: è in finale a Buenos Aires (La Nazione)

Marco Cecchinato centra la sua terza finale nel circuito maggiore all’Argentina Open, torneo Atp 250 in svolgimento sulla terra battuta di Buenos Aires. Il 26enne di Palermo, numero 18 del ranking mondiale e terza testa di serie, ha battuto in semifinale l’argentino Guido Pella, numero 50 Atp, con il punteggio di 6-4, 6-2. In finale Cecchinato sfiderà l’altro argentino Diego Schwartzman, che in tre set combattutissimi ha avuto la meglio sull’austriaco Dominic Thiem (2-6, 6-4, 7-6 (5)). Quella di ieri era la sesta semifinale raggiunta in carriera dall’atleta siciliano a livello Atp (la seconda stagionale dopo quella a Doha persa con Tomas Berdych). A livello di finali, invece, sinora l’azzurro ha sempre vinto. Il 2018 gli ha infatti portato in dote il torneo di Budapest e quello di Umago. Entrambi erano tornei Atp 250 su terra, come quello che si chiude oggi in Argentina. Anche se  il vero exploit di Cecchinato è stato ovviamente il Roland Garros dello scorso anno, che lo vide raggiungere in un crescendo impressionante la semifinale in cui venne poi sconfitto proprio da Thiem. In ambito femminile, sarà subito derby tricolore oggi al “Dubai Duty Free Tennis Championships”, torneo WTA Premier 5 che si disputa sul cemento di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il sorteggio ha infatti messo di fronte al primo turno le due azzurre Camila Giorgi, numero 28 del ranking mondiale, e Sara Errani, numero 123 Wta, in gara con una wild card e campionessa dell’edizione 2016 (l’ultimo titolo nel circuito maggiore conquistato dalla 31enne romagnola). La 27enne di Macerata si è aggiudicata i due precedenti, disputati nel 2012 al primo turno di Pechino (cemento) e nel 2016 a Madrid (terra), sempre al primo turno. La vincente di questo testa a testa tutto italiano sfiderà poi al secondo turno la bielorussa Aryna Sabalenka, numero 9 della classifica mondiale e ottava favorita del seeding. In tabellone a Dubai ci sono nove top ten (unica assente Sloane Stephens, numero 4 Wta), con il rientro nel circuito di Naomi Osaka, salita sul trono mondiale dopo il trionfo agli Australian Open.


Panatta: «Basta soldi pubblici, se all’Atp piace tanto Torino ci pensino gli sponsor» (Jacopo Ricca, La Repubblica – Torino)

 

La lettera all’Atp, debole e senza le garanzie governative, è stata spedita. «Se l’Atp ha apprezzato tanto Torino come si dice dia fiducia comunque alla proposta italiana» ragiona Adriano Panatta. Uno dei più grandi tennisti italiani di sempre, interviene sulla candidatura di Torino per ospitare dal 2021 le Atp Finals che sembra ormai tramontata. L’alzata di scudi in difesa della proposta italiana però fa sperare gli organizzatori che il governo possa tornare sui suoi passi. Le pressioni arrivate dalla sindaca Appendino, ma anche dal mondo imprenditoriale piemontese potrebbero infatti far cambiare idea anche all’azionista leghista che finora ha imposto la strada della proposta di legge. Una via però che potrebbe non bastare e per questo la prossima settimana potrebbe arrivare un impegno più netto da parte del premier Giuseppe Conte per cercare di riportare Torino in corsa, anche se fuori tempo massimo. «Il sottosegretario Giorgetti l’ha spiegato, in questo momento i soldi non ci sono – ragiona Panatta – Non possiamo nasconderci che 78 milioni di euro in una fase come quella attuale siano una cifra importante».

Panatta, condivide la scelta del governo?

La politica l’ho fatta e so cosa vuol dire. Non dico che il governo ha fatto bene, dico che si può capire che facciano delle scelte diverse. Non è che in questo momento abbiamo un’economia così florida da poterci permettere certi investimenti. Se mi dicono che dobbiamo trovare i fondi per i pastori sardi capisco che vengano prima delle Atp finals. Quello che spero è però che poi vengano spesi veramente per quello, non voglio fare demagogia, ma coni fondi pubblici meglio investire per mettere a posto le scuole o favorire l’attività fisica alla elementari. Secondo me si dovrebbe cercare di trovare altre strade. Per un evento del genere penso si debba far ricorso agli sponsor privati.

Questo però rende complicato portare grandi eventi sportivi in Italia. Dobbiamo farci l’abitudine?

Ormai fanno i mondiali nel Qatar, cosa possiamo pretendere di competere? Lì sono pieni di soldi e non hanno tradizione, ma vengono scelti lo stesso. Venire a chiedere oggi all’Italia certe cifre è complicato e forse nemmeno giusto. Io ero molto favorevole alla nuova Olimpiade di Roma perché ho visto gli effetti di quella del 1960, quando furono rifatte strade e realizzati impianti che usiamo ancora oggi. Mi sembrava che potesse portare nuovo sviluppo. Sulle Atp Finals la questione è più complessa perché sono un evento di una settimana.

L’Atp però vuole le garanzie. Cosa si può fare?

Io l’Atp l’ho fondata: sono stato nel primo consiglio d’amministrazione. È una realtà che ha fatto un lavoro straordinario, ma oggi chiedere 78 milioni di euro non ha senso. Le grandi società internazionali che vengono in Italia investono qui, sono loro che ci mettono dei soldi. Se all’Atp piace tanto Torino che ci credano che i fondi arriveranno e diano fiducia alla candidatura.


«Atp Finals a Torino? La partita non è finita, lavoriamo ancora» (Valerio Piccioni, La Gazzetta dello Sport)

«Aspettiamo a dire che il progetto Atp Finals di tennis a Torino è morto. Credo e spero che la possa settimana ci possa essere un chiarimento». Sono le parole di Simone Valente, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per i rapporti con il Parlamento.

Ma perché il Governo si è ridotto all’ultimo momento per fare una scelta e scoprire di non avere le risorse necessarie per portare avanti la candidatura?

Governo, Sindaca, Coni, Fit hanno proceduto in questi mesi con grande sintonia e consapevolezza dei requisiti necessari per conquistare l’obiettivo. Poi qualcosa ha rallentato il cammino.

Lo scontro fra Lega e 5 Stelle?

No, nessuno scontro. Il Governo ha una posizione univoca e fra l’altro apprezzo il riconoscimento, purtroppo tardivo, dell’importanza dell’evento da parte della Lega con la presentazione della proposta di legge di Riccardo Molinari. Probabilmente c’è stata una differenza di percezione sulle modalità che avrebbero dovuto portare all’obiettivo.

Non è pensabile che l’Atp, che dovrebbe decidere il 14 marzo, aspetti fino a maggio-giugno l’approvazione della legge che prevede la copertura dei 78 milioni.

Nei prossimi giorni si scioglieranno i nodi. Si potrebbe pensare a un decreto del presidente del consiglio dei ministri, quindi senza passare per il Parlamento.

Ma le Atp Finals sono una priorità o no?

Sono un evento molto importante per il Paese e soprattutto per la città di Torino. E secondo me dimostrano che è il momento di una pianificazione generale degli eventi sportivi, non è possibile ogni volta ricominciare da capo, bisogna scegliere cosa sostenere in anticipo.

A proposito di grandi eventi, non c’è nessuna relazione fra il vostro no ai soldi per Milano-Cortina e quello che poi rischia di bloccare il progetto delle Finals a Torino?

Questo ricatto sarebbe triste, soprattutto si sminuirebbero due eventi importanti, ridotti a spartizione politica. Io spero proprio che non sia così.

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